Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

In orbita spinti dal laser: storia di un esperimento

La realizzazione di un sistema per lanciare un’astronave a vela solare su una rotta interstellare tramite l’uso del laser incontra parecchio scetticismo, e la grande mole di lavoro tecnico richiesto per la sua costruzione non è l’ultima delle obiezioni che vi si oppone. Ma teorici come Robert Forward, che ha dato vita all’idea della vela solare a propulsione laser, non avevano mai pensato che un tale sistema sarebbe stato creato da zero. Potremmo chiedere allora, nel campo della propulsione al laser, quali idee sono in corso di sperimentazione al momento attuale, e quali potrebbero trovare uno sviluppo nell’ambito di progetti più avanzati?

 Dentro a Lightcraft

 Il progetto Lightcraft è uno di quelli che raccoglie più attenzione. Molto lavoro è stato fatto in proposito presso l’Air Force Research Laboratory (AFRL), basandosi su precedenti lavori svoltisi presso l’AFRL Propulsion Directorate, Edwards Air Force Base. Questi primi progetti hanno come obiettivo non certo le stelle, bensì una meta molto più accessibile: l’orbita bassa circumterrestre. Un laser basato a terra trasmette energia alla nave spaziale che la raccoglie e la usa per alimentare il proprio sistema di propulsione. La bellezza di questa soluzione è che l’aria all’interno del veicolo diventa il fluido di lavoro, permettendo al progettista di lasciare la fonte d’energia a terra.

Parecchie versioni di Lightcraft erano state prese in considerazione, come Eric Davis (IASA) e Franklin Mead (Propulsion Directorate, AFRL. Ritiratosi in pensione, ha continuato la ricerca in proprio con la Mead Science and Technology) chiariscono in un recente documento. In quello appena menzionato, ciò che accade a bordo di Lightcraft è veramente interessante. La parte inferiore del veicolo è uno specchio accuratamente lucidato. La nave stessa è simile ad una grossa ghianda. Il veicolo viene alimentato dall’installazione a terra con impulsi dell’ordine del kilojoule, al ritmo di 25 impulsi per secondo. Il sistema trasforma ora l’aria all’interno del veicolo in qualcosa di più utile, come spiega il documento:

 L’impulso del raggio laser interagisce con lo specchio, concentrandosi in una area di forma anulare all’interno della circonferenza del veicolo. L’intensità dell’impulso laser da 18 microsecondi è sufficientemente alta da provocare l’innesco dell’arco nell’area anulare, e far accendere per un attimo l’aria al suo interno in una nuvola di plasma molto luminoso (10-30.000 gradi), producendo un’onda d’urto da plasma surriscaldato (con l’istantaneo balzo di pressione di decine di atmosfere), che infine genera una spinta nella direzione del raggio laser. Il bordo della circonferenza dell’apparecchio, simile a un ugello a tronco di cono, dirige l’espansione del plasma, creando un aumento della spinta verso il basso. Impulsi laser multipli e il ricambio atmosferico dell’aria ionizzata danno origine al volo.

 Volare sopra un raggio di luce

 Un Lightcraft vola quindi su un raggio di luce laser, trasformandone l’energia in spinta. In progetti precedenti il problema era stato preso in considerazione da punti di vista diversi, incluso uno in cui si usava uno scambiatore di calore a bordo del razzo, in modo che l’energia del raggio avrebbe acceso un fluido caricato all’interno, per esempio idrogeno o ammoniaca, che, scaricato attraverso un ugello, avrebbe prodotto spinta, proprio come un razzo chimico. Un’altra possibilità sarebbe quella di imbarcare del propellente solido.

Ma i più recenti prototipi di Lightcraft funzionano in doppia modalità: trasformando l’aria in plasma come descritto precedentemente, e poi, raggiunti i 30 km di altitudine, assumendo la modalità di razzo laser-termico. Ciò significa avere a bordo una piccola quantità di carburante, ma niente a che vedere con i razzi attuali, né per quantità, né per costi. Stiamo parlando di un sistema di lancio su orbita bassa, a singolo stadio e a rotazione stabilizzata. Nella modalità ad aria, il motore pulsa a ritmo variabile per raggiungere quella che gli autori chiamano una spinta quasi-stabile, che dipende dal numero di Mach e dall’altitudine raggiunta dal veicolo nella sua traiettoria.

