Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Ci siamo quasi…

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A breve sarà on-line il nuovo blog: “IL TREDICESIMO CAVALIERE 2.0“, che si propone di stupire i fedelissimi e di coinvolgere sempre più appassionati ed esperti di scienze delle spazio e fantascienza.    

Il Team di autori e  in particolar modo il responsabile supremo, sua eccellenza Roberto Flaibani, stanno lavorando a ritmi serratissimi  con l’intento di creare un ambiente accogliente, che riesca a coinvolgere e a nutrire la sete di conoscenza verso ciò che ci circonda. 

Completamente rinnovato in grafica e funzionalità, ma sulla consolidata  linea guida del suo predecessore, Il Tredicesimo Cavaliere 2.0 vi invita a lasciare commenti, idee e suggerimenti al fine di prepararsi al meglio al suo lancio.

 

31 maggio 2016 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Astrofisica, Astronautica, by G. de Turris, Carnevale della Chimica, Carnevale della Fisica, Carnevale della Matematica, Ciberspazio, Cinema e TV, Difesa Planetaria, Epistemologia, Fantascienza, Giochi, Letteratura e Fumetti, missione FOCAL, News, NON Carnevale della Fisica, Planetologia, Radioastronomia, Referendum Prima Direttiva, Scienze dello Spazio, Senza categoria, SETI, Volo Interstellare | Lascia un commento

L’era dei Big Data

800px-Satellite_ESA_GaiaLa missione principale di Gaia, la modernissima piattaforma astrometrica lanciata dall’ESA all’inizio del 2013, è catalogare circa un miliardo di corpi celesti fino a magnitudine 20. Gaia eseguirà misurazioni di altissima precisione della distanza, del moto proprio, della posizione e della velocità radiale di ogni stella misurata e anche di un gran numero di quasar, pianeti extrasolari e oggetti del sistema solare.

(nell’illustrazione: Gaia al lavoro)

Tramite misure fotometriche, inoltre, avremo informazioni sulla loro luminosità, gravità, temperatura e composizione chimica. Lo scopo ultimo di Gaia è di realizzare, in cinque o sei anni di lavoro, una dettagliatissima mappa in 3D della Via Lattea. Ecco un eccellente esempio di cosa s’intende per Big Data, ma ce ne sono molti altri. Per esempio il Large Hadron Collider (LHC) del CERN, l’acceleratore di particelle sepolto nel terreno alle porte di Ginevra (il più grande macchinario del genere al mondo), crea un enorme flusso di dati che ha bisogno, per essere elaborato, dell’intero tempo macchina di 150 centri di elaborazione dati sparsi in tutto il mondo.

lhc10(nell’immagine a fianco: una parte del LHC).

Lasciamo il settore scientifico, e consideriamo i servizi basati su Internet, che nel 2016 conterà 3,4 miliardi di utenti, pari al 45% della popolazione mondiale. Qui i Big Data si sprecano: si pensi che ogni giorno Facebook elabora 2,7 miliardi di “mi piace” e 2,5 miliardi di contenuti (stato, foto, video), mentre circolano 50 miliardi di tweet. Senza considerare le ricerche di Google e Yahoo, e le transazioni di Amazon. In estrema sintesi, è stato calcolato che nel 2009 il pianeta abbia prodotto 800 exabytes di informazione e abbia superato 1,6 zettabytes nel 2011. Per il futuro, ci si aspetta che i Big Data avranno la maggiore crescita nel settore del commercio, per sviluppare una migliore comprensione delle necessità e del comportamento dei consumatori; in quello della salute, dove è previsto l’estendersi della medicina sociale e di quella preventiva; e ancora in tutti i settori scientifici e tecnologici che confermano il loro trend di sviluppo tumultuoso.

Ma il diluvio continuo dei dati, in sé e per sé, non fornisce nuova informazione. Anzi, la nasconde. C’è un enorme potenziale, una profonda conoscenza che viene occultata dalla marea montante dei dati grezzi. Con Big Data, quindi, si esprime anche l’abilità nel manipolare, integrare, sincronizzare e amministrare la caterva disordinata dei dati in molti modi diversi, cioè la capacità di estrarre dal caos l’essenziale, la conoscenza nuova e originale. In sintesi potremmo dire che Big Data comprende anche Big Analytics.

francis_bacon(nell’illustrazione a fianco: Francis Bacon)

A questo proposito alcuni filosofi della scienza segnalano la necessità di una guida nella raccolta e l’elaborazione dei dati, analogamente a quanto accadde ai tempi di Galileo, quando si trattava di inventare da zero una metodologia che fosse adeguata alla nuova concezione del mondo. Se ne incaricò l’inglese Francis Bacon, che nel 1620, nel suo Novum Organum, pose le basi del moderno metodo induttivo. Ovvero, dice Elena Castellani su “Le Scienze” dello scorso gennaio, diede definizione a concetti come : “la raccolta ragionata dei dati (la costruzione della base induttiva), il confronto tra le basi induttive, il processo di generalizzazione per gradi, l’eliminazione delle ipotesi che non corrispondono ai requisiti richiesti, il ruolo degli esperimenti negativi, i criteri di scelta tra ipotesi empiricamente equivalenti, e via dicendo”. Nei secoli successivi il metodo induttivo ebbe alterne fortune, ma ora quello originario sembra essere rivalutato e la Castellani sottolinea che: ”Nella filosofia della scienza si è cominciato da qualche tempo a valutare l’impatto dei Big Data sulle questioni riguardanti natura e acquisizione della conoscenza scientifica. Quale tipo di induzione, in particolare, si configura per estrarre strutture ordinate da una mole indistinta di dati? Si tratta di un procedimento qualitativamente diverso dall’induzione di ispirazione baconiana?

Oltre agli interrogativi posti dalla Castellani, la gestione di grandi insiemi di dati, anzi la loro stessa esistenza, pone gravi problemi pratici. Per utilizzare i Big Data, servono evidentemente dei Big Server, cioè grandi centri di calcolo dotati di computer potentissimi. I consumi dei Big Server coprono oggi il 10% dei consumi di energia elettrica del pianeta, crescono del 7% l’anno e raddoppiano ogni 10 anni. Inoltre i computer si surriscaldano e vanno quindi raffreddati, ma per farlo è necessario un consumo di energia elettrica pari a quello richiesto per alimentarli e nelle località dove si scaricano le acque di raffreddamento si crea un problema di inquinamento termico.

bigdata5Ma per fortuna esiste una tecnologia astronautica, grazie alla quale nuove aziende come ConnectX e Server Sky possono offrire soluzioni radicali a questi problemi, dislocando i loro server sull’orbita geostazionaria. Lì infatti, una Server Farm potrà contare sull’energia solare per 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, senza fluttuazioni dovute a problemi meteorologici, a costo zero. E se l’impianto computerizzato fosse progettato opportunamente, si potrebbe dar vita a una struttura di tipo modulare lanciando uno sciame di piccoli satelliti, invece di pochi grandi satelliti, riducendo così drasticamente costi e rischi del lancio. Infine anche il problema del raffreddamento dei circuiti potrà essere risolto al risparmio usando opportune schermature.

Nella conferenza stampa di presentazione, ConnectX ha ammesso di sentirsi in competizione verso eventuali aziende con base a terra che volessero fornire analoghi servizi basandosi sull’uso dei futuribili computer quantici, ma fa rilevare che il loro approccio aziendale prevede l’uso di tecnologie ben note e quindi più economiche e a basso fattore di rischio.

Infine, Big Data significa anche archiviazione, stoccaggio e trasporto dei dati in spazi sempre più piccoli, come dice Paul Gilster: ”Ma come noi lavoriamo per estrarre valore dal flusso dei dati in entrata, così stiamo trovando modi di comprimere i dati in mezzi sempre più capienti, un prerequisito per le future sonde per lo spazio profondo, che, si spera, raccoglieranno informazioni a velocità mai raggiunte prima” (per approfondire: Archiviazione dati: l’ipotesi DNA).

bigdata6E ancora Gilster: “Mantenere viva l’informazione è qualcosa che deve essere ben presente agli occhi di popoli che cambiano continuamente i formati in cui organizzano i loro dati. Dopo tutto, preservare l’informazione è una parte fondamentale di ciò che noi facciamo come specie, è ciò che ci consente di avere una storia. Ci siamo organizzati per memorizzare i resoconti delle battaglie e delle migrazioni, e i cambiamenti culturali per mezzo di un ampio panorama di media, che va dalle tavolette di argilla ai compact disc. Ma nell’ultimo secolo abbiamo assistito al repentino cambiare dei dispositivi che utilizziamo per codificare dati, musica e video. Come possiamo mantenere tutto questo leggibile per chi verrà dopo di noi?

 

ROBERTO FLAIBANI

Fonti:

  1. ” The potential and the challenge of  Big Data – Recommendtion systems next level application” by Fatima El Jamiy, Abderrahmane Daif, Mohamed Azuozi, Abdelaziz Marzak – Hassan II University, Faculty of Science Ben m’Sik, Laboratoire MITI – Casablanca, Morocco – (arXiv.org)
  2. “Bacone e i Big Data” di Elena Castellani, Dipartimento di Filosofa, Università di Firenze – pubblicato da “Le Scienze” nel gennaio 2015, pag 16.
  3. Big Data computing above the clouds” by Vid Beldavs – pubblicato su “The Space Review” il 20 ottobre 2014
  4. Information and Cosmic Evolution” by Paul Gilster, pubblicato su “Centauri Dreams” il 16 febbraio 2015

16 marzo 2015 Posted by | Epistemologia | , , , , , , , , | Lascia un commento

Quei visionari dello spazio che cambiarono il mondo…(seconda parte)

La prima parte di questo imperdibile articolo sui grandi visionari dell’astronautica era dedicata a Wernher von Braun e Sergei Korolev. La seconda parte, che vi proponiamo qui di seguito, è dedicata a Elon Musk e SpaceX, e alla ISS, con le sue caratteristiche innovative e le potenzialità per il futuro dell’astronautica commerciale. Come traduttore, posso dire che è stato uno dei lavori più appaganti e divertenti che abbia mai fatto, come space-enthusiast raccomando ai lettori di favorire al massimo la sua diffusione. Non può venirne che del bene. (RF)

 

Musk1

Negli Stati Uniti, a dispetto dei tagli di bilancio e delle false promesse elettorali che colmano il vuoto lasciato da leader visionari come von Braun, lo spirito della Corsa allo Spazio rimane scolpito nel codice genetico stesso del paese. Possiamo comprenderlo ancora più chiaramente se immaginiamo il corso che avrebbe preso la storia senza von Braun e Korolev. (nell’immagine: Elon Musk)

Supponiamo che la V-2 fosse stata considerata esclusivamente un armamento missilistico, senza che nemmeno un po’ del lavoro venisse destinato al volo spaziale. Supponiamo anche che i sovietici, invece di Korolev, avessero scelto un ingegnere dalla mentalità meno aperta per elaborare i dati della V-2 e costruire una flotta di missili intercontinentali, tale che non avrebbero più potuto esserci ripensamenti a favore del volo spaziale. Niente Sputnik, niente Gagarin, niente “I Magnifici Sette” del Progetto Mercury, nessun progetto Gemini o Apollo, nessuna flotta di sonde robotiche a percorrere per anni il Sistema Solare. E nemmeno i satelliti per le comunicazioni, e nessuna delle tante ricadute scientifiche di cui godiamo al giorno d’oggi. Tutt’al più potemmo supporre che ci sarebbero aerei-spia stratosferici e palloni sonda, e vasti silos di missili intercontinentali dal grilletto facile, con tutto il denaro investito nella Corsa allo Spazio deviato verso il Pentagono.

