Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Guerre Stellari settimo episodio in 10 epitaffi

1-star-wars-force-awakens-photo-shoot-time-magazineVisto Il Risveglio della Forza, settimo episodio di Guerre Stellari e primo della nuova trilogia di J.J.Abrams per la Disney ormai proprietaria della Lucasfilm, si può dire come premessa che due affermazioni di Lucas e della Disney stessa sono del tutto errate. Il primo aveva definito la saga da lui ideata, diretta e prodotta una soap opera, mentre la seconda aveva affermato e fatto dire dai suoi uffici stampa che il nuovo episodio poteva essere visto anche da chi non aveva conosciuto né sentito parlare dei precedenti sei. No. Quella di Lucas era una vera e propria favola proiettata nel futuro, e chi non ha visto gli episodi precedenti non ci capisce un accidente, magari solo per sommi capi.Infatti, tanto per essere schematici ecco dieci buoni motivi per criticare Il risveglio della Forza:

1.

E’ in fondo esattamente una pura soap opera in salsa stellare invece che salsa terrestre nella essenzialità del termine: la trama è una serie ininterrotta di agnizioni, di figli perduti e ritrovati, di scontri fra padri e figli, di antichi amanti che si rivedono dopo decenni e così via. E meno male che la trama era “blindatissima”, come si è scritto, per proteggere la sua originalità… Addirittura!

2.

E’ un film banale: la sua trama è del tutto elementare, senza alcuno scatto, con due o tre colpi di scena che rientrano appunto nella mentalità e nella tecnica della telenovela e non certo della favola e nemmeno della storia d’avventura, e quindi manca di una vera tensione.

3.

E’una vicenda in cui, a veder bene, Abrams ha eliminato ogni riferimento alto al vero senso e al valore della Forza, cardine della saga lucasiana. Nemmeno indiretto, nemmeno come riferimento positivo, aspirazione e auspicio, dato che i Cavalieri Jedi sono scomparsi. Anche nel rappresentante del Lato Oscuro usa la Forza, Kylo Ren, risulta essere come un semplice superpotere da “cattivo” Marvel grazie al quale è possibile leggere nel pensiero, intuire la presenza degli avversari, attrarre verso di sé gli altri con un gesto della mano. Non è più qualcosa di superiore, spirituale, mistico. Si direbbe una precisa scelta.

4.

E’, di conseguenza dovendo mirare basso, un quasi plagio di episodi precedenti: qui non ci troviamo di fronte a “citazioni” colte come hanno affermato alcuni critici cinematografici, tipo, aggiungo, quelle presenti in Interstellar, ma proprio chiari rifacimenti/rifacimenti di famose scene degli episodi di Lucas. Si va dal ragazzo/a abbandonato/a sul pianeta desertico, al piccolo robot BB8 che ispira simpatia (il personaggio migliore del film, peraltro); dallo scontro generazionale (in Lucas padre cattivo vs figlio buono, in Abrams figlio cattivo vs padre buono), alla nuova Morte Nera, alla sua arma, al modo di attacco dei caccia ribelli; dal bar intergalattico (l’idea originale è in una famosa copertina della rivista Galaxy disegnata da Ensh), che Abrams però realizza in una semioscurità che ne annulla fascino e curiosità, alle scene pressoché identiche dell’incursione dei nostri eroi nella tana del nemico.

5.

E’ privo di originalità inventiva, nonostante l’altissimo costo della produzione: non c’è un, dico un essere alieno che primeggi e si ricordi con piacere o curiosità, né personaggio né animale che rimanga impresso nella mente dello spettatore come per i sei film di Lucas. Forse l’unico è Maz, l’ aliena nana che gestisce la taverna galattica, ma forse nemmeno quella (per la quale, dato che è stata realizzata con la stessa tecnica del Gollum del Signore degli Anelli non si capisce il motivo per cui sia stata ingaggiata una famosa attrice, certa Lupita Nyongo, forse solo per inserirne il nome nel cast). Addirittura i paesaggi e le costruzioni sembrano quelle appunto de Il Signore degli Anelli, mentre l’accampamento nel deserto non offre alcun appiglio al regista per creare esseri che colpiscano l’immaginazione e, se non ci fosse stato per il vecchio Millenniun Falcon, è praticamente vuoto e potrebbe essere un insediamento di beduini libici. La svogliatezza arriva al punto tale che l’alieno che paga i rottami della protagonista con un pasto per avvisare i suoi complici non fa altro che usare un… telefonino stile anni Novanta! E’ povero in fin di conti anche di scene spaziali grandiose e coinvolgenti: non bastano gli sconti fra i caccia amici e nemici o le fughe e gli atteggi avventurosi di Han Solo per salvarlo.

6.

E’ privo alla fin fine anche di una sua logica interna e chiarisce ben poco della situazione di lì a oltre venti anni  da l’episodio che lo precede  cronologicamente. Il ritorno dello Jedi, non essendo sufficiente il sunto iniziale: da dove sbuca il Primo Ordine e come ha preso il posto dell’Impero di cui eredita la struttura e l’armamentario, ad esempio? e il Leader Supremo (una traduzione alquanto ridicola che ricorda il Lìder Maximo cubano) come ha preso il posto dell’Imperatore di cui è peraltro una copia? e come fa la spada di Luke ad essere custodita nella taverna galattica e, ma guarda un po’ che caso, ritrovata dalla giovane Ray?

7. 

E’di un semplicismo sconcertante: come è possibile che un disertore delle stormtroopen ex-imperiali possa maneggiare una spada-laser jedi? e come lo può fare con perizia la trovatella che addirittura sconfigge il coetaneo rappresentante del Lato Oscuro della Forza? e come mai scopre improvvisamente di avere poteri mentali tali da resistere al tentativo di leggerle nella mente e poi da riuscire a condizionare il suo carceriere? è possibile che si riesca a guidare come se niente fosse una vecchia carretta come il Millennium Falcon? Certo, non si può essere tanto pignoli di fronte elle esigenze di un copione del nostro genere, ma nemmeno si può eccedere sino a questo punto.

8.

E’ in film che strizza fin troppo l’occhio (ma lo si doveva aspettare in base a varie dichiarazioni della Disney) alle mode giovanilistiche del momento, agli spettatori delle nuove generazioni dei videogiochi, di facebook, degli smartphone con le loro innumerevoli app, alle odierne tendenze pseudosociali politicamente corrette: al centro adesso c’è una eroina, giovane e caruccia che s’è fatta da sé in un ambiente ostile(“Non mi prendere la mano” dice piccata a Finn, il disertore fifone mentre fuggono). Questo farà impazzire le ragazzine e mandare in brodo di giuggiole il conformismo giornalistico.

9.

E’ buonista fino alle midolla, sino al punto che il padre infilzato dal figlio perverso, lo accarezza mentre sta tirando le cuoia. Lo stesso “cattivo” non lo è del tutto, è incerto e impreparato e fa rimpiangere Darth Vader di cui dovrebbe essere una sorta di successore e seguace (ne conserva il teschio!): è invece un giovincello isterico che dà in escandescenze incontrollate rivestito di una maschera alla Iron Man abbastanza ridicola e non paurosa come quella del predecessore. E credo proprio che la stessa musica epica da sempre caratterizzante Star Wars sia stata lasciata in sottotono, poco usata, per questa strategia di buonismo diffuso.

10.

E’, last but not least, un film in cui il famosissimo regista commette, almeno a mio modesto parere, errori impensabili dal punto di vista tattico, come quello di far sollevare la sua maschera al giovane vilain senza lasciare la suspense sino alla fine, ad esempio sino lo scontro diretto tra i due figli d’arte, con  la futura Cavaliera Jedi (ci scommetterei). Dove si assiste a scene un po’ ridicole come quella in cui sembra che lei voglia spegnere nella neve la spada-laser rosso fiammeggiante di lui…

Penso che basti. Che ci dobbiamo aspettare in seguito? Altre banalità/ovvietà da soap opera spaziale. La giovane Ray, che è la figlia perduta di Luke (poi Abrams ci spiegherà, ma non è detto, come un Jedi abbia potuto avere un figlio) riconsegnata la spada al padre farà rinascere i Cavalieri in cui ci sarà posto anche per le signorine, insieme si imbarcheranno in una crociata contro il Primo Ordine, che sa ormai tanto di un Terzo Reich galattico assai più dell’Impero, in cui il giovane “cattivo” sopravvissuto al collasso finale del pianeta (anche di ciò Abrams ci darà, o forse no, la spiegazione) crescerà di prestigio. Forse non sarà proprio così ma qualcosa del genere, dato che di certo il giovane disertore di colore, passato dalla parte della “resistenza” interplanetaria, avrà una sua parte, magari accanto alla nostra eroina divenendo anche lui, perché no?, un baldo eroe.

Tutti contenti, quindi: i sostenitori delle quote rosa, i tutori del buonismo universale, i fautori del multiculturalismo fra umani, i nemici de-inossidabili del Male Assoluto che si perpetua in eterno e nell’infinito (e con esso la “resistenza” da qui a l’eternità). Un po’ meno lo saranno i veri appassionati di Guerre Stellari. Bah!

GIANFRANCO de TURRIS

 

Per la fotografia si ringraziano Time  e il fotografo Marco Grob

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2 febbraio 2016 Posted by | by G. de Turris, Cinema e TV, Fantascienza | , , , , , , | 3 commenti

CHE BATOSTA !

Asteroid-miningIl Tredicesimo Cavaliere incorre nell’ira funesta di Facebook e perde il più bello scoop della sua storia.

Ecco com’è andata.  

Giovedì 12 novembre alle ore 12:35, il blog pubblica un breve, emozionato comunicato stampa dal titolo: “E’ aperta la caccia agli asteroidi. Potremmo sbagliarci, ma non ci risulta che prima di quell’ora, in quel giorno, qualche altro organo di informazione in lingua italiana, di qualsiasi tipo, avesse già battuto l’importantissima notizia che segue.

Percepiti per anni solo come potenziali portatori di distruzione in caso di impatto con il nostro pianeta, gli asteroidi, oggetto del Space Launch Competitiveness Act approvato ieri dal Senato degli Stati Uniti con un convinto voto bipartisan, appaiono ora in una luce nettamente migliore – esordiva il comunicato stampa, che  chiudeva un paio di dozzine di righe dopo, così: – dal punto di vista minerario, l’insieme di asteroidi e comete che fa parte del Sistema Solare potrebbe valere qualcosa come cento trilioni di dollari  = $1014   E non si può negare che l’attuale livello tecnologico sia perfettamente in grado di sostenere questo nuovo sforzo. Il Congresso Americano l’ha capito e, a quasi cinquant’anni dall’Apollo 11, ha di fatto dato inizio all’Astronautica commerciale e privata

Il canale di diffusione più importante è costituito, per un microblog come il Tredicesimo Cavaliere, dalla rete dei Gruppi di discussione Facebook che raccolgono migliaia di astrofili. L’insieme dei Gruppi Facebook, degli astrofili e dei blog costituisce di fatto una microeconomia virtuosa, dove ognuno ha i suoi doveri e ottiene il suo tornaconto. Facebook fornisce la piattaforma tecnologica su cui si basa il servizio; gli astrofili forniscono lettori ai blog e a FB un pubblico per le campagne pubblicitarie, e, come si è detto, i blog forniscono info e contenuti ad astrofili e Gruppi FB. E’ andata avanti così per anni, con soddisfazione di tutte e tre le parti .

Ma giovedì 12 novembre, Facebook ha posto fine a questa proficua collaborazione con un gesto brutale e senza preavviso, sanzionando l’account FB di chi vi scrive, per 15 giorni, con il blocco della possibilita’ di scrivere e pubblicare nei Gruppi e con la cancellazione degli inviti alla lettura del comunicato stampa di cui sopra. A tutt’ora non mi è stata nemmeno comunicata una motivazione ufficiale.

Ammmesso ma non concesso che io abbia involontarialemte scritto o fatto qualcosa di sindacabile, cosa che comunque nego nel modo più assoluto, nel buio totale in cui mi hanno lasciato posso solo azzardare che FB voglia rifarsi al testo seguente: Le normative di Facebook prevedono che venga messa fine ai comportamenti che potrebbero essere considerati fastidiosi od offensivi dalle altre persone. Abbiamo appurato che hai utilizzato una funzione in un modo che potrebbe essere considerato improprio, anche se non era tua intenzione“. Ma, ripeto, non c’è stato ancora niente di ufficiale.

