Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Mappa dei corpi solidi del Sistema Solare

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Ultimamente abbiamo fatto amicizia con il cordialissimo Stephen P. Bianchini, uno studioso di statistica e scienze sociali, appassionato di fantascienza, che vive nella zona di Edimburgo. Stephen collabora con Serious Wonder e con Amazing Stories e ha uno splendido blog tutto suo chiamato The Earthian Hivemind. Per quanto riguarda la collaborazione tra noi (resa più semplice dal perfetto bilinguismo di Stephen) abbiamo deciso di rendere i rispettivi archivi vicendevolmente accessibili, perciò vedrete tra breve i migliori articoli del Tredicesimo apparire, tradotti in inglese, su The Earthian Hivemind, e viceversa. Cominciamo noi proponendovi questo pezzo sulla stupefacente Mappa dei corpi solidi del Sistema Solare (RF)

Questo XKCD è davvero un sito meraviglioso (se ancora non lo conoscete andateci subito, non ve ne pentirete). Ogni tanto qualcuna delle loro realizzazioni grafiche appare dotata di una particolare potenza concettuale, come questa mappa “vecchio stile” che mette insieme tutti i corpi solidi del Sistema Solare.

Non ci sorprende che il nostro pianeta risulti primo, in fondo stiamo parlando di pianeti solidi, ricordatelo, perciò niente giganti gassosi o ghiacciati. Mentre Venere, gemello minore della Terra, è secondo per un soffio. Ganimede, nel sistema di Giove, è la luna più grande del Sistema Solare, e con i suoi 5262 chilometri di diametro è più grande anche di Mercurio e all’incirca della taglia di Marte. La nostra Luna, seppure più piccola di altre, raggiunge comunque una stazza considerevole, specie se paragonata per dimensioni alla Terra (e questo ha provocato la presentazione di una serie di ipotesi riguardo alla sua formazione). Altre lune sono altrettanto impressionanti per diverse ragioni, come il bellissimo Titano (un’altra bella fetta della mappa) o la strana Miranda (vedere questo articolo se si vuole saperne di più).

Nella parte bassa della mappa c’è una sorta di regione residuale, che raccoglie tutto il resto del materiale solido del Sistema, come le lune minori, le comete e così via. Alcune delle lune minori sono davvero piccole, e non solo le grandi lune possono avere le loro lunette (e le maltrattano pure, come Giapeto che potrebbe aver usato la propria per creare le sue montagne), ma possono anche altri piccoli corpi celesti come gli asteroidi. Un esempio? L’asteroide Ida, diametro massimo 30 chilometri, ha una lunetta in orbita intorno a se: è lunga quasi un chilometro e mezzo e la chiamano Dactyl. E’ così minuscola che solo la sonda Galileo nel 1993, sfilandole accanto a 9600 chilometri di distanza, fu in grado di scoprirla.

Qualche altra cifra può interessare: il Sole da solo si aggiudica il 99% della massa del nostro sistema planetario. Dei rimanenti corpi celesti, Giove è di gran lunga il maggiore (il suo raggio è pari al 10% di quello del Sole). Potrebbe contenere circa 1321 Terre e pare che nel corso della sua evoluzione abbia inghiottito un rivale più piccolo, il che giustificherebbe la sua stazza.

solar_system_no_sunPer concludere, solo una breve nota finale. La sonda “New Horizons” raggiungerà Plutone all’inizio dell’estate e a lugliio sarà alla distanza minima prevista dal pianeta nano. Voglio calcare la mano sull’aggettivo “piccolo” mentre voi osservate la mappa. Il diametro di Plutone è pari a soli 2368 chilometri, circa la metà della distanza che separa la California dal Maine. Ma non mi sento di raccomandarvela come scampagnata in macchina.

traduzione di ROBERTO FLAIBANI

editing STEPHEN P. BIANCHINI

DONATELLA LEVI

Titolo originale “Solid Bodies in the Solar System – a great map”

pubblicato il 3 gennaio 2015 da The Earthian Hivemind.

Creedits: XKCD, NASA-JPL

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23 febbraio 2015 Posted by | Astrofisica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , , , , | Lascia un commento

Quei visionari dello spazio che cambiarono il mondo…(seconda parte)

La prima parte di questo imperdibile articolo sui grandi visionari dell’astronautica era dedicata a Wernher von Braun e Sergei Korolev. La seconda parte, che vi proponiamo qui di seguito, è dedicata a Elon Musk e SpaceX, e alla ISS, con le sue caratteristiche innovative e le potenzialità per il futuro dell’astronautica commerciale. Come traduttore, posso dire che è stato uno dei lavori più appaganti e divertenti che abbia mai fatto, come space-enthusiast raccomando ai lettori di favorire al massimo la sua diffusione. Non può venirne che del bene. (RF)

 

