Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Tempeste su pianeti lontani

Biologa e naturalista, impegnata a fondo nella gestione del Planetario di Perugia, Simonetta Ercoli esordisce come nuova collaboratrice del Tredicesimo Cavaliere con questa non semplice traduzione di un “coloratissimo” articolo sulla meteorologia dei pianeti e di alcuni satelliti molto speciali del Sistema Solare. Welcome Simonetta! (RF)

Urano(Le nubi di Urano)

Quando è arrivato l’uragano Sandy, lo scorso ottobre, ha ricordato a tutti noi la forza bruta dei fenomeni meteorologici. I suoi terribili venti e le devastanti mareggiate, però, appaiono insignificanti in confronto alle condizioni presenti su altri pianeti e satelliti del nostro sistema solare. Quando si parla di tempeste della violenza di Sandy, rigonfio come un atleta sotto steroidi, spontaneamente viene in mente la Grande Macchia Rossa di Giove, il ciclone cosmico che potrebbe inghiottire quasi tre Terre e che sta imperversando ormai da almeno 340 anni.

Tuttavia Saturno ha venti di gran lunga più terrificanti, fatto che disorienta gli scienziati, perché il gigante dorato riceve dal Sole un quarto dell’energia ricevuta da Giove (un centesimo di quella della Terra). Le prime previsioni ipotizzavano che la sua meteorologia dovesse essere meno vivace di quella di Giove a causa della sua maggiore distanza dal sole: visto il minor calore a far muovere le correnti d’aria, i ricercatori si aspettavano che i venti di Saturno fossero più calmi di quelli di Giove, e valutavano che Urano e Nettuno dovessero continuare questo trend verso una condizione meteorologica più tranquilla. Invece la distanza dal Sole non porta la calma, avverte il planetologo Andrew Ingersoll dell’Istituto californiano Caltech e afferma: “In realtà, i venti non diminuiscono come ci si sposta verso l’esterno del sistema solare e questo è abbastanza drammatico per Nettuno, perché riceve solo il cinque per cento della quantità di energia ricevuta da Giove per unità di superficie. Tutti i pianeti giganti hanno masse di vento più forti di quelli della Terra”. Le masse d’aria di Saturno si muovono velocemente in correnti che soffiano verso ovest, in senso opposto (movimento retrogrado) alla direzione del moto di rotazione del pianeta intorno al proprio asse. Queste correnti generano bizzarri sistemi di tempeste. Una striscia di questi, chiamata “collana di perle”, si propaga con una sequenza di finestre fino a 60.000 chilometri nella coltre più superficiale delle nubi di Saturno (nella foto). Saturno collana perleStrane nubi a forma di ciambella si trovano in un’altra corrente retrograda: in essa le nubi assomigliano ad anelli di fumo con un’area chiara nel centro.

Nella parte sud, proprio nel mezzo di uno di quelle tempeste di vento retrogrado, ribolle il Temporale Alley zigzagato da fulmini. Quando nel 2004 arrivò la sonda Cassini, la zona dei fulmini era limitata a questa turbolenta fascia lungo una latitudine sud di 30 gradi e sembrava essere associata a nubi di acqua, secondo Anthony Delgenio del Goddard Space Flight Center: “Da ciò che noi sappiamo riguardo alle atmosfere di Giove e Saturno, l’acqua è il solo componente condensabile che è sufficientemente abbondante a creare il tipo di vigorosa convezione che porterebbe al fulmine”, ha precisato. Le nubi di acqua su Saturno giacciono in profondità: l’acqua prima condensa a circa 200 chilometri verso il basso dalla sommità visibile delle nuvole; il calore interno innesca la convezione dell’atmosfera, portando l’acqua verso l’alto fino a circa 70 chilometri; a tale quota si trasforma in ghiaccio. Sulla Terra sembra che il fulmine si formi al livello in cui l’acqua liquida inizia a congelare: le particelle di ghiaccio e di acqua collidono, causando la separazione delle cariche. I modelli matematici prevedono che la zona dei fulmini su Saturno inizi intorno ai 100 chilometri al di sotto delle scure nubi in luce visibile. La collocazione e il limite dell’attività temporalesca su Saturno presentano un mistero che si indaga appena l’estate arriva nel suo emisfero nord: nuove nubi si manifesteranno a nord, esattamente alla stessa distanza dall’equatore.

I poli di Saturno mostrano altre meravigliose forme. Racchiusa precisamente sopra il polo sud, un vortice di bande concentriche di nubi fissa l’osservatore come un ampio occhio: il bordo della tempesta a forma di scogliera si alza dai 40 ai 60 chilometri, richiamando alla mente l’occhio di un ciclone terrestre. Nel polo nord una colossale forma esagonale si sviluppa come un drappo sopra un territorio che ha il diametro di due terre messe insieme. La sconcertante corrente di aria è stabile e di lunga durata, come visto nelle immagini del Voyager negli anni ’80. La causa dell’esagono non è ben conosciuta e resta, pertanto, uno dei più grandi misteri planetari di oggi.

