Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Del ritorno dello Hobbit

hobbit4Non si dice nulla di nuovo ricordando che J.R.R.Tolkien a 120 anni dalla nascita e a 40 dalla morte è l’autore forse più famoso dell’orbe terraqueo – cosa che mai e poi mai avrebbe potuto immaginarsi – con le sue 80 milioni di copie vendute del Signore degli Anelli, tradotto in oltre 50 lingue, le più varie e improbabili. Un vero e proprio autore “cattolico”, ma intendendo il termine secondo l’etimologia originale, greca: katholikòs, vale a dire, appunto, universale. Perché il senso mitico-simbolico ed i valori archetipici dei suoi personaggi e degli eventi descritti, dei sentimenti che lo pervadono sono validi per tutte le culture del mondo e affondano nell’intimo dell’animo umano.

E pensare che lui, il mite professore di Oxford che amava i draghi e si sentiva in tutto e per tutto uno hobbit eccetto che per l’altezza, aveva pensato di scrivere la sua opera complessiva – dalla cosmologia del Silmarillion al romanzo per l’infanzia Lo Hobbit al monumentale seguito per tutte le età Il Signore degli Anelli – con uno scopo nobile e impossibile allo stesso tempo: fornire di una mitologia di riferimento la sua patria, la Gran Bretagna, che, a differenza di altre nazioni europee, a suo giudizio ne era priva. Mitologia, quindi: epica, epopea, saga. Ci riuscì egregiamente ma, così facendo, non si rese conto di aver scritto un qualcosa adatto a tutti i Paesi, non solo la Gran Bretagna e l’Occidente, almeno quelli che, attraverso i loro lettori, si riconoscevano e si rispecchiavano nella “visione del mondo” espressa esplicitamente e implicitamente nella sua intera opera. Tolkien ha scritto, infatti, qualcosa che nella letteratura del Novecento occidentale era assente da secoli. Una storia epica, che più epica non si può, le cui radici affondano nei grandi poemi dell’umanità, nelle epopee degli indoeuropei, nelle grandi saghe nordiche, nella “materia di Bretagna” e nelle storie cavalleresche.

Ma c’era anche un altro intento, non meno fondamentale per la sua mentalità e il suo carattere: quello di dare un volto, un nome, una fisicità, un retroterra culturale e sacro alle lingue che andava inventando sin da ragazzino. Quello che in un famoso saggio, illuminante e autoironico, definì il suo “vizio segreto” (ora in Il medioevo e il fantastico Bompiani), un vizio da nascondere anche quando era diventato un apprezzato filologo. Chi parlava il quenya e il sindarin? Che aspetto aveva? Insomma, non più nomina sunt consequentia rerum, ma viceversa res sunt consequentia nominarum! Come in ogni mito cosmogonico che si rispetti: nominare le cose conferisce loro l’esistenza. E poi quella parola: hobbit. Sul retro bianco del compito di uno dei suoi allievi aveva scribacchiato, nel 1928/1930, una frase: “In a hole in the ground there lived a hobbit” (In un buco nella terra viveva uno hobbit): ma chi era mai? come si presentava? Com’era fatto?

Quando i suoi figli erano piccoli iniziò a raccontare la storia di questo “mezzouomo”, poi la mise per iscritto, poi il testo passò tramite un’amica nelle mani di una redattrice del’editore Unwin: la apprezzò molto e la propose per la pubblicazione. Il libro uscì nel 1937, ottenne un bel successo e buone recensioni, anche un premio come miglior libro per ragazzi. Ma ci fu anche chi, nell’ambiente accademico e tra la citica “militante”, lo accusò di “fuga dalla realtà”. Vecchia storia che si ripete ancora oggi. La sua conferenza del 1939 On fairy-stories (Sulle fiabe, anch’essa in Il medioevo il fantastico) fu la sua risposta con l’apologia della fiaba e della storia fantastica, la teorizzazione del Mondo Secondario di cui lo scrittore è una specie di demiurgo, un sotto-dio che ne crea tutti i particolari come Dio ha creato il Mondo Primario, il nostro, e la famosissima distinzione fra la condannabile “fuga del disertore” di fronte al nemico e encomiabile “evasione del prigioniero” dal carcere della Realtà che lo circonda.

Da tutto ciò si può capire anche il motivo per cui Tolkien e la sua opera siano sempre più apprezzati (anche se qualcuno ci ha ripensato, come si vedrà): la Realtà si fa viepiù insopportabile e lui propone in contrasto un Mondo Secondario in cui vigono valori alternativi non-materialistici, non-economicisti, decisamente anti-moderni ancora adesso messi al bando dall’ufficialità.. Essendo la sua opera, come venne definita, “la fiaba più lunga del mondo”,ne ha tutte le caratteristiche e sviluppa tutte le funzioni di questo nobile genere letterario.

hobbit1L’occasione del primo dei tre film che Peter Jackson ha tratto da Lo Hobbit, e giunto in Italia a metà dicembre 2012, riporterà alla ribalta tutti gli altri del professore oxoniense, anche se non hanno bisogno di alcun “rilancio” vendendosi essi sempre regolarmente senza alcuna pubblicità, veri e propri long-sellers, ormai veri e propri classici letti da tutti e dappertutto. Tanto più che il regista ha avuto l’intelligente idea di sottolineare, con aggiunte opportune e non incongrue, il collegamento fra Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli presentandolo come vero prologo di quest’ultimo (il che risulterà evidentissimo nel terzo film del 2014), cosa cui ovviamente Tolkien non pensava nel 1937, accentuandone anche la carica epico-avventurosa.

