Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

C’è del mito dietro quelle astronavi

starwarsLa saga di Guerre Stellari continua. Non si era mai sentito, negli annali della cinematografia, nei centoventi anni della sua vita, di un film non-realistico che, diventato un vero e proprio culto, proseguisse, senza quasi mutare successo, per ormai quasi quaranta anni, ma anche con tutto un contorno di oggettistica che man mano ne è derivato, espandendosi addirittura in altri mass media.

E’ arrivato anche in Italia il 16 dicembre il settimo film della serie, Il risveglio della Forza, la cui regia è stata affidata a J.J.Abrams, quello di Lost (e non solo, come si vedrà), e l’attesa è talmente grande che in Italia ci si è mobilitati su tutti i media: nelle edicole sono tornati i fumetti dedicati alla saga,i gadget, i pupazzi, i romanzi tratti dalle sceneggiature dei film (il primo dei quali firmato dallo stesso Lucas) ed ovviamente i DVD delle due trilogie. Perché tanto subbuglio per sapere cosa avviene in quella lontana galassia trent’anni dopo l’ultimo Episodio VI, Il ritorno dello Jedi uscito addirittura nel 1983? Diversi attori saranno gli stessi del primo film e farà impressione rivederli. Va bene che sono trascorsi tre decenni all’interno della saga, ma agli occhi degli spettatori Han Solo, Luke Skywalker e la principessa Leila restano sempre giovani, belli, forti, coraggiosi,e invece Harrison Ford ha 73 anni, Mark Harmill 62, Carrie Fisher 60…

carriefisherTutto bene? C’è però un aspetto che preoccupa i fan duri e puri e che non sempre il grande pubblico conosce nei dettagli, ed è il seguente: la Lucasfilm, fondata nel 1971 dal giovanissimo regista, è stata venduta nel 2012 alla Walt Disney Company alla modica cifra di quattro miliardi e mezzo di dollari. Il produttore, quindi, non è più George Lucas ed il regista della nuova pellicola non è stato scelto da lui bensì dalla Disney. Che ci si deve allora attendere ?

In una intervista a Vanity Fair Lucas ha fatto dichiarazioni inquietanti. “Hanno guardato i miei soggetti e hanno detto: vogliamo fare qualcosa per i fan. La gente non si rende conto che in realtà è una soap opera, parla di problemi familiari, non parla di astronavi. Hanno deciso che non volevano usare quelle storie, hanno deciso che avrebbero fatto la loro cosa. A quel punto mi son rassegnato. In fondo a loro non interessava nemmeno tanto coinvolgermi. Perché non faranno quello che avrei voluto facessero. E non ho più controllo. Mi son detto: OK, io me ne vado per la mia strada, loro per la loro.” Ne Il risveglio della Forza non ci saranno allora le idee che hanno decretato il successo della saga.

E Abrans è stato costretto a precisare: “Prima che mi presentassi, la Disney aveva già deciso che voleva cambiare direzione. Ma lo spirito di quello che lui ha scritto, prima e dopo, è il fondamento su cui il nostro film è stato costruito”.

harrisonfordMa sarà veramente così? Checché ne dica il regista il nuovo Guerre Stellari “cambierà direzione”, dunque diversa da quella dei primi sei episodi, per decisione della nuova casa produttrice,e quindi non ci sarà più lo “spirito” del suo ideatore. E quale sarà questa nuova direzione? Evidentemente quella per cui Abrams è specialista e per cui stato chiamato: una pura space opera movimentatissima, un videogioco spaziale supertecnologico, un qualcosa che possa piacere ai giovanissimi delle nuove generazioni dei tablet, degli smartphone e di facebook, un appiattimento e semplificazione di quei toni da favola (da soap opera dice Lucas) che avevano caratterizzato da sempre la serie. Non solo. La scelta di Abrams ha scatenato una guerra intestina dei fan tra loro e contro di lui. Infatti, per chi non lo sapesse Abrams è anche il regista degli ultimi due film di Star Trek usciti nel 2009 e nel 2013 e del prossimo del 2016. I fan delle due serie si sono sentiti entrambi traditi anche se per ragioni opposte, e molti sono contro la sua scelta in quanto a questo punto si instaurerebbe quello che è stato chiamato lo “Abrams’ galactic monopoly”, vale a dire un suo intollerabile monopolio sulle due serie cinematografiche di fantascienza più importanti e popolari di sempre, che corrono il brutto rischio di omologarsi fra loro. Il che gli appassionati, gelosi delle loro caratteristiche e diversità, osteggiano in tutti i modi. Un bel pasticcio. Ma occorre vedere e analizzare bene Il risveglio della Forza per poter giudicare. Intanto negli Stati Uniti, indipendentemente dai mugugni dei fan di cui si è detto, l’incasso dei biglietti in prevendita ha superato i 50 milioni di dollari, un record assoluto.