 Date un’occhiata al diagramma che mostra come il sistema dovrebbe funzionare. Lightcraft entra in modalità razzo laser-termico non appena supera l’atmosfera, e usa il solo carburante indispensabile. Il risultato ottenuto è questo: il sistema Lightcraft immaginato da Davis e Mead è in grado di far librare un veicolo a mezz’aria e fornire la potenza necessaria alla discesa e all’atterraggio.

 Facciamo i conti

 Quali sono i costi? L’installazione del laser basato a terra, come dice lo studio dell’AFRL, rappresenta la maggior voce di spesa per questo sistema di trasporto, dato che comprende circa l’ottanta percento del costo totale del ciclo di vita di un sistema Lightcraft. Dagli studi emergono costi di lancio così bassi da non arrivare ai 75 dollari per volo e, usando un laser da 10 MW al N2/CO2/H2, con costi stimati per il carico utile assai sorprendenti:

. un costo totale finale pari a 2.793 dollari per lanciare in orbita bassa un carico utile di 5,25 chili, cioè $532/kg, una cifra inferiore di ben 41 volte a quella attualmente richiesta dall’industria dei lanciatori per i suoi missili convenzionali a propulsione chimica.

 Il lavoro teorico e sperimentale già svolto dall’AFRL Propulsion Directorate ha dimostrato la praticabilità del concetto di Lightcraft. In un successivo articolo esamineremo altri vantaggi di Lightcraft, discuteremo del retroterra scientifico dell’idea con Leik Myrabo, un ingegnere aerospaziale che si è dedicato per trent’anni a questi problemi, e faremo il punto su dove siamo arrivati oggi.

Titolo originale:Lightcraft: A Laser Push to Orbit” scritto da Paul Gilster e pubblicato in Centauri Dreams il 14 settembre 2009. Traduzione italiana di Roberto Flaibani, editing di Beatrice Parisi. Questo articolo segna la nostra partecipazione al Carnevale della Fisica #18, e prosegue una fase di collaborazione con Centauri Dreams, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.

Fonte: Davis and Mead, “Review of Laser Lightcraft Propulsion System,” CP997, Beamed Energy Propulsion, Fifth International Symposium (AIP, 2008), pp. 283-294.

29 aprile 2011 Posted by | Astronautica, Carnevale della Fisica, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

Elogio del Cyborg

Il programma di ricerca umana (Human Research Program) della NASA è tutto dedicato alla riduzione dei rischi e studia modi per combattere l’affaticamento e mitigare i danni da radiazioni, due tra i possibili problemi legati ai viaggi nello spazio. Ma come starebbero le cose se fosse stato sviluppato un tipo di programma diverso? Dopo tutto, negli anni Sessanta, l’agenzia studiava la questione, molto più ampia, di come rendere l’essere umano adatto allo spazio. Il concetto era emerso in un articolo del 1960 di Manfred Clynes e Nathan Kline intitolato “Cyborgs and Space,” dove gli autori sostenevano che l’opzione di ricreare l’ambiente della Terra a bordo di un veicolo spaziale non era efficace quanto quella di adattare, almeno parzialmente, un essere umano alle condizioni che si sarebbe trovato ad affrontare.

L’idea era piuttosto audace per quei tempi, come si vede da questo estratto (il testo evidenziato è in corsivo nell’originale):

L’operazione di adattare il corpo umano a un ambiente a sua scelta, di qualsiasi tipo esso sia, sarebbe facilitata da una maggiore conoscenza del funzionamento omeostatico, i cui aspetti cibernetici solo adesso cominciano ad essere compresi e studiati. In passato, è stata l’evoluzione a determinare la modificazione delle funzioni fisiologiche per l’adattamento ad ambienti diversi. Da ora in poi sarà possibile raggiungere lo stesso obiettivo in qualche misura senza alterazioni del patrimonio ereditario attraverso opportune modificazioni biochimiche, fisiologiche ed elettroniche dell’attuale modus vivendi dell’essere umano.