Musk1

Negli Stati Uniti, a dispetto dei tagli di bilancio e delle false promesse elettorali che colmano il vuoto lasciato da leader visionari come von Braun, lo spirito della Corsa allo Spazio rimane scolpito nel codice genetico stesso del paese. Possiamo comprenderlo ancora più chiaramente se immaginiamo il corso che avrebbe preso la storia senza von Braun e Korolev. (nell’immagine: Elon Musk)

Supponiamo che la V-2 fosse stata considerata esclusivamente un armamento missilistico, senza che nemmeno un po’ del lavoro venisse destinato al volo spaziale. Supponiamo anche che i sovietici, invece di Korolev, avessero scelto un ingegnere dalla mentalità meno aperta per elaborare i dati della V-2 e costruire una flotta di missili intercontinentali, tale che non avrebbero più potuto esserci ripensamenti a favore del volo spaziale. Niente Sputnik, niente Gagarin, niente “I Magnifici Sette” del Progetto Mercury, nessun progetto Gemini o Apollo, nessuna flotta di sonde robotiche a percorrere per anni il Sistema Solare. E nemmeno i satelliti per le comunicazioni, e nessuna delle tante ricadute scientifiche di cui godiamo al giorno d’oggi. Tutt’al più potemmo supporre che ci sarebbero aerei-spia stratosferici e palloni sonda, e vasti silos di missili intercontinentali dal grilletto facile, con tutto il denaro investito nella Corsa allo Spazio deviato verso il Pentagono.

È uno scenario grigio e deprimente, incapace di darci un presente migliore dell’attuale, ammesso che ci fosse stato un presente e non delle rovine radioattive fumanti. Questo è ciò da cui il sogno di von Braun e Korolev potrebbe averci salvato, quanto meno ci ha portato un’esistenza più interessante rispetto al graduale sviluppo che si sarebbe probabilmente verificato nel corso degli anni 40.

Ma, lasciate da parte le congetture, abbiamo visto la stagnazione che ha seguito la scomparsa di Von Braun e Korolev dal mondo post-Apollo: i progetti d’avanguardia coraggiosi e anche pericolosi verso frontiere inesplorate sono stati sostituiti dai timidi disegni dei burocrati. Da parte americana, un ambizioso nuovo satellite, voluto dai politici per alimentare il sistema dei fondi neri congressuali piuttosto che le necessità del volo spaziale è finito in nulla; da parte sovietica, una serie di stazioni spaziali in bassa orbita terrestre ha accumulato record di durata nello spazio e poco più. L’ispirazione e l’avventura dello spazio sono state divorate da contabili della scienza, che volevano una serie di insignificanti esperimenti controllati piuttosto che una frontiera da penetrare e sperimentare con audacia.

Musk4A dispetto dell’inattività delle istituzioni, il contagio del sogno spaziale non è andato però perduto. Anzi, si è diffuso nel tessuto dei programmi spaziali nazionali e profondamente radicato nei cuori di milioni di persone in tutto il mondo grazie a quello che avevano visto: in particolare in un bambino sudafricano, e futuro immigrante negli Stati Uniti, che rispondeva al nome di Elon Musk (nell’immagine qui accanto) .

Come multimilionario informatico di fine secolo, nessuno negava che fosse un brillante imprenditore, ma il suo obiettivo di colonizzare Marte, dichiarato nel 2002 (quando lanciò SpaceX), venne accolto con un sorriso indulgente e non riscosse alcun credito. Non era il timoniere del settore tecnologico d’avanguardia di una superpotenza, come furono Korolev e Von Braun, ma solo un tizio con un po’ di soldi, e nemmeno abbastanza da essere classificato come uno dei più ricchi fra i suoi colleghi della Silicon Valley.

Così, quando nella prima metà del decennio scorso fu messo in discussione al Congresso il programma della NASA chiamato COTS (Commercial Orbital Transportation Services), era improbabile che SpaceX ed Elon Musk sarebbero stati nominati. Infatti, al di là di alcuni illustri portabandiera, il Congresso era più o meno indifferente all’idea, e l’approvò soprattutto perché piaceva la retorica del mercato libero che era stata appiccicata al progetto nel momento in cui fu messo in discussione, dando l’impressione che non ci fosse pericolo per le vacche sacre di nessuno.

Senza riguardo per ciò che la NASA aveva immaginato per COTS, (in realtà a dispetto di quanto essa avesse mai prefigurato o realizzato sotto qualsiasi programma), l’interesse complessivo del congressisti nelle attività della NASA consisteva giusto nel preoccuparsi che il massimo dei finanziamenti federali entrasse nei rispettivi stati e distretti, e da lì nei loro fondi elettorali. Per loro, dunque, COTS era semplicemente un’altra voce di bilancio che, grazie a uno schema operativo appena differente, poteva portare denaro a Lockheed Martin, Boeing o alle altre aziende ben introdotte.