Sta piovendo su tutto il(i) mondo (i)

Insieme al vento arrivano le precipitazioni. La pioggia nel sistema solare esterno è veramente aliena. In questo regno di aspra oscurità e intenso freddo, si sviluppano tempeste ampie abbastanza da inghiottire l’intera furia della Terra per anni. I gas di tipo terrestre diventano liquidi o congelano in ghiaccio; le nevi, formate da cristalli di ammonica e metano, si separano dalle nuvole elettrizzate, sciogliendosi in pioggia appena scendono negli strati più profondi e più caldi. Gli eccezionali colori di Urano e Nettuno sono dovuti alla presenza del metano, che assorbe la radiazione rossa e riflette le radiazioni blu dello spettro verso l’osservatore. Una foschia rossastra sposta il colore di Urano verso il verde. Anche questo pianeta, come gli altri suoi gassosi fratelli giganti, possiede un anello e bande, anche se poco definiti, ma la sua condizione meteorologica è più insidiosa di quella di Giove o di Saturno. Come mai? La risposta si trova nella profondità del cuore di questi pianeti esterni. Giove, Saturno e Nettuno emettono più energia di quanta ne ricevano dal riscaldamento del Sole e questo fatto influenza i loro fenomeni atmosferici dall’interno. Urano, invece, è di gran lunga più freddo rispetto all’ambiente che lo circonda. Le temperature su Urano e Nettuno sono quasi uguali, –197 gradi Celsius, nonostante che Nettuno riceva solo circa il 44% di energia solare di quella ricevuta da Urano. La temperatura di Urano appare essere in equilibrio con l’energia in arrivo dal sole, fatto questo che porta ad un’atmosfera che subisce un minor rimescolamento dall’interno alla superficie.

Il Voyager è stato in grado di riprendere solo l’emisfero meridionale di Urano, poiché quello settentrionale era in oscurità dato che, a differenza degli altri pianeti, il suo asse polare è inclinato di quasi 90 gradi. Appena Urano aveva percorso 84 anni della sua orbita, il giorno è finalmente spuntato nel nord e il pianeta ha mostrato alcuni significativi cambiamenti. Heidi Hammel, vice direttore e scienziata della Planetary Society, ha studiato sia Urano che Nettuno, usando due potenti strumenti: il Telescopio Spaziale Hubble e il telescopio Keck di dieci metri sulla sommità del Manua Kea nelle Hawaii. La Hammel ha trovato forme su Urano che somigliano alla varietà meteorologica di Nettuno. “Abbiamo visto nuvole scoppiettanti su tutto Urano,” ha detto. “Le immagini dei telescopi Hubble e Keck mostravano attività di rapide nubi transienti”. Su Urano le nubi di metano ribollono nel cielo, dove correnti a getto le stirano in bande lunghe mille miglia. La scienziata ha chiamato queste tempeste ‘girini’ a causa della loro forma vista da sopra. Sembra che le condizioni meteorologiche sul gigante verde stiano diventando più simili a quelle di Nettuno, dove scure tempeste (simili alla grande macchia rossa di Giove) si protraggono all’incirca per cinque anni. La durata di quelle su Urano non è nota a causa del limitato tempo di osservazione. Il telescopio spaziale Hubble e il Keck da 10 metri sono le sole due attrezzature al mondo con un potere di risoluzione adeguato a rilevare queste forme e la possibilità di accesso ad esse è limitata. Il team della Hammel poteva usare Hubble per sei ore all’anno, del tutto insufficienti, e il tempo a disposizione sul Keck era poco più del doppio. Nonostante queste limitazioni la Hammel poté affermare che era presente una macchia scura comparabile a una tempesta di lunga durata, di cui monitorò i movimenti per molti mesi, forse quasi un anno. La tempesta somigliava ad una macchia scura simile a quella scoperta dal Voyager su Nettuno venti anni prima. Entrambi i pianeti hanno Nettunomeno nubi di quanto previsto dai modelli matematici. In ciascuna atmosfera infuria una battaglia tra le correnti di aria in risalita, che mantengono in sospensione le particelle, e la forza di gravità che le attrae verso il basso. Per formare le nubi, le particelle devono essere trasportate dall’aria tanto a lungo da raggrupparsi in forme grandi a sufficienza da essere visibili. Piccole particelle, come semi di nuvola, attraggono il liquido a formare le gocce; se le particelle sono poche e lontane tra loro, si condensano gocce più grandi, che precipitano più rapidamente e formano meno nuvole. Kevin Baines del Jet Propulsion Laboratory della NASA propone un’altra idea riguardo alle nubi mancanti: “Quando il metano, molto abbondante in questo pianeta, liquefa, può farlo così velocemente che solo da pochi secondi a un minuto una piccola goccia cresce fino alla taglia di un pallone da spiaggia”. In questo scenario, Baines suppone che giganti gocce di pioggia di metano (vedi immagine a fianco) precipiterebbero dall’aria troppo velocemente per formare le nubi. Urano sembra insignificante comparato allo straordinario disco di Nettuno, le cui nubi sono intrinsecamente blu,” dice Heidi Hammel, “ci deve essere qualche tipo di agente colorante nell’atmosfera, che gli dà una tonalità più azzurrognola di quella di Urano.” Quale agente sia, rimane un mistero. Nell’atmosfera limpida più superficiale di Nettuno, ad una pressione di circa 100 millibars (un decimo di quella della superficie terrestre), le temperature si aggirano intorno a -218 gradi Celsius. Queste aumentano con la profondità e, alla pressione paragonabile a quella terrestre al livello del mare, le temperature raggiungono i -203 gradi Celsius. Al di sotto di questo livello l’aria è calda abbastanza perché il metano esista allo stato liquido o di vapore. Il metano raffredda e condensa in nubi lucenti, in risalita fino alla stratosfera: alcune tempeste passano da 50 a 100 chilometri di altezza.

