Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

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A breve sarà on-line il nuovo blog: “IL TREDICESIMO CAVALIERE 2.0“, che si propone di stupire i fedelissimi e di coinvolgere sempre più appassionati ed esperti di scienze delle spazio e fantascienza.    

Il Team di autori e  in particolar modo il responsabile supremo, sua eccellenza Roberto Flaibani, stanno lavorando a ritmi serratissimi  con l’intento di creare un ambiente accogliente, che riesca a coinvolgere e a nutrire la sete di conoscenza verso ciò che ci circonda. 

Completamente rinnovato in grafica e funzionalità, ma sulla consolidata  linea guida del suo predecessore, Il Tredicesimo Cavaliere 2.0 vi invita a lasciare commenti, idee e suggerimenti al fine di prepararsi al meglio al suo lancio.

 

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31 maggio 2016 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Astrofisica, Astronautica, by G. de Turris, Carnevale della Chimica, Carnevale della Fisica, Carnevale della Matematica, Ciberspazio, Cinema e TV, Difesa Planetaria, Epistemologia, Fantascienza, Giochi, Letteratura e Fumetti, missione FOCAL, News, NON Carnevale della Fisica, Planetologia, Radioastronomia, Referendum Prima Direttiva, Scienze dello Spazio, Senza categoria, SETI, Volo Interstellare | Lascia un commento

SETI: sapere dove guardare

KIC8462852 ATA Gregory Dominik Jim Benford

Immagine: l’Allen Telescope Array, usato di recente per un tentativo SETI su KIC8462852.Credit:ATA.

Qual ‘è il posto migliore per andare a cercare in cielo un segnale SETI? Qui affronteremo  questa tematica SETI con particolare riferimento ad un nuovo articolo di René Heller e Ralph E. Pudritz, che sarà protagonista di un nostro post successivo, ma prima vorrei contestualizzare l’argomento. Con il tentativo SETI sulla stella KCI 8462852 abbiamo svolto una campagna di osservazione mirata utilizzando l’Allen Telescope Array (ATA) per vedere se i ricercatori potessero trovare qualche prova di attività insolita associata con quella stella. Come abbiamo visto dal recente lavoro di Jim e Dominic Benford (vedi Power Beaming Parameters & SETI re KIC 8462852), nella breve finestra di osservazione non è stata trovata alcuna evidenza di impulsi di microonde, nonostante la nostra attrezzatura sarebbe stata in grado di rilevarne diverse tipologie.

 L’anomala curva di luce nei dati di Kepler ha fatto di KIC 8462852 un target di alto profilo. Ciò che la ricerca ATA andava cercando era la radiazione ‘di dispersione’, collegata alle attività di una civiltà tecnologica ma non intesa deliberatamente alla comunicazione con altri. Il fatto che non abbiamo trovato nulla non dovrebbe farci arrivare a conclusioni affrettate. Se volessimo indagare a fondo KIC 8462852 sarebbe necessario uno studio più sistematico e su altre frequenze, e dovremmo avere le risorse per farlo a lungo termine.

E per quanto riguarda la questione delle radiazioni disperse? È interessante che si siano registrati segnali una tantum (il segnale Wow! è uno di questi) che potrebbero essere verosimilmente il risultato di un raggio che ci è passato accanto partendo da un sistema remoto. O, almeno, coerente con questo – ci sono i segnali pulsanti e intermittenti che sono stati rilevati, ad esempio, in una ricognizione del centro della Via Lattea svolta nel 1997 (citata più avanti). Abbiamo anche fonti come GCRT J1745-3009, una sorgente radio transitoria a forti impulsi che non corrisponde alle emissioni di stelle a brillamento, pulsar binarie o altro.