È uno scenario grigio e deprimente, incapace di darci un presente migliore dell’attuale, ammesso che ci fosse stato un presente e non delle rovine radioattive fumanti. Questo è ciò da cui il sogno di von Braun e Korolev potrebbe averci salvato, quanto meno ci ha portato un’esistenza più interessante rispetto al graduale sviluppo che si sarebbe probabilmente verificato nel corso degli anni 40.

Ma, lasciate da parte le congetture, abbiamo visto la stagnazione che ha seguito la scomparsa di Von Braun e Korolev dal mondo post-Apollo: i progetti d’avanguardia coraggiosi e anche pericolosi verso frontiere inesplorate sono stati sostituiti dai timidi disegni dei burocrati. Da parte americana, un ambizioso nuovo satellite, voluto dai politici per alimentare il sistema dei fondi neri congressuali piuttosto che le necessità del volo spaziale è finito in nulla; da parte sovietica, una serie di stazioni spaziali in bassa orbita terrestre ha accumulato record di durata nello spazio e poco più. L’ispirazione e l’avventura dello spazio sono state divorate da contabili della scienza, che volevano una serie di insignificanti esperimenti controllati piuttosto che una frontiera da penetrare e sperimentare con audacia.

Musk4A dispetto dell’inattività delle istituzioni, il contagio del sogno spaziale non è andato però perduto. Anzi, si è diffuso nel tessuto dei programmi spaziali nazionali e profondamente radicato nei cuori di milioni di persone in tutto il mondo grazie a quello che avevano visto: in particolare in un bambino sudafricano, e futuro immigrante negli Stati Uniti, che rispondeva al nome di Elon Musk (nell’immagine qui accanto) .

Come multimilionario informatico di fine secolo, nessuno negava che fosse un brillante imprenditore, ma il suo obiettivo di colonizzare Marte, dichiarato nel 2002 (quando lanciò SpaceX), venne accolto con un sorriso indulgente e non riscosse alcun credito. Non era il timoniere del settore tecnologico d’avanguardia di una superpotenza, come furono Korolev e Von Braun, ma solo un tizio con un po’ di soldi, e nemmeno abbastanza da essere classificato come uno dei più ricchi fra i suoi colleghi della Silicon Valley.

Così, quando nella prima metà del decennio scorso fu messo in discussione al Congresso il programma della NASA chiamato COTS (Commercial Orbital Transportation Services), era improbabile che SpaceX ed Elon Musk sarebbero stati nominati. Infatti, al di là di alcuni illustri portabandiera, il Congresso era più o meno indifferente all’idea, e l’approvò soprattutto perché piaceva la retorica del mercato libero che era stata appiccicata al progetto nel momento in cui fu messo in discussione, dando l’impressione che non ci fosse pericolo per le vacche sacre di nessuno.

Senza riguardo per ciò che la NASA aveva immaginato per COTS, (in realtà a dispetto di quanto essa avesse mai prefigurato o realizzato sotto qualsiasi programma), l’interesse complessivo del congressisti nelle attività della NASA consisteva giusto nel preoccuparsi che il massimo dei finanziamenti federali entrasse nei rispettivi stati e distretti, e da lì nei loro fondi elettorali. Per loro, dunque, COTS era semplicemente un’altra voce di bilancio che, grazie a uno schema operativo appena differente, poteva portare denaro a Lockheed Martin, Boeing o alle altre aziende ben introdotte.

SpaceX(nell’immagine: un missile della SpaceX)

Invece, un piano che non aveva quasi alcuna importanza per il Congresso fu fatto proprio con entusiasmo dalla NASA come un modo per ridurre leggermente i costi di una parte del suo programma, e fu poi “dirottato” da Elon Musk, alterando in modo radicale e definitivo la struttura economica e il progresso del volo spaziale. Musk sfruttò ogni sinergia che riuscì a trovare tra i modesti obiettivi della NASA e quelli propri ben più radicali, spingendo l’evoluzione della tecnologia di SpaceX e la rapida crescita della sua infrastruttura. E nessuno l’aveva visto arrivare…

I notevoli risultati di SpaceX rivitalizzarono tutto il sistema, spingendo la NASA a essere più ambiziosa e i sostenitori del COTS nel Congresso a promuovere il programma per il volo con equipaggi privati. Solo a quel punto le forze conservatrici all’interno del Congresso cominciarono a osservare con preoccupazione SpaceX, pur senza considerarlo ancora una minaccia. Dopo tutto trasportare carichi commerciali era una cosa, ma di sicuro i voli con equipaggio erano ancora al di là delle loro possibilità. Gli uomini di Boeing e Lockheed si rassicuravano l’un l’altro dicendo che questo programma sarebbe stato un punto a favore per le loro società, e che SpaceX sarebbe potuto diventare tutt’al più un socio di minoranza nel sistema.

Tanta fiducia, comunque, svanì rapidamente di fronte ai progressi sempre più veloci e drastici di SpaceX, che offriva prezzi molto al di sotto di semplici vantaggi competitivi e sviluppava continuamente hardware che non era  nemmeno allo stadio iniziale di ideazione da parte dei principali appaltatori. Prima che questi politicanti se ne accorgessero, e grazie all’assistenza tecnica e finanziaria della NASA, una compagnia di cui qualche anno prima avevano a malapena sentito parlare, cominciava ora a minacciare l’esistenza stessa di grandi società multimiliardarie attive da molti anni, con relazioni nel Congresso solide come la roccia.

Prese dal panico, le più potenti fra loro hanno ripetutamente tentato di far diminuire i finanziamenti ai progetti commerciali assegnati a SpaceX e cercato di convincere le agenzie governative a creare ostacoli per impedire che Musk ne trovasse altri. Ma la popolarità di SpaceX e il suo peso politico sono cresciuti ancor più in fretta delle sue capacità tecniche, e sembra che nel giro di pochi anni si trasformerà dall’ultimo arrivato a essere semplicemente il Programma dei Record.

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(nell’immagine: la Stazione Spaziale Internazionale – ISS)

Proprio come von Braun si era impadronito di un’arma cinica e crudele per inseguire un sogno di meraviglia e di pace; come Korolev aveva stornato lo stesso programma militare stupido e privo di ingegno per il suo stesso popolo verso realizzazioni che saranno ricordate a lungo dopo che il nome dell’Unione Sovietica sarà stato dimenticato; e proprio come von Braun aveva risvegliato un potere timido e pragmatico per arrivare sulla Luna “perché è difficile”; così pare che presto (toccando legno) Elon Musk potrebbe avere fatto crescere un programma commerciale di trasporto merci, che aveva il banale obiettivo di consegnare ciarpame a una stazione spaziale a un costo leggermente più basso di prima, in una rivoluzione senza fine, aprendo le vie del cosmo all’Umanità.

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( nell’immagine: attività extraveicolari nei pressi della ISS)

Tutti i più radicali progressi nello spazio non sono venuti dagli ordini arbitrari di qualche politico coraggioso, o dalla diligente politica dei piccoli passi di un burocrate, e nemmeno dal cieco perseguire il profitto da parte di un uomo d’affari, bensì dall’irresistibile capacità di un visionario di utilizzare ogni strumento a sua disposizione, reindirizzando qualsiasi grande progetto o istituzione verso la propria causa e convertendo al proprio modo di pensare qualsiasi mente non ancora completamente ottenebrata dal bigottismo e dalla miopia. Questo suggerisce qualcosa di sorprendente e che fa ben sperare per il futuro: che a prescindere da quale sia il programma, le persone che condividono il sogno dello spazio possono impadronirsene per conseguire obiettivi straordinari.

Se von Braun può trasformare un’arma di terrore nella speranza dell’Umanità, perfino con una pistola puntata alla testa; se Korolev può convincere dei criminali militari e dei paranoici uomini d’apparato del Politburo che girare in orbita intorno alla Terra è meglio che farla saltare in aria, con il gulag sempre pronto per lui se avesse sbagliato; se Musk può quasi mandarsi in bancarotta, tentando di trasformare un piccolo programma della NASA nel seme di un programma per il volo spaziale commerciale a costi bassissimi finendo comunque per nuotare nei quattrini, allora forse ci sono altri programmi “inutili”, o “distruttivi” o comunque dismessi che possono essere trasformati in qualcosa di stupefacente se portati avanti con la mentalità giusta.

ISS3(nell’immagine: una parte dell’area pressurizzata della ISS)

Si consideri la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), originariamente poco più che un gesto diplomatico dal costo sbalorditivo, che la maggior parte dei critici dei voli spaziali attaccarono definendolo senza valore. Cosa sta diventando ora, che l’obiettivo si va allargando, e l’industria privata sta cominciando a essere coinvolta? Cosa diventerà nel tempo, quando aziende del livello di Bigelow Aerospace, per esempio, cominceranno a mettere in funzione i propri impianti? Cosa diventerà non appena la ricerca e la produzione basate nello spazio si intensificheranno? Quali saranno i suoi sviluppi in tutte le direzioni, sia letteralmente che figuratamente, mentre crescerà oltre il cinismo delle sue origini, che la voleva come semplice scusa per mantenere in volo lo Shuttle? Magari non farà niente di tutto ciò, e sarà semplicemente sostituita e fatta rientrare dall’orbita, ma il potenziale c’è tutto.

Di fatto, esiste sempre il potenziale di prendere qualsiasi cosa uno abbia e ricavarne qualcosa di più grande… molto molto più grande. Von Braun, Korolev e Musk ci offrono una semplice lezione di buon senso che, ironicamente, si vede di rado messa in pratica: parti da dove sei, e usa gli strumenti a tua disposizione per andare oltre. Aspettare un deus ex-machina che consegni il programma perfetto, immaginando dirigenti che si prenderanno cura di te e comprenderanno le tue speranze, e che il denaro ti pioverà in grembo, tutto ciò non porta da nessuna parte.

ISS4(nell’immagine: la Cupola della ISS)

I nazisti, i sovietici e l’apparato militare americano stavano costruendo dei sistemi missilistici, non dei veicoli spaziali, ma quei missili vennero trasformati in veicoli spaziali dalla diligenza e dalle capacità visionarie di von Braun e Korolev. La ISS voleva solo fornire una giustificazione razionale per mantenere operativo lo Space Shuttle dopo che era già divenuto obsoleto, ma ora la stazione sta diventando il nucleo di partenza di un sistema manifatturiero e commerciale nello spazio. Si pensava che il COTS avrebbe ridotto leggermente i costi del trasporto delle merci sulla ISS grazie all’utilizzo di piccoli appaltatori specializzati, ma è stato invece usato come trampolino per una rivoluzione generalizzata della struttura economica del volo spaziale.

E allora, quale sarà la prossima rivoluzione gentile che ci attende nascosta dietro l’angolo? (fine)

Traduzione ed editing di

ROBERTO FLAIBANI e DONATELLA LEVI

 

Titolo originale: “The strange contagion of a dream” di Brian Altmeyer

pubblicato il 6 ottobre 2014 da The Space Review

Credit: NASA, SpaceX Inc.