SpaceX(nell’immagine: un missile della SpaceX)

Invece, un piano che non aveva quasi alcuna importanza per il Congresso fu fatto proprio con entusiasmo dalla NASA come un modo per ridurre leggermente i costi di una parte del suo programma, e fu poi “dirottato” da Elon Musk, alterando in modo radicale e definitivo la struttura economica e il progresso del volo spaziale. Musk sfruttò ogni sinergia che riuscì a trovare tra i modesti obiettivi della NASA e quelli propri ben più radicali, spingendo l’evoluzione della tecnologia di SpaceX e la rapida crescita della sua infrastruttura. E nessuno l’aveva visto arrivare…

I notevoli risultati di SpaceX rivitalizzarono tutto il sistema, spingendo la NASA a essere più ambiziosa e i sostenitori del COTS nel Congresso a promuovere il programma per il volo con equipaggi privati. Solo a quel punto le forze conservatrici all’interno del Congresso cominciarono a osservare con preoccupazione SpaceX, pur senza considerarlo ancora una minaccia. Dopo tutto trasportare carichi commerciali era una cosa, ma di sicuro i voli con equipaggio erano ancora al di là delle loro possibilità. Gli uomini di Boeing e Lockheed si rassicuravano l’un l’altro dicendo che questo programma sarebbe stato un punto a favore per le loro società, e che SpaceX sarebbe potuto diventare tutt’al più un socio di minoranza nel sistema.

Tanta fiducia, comunque, svanì rapidamente di fronte ai progressi sempre più veloci e drastici di SpaceX, che offriva prezzi molto al di sotto di semplici vantaggi competitivi e sviluppava continuamente hardware che non era  nemmeno allo stadio iniziale di ideazione da parte dei principali appaltatori. Prima che questi politicanti se ne accorgessero, e grazie all’assistenza tecnica e finanziaria della NASA, una compagnia di cui qualche anno prima avevano a malapena sentito parlare, cominciava ora a minacciare l’esistenza stessa di grandi società multimiliardarie attive da molti anni, con relazioni nel Congresso solide come la roccia.

Prese dal panico, le più potenti fra loro hanno ripetutamente tentato di far diminuire i finanziamenti ai progetti commerciali assegnati a SpaceX e cercato di convincere le agenzie governative a creare ostacoli per impedire che Musk ne trovasse altri. Ma la popolarità di SpaceX e il suo peso politico sono cresciuti ancor più in fretta delle sue capacità tecniche, e sembra che nel giro di pochi anni si trasformerà dall’ultimo arrivato a essere semplicemente il Programma dei Record.

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(nell’immagine: la Stazione Spaziale Internazionale – ISS)

Proprio come von Braun si era impadronito di un’arma cinica e crudele per inseguire un sogno di meraviglia e di pace; come Korolev aveva stornato lo stesso programma militare stupido e privo di ingegno per il suo stesso popolo verso realizzazioni che saranno ricordate a lungo dopo che il nome dell’Unione Sovietica sarà stato dimenticato; e proprio come von Braun aveva risvegliato un potere timido e pragmatico per arrivare sulla Luna “perché è difficile”; così pare che presto (toccando legno) Elon Musk potrebbe avere fatto crescere un programma commerciale di trasporto merci, che aveva il banale obiettivo di consegnare ciarpame a una stazione spaziale a un costo leggermente più basso di prima, in una rivoluzione senza fine, aprendo le vie del cosmo all’Umanità.

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( nell’immagine: attività extraveicolari nei pressi della ISS)

Tutti i più radicali progressi nello spazio non sono venuti dagli ordini arbitrari di qualche politico coraggioso, o dalla diligente politica dei piccoli passi di un burocrate, e nemmeno dal cieco perseguire il profitto da parte di un uomo d’affari, bensì dall’irresistibile capacità di un visionario di utilizzare ogni strumento a sua disposizione, reindirizzando qualsiasi grande progetto o istituzione verso la propria causa e convertendo al proprio modo di pensare qualsiasi mente non ancora completamente ottenebrata dal bigottismo e dalla miopia. Questo suggerisce qualcosa di sorprendente e che fa ben sperare per il futuro: che a prescindere da quale sia il programma, le persone che condividono il sogno dello spazio possono impadronirsene per conseguire obiettivi straordinari.

Se von Braun può trasformare un’arma di terrore nella speranza dell’Umanità, perfino con una pistola puntata alla testa; se Korolev può convincere dei criminali militari e dei paranoici uomini d’apparato del Politburo che girare in orbita intorno alla Terra è meglio che farla saltare in aria, con il gulag sempre pronto per lui se avesse sbagliato; se Musk può quasi mandarsi in bancarotta, tentando di trasformare un piccolo programma della NASA nel seme di un programma per il volo spaziale commerciale a costi bassissimi finendo comunque per nuotare nei quattrini, allora forse ci sono altri programmi “inutili”, o “distruttivi” o comunque dismessi che possono essere trasformati in qualcosa di stupefacente se portati avanti con la mentalità giusta.