Alterare la fisiologia per adattarsi allo spazio

Da qui l’idea di alterare la biologia (e, indubbiamente, la psicologia) umana per adattarla a questo ambiente decisamente estremo. La stessa che lo storico della NASA Roger Launius (Smithsonian National Air and Space Museum) esamina in un recente articolo in cui offre la sua personale esperienza di uso di dispositivi medici per mantenersi in vita come esempio di una trasformazione di questo tipo. Launius è un cyborg? Lui si definisce tale, forse un po’ per scherzo, ma certamente anche per dimostrare che mentre gli umani non possono sopravvivere nello spazio per più di un minuto e mezzo senza un aiuto molto consistente, le missioni nello spazio profondo richiederanno una serie di adattamenti che ci consentiranno di resistere a viaggi tanto lunghi.

Questo articolo di Astrobiology Magazine si inserisce nella discussione riportando la convinzione di Stephen Hawking che il futuro a lungo termine delle specie umane è nello spazio. Se e quando individueremo un qualche modo per raggiungere le stelle più vicine, la colonizzazione dei pianeti che vi troveremo sarà estremamente impegnativa:

Launius afferma che, perché gli uomini possano colonizzare altri pianeti, potrebbe essere necessario uno “stadio successivo dell’evoluzione umana” per creare una presenza umana distinta in cui le famiglie vivranno e moriranno su quel pianeta. In altri termini non sarebbe esattamente l’Homo sapiens sapiens quello che abiterebbe nelle colonie, ma piuttosto un cyborg— un organismo vivente con una combinazione di parti organiche ed elettromeccaniche— o, più semplicemente, in parte uomo e in parte macchina.

E lo stesso Launius fa notare il grande numero di persone con evidenti ritocchi come pacemaker e impianti acustici cocleari che incontriamo tutti i giorni per la strada. Quante persone sopravvivono proprio grazie agli interventi tecnologici realizzati nel loro corpo? Il concetto di cyborg, pertanto, dovrebbe in realtà essere meno inquietante di quello che sembra, ma ho l’impressione che la reazione del pubblico nei confronti di un essere umano modificato quasi completamente per poter sopravvivere in una biosfera aliena sarebbe assai diversa. Un essere del genere solleva problemi etici che ci fanno pensare più al Frankenstein di Mary Shelley che a 2001: Odissea nello spazio.

Bioingegnerizzazione: un passo troppo azzardato?

E’ stato il testo di Clynes e Kline che ha usato per la prima volta il termine ‘cyborg,’ seguito nel 1963 dalla NASA con ‘The Cyborg Study: Engineering Man for Space’, in cui si discutevano temi quali la sostituzione di organi e l’ibernazione per i viaggi nello spazio profondo per poi concludere che le tecnologie necessarie erano troppo avanzate per quei tempi. Però, mentre navigavo in cerca di notizie su questi argomenti, ho trovato per caso un articolo precedente nel sito dell’Astrobiology Magazine:

Lo sviluppo degli organi artificiali non ha fatto molti progressi rispetto ai tempi in cui la NASA ha commissionato il suo studio sui cyborg. Benché il cuore e i polmoni artificiali siano ora più compatti e meglio funzionanti, vengono usati soprattutto come sostituti temporanei per aiutare i pazienti a sopravvivere in attesa degli organi di un donatore compatibile. I reni artificiali (le macchine per la dialisi) hanno creato maggior difficoltà, in parte a causa della necessità di filtrare grandi quantità di fluido. Negli anni 60, questi macchinari avevano le dimensioni di un frigorifero.