Piogge in forme più familiari scendono sulla più grande luna di Saturno, Titano. Internamente alla sua nebbia arancione, le nubi ribollono nella parte più alta della troposfera. Appena esse condensano, la pioggia precipita a coprire le arrotondate colline sottostanti e improvvise piene si riversano attraverso alvei asciutti, trasportando le rocce verso le pianure. Le piogge di Titano, comunque, non sono di acqua ma di metano criogenico liquido. La sonda Cassini ha osservato tempeste di pioggia attive muoversi attraverso le regioni equatoriali di Titano. Laghi ampi di metano si estendono attraverso l’emisfero nord, uno dei essi è grande quanto il Mar Nero della Terra e un altro ampio lago nel sud, il lago Ontario, è simile all’omonimo lago terrestre per profilo e dimensione. La sonda Cassini è stata proposta per studiare questi fenomeni in maggior dettaglio, ma gli scienziati vorrebbero scendere all’interno di quei laghi. Nel 2010 un team ha proposto la prima “barca” planetaria, chiamata l’Esploratore del Mare Titano o TiME. Esso è stato ignorato nelle ultime selezioni di missioni in favore del veicolo di atterraggio su Marte inSight, non è escluso comunque che missioni simili possano essere scelte in futuro per esplorare questa nebbiosa luna, ricca di caratteristiche plantarie. Le missioni potrebbero usare sonde che si muovano in superficie e in profondità nei suoi laghi oppure aeroplani o dirigibili che volino attraverso la sua densa atmosfera.

Una nebbiosa oscurita’ invernale

La neve scende sotto diverse forme e in molti luoghi nel nostro sistema solare. La sonda da atterraggio Phoenix e quella orbitante Mars Reconnaissance hanno rilevato nevicate su Marte; lungi dal portare l’allegria delle vacanze invernali, questa neve è composta da una gelida miscela di acqua e biossido di carbonio congelati. Sull’altro nostro vicino, Venere, nevi o ghiacci di metalli possono condensare sulle regioni rilevate. Immagini radar di Venere mostrano uno strano modello di luminosità sui zone rilevate, cominciando a circa 3.5 chilometri sopra il livello planetario del mare. Nei segnali radio, riflessi brillanti generalmente stanno a significare una superficie accidentata, ma qualche cosa di altro sta succedendo qui: ciò che brilla drappeggia tutto dalle accidentate montagne agli alti tavolati. Una varietà di metalli potrebbe spiegare i segnali radio in ritorno. Alle drastiche pressioni di Venere, particolari metalli chiamati alogenuri e calcogenuri possono esistere allo stato di vapore. Su Venere, come sulla Terra, le temperature diminuiscono all’aumentare dell’altitudine: le aree basse e pianeggianti di Venere registrano un soffocante 467 gradi Celsius, mentre le brillanti e più alte zone si rinfrescano a più gradevoli 387 gradi Celsius. I metalli volatili potrebbero passare allo stato di vapore nelle zone basse e migrare gradualmente verso le aree più alte, condensando di nuovo come essi si raffreddano.