ISS3(nell’immagine: una parte dell’area pressurizzata della ISS)

Si consideri la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), originariamente poco più che un gesto diplomatico dal costo sbalorditivo, che la maggior parte dei critici dei voli spaziali attaccarono definendolo senza valore. Cosa sta diventando ora, che l’obiettivo si va allargando, e l’industria privata sta cominciando a essere coinvolta? Cosa diventerà nel tempo, quando aziende del livello di Bigelow Aerospace, per esempio, cominceranno a mettere in funzione i propri impianti? Cosa diventerà non appena la ricerca e la produzione basate nello spazio si intensificheranno? Quali saranno i suoi sviluppi in tutte le direzioni, sia letteralmente che figuratamente, mentre crescerà oltre il cinismo delle sue origini, che la voleva come semplice scusa per mantenere in volo lo Shuttle? Magari non farà niente di tutto ciò, e sarà semplicemente sostituita e fatta rientrare dall’orbita, ma il potenziale c’è tutto.

Di fatto, esiste sempre il potenziale di prendere qualsiasi cosa uno abbia e ricavarne qualcosa di più grande… molto molto più grande. Von Braun, Korolev e Musk ci offrono una semplice lezione di buon senso che, ironicamente, si vede di rado messa in pratica: parti da dove sei, e usa gli strumenti a tua disposizione per andare oltre. Aspettare un deus ex-machina che consegni il programma perfetto, immaginando dirigenti che si prenderanno cura di te e comprenderanno le tue speranze, e che il denaro ti pioverà in grembo, tutto ciò non porta da nessuna parte.

ISS4(nell’immagine: la Cupola della ISS)

I nazisti, i sovietici e l’apparato militare americano stavano costruendo dei sistemi missilistici, non dei veicoli spaziali, ma quei missili vennero trasformati in veicoli spaziali dalla diligenza e dalle capacità visionarie di von Braun e Korolev. La ISS voleva solo fornire una giustificazione razionale per mantenere operativo lo Space Shuttle dopo che era già divenuto obsoleto, ma ora la stazione sta diventando il nucleo di partenza di un sistema manifatturiero e commerciale nello spazio. Si pensava che il COTS avrebbe ridotto leggermente i costi del trasporto delle merci sulla ISS grazie all’utilizzo di piccoli appaltatori specializzati, ma è stato invece usato come trampolino per una rivoluzione generalizzata della struttura economica del volo spaziale.

E allora, quale sarà la prossima rivoluzione gentile che ci attende nascosta dietro l’angolo? (fine)

Traduzione ed editing di

ROBERTO FLAIBANI e DONATELLA LEVI

 

Titolo originale: “The strange contagion of a dream” di Brian Altmeyer

pubblicato il 6 ottobre 2014 da The Space Review

Credit: NASA, SpaceX Inc.

16 febbraio 2015 Posted by | Astronautica, Epistemologia, Scienze dello Spazio, Senza categoria | , , | Lascia un commento

Supereroi e superproblemi

A3 poster:Layout 1Dall’arrivo in Italia ormai sei anni fa di The Watchmen (I Guardiani, o i Vigilanti), il film di Zach Snyder, regista dell’innovativo 300, è ritornato in primo piano il motivo per cui questi personaggi dei fumetti, grazie anche alla completa digitalizzazione delle pellicole che consentono di far diventare realtà verosimile ogni cosa impossibile, siano così gettonati dalle case produttrici anche a discapito della fantascienza classica, quella scritta e non disegnata. E’ un po’ lo stesso problema postosi con la nuova grande popolarità del Vampiro che non è più quello di Stoker o di Murnau. Superman, Batman, Spiderman, i Fantastici 4, gli X Men, Ironman, i Watchmen, in una sequenza di episodi che non sembrano voler concludersi: perché?

Intanto, si può cominciare a dire una cosa politicamente scorretta: che tutte queste vecchie-nuove figure che s’impongono all’Immaginario Collettivo giovanile e non solo hanno fatto mettere da parte la famigerata frase di Bertold Brecht, per tanto tempo slogan dell’intellighenzia più ideologizzata e faziosa soprattutto in Occidente durante la Guerra Fredda, quel “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” (perché – sottinteso – l’eroe è un prototipo “fascista”) che si può ormai benissimo sostituire con “beati quei popoli che sentono il bisogno di supereroi”. Lo ha capito benissimo un giovane filosofo controcorrente, Simone Regazzoni, che ha pubblicato così Sfortunato il paese che non ha eroi (Ponte alle Grazie, 2012) che negli anni Dieci del XXI secolo ha il coraggio di scrivere un “elogio dell’eroismo”, come recita il sottotitolo, rivolgendosi ad un mondo che non sa più a cosa credere esattamente.