16 febbraio 2015 Posted by | Astronautica, Epistemologia, Scienze dello Spazio, Senza categoria | , , | Lascia un commento

Quei visionari dello spazio che cambiarono il mondo… (prima parte)

La Corsa allo Spazio è nata grazie a due ingegneri visionari e geniali, von Braun e Korolev, che sapevano come influenzare le burocrazie e i leader dei propri paesi. Questo articolo racconta del perfetto gioco di squadra eseguito dai due, senza ma incontrarsi né scambiarsi una parola. E così la Terra entrò in una nuova era. (RF)

vonbraunSaturn5Nel mezzo della guerra più distruttiva della storia, Wernher von Braun fu incaricato di farla diventare anche peggiore costruendo un missile balistico da far piovere su Londra: il razzo V-2. Sfortunatamente per i suoi capi, le ambizioni di von Braun erano un tantino differenti. Egli riconobbe che il razzo aveva la potenzialità di raggiungere l’orbita terrestre trasportandovi il  primo satellite artificiale della storia, ma ogni volta che propose questa idea, i suoi superiori delle SS dichiararono (in toni via via più minacciosi) che il Führer voleva un’arma, non un giocattolo fantascientifico.

(Foto 1 – von Braun e il Saturno 5)

L’astuta insubordinazione di von Braun, cioè sottrarre risorse dal bilancio delle armi principali per proseguire la ricerca sui voli spaziali, facendo comunque abbastanza progressi con la V-2 da rimanere credibile di fronte ai suoi superiori, fu un atto di alto funambolismo. Ogni giorno rischiava sempre più la vita, e presto divenne chiaro che le SS intendevano uccidere alla fine gli scienziati della V-2 per impedire che gli americani o i russi ne acquisissero le competenze. Solo intuendo il momento giusto e fuggendo con dei documenti falsi, von Braun riuscì a consegnarsi agli americani insieme a un certo numero di membri della sua équipe.

vonbraun3foto 2 – von Braun a una riunione di ufficiali)

Sotto un vessillo votato alla distruzione, con i più stretti ordini di concentrarsi solo sulle applicazioni militari, un solo uomo riuscì in un modo o nell’altro a costruire, nel giro di pochi anni, le fondamenta per decenni di pacifica esplorazione spaziale, sopravvivendo per spiegare le sue ragioni alla storia. Il sogno di von Braun non ebbe il minimo impatto sulla pazzia del Terzo Reich, ma formò una spora virulenta che sarebbe sopravvissuta per infettare con la sua tecnologia ambedue le superpotenze.

Dal momento in cui gli Stati Uniti e l’URSS entrarono in possesso del materiale V-2, entrambi gli stati videro solo l’arma strategica che i Nazisti volevano sviluppare, e per più di un decennio non ne colsero, o ignorarono, il potenziale più profondo.  Di fronte alla possibilità di lasciare la Terra, il pensiero banale dei militari e dei burocrati poté soltanto concepirne un ritorno esplosivo sulle teste dei propri nemici.

Korolev+Sputnik

(foto 3  – Sergei Korolev con la sua prima creazione: lo Sputnik)

Von Braun, che allora lavorava per gli Stati Uniti, non era più costretto a nascondere le sue ambizioni più alte ma stava ben attento a non inimicarsi i suoi nuovi ospiti militari apparendo troppo entusiasta per idee che essi non avevano ancora compreso. Loro lo vedevano come uno strano secchione dalle fissazioni eccentriche che, se adeguatamente manipolato, poteva dar loro un vantaggio strategico sugli armamenti sovietici; e lui, a sua volta, li vedeva come sempliciotti da parrocchia che dovevano essere condotti per mano fino a comprendere ciò che era del tutto ovvio rispetto alla tecnologia in loro possesso. Lo scienziato tedesco veniva trattato con sufficienza per i suoi sogni, ma questi erano tollerati come manie personali.

Gagarin+Korolev(foto 4: – Korolev con Gagarin)

Nel frattempo i sovietici furono costretti a setacciare il loro vasto e segreto impero alla ricerca di qualcuno che avesse le competenze necessarie per capire e replicare il lavoro di Von Braun, e il migliore che trovarono fu Sergei Korolev – un uomo che aveva passato molti degli ultimi anni faticando nei gulag siberiani per colpa di false accuse. Negli ultimi anni del programma V-2 l’indole e l’esperienza di Korolev furono stranamente simmetriche a quelle di von Braun. Il suo governo chiedeva missili intercontinentali, minacciando le più severe conseguenze personali se avesse fallito, e non comprese, ignorò o guardò con sospetto qualsiasi idea non ortodossa, come il volo spaziale.

Korolev tenne un basso profilo finché non fu in grado di mostrare risultati, si costruì una credibilità e un’influenza nel governo, e ricercò sinergie tra ciò che l’Armata Rossa pretendeva e i razzi spaziali che egli voleva costruire. Il suo ruolo nel programma missilistico sovietico divenne così centrale e il suo talento così apprezzato che la sua stessa identità divenne un segreto di stato al massimo livello e lui sarebbe stato conosciuto fino alla sua morte semplicemente come il “Capo Progetto”.

Fu solo grazie a questa posizione privilegiata che egli riuscì faticosamente a sussurrare con discrezione alle orecchie dell’alto comando sovietico il suggerimento di usare le loro armi per il volo spaziale. I sovietici avevano a portata di mano un momento storico, disse loro, se solo il Politburo lo avesse permesso, un momento che avrebbe scatenato l’invidia e il desiderio di emulazione del mondo intero, senza il rimorso  di aver fatto qualcosa di ingiusto o di guerrafondaio. In caso di fallimento tutto quello che rischiavano era un banale imbarazzo, ma se invece avessero avuto successo il mondo sarebbe stato pervaso da un’incredula ammirazione.

korolevpostale

(foto 5: Korolev in un francobollo commemorativo)

Grazie a un misto di argomenti razionali e di quelli che oggi potremmo chiamare “giochetti mentali da cavaliere Jedi”, riuscì alla fine a convincerli, insinuando che gli americani stavano per lanciare (ma non era vero) e persuadendo i suoi superiori che erano stati loro a concepire la brillante idea del lancio nello spazio, mentre lui la stava soltanto realizzando. I suoi detrattori nell’Ufficio Razzi, che volevano concentrarsi sulla versione militare della missilistica, furono a poco a poco dipinti come dissidenti del Programma, piuttosto che come i suoi difensori dall’agenda estremista di Korolev. Improvvisamente una superpotenza totalitarista grande quanto un continente si impegnò nel volo spaziale, laddove dove prima d’allora vi si era dedicato solo un manipolo di visionari.

Rispetto a Korolev, Von Braun aveva molto meno accesso ai centri decisionali del potere, così le sue idee vennero trattate come opinioni interessate e non come suggerimenti urgenti e documentati. Inoltre, negli Stati Uniti l’immagine prevalente che si aveva dell’Unione Sovietica era quella di uno stato tecnologicamente arretrato. L’idea che Buck Rogers potesse indossare la Stella Rossa non trovava posto nell’immaginario americano, perciò il lancio dello Sputnik fu ancora più scioccante di quanto ci si possa oggi rendere conto. Fu così che il volo spaziale si trasformò da concetto vagamente interessante, ma di scarsa importanza, a urgente necessità nazionale, e Von Braun da dissidente a saggio.

vonbraunKennedy

(foto 6: von Braun a braccetto con Kennedy)

La strana simmetria tra von Braun e Korolev si ripeté di nuovo quando von Braun, dall’alto della sua nuova credibilità, convinse i leader americani che non sarebbe bastato semplicemente uguagliare gli obiettivi dei sovietici mano a mano che li raggiungevano, ma occorreva piuttosto che gli Stati Uniti li superassero drasticamente nel più breve tempo possibile. Le menti più fredde e pragmatiche obiettarono sulla necessità stessa di andare nello spazio, proprio come fanno oggi, ma furono del tutto ignorate nell’entusiasmo contagioso del momento. Altri, più modestamente, pensavano che sarebbe bastato lanciare il proprio satellite per salvare le apparenze, salvo poi lasciar perdere tutta la faccenda.

A von Braun, tuttavia, non importava affatto l’agitazione geopolitica del momento, o chi uguagliasse cosa, o quali vantaggi temporanei  si potessero ottenere. Lui voleva semplicemente promuovere il volo spaziale e, come Korolev sapeva suonare le menti del Politburo come strumenti musicali, così lui sfruttò ogni posizione di potere alla sua portata per far sì che ciò si realizzasse. Il giorno prima dello Sputnik le sue considerazioni in favore di un satellite americano erano ritenute premature e irrealistiche; il giorno dopo, le sue argomentazioni per portare l’Uomo sulla Luna venivano considerate serie e credibili.

vonbraun2(foto 7: von Braun illustra il progetto di una stazione spaziale)

Da quell’improvviso scossone avvenuto negli Stati Uniti, Korolev poté  trovare giustificazioni per le sue posizioni, spingendo i sovietici verso nuovi e più grandi impegni. Senza mai essersi incontrati  o aver scambiato una singola parola, von Braun e Korolev sfruttarono l’inimicizia tra i rispettivi governi a vantaggio del proprio sogno comune. Nacque così la Corsa allo Spazio, non  per una naturale tendenza delle due superpotenze, che avrebbero forse preferito tenere un comportamento cauto e pragmatico, ma grazie a ingegneri visionari che sapevano come mettere fuori gioco le burocrazie e fare il lavaggio del  cervello ai propri leader.

Mentre tutto questo accadeva, il solipsismo per il quale “ci sono cose migliori da fare quaggiù”  – quello che come tema dominante rende la maggior parte della storia monotona e priva di importanza – venne sopraffatto e ignorato, riducendosi a patetico rumore di fondo incapace di ostacolare in modo significativo la Corsa allo Spazio. Coloro che erano contrari, seppure numerosi, non venivano considerati ragionevoli o persuasivi, le loro opinioni suonavano pusillanimi ed egocentriche, se non piene di risentimento per qualcosa di così importante da far sembrare le loro preoccupazioni futili e fugaci. Chi invece era favorevole poteva vedere, forse per la prima volta nella vita, una visione dell’Umanità positiva e unificante, nella rincorsa pacifica di una frontiera estrema da parte di nemici mortali.

I semplici sogni innocenti di un bambino che guarda in su verso  le stelle avevano sopravanzato  la corsa verso l’ Armageddon nucleare nel momento più alto di pericolo globale. È perlomeno ragionevole chiedersi se la Corsa allo Spazio sia stata davvero il motivo per il quale la terza  guerra mondiale non è scoppiata. A partire da quel nuovo, elevato punto di vista, la visione di von Braun e Korolev pervase ogni recesso dei programmi spaziali delle due nazioni, e da allora decenni di scarsi finanziamenti e risultati di poco conto non sono riusciti a far rientrare il genio nella bottiglia.

vonbraunmarte(foto 8: progetti futuri….)

Né la fine del programma Apollo, né la mancanza di ricadute di qualche valore nei decenni successivi, nemmeno il totale collasso della stessa Unione Sovietica, sono riusciti a cancellare i programmi di volo spaziale delle due superpotenze, o ad annullare la convinzione generale che tali attività siano parte del carattere fondamentale di una grande nazione. Nel caso dell’Unione Sovietica, il programma spaziale è stato letteralmente più duraturo della nazione che lo aveva creato, dimostrando di avere radici in qualcosa di ben più profondo di un credo politico o del nazionalismo.

