Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Il Progetto PAC e il futuro della Radioastronomia

Tutto lascia pensare che in questo decennio assisteremo ad una nuova corsa alla Luna, molto diversa dalla prima, considerata da molti una colossale operazione di propaganda politica, funzionale alla Guerra Fredda allora in corso. Sono passati 40 anni e lo scenario è completamente cambiato: l’opinione pubblica è ormai ben consapevole dell’utilità della ricerca spaziale, anche nel breve periodo, e i partecipanti non saranno più solo Stati Uniti e Russia, ma anche l’Unione Europea, e Cina, Giappone, India. Ciascun paese con un proprio, rigoroso programma scientifico, che, a seconda dei casi, prevede missioni robotizzate o con equipaggio. I principali obiettivi scientifici sono: la mappatura completa della superfice (in alta definizione), la mappatura del campo gravitazionale, lo studio del Bacino di Aitken, la costruzione di una base abitabile. Tutti si dichiarano disponibili per iniziative di collaborazione internazionale, ma pare che gli unici a passare dalle parole ai fatti siano stati gli Americani, col Progetto ILN (International Lunar Network). Dove invece la competizione si prevede serratissima, è sullo sfruttamento minerario, perché la Luna sembra essere molto ricca di alluminio, calcio, ferro, magnesio, titanio e oro. Resta da vedere, comunque, se l’estrazione di queste risorse per una commercializzazione sulla Terra sia economicamente coveniente. C’è poi l’elio-3, un isotopo di provenienza solare, rinomato come combustibile per la fusione nucleare e rarissimo sulla Terra, ma relativamente comune nelle rocce e nel suolo lunari, dove se n’è accumulata una gran quantità. Ma soprattutto, come rilevato prima dalla sonda Clementine, e poi confermato dal Lunar Prospector, tra le ombre perenni delle regioni polari giace un enorme tesoro: oltre 10 miliardi di tonnellate di ghiaccio, quanto basta per soddisfare le necessità di un’intera colonia lunare.

E’ in questo scenario che il fisico-matematico Claudio Maccone, Co-Presidente del SETI Permanent Study Group in seno all’ International Academy of Astronautics, ìl 10 giugno 2010 ha presentato a Vienna, presso la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico (UNCOPUOS) il suo Progetto PAC (Cerchio Antipodale Protetto). I lettori de “Il Tredicesimo Cavaliere” ricorderanno il dott. Maccone (nella foto qui accanto) come ideatore della missione FOCAL, di cui all’articolo “Il Sole, una straordinaria lente gravitazionle”. In poche parole, il Progetto PAC propone che una zona della Luna, situata sulla faccia nascosta esattamente agli antipodi della Terra, una ben determinata zona di spazio ad essa sovrastante, (detta Cono di radio quiete)  nonché il Punto di Librazione L2 del sistema Terra-Luna (per info su L2, vedere “storia e numeri del PAC”, a fondo pagina), vengano dichiarati al più presto zona protetta e garantita dall’ONU, che vi imporrà il totale silenzio radio. Lo scopo del progetto è di formalizzare l’istituzione di una zona di radio quiete prima che la nuova corsa alla Luna cominci, per evitare che qualcuno, stato o società privata, non importa se per bieco calcolo commerciale o per nobili scopi scientifici, si arroghi il diritto di installarsi in quella che dovrebbe diventare l’ultima spiaggia, ma anche il paradiso dei radioastronomi. Col suo progetto, Maccone raccoglie il “grido di dolore” che arriva dalla numerosa comunità radioastronomica mondiale: le prestazioni dei radiotelescopi peggiorano infatti di giorno in giorno, assediati come sono dalle radio interferenze di provenienza terrestre ma soprattutto satellitare. Si intuisce facilmente che la situazione non potrà che peggiorare nel tempo: la radioastronomia basata a terra ha i giorni contati, il suo avvenire è nello spazio profondo, anzi nel PAC lunare, dove il corpo stesso della Luna fa da schermo contro le radio interferenze d’origine terrestre e l’ONU garantisce il silenzio radio in loco.