Ricostruiremo la nostra rete di lettori, servendoci di altri media, che sul web non mancano di certo. Saremo presenti su Twitter, Yahoo e sulle Cerchie di Google, e altri ancora. E non rinunceremo neanche a Facebook, che, al di là dell’arroganza e del senso di onnipotenza che pervade i suoi burocrati, ha pur sempre grandi meriti.

Cosa possono fare i nostri lettori, i nostri amici , e chi apprezza il nostro lavoro?

MOLTISSIMO !

Prima di tutto farsi vivi, aiutarci a diventare più forti condividendo questa pagina e abbonandosi al Tredicesimo Cavaliere (naturalmente è gratuito). Al momento potete farlo solo tramite nostra pagina Facebook, che è ancora disponibile e non credo verrà minacciata. Ma, meglio ancora, se non lo avete già fatto, registratevi anche come utenti diretti di WordPress, il nostro editore:

https://iltredicesimocavaliere.wordpress.com

Tra breve avremo una presenza su Twitter, Yahoo, Google e quant’altro. Ma il lavoro è tantissimo e noi siamo pochi. Perciò la cosa più utile e apprezzata sarà poter disporre di un poco del vostro tempo per un aiuto sul campo, tanto meglio se avete competenze specifiche nel settore dell’editoria sul web.

Inutile dire che chi può aiutarci di più sono proprio gli astrofili e gli appassionati di fantascienza che fin qui ci hanno seguito tramite i Gruppi di Facebook. In teoria si potrebbe tentare anche subito di recuperare quei lettori ristrutturando i rapporti tra noi e i Gruppi su una base diversa e inattaccabile dalla burocrazia di FB. 

A prestissimo, rimanete sintonizzati !

Roberto Flaibani

16 novembre 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , , | 1 commento

“Predestination”: film in sala!

predestination1Qui troverete un commento critico al film di Repubblica, più altri tre brevissimi commenti di altri giornali. Qui niente spoiler.

Qui un interessantissimo articolo di dicembre 2014 di Andea Viscusi scritto quando il film non era ancora uscito in Italia. In campana, questo contiene spoiler.

E dato che Internet è ben strana, qui trovere direttamente il film se non vi va di andare in sala. Devo dire che di solito io preferisco andare a cinema, non costa poi tanto in mezzo alla settimana, i primi due spettacoli e poi fra poco ho 65 anni, ma molte cassiere già ci credono o fanno finta di crederci, l’unica moneta vera per me ormai è il tempo e quello lo spendo sia al cinema sia davanti al mio computer. Io l’ho visto al cinema, ma fatto sta che qui lo potete vedere senza spendere. Il film è meno bello visto su schermo piccolo, ma quello è.

Da qui in poi tutto questo mio articolo è un ininterrotto spoiler del film.

Una premessa: fare un film o scrivere un romanzo imperniato sui viaggi nel tempo non può che provocare paradossi insormontabili. Ancora devo vederne uno che non lo faccia. Il paradosso, le contraddizioni logiche, la trama ingarbugliata sono una conseguenza inevitabile dei viaggi nel tempo. Per forza. Dato che però sono estremamente intriganti, continuano a farli e gli spettatori, almeno io, continuano ad andarli a vedere.

Ma “Predestination” pur essendo tratto da un racconto del grande Heinlein contiene una contraddizione insanabile, una di quelle contraddizioni “scientifiche” che in teoria vanificano la costruzione stessa della storia.

Un film o una storia di FS può contenere infinite improbabilità, ma nessuna esplicita impossibilità scientifica. Se c’è va spiegata, aggiustata, aggirata con argomentazioni fantascientifiche, con éscamotage di trama, plot-point o quello che vi pare. Va eliminata, nascosta, sublimata.

Ad esempio se vuoi far volare una astronave ad una velocità superiore a quella della luce ti devi inventare il motore a curvatura spaziale, un mondo parallelo, l’iperspazio, quello che ti pare, ma dire che lo può fare e basta, no, non puoi dirlo; se vuoi creare un posto molto freddo, sotto lo zero assoluto, -273,15 gradi centigradi non lo puoi mettere, non esiste e non può scientificamente esistere una cosa come 1000 gradi sotto zero. Eccetera.

Bene in questo film/racconto (che ho letto cento anni fa e già allora non mi aveva convinto) c’è una impossibilità: gli ermafroditi umani completi ed in grado di riprodursi sia come uomini che come donne non esistono, se li vuoi li devi creare in laboratorio.

predestination3ARRIVA LO SPOILERONE!

Sintesi della storia.

1945: la bambina Jane viene trovata davanti all’orfanotrofio.

Cresce e da adulta sta per entrare in un corpo speciale di donne “assistenti” di astronauti.

Però viene scartata, gli viene detto per una rissa, mentre c’è un altro motivo di cui si sono accorti i medici ma che non le è stato detto.

Poi incontra un uomo, ci fa l’amore, resta incinta, l’uomo scompare.

Jane partorisce una bambina cui dà il suo stesso nome.

La bambina però viene rapita, e scopriremo poi portata nel passato all’orfanotrofio, proprio quello lì: è lei stessa, Jane ha partorito sé stessa.

Jane a questo punto scopre di essere una specie di ermafrodita, la sua parte femminile è compromessa ed invece viene chimicamente e chirurgicamente sviluppata quella maschile: gli asportano seni e vagina e gli costruiscono (come? Non si può ancora fare, figurarsi allora, e non esistono ermafroditi che abbiano “nascosto dentro” un pene) un efficiente apparato riproduttivo maschile: pene, testicoli, prostata e dotti deferenti, dai testicoli, alla prostata, all’uretra. Per forza: se no niente eiaculazione.

Così diventa uomo.

Una sera, ormai uomo, in un bar racconta la sua storia ad un barista, che gli rivela di essere un viaggiatore temporale e lo/la porta nel passato, dove incontra Jane cioè sempre sé stessa, e la mette incinta. Jane diventata John mette incinta sé stessa per partorire sé stessa. Forte. Peccato che sia impossibile.

Poi John viene coinvolto nei viaggi nel tempo e cerca di impedire che un terrorista compia degli attentati.

In uno di questi tentativi viene ferito e sfigurato, gli cambiano la faccia e diventa così il barista che parlerà a John. Sempre lui, sia chiaro.

Però diventa anche il terrorista, e questo non si capisce bene, quando come e perché.

In uno dei suoi viaggi il barista incontra un sé stesso invecchiato che è il terrorista e lo uccide

predestination4Il film finisce qui.

Jane, John, il barista, il terrorista sono sempre la stessa persona.

Ripeto: Jane bambina è partorita da Jane donna fecondata da John che è lei stessa: l’ovulo di Jane adulta insieme allo spermatozoo di John adulto si uniscono per formare Jane bambina che però è sempre lei, cioè Jane partorisce sé stessa con l’aiuto di se stessa diventata uomo, poi diventerà il terrorista che però sarà ucciso sempre da lui stesso.

Ripeto anche: io non ho capito quando come e perché il barista diventa il terrorista, si accenna al fatto che i troppi balzi nel tempo possono provocare follia. Il barista forse diventa il terrorista perché impazzisce, vive a lungo e poi viene ammazzato da sé stesso, che impazzendo diventerà lui, il terrorista?

Mh…

Il film non è chiaro, ci sono buchi di sceneggiatura belli grossi.

Ma contiene quella tale impossiblità: non ostante venga citato un caso come “realmente accaduto”, nella specie umana non si sono MAI trovati ermafroditi perfetti, ossia creature che sono contemporaneamente uomo e donna ed in grado di fecondare come maschi ed essere fecondati come donne, né men che meno di fecondare sé stessi.

Anche i viaggi nel tempo sono altamente improbabili, per così dire, ma l’umano ermafrodita va inventato a parte, costruito con una qualche ingegneria genetica dato che contrariamente a quanto detto nel film NON esiste in natura: tutti i casi registrati di umani ermafroditi sono sempre casi di individui “chimerici” che sono geneticamente o maschi o femmine con caratteri dell’altro sesso, ma non caratteri perfetti, ossia funzionanti.

Sono o uomini o donne, con alterazioni più o meno profonde nella genetica e dell’aspetto esteriore, di solito sono sterili e a volte sono in grado di riprodursi ma o come uomini o come donne, non entrambe le cose.

L’idea d’insieme è ottima, il film è interessante anche se un po’ confuso, cosa inevitabile nei film con i viaggi nel tempo, ma la perfetta intersessualità di Jane/John, data per certa, non esiste negli esseri umani.

E’ un errore.

Ho letto il racconto di Heinlein da cui è tratto il film, ma troppo tempo fa e non so dove sia; ma se questo particolare è lì dentro, resta un errore. Heinlein è un grande della Fantascienza ma su questa cosa a fatto a tirar via.

predestination5Il film è gradevole e ben girato, anche se come ho detto non è chiarissimo su alcuni punti. E’ costato poco, gli effetti speciali sono ridottissimi, è tutto un gioco mentale, è un bel tentativo. Io avrei chiarito la questione dell’intersessualità, o meglio della possibilità di riprodursi in entrambi i modi, anzi io l’ho fatto, mi sono inventato gli Ermà, appunto una popolazione di ermafroditi umani, ma appunto sono mutanti frutto di esperimenti di genetica che vivono 500 anni fa in uno dei racconti di Rudy “Basilico” Turturro.

Il fatto è che tutti pensano che scrivendo di fantascienza si possa stiracchiare la logica o i dati scientifici, anche un genio come Heinlein. Beh, era un genio ma su questa cosa ha toppato.

E’ difficile far quadrare ipotesi fantascientifiche e realtà scientifiche, ma il bello del gioco è proprio qui. Se ce la fai, quello che scrivi sarà forte! Ansiogena ed antipatica, certo, ma è questo il bello della fantascienza, il fatto che è ansiogena ed antipatica, perché parla della possibilità di altre realtà. Come ho già detto proprio qui sul Tredicesimo Cavaliere: orchi, lupi mannari e vampiri non mi fanno paura, Alien ed i suoi amichetti sì.

Poi , va bene, lo so anche io che oltre a sospendere l’incredulità occorre sospendere anche le proprie ossessioni. Vi ricordate i “formiconi” di “Assalto alla Terra”? Fantascientificamente parlando non sarebbero possibili, dato che gli insetti hanno un sistema di respirazione (non hanno veri polmoni) che ne limita le dimensioni: uno scarafaggione o un ragno da 25 centimetri sì, due metri no. Però quei formiconi erano il risultato delle radiazioni nucleari, hai visto mai? E comunque ancora oggi mi godo il film: la bambina che urla quando sente l’odore dell’acido formico ancora mi mette paura!

Un’altra considerazione strettamente genetica: Jane ha un cariotipo (ossia una mappa genetica, il suo DNA) che finisce con una coppia di cromosomi XX, perché questo accade in tutte le donne; John è maschio? Allora dovrebbe avere una mappa genetica che finisce con la coppia cromosomica XY, perché questo accade in tutti gli uomini. Com’è possibile? Se hanno un cariotipo XXY (esistono, ma di solito sono uomini con l’aspetto di uomini) andrebbe detto. Heinlein ha fatto a tirar via. E poi: quante sono le possibiltà statistiche che lo spermatozoo con 23 cromosomi di John (quelli e solo quelli a scelta casuale fra milioni) unendosi all’ovulo con 23 cromosomi di Jane (quelli e solo quelli a scelta casuale fra milioni) determini esattamente lo stesso cariotipo, identico, di Jane? Quante sono le im/possibilità statistiche che questo accada?

Nun ce pare, ma queste contraddizioni dentro la storia ed il film sono grosse come una casa, è come se ci fossero anche un lupo mannaro, Darth Vader/Fenner e Pippo Baudo. Per dire.

predestination2spoiler /spˈɔɪlər ‖ in it.spˈɔiler/

s.ingl. (pl. spoilers ), in it. s.m., invar.

1 In aeronautica, diruttore.

2 Negli autoveicoli, elemento della carrozzeria, di solito applicato nella parte posteriore, per evitare il risucchio dell’aria durante la marcia e consentire di conseguenza un migliore avanzamento del veicolo e un risparmio di carburante a parità di velocità.

3 Parte posteriore della tomaia degli scarponi da sci o di scarpe sportive, articolata con la parte anteriore per consentire una maggiore mobilità alla caviglia

Negli sci da discesa, dispositivo di plastica applicato a pressione vicino alla punta per evitare le vibrazioni che si verificano alle alte velocità e l’incrociarsi degli sci stessi.

4 Prolungamento della superficie della carena di un’imbarcazione a poppa, per aumentare la lunghezza del galleggiamento.

5 Anticipazione dei punti salienti della trama di un libro o di un film.

ETIMOLOGIA Propr. “saccheggiatore, spogliatore”

DATA 1983.