Una tale nebbia di vapore metallico potrebbe spiegare una misteriosa serie di fallimenti nelle missioni su Venere, quella che viene chiamata “l’anomalia del chilometro 12.5”. Nel 1978 quattro sonde Pioneer, destinate a studiare l’atmosfera di Venere e a campionare il suo ambiente, ad un’altezza di circa 12 chilometri registrarono tutte e quattro uno sbalzo meccanico, sebbene fossero a migliaia di miglia di distanza: tre durante la luce del giorno e una durante l’oscurità della notte. Lo sbalzo fu accompagnato da bizzarri valori di temperatura e pressione e molti degli strumenti smisero di funzionare completamente. Le sonde sovietiche Venera 11, 12, 13 e 14 ebbero tutte simili sbalzi meccanici alla stessa altezza e la sonda di atterraggio su Venere Vega 1 potrebbe aver prematuramente iniziato la sua raccolta di dati scientifici a causa dello stesso fenomeno: tentava di perforare e analizzare le rocce da circa 18 chilometri dalla superficie! Possono essere date altre spiegazioni per l’anomalia del chilometro 12.5 (incluso un danno elettronico dovuto al calore), ciò non toglie che ghiaccio metallico sarebbe certamente da considerare nell’aliena natura della meteorologia vesuviana.

Il bollettino meteo più strano

Triton(nell’immagine: i geyser di Tritone) Forse la meteorologia più esotica si trova sulla luna più grande di Nettuno, Tritone. Inizialmente le immagini di Tritone, inviate da Voyager 2, sconcertarono i ricercatori: la sua aliena ed erosa superficie si estendeva davanti alla videocamera della sonda come una tormentata area di avvallamenti e crepacci. Nella rarefatta atmosfera, costituita soprattutto di azoto, c’è una pressione diecimila volte più bassa di quella della Terra (15 microbars) e a causa della bassa gravità i margini più esterni di essa diffondono fino ad un’altezza di 800 chilometri. Nebbie brunastre si distribuiscono tra i geyser di azoto che si alzano fino a 8 chilometri. Venti, nubi, nebbie e la pressione stessa vengono condizionati dal gelo e disgelo delle calotte polari presenti su questa luna, fenomeno responsabile degli strani paesaggi. Come l’inverno arriva in uno dei poli, l’azoto di Tritone migra tutto là gelando sulla superficie sottostante e l’intera atmosfera collassa. Questo accade due volte all’anno, quando è inverno in un polo o nell’altro. La strana luna, pertanto, ha un “meteo” esclusivamente durante la primavera, perché è solo in questo periodo che essa presenta un’atmosfera attiva. Molti scienziati credono che, quando la sonda New Horizons raggiungerà Plutone nel 2015, troverà un analogo processo dominare nei suoi cieli. Se gli altri pianeti possono essere considerati una sorta di indicatori, Plutone tiene in serbo per noi molte sorprese meteorologiche.

Traduzione di SIMONETTA ERCOLI

Titolo originale:”Storms of Distant Skies – A Glimpse at Solar System Weather” di Michael Carroll.

Pubblicato su The Planetary Report #1/2013

26 giugno 2013 Posted by | Astrofisica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | Lascia un commento

Serendipità: istruzioni per l’uso

 Se siete capitati su questo articolo per caso, è un caso. Se ci siete capitati perché stavate cercando informazioni sulla Serendipità, siete dei bravi ricercatori o websurfer se preferite. Se cercavate qualcos’altro, ma aver scoperto la Serendipità e tutte le sue implicazioni (di cui non sapevate niente) vi sembra una ottima cosa, allora siete nel pieno di una situazione serendipitosa.Avete trovato qualcosa di prezioso che non cercavate. E sappiatelo la S.à è cosa preziosa.

Amara2La parola l’ha letteralmente inventata a tavolino Horace Walpole, che è il signore del quadro. Queste sono le definizioni esatte:

Serendipità… 1.Trovare una cosa non cercata ed imprevista mentre se ne cerca un’altra: la scoperta dell’America fu un caso di serendipità. 2. Nella scienza, il trovare nel corso di osservazioni empiriche, dati o risultati imprevisti da una teoria o contrastanti con essa, ma di importanza fondamentale”

Zingarelli-Zanichelli, Ed. 1981

Serendipity…(coined by Horace Walpole (c.1754) after his tale The Three Princes of Serendip (i.e. Ceylon), who made such discoveries)…an apparent aptitude for making fortunate discoveries accidentally”

Webster Unabridged Dictionary, Ed.1988

Tradotta letteralmente, tale definizione vuol dire (la traduzione è mia):

“…(coniata da Orazio Walpole (circa nel 1754), dal suo racconto I tre principi di Serendip ( cioè Ceylon), che fecero tali scoperte)…una apparente capacità di fare scoperte fortunate per caso”

La definizione inglese contiene un errore non da poco: il racconto non lo ha scritto Walpole, lui ha letto la traduzione in francese di un testo scritto in Italiano da un certo Pitro Armeno due secoli prima

C’è anche un film con questo titolo. Scordatevi il film. La Serendipità non c’entra niente, lì è solo il nome di una pasticceria dove i due personaggi principali si incontrano per il loroprimo appuntamento, il realtà è un film sul destino.