(continua….)

traduzione ed editing:

ROBERTO FLAIBANI

DONATELLA LEVI

Titolo originale: “The strange contagion of a dream” di Brian Altmeyer

pubblicato il 6 ottobre 2014 da The Space Review

27 gennaio 2015 Posted by | Astronautica, Epistemologia, News | , , , , , , , , | 2 commenti

Atlantide: l’ha inventata Platone

Atlantide22Molte delle idee che riguardano Atlantide sono molto affascinanti. C’è chi ha sostenuto addirittura (fra gli altri in modo ipotetico anche Arthur Clarke; altri lo hanno fatto affermando che era vero e sapendo di mentire) che le Colonne d’Ercole secondo i Greci dei tempi poco prima di Platone non fossero lo Stretto di Gibiterra, ma quello di Messina e che quindi la “grande isola” oltre lo stretto fosse la Sardegna. Nella quale la civiltà più precisamente nuragica è abbastanza misteriosa, poco se ne sa di certo a parte che ha costruito i nuraghe. Ai tempi delle “invasioni” romane e cartaginesi, ma anche dei precedenti rapporti con gli etruschi, “quella” civiltà era estinta già da secoli. Che navigasse (e molto) per il Mediterraneo lo provano i numerosissimi bronzetti in forma appunto di barca trovati  dagli archeologci e che i nuragici potessero essere uno dei “popoli del mare” che nel 15mo secolo razziavano l’Egitto è possibile; gli Shardana mercenari della guardia del Faraone quasi sicuramente lo erano. E via così ipotizzando, fantasiosamente.

Certo, Santorini è quel che resta di Thera, l’isola vulcanica che esplose verso il 15mo secolo e che quasi sicuramente provocò uno spaventoso tsunami che probabilmente contribuì alla crisi della civiltà minoica e che potrebbe aver dato origine a miti di distruzione nel mediterraneo.
Epperò vedete quanti congiuntivi e condizionali?
Restano pochi fatti certi. Uno è questo: nessuno ha mai parlato di Atlantide prima di Platone, punto. Non ci sono papiri, documenti, iscrizioni, tracce di qualunque tipo precedenti. Lui ha detto il contrario, certo, dice di averlo saputo da altri, ma non fa nomi e di questo non c’è traccia alcuna.

Platone 21Quindi se l’è inventata lui, punto. Lo ha detto esplicitamente per primo (pare…) Aristotele, discepolo di Platone; così per lo meno dice la voce di Wikipedìa su Atlantide.
E su questo argomento Richard Ellis, scrittore e giornalista americano ha scritto un libro di 430 pagine, edito da Corbaccio qualche anno fa.
Dal titolo ovviamente di “Atlantide” ed il titolo originale era più onesto: “Imagining Atlantide”. La prima edizione italiana non è freschissima, risale al 1999, ma il testo è rigorosissimo. L’indice recita: 1.Cosa ha detto Platone; 2.Chi ha scritto sull’Atlantide; 3.L’Atlantide dei Veggenti; 4.L’Atlantide degli scienziati; 5.La Creta Minoica era l’Atlantide?; 6.L’eruzione; 7.Gli insediamenti su Santorini; 8.Un muro d’acqua; 9.L’Atlantide nella narrativa e nel cinema; 10.Conclusione.
La quale conclusione (dichiaratamente condivisa dall’autore) è un capitolo di 47 pagine che in modo articolato sostiene quanto scritto sopra: e cioè che Atlantide è una bellissima e fortunatissima invenzione di Platone.

Il che, come già scritto in questo blog, lo qualifica come il primo scrittore di fantascienza della storia della letteratura, quasi 4 secoli prima di Luciano di Samosata.
Certo, Platone è anche e soprattutto un filosofo essenziale nella storia della filosofia (forse un po’ troppo “platonico”) quindi è molto di più. Inoltre “scrittore di fantascienza” lo è solo perché Atlantide ha avuto una fortuna enorme nell’immaginario collettivo dell’umanità, soprattutto in quello fantascientifico. Ma così è: letteralmente migliaia di storie sono stare scritte su questo argomento.
Atlantide ellisIl libro di Ellis è stato ristampato diverse volte e da diversi editori e l’ultima edizione è del 2005, probabilmente è ormai fuori catalogo ma di sicuro è reperibile tramite i canali delle librerie specializzate nell’usato. Per altro l’OPAC-SBN, lo dichiara reperibile in oltre 80 biblioteche pubbliche su tutto il territorio nazionale, ce n’è probabilmente una vicino a voi. A voi quindi le verifiche della attendibilità del libro.

Buona lettura.

 MASSIMO MONGAI

24 dicembre 2014 Posted by | Epistemologia, Fantascienza, News | , , | 3 commenti

Il planetario: un percorso tra archeologia e tecnologia (seconda parte)

Il planetario moderno ha mosso i suoi primi passi nella seconda metà del XVII secolo, quando furono soddisfatte due condizioni fondamentali: una conoscenza completa del cielo e un livello apprezzabile della tecnologia. Numerose, infatti, erano le difficoltà da superare per gli antichi astronomi (si veda la prima parte dell’articolo), non tanto per ricostruire la volta stellata, che varia la sua configurazione in tempi molto lunghi, quanto per rappresentare i moti apparenti, che su di essa compiono i “corpi erranti” (Sole, Luna e pianeti visibili ad occhio nudo) in conseguenza ai moti propri e a quelli di rotazione e di rivoluzione della Terra. Inoltre, per soddisfare una simulazione più convincente necessitava di ospitare le persone all’interno e di conseguenza la struttura doveva essere di grandi dimensioni.

In questa ottica la Sfera armillare Gottorp si può considerare il progenitore del planetario moderno. Si tratta di uno strumento meccanizzato costruito in Germania da Andreas Busch nel 1653: un bel manufatto, che mostrava il movimento del Sole e i pianeti allora conosciuti, raffigurati da sei angeli d’argento. In essa veniva simulato anche il moto di precessione degli equinozi, facendo ruotare il piano dell’equatore rispetto a quello dell’eclittica, che conteneva lo zodiaco, a una velocità corrispondente a una rivoluzione ogni 25.000 anni circa.

 

fig. 1_disegno del Globo di Gottorp(fig. 1 – il globo di Gottorp)

Il passo dalla sfera armillare a un globo meccanizzato fu breve ed infatti ecco nel 1664 apparire alla ribalta il Globo di Gottorp, sempre costruito da Busch in Germania per il duca Federico III di Holstein-Gottorp. Era una sfera cava di rame di poco più di tre metri di diametro e di circa tre tonnellate e mezzo di peso, sulla cui superficie esterna erano raffigurati i continenti e gli oceani della Terra e su quella interna una mappa del cielo costituita da stelle dorate. Internamente vi era posto per una dozzina di persone, che potevano così osservare il cielo da una posizione più naturale, cioè dall’interno, e percepire la simulazione della rotazione terrestre, in quanto il globo era azionato da un dispositivo idraulico, che ne permetteva la rotazione completa in 24 ore.

 

 

fig. 2_planetario van Ceulen su disegno di C. Huygens(fig.2 – il planetario di Huygens)

Anche il grande matematico, astronomo e fisico olandese Christiaan Huygens (14 aprile 1629 – 8 luglio 1695) descrisse la costruzione di un planetario meccanico, in un testo che fu pubblicato postumo, per dimostrare non solo la fondatezza del sistema eliocentrico copernicano ma anche l’ipotesi kepleriana. Le orbite, infatti, erano progettate eccentriche e il moto dei pianeti era prodotto da una serie di ruote dentate, realizzate in modo tale che il numero dei denti fosse proporzionale al periodo orbitale di ciascun pianeta e che venissero mostrate anche le rispettive variazioni di velocità. Il progetto fu ripreso nel 1682 dall’orologiaio tedesco Johannes van Ceulen, che ne realizzò un planetario da parete in legno con un diametro di circa 60 cm. e una profondità di 15, ora conservato al Museo Boerhaave, in Olanda.

fig. 3_Orrery del 1704(fig. 3 – il primo Orrery)

Sull’onda dello sviluppo tecnologico legato all’orologeria, nella prima parte del 1700 iniziò l’era degli “Orrieres”, o planetari meccanici, nome derivato dall’irlandese Charles Boyle, quarto conte di Orrery, che commissionò a John Rowley, un tecnico di George Graham, inventore londinese del pendolo compensato e costruttore di orologi, la costruzione nel 1704 del primo grande planetario dell’era moderna. Questo era costituito da un modello del sistema solare azionato da un meccanismo ad orologeria, che simulava le relative posizioni e movimenti dei pianeti e delle loro lune intorno al Sole.

fig. 4_orrery di Eise Eisinga(fig. 4 – l’Orrerey di Eisinga).

Molto particolare fu l’Orrery costruito dall’astronomo olandese Eise Jelteszn Eisinga, per dimostrare che non si sarebbe verificata nessuna apocalittica collisione nella congiunzione della Luna e dei pianeti Mercurio, Venere, Marte e Giove prevista nel 1774. Egli costruì sul soffitto del salone della sua casa un modello in scala del sistema solare, azionato da un orologio installato nella soffitta sovrastante, con il quale il periodo di rivoluzione dei pianeti allora conosciuti veniva regolato sullo stesso tempo dei pianeti reali: Saturno impiegava realmente 29,5 anni per orbitare attorno al Sole! Nel 1825 il planetario fu acquistato dallo Stato olandese, che nel 1859 lo donò alla città di Franeker ed oggi è incluso nella lista dei cento monumenti olandesi valutati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Gli orreries furono un valido strumento didattico per la divulgazione dell’astronomia durante tutto il ‘700, ma l’avvento di meccanismi più sofisticati li fece cadere in disuso e divennero degli interessanti oggetti da museo di Storia della Scienza.

 

fig. 5_globo di Atwood(fig . 5 – globo di Atwood)

Nel 1758, Roger Long, professore di astronomia e geometria presso il Pembroke College di Cambridge, prendendo spunto dal globo di Gottorp, costruì Uranium: una sfera di 5,5 metri di diametro, in cui le posizioni delle stelle non erano più disegnate ma realizzate con piccoli fori, attraverso i quali poteva penetrare la luce esterna, dando l’illusione alle 30 persone che vi potevano prendere posto, di un cielo stellato più reale. Un’ulteriore evoluzione del globo di Gottorp fu rappresentata dal globo di Atwood, una sfera di circa 5 metri di diametro, realizzata in materiali leggeri in modo da ridurne il peso e mossa da un motore elettrico, progettata e costruita nel 1912 da Wallace Atwood, direttore dell’Accademia delle Scienze di Chicago. Anche su di esso le posizioni di 692 stelle (fino alla quarta magnitudine apparente) erano rappresentate tramite forellini di diverso diametro, attraverso i quali la luce penetrava all’interno della sfera. Internamente, inoltre, una lampada mobile visualizzava la posizione del Sole, alcuni dischi mostravano la Luna con le sue fasi e le posizioni dei pianeti erano riportate sulla fascia dello zodiaco tramite un’altra serie di forellini, che potevano essere chiusi per mostrare la variazione della loro posizione nei diversi periodi. Oggi questo planetario, perfettamente funzionante, è esposto presso l’Adler Planetarium di Chicago.