Una civiltà che comunica

Il progetto SETI è cominciato in modo sperimentale nel 1960 con il lavoro di Frank Drake a Green Bank, che monitorò le stelle vicine Tau Ceti ed Epsilon Eridani. L’intenzione era di andare alla ricerca di un segnale diretto, un ‘ciao’ proveniente da un altro sistema stellare, e per un breve, indimenticabile momento, Drake pensò di averne trovato uno (il segnale, ora sappiamo, era locale). Data la natura di un tale impulso diretto, questo sarebbe teoricamente un segnale molto più facile da individuare, poiché rimarrebbe fisso su di noi e sarebbe a livelli di potenza tali che, a differenza delle nostre trasmissioni radiofoniche e televisive, sarebbe in grado di sopravvivere al lungo viaggio interstellare.

Da allora la maggior parte delle campagne di ricerca SETI – ce ne sono state più di 100! – ha  guardato a sistemi vicini o in alcuni casi ad ammassi stellari. Tra il 1995 e il 2004 il Progetto Phoenix del SETI Institute ha lavorato in diversi siti e, secondo Heller e Pudritz (entrambi della McMaster University, Ontario) ha monitorato più di 800 stelle distanti fino a 240 anni luce. Abbiamo fatto ricerche mirate del centro della galassia, osservato con attenzione specifiche stelle come Gl 581 e, nel 2015, abbiamo cercato emissioni laser da più di mille oggetti di interesse di Kepler. E non dimentichiamo il progetto SETI@Home, che attinge ai dati di Arecibo.

Ancora una volta non abbiamo trovato segnali diretti o radiazioni disperse, a meno che alcuni dei segnali di cui abbiamo discusso sopra non siano esempi dell’uno o dell’altro – il cosiddetto segnale di Benford – ci passerebbe accanto come un segnale transitorio che non avremmo potuto identificare senza ulteriori osservazioni.

In termini puramente numerici, ci si aspetterebbe che i segnali di dispersione siano i più abbondanti, in quanto sarebbero generati da molte civiltà tecnologiche e non solo da quelle intente a comunicare con noi. In ogni caso, dove puntare lo sguardo appare chiaro, ed è più che logico rivolgersi verso le regioni del cielo con le più alte densità stellari. Se ETI è là fuori, ci si aspetterebbe di rilevare più attività di segnali laddove ci sono più mondi potenzialmente abitabili.

 

Green-Bank-WV-NRAO

Immagine: il più grande radiotelescopio al mondo completamente movimentabile, a Green Bank, Virginia Occidentale. Frank Drake ha fatto partire il SETI sulle osservazioni da Green Bank nel 1960. Credit: NRAO

Verso il centro della Galassia

Di qui la strategia di ricerca che guarda al centro della galassia prospettata da Gregory, Dominic e Jim Benford in un precedente scritto del 2010, Searching for Cost Optimized Interstellar Beacons, che prevede una ricerca nel piano del disco a spirale. Questo perché il 90% delle stelle della galassia si trova entro il 9% del cielo, nel piano e nel centro della galassia. Dall’analisi:

Qualsiasi forma di vita possa vivere in una zona più centrale rispetto alla nostra deve conoscere la simmetria base della spirale. Questo suggerisce che il corridoio naturale di comunicazione sia lungo il raggio della spirale a partire dal centro della galassia o verso di esso, una direzione semplice nota a tutti. (Seguire un raggio è meglio che puntare lungo un braccio a spirale, poiché il braccio curva allontanandosi dal qualsiasi possibilità di visione rettilinea. D’altro canto, lungo i bracci a spirale vicini a noi le stelle hanno approssimativamente l’età della nostra). Questo percorso massimizza il numero di stelle visibili nel raggio d’azione di un telescopio, soprattutto se si punta al cuore della galassia. Così, un faro posto vicino al centro dovrebbe almeno trasmettere verso l’esterno in entrambe le direzioni, mentre le civiltà più periferiche possono risparmiare la metà dei loro costi non trasmettendo verso l’esterno, dove vi sono molte meno probabilità della presenza di società avanzate.