Però l’occasione ha consentito alla Bompiani di quasi completare una operazione iniziata dieci anni fa quando, in concomitanza con la trilogia di Peter Jackson, pubblicò dopo trent’anni, la prima vera revisione della storica traduzione rusconiana del 1970. Furono oltre 500 gli emendamenti ne Il Signore degli Anelli a cura della Società Tolkieniana Italiana (STI) anche se diversi altri se ne dovrebbero fare). Oggi, grazie alla nuova traduzione di Caterina Ciuferri e alla supervisione di Paolo Paron, fondatore della STI e attuale suo presidente onorario, anche per Lo hobbit è stata effettuata la medesima operazione dato che la vecchia traduzione adelphiana del 1973, giusto quaranta anni fa, risultava ormai incongrua: l’incipit ad esempio non è più “In una caverna sotto terra viveva uno hobbit”, ma quello riportato in precedenza: “In un buco nella terra…”. E poi non ci sono più i ridicoli “orchetti” ma veri e propri orchi, non più “Uomini Neri” ma spaventosi Troll e così via. E anche lo stile generale risulta adesso più adeguato all’originale tolkieniano. Peccato, lo si deve dire con rammarico, che questa operazione sia stata limitata al romanzo in sé, vale a dire al volume de Lo hobbit, è non invece al preziosissimo Lo hobbit annotato, a cura di Douglas Anderson, anch’esso ristampato, che comprende oltre alla nuova traduzione della Ciuferri un imponente e definitivo apparato critico che, ahinoi, non è stato affatto curato a dovere e così contiene parecchi refusi (es. Dogdson per Dodgson, 1948 per 1848), imprecisioni di traduzione (es. classificava per ordinava) e incongruenze di termini rispetto alla ormai consolidata vulgata tolkieniana (ed. Sulle storie di fate per Sulle fiabe). Inoltre, il formato piccolo, rispetto a quello grande e ampio deIla precedente edizione dell’opera (1991) ne penalizza alquanto la lettura specie nelle didascalie e nelle note parecchio aumentate e valorizza poco le moltissime e importanti immagini. Comprensibile la decisione di offrire ad un basso prezzo l’opera in occasione del film, ma è veramente auspicabile che a tempo debito i due testi siano ripresentati nel formato conforme della collana maggiore che ospita tutte le altre opere del professore, elegante, ben curata, ottimamente leggibile, in modo da aver così un corpus unico.

Film e libri ovviamente hanno provocato tutta una serie di opinioni e commenti in merito. Uno in particolare mi sembra adatto per una messa a punto che potremmo definire “filologica”. Commenti e opinioni che sono comunque il sintomo del trascorrere del tempo e di come, per questo inevitabile aspetto della vita, emergano punti di vista quasi riassuntivi di una intera generazione.

Sicché, si potrebbe esclamare dopo tanti anni: così va il mondo! Da giovani – appunto otto lustri fa – si compra Lo Hobbit edito da Adelphi e ci si innamora del mondo creato da Tolkien al punto da chiamare il proprio cane “Bilbo”, poverino (lo hobbit non il cane). Ma il tempo, ahinoi, passa inesorabile, s’invecchia, si hanno resipiscenze senili, ci si pente e adesso il fantasy di Tolkien viene talmente in uggia che “inquieta”, “continua a non piacere” dato che non è affatto vero fantastico..

Questa sorprendente confessione è apparsa su Panorama del 9 gennaio 2013 e la firma Roberto Barbolini che di un certo fantastico inquietante e criptico ha permeato alcune sue opere narrative. Il film di Jackson non ha scatenato le polemiche idiote, al limite del demenziale, di dieci anni fa all’epoca del Signore degli Anelli, ma ha invece portato alla luce inaspettati problemi personali. All’inizio degli anni Duemila ci furono nomi della cultura di sinistra che ammettevano alfine la “colpa” di aver letto di nascosto le “opere proibite” del professore di Oxford nonostante i tassativi divieti dei collettivi (*); ora emergono le meditate perplessità di altri insospettati. Che nascono però da equivoci e da fraintendimenti sul senso del fantastico come sistema immaginativo e genere letterario. (*)[nota dell’editore: l’autore si riferisce alle posizioni assunte sia dai collettivi studenteschi romani che dalla sinistra ufficiale nei primi anni ’70. Queste posizioni furono presto abbandonate negli ambienti movimentisti. Allora, come oggi, l’autore e io avevamo idee politiche di segno opposto. Durante l’occupazione della Sapienza nel 1977 frequentavo il collettivo di lettere e ricordo bene che Tolkien era conosciuto, letto e apprezzato.]

hobbit6E’ infatti di questo che si deve parlare in generale, dato che il termine fantasy, di cui si abusa, non è qualcosa di autonomo: prima del 1970 infatti nel lessico specialistico italiano non veniva utilizzato al posto di fantastico (c’erano invece specifici heroic fantasy, science fantasy ecc,) e venne inizialmente ripreso dall’inglese nelle pubblicità editoriali per poi entrare nell’uso comune come sinonimo, o al posto di fantastico. La contrapposizione fantasy/fantastico è quindi artificiosa e artificiale, lessicale non contenutistica anche se col tempo qui in Italia il primo termine si tende a riferirlo alla narrativa non solo di Tolkien, ma di tutti gli autori che a lui si ispirano creando mondi alternativi, mentre il secondo lo si vuol riferire alla narrativa di tipo “classico”.

Questo è tanto vero che negli Stati Uniti tale differenza non esiste: una rivista che si chiamava The Magazine of Fantasy and Science Fiction, nata nel 1949, intendeva per fantasy tutto quel che non era pura fantascienza e vi comprendeva una congerie di temi che andavano dal Mondo Secondario (anche se allora non lo chiamavano ancora così) di Newhon creato da Fritz Leiber alle storie di fantasmi o “insolite”. E negli anni Sessanta L.Sprague de Camp inventò la definizione di heroic fantasy per riferirsi alle storie fantastiche ambientate in mondi medievaleggianti o barbari “alla Conan” (lo stesso Leiber propose anche sword and sorcery). E dopo il successo de Il Signore degli Anelli non mi pare proprio che venne coniato un termine specifico, ed heroic fantasy gli si adatterebbe benissimo perché proprio di questo si tratta..