MASSIMO MONGAI

9 luglio 2015 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza | , , , | 1 commento

Un sottomarino su Titano

Titan-6Che Titano, una luna di Saturno, sia uno dei posti più interessanti del Sistema Solare, lo sanno tutti. Possiede un’atmosfera, oceani liquidi e montagne che portano nomi tratti dal Signore degli Anelli. Inoltre si discute sulla possibiltà di trovare laggiù perfino indizi dell’esistenza della vita. Nel frattempo, le agenzie spaziali si danno da fare con qualcos’altro, per esempio un sottomarino che ne esplori gli oceani.

L’idea di base sel sottomarino viene dopo anni di fly-by eseguiti nel corso della missione Cassini-Huygens e dopo l’atterraggio, nel gennaio 2005, del lander europeo Huygens, che rivelò le incredibili  caratteristiche di Titano. Quando verrà il  turno di questa esplorazione marina? Evidentemente dopo Marte ed Europa. La NASA ha dichiarato che il primo sottomarino potrebbe essere trasportato sulla luna di Saturno dopo il 2040 nel corso di una missione senza equipaggio.

L’idea originale e il progetto sono stati sviluppati dal COMPASS TEAM del Centro Glenn della NASA e dal Laboratorio di Fisica Applicata (il video allegato ne illustra abbastanza bene le idee base). Il sommergibile peserà circa una tonnellata, sarà dotato da un sistema di propulsione tradizionale e pronto per una missione di 90  giorni nell’oceano artico di Titano. Si attendono difficoltà non tanto nell’atterraggio (Cassini-Huygens ha fornito così tanti dati in questo senso) ma per la missione in se stessa. Non si sa niente dell’ambiente sub-superficiale, anche se sono state rilevate maree e correnti. Inoltre, dato che la gravità è assai minore che sulla Terra (intorno a 0,14 g.), alla profondità di oltre 500 metri nel Mare Kranken (il più vasto bacino polare di Titano), la condensazione dell’azoto e il freddo creeranno molte barriere tecnologiche.

Titan-2“Da molti punti di vista un sottomarino su Titano presenta requisiti di autonomia comparabili con uno terrestre e le considerazioni d’ordine propulsivo e idrodinamico sono simili. Comunque, la trasmissione diretta di un proficuo ammontare di dati attraverso mlioni di km fino alla Terra richiede una grande antenna, installata come una pinna dorsale ultrasonica”.(Lorenz et. al, 2015, at the 46th Lunar and Planetary Science Conference)

“Si suppone che il veicolo esegua l’ammaraggio nel centro di Kraken-1, un posto sicuro. Dopo qualche test di tipo marino, il veicolo si dirigerà verso nord per osservare il flusso della marea passare attraverso il labirinto di Ligeia-Kraken, e forse rilevare il liquido maggiormente ricco di metano fluire da Ligeia verso l’equatore. L’imbarcazione quindi volgerà la sua rotta verso occidente per esplorare la linea di costa di  Kraken e indagare sul flusso di marea nella strozzatura” (Lorenz et. al, 2015, at the 46th Lunar and Planetary Science Conference).

 

traduzione di ROBERTO FLAIBANI

 

Per saperne di più:

Titano, un mondo a parte

Esplorare i laghi polari  di Titano

 

edizione originale di Stephen P. Bianchini

apparso per la prima volta sul blog Serious Wonder il 13 Febbraio 2015.

 

 

 

 

 

 

7 aprile 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia | , , , , | 2 commenti

Il gigante gassoso e la sua corte

gioveLa congiuntura economica sfavorevole sembra essere alle nostre spalle, e negli Stati Uniti le spese per le Scienze dello Spazio tendono ad aumentare, specialmente quelle relative all’esplorazione del Sistema Solare. C’è nell’opinione pubblica, ed ancor più nel Congresso, una forte curiosità per Europa, la luna di Giove, suscitata dalla presenza (assai probabile) di un grande oceano d’acqua all’interno di essa, che potrebbe ospitare un’intera biosfera e forme di vita complesse. Il bilancio preventivo per il 2016 della NASA, infatti, è aumentato di oltre mezzo miliardo di dollari rispetto a quello corrente, e si prevede che la tendenza continui almeno fino al 2019. Tra i più attenti a cogliere il momento positivo e ad interpretare glli umori dell’opinione pubblica, è stato il gruppo di esperti lobbisti della Planetary Society, che si sono battuti fieramente a favore dell’aumento dei fondi destinati alla NASA, risultando determinanti in svariate occasioni. E devono veramente aver fatto breccia nel cuore della gente se hanno incassato proprio in questi giorni, loro che lavorano esclusivamente grazie a contributi volontari e all’autofinanziamento, il più cospicuo regalo della loro storia offerto da una singola persona, pari a 4,2 milioni di dollari!

juno+Ah, l’America …. I nostri paperoni, che pure ci sarebbero, non vanno oltre le Cayman.

Ecco dunque spiegato il frenetico attivismo in cui la Planetary Society si è lanciata nelle ultime settimane, con parecchie nuove assunzioni nel Quartier Generale di Pasadena, e il tentativo di costruire una vera rete di sostenitori in tutto il mondo. Da parte sua, il Tredicesimo Cavaliere non ha tardato a farsi sentire, mettendo a disposizione della Society tutta la potenza delle sue bocche da fuoco. La sua Santa Barbara, secondo il più recente inventario, risulta costituita da una scatola di fiammiferi controvento e quattro petardi natalizi. La Society ha immediatamente risposto offrendo il posto di correttori di bozze per i sottotitoli italiani del loro materiale audiovisivo, posizione che l’equipaggio degli astrononni (nessuno ha meno di 50 anni, salvo “il pivello”) ha entusiasticamente accettato. Per aspera ad astra, incrementis.

 La NASA suddivide le sue missioni in tre categorie, definite in base al limite di spesa:

Discovery (limite di spesa 450 milioni di dollari) molto popolari tra gli ingegneri e gli scienziati dell’Agenzia per la velocità con cui possono essere ideate, assemblate e lanciate anche se a scapito della completezza dei dati scientifici ottenuti. Le missioni Discovery sono di esclusiva competenza della NASA, dalla individuazione dell’obbiettivo fino al termine del ciclo operativo. Questo profilo è stato definito e ufficializzato nel 1992, ed è stato utilizzato in 28 missioni, di cui 7 dirette verso Venere, 9 verso asteroidi o comete, e le altre da dividersi tra Luna e Marte. Il limite di spesa imposto a questa classe di missioni ne ha limitato fino ad oggi il raggio d’azione al Sistema Solare interno. Ma la comunità scientifica è preoccupata per la mancanza quasi totale di missioni attive nel Sistema Solare esterno che si verificherà nel prossimo decennio a causa dei tagli del bilancio NASA effettuati negli anni scorsi. Il metodo migliore per mitigare il danno sembra essere quello di favorire al massimo l’accesso al Sistema Solare esterno delle missioni di classe Discovery. La NASA ha compiuto un gesto concreto decretando che, da subito, nel bilancio di missione tutte le spese che cadono sotto la voce “operazioni”, vengano conteggiate a parte, e senza concorrere più, come già quelle relative al lancio e alla messa in orbita, al raggiungimento del tetto di spesa prefissato. Gli scienziati hanno risposto presentando dei progetti di classe Discovery di concezione radicalmente nuova: IVO, ELF, Kuiper e LIFE. In questo articolo parleremo di IVO, lasciando gli altri a una prossima occasione.

ganymedeNew Frontiers, (limite di spesa 1000 milioni di dollari). Le missioni vengono scelte e finanziate con un curioso meccanismo di divisione delle responsabilità tra Governo, Congresso e NASA, ma pagate con fondi provenienti dal bilancio di quest’ultima. Questo programma ha avuto inizio nel 2006 e ha dato vita fino a oggi a tre missioni: New Horizons, ormai in vista del suo principale obiettivo, Plutone; JUNO, che orbiterà intorno a Giove a partire dal 2016 per studiarne la magnetosfera; OSIRIS-REX, data di lancio prevista 2016, che studierà in maniera intensiva e riporterà a Terra dei campioni prelevati da alcuni asteroidi ricchi di materiale organico. La NASA sembra decisa ad emettere un nuovo bando nel 2016, che consentirebbe di avere le sonde pronte al lancio nel 2023.

Flagship, nessun limite di spesa. Si tratta di sofisticate missioni dotate di numerose, grandi e complesse apparecchiature atte a compiere ricerche ed esperimenti estesi e approfonditi. Hanno tempi di realizzazione lunghi, che possono risentire dei sentimenti dell’opinione pubblica e di tendenze macroeconomiche. Se ne può realizzare una ogni dieci anni, se va bene. Gli obiettivi che si pongono sono di livello strategico, e vengono decisi su delega presidenziale da un gruppo di super-esperti chiamato Planetary Science Decadal Survey. Il finanziamento grava interamente sul bilancio federale, sotto il controllo del Presidente. Gli esempi più recenti e indimenticabili di questa classe sono state le missioni Galileo e Cassini.

fiondamejoConsegnata la palma di missione Flagship (in pectore) a Europa Clipper per ovazione popolare, e riconosciuti i limiti della classe Discovery , appare chiaro che saranno le missioni classe New Frontiers quelle a cui saranno assegnati i compiti più importanti nei prossimi dieci o vent’anni. Il luogo più affollato negli anni ’30 sarà senza dubbio il Sistema Gioviano. Al centro del sistema c’è naturalmente il gigante gassoso, che emette più energia di quanta ne riceva dal Sole, con grave pericolo per la strumentazione che deve essere adeguatamente schermata, e il suo poderoso campo di gravità che rende possibile un energico giro di fionda gravitazionale alle astronavi in transito nel caso volessero cambiare rotta e/o aumentare velocità. Intorno al gigante ruotano la bellezza di 67 satelliti naturali, e lungo la sua orbita, nei punti di librazione L4 e L5 del sistema Sole-Giove, sono ospitati oltre 6000 asteroidi cosidetti Troiani. I quattro satelliti maggiori, ovvero Io, Europa, Callisto e Ganimede, completano il quadro offerto ai ricercatori.

europaIl primo robot terrestre in arrivo, come sappiamo, sarà JUNO nel 2016, il secondo veicolo della classe New Frontiers. Tra il 2028 e il 2032 circa, sarà la volta dell’europeo JUICE, che indagherà su Europa, Callisto e sopratutto Ganimede, il più grande dei satelliti di Giove e di tutto il Sistema Solare, sospettato di contenere anch’esso un oceano d’ acqua, proprio come Europa. Si tratta di un veicolo di classe L (large – limite di spesa 900 milioni di euro) che dimostra quanto l’Europa sia interessata a giocare le sue carte in questa assemblea scientifico-tecnologica.

Un’altra missione classe New Frontiers, chiamata Trojan Tour & Rendezvous, è attesa nelle zone degli asteroidi Troiani, che percorrono la stessa orbita di Giove. La composizione chimica e geologica di questi piccoli corpi celesti costituisce un caso scientifico ancora irrisolto: potrebbero essere composti di metallo e roccia e quindi essere simili a Ceres e agli altri asteroidi della Cintura Principale, che sono stati validamente sottoposti a indagine dalla sonda Dawn in questi ultimi mesi. Oppure potrebbero essere composti di rocce porose, gas volatili e acqua, come le comete. Conoscere la risposta sarebbere di grande aiuto per i ricercatori che cercano di scrivere la storia del Sistema Solare. I Troiani sono così ambiti come oggetti di ricerca, che nella zona dovrebbe presentarsi anche un’ospite illustre da tempo annunciato: la sonda giapponese erede di Ikaros, per l’occasione equipaggiata da una vela solare più grande e da un motore a ioni.