Ma non è ancora tutto, anzi questo è solo l’inizio. Nel 2004 Robert A. Rohde & Richard A. Muller (UC Berkeley) hanno suggerito che la vita marina sulla Terra seguirebbe un ciclo di 62 milioni di anni, un’idea successivamente sviluppata dagli scienziati secondo la quale il movimento del nostro Sole in verticale al di sopra e al di sotto del piano galattico (un’oscillazione di 62 milioni di anni) farebbe sì che il bow shock (onda d’urto) della galassia produrrebbe un flusso supplementare di raggi cosmici quando il Sole raggiunge la sua posizione più estrema a nord del piano galattico. Questo maggiore flusso potrebbe danneggiare la biosfera, e farebbe presumibilmente altrettanto per qualsiasi mondo abitato.

Potremmo, dunque, avere un piano vicino al centro del disco galattico, forse 500 anni luce in profondità, all’interno del quale ci sono maggiori probabilità di trovare vita intelligente. È interessante notare che le fonti transitorie di maggiore potenza riportate da Carl Sagan e Paul Horowitz in un articolo del 1993 si trovano vicine al piano galattico, e l’idea di una oscillazione verticale di circa 500 anni luce entro la quale la vita intelligente è più probabile ci dà un altro modo di concentrare la nostra ricerca su obiettivi possibili.

 

KIC8462852 ATA Gregory Domink Jim Benford

Immagine: La Via Lattea, stelle e polveri, con le regioni più probabili del cielo in cui cercare segnali SETI. Credit e Copyright: Serge Brunier.

Titolo originale – SETI: Knowing Where to Look  – di Paul Gilster, pubblicato su Centauri Dreams il 8/3/16.

Fonti:

  • Benford G., J., D.: Searching for Cost Optimized Interstellar Beacons Astrobiology 10 (2010), 491-498 (abstract / preprint).

  • L’articolo del 1997 a cui si accenna sopra a proposito  dei segnali transitori è di Sullivan et al.: A Galactic Center Search For Extraterrestrial Intelligent Signals –  Astronomical and Biochemical Origins and the Search for Life in the Universe, IAU Colloquium 161, Publisher: Bologna, Italy, p. 65

Traduzione di DONATELLA LEVI

Editing di ROBERTO FLAIBANI 

24 marzo 2016 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Fisica, Planetologia, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , | Lascia un commento

I Terrestri alla ricerca di Pandora: le missioni minori

esopianetiE’ proprio una bella soddisfazione poter incominciare un articolo dedicato alla ricerca degli esopianeti citando dati freschissimi e lusinghieri provenienti dalla sonda Kepler. Infatti, l’ultimo elenco di avvistamenti di nuovi pianeti extrasolari rilasciato il mese scorso comprendeva la bellezza di 18.406 eventi. Una volta sottoposti a verifica, moltissimi risulteranno essere dei “falsi positivi”, ma da un esame preliminare eseguito dal Planetary Habitability Laboratory presso l’Osservatorio di Arecibo, sono stati individuati 262 potenziali mondi abitabili, di cui 4 di dimensioni marziane, 23 terrestri, mentre i rimanenti sono di dimensioni superiori a quelle della Terra (super-Terre). Per catalogare questi candidati privilegiati, è stato creato un apposito indice di somiglianza alla Terra, chiamato ESI, e 24 di loro hanno ricevuto un punteggio di almeno 0,90 ESI. Il primo della lista risulta essere un pianeta tipo Terra, che in 231 giorni completa la sua orbita intorno alla stella KIC-6210395, dalla quale riceve il 70% dell’energia che noi riceviamo dal Sole. E’ ormai opinione sempre più diffusa tra gli esperti che nella Via Lattea esistano milioni di pianeti simili alla Terra e adatti a ospitare la vita.

 Ai lettori della prima parte dell’articolo non sarà sicuramente sfuggita la sostituzione, nel titolo, del termine Europei con Terrestri. Infatti, anche se i particolari scarseggiano, si registra interesse per gli esopianeti da parte di Giappone, Russia e Cina. Jaxa, la dinamica agenzia spaziale giapponese, ha varato un proprio programma di astrometria chiamato JASMINE, complementare a GAIA, ma operante nell’infrarosso. Una prima missione esplorativa, Small-JASMINE, sarà lanciata nel 2014.