The-Dark-KnightLa risposta è semplicemente perché l’eroe, mortale o semidivino, è uno degli archetipi dell’umanità, uno dei miti-base di tutte le civiltà, quindi anche della nostra così cinica, incredula e disincantata. E’ un simbolo, una figura di riferimento, un fondatore di storia, realtà e società. Un eroe che, per assolvere queste “funzioni”, non era quasi mai confinato in un empireo inaccessibile, ma viceversa molto, molto vicino alla normale umanità con tutti i suoi pregi e difetti, pur possedendo una sua diversità ontologica di fondo, e questo sin dalle più lontane origini: si pensi al sumerico Gilgamesh con la sua superbia, al celtico Cuchulainn con la sua ira, ai greci Achille e Ettore, a semidei come Ercole, ma anche a eroi cavallereschi come Lancillotto: tutti hanno le loro cadute, tutti sono succubi di sentimenti positivi e negativi (invidia, gelosia, vendetta, tradimento, irriconoscenza), tutti commettono dei falli. Ma tutti alla fine superano se stessi, risorgono e portano a termine la loro missione in favore della società o dell’umanità che rappresentano, tutti restano punti di riferimento, da imitare.

L’eroe del tutto distaccato dai sentimenti e dagli umori della gente qualsiasi paradossalmente rinacque a livello popolare negli Stati Unti degli anni Trenta e Quaranta: tutto iniziò da un supereroe con superpoteri come Superman (giugno 1938) e da un supereroe senza superpoteri come Batman (maggio 1939).Siamo alla vigilia del più spaventoso conflitto militare della storia. Ma la stirpe che da essi vide la luce entrò in crisi negli anni Ottanta quando, mutati tempi e costumi, ebbero tutti bisogno di un restyling. Ecco allora apparire sui comic books nuove versioni di tutti i personaggi classici della DC Comics e della Marvel Comics: basti pensare a The Dark Knight di Frank Miller, oggi diventato film, che fece rinascere il mito di Batman. La scoperta del “lato oscuro della Forza” per dirla alla Guerre stellari. Ecco allora i “supereroi con superproblemi” come si disse a partire dal nevrotico Uomo Ragno.

XmenFacciamo un esempio per tutti, un fumetto/film uguale e diverso dagli altri con protagonisti i supereroi. I Watchmen sono di questo tipo, anzi hanno un paio di caratteristiche in più: sono nevrotici non per colpa loro ma perché emarginati da una società che prima li ha sfruttati e poi li ha messi al bando quasi come i criminali che essi combattevano per difenderla (il che è avvento purtroppo anche nella nostra realrà); la loro vicenda si svolge in un mondo alternativo al nostro in cui la storia americana ha avuto un corso diverso non essendoci stato lo scandalo Watergate e avendo vinto gli Stati Uniti la guerra in Vietnam. Duplice interesse quindi per un’unica risposta di fronte al loro successo presso un pubblico che non è più soltanto quello adolescenziale ma anche adulto, di quegli adulti che erano ragazzi negli anni Settanta e Ottanta del Novecento ed oggi vivono in una società di cui francamente vorrebbero fare a meno, di cui sono profondamente insoddisfatti.

ironmanLa presenza di supereroi che non sono iperuranici ma che hanno pregi e difetti, sentimenti e istinti come uno qualsiasi dei loro lettori o spettatori, e in cui quindi è possibile identificarsi senza troppe difficoltà, e la descrizione di un mondo simile al nostro ma non esattamente uguale, dimostra semplicemente che la voglia di evasione/cambiamento è sempre più diffusa e più forte, e si leggono romanzi o fumetti o si vanno a vedere film proprio perché storie alternative alla Realtà ci vengono proposte.

Anche se questo presente alternativo o questo futuro sono quasi quasi peggiori di quanto ci circonda? Sì, anche in questo caso perché una delle caratteristiche dell’ucronia, il non-tempo, è proprio quella dello spaesamento e della possibilità di instillare il dubbio che il Reale avrebbe potuto essere diverso sia in meglio sia, più spesso, in peggio. Purché una modifica del Fatto Compiuto avvenga si è quasi disposti ad accettare qualunque risultato.

Che poi, come in The Watchmen, i supereroi (e gli eroi) possano essere considerati una specie di nemici della società, visti con sospetto e ostilità dalle forze dell’ordine e dai politici, anche qui nulla di veramente nuovo sotto il sole. L’eroe è sempre ritenuto un Outsider, un Fuori-posto, nella società: esso infatti non rispetta quasi mai le regole cui la gente comune è obbligata: non lo erano forse non solo Robin Hood o Zorro, ma anche gli eroi della classicità con il loro rompere le regole? La nuova immagine degli odierni supereroi americani dei fumetti e dei film accentua queste caratteristiche e le vela di oscurità. Nel caso esaminato i Vigilanti, per difendersi, diventano violenti e amorali e credono più a se stessi che a Dio.

spidermanCome al solito, su questi prodotti della modernità, anzi della post-modernità, si riverbera una eredità ancestrale che spesso si stenta (o si ha paura, chissà perché) di riconoscere, mentre allo stesso tempo essi rispecchiamo l’ambiguità dei tempi attuali. Un’epoca la nostra in cui non esiste più, purtroppo, un chiaro spartiacque fra Bene e Male, ed anche il Bene può risultare inquinato, in cui anche i supereroi non sono immuni da pecche spirituali, morali, civili. Non per questo però non hanno spazio e successo gli eroi ed i supereroi senza macchia e senza paura, quelli per i quali è possibile usare l’accetta o il filo della spada per dividere il lato luminoso e il lato oscuro: si pensi alla continuità del successo degli eroi di Tolkien o al revival sotto forma di fumetti, DVD e libri dei personaggi giapponesi, da Mazinga a Jeeg Robot a Goldrake, rivisitazione ipertecnologica dei samurai difensori dei deboli e dell’imperatore. I tempi odierni sono tali, con la loro atmosfera di crisi incombente, che ognuno apprezza, ama e fa vivere o rivivere decretandone un successo mediatico ogni tipo di eroe. Purché al fondo, nonostante qualche magagna, resti tale come intenzioni e scopi.