Insomma c’è ancora molta strada da fare prima di poter raggiungere il tipo di bioingegnerizzazione che questo tipo di adattamento richiederebbe. Ma il lavoro non si ferma, anzi va sempre più veloce:

Oggi i congegni di piccole dimensioni non sono ancora impiantabili, ma c’è un prototipo recente che può essere indossato come una cintura porta attrezzi molto voluminosa. Vengono normalmente sviluppati organi artificiali come ossa, sangue, pelle occhi e addirittura nasi, e ciascuno di essi potrebbe aiutare l’uomo a sopportare le condizioni dello spazio. Fintanto che l’entità risultante mantiene un cervello umano, può essere considerata un cyborg piuttosto che un androide (un robot dall’aspetto umano).

Etica cyborg

Da un punto di vista etico dobbiamo anche esaminare i vantaggi della bioingegnerizzazione di tipo cyborg rispetto ad altre possibilità. Supponendo che finalmente trovassimo un pianeta in grado di supportare la vita umana, che riuscissimo a raggiungerlo e che non vi abitasse nessun’altra specie senziente, quale sarebbe la scelta moralmente preferibile: 1) terraformare l’intero mondo per adeguarlo al nostro stile di vita; o 2) bioingegnerizzare i nostri coloni così da adattarli all’ambiente in cui si trovano?

Il problema potrebbe essere risolto in un modo diverso. E’ sempre possibile che il viaggio interstellare si riveli così insidioso e lungo per gli esseri biologici che la nostra espansione nella galassia dovrà essere gestita dall’intelligenza artificiale. Torna di nuovo in mente il libro di Paul Davies The Eerie Silence (L’inquietante silenzio): “Penso che sia molto probabile – anzi inevitabile – che l’intelligenza biologica sia solo un fenomeno transitorio, una fase passeggera nell’evoluzione dell’universo. Se mai dovessimo incontrare intelligenze extraterrestri, sono quasi certo che sarebbero di natura post-biologica.

Prima di concludere non posso fare a meno di ricordare il parere su questo tema che Freeman Dyson ha esposto in Disturbing the Universe (New York: Harper & Row, 1979), p. 234:

A lungo termine, l’unica soluzione al problema della diversità è, a mio avviso, l’espansione del genere umano nell’universo attraverso la tecnologia verde. La tecnologia verde ci spinge nella direzione giusta, opposta al Sole e verso gli asteroidi e i pianeti giganti e oltre, dove lo spazio è illimitato e le frontiere aperte all’infinito. La tecnologia verde significa non vivere di cose belle e pronte ma adattare le nostre piante, i nostri animali e noi stessi per vivere allo stato naturale nell’universo così come lo troviamo. I nomadi della Mongolia hanno sviluppato una pelle coriacea e occhi a fessura per sopportare i freddi venti dell’Asia. Se alcuni dei nostri discendenti nascessero con una pelle ancora più resistente e occhi ancora più sottili potrebbero affrontare a volto scoperto i venti di Marte. La domanda che deciderà il nostro destino non è se ci espanderemo nello spazio, ma se saremo una sola specie o un milione. Un milione di specie non esauriranno le nicchie ecologiche che attendono l’arrivo dell’intelligenza.

Titolo originale:Bioengineered Future in Deep Space scritto da Paul Gilster e pubblicato in Centauri Dreams il 16 settembre 2010. Traduzione italiana di Beatrice Parisi, editing di Roberto Flaibani. Questo articolo segna la nostra partecipazione al Carnevale della Chimica, quarta edizione, e prosegue una fase di collaborazione con Centauri Dreams, che ci auguriamo lunga e fruttuosa. Fonte: l’articolo di Clynes e Kline è “Cyborgs and Space,” Astronautics September 1960, pp. 29-33.