 Anche Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, punta sull’astrometria con il programma OSIRIS, che in qualche modo sembra rifarsi al SIM, l’interferometro spaziale cancellato dai programmi della NASA nel 2010. I Russi vorrebbero lanciarlo nel 2018, ma i finanziamenti per le attività spaziali sono discontinui e dopo il naufragio della missione Phobos-Grunt, l’intero programma spaziale russo è in piena crisi.

 I Cinesi hanno cominciato a dimostrare interesse per l’astrometria e la ricerca degli esopianeti solo in tempi recenti. Prevedono di lanciare un osservatorio a raggi X e una sonda da immettere in orbita polare intorno al Sole entro il 2019, e fanno programmi per un telescopio satellitare.

 Nel settore delle missioni minori, l’amichevole competizione tra i due maggiori attori, ESA e NASA, sembra volgere, seppure di poco, a favore degli americani che presentano due missioni già vincitrici di una tranche di finanziamenti, e forse una terza missione. TESS,  complementare a Kepler, usa anch’essa il metodo del transito per individuare gli esopianeti, ma non in una zona circoscritta del cielo, come Kepler, bensì su tutta la sfera celeste, come GAIA. La strumentazione di bordo è in grado, però, di osservare a una distanza non superiore ai 200 anni-luce dal Sole, alla ricerca dei migliori besagli per future esplorazioni. Se riceverà l’intero ammontare dei finanziamenti richiesti nei tempi previsti, TESS potrebbe già essere in orbita nel 2016 per un ciclo operativo di almeno due anni.

 cheopsCHEOPS dell’ESA (nella illustrazione qui a sinistra) e FINESSE della NASA costituiscono un netto salto di qualità e di prospettiva non solo nella ricerca generica degli esopianeti, ma nel precisare le caratteristiche fisiche, perfino atmosferiche di esopianeti già noti. Così l’europea CHEOPS indagherà sulla relazione tra la massa e il raggio degli esopianeti catalogati come Super-Terre, e sui meccanismi fisici che regolano il trasferimento dell’energia nell’atmosfera tra l’emisfero diurno e quello notturno. Identificherà i pianeti dotati di una atmosfera significativa, studiando i rapporti che intercorrono tra i parametri e la distanza della stella di riferimento e la massa e l’atmosfera di ciascun pianeta. CHEOPS percorrerà un’orbita a 800 km di altitudine e peserà non più di 200 kg. In virtù del suo peso ridotto, sarà possibile lanciarla scegliendo tra una vasta gamma di missili vettori, tra cui il VEGA. FINESSE, invece, grazie al suo spettrometro all’infrarosso, sarà in grado di rilevare nell’atmosfera del pianeta esaminato, la presenza di molecole molto significative, come acqua, metano, monossido di carbonio, anidride carbonica. Il suo obiettivo sono 200 esopianeti, dal tipo-Giove alle super-Terre. La sonda eseguirà analisi spettrografiche mentre l’esopianeta si trova in punti diversi della sua orbita e tenterà di definire non solo la composizione chimica dell’atmosfera ma anche le sue eventuali variazioni tra giorno e notte.