GIANFRANCO de TURRIS

9 febbraio 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , | 2 commenti

La Scienza della Fantascienza – intervista all’autore

SCdFS coverLa Scienza della Fantascienza è un libro eccezionale.

Ne abbiamo già parlato qui sul Tredicesimo Cavaliere, dando ampio spazio all’indice di quella edizione, sempre utile per farsi un’idea dei contenuti. Io personalmente l’ho fatto anche sulle pagine di “Nigralatebra” un mio sito di qualche anno fa. Definire questo libro è molto difficile, dato che non è un saggio strettamente scientifico, nè in senso stretto letterario, dato che si occupa di quella specifica realtà che è la scienza inventata dagli scrittori di fantascienza, e quindi di una invenzione semi o para-scentifica che scienza non è eppure non è negazione della scienza, giacché è cosa nota, nella fantascienza non c’è spazio per la magia, ergo tutto quello che vi accade deve essere “scientificamente possibile” per quanto improbabile.

Sono questi argomenti scottanti sui quali gli appassionati si scontrano da sempre. Dopo la riedizione, la terza in più di 30 anni di questo libro, le occasioni per discutere sono ovviamente aumentate, con armi a disposizione di qualunque schieramento. Il che è bene, ovviamente, almeno le discussioni saranno più documentate e più divertenti.(Massimo Mongai)

 

intervista esclusiva all’autore, Renato Giovannoli

realizzata da Massimo Mongai

 

 

massimo-mongai2(MM)Cominciamo dalle edizioni. Il libro è stato edito una prima volta dall’Espresso nei primi anni ’80 e successivamente da Bompiani in due diverse edizioni. Questa è quindi la quarta, arricchita e con una veste grafica più prestigiosa di quelle del passato: rilegatura, copertina rigida, controcopertina con una stupenda illustrazione fantascientifica d’antan. L’editore ha investito molto in un libro così specifico e relativo ad un genere letterario considerato morente a livello editoriale, un libro che sta facendo la sua strada da oltre 35 anni. Come mai, perché, qual è la sua forza segreta, il suo superpotere? E’ radioattivo, un mutante letterario?

Renato Giovannoli 2(RG) Il libro è stato completamente riscritto due volte (la seconda “edizione” Bompiani era solo una ristampa corretta) e ogni volta è cresciuto di circa duecento pagine. Quindi, sì, è un mutante, e questo probabilmente lo ha aiutato nella lotta per la sopravvivenza. Però è un mutante che è restato se stesso, infatti non ha mai cambiato titolo, e le sue mutazioni erano già in potenza nel suo DNA. Così mi piacerebbe poter pensare che la sua fortuna è dovuta al suo particolare approccio alla fantascienza. Poiché fin dall’inizio era un tentativo di ricostruire il sistema della scienza della fantascienza – e quindi le relazioni tra le varie teorie fantascientifiche e i dibattiti epistemologici tra i diversi autori – ha forse una coerenza interna che altre compilazioni enciclopediche non hanno e ha finito per diventare quasi l’enciclopedia scientifica di un mondo parallelo. Ecco, forse la sua forza segreta è di essere non solo un saggio sulla fantascienza, ma anche un libro un po’ fantascientifico, un’opera di metafantascienza.

(MM) Per quel che ne ha capito lei, da chi è fatto il Fandom della FS? Chi sono, che tipi sono i lettori, gli appassionati, i maniaci? Gli scrittori? Hanno un qualche tipo di genus di riferimento?

(RG) Conosco poco il Fandom. L’idea che me ne sono fatta, e questo vale anche per la comunità degli scrittori di fantascienza, è che sia appunto una comunità. Siamo tutti anime in cerca di altre anime con cui comunicare. Una passione in comune è la base di ogni amicizia.

(MM) Il Fandom conosce ma conosce poco il suo libro. Eppure a me è sempre sembrato e tuttora sembra un libro fondamentale per chi si voglia occupare di FS. E’ così? Ha secondo lei valenze e possibilità di suggeritore per gli autori? Oppure è un libro per critici, addetti ai lavori, semiot-semiol-qualcosa?

(RG) Certo, essendo anche un catalogo delle idee fantascientifiche, “La scienza della fantascienza” può anche essere utilizzato come un manuale per scrittori. Ma soprattutto è un libro per chiunque nella letteratura cerchi idee, e non solo storie. Indubbiamente è un libro per spiriti speculativi.