Ma di chi è la Luna? La domanda appare a questo punto perfettamente legittima. Per la risposta, mi rifaccio a Wikipedia: “Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico (Outer Space Treaty) … costituisce la struttura giuridica di base del diritto internazionale aerospaziale…. è entrato in vigore il 10 ottobre 1967…. Il Trattato proibisce espressamente agli stati firmatari di rivendicare risorse poste nello spazio, quali la Luna, un pianeta o altro corpo celeste, poiché considerate “patrimonio comune dell’umanità”: l’art. II del Trattato afferma, infatti, che “lo spazio extra-atmosferico non è soggetto ad appropriazione nazionale né rivendicandone la sovranitá, né occupandolo, né con ogni altro mezzo”. La maggior parte degli esperti in materia di Diritto aerospaziale internazionale affermano che la Luna ricade sotto il concetto giuridico di “res communis”….. L’effetto pratico del Trattato, che è quello di impedire ogni diritto di proprietà privata …..è spesso messo in discussione da coloro che rivendicano la facoltà di vendere diritti di proprietà sulla Luna e su altri corpi celesti, ma questa rivendicazione non è mai stata verificata in un’aula di tribunale. L’Articolo VI del Trattato si occupa effettivamente di responsabilità internazionale affermando che le attività condotte da enti non-governativi nello spazio extra-atmosferico, inclusa la Luna e altri corpi celesti, è soggetta all’autorizzazione ed alla continua supervisione da parte dello stato di appartenenza firmatario del Trattato e che gli stati firmatari saranno responsabili, a livello internazionale, per le attività spaziali nazionali condotte sia dagli enti governativi che da quelli non-governativi.”] (Wikipedia)

Il discorso appare chiaro, completo ed esauriente. Rimane, è vero, qualche appiglio che un imprenditore senza scrupoli potrebbe utilizzare, ma se l’attacco alla Luna da parte dei privati dovesse avvenire sotto le bandiere di società come Lunar Embassy o Moon Real Estate, sarebbe una carnevalata. Invece si dovrebbe riflettere seriamente su quanto a lungo le grandi multinazionali vorranno ancora starsene fuori dallo spazio extra-atmosferico.

Con la presentazione del Progetto PAC alle Nazioni Unite, il dott. Maccone ha dato inizio ad un iter che si concluderà con un voto dell’Assemblea Generale sul PAC considerato come progetto a se stante, oppure come parte di un nuovo trattato internazionale dedicato alla Luna. Ma, da subito, la procedura burocratica prevede che uno stato membro dell’ONU si faccia carico del progetto, fornendo una sorta di patrocinio, un supporto essenzialmente politico e diplomatico, insomma. Ora io mi chiedo: perché non l’Italia? Il nostro paese, almeno finora, sembra non voler partecipare alla corsa, se non come socio dell’ESA, e gode di eccellente considerazione in campo astronautico. Avrebbe quindi tutte le carte in regola per raccogliere il testimone e promuovere il progetto PAC e il suo autore fino ai più alti livelli.

Già, perché non l’Italia?

Se vuoi conoscere storia e numeri del PAC

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25 giugno 2010 Posted by | Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , | 3 commenti

Avverrà nel Ciberspazio il primo volo interstellare

Icarus non va confuso con Ikaros, la sonda giapponese a vela solare, attualmente in rotta verso Venere, nell’universo reale. Icarus non volerà mai se non nel Ciberspazio, perchè si tratta di uno studio puramente teorico volto alla progettazione, di una sonda automatica capace di compiere voli interstellari della durata di 50-100 anni a velocità “relativistiche”, pari cioè a frazioni rilevanti della velocità della luce. A lavori conclusi, il team di Icarus si propone però di allestire una vera e propria missione virtuale, riutilizzando i modelli matematici computerizzati di tutti i sistemi di bordo, e altro software, che sarà prodotto a vario titolo per esigenze di progettazione. Servirà quindi un programma di Intelligenza Artificiale che coordini il funzionamento delle singole parti, ma, fatto questo, l’astronave virtuale sarà completa e pronta a essere assemblata in orbita.