23 aprile 2011 Posted by | Astronautica, Carnevale della Chimica, Scienze dello Spazio | , , | 5 commenti

Dagli ioni al plasma

Mentre nuovi stati nazionali si affacciano allo Spazio, oggi Cina e India, un domani forse Corea e Brasile, è ormai opinione largamente condivisa che in questo decennio assisteremo all’inizio di una dura competizione commerciale nell’ambito del sistema Terra-Luna, ad opera di un’agguerrita schiera di società private grandi e piccole, come SpaceX, Bigelow Aerospace, Orbital Sciences Corp., Virgin Galactic, Lockheed Martin Corporation e molte altre. Mentre si stanno allargando mercati già esistenti come quello dei lanciatori, ne stanno nascendo altri completamente nuovi, relativi sopratutto alla costruzione di strutture permanenti dedicate alla ricerca e all’esplorazione, ma anche allo sfruttamento delle risorse presenti sul posto e, perchè no, a scopi turistici. Tali strutture potranno essere costruite sia in orbita terrestre, sia in corrispondenza dei punti di librazione del sistema Terra – Luna, sia sulla faccia visibile della Luna.

In questo scenario così stimolante, l’Agenzia Spaziale Italiana ha organizzato un incontro con Franklin Chang Diaz, presidente e amministratore delegato della società ”Ad Astra Rocket Company” (AARC) , nonché ingegnere e astronauta veterano della NASA, con sette voli sullo Shuttle al suo attivo, tra cui quello con il nostro Franco Malerba nel 1992. Oltre a Malerba, che ha brevemente integrato la relazione di Diaz, erano presenti vari dirigenti dell’Agenzia, una attenta platea di una trentina di esperti del settore, e due giornalisti  del Tredicesimo Cavaliere.

Diaz ha presentato il VASIMR (Variable Specific Impulse Magnetoplasma Rocket), un nuovo e promettente sistema di propulsione spaziale basato sul plasma, la cui costruzione e commercializzazione sono la ragion d’essere della AARC. Le missioni nelle quali si potrebbe trarre vantaggio dalla propulsione VASIMR sono molteplici nell’ambito del sistema Terra – Luna, e ancor più al di fuori di esso,  nello spazio interplanetario esterno. Ne farò qui di seguito un elenco sommario:

  • Se installato sulla ISS , un motore VASIMR potrebbe essere utilizzato per effettuare le frequenti correzioni d’orbita necessarie a mantenere la Stazione a un’altitudine adeguata. E infatti è proprio questo il compito assegnato al primo prototipo del motore che incomincerà la sperimentazione nel 2014, in base ad un accordo sottoscritto con la NASA.

  • Operazioni in orbita terrestre. Riposizionamento, rifornimento, riparazione, manutenzione e ritiro dal servizio di quasiasi tipo di veicolo o struttura orbitante.

  • Nave cargo Terra – Luna. Potrebbe trasportare grandi carichi dallo spazio orbitale terrestre alla superice della Luna, a costi ridotti

  • Missioni NEO. Ideale per rendez-vous con asteroidi o comete in rotta di avvicinamento alla Terra.

  • Missioni su Marte e nel Sistema Solare esterno. In teoria, proprio queste missioni rappresenterebbero il trionfo della propulsione VASIMR, che consentirebbe di tagliare del 50% la durata dei voli. Al costo, però, di sostituire l’alimentazione elettro-solare con quella elettro-nucleare. Ma toneremo su questo argomento più avanti.

Non si capirebbe appieno la portata del balzo tecnologico rappresentato dalla propulsione al plasma, se prima non si spendesse qualche parola su quella a ioni, alla quale è strettamente imparentata.

Il motore a ioni  è un sistema di propulsione spaziale oggetto di studio fin dagli inizi del secolo scorso da parte di Hermann Oberth e Robert Goddard, due dei padri fondatori dell’astronautica. A differenza del razzo a propulsione chimica, che genera una fortissima spinta per brevi periodi, il motore a ioni produce una spinta debole, ma durevole nel tempo, infatti può restare operativo ininterrottamente per mesi, perfino annni. Queste caratteristiche così complementari rendono l’uno insuperabile come lanciatore, l’altro perfettto per la navigazione nello spazio. In breve, il principio di funzionamento del motore a ioni, e del suo successore, il motore al plasma, è riassumibile nel concetto di ottenere una spinta dall’emissione di un flusso di ioni (o di plasma) attraverso l’ugello di scarico del motore. Più il flusso è caldo, maggiore è l’efficienza del sistema, minori sono i consumi del propellente, che nel motore a ioni di solito è il gas xeno. Alcune importanti missioni sono state eseguite usando un motore a ioni, altre sono tuttora in corso, o in fase di progettazione.