(MM) lettori di FS in Italia sono pochi mentre i film (tutti americani) di FS sono numerosi, un paio al mese, e campioni di incasso. Il cinema di FS è quasi l’unico genere rimasto, il “giallo” si traveste da qualcos’altro, la FS no. Che sia neopositivista o critica, è di fatto pura FS. Perché secondo lei?

(RG) Si, è vero. La fantascienza resta sempre fantascienza. Il poliziesco ha un forte aspetto sociale, e per questo si adegua ai mutamenti della società. La fantascienza da questo punto è più libera, anche quando si sente costretta ad adeguarsi al progresso scientifico. La migliore fantascienza è un frutto della libera immaginazione, per questo è sempre pura fantascienza. Anticipa, non segue, il progresso scientifico e l’evoluzione o l’involuzione sociale, e poco importa se fallisce le sue previsioni, che in ogni caso si saranno realizzate in qualche universo parallelo.

(MM) Io sostengo da tempo che il segreto vero della FS (qualcosa in più da capire per lo meno, forse solo l’ultima) ormai risiede nel capire perché le donne non leggono FS. Sbaglio?

(RG) Le donne, in compenso, leggono i polizieschi. Forse perché sono più concrete e meno speculative degli uomini. E anche meno infantili. Bisogna essere restati un po’ bambini, lo dico con orgoglio naturalmente, per appassionarsi alla fantascienza.

(MM) FS e Jazz hanno molto in comune: entrambe nascono in America negli anni ’20, entrambe sono all’inizio un genere popolarissimo e poi diventano quasi un prodotto d’élite, entrambe si sono evolute verso forme “classiche” e lì si sono fermate; in entrambe contano le idee più dei personaggi e forse l’improvvisazione del Jazz è anche quella della FS. Mi sbaglio, deliro?

(RG) Io ho sempre pensato che il jazz avesse un rapporto più stretto con il poliziesco, e non solo perché ha fornito tante colonne sonore a film polizieschi. Sono in parte d’accordo sul fatto che ci siano delle analogie tra i due generi, ma mi paiono per lo più, come dire, analogie “esterne”, relative cioè ai loro pubblici e alla loro fruizione più che alla loro logica interna. La band della taverna di “Star Wars” è una trovata divertente, ma il dixieland che suona non è veramente fantascientifico, e in effetti lì Lucas sta facendo il verso al poliziesco hard boiled.

(MM) Quasi 550 pagine! Un mattone, praticamente. Leggibilissimo tutto. Non è che ha divagato un po’?

(RG) Ho divagato abbastanza raramente. Le 550 pagine erano necessarie per descrivere il sistema della fantascienza, e anzi ho cercato di non dilungarmi troppo. E poi, insomma, volevo scrivere l’enciclopedia scientifica di un mondo parallelo, e le dimensioni del libro sono anche funzionali alla sua vocazione cosmologica.

(MM) Un padre nobile all’origine, Umberto Eco, curatore della prima collana se non sbaglio. Com’è andata? Vi conoscevate, siete stati presentati?

(RG) Eco, che era anche il curatore della seconda collana, gli Strumenti Bompiani, è stato mio professore e relatore di tesi all’università. Era un professore molto generoso, capace di stabilire rapporti di amicizia con gli allievi. Poi negli anni seguenti, anche se con discontinuità, l’amicizia è continuata. C’è da dire anche che Eco è sempre stato un lettore appassionato di fantascienza, ha scritto sulla fantascienza e ha scritto fantascienza. Vada a rileggere il “Diario minimo” e mi dica se non è un libro di fantascienza. Negli anni Settanta ci scambiavamo informazioni sulla fantascienza di argomento semiotico e linguistico: tutta la sezione del libro sulle lingue aliene deriva da quell’interesse comune. Inoltre il libro è nato, verso il 1980, nel corso di un suo seminario universitario. Avevo presentato una comunicazione in cui tentavo un’analisi delle strutture narrative della fantascienza non in base a strutture di “attanti”, come si dice nel gergo semiotico, cioè di personaggi-tipo, o di “funzioni”, cioè di eventi tipo, ma di “macchine astratte” – avevo rubato il termine ai filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari – di natura logica in cui i personaggi e le loro azioni hanno un ruolo del tutto marginale. Queste strutture logiche sono per l’appunto quelle che sostengono le scienze della fantascienza. Alla fine della lezione, Eco mi chiese di fargli un indice del libro che avrei scritto per la collana “Espresso Strumenti”.

(MM) Lo sto leggendo di nuovo e con più attenzione, stavolta con il marker. Ma al confronto degli indici, sembra che la struttura non sia cambiata. Quali le novità più significative, se ci sono e se sono concentrate in qualche parte del libro?