A parte questi dubbi, che peraltro si risolveranno tra breve in un senso o nell’altro, ci si dovrebbe chiedere piuttosto del perché di un successo tanto duraturo, che travalica le generazioni, che coinvolge grandi e piccoli, maschi e femmine. A pensarci bene, è un po’ lo stesso problema che si pone a livello letterario (e solo dopo cinematografico) per Il Signore degli Anelli, perché tanto successo duraturo? E infatti la risposta è identica. Cosa c’è dunque dietro di essi?

Il segreto del successo duraturo di Guerre Stellari si può sintetizzare in una sola e semplice parola: è una favola, ancorché in chiave fantascientifica, cioè tecnologica.

duelIl fatto è che George Lucas ha saputo creare un vero e proprio universo mitico alternativo che mantiene, nonostante difetti e ripetizioni, carenze ed ingenuità, tipici proprio delle favole, la sua potenza di suggestione. E lo ha creato volutamente: basti pensare alla frase, in apparenza paradossale per un film di fantascienza (“Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…”) che precede ogni pellicola della serie. Non ricorda per caso l’incipit delle fiabe? “C’era una volta tanto tempo fa…”, oppure “C’era una volta in un paese lontano…”. Non è ovviamente un caso, anche se si tratta di una contraddizione in termini (ci si riferisce al passato quando si parla del futuro) che peraltro si riverbera nei film stessi in cui si mescolano la supertecnologia al Medioevo (i costumi, i metodi di combattimento e l’etica degli Jedi a metà fra cavalieri arturiani, samurai e adepti di una setta esoterica) e addirittura al Settecento italiano (si pensi alla Reggia di Caserta e alla Villa del Balbianello a Lenno sul lago di Como,). Il tutto, ecco l’arma vincente, senza incongruità, senza alcuna sensazione di ridicolo o di disagio. Perfettamente combacianti.

paradeNon basta. Lucas, creando il filo conduttore della trama, si è basato sulle teorie del “mito in azione” dello studioso americano Joseph Campbell (1904-1987), il mitologo il cui nome non è ignoto ai lettori italiani per i suoi affascinanti libri le cui idee sono spesso poste accanto a quelle di Mircea Eliade, con il quale collaborò, e di Carl Gustav Jung. Tutti e tre sostenevano che il mito non è completamente scomparso nell’odierno mondo della tecnoscienza, ma ancora riesce a produrre effetti positivi se si è capaci di risvegliarlo, anche tramite i moderni mass media che non riescono del tutto a pervertirlo. Campbell affermò perentoriamente che “la tecnica non ci potrà salvare” e propugnava un rafforzamento dell’Io in una società che tende ad appiattirlo, “normalizzarlo” e al limite frantumarlo.

La presa di coscienza di sé, dei propri valori e delle proprie possibilità è un modo per sopravvivere all’onnipotenza del mondo moderno e tecnologico, quello di oggi come quello di domani. Il mito può operare ancora e ancora produrre i suoi effetti benefici attraverso particolari figure archetipiche, come ad esempio può essere l’ “eroe” o il magister. Di conseguenza, la “Forza” alla quale fare affidamento e attingere, di cui si parla in tutti i film della serie, non si deve intendere solo come qualcosa di “esterno” e oggettivo, ancorché spirituale o metafisico, ma anche come qualcosa di “interno” e soggettivo.

girlsNella saga le tesi del mitologo americano hanno la loro dimostrazione nell’ambito di un mondo, anzi una serie di mondi, rutilanti e fascinosi, dove le invenzioni e le trovate fantastiche sovrabbondano e trascinano lo spettatore in un Altrove dove, alla fin fine, piacerebbe veramente vivere nonostante i pericoli: esattamente come in un mito eroico classico o in un ciclo cavalleresco o naturalmente nella Terra di Mezzo tolkieniana.

Dunque, favola (fantascientifica) in tutto e per tutto, o soap opera come lui dice,quella di George Lucas, che, proprio in quanto tale, ha anche una sua morale adatta ai tempi e all’ambiente che l’ha prodotta, cioè gli Stati Uniti della seconda metà del XX secolo e dell’inizio del XXI, e che si potrebbe definire “politicamente corretta” e tutta americana. Procedendo lungo la via che porta al Lato Oscuro della Forza, gli esseri umani si trasformano e si passerà pian piano dalla democrazia interplanetaria alla dittatura, dalla Repubblica all’Impero.