In realtà, la vera differenza sta nelle varie modulazioni del fantastico stesso, che non è uniforme, ma “fantastico” resta sempre.

Barbolini cita Roger Caillois e fa bene. Caillois è un teorico-chave per capire come si debba correttamente intendere il fantastico: altro che Todorov! Soltanto che la definizione del sociologo francese secondo cui il fantastico nasce quando un qualcosa di Inaudito, Inammissibile, Impensabile fa irruzione nella Realtà e la scardina e sconvolge, non è il solo “fantastico” esistente. Il vampiro, lo spettro, il revenant, il lupo mannaro, il mostro una volta, ma anche l’entità di Lovecraft, lo zombi, l’alieno e addirittura Mary Poppins oggi, “contestano”, se così si può dire, la Realtà presentandone una alternativa parziale, sommovendola settorialmente. Ma vi è anche un altro aspetto del fantastico, quello totalizzante: la creazione di un intero mondo d’immaginazione (che, come si è ricordato in precedenza, il nostro filologo definì Secondary World rispetto a quello vero che è il Mondo Primario) che proprio in quanto tale si pone come alternativa complessiva alla nostra realtà, la “cointesta” tutta, integralmente, radicalmente: non solo la Terra di Mezzo, ma anche l’Era Hyboriana di Howard, Gormenghast di Peake e Narnia di Lewis – anche se questi hanno contatti col nostro mondo – e tutti gli altri Mondi Secondari inventati con maggiore o minore originalità dagli scrittori angloamericani dagli anni Settanta in poi su ispirazione di Tolkien.

E’ questo l’equivoco in cui Barbolini cadde: ritenere che il fantasy non sia vero “fantastico”: “Non sopporto il fantasy perché è il contrario del fantastico come crepa salutare del reale”, mentre “il mondo di Tolkien è preciso come un orologio svizzero”, “mai una smagliatura”, addirittura “plumbea armatura di certezze filologiche applicate a un’epica immaginaria, ambientata in un mondo dove tutto, sino al minimo dettaglio è assolutamente esatto”. Questa precisione, questa assenza di ”smagliature” per Barbolini appaga il lettore: “l’immaginario si sostituisce monoliticamente al reale invece di metterlo salutarmente in crisi”. Da qui, per lo scrittore, il suo successo planetario pluridecennale.

L’errore di fondo del ragionamento sta in questa concezione. E’ invece proprio il fantastico radicale e totalizzante del professore oxoniense che di per se stesso mette in crisi l’intero Reale che conosciamo perché è alternativo ad esso non solo materialmente ma soprattutto in quei valori che il mondo di oggi, così come quello in cui Tolkien scriveva, ha respinto, rigettato, sbeffeggiato, calunniato e che invece i lettori di ieri o odierni ancora chiedono e cercano, proprio come nelle fiabe migliori. E riemergono da quell’essersi calati in una lettura senza tempo (acronologica, quindi mitica, diceva Eliade) ritemprati idealmente e rinvigoriti moralmente come già notava trent’anni fa Franco Cardini. Ecco il motivo profondo del successo in specie del Signore degli Anelli, motivo ancor oggi difficile da accettare per certuni.

hobbit2E del resto, chi ha detto che nella precisamente e minuziosamente ricostruita Terra di Mezzo dove tutto è come un “orologio svizzero”, non esistono quel “tarlo”, quella “faglia limbica”, quella “crepa”, quella “smagliatura” invocati da Barbolini qualì segni distintivi del fantastico vero, tali quindi da incrinare la “realtà” dell’ immaginariio mondo ideato da Tolkien? Mondo vero, peraltro, come egli stesso affermava. E proprio perchétutto questo elemento perturbante (per usare il termine freudiano) che incrina la sua realtà c’è, esiste, econme… Sauron, Saruman, i Nazgul, gli orchi, Shelob, i troll: essi vogliono scardinare, aprire una falla, una crepa, perturbare appunto, la concreta trama di quel mondo, irrompendo con la loro alterità malvagia in esso, così cercando d’imporre un nuovo ordine di terrore ed orrore da sostituirsi alla normalità.

Non esiste allora, a mio parere, alcuna dicotomia sostanziale tra fantasy e fantastico, ma semplicemente si deve intendere il fantastico nei sue due aspetti fondamentali: quello parziale dell’irruzione dell’Inaspettato, e quello totale della sostituzione integrale di un mondo alternativo al Reale che conosciamo.

Certo, può esistere come per ogni fenomeno di costume e genere letterario anche un “conformismo” del fantastico che lo rende alla fine stucchevole e ripetitivo, ma questo nasce dalla sua mercificazione e mistificazione, che non sono nemmeno nate con film, videogiochi e internet come ritiene Barbolini: già se ne parlava negli anni Ottanta quando le imitazioni letterarie di Tolkien dilagavano e pochissimi sapevano essere originali.

GIANFRANCO DE TURRIS

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27 febbraio 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , , | Lascia un commento

British Interplanetary Society (BIS) apre a Roma la sezione italiana

BIS è il più importante gruppo inglese di esperti nel settore delle scienze spaziali e dell’astronautica. Fondata nel 1933, è la prima organizzazione non governativa al mondo dedicata a sostenere e promuovere l’esplorazione pacifica dello Spazio. Non ha scopo di lucro e si autofinanzia grazie ai suoi associati sparsi in tutto il mondo.