 finesseCHEOPS e FINESSE (nella illustrazione qui a sinistra), e anche TESS, per ora hanno ricevuto solo i finanziamenti per la prima fase del lungo iter che porta alla rampa di lancio. Se tutto andrà bene, dovrebbero fare il loro ingresso in orbita entro la fine del decennio. Non così per EXCEDE della NASA, che non ha completamente convinto gli esaminatori, e ha ricevuto, invece della tranche completa, un acconto sufficiente solo per concludere le indagini preliminari. La missione consiste nello studio della luce zodiacale, una luminosità diffusa come una specie di banco di nebbia, provocata dalla luce della stella quando si riflette su una tenue ma vasta nuvola di polvere, presente con diversa densità in molti sistemi stellari, tra cui anche il nostro. Lo studio della natura e della distibuzione della polvere può fornire indicazioni molto precise sulla presenza di esopianeti. Allo stesso tempo questo effetto nebbia è una maledizione per gli studiosi americani, che hanno puntato, nella ricerca e la caratterizzazione dei pianeti extrasolari, sull’utilizzo intensivo di tecnologie di direct imaging. EXCEDE sembra essere la missione giusta per affrontare il problema e trovare una soluzione. Inoltre, in caso di tagli al bilancio, per le ricerche sulla luce zodiacale si potrebbe utilizzare il telescopio ZODIAC II, che viene portato ai limiti dell’atmosfera da un pallone, ed è in grado di ottenere risultati utili, sebbene parziali e incompleti, a una frazione del costo del progetto originario.

 Sempre dalla NASA, arrivano altre due proposte dotate di una certa originalità. La prima, denominata BigBENI, si compone di due telescopi da un metro ciascuno trasportati ad alta quota tramite palloni, per sperimentare la tecnica dell’ “interferometro a cancellazione”. Le luci raccolte dai due strumenti vengono elaborate in modo che ogni onda proveniente dall’oggetto osservato venga azzerata da un’altra identica, ma in opposizione di fase. In pratica, se osserviamo una stella molto luminosa, e azzeriamo la sua luce con questo sistema, la debole luce riflessa di un eventuale esopianeta potrebbe allora emergere ed essere studiata.

robonautIl programma OPTIIX punta a dimostrare che è possibile assemblare nello spazio un grande telescopio ottico, usando la ISS come banco di prova e facendo uso di robot telecomandati. Gli elementi del puzzle potrebbero arrivare alla Stazione già nel 2015. Se OPTIIX si rivelasse un successo, farebbe risparmiare parecchi soldi e contribuirebbe a contenere i rischi. (nella illustrazione qui a sinistra i robonaut della Stazione Spaziale Internazionale)

 Concludiamo con un breve accenno alla missione Euclid (ESA), per arrivare alla descrizione dell’effetto microlensing (microlente gravitazionale). Di tutte le missioni delle quali ci siamo occupati in questo articolo, Euclid è l’unica che sia stata già approvata e finanziata, e di cui si conosca sommariamente la data di lancio, ossia il 2020. La sonda sarà equipaggiata per lo studio della materia e dell’energia oscure, uno dei grandi misteri ancora non risolti dell’astronomia moderna. In secondo luogo sarà dotata di apparecchiature per il microlensing, cosicché, al momento del lancio, Euclid potrebbe essere il primo veicolo spaziale a effettuare la ricerca degli esopianeti utilizzando tale metodo. Per una definizione semplice ma accurata del microlensing, lasciamo la parola a Ilaria Carleo dell’Università di Salerno, che nella sua tesi di laurea scrive quanto segue:

 Il metodo del microlensing si basa su un effetto predetto dalla Teoria della Relatività Generale di Einstein: i raggi di luce possono essere deviati da un campo gravitazionale sufficentemente forte. Dunque i raggi provenienti da una stella lontana vengono deviati dal campo gravitazionale di una stella vicina situata lungo la linea di vista dell’osservatore. La stella vicina funge da lente, e la sorgente appare più luminosa. L’allineamento della stella lente lungo la linea di vista rispetto alla sorgente è transitorio, poiché le due stelle sono in moto relativo l’una con l’altra. Ciò significa che le osservazioni di microlensing rilevano un picco nella luminosità quando la lente si muove lungo la linea di vista della sorgente, e un successivo oscuramento mano a mano che la lente si allontana. Se un pianeta orbita intorno alla stella lente, il suo stesso campo gravitazionale può contribuire alla curvatura dei raggi di luce. Ciò produrrà uno stretto picco nella curva di luce della stella lente, che indica proprio la presenza del pianeta. Sfortunatamente, gli eventi di microlensing sono rari, e, in caso di scoperta planetaria, questa non può essere confermata da un’ulteriore osservazione perchè tali eventi sono irripetibili.