Ci sarà infine una missione dedicata all’osservazione di Io, e qui le cose si complicano. Di sicuro quel corpo celeste merita parecchia attenzione: appena più grande della nostra Luna, è in rapporto di risonanza orbitale 4:2:1 con Ganimede ed Europa, e il suo nucleo ferroso interagisce fortemente con la potente magnetosfera del gigante. Ma è l’attrazione gravitazionale integrata di questi tre attori che provoca i maggiori sconvolgimenti sulla piccola luna, che, sottoposta a contiui stress, dà origine a sempre nuove bocche vulcaniche e colate laviche sulla superficie, per la necessità di dar sfogo alle enormi pressioni e temperature createsi all’interno, scaricando in tutto il Sistema Giovano tonnellate e tonnellate dei materiali più diversi. Ebbene, se osserviamo i programmi delle classi New Frontiers e Discovery scopriamo che ambedue propongono missioni dedicate all’osservazione di Io. Nel primo caso si parla di un veicolo denominato Io Observer, che risiederà in un’orbita larga intorno al gigante svolgendo la maggior pare delle indagini in una situazione di relativa sicurezza rispetto all’intensa emissione di radiazioni provenienti da Giove. Periodicamente la sonda si lancerà in profondi quanto veloci flyby di Io per integrare le osservazioni effettuate dall’orbita.

ioMa dicevamo che è stato presentato anche un progetto per una missione di classe Discovery, sempre dedicata a Io. La missione Io Volcano Observer (IVO) dovrebbe operare da un’orbita polare gioviana, effettuando anch’essa periodici flyby di Io. La sonda conterrà non più di cinque apparecchi: due telecamere, una camera termografica all’infrarosso, un magnetometro e uno spettrometro di massa. L’apparato radio in dotazione controllerà anche la velocità del veicolo, e a bordo verrà installato un sistema ottico di trasmissione dati di nuova concezione. L’attenzione dei ricercatori sarà concentrata sulle sorgenti e l’estensione dell’attività vulcanica di Io e gli effetti della dispersione nell’ambiente gioviano del materiale proveniente dall’interno della luna. La durata della missione è fissata in 22 mesi, ma potrebbe essere prolungata fino 6 anni, in caso di necessità.

Tra il 2027 e il 2032, probabilmente, farà il suo ingresso nello spazio gioviano l’ammiraglia di questa flotta di esploratori, Europa Clipper, a cui oggi sono demandate le maggiori speranze di trovare finalmente la vita nel Sistema Solare.

A meno che JUICE….

ROBERTO FLAIBANI

FONTI

31 marzo 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | Lascia un commento

Saranno questi i nuovi Shuttle?

Negli ultimi anni il settore aerospaziale sembra aver abbandonato l’uso degli spazioplani, come nel caso del pensionamento dello Space Shuttle. In realtà ciò è vero solo in parte, infatti sia la Russia che gli Stati Uniti hanno in progetto di sviluppare una nuova generazione di Shutlle. Di seguito parleremo della navetta russa Kliper e le navette della serie X-37 costruite negli Stati Uniti.

1Lo spazioplano Kliper

Kliper è uno spazioplano prodotto dall’ Agenzia Spaziale Russa Roskosmos, il cui principale appaltatore è RKK Energia in collaborazione con l’ESA(Agenzia Spaziale Europea), che si occupa dell’aviotronica e dei sistemi di pilotaggio e la JAXA (Agenzia Spaziale Giapponese) per lo sviluppo dell’elettronica di bordo. Il progetto della navetta iniziò nel 2005 ma subì ritardi a causa delle modifiche al progetto e successivi problemi di fondi da parte della RKK Energia. Per questi motivi, l’Agenzia Spaziale Russa ha cercato di coinvolgere nel progetto anche l’Agenzia Spaziale Europea, la quale è la principale utilizzatrice dei mezzi spaziali russi. Non esiste una stima precisa di costi, in quanto le variazioni al progetto originale hanno determinato una fluttuazione compresa tra 15 e 16 milioni di dollari.

Inizialmente il primo test di volo sarebbe dovuto avvenire nel 2011, mentre il volo inaugurale l’anno seguente. L’Agenzia Spaziale Russa ha fatto tesoro dell’esperienza maturata nello sviluppo degli spazioplani, come il MIG-105 e il Buran, cercando di creare una navetta completamente riutilizzabile per il trasporto di passeggeri e rifornimenti. La navetta ha lo spazio sufficiente per 6 persone e 500 kg di carico, è provvista di uno scudo termico in piastrelle come lo Shuttle e il Buran. Sarà in grado di planare come un aliante al rientro nell’atmosfera terrestre, per poi atterrare su una pista di aerei usando un carrello d’atterraggio. Kliper sarà sprovvisto di motori e si affiderà solo al razzo Soyuz per la sua messa in orbita. Per dare alla navetta una grande flessibilità operativa, la si è dotata di un sistema di aggancio sulla coda per connetterla a moduli di trasporto o a moduli provvisti di motori oppure a moduli vitali per possibili missioni prolungate nello spazio o, in alternativa, ad una possibile combinazione di più soluzioni. Quest’ultimo aspetto è tenuto in grande considerazione dai progettisti del Kliper, poiché il mezzo potrà essere impiegato in missioni orbitali lunari e marziane. I profili delle future missioni del Kliper saranno i più disparati ma, nell’immediato, dovrebbe essere impiegato nel connetere la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) alla Terra, sostituendo le Soyuz.

Per tali missioni, inoltre,  è stato progettato un modulo di connessione, Parom, anche questo riutilizzabile perché verrà lasciato in orbita bassa al rientro della navetta, per essere riagganciato nella missione successiva verso la ISS. Se il progetto Kliper andrà in porto, sarà necessario lanciarlo con un razzo vettore, come tutti i veicoli diretti nell’orbita bassa. La Roskosmos ha previsto di utilizzare gli attuali razzi Soyuz 2-3, apprezzati per la loro grande affidabilità (valutata attorno al 100%) e per ragioni logistiche inerenti al modo di lanciare la futura navetta: questa sarà sistemata sulla sommità del razzo proprio come le navette Soyuz, in una configurazione particolarmente cara agli ingegneri russi per ragioni di sicurezza e di affidabilità.

2Confronto tra la Soyuz e Kliper

Le Soyuz sono attualmente le uniche navette a solcare i cieli poiché, dopo il pensionamento della flotta Shuttle, non esistono più altri sistemi di trasporto verso la ISS. Nonostante Kliper miri a sostituire le vecchie Soyuz, alcune soluzioni tecniche di queste continueranno a sopravvivere nella nuova navetta riutilizzabile. La Soyuz è lanciata da un razzo che porta lo stesso nome della navetta ed è disposta sua sommità di questo. Analogamente anche Kliper sarà disposto sullo stesso razzo della Soyuz e nella medesima posizione. La soluzione ha due vantaggi in termini di costi e di progettazione: si riducono i costi e tempi utilizzando un sistema già ampiamente collaudato e sicuro. Entrambe le navette hanno la stessa capacità di carico di 500 kg. Inoltre Kliper sarà dotata di una toilette di bordo, già presente nello spazio angusto della Soyuz. La principale differenza tra i due velivoli risiederà nella completa riutilizzazione della Kliper unita alla capacità di trasportare fino a sei persona alla volta invece di trre. Attualmente, il progetto è stato bloccato dal governo russo nonostante la grande risonanza mediatica di cui aveva goduto. Non si parla di una vera e propria cancellazione ma sta di fatto che le difficoltà progettuali, unite all’aumento dei costi, hanno pesato sulle prospettive future. Sembra che la Roskosmos stia portando avanti lo sviluppo della capsula PPTS (Prospective Piloted System), con una capacità di carico e di trasporto di persone pari alla navetta spaziale Kliper. La PPTS può avere varie configurazioni: una per il trasporto fino a 6 persone verso la ISS, e una per il trasporto di quattro persone adatto per l’orbita lunare e altre missioni in orbita terrestre.

3X – 37

L’altro spazioplano di cui parleremo sarà l’X-37, sviluppato negli Usa dall’aeronautica militare (USAF), dalla DARPA (l’agenzia del Pentagono per l’alta tecnologia), dalla NASA e dalla principale contraente per lo sviluppo, la Boeing. Mentre Kliper era ancora in fase di progetto, già l’X-37A compiva dei test di volo tra l’anno 2005 e 2006. Il primo volo orbitale avverrà con una nuova versione denominata X-37B. Il suo primo lancio, OTV-1, partì da Cape Canaveral il 22 aprile 2010 fino al novembre dello stesso anno con l’atterraggio nella base militare di Vandemberg. La missione successiva, OTV-2, durò dal 5 marzo 2012 con il lancio da Cape Canaveral ,al 16 giugno 2012 con atterraggio nella base di Vendemrberg. L’ultimo volo, OTV-3, partì da Cape Canaveral l’11 dicembre 2012 e atterrò sempre a Vandemberg il 12 ottobre 2012 stabilendo il record di permanenza nello spazio di un velivolo automatizzato per un totale di 670 giorni. Ufficialmente lo scopo della OTV-3 era di controllare i seguenti sistemi:

  • navigazione

  • guida e controllo

  • protezione termica

  • aviotronica di bordo

  • reazione dei componenti soggetti alle alte temperature

  • isolamento riutilizzabili

  • parti elettroniche leggere per il controllo del volo

  • paracadute orbitale

  • fase di rientro e atterraggio su pista

Vista la genericità dei profili delle missioni, si è ipotizzato che queste navette fossero legate principalmente a impieghi militari. I costi di sviluppo iniziali erano di 301 milioni di dollari nel 2002, anno in cui la Boeing si è aggiudicata la commessa. Per ora i possibili impieghi futuri della navetta sembrano essere di ricognizione e di sorveglianza ma è stato annunciato lo sviluppo della navetta X-37C: una versione adatta al trasporto di astronauti alla stazione spaziale internazionale.

5Confronto tra X-37 e Space Shuttle

La navetta X-37 è una versione ridotta dello Space Shuttle, pertanto ne condivide lo scudo termico in piastrelle e un carrello retrattile per gli atterraggi in aeroporto. La principale differenza con lo Space Shuttle risiede nelle dimensioni più ridotte dell’X-37 e un sistema di aggancio sulla coda per il trasporto di moduli specifici nelle diverse missioni. Come per Kliper, l’X-37 è progettato con il criterio della massima efficienza, traducendosi nella ricerca della massima flessibilità operativa che permetterebbe una riduzione dei costi. In altri termini, un velivolo più piccolo può essere lanciato su razzi meno potenti, necessitando di minor carburante e semplificando le procedure di lancio. Inoltre la creazione di moduli specifici e intercambiabili permetterà di riutilizzare la stessa navetta per più missioni, limitando tutta la costosa trafila della progettazione e dei successivi test solo al modulo specifico. Attualmente l’X-37B è stato equipaggiato da un modulo motori, contenente un Aerojet 2-3 alimentato ad idrazina.

Conclusioni

Da questa breve disamina sui futuri progetti degli spazioplani, emerge ancora un interesse attorno a questo genere di navette nonostante il pensionamento della flotta Space Shuttle e il trionfo dei capsule Soyuz. Non è un caso che i nuovi spazioplani siano sviluppati da ingegneri russi e statunitensi, che hanno fatto tesoro dell’esperienza maturata attraverso il MIG-105 per i primi e l’X-20 Dyna – Soar per i secondi. Questi progetti anticiparono lo sviluppo di più maturi programmi: Space Shuttle negli Usa e Buran nell’Unione Sovietica. La cosa interessante è che il primo spazioplano a compiere un volo orbitale con atterraggio completamente automatizzato fu il Buran, la cui tecnologia è oggi impiegata nei droni, nell’X-37B e nell’ipotetica navetta Kliper. Il programma statunitense Costellation e quello russo PPTS sembrano suggerire una riscoperta delle capsule spaziali, seppur potenziate per dimensioni e tecnologia. È curioso constatare che gli USA sembrano aver messo da parte il programma Costellation a vantaggio dell’X-37, mentre i russi, al contrario, hanno sospeso Kliper per PPTS. Il futuro è ancora incerto e forse l’entrata in scena i nuovi Global Competitor (specialmente tra i paesi BRICS) e delle compagnie private, potrebbero riservare interessanti sorprese.

LUCA di BITONTO

Bibliografia

 

3 dicembre 2014 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Scienze dello Spazio | , , , , , , | Lascia un commento

Il planetario: un percorso tra archeologia e tecnologia (seconda parte)

Il planetario moderno ha mosso i suoi primi passi nella seconda metà del XVII secolo, quando furono soddisfatte due condizioni fondamentali: una conoscenza completa del cielo e un livello apprezzabile della tecnologia. Numerose, infatti, erano le difficoltà da superare per gli antichi astronomi (si veda la prima parte dell’articolo), non tanto per ricostruire la volta stellata, che varia la sua configurazione in tempi molto lunghi, quanto per rappresentare i moti apparenti, che su di essa compiono i “corpi erranti” (Sole, Luna e pianeti visibili ad occhio nudo) in conseguenza ai moti propri e a quelli di rotazione e di rivoluzione della Terra. Inoltre, per soddisfare una simulazione più convincente necessitava di ospitare le persone all’interno e di conseguenza la struttura doveva essere di grandi dimensioni.