BIS-80-Logo-footerBIS organizza e partecipa a convegni, congressi, manifestazioni, e pubblica tre testate giornalistiche a stampa: The Journal of BIS e Space Chronicle  vanno in distribuzione diretta per abbonamento, mentre il mensile Spaceflight  va in edicola. L’associazione ha avuto tra i suoi soci più illustri Sir Arthur C. Clarke, scienziato dello spazio, ma più noto come scrittore di fantascienza e autore del racconto al quale si rifece il regista Stanley Kubrick per il suo celebre “2001 Odissea nello Spazio”.

La sezione italiana della BIS nasce grazie alla determinazione di Fabrizio Bernardini, Paolo D’Angelo e un ristretto numero di professionisti del settore aerospaziale. In questo paese che subisce da decine d’anni un’artificiosa separazione tra cultura umanistica e cultura scientifica (a tutto svantaggio della seconda, che, con arroganza, viene considerata inferiore), proporre al primo approcio con il pubblico un programma di quattro incontri musicali, è un gesto coraggioso, un gesto di libertà.

Welcome BIS-Italia!

– doppio click per ingrandire –

Volantino musica BIS IT

22 febbraio 2013 Posted by | Senza categoria, Volo Interstellare | Lascia un commento

La velocità del pensiero

La velocità a cui ci muoviamo influenza la nostra percezione del tempo. Questa lezione era implicita nella matematica della Relatività Speciale, ma alla velocità in cui la maggiore parte di noi vive la propria vita, facilmente descrivibile in termini newtoniani, ce ne rendiamo difficilmente conto. Raggiungete, però, una percentuale significativa della velocità della luce e tutto cambia. Gli occupanti di un’astronave che si muove a circa il 90% della velocità della luce invecchiano alla metà della velocità di chi rimane sulla Terra. Mandateli al 99,999% di “c” e 223 anni passeranno sulla Terra per ogni anno del loro volo.

gilster_02(nella foto: Paul Gilster, l’autore) Da qui ha origine il “paradosso dei gemelli”, dove il membro della famiglia che viaggia fra le stelle ritorna considerevolmente più giovane del gemello rimasto a casa. Carl Sagan si trastullava con questi numeri negli anni ‘60 per dimostrare che un’astronave in movimento a una accelerazione costante di un “g” sarebbe in grado di raggiungere il centro della Galassia in 21 anni (tempo dell’astronave), mentre sulla Terra sarebbero passate decine di migliaia di anni. Infatti, se si mantiene un’accelerazione costante, il nostro equipaggio potrà raggiungere la galassia di Andromeda in 28 anni, una nozione che Paul Anderson ha affrontato in modo memorabile nel romanzo Tau Zero.

[…] Ho ricevuto un’email da un giovane lettore che voleva saperne di più rispetto agli Uomini e la velocità. Era rimasto colpito nell’apprendere che l’oggetto fatto dall’Uomo attualmente più veloce è la sonda solare Helios II, mentre Voyager I era la sonda più veloce diretta fuori dal Sistema con i suoi 17km al secondo, ben di più dei previsti 14km al secondo della sonda New Horizons diretta verso Plutone e Caronte. Questo per quanto riguardava le sonde automatiche, ma quale era la velocità più alta mai raggiunta da un essere umano?

Velocità come queste sono ovviamente molto al di sotto di quelle che possono causare evidenti effetti relativistici, ma la domanda è interessante a causa di quanto sono cambiate le cose all’inizio del ventesimo secolo, quindi parliamone. Lee Billings si è occupato recentemente di un saggio assai accurato chiamato Il viaggio incredibile: possiamo raggiungere le stelle senza ridurci sul lastrico?, e ha trovato che nel 1906 un uomo chiamato Fred Marriott era riuscito a superare i 200km all’ora (incredibile!) in un’automobile a vapore a Daytona Beach, Florida. Vale la pena di rifletterci perché Lee sottolinea che, prima di allora, la massima velocità alla quale si supponeva che un uomo potesse arrivare era proprio 200 kmh, quando ogni ulteriore accelerazione sarebbe stata azzerata dall’attrito dell’aria contro il corpo umano.

Così, con l’avvento delle macchine veloci, nel 1906 il record di velocità venne alla fine superato, e ci vollero solo una quarantina d’anni perché Chuck Yeager spingesse l’aerorazzo X-1 a oltre 1000 km l’ora, più veloce del suono. Ricordo di avere chiesto in prestito negli anni cinquanta un libro chiamato “L’uomo più veloce ancora in vita”. Prima di scrivere questo articolo, davo per scontato che il libro riguardasse il pilota dell’X-15 Scott Crossfield, ma ho scoperto che questo titolo del 1958 si riferiva in realtà alla storia di Frank Kendall Everest Jr., conosciuto dai suoi compagni d’armi come “Pete”. Everest volò in Nord Africa, in Sicilia e in Italia, e arrivò a completare 67 missioni di combattimento nel teatro del Pacifico, compreso un periodo di tempo come prigioniero di guerra dei giapponesi nel 1945. Io non so se c’è stato un aereo sperimentale in cui lui non volò nel decennio successivo ma, se la memoria mi serve bene, il grosso del volume trattava del suo lavoro con l’X-2, in cui egli nel 1954 raggiunse Mach 2,9. Everest è stato uno dei pionieri di questo notevole gruppo di piloti collaudatori che spinse gli aerorazzi ai confini dell’atmosfera nell’era pre-Gagarin.