Con la realizzazione dell’Orbitoscope da parte del prof. E. Hindermann di Basilea sempre nel 1912, i tempi erano maturi per la costruzione dei planetari a proiezione. In esso, infatti, per la prima volta due pianeti orbitanti attorno ad un sole centrale venivano proiettati su una superficie tramite un sistema di ombre create con una lampadina. L’inizio della Prima Guerra Mondiale, però, portò al blocco di ogni progetto in questo campo. Al termine del conflitto, Walter Bauersfeld, direttore dell’azienda ottica tedesca Zeiss di Jena, riprese gli studi sulla costruzione di un planetario commissionato alla ditta nel 1913 dall’ingegnere Oskar von Miller, fondatore e primo direttore del Museo della Tecnica di Monaco (1903). Bauersfeld, con uno staff di scienziati ed ingegneri, rivoluzionò del tutto il concetto di planetario fino a portarlo alla odierna configurazione. La sfera celeste mobile fu trasformata in una semisfera proiettata su una cupola fissa bianca e l’illuminazione esterna divenne interna e generata da una macchina rotante, posta nel centro di una sala perfettamente oscura. Nell’agosto del 1923 venne realizzata una prima cupola di 16 metri di diametro sul tetto della ditta: lo scheletro esterno era formato da una struttura metallica leggera e la parte interna da una base di legno, spruzzata di un sottile strato di cemento, successivamente dipinto di bianco.

fig. 6_proiettore Zeiss Modello I(fig. 6 – La meraviglia di Jena)

All’interno venne installato il primo proiettore Zeiss, Modello I, una macchina costituita da un corpo su cui erano posizionati dei dischi, che riportavano le posizioni di circa 4500 stelle, quale base del cielo notturno, e diversi proiettori secondari per l’illuminazione di pianeti, Luna e Sole, ciascuno dotato di movimento autonomo. Il tutto comandato con semplici interruttori elettrici!  La meraviglia di Jena era pronta e il 21 ottobre 1923, dopo essere stata smontata e trasferita al Museo della Tecnica di Monaco, Bauersfeld la inaugurò con la prima dimostrazione pubblica durante un congresso. Questo primo planetario, a parte le traversie subite durante la seconda guerra mondiale, rimase in funzione fino al 1951, anno in cui venne sostituito da un modello più moderno, Modello IV.

 

fig. 7_proiettore giattonese GOTO mod. E 5(fig. 7 – Promozione della Scienza, il modelo GOTO)

Da allora i modelli della Zeiss progredirono con il miglioramento delle macchine sotto molteplici aspetti e contemporaneamente si affacciarono sul mercato nuove case produttrici, quali la giapponese Goto che, approfittando dell’entrata in vigore in Giappone nel 1954 della legge sulla Promozione della Scienza in tutti gli ordini di insegnamento, iniziò lo studio di modelli di proiettori adatti a tale scopo. Nel 1963 uno dei modelli più piccoli di questa casa costruttrice, E-3 o E-5 (3 e 5 corrispondono all’ampiezza in metri della cupola) fu installato in ogni scuola elementare giapponese.

Un’altra casa costruttrice, la Spitz, dal nome del suo fondatore il Dr. Armand Spitz,  sviluppò un proiettore ottico di piccole dimensioni, l’”A-1″, adatto per scuole e piccoli musei, che fu prodotto e installato negli istituti scolastici statunitensi per tutti gli anni ’50. Il planetario opto-meccanico era ormai diventato un diffuso strumento per l’informazione astronomica a livello didattico, divulgativo e perfino militare!

fig. 8_planetario optomeccanico tradizionale(fig. 8 – il planetario opto-meccanico tradizionale)

In genere i modelli di ultima generazione di questo tipo di planetario (oggi molti utilizzano la fibra ottica) sono formati da una sfera cava, sulla cui superficie si aprono i fori corrispondenti alle stelle visibili ad occhio nudo, di diametro diverso in base alla grandezza della stella, e coperti da piccole lenti che ne amplificano la differenza di dimensione sulla cupola di proiezione. Proiezione assicurata da una lampadina interna di bassa potenza per creare un buon contrasto con la restante parte di sfondo scuro della superficie della cupola: il realismo dell’esperienza di visione in un planetario dipende proprio dal contrasto dinamico tra buio e luce. La sfera è dotata in genere di tre movimenti: uno rotatorio est-ovest per simulare la rotazione giornaliera della Terra, uno nord-sud per adeguare la latitudine alle diverse posizioni sulla superficie terrestre ed uno di rotazione per riprodurre l’effetto di precessione degli equinozi. Alcuni tipi di planetario sono costituiti da due sfere distinte per la simulazione dei due emisferi celesti. Lo strumento è poi corredato da un numero variabile di altri proiettori, per riprodurre i corpi del Sistema Solare con i loro movimenti e per simulare funzioni quali la Via Lattea, i crepuscoli, le coordinate astronomiche e così via.

fig. 9_esposizione di planetari portatili all'IPS Conference 2014(fig. 9 – planetari portatili in esposizione)

Ogni planetario si accoppia con una cupola di proiezione adeguata. Sono in produzione cupole da un minimo di 3m ad un massimo di 35m e ne esistono di tipo fisso o portatile; queste ultime possono essere gonfiabili in pochi minuti o realizzate in materiale leggero da costruire in poche ore. L’ americana Learning Technologies Inc. realizzò il primo planetario trasportabile nel 1977. Le cupole fisse sono oggi generalmente prodotte con profilati di alluminio molto sottili e di colore grigio tenue per diminuire la capacità riflettente della superficie ed offrire così un miglior contrasto. Nel bordo di base presentano, inoltre, il profilo dell’area circostante al planetario e un’illuminazione regolabile per simulare l’effetto dell’inquinamento luminoso.

Fino agli anni ’70 le cupole erano montate in modo orizzontale, così da corrispondere all’orizzonte naturale del cielo notturno, ed avevano i sedili reclinabili e distribuiti in modo concentrico, per favorire una visione più confortevole. Ma agli inizi del 1970 Spitz costruì la prima configurazione di cupola inclinata, con sedili disposti a gradinata per garantire una visione ottimale: iniziò così la rapida evoluzione tecnologica dei planetari, che ha portato alla vasta disponibilità attuale di modelli, controllati dal computer e sofisticati sistemi di automazione. Anche gli architetti poi si sono sbizzarriti nel creare le forme più varie per queste strutture: il planetario annesso alla Biblioteca di Alessandria in Egitto è addirittura una sfera! In alcuni moderni planetari il pavimento è di vetro, per permette agli spettatori di sentirsi al centro di una sfera, sulla cui superficie interna vengono proiettate immagini in tutte le direzioni: l’impressione è quella di galleggiare nello spazio! In altri ancora pulsanti o joystick sui braccioli dei sedili consentono al pubblico di percepire fisicamente lo spettacolo in tempo reale.

 

fig. 10_ planetario sferico ad Alessandria d'Egitto(fig. 10 – planetario sferico in Alessandria d’Egitto)

Già, spettacolo, perché è questo che oggi rappresenta la frontiera dell’evoluzione dello strumento-planetario. Nel 1967 Phillip Stern, docente presso l’Hayden Planetarium di New York, costruì il piccolo planetario Apollo, programmato per registrare lezioni e filmati, ed aprì la strada ai planetari multimediali, che non solo potevano proiettare immagini e filmati del cielo, ma erano programmati per contenere registrazioni di relazioni destinate al pubblico o a operatori scolastici di vario livello che potevano scegliere se creare il proprio prodotto o seguire il programma del planetario dal vivo. Nel 1970 fu prodotto il progenitore dell’odierno IMAX Dome, un sistema cinematografico concepito per essere proiettato sulle cupole dei planetari. E nel 1983, la ditta Evans & Sutherland installò nel Planetario Hansen di Salt Lake City in Utah il primo proiettore per planetari completamente computerizzato, il Digistar, dotato di un obiettivo fisheye unico in grado di riprodurre il cielo in tre dimensioni.

fig. 11_ proiezione fulldome sull'astronautica(fig.11 – proiezione fulldome sull’astronautica)

Inizia così l’era dei planetari a proiezione digitale, basata sulla costruzione di immagi e/o video generati da un computer e poi proiettati sulla cupola con diversi tipi di tecnologie, quali tubo catodico, LCD, DLP e proiettori laser. Il sistema di proiezione può essere a singolo proiettore montato al centro della cupola e dotato di obiettivo fisheye per diffondere la luce su tutta la sua superficie o a più proiettori (4, 5, 6 fino a 12) disposti lungo l’orizzonte della cupola, che fondono insieme le immagini senza soluzione di continuità e con un buon grado di pixel come risoluzione per migliorare l’esperienza visiva. Di fatto un planetario digitale è un sistema di proiezione simile a quello di un cinema ma con un valore aggiunto, la tecnologia video fulldome: la proiezione copre l’intera cupola semisferica della sala del planetario ed offre ulteriori possibilità, quali i wide-screen o film “avvolgenti” sui più svariati argomenti e gli spettacoli laser che combinano musica con modelli disegnati a laser; il tutto ad elevato grado di risoluzione.  E proprio la risoluzione è diventata la protagonista dei planetari d’avanguardia: una corsa all’Ultra High Definition (UHD)… 2K… 4K… 8K…

Ma alcuni planetari, a fianco delle avveniristiche tecnologie digitali, hanno ancora anche il “vecchio” proiettore opto-meccanico per creare l’emozione della visione del solo cielo stellato!

 

SIMONETTA ERCOLI

 

 

Bibliografia

1. From the Arratus Globe to the Zeiss Planetarium, Helmet, Werner, Publ. Gustav Fischer, Stuttgart, 1957. (Available only from Carl Zeiss, N.Y.)

2. Letter to Shelter Publications from Dr. W. Degenhard, Carl Zeiss, June 19, 1973.

3. James Clayton Lecture: Projection Planetarium and Shell Construction at Institution of Mechanical Engineering, London, May 10, 1957 by Professor Walter Bauersfeld.

4. Geodesic Domes and  Charts of the Heavens

5. Christiaan Huygens’, Planetarium H.H.N. Amin (1220241) WI3606, December 12, 2008

6. http://www.telacommunications.com/geodome.htm

7. http://it.wikipedia.org/wiki/Planetario

8. http://articles.adsabs.harvard.edu/cgi-bin/nph-iarticle_query?bibcode=1934PA…..42..489S&db_key=AST&page_ind=0&plate_select=NO&data_type=GIF&type=SCREEN_GIF&classic=YES

9. http://www.irem.univ-mrs.fr/IMG/pdf/huygens-delft.pdf

10. http://www.museumboerhaave.nl/object/planetarium-v09997/

11. http://www.adlerplanetarium.org/blogs/the-worlds-first-tabletop-planetarium

12. http://it.wikipedia.org/wiki/Eise_Eisinga

13. http://www.goto.co.jp/english/corporation/corpo_history.html

14. http://en.wikipedia.org/wiki/Planetarium

15. http://www.spitzinc.com/docs/history.html

5 ottobre 2014 Posted by | Epistemologia, Scienze dello Spazio | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il planetario: un percorso tra archeologia e tecnologia

Planetario tipo

Il Planetario, oggi, si presenta come uno strumento di sintesi tra la sfera celeste e la rappresentazione dei principali moti dei corpi celesti che su di essa si spostano. In passato questi due aspetti erano studiati separatamente: per la sfera celeste venivano utilizzati mappe e globi, per il moto dei corpi si utilizzavano le sfere armillari. Nel III secolo a. C., ad Alessandria d’Egitto, Eratostene costruì la prima sfera armillare, costituita da anelli metallici (armillae), ciascuno dei quali rappresentava uno dei cerchi di riferimento per l’orientamento celeste: equatore, orizzonte, eclittica, meridiani e paralleli. Tale strumento, nato come espressione del sistema geocentrico, seguì l’evoluzione delle conoscenze dell’uomo e venne adeguata al sistema eliocentrico, sostenuto da Copernico. Nei musei se ne trovano di varia dimensione e foggia, espressione del valore estetico relativo al periodo di costruzione.
Comunque, l’esigenza di rappresentare un cielo trapunto di stelle (su pareti, mappe, quadri o meglio ancora su di un soffitto, così da simulare proprio la volta celeste) risale alla notte dei tempi…
In epoca sumerica, III millennio a.C., venivano costruiti planisferi in terra cotta su cui erano riportati segmenti con l’iscrizione del nome di un mese dell’anno, associato ad una costellazione e ad un numero. Sul retro, poi, era descritta in cuneiforme la posizione di determinate stelle.