In questa ottica la Sfera armillare Gottorp si può considerare il progenitore del planetario moderno. Si tratta di uno strumento meccanizzato costruito in Germania da Andreas Busch nel 1653: un bel manufatto, che mostrava il movimento del Sole e i pianeti allora conosciuti, raffigurati da sei angeli d’argento. In essa veniva simulato anche il moto di precessione degli equinozi, facendo ruotare il piano dell’equatore rispetto a quello dell’eclittica, che conteneva lo zodiaco, a una velocità corrispondente a una rivoluzione ogni 25.000 anni circa.

 

fig. 1_disegno del Globo di Gottorp(fig. 1 – il globo di Gottorp)

Il passo dalla sfera armillare a un globo meccanizzato fu breve ed infatti ecco nel 1664 apparire alla ribalta il Globo di Gottorp, sempre costruito da Busch in Germania per il duca Federico III di Holstein-Gottorp. Era una sfera cava di rame di poco più di tre metri di diametro e di circa tre tonnellate e mezzo di peso, sulla cui superficie esterna erano raffigurati i continenti e gli oceani della Terra e su quella interna una mappa del cielo costituita da stelle dorate. Internamente vi era posto per una dozzina di persone, che potevano così osservare il cielo da una posizione più naturale, cioè dall’interno, e percepire la simulazione della rotazione terrestre, in quanto il globo era azionato da un dispositivo idraulico, che ne permetteva la rotazione completa in 24 ore.

 

 

fig. 2_planetario van Ceulen su disegno di C. Huygens(fig.2 – il planetario di Huygens)

Anche il grande matematico, astronomo e fisico olandese Christiaan Huygens (14 aprile 1629 – 8 luglio 1695) descrisse la costruzione di un planetario meccanico, in un testo che fu pubblicato postumo, per dimostrare non solo la fondatezza del sistema eliocentrico copernicano ma anche l’ipotesi kepleriana. Le orbite, infatti, erano progettate eccentriche e il moto dei pianeti era prodotto da una serie di ruote dentate, realizzate in modo tale che il numero dei denti fosse proporzionale al periodo orbitale di ciascun pianeta e che venissero mostrate anche le rispettive variazioni di velocità. Il progetto fu ripreso nel 1682 dall’orologiaio tedesco Johannes van Ceulen, che ne realizzò un planetario da parete in legno con un diametro di circa 60 cm. e una profondità di 15, ora conservato al Museo Boerhaave, in Olanda.

fig. 3_Orrery del 1704(fig. 3 – il primo Orrery)

Sull’onda dello sviluppo tecnologico legato all’orologeria, nella prima parte del 1700 iniziò l’era degli “Orrieres”, o planetari meccanici, nome derivato dall’irlandese Charles Boyle, quarto conte di Orrery, che commissionò a John Rowley, un tecnico di George Graham, inventore londinese del pendolo compensato e costruttore di orologi, la costruzione nel 1704 del primo grande planetario dell’era moderna. Questo era costituito da un modello del sistema solare azionato da un meccanismo ad orologeria, che simulava le relative posizioni e movimenti dei pianeti e delle loro lune intorno al Sole.

fig. 4_orrery di Eise Eisinga(fig. 4 – l’Orrerey di Eisinga).

Molto particolare fu l’Orrery costruito dall’astronomo olandese Eise Jelteszn Eisinga, per dimostrare che non si sarebbe verificata nessuna apocalittica collisione nella congiunzione della Luna e dei pianeti Mercurio, Venere, Marte e Giove prevista nel 1774. Egli costruì sul soffitto del salone della sua casa un modello in scala del sistema solare, azionato da un orologio installato nella soffitta sovrastante, con il quale il periodo di rivoluzione dei pianeti allora conosciuti veniva regolato sullo stesso tempo dei pianeti reali: Saturno impiegava realmente 29,5 anni per orbitare attorno al Sole! Nel 1825 il planetario fu acquistato dallo Stato olandese, che nel 1859 lo donò alla città di Franeker ed oggi è incluso nella lista dei cento monumenti olandesi valutati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Gli orreries furono un valido strumento didattico per la divulgazione dell’astronomia durante tutto il ‘700, ma l’avvento di meccanismi più sofisticati li fece cadere in disuso e divennero degli interessanti oggetti da museo di Storia della Scienza.

 

fig. 5_globo di Atwood(fig . 5 – globo di Atwood)

Nel 1758, Roger Long, professore di astronomia e geometria presso il Pembroke College di Cambridge, prendendo spunto dal globo di Gottorp, costruì Uranium: una sfera di 5,5 metri di diametro, in cui le posizioni delle stelle non erano più disegnate ma realizzate con piccoli fori, attraverso i quali poteva penetrare la luce esterna, dando l’illusione alle 30 persone che vi potevano prendere posto, di un cielo stellato più reale. Un’ulteriore evoluzione del globo di Gottorp fu rappresentata dal globo di Atwood, una sfera di circa 5 metri di diametro, realizzata in materiali leggeri in modo da ridurne il peso e mossa da un motore elettrico, progettata e costruita nel 1912 da Wallace Atwood, direttore dell’Accademia delle Scienze di Chicago. Anche su di esso le posizioni di 692 stelle (fino alla quarta magnitudine apparente) erano rappresentate tramite forellini di diverso diametro, attraverso i quali la luce penetrava all’interno della sfera. Internamente, inoltre, una lampada mobile visualizzava la posizione del Sole, alcuni dischi mostravano la Luna con le sue fasi e le posizioni dei pianeti erano riportate sulla fascia dello zodiaco tramite un’altra serie di forellini, che potevano essere chiusi per mostrare la variazione della loro posizione nei diversi periodi. Oggi questo planetario, perfettamente funzionante, è esposto presso l’Adler Planetarium di Chicago.

Con la realizzazione dell’Orbitoscope da parte del prof. E. Hindermann di Basilea sempre nel 1912, i tempi erano maturi per la costruzione dei planetari a proiezione. In esso, infatti, per la prima volta due pianeti orbitanti attorno ad un sole centrale venivano proiettati su una superficie tramite un sistema di ombre create con una lampadina. L’inizio della Prima Guerra Mondiale, però, portò al blocco di ogni progetto in questo campo. Al termine del conflitto, Walter Bauersfeld, direttore dell’azienda ottica tedesca Zeiss di Jena, riprese gli studi sulla costruzione di un planetario commissionato alla ditta nel 1913 dall’ingegnere Oskar von Miller, fondatore e primo direttore del Museo della Tecnica di Monaco (1903). Bauersfeld, con uno staff di scienziati ed ingegneri, rivoluzionò del tutto il concetto di planetario fino a portarlo alla odierna configurazione. La sfera celeste mobile fu trasformata in una semisfera proiettata su una cupola fissa bianca e l’illuminazione esterna divenne interna e generata da una macchina rotante, posta nel centro di una sala perfettamente oscura. Nell’agosto del 1923 venne realizzata una prima cupola di 16 metri di diametro sul tetto della ditta: lo scheletro esterno era formato da una struttura metallica leggera e la parte interna da una base di legno, spruzzata di un sottile strato di cemento, successivamente dipinto di bianco.

fig. 6_proiettore Zeiss Modello I(fig. 6 – La meraviglia di Jena)

All’interno venne installato il primo proiettore Zeiss, Modello I, una macchina costituita da un corpo su cui erano posizionati dei dischi, che riportavano le posizioni di circa 4500 stelle, quale base del cielo notturno, e diversi proiettori secondari per l’illuminazione di pianeti, Luna e Sole, ciascuno dotato di movimento autonomo. Il tutto comandato con semplici interruttori elettrici!  La meraviglia di Jena era pronta e il 21 ottobre 1923, dopo essere stata smontata e trasferita al Museo della Tecnica di Monaco, Bauersfeld la inaugurò con la prima dimostrazione pubblica durante un congresso. Questo primo planetario, a parte le traversie subite durante la seconda guerra mondiale, rimase in funzione fino al 1951, anno in cui venne sostituito da un modello più moderno, Modello IV.

 

fig. 7_proiettore giattonese GOTO mod. E 5(fig. 7 – Promozione della Scienza, il modelo GOTO)

Da allora i modelli della Zeiss progredirono con il miglioramento delle macchine sotto molteplici aspetti e contemporaneamente si affacciarono sul mercato nuove case produttrici, quali la giapponese Goto che, approfittando dell’entrata in vigore in Giappone nel 1954 della legge sulla Promozione della Scienza in tutti gli ordini di insegnamento, iniziò lo studio di modelli di proiettori adatti a tale scopo. Nel 1963 uno dei modelli più piccoli di questa casa costruttrice, E-3 o E-5 (3 e 5 corrispondono all’ampiezza in metri della cupola) fu installato in ogni scuola elementare giapponese.

Un’altra casa costruttrice, la Spitz, dal nome del suo fondatore il Dr. Armand Spitz,  sviluppò un proiettore ottico di piccole dimensioni, l’”A-1″, adatto per scuole e piccoli musei, che fu prodotto e installato negli istituti scolastici statunitensi per tutti gli anni ’50. Il planetario opto-meccanico era ormai diventato un diffuso strumento per l’informazione astronomica a livello didattico, divulgativo e perfino militare!

fig. 8_planetario optomeccanico tradizionale(fig. 8 – il planetario opto-meccanico tradizionale)

In genere i modelli di ultima generazione di questo tipo di planetario (oggi molti utilizzano la fibra ottica) sono formati da una sfera cava, sulla cui superficie si aprono i fori corrispondenti alle stelle visibili ad occhio nudo, di diametro diverso in base alla grandezza della stella, e coperti da piccole lenti che ne amplificano la differenza di dimensione sulla cupola di proiezione. Proiezione assicurata da una lampadina interna di bassa potenza per creare un buon contrasto con la restante parte di sfondo scuro della superficie della cupola: il realismo dell’esperienza di visione in un planetario dipende proprio dal contrasto dinamico tra buio e luce. La sfera è dotata in genere di tre movimenti: uno rotatorio est-ovest per simulare la rotazione giornaliera della Terra, uno nord-sud per adeguare la latitudine alle diverse posizioni sulla superficie terrestre ed uno di rotazione per riprodurre l’effetto di precessione degli equinozi. Alcuni tipi di planetario sono costituiti da due sfere distinte per la simulazione dei due emisferi celesti. Lo strumento è poi corredato da un numero variabile di altri proiettori, per riprodurre i corpi del Sistema Solare con i loro movimenti e per simulare funzioni quali la Via Lattea, i crepuscoli, le coordinate astronomiche e così via.

fig. 9_esposizione di planetari portatili all'IPS Conference 2014(fig. 9 – planetari portatili in esposizione)

Ogni planetario si accoppia con una cupola di proiezione adeguata. Sono in produzione cupole da un minimo di 3m ad un massimo di 35m e ne esistono di tipo fisso o portatile; queste ultime possono essere gonfiabili in pochi minuti o realizzate in materiale leggero da costruire in poche ore. L’ americana Learning Technologies Inc. realizzò il primo planetario trasportabile nel 1977. Le cupole fisse sono oggi generalmente prodotte con profilati di alluminio molto sottili e di colore grigio tenue per diminuire la capacità riflettente della superficie ed offrire così un miglior contrasto. Nel bordo di base presentano, inoltre, il profilo dell’area circostante al planetario e un’illuminazione regolabile per simulare l’effetto dell’inquinamento luminoso.

Fino agli anni ’70 le cupole erano montate in modo orizzontale, così da corrispondere all’orizzonte naturale del cielo notturno, ed avevano i sedili reclinabili e distribuiti in modo concentrico, per favorire una visione più confortevole. Ma agli inizi del 1970 Spitz costruì la prima configurazione di cupola inclinata, con sedili disposti a gradinata per garantire una visione ottimale: iniziò così la rapida evoluzione tecnologica dei planetari, che ha portato alla vasta disponibilità attuale di modelli, controllati dal computer e sofisticati sistemi di automazione. Anche gli architetti poi si sono sbizzarriti nel creare le forme più varie per queste strutture: il planetario annesso alla Biblioteca di Alessandria in Egitto è addirittura una sfera! In alcuni moderni planetari il pavimento è di vetro, per permette agli spettatori di sentirsi al centro di una sfera, sulla cui superficie interna vengono proiettate immagini in tutte le direzioni: l’impressione è quella di galleggiare nello spazio! In altri ancora pulsanti o joystick sui braccioli dei sedili consentono al pubblico di percepire fisicamente lo spettacolo in tempo reale.