Ma ritorniamo alla domanda del mio amico. Lee Billings identifica i più veloci esseri umani ancora viventi in “tre attempati americani, che Usain Bolt potrebbe stracciare in una gara di corsa”. Si tratta degli astronauti dell’Apollo 10, il cui impetuoso rientro nell’atmosfera della Terra cominciò a 39.897 kmh, una velocità alla quale si potrebbe andare da New York a Los Angeles in meno di 6 minuti. Nessuno di coloro che hanno partecipato alla missione può aver subito effetti relativistici rilevabili, ma di sicuro si può dire che, sia pure in misura infinitesimale, i tre sono leggermente più giovani del resto di noi grazie all’azione della Relatività Speciale.

Qualche volta il tempo rallenta in relazione a come noi lo percepiamo. Ho notato un interessante saggio chiamato Il tempo e l’illusione della fine della storia scritto per la Long New Foundation. Il saggio è dedicato a una relazione scientifica pubblicata su Science che chiedeva ai partecipanti di valutare come le loro vite – i loro valori, le idee, la personalità – erano cambiate nel decennio precedente e come loro si aspettavano di vederle cambiare in quello successivo. Da un’analisi statistica delle risposte emerse quella che i ricercatori chiamano “illusione della fine della storia”.

L’illusione funziona in questo modo: noi tendiamo a guardare indietro ai nostri anni giovanili e ci meravigliamo della nostra ingenuità. E come non potremmo, osservando con un certo imbarazzo tutti gli errori che abbiamo fatto e realizzando quanto siamo cambiati e cresciuti nel corso degli anni. Daniel Gilbert, uno degli autori dello studio, ha dichiarato al New York Times: “Quello di cui sembra non ci rendiamo mai conto è che coloro che saremo diventati in futuro guarderanno indietro e penseranno la stessa cosa di noi adesso. Ad ogni età noi pensiamo di avere l’ultima battuta, e ogni volta ci sbagliamo”.

461px-Frank_Kendall_Everest (nella foto: Frank Kendall Everest Jr.) In altre parole, più invecchiamo più pensiamo di essere più saggi di quanto lo eravamo da giovani. Tutti noi pensiamo che alla fine siamo arrivati, che ora vediamo quello non potevamo vedere prima e diamo per acquisito che possiamo annunciare il nostro giudizio definitivo su vari aspetti delle nostre vite. Il processo sembra funzionare non solo rispetto alle nostre vite personali ma anche al modo in cui valutiamo il mondo intorno a noi. In quale altro modo potremmo spiegare la sensazione di certezza che si percepisce dietro ad alcune delle grandi gaffe della storia delle idee? Pensate al commissario americano dei brevetti Charles Duell, che nel 1899 disse “Ogni cosa che poteva essere inventata, è già stata inventata”. Oppure la secca battuta di Harry Warner: ”Chi diavolo vorrebbe sentire gli attori parlare?”.

L’articolo cita poi Francis Fukuyama, che scrisse in modo memorabile a proposito della “fine della storia”, e il filosofo francese Jean Beaudrillard, che considera tali idee nient’altro che un’illusione, resa possibile da quella che lui chiamava “l’accelerazione della modernità”. Long Now aggiunge:

Illusione o no, lo studio dimostra che la sensazione di essere alla fine della storia ha conseguenze nel mondo reale: sottovalutando quanto sarà diversa nel futuro la nostra percezione delle cose, talora prendiamo decisioni di cui in seguito ci pentiremo. In altre parole, l’illusione della fine della storia potrebbe essere definita come una mancanza di visione a lungo termine. È nel momento in cui evitiamo di considerare l’impatto futuro delle nostre scelte (e di immaginare delle alternative) che perdiamo il senso della realtà, e forse perfino la percezione del tempo.

Abbiamo fatto una lunga strada dall’innocente domanda del mio lettore a proposito dell’uomo più veloce. Ma credo che Long Now avesse intuito qualcosa di importante quando parlava dei pericoli che si corrono nel fraintendere come potremmo pensare, e agire, nel futuro. Dando per scontato di avere raggiunto un punto d’arrivo definitivo nella comprensione delle cose, ci attribuiamo troppi poteri e pensiamo, nella nostra arroganza, di essere più saggi di ciò che realmente siamo. Come Einstein ha dimostrato, il tempo è elastico e può essere ripiegato a piacere in modi interessanti. Il tempo è anche ingannevole e, mentre invecchiamo, ci porta a diventare più dogmatici di quanto sarebbe legittimo.

Qualche volta, certo, il tempo e la memoria si mescolano inseparabilmente. Mi ricordo di come mia madre era solita sedere sulla veranda dietro la sua casa quando l’andavo a trovare per farle un caffè. Guardavamo il groviglio di alberi e sottobosco che si arrampicava lungo la collina, mentre il sole del mattino mandava raggi luminosi tra il fogliame e, man mano che l’Alzheimer si andava impossessando di lei, osservava spesso come la vegetazione sul lato della collina era diventata intricata. Ho sempre creduto che intendesse che era diventata così a causa sua, perché non la stava più potando con la regolarità di quando era più giovane.

Finché, non molto tempo prima della sua morte, mi sono improvvisamente reso conto che non stava vedendo la stessa collina che vedevo io. Alla fine della sua vita, stava vedendo la collina di fronte alla sua casa in una cittadina dell’Illinois vicino a un fiume. Come la sua collina attuale, anche quella si levava a oriente, così, mentre la casa era in ombra, la luce del sole si spandeva attraverso il Mississippi verso le terre coltivate del Missouri, nelle mattine luminose in cui lei si alzava per andare a piedi verso scuola. Quando vi ritornai dopo il suo funerale, la collina era in piena vista come lei se la ricordava, erbosa e libera dal sottobosco, anche se la casa non c’era più. Era la collina a cui era tornata con la mente con la stessa chiarezza nel 2011, ancora sua dopo 94 anni, come lo era stata nel 1916. Così tutti noi siamo viaggiatori nel tempo, e ci muoviamo inesorabilmente alla velocità del pensiero.