Insomma, la storia si ripete: non è lineare ma ciclica. Come nei miti e nelle favole, appunto. E vedremo cosa combinerà J.J.Abrans e se saprà raccogliere l’eredità di Lucas.

GIANFRANCO de TURRIS

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22 dicembre 2015 Posted by | by G. de Turris, Cinema e TV, Fantascienza | , , , | 1 commento

eso 11 – I colori della vita extraterrestre

Un giorno non lontano avremo gli strumenti in grado di esaminare in profondità la luce proveniente da un mondo di tipo terrestre orbitante intorno ad un’altra stella. Questo apre alla possibilità di identificare gas atmosferici come ossigeno, ozono, anidride carbonica e metano. Tutti questi gas possono trovarsi in un ambiente privo di vita, ma se li troviamo presenti contemporaneamente in quantità abbastanza rilevanti, avremo individuato una possibile firma biologica, perché se non c’è un’attività vitale che li ricostituisce, questi gas si ricombinerebbero e ci lascerebbero con un miscuglio atmosferico molto meno interessante.

Ma studiare le atmosfere dei pianeti per trovare le tracce di vita è solo uno dei modi di procedere. Un team interdisciplinare, guidato da Lisa Kaltenegger della Cornell University e Siddharth Hegde (Istituto Max Planck per l’Astronomia), cioè gli stessi protagonisti dell’articolo pubblicato pochi giorni fa, eso10 – I colori di un mondo che vivesta esaminando la presenza della vita con una rilevazione basata sul colore caratteristico delle forme di vita. Un organismo estraneo che copra gran parte del pianeta, per esempio pensiamo alle foreste sulla Terra, rifletterebbe la luce a particolari lunghezze d’onda, luce che potrebbe essere misurata con la spearth_reflectanceettrometria.

Immagine: In questa immagine satellitare composita della NASA, è possibile vedere una componente dominante verde nella luce riflessa del sole, un segno diretto della vita vegetale presente sulla superficie terrestre. Allo stesso modo, se la vita microbica con una particolare pigmentazione coprisse vaste zone di superficie di un pianeta extrasolare, la sua presenza potrebbe in linea di principio essere misurata direttamente grazie alla sua tinta nella luce stellare riflessa osservata attraverso i nostri telescopi. Credit: NASA Earth Observatory.

 La sfida, e quindi l’impegno del lavoro preliminare basato su questi presupposti, è quello di capire quali tracce spettrali i diversi tipi di organismo potrebbero emettere. Lavorando con i colleghi al centro di ricerca Ames della NASA , i ricercatori hanno messo insieme un catalogo tratto da colture di 137 diverse specie di microrganismi, alla ricerca di una vasta gamma di pigmentazioni delle specie presenti in ambienti diversi, come il deserto di Atacama in Cile, l’acqua marina delle Hawaii, un vecchio pezzo di legno trovato in un parco dello Stato del Missouri e le sorgenti di acqua calda del Parco Nazionale di Yellowstone. Concentrandosi sulle specie estremofile (in cui la vita è spinta al suo limite), il team ha potuto fare indagini sulla più ampia gamma possibile di condizioni fisiche e geo-chimiche sulla superficie dei pianeti extrasolari. 

Il metodo, preso in esame in un nuovo saggio su Proceedings of the National Academy of Sciences, consiste nel misurare l’impronta digitale chimica di ogni coltura di microorganismi e pubblicare i risultati in un catalogo on line. Gli spettri di riflessione sono prodotti nella lunghezza d’onda del visibile e nel vicino infrarosso e sono organizzati nella prima banca dati di questo tipo dedicata alle tracce di vita superficiale. Il catalogo era progettato per rispecchiare la più ampia gamma di vita possibile, sapendo che sul nostro pianeta le specie dominanti hanno subito profondi cambiamenti.

Dal documento:

Sebbene ci sia una considerevole conoscenza di base delle proprietà spettrali delle piante terrestri, sono pochissime le informazioni presenti in letteratura riguardo a quelle dei microorganismi. Le piante terrestri sono attualmente molto diffuse sul pianeta e sono facilmente rilevate dalle osservazioni ad alta risoluzione delle sonde spaziali. Comunque, esse occupano solo una piccola nicchia nel parametro ambientale che raggruppa la vita terrestre conosciuta. Inoltre, le piante terrestri si sono diffuse sulla Terra solo circa 460 milioni di anni fa, mentre gran parte della storia della vita è stata dominata dalla vita microbica unicellulare. All’interno degli organismi procarioti ed eucarioti c’è una diversità di pigmentazione di gran lunga maggiore che nelle piante terrestri. Per questa ragione tutte le ipotesi riguardo a una vita extraterrestre basate soltanto sulle piante terrestri finiscono per tralasciare una gran parte della vita conosciuta.”