E’ facile capire il funzionamento del VASIMR osservando l’immagine qui sopra. Come propellente si utilizza azoto, xeno o argon, ma anche deuterio o idrogeno. Il gas viene ionizzato e trasformato in plasma, poi ulteriormente riscaldato fino a temperature paragonabili a quelle del nucleo del Sole, tramite l’uso di onde radio. Il confinamento del plasma si ottiene grazie a intensi campi magnetici, fino a che esso non viene espulso attraverso l’ugello del motore a velocità elevatissima. Appaiono con evidenza numerose e sostanziali differenze rispetto al motore a ioni:

  • Propulsione: plasma invece di ioni. Ciò permette di ottenere maggiore spinta ed efficienza. L’ultimo test eseguito a terra ha dato risultati superiori alle aspettative: velocità dei gas di scarico 50 km/sec, spinta 5,6 Newton, efficienza 72%, alimentazione 200 kw, propellente argon.

  • Propellente: non solo xeno. Così’ è più facile reperire il propellente e i costi si riducono, le ultime quotazioni danno l’argon a 40 $/kg, lo xeno a 2000 $/kg.

  • Confinamento magnetico: isola il plasma da ogni componente fisico della struttura, cosicché l’affidabilità e la longevità del sistema ne risultano accresciute

  • Adattabilità: la spinta dei gas di scarico è regolabile in funzione delle caratterische della missione e l’intero sistema è facilmente modulabile.

  • Alimentazione: i generatori dei campi magnetici e delle onde radio consumano molta energia elettrica che può essere ottenuta tramite pannelli solari, finchè la missione si svolge entro l’orbita di Marte.

Ma per missioni nel Sistema Solare esterno, dove la luce del Sole arriva molto fioca e i pannelli fotovoltaici non lavorano più, non resta che affidarsi a un generatore nucleare. Realizzarlo richiede però nuovi finanziamenti e studi approfonditi, e spinge in là di vari anni il giorno in cui potremo servirci del VASIMR al pieno della sua potenza. Né va sottovalutato il peso che una tecnologia concorrente, la vela solare, potrebbe avere, almeno nel Sistema Solare interno. In questo periodo triste, fatto di poche grandi idee e di molti tagli di bilancio, speriamo che l’irruzione di nuovi attori e tecnologie, e l’iniezione di capitale privato bastino a ravvivare la scena.

(nella foto: Franklin Chang Diaz)

Images are courtesy Ad Astra Rocket Company

19 aprile 2011 Posted by | Astronautica, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

Galaxy Trucker

La Corporation Incorporated era un’azienda interstellare che si occupava della costruzione di sistemi di fognature ed alloggi a basso costo nei pianeti meno sviluppati della galassia, finché il suo Presidente non ebbe la geniale idea di sfruttare i materiali stessi con cui erano costruite le astronavi per soddisfare le necessità dei pianeti periferici.

In Galaxy Trucker i giocatori dovranno fare a gara per costruire un’astronave nel minor tempo possibile, guidarla nello spazio ed essere i primi a recuperare e consegnare il carico.

La partita è divisa in 3 round, ovvero in 3 viaggi, ed ogni round consiste in una fase di costruzione delle astronavi e nella successiva fase di navigazione. La fase di costruzione avviene in tempo reale in una maniera particolarmente caotica mentre la fase di viaggio viene eseguita con calma secondo una struttura più consona ad un gioco da tavolo. Questo schema, interessante e funzionale, viene riprodotto dall’autore, il cecoslovacco Vlaada Chvatil, anche nel successivo Space Alerts, uno dei giochi cooperativi di maggior successo degli ultimi anni.