Traduzione di DONATELLA LEVI e ROBERTO FLAIBANI

Titolo originale: The Velocity of Thought di Paul Gilster – pubblicato il 24 gennaio 2013 su Centauri Dreams.

19 febbraio 2013 Posted by | Senza categoria | , , , , , , | 1 commento

Luci e ombre di Carlo Fruttero fantascientista

Fruttero oldUn anno fa, in occasione dei funerali di Carlo Fruttero, sulla bara in frassino chiaro vennero poggiati i suoi occhiali, una scatola di metallo delle sue Turmac e un pacchetto di fiammiferi da cucina. Magari avrebbero potuto poggiarci anche il primo numero di Urania a sua cura, quello del maggio 1962. Nella biblioteca civica di Castiglione della Pescaia (Grosseto), di cui era stato nominato cittadino onorario dalla precedente giunta nel 2010 e dove ormai viveva, non si respirava l’aria di camera ardente soprattutto per quella miriade di libri sparsi per ogni dove, anche sul pavimento come si può vedere nelle foto pubblicate dai giornali in quella occasione, decine e decine di volumi fra cui Pinocchio, I promessi sposi, le Fiabe italiane curate da Italo Calvino (accanto al quale si è voluto far seppellire nel cimitero del paese), addirittura, senza motivo, una biografia di Guevara, lui che comunista non era mai stato e che aveva snobbato gli inviti a iscriversi al PCI, come tutti alla Einaudi. Chissà se c’erano anche le antologie di fantascienza che curò insieme all’inseparabile amico e collega Franco Lucentini (suicidatosi nel 2002, nello stesso modo di Primo Levi): i quotidiani di quei giorni non l’hanno riportato. In fondo alla sala una gigantografia in bianconero che lo immortala in spiaggia di fronte al mare con quel suo volto caratteristico, la piega naturale delle bocca che gli ha dato sempre un’aria un po’ sprezzante, un po’ disgustata…

Il fatto è che Carlo Fruttero, morto il 15 gennaio 2012 a 86 anni, fra le tantissime cose che ha fatto e per le quali è stato ricordato, lo si sarebbe dovuto in modo non approssimativo anche per un aspetto molto singolare e simbolico: quello di aver fatto accettare all’intellighenzia italiana (non diremo “sdoganato”) la cosiddetta “letteratura di genere” (avventura, poliziesco, orrore, fantascienza) sia con la sua (loro) attività di antologisti e direttori di collane, sia come romanzieri. Sì, esattamente quella intellighenzia impegnatissima e con la puzzetta sotto il naso che non amava molto la tanto vituperata “narrativa di evasione” che distoglieva dal “sociale” e sollecitava la dannatissima “fuga dalla realtà”. E invece proprio lui, il torinese Fruttero ad appena 33 anni pubblicò quella che ancora oggi si puo’ considerare una pietra miliare della fantascienza in Italia, l’antologia Le meraviglie del possibile (Einaudi, 1959). A soli sette anni dall’approdo “ufficiale” della science fiction in Italia con Urania (ottobre 1952), Fruttero effettuò una straordinaria operazione editoriale con l’etichetta più sofisticata e, appunto, “impegnata” dell’epoca facendosi approvare una scelta di racconti americani accompagnati da un saggio introduttivo di un grande critico e poeta, Sergio Solmi, che ancora oggi, checché qualcuno possa dire, è una delle cose più originali e profonde scritte in merito (a parte gli entusiasmi “astronautici”) considerando la fantascienza non pura e semplice “avventura spaziale”, ma di cui si andavano a rintracciare le radici mitiche e favolistiche definendola la “fiaba dell’era spaziale”. In tal modo un genere considerato di “serie B” venne proposto in modo intelligente e accattivante alla nostra cultura che snobbava per principio certe cose, abbinandole nel suo disprezzo ai fumetti. Tre anni dopo, in coppia con Lucentini, rinnovò il successo con Il secondo libro della fantascienza (Einaudi, 1961) che, pur se non raggiungeva l’eccellenza dell’altra, restava sempre su un livello ragguardevole. E non bisogna dimenticare che un anno prima con Storie di fantasmi (Einaudi, 1960) Fruttero aveva dato dignità ai racconti dell’orrore, sia quelli classici all’inglese, sia presentando in Italia, praticamente per la prima volta, insieme a Bruno Tasso curatore di Un secolo di terrore (Sugar, 1960), H.P.Lovecraft.

Fruttero e Lucentini matitaE’ stato evidentemente questo suo specifico interesse che lo portò all’attenzione della Mondadori che nel maggio 1962 lo scelse come curatore di Urania succedendo a Giorgio Monicelli che se ne era occupato dall’inizio sino al 1961. Nel giugno 1964 venne affiancato dall’ inseparabile Lucentini e insieme ne hanno effettuato le scelte per oltre vent’anni, sino al novembre 1985. Sempre insieme e sempre per Mondadori hanno poi curato varie antologie: Universo a sette incognite (1963), L’ombra del 2000 (1965), Il dio del 36° piano (1968), ma è senz’altro da citare anche I mostri all’angolo della strada (1966), con una strepitosa copertina di Karel Thole, l’illustratore di Urania, che fu, pur con gravissime pecche organizzative e di traduzione, il primo tentativo di offrire in Italia una lettura organica nella narrativa di Lovecraft.