ROBERTO FLAIBANI

Lista degli acronimi:

JASMINE (Japan Astrometry Satellite Mission for INfrared Exploration)

TESS (Transiting Exoplanets Survey Satellite)

CHEOPS (CHaracterizing ExOPlanet Satellite)

FINESSE (Fast INfrared Exoplanet Spectroscopic Survey Explorer)

EXCEDE (Exoplanetary Circumstellar Environments and Disk Explorer)

BigBENI (Big Balloon Exoplanet Nulling Interferometer)

OPTIIX (OPtical Testbed and  Integration on ISS eXperiment)

Fonti e ringraziamenti:

I siti ufficiali di ESA e NASA

PHL – Planetary Habitability Laboratory

https://sites.google.com/a/upr.edu/planetary-habitability-laboratory-upra/press-releases/mygoditsfullofplanetstheyshouldhavesentapoet

The Space Review – Future exoplanet missions: NASA and the world (part 2)

http://www.thespacereview.com/article/2170/1

Si ringraziano ESA e NASA per le immagini

23 gennaio 2013 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Fisica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , , , , , , , , | 1 commento

Appunti semiseri di un organizzatore

Si è concluso il Quarto Congresso del Comitato Permanente SETI in seno alla IAA , intitolato “Searching for Life Signatures“. L’interpretazione degli avvenimenti è piuttosto complessa, perciò presenterò non uno, ma tre consuntivi, uno per ciascuno dei soggetti della coalizione che ha dato vita all’evento: la IAA, i blog carnevalisti, e San Marino Scienza, marchio creato ad hoc per rappresentare il motore organizzativo della manifestazione a livello nazionale e non solo: ne facevano parte i rappresentanti del CVB, i presidenti di IARA, FOAM13, SETI ITALIA, e professionisti come Gianni Boaga, nella funzione di webmaster, e io stesso (ufficio stampa, eccetera).

1.

Un paio di dozzine di relatori provenienti da mezzo mondo, tra i quali dei grossi calibri come Harp (direttore del SETI Institute) e Garrett (direttore di ASTRON), una star del mondo scientifico come Denise Herzing (amatissima per i suoi studi sul linguaggio dei delfini), un certo interesse dimostrato dalla stampa periodica e locale, una chilometrica intervista da parte dell’ANSA, e il bombardamento virtuale di 45 blogger carnevalisti sul tema del Congresso. Il tutto tra i marmi del Centro Congressi Kursaal e i merli delle storiche mura di San Marino, e poi l’ambiente chic del Grand Hotel, le cene di gala, le gite turistiche…… Claudio Maccone, Direttore Tecnico della IAA per l’Esplorazione Scientifica dello Spazio, patron della manifestazione, non poteva sperare di più: il SETI non è certo la NASA.

2.

73 articoli sul tema del Congresso (Cercando Tracce di Vita nell’Universo), scritti da 45 blogger per il primo Carnevale scientifico unificato, vedi contributi di Chimica – vedi contributi di Fisica. Un successo senza precedenti! L’idea mi era venuta mentre stavo fantasticando su come organizzare una copertura mediatica per il Congresso. Ne parlai con Gianni Boaga, blogger di “Storie di Scienza”, con cui avevo già collaborato in precedenza, e poi con Claudio Pasqua di Gravità Zero, per il Carnevale della Fisica. Claudio si disse interessato all’idea, purchè fosse a costo zero per i blog, e suggerì di cooptare, per il Carnevale della Chimica, l’associazione Chimicare, nei panni del suo serafico presidente, Franco Rosso. Così, mentre Claudio diradava il suo impegno, e Gianni era assorbito dai suoi doveri di webmaster e da una serie di vicissitudini familiari, Franco e io, dopo un negoziato lungo e difficile, riuscivamo ad accordarci su un contratto che prevedeva un semplice scambio di servizi tra le parti, senza movimento di denaro. Il quadro si completava con l’arrivo di Annarita Ruberto, puntuale come il Settimo Cavalleria in “Ombre Rosse”. Così Scientificando sostituiva Il Tredicesimo Cavaliere nella funzione di blog ospitante i contributi di Fisica, sollevandomi da un incarico che a fatica sarei riuscito a svolgere senza l’aiuto di Claudio o Gianni, e di sicuro non al livello a cui è arrivata Annarita. A ben vedere, sono proprio loro, quei 45 blog carnevalisti, con il loro entusiamo e disponibilità, i veri “vincitori” della manifestazione.