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Sempre risalenti al III millennio a.C. sono le incisioni rupestri rinvenute in Armenia, sul monte Gegama non lontano dal lago Sevan; su di esse sono raffigurate le stelle del Leone, dello Scorpione e del Sagittario, così come erano visibili ad occhio nudo. Le stelle sono rappresentate da un cerchio con un punto al centro e di diametro diverso in base alla loro luminosità. Alcuni studiosi sostengono che gli abitanti degli altopiani armeni praticavano la divisione della sfera celeste in costellazioni già molto tempo prima dei Greci e degli Egizi.
Ed ancora, datato 1.600 a.C. è un manufatto, noto come Disco di Nebra, rinvenuto in Germania una ventina  di anni fa, nel quale è rappresentato il cielo notturno.
Tra le mappe una delle più antiche, se non la più antica, è la mappa celeste cinese, risalente al VII secolo d.C., rinvenuta nella grotta di Dunhuang, in Cina, intorno agli anni cinquanta ed ora conservata presso il British Museum di Londra. Lunga circa 2 metri, mostra 1339 stelle rappresentate con tre colori diversi e organizzate in costellazioni, tra le quali sono  riconoscibili forme quali il Grande Carro e Orione.

Sicuramente le rappresentazioni più suggestive del cielo stellato sono quelle che raffigurano la volta celeste su di un soffitto. Diverse erano le motivazioni alla base della loro realizzazione, dalla pura esigenza estetica alla rappresentazione del cielo di un determinato giorno per suggellare un evento particolare.
Una delle testimonianze più antiche di rappresentazione del cielo notturno su di un soffitto è nella tomba di Senenmut, l’architetto di corte e amante della regina-faraone Hatshepsut, figlia legittima del faraone Tuthmosi I nella XVIII dinastia. Per la gloria ultraterrena della regina fu costruito il grande complesso templare di Deir el Bahari, vicino al quale si trova la toma dell’architetto; nella camera A di questa è dipinta una delle più complete rappresentazioni del cielo degli Egizi. Dalla posizione degli astri, gli scienziati sono potuti risalire al periodo della realizzazione individuato intorno al 1463 a.C.. Un altro bellissimo soffitto astronomico si trova nella tomba ipogea della bella regina Nefertari (1295-1255 a.C.), moglie del faraone egizio Ramses II, nella Valle delle Regine. Tutto il soffitto ha come sfondo un cielo stellato di un intenso blu scuro, su cui risaltano i dipinti che illustrano il viaggio verso la notte e il sonno eterni di Nefertari. Presso gli Egizi la notte era simboleggiata dalla dea del cielo Nut, rappresentata come una donna piegata ad arco sopra la terra, nell’atto di inghiottire il Sole al tramonto per partorirlo di nuovo all’alba.

2_rappresentazione dea Nut(fig.2)

Le stelle, disseminate su questo soffitto, come su tutte quelle di tombe e templi egizi, sono sempre a cinque punte: un tipo di stella (detta anche pentagramma o stella pitagorica) a figura geometrica, costruita sulla base della sezione aurea. Un altro esempio importante del periodo egizio, ma più tardo, IV-III sec. a.C., si trovava nel Tempio di Hathor a Dendera, ora in esposizione al Louvre di Parigi. Si tratta di un bassorilievo, in pietra arenaria, di forma quadrangolare che racchiude un disco centrale di 155cm. di diametro, costruito presumibilmente tra il 54 e il 21 a.C.. Esso, riconosciuto al momento come la più importante rappresentazione delle costellazioni egizie e la mappa più completa di tutto il cielo antico, si presenta come una sintesi tra le 12 costellazioni zodiacali di origine assiro-babilonese e greca, posizionate al centro, e quelle egizie che le circondano.

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Ampie volte trapunte da mosaici di stelle, generalmente prive di riferimenti astronomici, caratterizzano edifici e chiese di epoca bizantina, come il Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna (V secolo d.C.), la cui cupola è ricoperta da ben 570 stelle dorate disposte in cerchi che sembrano creare quasi un effetto di proiezione verso lo spazio infinito. E più tardi le volte affrescate del periodo medioevale, quali la Cappella degli Scrovegni a Padova, la Basilica superiore di San Francesco ad Assisi, la cattedrale di Siena, il Duomo di San Gimignano e molte altre. Un esempio diverso di volta stellata è presente identico in due monumenti fiorentini: la Sagrestia Vecchia nella chiesa di San Lorenzo e la Cappella dei Pazzi in quella di Santa Croce. Gli affreschi riportano la stessa configurazione astronomica del cielo che, dopo accurati studi, è stata identificata in quella visibile su Firenze il 4 luglio 1442, giorno in cui Renato d’Angiò arrivò nella città per chiedere un appoggio militare, per riconquistare il trono del Regno di Napoli sottrattogli da Alfonso d’Aragona.

4_Sagrestia vecchia_San Lorenzo_Firenze(fig.4)

Ed ancora, nella prima metà del Cinquecento, in periodo Rinascimentale, il cielo stellato sulla volta dell’Oratorio romanico di Santa Maria in Solario a Brescia. Particolare, invece, è la volta del salone del Collegio del Cambio a Perugia, divisa in sei spicchi triangolari ed una la vela centrale a forma di losanga, che il Perugino affrescò nel 1500. In ciascuno spicchio si trova la personificazione di un dio/pianeta abbinato a segni zodiacali e raffigurato su un carro trionfale trainato da animali. Sono presenti anche il Sole, rappresentato da Apollo, e Diana che simboleggia la Luna.

5_collegio del Cambio_Giove(fig.5)

A tutte queste espressioni di cielo stellato, però, manca un aspetto importante l’effetto tridimensionale, che si ha all’interno della cupola di un planetario. Testimonianza dei primi tentativi di costruzione di globi celesti tridimensionali si ha già nel VI e nel III secolo a.C. ma nessun reperto è giunto fino a noi. Si hanno solo documentazioni indirette, come testi, illustrazioni o addirittura mosaici, quale quello conservato nel Museo Nacional de Arte Romano a Merida, in cui è raffigurato un globo affiancato dal poeta astronomo greco Arato (III secolo a.C.), autore del poema Phoenomena e costruttore di un globo, basato sulle concezioni astronomiche di Eudosso del IV secolo a.C., anche questo andato perduto. Un particolare globo in marmo bianco, inciso da numerosi cerchi e fori, fu rinvenuto nel 1985 nella città di Matelica, mentre venivano eseguiti lavori di restauro del palazzo pretorio. Un accurato studio sia dal punto di vista astronomico che archeologico, ancora peraltro in atto, ha riconosciuto il reperto, databile tra il II e il I secolo a.C., come la sintesi tra due diversi strumenti: una sfera armillare ed un orologio solare sferico. Altro globo astronomico antico è quello in marmo di 65 cm di Ø, portato da Atlante sulle spalle, “Atlante Farnese”, scultura del II sec. d.C. forse riproduzione di un’opera antecedente, che troneggia all’ingresso del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Su di esso è scolpita la posizione occupata dalle costellazioni nel cielo, secondo il catalogo di Ipparco di Nicea del II sec. a.C..

6_atlante farnese(fig.6)

Bello il globo in legno, conservato presso il museo di Khiva (Uzbekistan) e costruito da Ulugh Bek, sovrano dell’Impero timuride ed importante astronomo e matematico del XV sec.. Su di esso sono raffigurate le principali costellazioni, secondo il catalogo delle Tavole Zig, sempre stilato dal sovrano nel 1437 e usato in Europa fino al XVII sec..

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Interessante anche quello costruito nel 1589 da Petrus Plancius (Pieter Platevoet) insieme a Jacob Floris van Langren, in cui sono raffigurate, anche se in posizione non precisa, le costellazioni dell’emisfero celeste sud.I globi, comunque, offrono una visione del cielo dall’esterno, e non quella immersiva che si ha nei planetari moderni. Per trovare una struttura concettualmente simile a questi, bisogna aspettare la metà del Seicento, almeno secondo le testimonianze storiche ed archeologiche finora raccolte. Questa si trova presso l’Antico Osservatorio Astronomico di Pechino, costruito nell’epoca delle dinastie Ming e Qing ed uno dei più antichi del mondo. La costruzione dell’osservatorio iniziò nel 1437, in sostituzione di un’antecedente torre astronomica di legno, e fu successivamente implementato prima ad opera dei musulmani e in seguito dei gesuiti; da ricordare tra questi ultimi l’importante figura di padre Matteo Ricci.

8_costellazioni sull'emisfero celeste(fig.8)

Nelle sale adiacenti al corpo principale dell’osservatorio si trova un museo dedicato all’astronomia cinese; sul tetto, invece, sono collocati gli strumenti in bronzo progettati nel 1674 dai gesuiti su commissione dell’imperatore Kangxi: un’armilla eclittica, un teodolite, un sestante e un quadrante a forma di drago. Questi, decorati in stile cinese, sostituirono le vecchie versioni mongole in uso da secoli. Altri strumenti di diversi materiali e dimensioni sono alloggiati nel piccolo parco che circonda l’osservatorio; in fondo al parco, dalla parte opposta al corpo centrale si trova una costruzione in pietra con una forma leggermente a tronco di piramide, sormontata da un emisfero in metallo. Su di esso sono rappresentate le costellazioni, con incisioni per le linee che ne definiscono il disegno e fori più o meno grandi per la simulazione delle stelle. Una piccola porta dava accesso all’interno di una camera angusta, da cui era possibile vedere l’effetto del cielo stellato guardando sulla volta traforata.

La storia dei planetari moderni era iniziata!