 

fig. 10_ planetario sferico ad Alessandria d'Egitto(fig. 10 – planetario sferico in Alessandria d’Egitto)

Già, spettacolo, perché è questo che oggi rappresenta la frontiera dell’evoluzione dello strumento-planetario. Nel 1967 Phillip Stern, docente presso l’Hayden Planetarium di New York, costruì il piccolo planetario Apollo, programmato per registrare lezioni e filmati, ed aprì la strada ai planetari multimediali, che non solo potevano proiettare immagini e filmati del cielo, ma erano programmati per contenere registrazioni di relazioni destinate al pubblico o a operatori scolastici di vario livello che potevano scegliere se creare il proprio prodotto o seguire il programma del planetario dal vivo. Nel 1970 fu prodotto il progenitore dell’odierno IMAX Dome, un sistema cinematografico concepito per essere proiettato sulle cupole dei planetari. E nel 1983, la ditta Evans & Sutherland installò nel Planetario Hansen di Salt Lake City in Utah il primo proiettore per planetari completamente computerizzato, il Digistar, dotato di un obiettivo fisheye unico in grado di riprodurre il cielo in tre dimensioni.

fig. 11_ proiezione fulldome sull'astronautica(fig.11 – proiezione fulldome sull’astronautica)

Inizia così l’era dei planetari a proiezione digitale, basata sulla costruzione di immagi e/o video generati da un computer e poi proiettati sulla cupola con diversi tipi di tecnologie, quali tubo catodico, LCD, DLP e proiettori laser. Il sistema di proiezione può essere a singolo proiettore montato al centro della cupola e dotato di obiettivo fisheye per diffondere la luce su tutta la sua superficie o a più proiettori (4, 5, 6 fino a 12) disposti lungo l’orizzonte della cupola, che fondono insieme le immagini senza soluzione di continuità e con un buon grado di pixel come risoluzione per migliorare l’esperienza visiva. Di fatto un planetario digitale è un sistema di proiezione simile a quello di un cinema ma con un valore aggiunto, la tecnologia video fulldome: la proiezione copre l’intera cupola semisferica della sala del planetario ed offre ulteriori possibilità, quali i wide-screen o film “avvolgenti” sui più svariati argomenti e gli spettacoli laser che combinano musica con modelli disegnati a laser; il tutto ad elevato grado di risoluzione.  E proprio la risoluzione è diventata la protagonista dei planetari d’avanguardia: una corsa all’Ultra High Definition (UHD)… 2K… 4K… 8K…

Ma alcuni planetari, a fianco delle avveniristiche tecnologie digitali, hanno ancora anche il “vecchio” proiettore opto-meccanico per creare l’emozione della visione del solo cielo stellato!

 

SIMONETTA ERCOLI

 

 

Bibliografia

1. From the Arratus Globe to the Zeiss Planetarium, Helmet, Werner, Publ. Gustav Fischer, Stuttgart, 1957. (Available only from Carl Zeiss, N.Y.)

2. Letter to Shelter Publications from Dr. W. Degenhard, Carl Zeiss, June 19, 1973.

3. James Clayton Lecture: Projection Planetarium and Shell Construction at Institution of Mechanical Engineering, London, May 10, 1957 by Professor Walter Bauersfeld.

4. Geodesic Domes and  Charts of the Heavens

5. Christiaan Huygens’, Planetarium H.H.N. Amin (1220241) WI3606, December 12, 2008

6. http://www.telacommunications.com/geodome.htm

7. http://it.wikipedia.org/wiki/Planetario

8. http://articles.adsabs.harvard.edu/cgi-bin/nph-iarticle_query?bibcode=1934PA…..42..489S&db_key=AST&page_ind=0&plate_select=NO&data_type=GIF&type=SCREEN_GIF&classic=YES

9. http://www.irem.univ-mrs.fr/IMG/pdf/huygens-delft.pdf

10. http://www.museumboerhaave.nl/object/planetarium-v09997/

11. http://www.adlerplanetarium.org/blogs/the-worlds-first-tabletop-planetarium

12. http://it.wikipedia.org/wiki/Eise_Eisinga

13. http://www.goto.co.jp/english/corporation/corpo_history.html

14. http://en.wikipedia.org/wiki/Planetarium

15. http://www.spitzinc.com/docs/history.html

5 ottobre 2014 Posted by | Epistemologia, Scienze dello Spazio | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Dalla Terra di Nessuno alla Terra di Mezzo

Tolkien e la Grande Guerra

“Nel terriccio della mente”. Con questa sua tipica frase J.R.R.Tolkien intendeva dire che i semi di idee, ricordi, impressioni, fantasie, suggestioni giacevano a fermentare e poi crescere e germogliare per dar vita a quanto scriveva, tutto plasmato dalla sua prodigiosa immaginazione. Il suo Mondo Secondario, teorizzato nella fondamentale conferenza (poi saggio)  “Sulle fiabe”, elaborata per rispondere all’accusa di escapismo lanciatagli contro dai critici progressisti dopo l’uscita de Lo Hobbit  nel 1937, nasce così.

DeTurris-WWILa Terra di Mezzo con la sua geografia, la sua cosmologia, i suoi popoli, i suoi protagonisti e i suoi linguaggi, ha quindi una origine lunga, tormentata e assai complessa, che può quindi essere interpretata in modi diversi a causa delle molteplici suggestioni che ne sono base, anche se le ragioni fondamentali della sua creazione, come Tolkien disse, sono due: linguistica e mitologica. Facciamo un esempio: Se si pensa alla descrizione di Mordor e della landa paludosa che Frodo e Sam attraversano faticosamente ne Il Signore degli Anelli per raggiungere il Monte Fato e gettarvi l’Unico Abello, molte similitudini possono venire in mente: l’aldilà oscuro e la terra dei morti della mitologia classica; le terre imputridite dall’inquinamento industriale contro il quale lo scrittore lanciava le sue invettive quando viveva a Oxford; e anche la no man’s land di fronte alle trincee inglesi e francesi che le divideva da quelle tedesche sul fronte della Somme: crateri di bombe, fumi delle esplosioni, filo spinato, esalazioni di gas, pozze d’acqua infetta, cadaveri putrefatti, ruderi di case sventrate dalle cannonate. Uno scenario apocalittico rimasto impresso nella mente e nel cuore di Tolkien, che con tante altre suggestioni si riverbera rielaborato nella sua scrittura.
Il giovane scrittore che nel 1916 aveva 24 anni, inquadrato come sottufficiale segnalatore nell’ 11° Fucilieri del Lancashire giunse in Francia il 6 giugno e raggiunse la linea del fronte il 6 luglio partecipando all’attacco di Ovillers il 14. Dopo molte vicissitudini e spostamenti, nel corso dei quali apprenderà della morte di due suoi amici che facevano parte della associazione dei TCBS, il 27 ottobre a Beauval si ammala della “febbre da trincea” causata dai pidocchi”, il 29 viene ricoverato all’ospedale di La Touquet e l’8 novembre viene rimpatriato con la nave Asruruas. e venne portato all’Ospedale Universitario di Birmingham, quindi in quello di Hargate. Cento giorni nelle trincee delle Fiandre lo hanno segnato profondamente. E’ in ospedale che elabora il primo nucleo del suo legendarium, che aveva già iniziato a scrivere nei campi di addestramento in patria: Il Libro dei Racconti Perduti, a cominciare da La caduta di Gondolin. John Garth nel suo nel suo Tolkien e la Grande Guerra, uscito nel 2003 nel trentesimo della sua morte, e pubblicato nel 2007 da Marietti in una edizione non priva di  qualche menda, ne ricostruisce minuziosamente non solo questa esperienza in un grande collage che attinge a documenti pubblici e privati, come potrebbe far immaginare il titolo del lungo e complesso saggio, ma la giovinezza e gli esordi della carriera di studioso e narratore considerando l’esperienza bellica  “la soglia della Terra di Mezzo”,  èta il sottotitolo del libro.

Il Libro dei Racconti PerdutiMoltissime volte in pubblico e in privato Tolkien ha considerato inaccettabili le analisi psicanalitiche di un testo per spiegare le intenzioni di uno scrittore e individuarne i reconditi spunti, così come ha sempre respinto la tecnica della “applicabilità” di quanto egli scrive a eventi e personaggi della realtà. Garth è d’accordo, ma certamente non si può negare che quanto Tolkien vide e subì nelle trincee della Somme sono rintracciabili nella sua creazione della Terra di Mezzo (soprattutto nelle battaglie), insieme alle suggestioni mitologiche, leggendarie, storiche e personali. Nel terriccio della mente rielaborò negli anni il tutto inconsapevolmente e ne uscì il suo capolavoro epico, l’unica narrazione epica del XX secolo, come dice anche Garth, che con la sua bella opera ci ha fornito nuovi spunti di analisi. Una storia ricchissima di simboli rivolti a quel passato mitico che il filologo e linguista tenente Tolkien amava e che lo fanno distinguere, come Garth sottolinea, dagli innumerevoli “scrittori delle trincee” inglesi: non scrisse memoriali né pro né contro la terribile esperienza bellica che costò decine di milioni di morti, ma semplicemente la rifuse mitizzandola nel Mondo Secondario della Terra di Mezzo.

GIANFRANCO de TURRIS

27 settembre 2014 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , | 5 commenti

Sulle ali del Buran

immagine 1Se ci fossimo trovati sulla pista del cosmodromo di Baikonur il 15 novembre 1988, avremmo visto atterrare lo Shuttle dell’immagine qui accanto e ci saremmo certamente domandati perché mai un veicolo spaziale statunitense avrebbe dovuto atterrare in un cosmodromo sovietico.

(immagine 1)

Se avessimo potuto avvicinarci per chiedere spiegazioni ai piloti della navetta, avremmo scoperto che all’interno non c’era nessuno! I tecnici nei pressi della pista ci avrebbero allora spiegato l’arcano, con un sorrisetto di sufficienza: quella navetta spaziale così simile allo Shuttle statunitense era in realtà di costruzione sovietica, completamente automatizzata, cosa che all’epoca gli americani nemmeno sognavano. Il suo nome era quello del vento gelido e insistente che soffia  sulla steppa e, quando arriva sull’altopiano del Carso, accelera tra le doline e si abbatte su Trieste con lunghe velocissime raffiche. Noi lo chiamiamo Bora, i russi Buran.

Per comprendere come abbiano fatto i sovietici a sviluppare una navetta spaziale molto simile allo shuttle statunitense, dobbiamo fare un salto indietro di qualche anno. Siamo nel 1974 e nel programma spaziale sovietico avvengono grandi cambiamenti: la conquista della Luna non è più la priorità e quindi il razzo vettore N1-L3 viene cancellato dal programma dopo vari fallimenti. Gli USA stavano mettendo a punto una navetta spaziale parzialmente riutilizzabile, che oggi conosciamo come Shuttle, e l’Unione Sovietica non voleva perdere la parità militare con i suoi antagonisti, elemento fondamentale per scongiurare una possibile sconfitta sul campo, come enunciato nel cosiddetto principio della Mutua Distruzione Assicurata (MAD), uno degli assiomi della Guerra Fredda. I sovietici temevano infatti che gli USA volessero eventualmente utilizzare gli Shuttle per lanciare testate atomiche dallo spazio e colpire ogni punto della superficie terrestre in pochi secondi (1). Fu così che la corsa allo spazio mantenne i suoi rapporti con la politica e Mosca colse l’occasione per dimostrare la propria preparazione tecnologica e la capacità di essere ancora competitiva dopo il fallimento del vecchio programma spaziale.

Il programma denominato Sistema Spaziale Riutilizzabile (MKS) venne affidato al team della NPO Energia, che condusse dal 1974 al 1975 studi preliminari su una nuova tipologia di razzi spaziali sotto il coordinamento dell’ingegner Glushko. A differenza degli ingegneri statunitensi, quelli sovietici non avevano alcuna dimestichezza con i razzi a combustibile solido. Utilizzarono quindi quello già collaudato nel precedente razzo N1: combustibile liquido di ossigeno-cherosene per quattro razzi RD-170 nel primo stadio e un razzo alimentato ad ossigeno-idrogeno RD-0120 per il secondo stadio (2). Per la navetta furono ipotizzate diverse configurazioni: una senza ali a sezione conica;  un’altra dotata di ali ispirata al precedente progetto Spiral (3); infine un velivolo alato a forma di “croce”. Il primo modello a sezione conica sembrava essere il più semplice e versatile da alloggiare sulla parte superiore del razzo, con la libertà di inserire da quattro a sei razzi laterali a seconda delle missioni. L’atterraggio sarebbe avvenuto con un paracadute e retrorazzi nella fase finale (4).