3.

Ho lavorato a questo progetto a mezzo tempo e in totale autonomia per quasi otto mesi. Ho dovuto occuparmi un po’ di tutto: dai rapporti con la stampa alla ricerca di espositori e sponsor, dalle relazioni con le organizzazioni degli astrofili e degli space enthusiasts alla raccolta di indirizzi per la costruzione di mailing list. Ciò mi ha consentito di avere una visione d’insieme che mi ha ispirato qualche buona idea. Ciononostante, e a dispetto degli sforzi fatti a tutti i livelli, la partecipazione del pubblico è stata nulla: alla reception del Kursaal si sono presentati 6 spettatori, non uno di più. Le motivazioni di una simile catastrofe sono molte, prima fra tutte la scelta di tenere il Congresso in giorni feriali, anziché nel week-end. Paradossalmente, la ricchezza del programma e l’alto livello scientifico dei relatori possono aver innescato un sentimento di inadeguatezza se non tra i blogger più colti, almeno tra gli space enthusiast più giovani. Si è fatto un uso perfino “punitivo” dell’inglese rispetto all’italiano, giungendo a livelli assurdi: l’esistenza del servizio di traduzione simultanea verso l’italiano non è stata segnalata nemmeno nel programma ufficiale, ovviamente redatto in inglese. La copertura dell’evento da parte delle testate giornalistiche tradizionali (cartacee o radiotelevisive) è stata scarsa, salvo qualche lodevole eccezione. A parte “l’evento blog” e una retrospettiva cinematografica, non siamo riusciti ad organizzare nemmeno un evento in italiano, perchè tutte le associazioni e i gruppi a cui ci eravamo rivolti avevano declinato l’invito. Valga per tutti la comunicazone giuntaci dallo STIC: “Per quel che riguarda la nostra partecipazione fattiva, non siamo interessati a organizzare qualcosa, contando sul fatto che eventuali nostri Soci interessati all’iniziativa troveranno già molto da vedere all’interno della vostra manifestazione”. La lista potrebbe continuare, ma fermiamoci qui a meditare.

(nella foto: Franco Rosso, Roberto Flaibani, Paolo Gifh)

Questa mancata risposta del pubblico italiano potrebbe avere l’effetto di spegnere l’interesse del CVB per qualsiasi manifestazione di carattere scientifico. Se si chiudono spazi per la divulgazione, non è mai un bene. Invece il successone dei blog rilancia ogni iniziativa a carattere virtuale, sia essa un webinar o qualcosa ancora da inventare. In merito all’invisibile pubblico italiano, al di là di quanto detto finora, ritengo che ci siano un centinaio di assenti ingiustificati, persone cioè che avrebbero potuto comunque comprendere il significato e l’eccezionalità dell’evento, e quindi parteciparvi ugualmente. Mi riferisco ai soci del FOAM13, la crema degli astrofili italiani, che col SETI fanno pranzo e cena, e contano nel loro organigramma Claudio Maccone in persona; a quei 45 blogger carnevalisti, la crema dei blogger scientifici italiani, che hanno dato il loro contributo sul tema della vita nell’Universo; a un imprecisato numero di assatanati di Star Trek, la crema degli space enthusiast, che incendiano ogni giorno il forum dello STIC su Facebook, dimostrando di avere un cervello che funziona, oltre che una buona cultura scientifica generale. A tutti costoro dico: “Io c’ero. Invece voi a casa, a guardarvi l’ombelico!”