C’è un’altra definizione che preferisco: “La S.à è quel fenomeno per cui cerchi l’ago nel pagliaio e ci trovi la figlia del contadino”.

A dire: stai cercando qualcosa ma trovi qualcosa di più importante di ciò che cercavi, e in generale di molto diverso. Ad esempio vai ad un colloquio di lavoro e incontri la donna che amerai per tutta la vita. Oppure il contrario: esci con una ragazza per rimorchiarla ed inizi una nuova carriera.

Pura fortuna?

No. La S.à è una parente stretta della fortuna, ma non è lei. La fortuna viene quando vuole lei, è del tutto casuale, dipende forse dagli Dei ed è cieca.

organizzare serendipità

La S.à può essere riconosciuta. Forse è una capacità, e se lo è può essere appresa e sviluppata (vedi figua qui accanto). Non si rivolge a tutti ma a tutti coloro che la conoscono, per cui se non ne sapevate niente, considerate questo un momento fortunato. O se sentite che vi stava aspettando consideratelo un momento serendipitoso.

Non usate MAI vi prego il termine inglese Serendipity! La S.à senza dubbio nata in Inghilterra, ma è venuta da noi e si è ambientata.

Anche la storia di come la si scopre di solito ha a che vedere con la S.à.

Horace Walpole era un nobile inglese che nel 1754 coniò il termine in una lettera che stava scrivendo a suo cugino. Fra l’altro Walpole era uno che amava molto l’Italia ed è lui che ha scritto “Il Castello di Otranto” che viene comunemente considerato l’inizio della letteratura gotica, che non è FS ma insomma è parente nel domio del Fantastico.

Walpole stava leggendo “I tre principi di Serendip”, la storia di tre principi che girovagando per il mondo trovano cose che non stavano cercando (vedi sotto).

In realtà W. non parla di S.à, proprio nel momento in cui inventa la parola racconta di casi di deduzione (in realtà di “abduzione”, che non c’entra niente con gli alieni, la abduzione è il processo logico che usa Sherlock Holmes).

A cosa serve la Serendipità? Beh, serve a tutto un po’.

E il caso più famoso o per lo meno quello più citato è quello della scoperta della pennicilina da parte di Alexander Fleming.

Prima tappa, 1922.

Alexander Fleming ha 41 anni e lavora come ricercatore nel laboratorio di un famoso microbiologo, Sir Almroth Wright, dove conduceva studi sui batteri. Era raffreddato e così decise di raccogliere un po’ delle sue secrezioni nasali e di mettere sul classico vetrino da laboratorio per studiare eventuali evoluzioni di batteri. Detto così sembra un classico scherzo o gioco da studente, ed invece la scienza è piena di esperimenti così, spesso casuali, frutto di una idea improvvisa. I batteri sono dappertutto, erano già nel muco nasale, altri nell’aria, fatto sta che nel vetrino crescono; e qualche tempo dopo mentre li osservava inavvertitamente una lacrima cade dall’occhio di fleming nel vetrino con i batteri. Fleming non ci fa caso.

Ma ci fa caso il giorno dopo quando nel punto in cui era caduta la lacrima scopre che non c’era stata crescita e che c’era un’area leggermente circolare priva di batteri. Fleming pensò che quella mancata crescita dovesse essere causata da una qualche sostanza battericida naturale, fece ricerche e la trovò e la battezzò “lisozima” perché uccideva per “lisi” i batteri; si trattava di un enzima che però per vari motivi non poteva essere usato come un vero e proprio antibiotico. E qui finisce la prima tappa, questa è solo una premessa serendipitosa per la seconda parte della scoperta della pennicillina.

Seconda tappa, sei anni dopo 1928.

Nel corso di una ricerca analoga Fleming scopre che in una delle piastre da coltura che sta utlizzando, i batteri non sono cresciuti, ma anche che stavolta c’è una strana muffa del genere “penicillum”. Di nuovo gioca la S.à ma stavolta in seconda battuta. Fleming ricorda il caso di sei anni prima e decide di sviluppare la ricerca in questo senso.

E tuttavia non sarebbe bastato. Fu necessario l’intervento successivo di altri due scienziati Howard Florey e Ernest Boris Chain, che partendo dalle sue ricerche trovarono il modo di concentrare la pennicilina e di renderla più efficiente. Per questa ricerca gli furono compagni al Premio Nobel.

Ma anche altri casi sono ben noti.

Protossido d’azoto, scoperto nel 1772, ed usato quasi esclusivamente come “gas esilarante”, in occasione di fiere, mostre, spettacoli, anche in case private, fu poi utilizzato come anestetico grazie ad una scoperta causale di tale sua proprietà.

web chiavi ricerca serendipityL’uso del chinino risale ad una scoperta degli effetti benefici antifrebbrili dell’albero “quina-quina” avvenuta per caso da parte di un indio, febbricitante di malaria, e ripresa dai gesuiti nella seconda metà del 1600.