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(Immagine 2)

Dopo gli studi preliminari il governo autorizzò lo sviluppo del progetto Buran-Energia con il decreto 132-51 del 12 febbraio 1976 con il titolo “Sviluppo di uno MKS (sistema spaziale riutilizzabile) composto da razzi a stadi, aeromobili orbiter, sistema di rimorchiatore inter-orbitale, di orientamento, lancio e di atterraggio, strutture di montaggio e di riparazione, e di altre risorse correlate, con l’obiettivo di mettere in orbita a 200 km Nord-Est un carico utile di 30 tonnellate e 20 tonnellate per il ritorno“ (5). Il progetto doveva realizzare una navetta con carico utile superiore a quella statunitense e soddisfare i seguenti obiettivi per essere approvata definitivamente:

•    Impedire l’uso dello spazio per scopi militari
•    Ricerca per lo sviluppo militare, scientifico ed economico della nazione
•    Riuscire a portare in orbita cosmonauti, veicoli spaziali e forniture
•    Riuscire a portare in orbita 30 tonnellate a 200 km di altezza con un angolo di inclinazione di 50,7°, poter eseguire missioni in orbita di almeno una settimana di durata e poter rientrare in atmosfera con 20 tonnellate di carico
•    Sfruttare la tecnologia della navetta spaziale statunitense per migliorare la tecnologia spaziale sovietica.

In conseguenza a problemi tecnici riscontrati nell’uso della navetta senza ali a sezione conica, soprattutto nelle fasi di rientro, il decreto governativo sancì che il disegno aerodinamico dello shuttle statunitense era quello più idoneo. Esso era il frutto di un lungo lavoro di selezione attraverso ben 64 diverse configurazioni. Con la scelta di guardare al progetto della NASA si decise di inserire la navetta in posizione laterale rispetto al razzo e di utilizzare la configurazione di Energia con i quattro razzi laterali.

immagine 3(Immagine 3)

Il 21 novembre 1977 il governo con il decreto numero 1006-323 deliberò la pianificazione del progetto. Si prevedeva un primo lancio di prova nel 1983, seguito da un secondo lancio ufficiale nel 1984, e lanci di routine per l’anno 1987, in coincidenza con il 70º anniversario dell’Unione Sovietica.
Nel 1978 venne completato il progetto tecnico di Buran e dal 1979 prese il via la produzione di modelli di prova (denominati BOR-4 e BOR-5, in continuità con le navette BOR-1, BOR-2 e BOR-3 del precedente progetto Spiral (6) ) con i quali, negli anni successivi, si eseguirono numerosi test di volo al fine di migliorarne le prestazioni.

Immagine 5(Immagine 5)

Nel dicembre del 1983 vennero anche realizzati modelli statici di Buran denominati con la sigla “OK-ML” (OK-ML-1 e OK-ML-2): il primo, nel 1983, doveva essere utilizzato per il primo lancio di Energia, ma servì solo per testare la movimentazione e i comandi; mentre il secondo, del 1984, venne destinato a collaudare l’integrazione dei sistemi di bordo.

Immagine6(Immagine 6)

Nonostante alcuni test incoraggianti il programma registrò una brusca frenata proprio nell’anno 1983, in quanto vennero riscontrati alcuni problemi negli impianti elettrico, idraulico ed elettronico. Era chiaro che non si sarebbe potuto rispettare la tabella di marcia stabilita nel decreto del 1977.
Il 29 dicembre 1984 venne eseguito il primo volo di prova di un modello a grandezza naturale di Buran, chiamato BST-02 o OK-GLI, che poteva decollare e atterrare grazie a motori turboventola Ljul’ka AL-31 posizionati sulla coda.

Immagine7(Immagine 7)

Il 15 maggio 1987 ebbe luogo il primo lancio del vettore Energia, che avrebbe dovuto mettere in orbita il veicolo spaziale Polyus. Tutto andò bene per Energia ma non altrettanto per Polyus, il quale era stato caricato sulla razzo in posizione ribaltata e avrebbe dovuto eseguire una manovra di 180° per tornare in posizione corretta. Sfortunatamente la navetta ruotò di 360°, cadendo nell’oceano Pacifico. Si susseguirono numerosi test di volo nel corso degli anni, in particolare la navetta OK-GLI ne effettuò 25, di cui 15 completamente automatizzati (7). Il primo volo di Buran-Energia era previsto per il 29 ottobre 1988 alle ore 6.23 di Mosca. Il 23 ottobre la navetta Buran venne portata sulla rampa di lancio Baikonur e il 26 ottobre la commissione tecnica si riunì per definire la data esatta della partenza. Il giorno 29, 51 secondi prima del lancio, nel momento in cui il controllo del conto alla rovescia passò al computer di bordo, un errore nel software interruppe la sequenza di lancio: il ritardo temporale di un giroscopio non aveva sganciato in tempo un cordone dal razzo alla rampa di lancio. Risolto il problema, il 15 novembre 1988 alle 6.00 di Mosca (03,00 GMT) ecco il primo lancio di Buran ed Energia, nonostante che le condizioni atmosferiche non fossero delle migliori. Buran con la sua massa di 79,4 tonnellate si separò da Energia raggiungendo l’altitudine di 154,2 km, eseguendo una manovra a 66,6 m/s, entrò in una nuova orbita tra i 251 e i 263 km dalla Terra. Successivamente, dopo aver compiuto un volo orbitale completo in 140 minuti a 775 m/s ed aver acceso i retrorazzi, la navetta atterrò perfettamente nella base di Baikonur 206 minuti dopo il lancio  (8).

Il volo di Buran fu eseguito in modo completamente automatico e fu uno dei maggiori successi del programma spaziale sovietico. Dopo 12 anni di sviluppo tra alti e bassi, il programma spaziale sovietico vantava la realizzazione di un progetto che poteva rivaleggiare con il programma Space Shuttle. Sfortunatamente quello sarà l’ultimo volo di Buran ed Energia. Il 29 dicembre 1989 venne eseguito a Baikonur l’ultimo test della navetta OK-GLI e qualche anno dopo, il 30 giugno 1993, Boris Yeltsin cancellò definitivamente il progetto Buran-Energia. Una delle motivazioni di questa scelta potrebbe essere stata la sopraggiunta disgregazione dell’Unione Sovietica. Un forte peso potrebbe averlo avuto il costo dell’intero progetto che, al momento della cancellazione, ammontava a 16,4 miliardi di rubli (9) (tenendo presente che l’intero programma Space Shuttle costò 192 miliardi di dollari (10). La fine ingloriosa della navetta Buran si concluse definitivamente il 13 maggio 2002, quando l’hangar di Baikonur in cui era conservata collassò su di essa, distruggendola. Una parte di Energia, invece, è oggi utilizzata nel razzo Zenit (11).

Caratteristiche tecniche e confronto con il progetto statunitense

Fin qui abbiamo visto la storia e alcune caratteristiche tecniche di Buran e del lanciatore Energia, ma ora vediamo un po’ più nel dettaglio queste caratteristiche al fine di confrontarle con quelle dello Space Shuttle.
immagine9 - 2

(Immagine 9-2)

Partiamo dai sistemi a razzo disponibili. Energia non era progettato per essere necessariamente accoppiato a Buran, e poteva quindi essere utilizzato anche in missioni e configurazioni diverse (13). La capacità di mettere in orbita carichi compresi tra 80 e 100 t, in configurazione normale, e 175 t in configurazione potenziata, faceva di Energia uno dei lanciatori più potenti e versatili. Un’altra differenza importante stava nell’alimentazione: lo Space Shuttle era alimentato a combustibile solido, mentre Buran a combustibile liquido. Questo permetteva al lanciatore sovietico di raggiungere una potenza maggiore e un più alto livello di sicurezza rispetto a quello statunitense perché l’attivazione delle sezioni a combustibile solido era data da piccole detonazioni, che in caso di guasto o malfunzionamento avrebbero potuto provocare incidenti devastanti, analoghi a quello del  Challenger (14).

Siccome Energia era progettato per funzionare indipendentemente dal trasporto di Buran, il serbatoio centrale ospitava dei razzi a propellente liquido di ossigeno-idrogeno, utili per portare la navetta spaziale in orbita bassa. Al contrario nello Shuttle statunitense i razzi per raggiungere l’orbita bassa erano alloggiati direttamente sulla navetta e alimentati dal serbatoio centrale, privo di motori. Questa configurazione riduceva la grandezza della stiva e rendeva la navetta parzialmente riutilizzabile. Buran possedeva comunque due motori alimentati ad ossigeno-cherosene, che potevano essere accesi per agevolare le manovre orbitali (15).

 

Immagine 8(Immagine 8)

Energia è stato progettato prevedendo la possibilità di un suo completo riutilizzo. Nel primo lancio del 1988 si equipaggiarono i razzi laterali con dei paracadute per il rientro in atmosfera. Per le missioni successive si prevedeva la progettazione di  Energia-2, dotato di razzi laterali con ali estensibili per planare fino a terra in maniera automatizzata, così come il serbatoio centrale dotato di ali a delta per atterrare automaticamente in aeroporto (16).

 

immagine9(Immagine 9)

Per quanto riguarda il confronto tra la navetta Buran e lo Shuttle, vi sono alcune sostanziali differenze nonostante la loro apparente somiglianza. Buran venne progettata per portare in orbita 30 t e riportarne a terra almeno 20 t, mentre lo Shuttle riusciva a portare in orbita 20 t e a terra solo 15 t. E questo perché Buran aveva una stiva più spaziosa, mentre lo Shuttle doveva trasportare il peso dei motori per la messa in orbita (17). Nella fusoliera del Buran c’era  spazio per il trasporto dai due ai quattro membri dell’equipaggio e fino a sei passeggeri, mentre nello Shuttle trovavano posto otto astronauti. Il rivestimento di piastrelle termiche venne studiato in maniera autonoma dagli ingegneri sovietici, ottenendo un rivestimento molto più efficace di quello dello Shuttle. Con l’elaborazione di software computerizzati si è stabilita la posizione migliore di ogni mattonella termica sulla fusoliera del Buran (18).

 

immagine10(Immagine 10)

Per la tecnologia di bordo gli ingegneri cercarono di emulare quella dello Shuttle, ma ne conoscevano solo i principi generali senza sapere come funzionassero nel dettaglio. Per questi motivi entrambe le navette producevano energia elettrica con celle a combustibile d’idrogeno e usavano idrazina per alimentare i sistemi idraulici di bordo. Questa convergenza tecnologica fu possibile solo perché gli ingegneri sovietici si fidavano del fatto che questi erano stati adottati con successo dagli ingegneri statunitensi. Perciò gli ingegneri sovietici dovettero cimentarsi in una sfida tecnologica molto complessa per raggiungere gli stessi risultati (19).
Il tratto distintivo di Buran era quello di riuscire a compiere missioni orbitali senza piloti: essendo completamente automatizzato poteva tornare nell’atmosfera e atterrare usando i computer di bordo. Questo suggerisce che i sovietici possedevano già una tecnologia informatica che ancora mancava agli statunitensi.
Infine il modo di trasportare Buran ed Energia sulla rampa di lancio era completamente diverso da quello dello Shuttle. Il primo utilizzava uno speciale vagone ferroviario e si trovava in una posizione orizzontale, mentre il secondo viaggiava su un cingolato di grandi dimensioni e in posizione verticale: di conseguenza il trasporto di Buran ed Energia era logisticamente più semplice e sicuro rispetto a quello dello Space Shuttle.

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In conclusione i sovietici crearono una navetta spaziale e un lanciatore orbitale con prestazioni sorprendenti, ma il crollo dell’Unione Sovietica e la mancanza di fondi non permisero ulteriori sviluppi del progetto, che forse avrebbe potuto diventare remunerativo nel corso degli anni. Oramai oggi sia Buran che lo Shuttle sono sistemi superati, e considerati troppo costosi e poco sicuri.
Sta di fatto che la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha, ancora una volta, il merito di aver dato vita ad uno dei progetti più avveniristici dell’intera storia dell’astronautica.