Carlo Fruttero (con Franco Lucentini) aveva ovviamente una sua specifica visione della narrativa “di genere” che si può così sintetizzare:

1)la fantascienza è una forma letteraria e come tale il suo unico scopo è la “leggibilità”, l’entertainment, non essendo portatrice di alcun “messaggio”, di alcuna tesi. Punto di vista che, come si vede, è esattamente l’opposto dall’ “impegno” propugnato dalla cultura torinese progressista, ma che non cerca di capirne il senso (come aveva fatto Solmi) e la confina in un “ghetto” commerciale;

2) di conseguenza è inutile approfondirla con discorsi troppo critici, troppo complicati: sono importanti le specifiche idee e come sono esposte, e quindi restando solo su un piano superficiale;

3) la fantascienza non ha confini precisi e quindi vi si può far entrare di tutto, anche il gotico, anche l’horror, anche il fantastico puro, anche Lovecraft, Machen, Hodgson: vedi il citato Universo a sette incognite, certe scelte per Urania e certi racconti inseriti nel Terzo (1983) e nel Quarto Libro della Fantascienza (1991), due antologie che è meglio dimenticare per il modo approssimativo e assurdo con cui vennero compilate. Criterio generale che potrebbe anche essere condivisibile, ma la scelta eclettica non è giustificata da alcun ragionamento critico, o grazie ad una concezione complessiva della letteratura dell’Immaginario coerente e supportata da una analisi approfondita;

4)scarso o nessun rispetto per i testi in sé: le traduzioni possono essere tagliate, sunteggiate, adattate secondo i gusti dei due curatori se per loro gli originali sono noiosi, o mediocri, o troppo prolissi, o per qualunque altro motivo (vedi, nella antologia citata, lo splendido La casa sull’abisso, o alcuni racconti di Lovecraft ne I mostri all’angolo della strada);

5) gli italiani non sanno scrivere fantascienza e quindi occorre indirizzarli opportunamente e in modo didascalico: per questo crearono in appendice a Urania la rubrica “Il marziano in cattedra”, poi “FS italiana”, che venne sospesa senza portare alcun frutto concreto, anche perché la collana non ospitò mai racconti in appendice o romanzi a firma italiana.

Donna domenicaNegli anni Sessanta F&L se ne uscirono con una battuta poi restata negli annali della fantascienza: “Un disco volante non può atterrare a Lucca”. La frase venne sempre intesa come una preclusione aprioristica al fatto che, appunto, gli italiani erano incapaci di scrivere cose del genere e che cose del genere mai sarebbero potute avere uno sfondo italiano. In realtà, come ha testimoniato Giuseppe Lippi di recente, con quella battuta Fruttero voleva dare un giudizio estetico: mai avrebbe potuto sopportare che una città d’arte italiana (Lucca, come Firenze o Roma o Venezia) venisse contaminata da certe “americanate”, da certe brutture tecnologiche e futuristiche… Un po’ come il suo antifascismo su base estetica: brutti e rozzi quei fascisti in camicia nera e con quel ridicolo fez in testa… Il risultato resta però lo stesso: nessuna apertura agli autori italiani e alla fantascienza ambientata in Italia. Il che ha prodotto un ritardo enorme nello sviluppo di questa narrativa da noi: Urania ha aperto ai nostri scrittori solo nel 1990 con la creazione del Premio Urania, ma se avesse messo loro a disposizione le sue pagine trent’anni prima ci sarebbe stata una maturazione più a lungo termine, sarebbero nate prima importanti professionalità.

Ed è assai singolare che fu proprio lui insieme a Lucentini a dimostrare l’esatto contrario, che cioè gli italiani erano capaci di scrivere una “narrativa di genere” del tutto autonoma e originale con lo strepitoso successo di quei due gialli tipicamente “italiani” come stile, idee, scrittura, tono, che sono stati La donna della domenica (1972) e A che punto è la notte (1979)!

GIANFRANCO  DE TURRIS

11 febbraio 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , | Lascia un commento

Archiviazione dati: l’ipotesi DNA

DNA1Uno dei benefici del costante proliferare dell’informazione è l’aumento della nostra capacità di immagazzinare grandi quantità di dati in piccoli spazi. Adoro poter portare in viaggio con me centinaia di volumi nella memoria del mio Kindle, e a quelli che controbattono che tanto se ne può leggere solo uno per volta, rispondo che adoro poter scegliere tra tutti quei libri a portata di mano, e avere in borsa una scorta di fonti d’informazione qualificate. Provate a portarvi in giro il Webster’s 3rd International Dictionary, e capirete perché, una decina d’anni fa, era così piacevole inserirlo in un palmare. Purtroppo non ne esistono versioni per Kindle o per Nook.

 Stavamo parlando della proliferazione dell’informazione? Dave Turek, un progettista di supercomputer per l’IBM (Deep Blue, campione mondiale di scacchi, è una delle sue creazioni), ha scritto che da quando si tiene memoria del trascorrere del tempo, fino al 2003, l’Uomo ha prodotto cinque miliardi di gigabyte di informazione (5 esabyte). Nel 2011, lo stesso ammontare veniva prodotto ogni due ore. IBM si aspetta che l’intervallo si riduca a 10 minuti a partire dal 2013 e richiede nuovi computer progettati per gestire dati compressi a così incredibili livelli.

 Un recente articolo apparso sul blog Innovazioni dell’Istituto Smithsoniano cattura il senso di ciò che sta accadendo:

 Ma come è possibile? Come hanno potuto dei dati diventare una specie di gramigna digitale? In parole povere, ogni volta che il vostro cellulare emette il segnale di localizzazione GPS, ogni volta  che comprate qualcosa online, ogni volta che cliccate il bottone “mi piace” su Facebook, ogni volta è come se metteste un messaggio digitale in una bottiglia, e ora gli oceani ne fossero quasi del tutto ricoperti.

 E non è tutto: messaggi di testo, registrazioni dei clienti, transazioni Bancomat, immagini delle telecamere di sicurezza….. la lista cresce in continuazione. La parola alla moda per descrivere tutto questo è “Big Data”, termine che a stento rende giustizia all’enormità del mostro che abbiamo creato.