Scopo del gioco, dicevamo, è riuscire ad assemblare una astronave e a guidarla nello spazio, raccogliendo lungo il cammino altri materiali. Ovviamente la nave che giungerà per prima a destinazione riceverà un compenso maggiore.

Ad ogni round ai giocatori viene consegnata una plancia raffigurante la silhouette di un’astronave, suddivisa in caselle quadrate: una struttura semplice per il primo round che mano a mano diventa più complessa. In tempo reale i giocatori dovranno “arraffare” i componenti dal mucchio posto al centro del tavolo e disporli sulla propria plancia. I componenti sono però caratterizzati da connettori diverso tipo e, ovviamente, occorre assemblare l’astronave in maniera corretta. Ci sono moduli strutturali, motori, batterie, scudi, alloggi per gli equipaggi, stive per il carico e laser. L’astronave deve essere costruita rispettando alcune norme semplici e basilari che però a volte, nella fretta di finire per primi, possono sfuggire. Finire per primi consente di partire con un certo vantaggio nella fase di navigazione ed avere quindi possibilità di accaparrarsi i carichi migliori. Prima della partenza occorre però valutare la coerenza strutturale delle astronavi e rimuovere eventuali componenti montati in maniera non opportuna. Per esempio avere connettori che puntano verso l’esterno, cioè verso lo spazio, non preclude la possibilità di navigare, ma rende l’astronave più vulnerabile alle meteoriti.

Il viaggio vero e proprio viene gestito con un mazzo di carte evento la cui composizione è variabile. Normalmente non è possibile conoscere cosa ci aspetta nello spazio, ma nelle regole avanzate i giocatori possono, ovviamente a scapito della costruzione dell’astronave, usare parte del loro tempo per esaminare il mazzo del viaggio. Una componente del mazzo viene comunque generata con carte pescate a caso dopo che tutti i giocatori hanno costruito la loro astronavi: non è quindi possibile avere una conoscenza dettagliata ed assoluta di quel che succederà durante il viaggio. Progettare bene la propria astronave è importante e conoscere, almeno in parte, quello che ci aspetta, è vitale. Ogni astronave ha solo una certa quantità di energia determinata dai moduli batteria montati, anche la potenza di fuoco e quella dei motori sono fattori importanti.

Le carte “viaggio” sono varie: c’è lo “spazio aperto” in cui le astronavi rimaste senza motori andranno alla deriva; ci sono i pianeti, su cui è possibile imbarcare carico utile e recuperare  navi naufragate da cui si possono ottenere crediti (punti vittoria) facendo sbarcare ed abbandonando cinicamente uomini dell’equipaggio. Le piogge di meteoriti metteranno a dura prova lo scafo delle vostre navi mentre nelle zone di combattimento i diversi equipaggi si sfideranno in vari campi, tra cui velocità e potenza di fuoco. Non potevano certo mancare, inoltre, pirati, contrabbandieri e perfino schiavisti.

Il viaggio è caotico e pericoloso e spesso le navi non possono giungere a destinazione a causa dei danni subiti o della frettolosa preparazione.  Il primo viaggio è abbastanza semplice ma le astronavi nei round successivi sono sempre più complesse. Il punteggio ottenibile aumenta in maniera progressiva, con l’effetto di mantenere alta la tensione e recuperare i giocatori che hanno iniziato col piede sbagliato.

Il gioco ha davvero tante finezze e sfaccettature pur rimanendo nel complesso semplice, veloce e divertente. Ci sono ad esempio equipaggi alieni, che possono essere imbarcati e danno un vantaggio particolare, o merci “pericolose” che necessitano di stive speciali. E’ disponibile un’espansione che aggiunge materiale per un quinto giocatore e nuovi interessanti componenti quali la cabina di lusso o il motore/cannone. E’ un altro successo per la CGE e Vlaada Chvatil che si dimostra essere uno degli autori più interessanti degli ultimi anni.

ANDREA “LIGA” LIGABUE

13 aprile 2011 Posted by | Giochi | 1 commento

   

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