Comunque sarà necessario creare molto altro software per simulare i differenti ambienti interplanetari in cui la sonda si muoverà nella fase iniziale e finale del volo, e per mantenere la simulazione al passo col crescere delle nostre conoscenze. Sarà in effetti “solo” una simulazione, ma avverrà in tempo reale, e avrà quindi una durata non inferiore ai 40 anni! Così, tra gli addetti ai lavori, sta prevalendo l’opinione di dichiarare l’intero codice sorgente di Icarus di pubblico dominio, una volta conclusa la progettazione, aprendo così la missione nel Ciberspazio al contributo volontario di un gran numero di esperti indipendenti. Ci sono ottimi motivi per far decollare veramente la missione: prima di tutto costituirebbe il migliore e il più completo dei test per tutti i sistemi e sottosistemi in cui il Progetto Icarus è articolato. In secondo luogo, se presentata ad un pubblico di giovani e studenti, avrebbe un notevole valore didattico. Per consentire al pubblico di interagire con l’astronave, verrà programmata un’interfaccia utente la cui schermata base assomiglierà a quella riprodotta qui sotto.

Descrizione figura – da destra verso il basso:


display con i dati generali della missione: tempo trascorso, velocità, distanza dalla Terra, ecc.


mappa stellare, da cui ottenere rotta e posizione


pannello di controllo: cliccando opportunamente i bottoni e le icone disponibili si possono ottenere i grafici delle prestazioni dei vari sistemi e sottosistemi


in basso a sinistra: il display  mostra l’attività in cui Icarus è impegnato in quel momento

Il Progetto Icarus è un’iniziativa della Tau Zero Foundation in collaborazione con la British Interplanetary Society, nel cui ambito era stato organizzato, negli anni 70, il progetto Daedalus, il primo studio relativo a una sonda robotizzata capace di raggiungere la Stella di Barnard, distante 5,9 anni luce dal Sole, in un arco di tempo non superiore alla durata di una vita umana. Icarus rappresenta un aggiornamento di Daedalus e un approfondimento di notevole portata, basti pensare che il team di Daedalus lavorò dal ’73 al ’78 per complessive 10.000 ore/uomo, mentre il ben più numeroso team di Icarus, nello stesso lasso di tempo, prevede di superare le 35.000 ore/uomo.

Oltre alla durata massima della missione e alla capacità di raggiungere velocità relativistiche, Icarus dovrà rispettare un certo numero di specifiche di base, per esempio avere la capacità di trasmettere alla Terra dati scientifici relativi al sistema planetario di destinazione e al mezzo interstelllare; impiegare solo tecnologie d’uso corrente, o che potebbero essere ragionevolmente sviluppate in un futuro prossimo; far fronte a eventuali guasti o danneggiamenti, autoriparandosi. Sono ormai oltre 400 i pianeti extrasolari (esopianeti) individuati con certezza, e la sonda Kepler ha recentemente inviato le coordinate di 750 nuovi possibili esopianeti, raccolte in soli 43 giorni di osservazione! Di fronte a dati come questi, è stato deciso che Icarus dovrà essere in grado di operare correttamente in una varietà di sistemi planetari differenti, e non più solo in quello scelto come obiettivo primario della missione. Come già per Daedalus, anche per Icarus il sistema principale di propulsione dovrà essere un motore a fusione nucleare; mentre, a differenza di Daedalus, una volta arrivato a destinazione, Icarus dovrà essere in grado di compiere una manovra di decelerazione, per avere più tempo da dedicare agli esperimenti scientifici e alla raccolta dei dati.

La progettazione di Icarus è stata suddivisa in 20 moduli, e di alcuni di essi non abbiamo potuto nemmeno accennare, mentre parecchi temi tra quelli qui affrontati meriterrebbero un approfondimento. Ritorneremo presto a parlare del Progetto Icarus.

Fonte: Project Icarus

19 giugno 2010 Posted by | Astronautica, Ciberspazio, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

Ikaros ce l’ha fatta!

JAXA, l’Agenzia Spaziale Giapponese ha rilasciato un comunicato stampa ufficiale per confermare il pieno dispiegamento della vela solare di Ikaros . E’ inziata anche la produzione di energia elettrica generata da una speciale “pellicola fotovoltaica” che copre parte della vela. Prime fotografie.