standard_sans_rightImmagine: Otto dei 137 campioni di microrganismi utilizzati per misurare le firme biologiche per il catalogo. In ogni pannello, la parte superiore è una fotografia standard del campione e la parte inferiore è una microfotografia, una versione ingrandita a 400x dell’immagine superiore. Gli scienziati miravano a raggiungere una diversità di colori e pigmentazione. Da in alto a sinistra a in basso a destra: specie sconosciute del genere Bacillus (deserto di Sonora, AZ, USA); specie sconosciuta di genere Arthrobacter (Deserto di Atacama, Cile); Protothecoides Chlorella (linfa di un pioppo bianco danneggiato); specie sconosciuta di genere Ectothiorhodospira (Big Soda Lake, NV, USA); specie sconosciuta di genere Anabaena (con proteina fluorescente verde, d’acqua dolce stagnante); specie sconosciuta di genere Phormidium (Kamori Canale, Palau); Porphyridium purpureum (legno vecchio presso una sorgente salata, Boone’s Lick State Park, MO, USA); Dermocarpa violacea (deflusso di acquario, La Jolla, CA, USA). Credit: Hegde et al. / MPIA.

Gli organismi unicellulari che hanno dominato la storia della Terra hanno prosperato per 3.5 miliardi di anni e forse più, dimostrando ripetutamente di poter essere trovati nelle condizioni più estreme , dall’interno dei reattori nucleari (Chernobyl) ai deserti e alle regioni polari. La loro particolare pigmentazione dipenderà dalle condizioni ambientali locali e così la loro futura scoperta grazie ai telescopi spaziali ci dirà qualcosa riguardo al pianeta che essi abitano. L’indice di riflessione da parte delle forme di vita superficiali gioca anche un ruolo importante nei modelli per gli esopianeti che possono essere usati per studiare i processi chimici delle loro atmosfere.

Il presente comunicato stampa dell’MPIA riassume i metodi del team per la misura delle biotracciature, compito svolto da Hegde lavorando con Lynn Rothschild e altri ricercatori dell’Ames della NASA :

Hegde, [Ivan] Paulino-Lima e [Ryan] Kent hanno misurato le firme biologiche dei campioni presso il Centro di Tecnologie Spaziali e Telerilevamento (CSTARS) presso l’Università della California, Davis. Hanno adoperato una struttura chiamata sfera di integrazione, cava e rivestita internamente di un materiale riflettente. Questa conteneva un foro per la sorgente luminosa, il campione del microorganismo, e un rilevatore per misurare l’impronta digitale della luce riflessa dal campione. L’effetto della forma sferica è il seguente: quando la luce attraversa il foro e si riflette sul campione, si distribuisce in modo uniforme in tutte le direzioni. Pertanto il rilevatore può essere posizionato in qualsiasi punto della sfera, contro qualsiasi parte della parete, e ancora misura la stessa media (“integrata”) di impronta. Questo è importante perché in un futuro prevedibile i telescopi saranno solo in grado di misurare la luce riflessa da un esopianeta che è stato valutata in media (“integrata”) su tutta la parte visibile della superficie del pianeta.” Lisa Kaltenegger, che dirige l’Institute for Pale Blue Dot della Cornell University, all’ampia gamma di possibilità di vita, inclusi gli organismi estremofili, che si trova nel database, dicendo che “… ci dà il primo assaggio di ciò che i diversi mondi là fuori potrebbero sembrare … Sulla Terra questi sono solo ambienti di nicchia, ma in altri mondi queste forme di vita potrebbero anche avere un ruolo dominante, e ora abbiamo un database per sapere come possiamo individuarlo”. La banca dati, che è aperta per il libero uso dei ricercatori di tutto il mondo, si trova presso l’Istituto. Ulteriori aggiunte al database sono attese in futuro, man mano che nuovi campioni saranno disponibili per catalogare spettri di indice di riflessione microbica.

traduzione di SIMONETTA ERCOLI

editing di DONATELLA LEVI

Further additions to the database are expected in the future as more samples become available to catalog microbial reflectance spectra. The paper is Hegde et al., Surface biosignatures of exo-Earths: Remote detection of extraterrestrial life,” in Proceedings of the National Academy of Sciences, published online before print March 16, 2015 (abstract available). The catalog is Surface biosignatures of exo-Earths, now available online.Original title of this postThe Colors of Extraterrestrial Life by Paul Gilster, published on March 17, 2015 on “Centauri Dreams”.

9 dicembre 2015 Posted by | Astrofisica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , , , | 4 commenti

   

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