«L’atterraggio automatico del velivolo [Buran ndr.] ha ispirato gli aerei da combattimento di quinta generazione e numerosi velivoli senza equipaggio. Solo che, come è avvenuto con i satelliti artificiali, ci arrivammo prima noi.» (20)

(Valerij Burdakov)

LUCA DI BITONTO

 

Note

1: http://www.astronautix.com/craft/buran.htm
2: http://www.energia.ru/english/energia/launchers/vehicle_energia-e.html
3: Spiral era un progetto del 1965 che prevedeva la realizzazione di uno spazioplano da utilizzare per operazioni belliche. Questo progetto non venne mai completato e nel 1978 fu cancellato a favore di Buran dopo numerosi voli di prova e oggi è esposto al museo dell’aviazione di Monino in Russia. L’idea dello spazio plano, ovvero un aereo che riuscisse a raggiungere lo spazio, era già stata pensata dall’ingegnere sovietico Friederich Zander. Uno dei primi progetti è il bombardiere sub-orbitale Silbervogel, progettato dall’ingegnere austriaco  Eugen Sänger nella seconda metà degli anni trenta.
4: http://www.astronautix.com/craft/buran.htm
5: http://www.astronautix.com/craft/buran.htm
6: Le navette BOR furono lanciate dal vettore Kosmos fino al 1978, anno della cancellazione del progetto Spiral. I dati tecnici saranno utilizzati per la messa a punto del Buran.
7: http://www.buran.ru/htm/molniya5.htm
8: http://www.k26.com/buran/Info/Timeline/1987-93/buran-energia_history_timeline.html
9: http://www.buran-energia.com/
10: http://complottilunari.blogspot.it/2014/04/costava-di-piu-il-saturn-v-o-lo-shuttle.html
11: http://www.k26.com/buran/html/sea_launch.html
12:http://www.buran-energia.com/
13: Una delle configurazioni più potenti era la Vulkan con 8 booster laterali, in grando di lanciare in orbita un carico di 175 tonnellate. Un’altra configurazione era Energia-M, pensata per lanciare una navetta simile a Buran ma di dimensioni minori.
14:http://www.k26.com/buran/Info/A_Comparison/a_comparison.html
15: http://www.k26.com/buran/Info/A_Comparison/a_comparison.html
16: http://www.k26.com/buran/Info/Energia_HLV/energia_fly_back_booster.html
17:http://www.buran-energia.com/bourane-buran/bourane-desc.php
18:http://www.buran.ru/htm/molniya5.htm
19: http://aurorasito.wordpress.com/2013/11/21/i-sovietici-costruirono-uno-space-shuttle-migliore/
20: http://aurorasito.wordpress.com/2014/01/20/cose-successo-alla-navetta-spaziale-buran/

23 settembre 2014 Posted by | Astronautica, Difesa Planetaria, News, Scienze dello Spazio | , , , , , | Lascia un commento

Pianeti nomadi o fantapianeti?

pianeta nomadeAnche se la notizia non è certo fresca, l’esistenza dei cosidetti pianeti nomadi non è di quelle che si possano scordare in fretta. Dato che è ormai quasi un  anno che non leggo novità in merito, ho pensato che i lettori del Tredicesimo Cavaliere avebbero gradito trovare qui  un riepilogo della situazione, ma non mi stanco di ripetere: le cifre sotto riportate in relazione al numero dei pianeti nomadi esistenti nella Galassia sono sconvolgenti per la loro enormità e vanno prese con molta cautela. E’ utile ricordare che sia il microlensing gravitazionale che l’esistenza dei pianeti vagabondi sono due settori di studio ancora nuovi. Forse l’atteggiamento più consono da tenere in questi casi è quello di  Debra Fischer (Yale University): “Sarebbero una specie di gramigna dello spazio”, ha dichiarato a Nature, non senza un tocco di humour.

Pare proprio, infatti, che questi corpi celesti esistano veramente, e vaghino in grande numero nello spazio profondo seguendo il senso di rotazione galattico. Oggi disponiamo però di una prima base teorica,  che ci aiuta a capire come e perché questi corpi planetari si siano sviluppati e ad un certo punto abbiano assunto un’orbita iperbolica, abbandonando il proprio sistema. Ricercatori di tutto il mondo partecipano a questo sforzo, ma due gruppi in particolare sembrano aver dato ad oggi i contributi più significativi: l’uno diretto da Abbot e Switzer presso l’Università di Chicago, e l’altro da Louis Strigari della Stanford University. Per il momento è stato raggiunto un punto fermo: i pianeti nomadi, nella maggioranza dei casi, hanno origine nella nube a disco primordiale insieme a tutti gli altri corpi planetari del sistema, e solo più tardi, in una successiva, turbolenta fase di assestamento possono venire espulsi da esso come risultato di un “duello gravitazionale”, evento comune in tali occasioni.

baby planetHardware & numeri

La tecnica normalmente in uso per la ricerca dei pianeti nomadi è il cosidetto microlensing gravitazionale, che per sua natura fornisce le migliori prestazioni su bersagli lontani, tra i 10.000 e i 20.000 anni luce, e di rilevanti dimensioni.   Da qui  la stima di 400 miliardi di pianeti nomadi nella Via Lattea, e si parla di masse planetarie non inferiori a quella di Giove. Il telescopio ideale per qesto tipo di ricerca sarà il tanto atteso SKA, online intorno al 2020, che secondo Johnatan Nichols dell’Università di Leicester, potrebbe scoprire, entro il suo raggio d’azione di 185 anni-luce, almeno 2.800 pianeti nomadi. Inoltre i più recenti sviluppi delle teorie sulla formazione dei pianeti indicano che quelli di massa minore dovrebbero essere espulsi da un sistema stellare più facilmente dei giganti gassosi, e ciò farebbe ulteriormente aumentare la stima del numero dei pianeti nomadi in giro per la Galassia.
In proposito Matteo Bernabé, un astronomo italiano che ha collaborato alle ricerche, ha dichiarato a Media-Inaf: “La nostra stima del numero dei pianeti nomadi presenti nella nostra galassia è stata calcolata sulla base della recente scoperta, mediante una tecnica chiamata microlensing, di circa dieci di questi oggetti  in una piccola regione nel disco centrale galattico, cioè nei pressi del centro della nostra galassia. Abbiamo tratto le conseguenze di questa scoperta per quanto riguarda la popolazione globale dei pianeti nomadi, mostrando che potrebbero esistere, per ogni normale stella della sequenza principale, fino a 700 nomadi con la massa della Terra e fino a 100.000 nomadi con la massa di Plutone”.  Peccato che corpi planetari più piccoli di Giove (quelli tipo-Terra, per esempio) non rientrino nella sensibilità del microlensing, ma piuttosto in quella del  WFIRST (Wide-Field InfraRed Survey Telescope), uno strumento molto atteso che però non potrà essere lanciato prima del 2023.

disco protoplanetarioFormazione dei pianeti nomadi

David Nesvorny del Southwest Research Institute (SwRI) sta studiando la possibilità che proprio il nostro sistema solare sia stato teatro dell’espulsione di un pianeta gigante, avvenuta quando il sistema era nato da appena 600 milioni di anni, come dimostrerebbero indizi disseminati nella Fascia di Kuiper e sulla Luna. All’inizio della simulazione i pianeti giganti interagiscono con il disco protoplanetario e finiscono in configurazioni in cui coppie di pianeti vicini si bloccano a vicenda in una risonanza orbitale. Tale risonanza si verifica quando due pianeti esercitano una regolare influenza gravitazionale periodica uno sull’altro, come nel caso delle lune di Giove Ganimede, Europa ed Io, che sono in risonanza tra loro in un rapporto 1:2:4 : per un’orbita compiuta da Ganimede, Europa ne percorre due, e Io quattro.  Nesvorny suggerisce che questi sistemi risonanti diventino instabili dinamicamente una volta che il gas del disco protoplanetario si esaurisce, mentre i pianeti assumono orbite eccentriche.

Per arrivare alla situazione presente, il sistema solare esterno deve aver subito  una fase di assestamento molto violenta. Il sistema si è successivamente stabilizzato eliminando l’energia orbitale in eccesso nel disco protoplanetario i cui resti sopravvivono fino ad oggi nella fascia di Kuiper. Il quadro qui delineato suggerisce che Giove, partendo da una posizione più esterna dell’attuale, si sia mosso verso l’interno del sistema spargendo una quantità di planetesimi sia verso il Sole, causando devastazione tra i pianeti interni e la Luna, sia in direzione opposta.
Nesvorny ha aggiunto al modello un pianeta gigante supplementare, stabilendo che allo stato iniziale della simulazione i giganti di ghiaccio (Urano e Nettuno), si trovassero in risonanza tra loro entro un intervallo di 15 UA dal Sole, e il quinto gigante fosse posizionato tra loro e Saturno. Il risultato finale della simulazione, che è stata eseguita 6000 volte variando la massa totale dei planetesimi in gioco, offre una soluzione interessante: il sistema solare, una volta esauriti i planetesimi  e l’energia orbitale in eccesso, risulta essere simile all’originale con frequenza maggiore di 10 volte se il quinto pianeta gigante viene  effettivamente espulso dal sistema.

 

Wandering JupiterAvvistamenti

Per concludere cito qui di seguito alcuni avvistamenti che potrebbero riguardare i pianeti nomadi, scelti non necessariamente tra i più recenti, ma piuttosto tra i più inconsueti. Infine vorrei brevemente segnalare che dedicherò un articolo alla possibilità che l’Uomo, un giorno molto lontano, possa decidere di stabilire colonie o avamposti nella cintura di Kuiper, nella Nube di Oort e nello spazio interstellare.

L’oggetto CFBDSIR2149 (Canada-France Brown Dwarfs Survey) appare associato a un gruppo di una trentina di stelle giovani conosciuto come AB Doradus Moving Group, che si raccoglie attorno alla stella AB Doradus. Se ci fossero le prove che il candidato nomade appartiene effettivamente al gruppo, se ne potrebbe stabilire l’età a  un valore compreso tra i 50 e i 120 milioni di anni, la massa da 4 a 7 volte quella di Giove e la temperatura superficiale a 700 K.

HD106906b non è un vero pianeta  nomade, perché in effetti ha una stella intorno alla quale orbita. La cosa strana è la sua distanza dalla stella, pari a 650 UA (circa 97 miliardi di km). Un’enormità se si considera che Nettuno orbita ad una distanza media di 30 UA dal Sole. E non è tutto: il pianeta è grande e giovane, 11 volte Giove per soli 13 milioni d’anni d’età, contro i 4,5 miliardi della Terra.  Come ha fatto il pianeta a raggiungere le sue  attuali dimensioni in così poco tempo e avendo a disposizione solo le poche risorse del disco protoplanetario che si trovano a una  simile distanza. Sono state avanzate diverse ipotesi per giustificare questi dati anomali, la più accreditata è che HD106906 sarebbe stato un sistema binario in cui la seconda stella non sarebbe riuscita ad accendersi.

La scoperta del pianeta-nano 2006 SQ372 fu resa nota soltanto nel 2008 nel corso di un simposio specializzato tenutosi a Chicago. In quel momento  l’oggetto si trovava nei paraggi di Nettuno, impegnato a percorrere un’orbita fortementte ellittica, assai simile a quella di Sedna, che l’avrebbe condotto a 150 miliardi di km. dal Sole. Il corpo celeste avrebbe potuto formarsi, come Plutone, nella Cintura di Kuiper, o più probabilmente provenire dalla parte più interna della Nube di Oort. Tali oggetti potrebbero essere in alcuni casi dei pianeti nomadi, e sarebbe utile studiarli più a fondo quando se ne presenta la possibilità, ma per quanto riguarda 2006 SQ372 possiamo essere sicuri che non lo rivedremo prima di 22000 anni.

ROBERTO FLAIBANI 

Fonti:

  • Slow Boat to Centauri: a Millennial Journey Exploiting Resources Along the Way
    by Paul Gistler – JBIS vol. 66 – 2013 pp 302 , 311
  • Nomads of the Galaxy, by Louis E. Strigari et. al.  – Kavli Institute for Particle Astrophysics and Cosmology, Stanford University
  • The Steppenwolf: a Proposal for a Habitable Planet in Interstellar Space
    by D.S. Abbot (Department of the Geophysical Sciences, University of Chicago) and E.R. Switzer (Kavli Institute for Cosmological Physics, University of Chicago)
  • So many lonely planets with no star to guide them
    by Nadia Drake – Nature 2/12/13
  • HD106906b
    by Sabrina Pieragostini – Panorama 14/12/13
  • Pianeti nomadi, la Via Lattea ne è piena
    MEDIA INAF  venerdì 24 febbraio 2012

From Centauri Dreams:

  1. A Gas Giant Ejected from our System?
    by Paul Gilster on November 11, 2011
  2. An Icy Wanderer from the Oort Cloud
    by Paul Gilster on August 18, 2008
  3. Finding an Interstellar Wanderer
    by Paul Gilster on May 17, 2011
  4. New Findings on Rogue Planets
    by Paul Gilster on May 19, 2011

 

17 settembre 2014 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, Volo Interstellare | , , | 1 commento

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