I più famosi dolcificanti ipocalorici (saccarina, sodio ciclamato ed aspartame) sono stati tutti e tre scoperti “per caso” nel corso di esperimenti chimici diretti ad altri scopi.

Nel corso della prima guerra del Golfo (quella del 1991) in alcuni soldati intossicati per caso dall’iprite, venne scoperto un calo dei globuli bianchi: ne sono state ricavate, per ricerca successiva, farmaci antieleucemici e anti cancro (le mostarde azotate).

L’insulina fu scoperta da Frederick Grant Banting, che notò come le mosche si concentrassero sulle urine di un cane cui per esperimento era stato sottratto il pancreas: le urine erano piene di zucchero e da lì la ricerca portò alla scoperta dell’insulina.

Il litio come antidepressivo, l’LSD come farmaco dapprima e droga poi sono stati scoperti per caso, ma sempre per un caso occorso nel corso di esperimenti o di ricerche mirate ad altro.

E così, ad esempio, il miloxidil, un farmaco concepito e studiato per risolvere problemi di pressione del sangue troppo alta si è rivelato un farmaco anti caduta dei capelli!

In realtà i casi di scoperte scientifiche legati alla mescolanza fra caso e S. sono talmente tanti che raccontarli tutti e nei particolari richiederebbe tempo e spazio.

E sempre si è trattato di persone che erano alla ricerca di qualcosa, anche se non di quello che poi hanno trovato.

Ago e figlia del contadino.

MASSIMO MONGAI

 Credits:

http://www.shinynews.it/marketing/0607-serendipity.shtml

http://www.cleanlanguage.co.uk

online.literature.com

17 giugno 2013 Posted by | Senza categoria | , , , , , , , , , | 6 commenti

La fantascienza umanista di Ray Bradbury

Pian piano – è una legge naturale ma poco accettabile – la generazione che ha fatto grande la fantascienza se ne va. Sono gli autori che abbiano letto e amato negli anni Sessanta e Settanta dell’ormai secolo scorso e che ci hanno appassionato e formato ad un genere di science fiction, fantasy ed heroic fantasy che non si scrive più (e non si tratta della nostalgia di un diversamente giovane, ma un fatto oggettivo). L’elenco è lunghissimo: da Simak a Williamson, da van Vogt a Heinlein, da Asimov a Clarke, da Dick a Sturgeon, da Anderson a del Rey, da Farmer a de Camp e così via. Ultimo e, credo più anziano di tutti, Jack Vance, morto a 96 anni il 26 maggio scorso. Vero creatore di mondi fantastici, specialista di personaggi e invenzioni paradossali, dotato di un suo speciale umorismo. Resta, credo, ormai soltanto Frederick Pohl, classe 1919. Vance se n’è andato a quasi un anno dalla scomparsa di un altro grande, anzi grandissimo, Ray Bradbury.

Bradbury(nella foto: Ray Bradbury) Parlare di Bradbury per ricordarlo dodici mesi dopo e quando Mondadori sta approntando alcuni libri nuovi su di lui, vuol dire far correre immediatamente il pensiero ai suoi due capolavori, Cronache marziane (1950) e Fahrenheit 451 (1953), anche se lo scrittore, scomparso il 5 giugno 2012 a Los Angeles a quasi 92 anni (li avrebbe compiuti il 22 agosto), ha avuto una carriera lunghissima, di oltre settant’anni avendo esordito ventunenne nel 1941 su Weird Tales, nel corso della quale ha pubblicato storie di tutti i generi, e non solo quel particolare tipo di fantascienza che a suo tempo si definì “umanistica”: dal fantastico all’orrore, dal giallo al thriller, dal gotico alla semplice suspense, comunque tutti caratterizzati da quel suo tocco personale, da quel suo stile unico, evocativo, dalla singolare aggettivazione, che avvolge il lettore senza che se ne accorga.

Pochi lo sapevano ma dopo un ictus che lo aveva colpito nel 1999 era bloccato su una sedia a rotelle, continuava però a scrivere con regolarità pur se per interposta persona: ogni mattina per tre ore dettava telefonicamente alla figlia Alexandra, perché non poteva più usare la sua vecchia macchina da scrivere meccanica a causa di un braccio inutilizzabile. Ora che non c’è più lo si potrebbe ricordare degnamente in Italia, come da tempo chiedo, non solo con le novità, ma soprattutto con una “edizione critica” dei due suoi capolavori dato che quelle che si trovano in circolazione sono semplici ristampe tali e quali che io sappia: aggiornando le traduzioni del tutto invecchiate di Giorgio Monicelli e aggiungendo introduzioni e note adatte alla bisogna. Da Mondadori ci sono gli esperti per farlo.