11 giugno 2010 Posted by | Astronautica, Scienze dello Spazio | , | 4 commenti

Infuria la battaglia per il Ciberspazio

Gli Stati e le grandi società multinazionali, tradizionali detentori del potere politico e del controllo sulle telecomunicazioni, stanno perdendo il loro monopolio a tutto vantaggio di un nuovo soggetto sociopolitico: la società civile virtuale. Nata col diffondersi della Rete, è cresciuta attorno ai social network, sopratutto Facebook e Twitter. Il rapporto con questi network è non solo strumentale, ma soprattutto strutturale, tanto da poter affermare, parafrasando McLuhan, che è l’architettura stessa del network a costituire il messaggio, e quindi a influenzare i comportamenti dei cittadini virtuali. Per esempio stimolandone il desiderio di partecipare attivamente alla vita politica, e di non considerarsi più solo come spettatori.

In effetti, l’architettura di Facebook sembra essere progettata apposta per favorire la creazione di gruppi di supporto o di pressione, oppure per elaborare vere e proprie campagne o strategie di lungo periodo, magari utilizzando anche strumenti wiki. Ma è con Twitter che si raggiunge la piena interattività in tempo reale. L’architettura di questo tipico social network di terza generazione è basata sullo scambio di messaggi lunghi al massimo 140 caratteri, e per questa evidente somiglianza con gli SMS, Twitter viene spesso utilizzato tramite telefonino. Come Facebook si dimostra utile soprattutto a livello strategico, così Twitter si rivela più adatto ad un uso tattico, legato a eventi specifici. Per esempio, ne è stato fatto largo uso in occasione del terremoto in Cina nel maggio 2008, e dell’ammaraggio di un aereo di linea sul fiume Hudson, in piena New York, l’anno dopo.

Nei paesi dove la censura statale è più invasiva, l’accesso alla Rete può essere reso sicuro grazie a Freegate. Questo programma consente il collegamento con un server che cambia una volta al secondo l’indirizzo IP dell’utente, rendendolo non più individuabile, né tracciabile durante la navigazione. Freegate è stato utilizzato con successo in Cina per difendere dalla repressione governativa il gruppo religioso “Falun Gong”, noto per lo zelo con cui i suoi adepti praticano il Tai Chi Chuan, e per avere reso possibile la nascita di un vasto movimento di blogger in Iran.

Ma chi vincerà la battaglia, o meglio la guerra per il ciberspazio? Al momento attuale la situazione è molto fluida, in presenza di un progresso tecnologico dal ritmo frenetico che fornisce a getto continuo nuovi e sempre più sofisticati armamenti informatici, e li distribuisce ad ambedue gli schieramenti, indifferentemente. La prima, grande battaglia, tuttora in corso, è quella sul diritto d’autore. Il successo iniziale delle multinazionali, rappresentato dalla chiusura di Napster nel 2002, in realtà è servito da catalizzatore per l’ennesima mutazione tecnologica: il file sharing “centralizzato” di Napster si è evoluto nel peer-to-peer di eMule, che ha dato vita a un movimento di disobbedienza civile di massa, orizzontale, ramificato, acefalo e qundi difficile da perseguire a livello legale, e del tutto inarrestabile, almeno fino a oggi.

Gli Stati e le multinazionali si sono schierati fin dall’inizio su posizioni rigide e intransigenti, facendo muro, dal 2007 in poi, intorno al famigerato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement). Gli elementi base dell’accordo e le stesure successive del documento sono state secretate su richiesta dell’amministrazione USA, ma metodiche e massicce fughe di notizie hanno destato viva preoccupazione, tanto che nel marzo scorso il Parlamento Europeo ha formalmente richiesto trasparenza sulle trattative.