(RG) Il libro è stato riscritto completamente, quindi di novità ce n’è ad ogni pagina. Anche la struttura in realtà è cambiata, anche se forse non moltissimo rispetto alla precedente edizione Bompiani. Soprattutto, in questa edizione ci sono interi paragrafi del tutto nuovi. Per esempio, ho ricostruito la storia della fortuna della Semantica Generale di Alfred Korzybski nell’ambiente degli scrittori di “Astounding Science-Fiction” sulla base dell’epistolario di Heinlein, dimostrando come Dianetics e Scientology – Ron Hubbard era anche lui uno scrittore della rivista – ne siano una volgarizzazione che deve non poco alla fantascienza superomistica di Van Vogt. Anche la sezione sull’iperspazio e sui wormholes è in buona parte nuova: l’ho aggiornata tra l’altro sulla base della ricca bibliografia scientifica e divulgativa degli ultimi anni, tenendo conto dell’ultima generazione di wormholes, quelli artificiali. C’è poi un paragrafo nuovo sui motori a curvatura, uno sull’intelligenza artificiale, uno sulla quarta dimensione in Wells… Avevo sospettato già nelle precedenti edizioni che il linguista Charles Hockett dovesse qualcosa a Robert Sheckley, ma non sapevo che Hockett fosse un lettore di fantascienza, né che avesse scritto, anche lui per “Astounding” un articolo di linguistica aliena. Adesso anche queste influenze e molte altre sono documentate. Spesso, poi, nelle precedenti edizioni avevo citato testi di seconda mano: grazie a internet mi è stato possibile risalire alle fonti prime. Sempre grazie a internet ho poi curato la bibliografia, citando sistematicamente le prime edizioni dei racconti e dei romanzi in rivista.

(MM) Lei dice che l’altro suo libro, “Elementare, Wittgenstein!”, costituisce con questo un dittico. Perché?

(RG) Perché anche la detective story, in quanto metafora della ricerca scientifica, è una sorta di fantascienza e pone notevolissimi problemi epistemologici. In “Elementare, Wittgenstein!” racconto la storia del poliziesco, come nella “Scienza della fantascienza” ho fatto per la fantascienza, come la storia di una serie di rivoluzioni scientifiche che hanno visto in competizione paradigmi diversi. Infine fantascienza e poliziesco hanno molti autori e alcuni temi narrativi in comune. Anche su questo aspetto della questione si troverà qualcosa in entrambi i libri.

(MM) Cosa sa della FS italiana, cosa ne pensa?

(RG) Confesso di conoscere molto poco la fantascienza italiana. La mia impressione è che non vi sia una vera tradizione fantascientifica italiana, e che gli scrittori italiani siano un po’ a rimorchio della fantascienza americana. Dovrebbero darsi da fare per fare il salto verso l’autonomia che il poliziesco italiano è invece riuscito a fare. Però sto parlando senza conoscere veramente ciò di cui parlo… I miei interessi sono piuttosto rivolti a una fantascienza italiana che gli scrittori italiani di fantascienza ignorano. Sapeva che Montale ha scritto delle poesie di fantascienza? Nel libro ne cito due, una sulle polizie del tempo e una sulle controparti di ogni individuo negli universi paralleli. Qualche anno fa ho poi curato una raccolta dei racconti di fantascienza di Antonio Rubino, il famoso illustratore. Sono davvero belli. Pubblicati agli inizi degli anni ’30 nel “Corriere dei Piccoli” superano in fantasia e ironia filosofica la produzione americana della stessa epoca.

(MM) A me piace pensare che quando (non se, quando) incontreremo degli alieni veri, avremo più probabilmente un rapporto stile “Star Trek” che non “Alien”. E questo perché secondo me (l’ho scritto qui sul Tredicesimo Cavaliere) solo una democrazia può costruire astronavi ultraluce. Quando li incontreremo quindi ci sarà uno scambio culturale e secondo me loro avranno pensato e scritto qualcosa su di noi. E’ corretto pensare che questa potrebbe essere la loro fantascienza? Qual è comunque il futuro della FS secondo Renato Giovannoli?

(RG) Dubito che gli alieni della fantascienza abbiano qualcosa a che fare con i veri alieni, ammesso che esistano. Penso piuttosto che siano delle proiezioni della psiche umana, delle immagini più o meno distorte dell’uomo stesso e delle sue ossessioni. Mi trova in disaccordo anche sull’idea che solo una democrazia possa costruire astronavi più veloci della luce: io le immaginerei piuttosto come lo scopo di un impero dispotico, l’unico governo che potrebbe costringere l’umanità a fornire l’enorme quantità di energia fisica e mentale necessaria a realizzarlo. Però la fantascienza degli alieni è un bellissimo argomento per dei racconti di fantascienza… Se non l’ha già fatto, potrebbe venirne fuori una bella serie. Il futuro della fantascienza? Una tesi implicita del mio libro è che la fantascienza nasca dalla filosofia e che i migliori racconti di fantascienza siano racconti filosofici e anzi “esperimenti mentali” filosofici. Credo che la fantascienza avrà un futuro nella misura in cui saprà essere filosofica e nello stesso tempo divertente.

2 febbraio 2015 Posted by | Fantascienza, NON Carnevale della Fisica, Scienze dello Spazio | , | Lascia un commento

   

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