Vance(nella foto: Jack Vance)A suo tempo, negli anni Cinquanta-Settanta, quando qui da noi si conobbero anche le antologie dei suoi racconti dopo i capolavori che Carlo Fruttero presentò nel memorabile Le meraviglie del possibile (Einaudi, 1959), ciò che colpiva di Bradbury era la visione malinconica e tragica del destino dell’uomo contemporaneo e futuro preda della massificazione totale, dello sradicamento dell’Io individuale e della sua personalità umana, succube di una macchinificazione della vita, intendendo per questo non solo i marchingegni meccanici e robotizzati, ma anche la virtualità che in America si stava già imponendo a metà del Novecento, mentre da noi ci si sarebbe accorti di tutto questo soltanto a partire dagli anni Ottanta con il moltiplicarsi dei canali televisivi.

Non c’è dunque da meravigliarsi che negli ultimi tempi lo scrittore se la sia presa con gli aggeggi elettronici che hanno invaso la nostra vita e la condizionano al punto tale che molti psicologi e sociologi affermano che il loro uso intensivo ci sta facendo diventare più stupidi (fa diventare soprattutto le nuove generazioni più stupide, dato che le vecchie ormai sono quelle che sono…).Insomma, la Rete come una TV all’ennesima potenza, per di più con la possibilità di poter interagire con l’utente, come in realtà proprio lui aveva ipotizzato in Fahrenheit 451 mettendo in guardia contro l’incultura e il condizionamento.

Clarke(nella foto: Arthur Clarke)“Abbiamo troppi telefonini. Troppo internet. Dobbiamo liberarci di quelle macchine”, ha detto in una intervista per il suo novantesimo compleanno al Los Angeles Times nrl 2010. Perché meravigliarsene come fece a suo tempo qualcuno? E’ la logica conseguenza delle critiche che alle “macchine”, anche se di altro tipo, Bradbury ha fatto in tutte le sue opere specialmente in Fahrenheit 451: anche cellulari, iPhone, iPod, lettori elettronici, smartphone lo sono e producono conseguenze. Delle chat e di facebook ha detto: “Perché tanta fatica per chiacchierare con un cretino col quale non vorremmo avere a che fare se fosse in casa nostra?”. La sua crociata contro i deficienti e l’incultura risale sin dai primordi della sua carriera.

Tutto sta in quel capolavoro antiutopico che è appunto Fahrenheit 451 che come si sa indica la temperatura di autocombustione della carta (236 gradi centigradi). Un libro che è l’esaltazione dell’uomo e della cultura vera dell’uomo, quella trasmessa dai libri e non (allora) dalle finzioni virtuali della televisione. Già nel 1951-1953 – sessant’anni fa – Bradbury immaginava schermi grandi come una parete e la vita falsa che trasmettevano tramite quelle che oggi si chiamano sitcom e vanno avanti per decenni quasi fosse una realtà parallela a quella del telespettatore, o reality show dove la gente comune diventa protagonista attiva. Tema questo, della commistione reale/virtuale o del virtuale che diviene reale, presente in Fahrenheit 451, ma anche di molti suoi tragici racconti il cui più noto è La settima vittima, ed il più tragico è Il veldt.

Asimov(nella foto: Isaac Asimov) E’ contro la pandemia televisiva ieri, e quella internettica oggi, che lo scrittore si scaglia in difesa di un altro tipo di cultura che questa cercava di sommergere ed annullare, e non aveva affatto di mira il senatore McCarthy o una specifica dittatura parafascista o paranazista come volevano dare a intendere certi critici e lettori impegnati soprattutto nell’Italia politicizzata degli anni Settanta (nell’equivoco è caduto banalmente ancora Siegmund Ginzberg ne La Repubblica del 7 giugno 2012). Fu lo stesso scrittore, con grande delusione di certi suoi fans, a confermarlo: nel 2007, sempre in una intervista al Los Angeles Times (che peraltro è un giornale conservatore), affermò che il suo famoso romanzo non si doveva interpretare come una critica alla censura o a una dittatura o specificatamente al senatore McCarthy, perché era piuttosto una critica alla televisione e al tipo di (in)cultura che essa trasmette. “La televisione ti dice quando è nato Napoleone, non chi era (…) Ti riempiono con un sacco di roba priva di vera informazione finché non ti senti pieno”.