 L’articolo giustamente fa notare che abbiamo incominciato a raccogliere molta più informazione di  quanta neriusciamo a elaborare, motivo per cui, per esempio, si può trovare un terreno così fertile per l’esplorazione tra i dati delle ricerche statistiche in ambito astronomico e altri progetti che hanno reso la raccolta di informazioni più veloce degli scienziati che le devono analizzare. Imparare a muoversi tra giganteschi database è il presupposto del software BigQuery di Google, che è progettato per setacciare terabyte d’informazioni al secondo. Anche così, la sfida è immensa. Considerate che gli algoritmi usati dal team Kepler, per quanto siano acuti, sono stati integrati con successo da volontari che lavoravano per il progetto Planet Hunters, che di tanto in tanto vedono cose che i computer non notano.

 Ma come noi lavoriamo per estrarre valore dal flusso dei dati in entrata, (così) stiamo trovando modi di comprimere i dati in mezzi sempre più densi (capienti), un prerequisito per le future sonde per lo spazio profondo, che, si spera, raccoglieranno informazioni a velocità mai raggiunte prima. Considerate il lavoro svolto in Inghilterra dal European Bioinformatics Institute, dove i ricercatori Nick Goldman and Ewan Birney sono riuscti a codificare 154 sonetti di Shakespeare nel DNA, in modo che un singolo sonetto pesa 0,3 milionesimi di milionesimo di grammo. In proposito, potete leggere l’articolo Shakespeare and Martin Luther King demonstrate potential of DNA storage dedicato alla loro relazione scientifica originale apparsa su Nature, e ora ripubblicato su The Guardian. Goldman e Birney parlano del DNA come alternativa all’utilizzo degli hard disk e di metodi più nuovi di memorizzazione in materiali allo stato solido.

 Il loro lavoro è valorizzato dal calcolo che un grammo di DNA può contenere tante informazioni quante un milione e passa di CD. Ecco come The Guardian descrive il loro metodo:

 DNA2Gli scienziati hanno sviluppato un codice che usa le quattro lettere che indicano le basi del materiale genetico (G,T,C,A), per memorizzare informazioni. I dati sono memorizzati nei file digitali come stringhe di 1 e 0. il team di Cambridge trasforma ogni blocco di otto numeri in formato digitale in (una sequenza) di cinque lettere di DNA. Per esempio gli otto bit che formano la lettera T, diventano TAGAT. Per memorizzare parole intere, gli scienziati registrano semplicemente le lettere DNA una dopo l’altra nel giusto ordine. Così la prima parola della frase “Thou art ore lovely and more temperate” dal sonetto di Shakespeare n.18, diventa: TAGATGTGTACAGACTACGC.

I sonetti convertiti, insieme al codice DNA del discorso di Martin Luther King ‘I Have a Dream’ e del famoso rapporto scientifico sulla doppia elica (del DNA) di Crick e Watson, furono spediti alla Agilent, un’azienda americana che fabbrica “filoni” di DNA per i ricercatori. La provetta che Goldman e Birney ricevettero indietro non conteneva che un granello di DNA, ma passandolo nel sequenziatore genetico, i ricercatori furono in grado di leggere nuovamente i file. In modo analogo si era mosso George Church, memorizzando su DNA il suo libro Regenesis.

Le differenze tra l’archiviazione dei dati su DNA e quella tradizionale sono impressionanti. Leggiamo dalla relazione scientifica pubblicata su Nature:

Il mezzo di stoccaggio dei dati basato sul DNA ha proprietà differenti da quello tradizionale basato su nastri o dischi. Siccome il DNA è la base della vita sulla Terra, i metodi per manipolarlo, archiviarlo e leggerlo rimangono oggetto di una continua evoluzione tecnologica. Come qualsiasi sistema di stoccaggio, un database di grandi dimensioni realizzato su DNA dovrebbe aver bisogno di una costante supervisione e catalogazione fisica delle località di deposito. Ma mentre le attuali modalità di archiviazione digitale richiedono un mantenimento attivo e continuato nel tempo e regolari trasferimenti tra i mezzi di stoccaggio, quelli basati sul DNA non richiedono simili cure se non un ambiente secco, fresco e scarsamente illuminato (come quello del Global Crop Diversity Trust’s Svalbard Global Seed Vault che non ha personale permanente sul posto) e rimangono ancora utilizzabili per centinaia d’anni anche secondo le stime più prudenti.

 Il documento continua descrivendo il DNA come un eccellente mezzo per la creazione di copie di qualsiasi archivio con finalità di trasporto, condivisione o sicurezza. Il problema oggi è l’alto costo di produzione del DNA, ma la tendenza va verso la diminuzione. Accoppiate questo con le incredibili capacità di stoccaggio del DNA – uno dei ricercatori di Harvard che lavora con George Church stima che un giorno la totalità dell’informazione mondiale potrebbe essere archiviata in quattro grammi circa d materiale genetico – e avrete un mezzo di archiviazione in grado di gestire progetti che prevedono vaste aggregazioni di dati, originati da telescopi realizzati con tecnologie di nuova generazione qui sulla Terra o a bordo di piattaforme spaziali.

traduzione di ROBERTO FLAIBANI

Titolo originale: Data Storage: The  DNA Option, scritto da Paul Gilster e  pubblicato su Centauri Dreams il 28/01/13

Il documento è: Goldman et al., “Towards practical, high-capacity, low-maintenance information storage in synthesized DNA,” pubblicato in Nature online il 23 gennaio 2013

5 febbraio 2013 Posted by | Senza categoria | , , , , , , | 4 commenti

   

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