Ma è sul piano delle idee che la società civile virtuale ha colto il suo più grande successo, favorendo la crescita del cosiddetto movimento Open Source, nato allo scopo di contrapporre al software realizzato con codice proprietario, e commercializzato dalle grandi aziende con licenze d’uso assai restrittive, altro software realizzato in un’ottica di condivisione della conoscenza e di apertura a contributi provenienti da programmatori indipendenti. Grazie alla filosofia Open Source sono stati realizzati prodotti di altissimo livello come il sistema operativo Linux, il browser Firefox, la suite Open Office, e una miriade di altri prodotti come per esempio il Vassal Game Engine. Naturalmente il movimento Open Source, forte di successi e popolarità, preme per la riforma della legislazione internazionale in senso molto liberale.

Naturalmente non è pensabile, e nemmeno auspicabile, che gli Stati possano abdicare anche solo in parte al loro ruolo di controllo e garanzia nel ciberspazio. Infatti l’uso criminale della Rete esiste, ed è sotto gli occhi di tutti, come anche quello autoritario e lesivo delle libertà civili che se ne vorrebbe talvolta fare. Vengano quindi regole anche per il ciberspazio. Ma che siano poche, al passo coi tempi, liberali e condivise.

Fonte: “Geopolitica del Ciberspazio” di Armando Marques Guedes, in Limes “L’Euro senza Europa” – maggio 2010 – Editing: Massimo Pellerano

10 giugno 2010 Posted by | Ciberspazio | , , , , , , | Lascia un commento

Mentre Ikaros vola verso il Sole, a terra Lightsail accumula ritardi

Ikaros, una volta imboccata la traiettoria che lo porterà prima nelle vicinanze di Venere e poi in orbita solare, ha iniziato i preliminari per il dispiegamento della vela nello spazio. Se la delicatissima manovra avrà buon esito, ciò basterà per considerare l’intera missione come un successo parziale. Il primo passo è stato mettere in posizione le quattro aste di ancoraggio della vela. Il dispiegamento vero e proprio, ottenuto sfruttando l’energia centrifuga generata dal moto rotatorio imposto alla sonda, sarà ultimato entro la fine del mese corrente.

Mentre nel team di Ikaros si respira un’aria di frizzante ottimismo, Lightsail-1, ”l’altra” vela solare, è ancora ferma a terra e accumula ritardi su ritardi: qualche giorno fa la data di lancio presunta è stata rinviata per l’ennesima volta, ora si parla infatti del secondo trimelstre 2011. Il problema è sempre il solito: è difficile trovare un lanciatore affidabile, in grado di trasportare Ligthsail-1 in quell’orbita alta dove una vela solare dovrebbe operare al meglio. Ma le orbite alte sono le più costose da raggiungere e quindi raramente frequentate e Lightsail-1, un gioiello di nanotecnologia che una volta assemblato peserà solo pochi chilogrammi, sarà classificato come “carico utile secondario”, e dovrà condividere tanto il lanciatore che l’orbita di un “primario”. Certo, anche Ikaros è stato lanciato come “secondario” di Akatsuki, ma ambedue le sonde erano state progettate e costruite su incarico della JAXA. Nate, insomma, per essere lanciate insieme, mentre Lightsail-1, com’è noto, è un progetto della Planetary Society, una sorta di ONG dello Spazio, con un proprio programma di ricerca, autonomo e autofinanziato. Essere un outsider conferisce alla Planetary Society libertà d’azione in ogni campo, ma a un costo assai elevato, se vogliamo interpretare in questo senso le difficoltà nel reperire per Lightsail-1 un lanciatore decente.

Certo non come il Volna russo, il cui malfunzionamento causò nel 2005 la perdita di Cosmos-1, il predecessore di Lightsail. Un evento che molti ricordano, mentre temo che pochi conoscano i risultati dell’inchiesta ufficiale sull’accaduto: “In precedenza i missili Volna avevano avuto problemi simili. Un miglioramento era stato eseguito allora su alcuni di essi, ma sfortunatamente non su quello assegnato a noi, e tanto disinteresse non ci ha fatto certo piacere – si commentò all’epoca negli ambienti della Planetary Society – Non useremo mai più un Volna. Abbiamo imparato la lezione, ed è stata davvero una di quelle dure.”

5 giugno 2010 Posted by | Astronautica, Scienze dello Spazio | , , , | Lascia un commento

   

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