Insomma, Bradbury ce l’aveva e ce l’ha avuta sino all’ultimo, contro la pseudo-informazione, la pseudo-vita, gli pseudo-fatti, quelli che Gillo Dorfles ha battezzato fattoidi, e che sono ormai la “normalità” delle TV di tutto il mondo, ma in specie in Italia, e che con l’avvento del Web sono diventati talmente diffusi e abitudinari da assurgere a Verità incontestabile. La parola scritta contro l’immagine, il libro contro l’effimera virtualità. Gli uomini-libro che conoscono a memoria un intero testo contro la banalità corrente. E in un’altra intervista ha detto: “I libri e le biblioteche sono davvero una parte importante della mia vita, perciò l’idea di scrivere Fahrenheit 451 è stata naturale. Io sono una persona nata per vivere nelle biblioteche”.

Dick(nella foto: Philip Dick) Scoramento profondo, quindi, di tutti i suoi lettori e analizzatori progressisti: nessuna motivazione politica e/o ideologica dietro il famoso romanzo strumentalizzato in tal senso per decenni, anche se, leggendo bene quel che Bradbury scriveva a suo tempo, non era affatto impossibile afferrarlo. Sicché è ovvio che sia stato scritto in un sito internet: “Delusione per intere generazioni cresciute nel mito di Fahrenheit 451. La condanna non era per i regimi che bruciano i libri, ma per la superficialità della tv. Lo ha voluto precisare lo stesso Bradbury”. A parte che si deve capire a quali “generazioni” ci si riferisce, sarebbe francamente da chiedersi: di chi la colpa? dell’autore o dei suoi lettori e critici ideologizzati? Era sufficiente saper analizzare senza paraocchi e non farsi condizionare dai propri punti di vista politici. Tanto è vero che spesso, negli Stati Uniti, Bradbury si è platealmente irritato quando qualcuno gli voleva spiegare quel che aveva scritto, le sue vere intenzioni (“quei tizi che mi vogliono sempre spiegare di che cosa parlano i miei libri”), come peraltro avviene anche in Italia. Delusione che era iniziata nel 2004 allorché Bradbury se la prese aspramente con il regista Michael Moore che aveva intitolato un suo film revisionista e complottista sulla catastrofe delle Torri Gemelle Fahrenheit 9/11: e al regista che gli telefonò per scusarsi ma precisando che ormai non poteva cambiare il titolo, lo scrittore disse: “Bravo coglione!” e gli sbatté la cornetta in faccia. Per di più si fece fotografare alla Casa Bianca con il presidente Bush e signora che un sito di delusi fantascientisti italiani così definisce: “Un presidente che non sarà certo ricordato per il suo contributo alla democrazia, ai diritti civili e alla libertà di informazione”…

Come si vede la tanto apprezzata e semplicistica equazione fantascienza/progressista e fantastico/reazionario è una solenne sciocchezza, anche se purtroppo ancora qualcuno ci crede, magari forzando le tesi espresse dagli scrittori nelle loro opere. Bradbury è stato un sostenitore da sempre di una cultura umanistica e ci ha dato una fantascienza di questo genere con veri e propri capolavori: ma non sta scritto da nessuna parte che ciò sia sinonimo di progressismo ideologico e politico. Come lo definiamo oggi chi preferisce un libro di carta ad un libro elettronico che si “sfoglia” su una “tavoletta”?

Simak(nella foto: Clifford Simak) Bradbury in realtà è stato sempre contro il “politicamente corretto” che oggi detta legge, anche se negli anni Cinquanta del Novecento non si chiamava ancora così: basti pensare al famoso dialogo tra Montag, il pompiere-incendiario di Fahrenheit 451, e il suo capo Beatty che lo vuole catechizzare, e che lo stesso autore riassume così: “Il capo dei pompieri spiega che bruciano i libri perché i contenuti di alcuni di essi offendono le minoranze, perché altri causano infelicità. E l’uso del termine ‘minoranze’ non è legato ai temi razziali, ma a tutti. Ognuno di noi è parte di qualche minoranza per gusti, passioni, professione o interesse, quindi ognuno di noi può essere ‘offeso’ dal contenuto di un libro”… Sembra che descriva la situazione di oggi…

Bradbury confessò a Ernesto Assante che lo riporta su La Repubblica del 7 giugno 2012: “Sono uno scrittore di miti e i miti non muoiono mai. I miti greci e romani, il Vecchio e il Nuovo Testamento sono metafore nelle quali la gente si riconosce facilmente”, e aggiunse che gli piaceva pensare che “ogni libro che ho scritto sia il frutto di una vita spesa a catturare metafore in fuga”. Anche se il termine esatto avrebbe dovuto essere “simboli”, quanto sostiene Bradbury non può che confermare quale sia la vera e indistruttibile sostanza dell’Immaginario, di cui fantascienza, fantastico e orrore fanno parte, e che li rende generi letterari in sé non caduchi: il mito personale e collettivo, dal mito dell’infanzia perduta al mito della conquista dello spazio, di una terra incognita del passato o al di là delle stelle.

GIANFRANCO DE TURRIS

3 giugno 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, News | , , , , , , | 2 commenti

   

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