SIMONETTA ERCOLI

 

 

Bibliografia

1. David P. Silverman, Antico Egitto, E. Mondadori;
2. Descrizione dell’Egitto, pubblicata per ordine di Napoleone Bonaparte, Bibliotheque de L’Imagine;
3. Raccolte, I testi delle piramidi;
4. Antoine Gautier, L’observatoire du prince Ulugh Beg, in L’Astronomie, Octobre 2008, volume 122.
5. http://planet.racine.ra.it/testi/egizi.htm;
6. http://www.starlightgroup.it/index.php/approfondimenti/sotto-il-cielo-di-dendera-di-simonetta-ercoli.html
7. http://www.acacialand.com/Orion.html.
8. http://www.antiqui.it/archeoastronomia/armenia.htm
9. http://planet.racine.ra.it/testi/mesopo.htm
10. http://www.lescienze.it/news/2003/01/26/news/la_piu_antica_mappa_stellare_-588610/
11. http://www.eanweb.com/2012/astronomia-in-cina-una-storia-plurimillenaria/
12. http://it.wikipedia.org/wiki/Planetario
13. http://www.didatticarte.it
14. https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/tag/senenmut
15. http://www.cartigli.it/Graffiti_ed_iscrizioni/Senmut/Tomba%20di%20Senmut.htm
16. http://www.antiqui.it/archeoastronomia/globo.htm

28 luglio 2014 Posted by | Epistemologia, Scienze dello Spazio | , , | 2 commenti

Anche i Klingoniani hanno un’anima

Durante il “100yss Symposium” di Orlando in Florida, in cui sono state poste le basi del nuovo movimento per il volo interstellare, hanno avuto luogo un gran numero di  interventi, una buona metà dei quali riguardava la propulsione. Di questi  abbiamo parlato in un articolo precedente, mentre su altri siamo in grado di dare notizie solo ora.  Uno di quelli che ha fatto più scalpore, sopratutto per il modo pittoresco in cui è stato proposto, è l’intervento dell’esoteologo tedesco dott. Christian Weidemann, intitolato: “Gesù è morto anche per i Klingoniani?”, che, in estrema sintesi, propone  un interrogativo teologico riguardo all’efficacia del sacrificio di Cristo nei confronti di razze senzienti di altri pianeti, nello specifico dei Klingoniani, divenuti attraverso la saga di Star Trek il simbolo di ogni possibile alieno. Qui di seguito, Sergio Valzania e Christian Weidemann sottopongono ai lettori le loro analisi. Le parole dell’astrofisico gesuita Guy Consolmagno chiudono il caso.(RF)

ANIMA KLINGONIANA di Sergio Valzania

Penso che la questione vada innanzi tutto formulata in modo corretto, ossia collegandola non solo al momento storico del sacrificio, evento privilegiato dalla tradizione ortodossa che vede nella Pasqua la maggior ricorrenza liturgica dell’anno,  ma anche alla nascita di Cristo e al mistero dell’incarnazione, secondo il sentimento cattolico che individua nel Natale la grande festa fondativa del mondo,  nella celebrazione della quale la memoria della creazione e quella della salvezza si congiungono. Proprio nella messa di Natale viene letto l’incipit del vangelo di san Giovanni, dove il Cristo è presentato con le parole:
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.” (Gv 1,2-3)
Il brano evangelico sarebbe di per sé sufficiente a chiarire la questione. Il creato viene all’esistenza per mezzo del Cristo, senza la cui mediazione attiva non è stato fatto niente di ciò che esiste. Qualunque cosa faccia parte del creato è a Lui collegata e vive attraverso di Lui. Il testo non lascia dubbi di sorta.
Quanto all’evento dell’incarnazione storica avvenuta a Betlemme e congiunta in modo misterioso all’incarnazione precedente al tempo e alla storia, che ha prodotto la creazione, sono opportune alcune riflessioni, comunque rispettose della dimensione divina del sacrificio di Cristo. E’ necessario  ricordare che ci troviamo nell’ambito del mistero rivelato, ossia offerto come dono alla contemplazione dei credenti, per aiutarne la crescita spirituale. Il mistero infatti si contempla, non si scioglie, dato che la sua complessità è superiore alle possibilità dell’intelligenza umana. Non si tratta di un indovinello.
Le tre obbiezioni che sono state portate al fatto che Gesù Cristo abbia salvato anche i Klingoniani, per mantenere la forma pittoresca nella quale la questione è stata posta,  sono le seguenti:

  1. La Terra è solo un piccolo e insignificante pianeta ai margini di una sperduta galassia minore: perché mai il Cristo avrebbe dovuto nascere proprio qui?

  2. I Klingoniani non hanno avuto modo di incontrare Gesù, né di avere notizie della sua predicazione prima dell’incontro con gli uomini;

  3. I Klingoniani non sanno cos’è il peccato e quindi non possono essere riscattati da esso.

Le risposte a tali obbiezioni sono molto semplici e immediate.
Cristo ha deciso di nascere in una stalla, in un paesino di una provincia marginale dell’impero romano. La collocazione galattica è omogenea a quella scelta sulla Terra. Semmai la perifericità del nostro pianeta vale di conferma al fatto che Cristo vi sia nato. Se non lo avesse fatto qui sarebbe stato in un posto simile.
“Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore.” (Is 45,15)
La seconda obbiezione non è esclusiva dei Klingoniani. Molti uomini e molte donne sono nati e vissuti prima dell’avvento storico di Cristo e molti altri non hanno avuto notizia della predicazione evangelica anche se al momento della loro nascita essa era già avvenuta. Questo non significa che Cristo non abbia salvato anche loro. Egli è venuto per tutti gli uomini e le donne e gli esseri senzienti di tutti i tempi. Egli prima crea e poi salva l’universo, Klingoniani e alieni compresi. Il concetto di umanità coincide con quello di creazione. L’atto divino non conosce limiti né di spazio né di tempo. Altrimenti perderebbe il suo carattere di assoluto.
Riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere.” (Qo 3,14)
L’ultima obbiezione, relativa al peccato, ha un sapore protestante. La riflessione di Lutero e Calvino, a seguito di quella agostiniana, ha approfondito questo genere di argomenti. Innanzi tutto va ricordato che è il senso etico e non l’intelligenza a rendere senzienti le creature. Un uomo e una donna sono esseri senzienti perché sanno distinguere il bene dal male; altrimenti sarebbero senzienti anche i computer. Tornando al tema della salvezza, bisogna ricordare che Gesù salva dalla morte, non dal peccato. Il dono che egli reca è la vita eterna, attraverso di Lui siamo liberati dalla morte, fisica e spirituale. Lui è la via, la verità è la vita che ci conducono e uniscono al Padre. Che ama e accoglie noi uomini e donne come i klingoniani e le klingoniane.
“Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).

CONTRO IL GEOCENTRISMO TRADIZIONALISTA,  di Christian Weidemann

Prima di tutto permettetemi di chiarire un possibile malinteso. Io non sto affermando che gli autori convinti che un evento storico sulla Terra abbia salvato l’intero cosmo abitato siano per questo colpevoli di una sorta di arroganza antropocentrica o di “sciovinismo intergalattico” – anzi il contrario. Si consideri, per esempio, l’umile retorica con cui il teologo e sostenitore del geocentrismo soteriologico (la disciplina che pone la Terra al centro del progetto divino di salvezza cosmica) del XIX secolo Joseph Pohle conclude il suo libro sull’argomento:
“Dio è sceso sulla Terra, anche se, da un punto di vista cosmico, è uno dei più insignificanti e miseri corpi celesti. E’ in questo che risiede il vero carattere divino del suo atto salvifico: Dio non sceglie il grande e il potente, ma si prende cura del debole e del piccolo con sguardo amorevole. Non in un palazzo reale è nato il verbo incarnato, ma in una mangiatoia; non sullo splendido pianeta di un qualche bel sistema stellare binario Dio si è fatto uomo, ma su questo minuscolo granello di sabbia, la Terra.”
Il problema del geocentrismo soteriologico non è di natura morale ma riguarda i principi e il metodo della ricerca scientifica. Come il marchio tolemaico del geocentrismo, esso viola palesemente il Principio di Mediocrità (PM). Ecco una semplice applicazione di tale principio:
“Supponiamo che una donna si svegli in una stanza vuota e senza finestre in preda a un attacco di amnesia retrograda. Ha perso tutte le sue memorie personali, non ricorda nemmeno come si chiama la lingua che parla. Ma le sue conoscenze demogeografiche sono invece rimaste intatte. Per avere un qualche punto di partenza comincia quindi a chiedersi di che nazionalità potrebbe essere. E conclude che ha molte probabilità di essere cinese o indiana.”

Questa deduzione sembra perfettamente ragionevole, eppure qualcuno potrebbe obiettare: “Ma la signora non potrebbe essere del Liechtenstein?” Cerco che potrebbe, ma è piuttosto improbabile. Nella stessa linea, se Dio si è incarnato una sola volta, non dovremmo aspettarci senza una forte argomentazione di vivere sul “pianeta prescelto”. Si potrebbe obiettare, tuttavia, che l’influenza del (PM) che ci insegna a considerare media la nostra posizione, diminuisce all’aumentare delle informazioni che abbiamo sulla nostra effettiva condizione. Un osservatore dovrebbe ragionare come se fosse un  campione preso a caso tra tutti gli osservatori intelligenti che compongono la sua classe di riferimento, a meno che non abbia una prova inattaccabile del contrario. Se un giocatore del superenalotto non riesce a seguire l’estrazione dei numeri vincenti dovrebbe, fino a prova contraria, supporre che la propria posizione tra tutti quelli che come lui hanno giocato, è media, cioè che non ha vinto. Ma leggendo sul giornale che la sua combinazione è stata estratta, o telefonando agli organizzatori della lotteria o, finalmente controllando il suo conto in banca, potrebbe scoprire che, invece, la sua posizione è piuttosto particolare.

Allo stesso modo, esiste forse una prova che la Terra svolga un ruolo speciale nel progetto divino per la salvezza cosmica, cioè che Dio (o la seconda persona della Trinità) abbia scelto il nostro pianeta tra miliardi di candidati come palcoscenico della sua  incarnazione? Io credo di no.
Tanto per cominciare, la probabilità di trovarsi esattamente sul pianeta che Dio sceglie tra miliardi o trilioni di alternative per la sua unica incarnazione, è ancora più bassa di quella di riuscire a indovinare i numeri del superenalotto. Indubbiamente ci sono stati alcuni interessanti tentativi di addurre argomenti induttivi a favore della storicità della resurrezione di Gesù. Pur con i loro eventuali meriti, tali ragionamenti possono, nella migliore delle ipotesi, rendere verosimile che l’evento miracoloso (cioè naturalisticamente inspiegabile), si sia verificato 2000 anni fa nel Vicino Oriente. Però, tali ragionamenti non sono in grado di dimostrare, in linea di principio, che l’allora protagonista, Gesù di Nazaret, era, benché in tutto e per tutto umano, lui stesso Dio! La cristologia dell’incarnazione dei concili di Nicea e Calcedonia è stata il risultato di un posteriore processo di interpretazione e razionalizzazione teologica che, almeno a quanto ne so, non aveva mai tenuto conto del fatto che Dio probabilmente aveva miriadi di altri “mondi ugualmente dipendenti dalla sua protezione” (Th. Paine), mondi nei quali avrebbe potuto, in alternativa, incarnarsi.

Sicuramente la maggior parte dei cristiani non credono in Gesù come “figlio di Dio“ perché convinti a farlo da argomentazioni induttive o a priori. Che Gesù fosse Dio incarnato, che abbia sofferto e sia resuscitato dai morti, sembra loro semplicemente vero – senza tanti ragionamenti elaborati. Molti pensatori cristiani hanno provato a dimostrare che avere fede nelle parole di una presunta rivelazione o in un’esperienza religiosa può essere ragionevole anche senza avere a disposizione evidenze empiriche o argomentazioni filosofiche.
Potrebbero bastare due osservazioni: la prima, e più importante, è che ci sono seri dubbi sul fatto che un’incarnazione divina possa essere sperimentata in quanto tale o che possa essere l’oggetto di una rivelazione o di credenze propriamente fondamentali in quanto tale. Una cosa è sperimentare una presenza divina, o formarsi, leggendo le Scritture, la credenza fondamentale che Gesù è resuscitato dai morti; è tutt’altra cosa avere l’esperienza o la credenza fondamentale che un concetto così astratto come l’incarnazione divina è stato esemplificato in Gesù. Nessuno accetterebbe affermazioni quali: “Ho l’impressione che la teoria delle stringhe sia proprio sbagliata” o “il realismo metafisico mi sembra proprio vero” come giustificazioni sostenibili delle corrispondenti credenze scientifiche o filosofiche,
perlomeno se avanzate senza dare ulteriori argomentazioni.

Perché la Cristologia, che implica concetti altrettanto difficili e oscuri, dovrebbe essere diversa? Secondo, anche ammesso che, per impossibile, la fede in un’incarnazione divina potesse essere giustificata sulla base della sola esperienza religiosa, o della formazione culturale o della rivelazione, non otterrebbe per questo uno stato di incorreggibilità o infallibilità. Anche la mia credenza fondamentale (che si suppone più che evidente), che davanti a me c’è una scrivania, sarebbe sconfitta se scoprissi che mia moglie ha versato dell’LSD nel caffè che ho bevuto a colazione. I cristiani tradizionalisti accettano, almeno implicitamente, che le loro credenze religiose fondamentali siano soggette a correzione. Un buon esempio sono i casi di delirio religioso. Supponiamo che un cristiano affermi: “Sono assolutamente certo che Dio mi abbia detto di mettere una bomba nelle scuole degli infedeli.” E’ da sperare che, in una situazione del genere, ogni persona sana di mente, credente o atea che sia, considererebbe cosa buona e giusta allontanare il cristiano in oggetto dal suo credo religioso (se necessario in un centro di igiene mentale).

Partendo da questo assunto, non rimangono più possibilità per negare, a priori, che la credenza fondamentale o la presunta verità rivelata dell’incarnazione di Dio in Terra, potrebbe venire sconfitta dalla scoperta che l’ipotesi dell’esistenza di alieni intelligenti è vera. Ed esistono argomenti all’apparenza solidi per ritenere che sarebbe effettivamente sconfitta. (traduzione di Beatrice Parisi)

Fin qui  Christian Weidemann. Per completezza diamo ora notizia che Guy Consolmagno, ricercatore presso la Specola Vaticana, l’osservatorio della Santa Sede a Castelgandolfo, ha concesso un’intervista a Roberto Allegri, che è stata pubblicata sul sito Segnidalcielo.it. Alla domanda “Se gli alieni esistessero davvero, dovremmo considerarli nostri fratelli, anch’essi figli di Dio?” il religioso americano ha risposto: «Siamo tutti creature di Dio. Qualsiasi essere in grado di “consapevolezza” di sé e dell’esistenza degli altri, e che è libero di scegliere di amare gli altri o di rifiutarli, secondo san Tommaso d’Aquino avrebbe i tratti dell’animo umano, cioè fatto “a immagine e somiglianza di Dio”. Quindi, se gli extraterrestri avessero queste caratteristiche di “intelligenza” e di “libero arbitrio”, non solo sarebbero nostri fratelli ma condividerebbero con noi la stessa “immagine e somiglianza”.» (RF)

16 febbraio 2012 Posted by | Epistemologia, Volo Interstellare | , , , , , , | 3 commenti

Il volo di Majorana

Andrea Angiolino è noto nel mondo dei giochi (o forse sarebbe meglio dire del Gioco?) per le sue numerose produzioni ludiche, dai giochi di ruolo ad ambientazione storica (I Cavalieri del Tempio, Orlando Furioso) a simulazioni di battaglie aeree (Wings of War). Ora si è anche cimentato nella scrittura.

Parliamo de “Il Volo di Majorana” (edizioni Boopen LED, 116 pagine, euro 10), dove il Majorana di cui si dice nel titolo è proprio quell’Ettore Majorana misteriosamente scomparso nel 1938, quando in Europa si respirava un’aria molto pesante. Mi piace pensare che la scintilla da cui Angiolino è partito per scrivere il libro, sia dovuta alla sua nota passione per il volo, e questo l’abbia portato a far scomparire Majorana grazie proprio ad un aereo da lui stesso “costruito”, idea veramente geniale e in linea con il personaggio.

Dunque la sera del 25 marzo 1938 Majorana si imbarca a Napoli sul postale per Palermo lasciando una lettera per i genitori e una al suo collega Antonio Carrelli che insegnava Fisica Sperimentale nella stessa facoltà di Majorana. Nella lettera manifesta la sua intenzione di togliersi la vita durante il viaggio, ma per qualche motivo non porta a termine il suo insano progetto e l’indomani giunto a Palermo scrive un telegramma a Carrelli in cui lo invita a non tener conto della lettera, avrebbero parlato a voce di tutto l’indomani al suo rientro da Palermo, sempre con il medesimo postale. Ma Majorana non scenderà mai da quel piroscafo e nonostante le ricerche ordinate dallo stesso Mussolini, del giovane fisco si perderà ogni traccia.

La prima parte del libro è proprio incentrata sulla ricostruzione di ciò che lo scienziato avrebbe fatto una volta sceso dal Postale Napoli-Palermo e spiccato il famoso volo. In queste prime pagine a volte il racconto pecca di qualche ingenuità, il personaggio di Majorana sembra una figurina di cartone che mostra o il fronte o il retro ma poco ci dice, o vuol dire, della complessità della sua personalità. Ma in fondo il romanzo di Angiolino non vuole essere niente di più che un divertissement, un gioco dove i nomi e le situazioni sono presi in prestito dalla Storia per scrivere una storia che, comunque, tiene ben desta l’attenzione del lettore. Accettiamo dunque di buon grado che Majorana si aggiri per l’Italia e per l’Europa dopo il suo “volo” cercando di capire cosa sia successo e soprattutto se la sua invenzione funzioni davvero. Non credo di svelare molto al lettore, lo saprebbe comunque dopo poche pagine dall’inizio, dicendo che il progetto a cui stava lavorando Majorana, altro mistero nel mistero della sua scomparsa, fosse la macchina del tempo.

A questo punto anche il lettore dovrebbe avere a disposizione una macchina del tempo per saltare dalla prima parte del romanzo all’ultima. Le due parti centrali acuiscono il peccato originale dell’ingenuità della scrittura e della bidimensionalità dei personaggi. Si potrebbe obbiettare che non si tratta di un bildungsroman di scuola tedesca, ma di un semplice romanzo di fantascienza appartenente alla categoria del pulp, e quindi non si pretende profondità ma estensione, avventura, colpi di scena, luce sul comodino accesa tutta la notte finché non si è letta la parola fine. Ma così non è. Non posso rivelare la trama, ma certo se leggendo la prima parte vi siete dimenticati sul fuoco la pentola per gli spaghetti e l’acqua è tutta evaporata, nelle seguenti pagine vi alzerete spesso per vedere se l’acqua bolle. Majorana scompare di nuovo (e stavolta sappiamo che a farlo inopinatamente è proprio Angiolino) e l’uso che si fa della sua invenzione è un mero artificio letterario per parlare di Storia, ovvero battaglie eventi epocali naturali e politici.

L’ultima parte del libro rialza il tono del racconto e chiude il cerchio risolvendo in maniera intelligente, che si ricollega dottamente alla vulgata di un Majorana vivo e vegeto come un Elvis ante litteram, una serie di paradossi temporali che si erano creati nel corso del romanzo. Se prima di leggere il romanzo di Angiolino vi sarete letti “La Scomparsa di Majorana” di Leonardo Sciascia, potrete apprezzare in pieno la genialità di Angiolino nel raccordare la fantasia con la cronaca reale, dando al mistero una soluzione più che plausibile (in termini fantascientifici, s’intende).

Il discorso si potrebbe chiudere qui ma leggendo i ringraziamenti, operazione che consiglio di fare sempre quando si legge un libro, scopro che il romanzo nasce come estensione di un racconto, “Raggiungendo il Tramonto”, pubblicato, sempre da Angiolino, qualche tempo prima. Ecco dunque perché la parte centrale, anche se funzionale al finale, risulta un po’ troppo verbosa e priva di vera carica emozionale. Acquistatelo su http://www.boopen.it

RICCARDO MONTELEONE

Questo articolo rappresenta il nostro contributo a “Il Carnevale della Fisica” #19

13 maggio 2011 Posted by | Epistemologia | , | Lascia un commento

Anomalo è bello !

Forse Queneau, Enciclopedia delle scienze anomale, grazie a un articolatissimo sistema di rimandi, può trasformarsi in una sorta di romanzo ipertestuale che si costruisce di volta in volta sulla base della curiosità e del gradimento personali. L’ispirazione del volume è dichiarata nel titolo: gli autori prendono spunto da un’ opera incompiuta di Raymond Queneau, lo scrittore francese vicino ai surre­alisti che, a partire dagli anni ’20, sviluppò una ricerca sul linguaggio perseguendo una relazione continua tra innovazione e rigore matematico e filologico dell’e­spressione. “L’enciclopedia delle scienze inesatte”, così si intitola­va il lavoro di Queneau, era dedicato ai fous littéraires (pazzi letterari), cioè a tutti quegli autori di qualsiasi disciplina che, con le loro teorie strampalate, si allon­tanano dalla norma codificata dalla società, ed era molto influenzata dal gusto, tipicamente surrealista, dell’au­tore per il bizzarro e l’insolito. Le motivazioni che hanno indotto Albani e della Bella alla realizzazione della loro Enciclopedia sono invece leggermente diverse. La descrivono come una raccolta di curiosità allestita “per documentare alcuni aspetti inusitati e sor­prendenti che si accompagnano e vivacizzano il mondo della scienza”, ma soprattutto affermano che la ragione del progetto va ricercata “nella funzione stimo-latrice e tonica, che, malgrado tutto, svolgono gli indi­rizzi eterodossi.” Non sfuggirà quanto di ludico ci sia in questa affer­mazione e, infatti, il termine ludico compare più e più volte nell’enciclopedia anche se, a dire il vero, i temi strettamente “tecnici” sono pochi e quasi tutti collegati al linguaggio (ludolinguistica, ludogrammatica, ecc.). Impariamo però, e forse anche tra i più appassionati giocatori non sono in molti a saperlo, che esiste una Teoria dell’Abilità di Giocatore, e cioè la “dottrina su come essere vincenti nel gioco senza ingannare”, elabo­rata in chiave umoristica da Stephen Potter nel libro The Theory and Practise of Gamesmanship; or thè Art ofWinning Games without actually Cheating (1947).” Le scienze trattate sono divise in due categorie princi­pali, Scienze Anomale e Scienze Improbabili, che si suddividono le prime in Alternative, Potenziali, Occulte, Dimenticate e le seconde in Eteroclite, Letterarie, Comiche e Utopiche. Il campo è, come si vede, molto ampio e, come avvisano con grande correttezza gli autori, non esaustivo. Molte voci sono accompagnate da schede di approfondimento, citazioni e figure, che ren­dono la lettura assai gradevole. A dare un senso unitario all’opera contribuisce la bella introduzione di Paolo Rossi, che, lo precisiamo per evitare malintesi, non è né il calciatore né l’attore, ma bensì uno dei maggiori storici della scienza europei. Ciononostante il confine tra buona fede e fanfaronata, tra scientificità e follia, resta indefinito e vago se non, forse, nella divisione per argomenti che fanno gli autori. Ma, in fondo, che importanza ha? Dopo tutto Forse Queneau non vuole dimostrare nulla, ma solo raccontare le impreviste vie che segue il pensiero umano e la sua immensa capacità creativa. (A.BACCA)

Fonti:  Agonistika News n.33

6 novembre 2010 Posted by | Epistemologia | | Lascia un commento

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