 ROBERTO FLAIBANI

6 ottobre 2012 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Chimica, Carnevale della Fisica, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , , | 1 commento

I blog scientifici italiani al IV Congresso IAA di San Marino

Comunicato stampa

I numeri dell’edizione unificata dei carnevali scientifici

73 articoli di divulgazione ed opinione scientifica, per un totale di 45 blogger partecipanti: questi i numeri che l’edizione speciale unificata dei carnevali scientifici della Fisica e della Chimica è riuscita a portare in campo, sotto l’egida della Convention & Visitors Bureau della Repubblica di San Marino per l’occasione del IV congresso dell’International Academy of Astronautics, atteso per il prossimo 25 settembre sul territorio della repubblica più antica del mondo.

Con il coordinamento dell’Associazione Culturale Chimicare, già impegnata nel sostegno scientifico-divulgativo e promozionale dell’evento, insieme al decisivo contributo di Scientificando – il blog di didattica e divulgazione delle scienze curato da Annarita Ruberto, certamente fra più noti e dinamici nel panorama nazionale – è stato infatti possibile concentrare l’attenzione della blogsfera scientifica italiana da fine agosto fino alla data del congresso, o chissà anche oltre, sul tema prescelto dagli organizzatori: “Cercando Tracce di Vita nell’Universo”.
Un tema affascinante ed evocativo che, scrollandosi finalmente di dosso le critiche metodologiche da più parti sollevate nei primi anni di applicazione del programma SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence), risulta oggi giorno più che mai rivalutato alla luce delle nuove scoperte dell’astronomia: dalla conferma dell’esistenza di numerosi pianeti extrasolari al rinvenimento di diverse tipologie di molecole organiche nello spazio interstellare, fino alla conferma della presenza di precursori biologici nei meteoriti caduti in epoche passate sul nostro stesso pianeta.  Una situazione questa che ha determinato non soltanto per l’astrochimica ma per la stessa astrobiologia un’emancipazione ed una dignità scientifica senza precedenti.

I due documenti antologici contenenti le recensioni ed i commenti ipertestuali agli articoli rispettivamente di argomento fisico-astronomico (per Scientificando) e di argomento chimico-biologico (per Chimicare) – noti nell’ambiente dei blog appunto come “carnevali” scientifici – sono attesi online sui siti web dei rispettivi curatori per il pomeriggio di martedì 25 settembre, proprio in occasione della presentazione degli esiti di questo grande contest partecipativo davanti ad una platea di esperti attesi da 14 Paesi del mondo.
Oltre al resoconto di questa inedita esperienza l’intervento dell’associazione Chimicare delle ore 15.00 presso il Centro Congressi Kursaal prevede una pubblica lettura – in lingua italiana – di selezioni tratte dai migliori brani partecipanti ed il coinvolgimento dal vivo di diversi fra i più noti blogger scientifici aderenti all’iniziativa.

Per informazioni:     www.tutto-scienze.org     www.chimicare.org     www.sanmarinoscienza.org

Convention & Visitors Bureau della Rep. di San Marino SpA – agenda@sanmarinoscienza.org

Scientificando:  annaritar5@gmail.com    –   Associazione Culturale Chimicare:  segreteria@chimicare.org

18 settembre 2012 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Carnevale della Chimica, Carnevale della Fisica | , | Lascia un commento

Volo spaziale e leggende: dialogo con Michael Michaud

Scriveva Paul Gilster su “Centauri Dreams” del 16 dicembre 2011: ”Ho sperato di pubblicare un dialogo con Michael Michaud sin da quando ho avuto occasione di parlare con lui al congresso “100 Year StarShip 2011” (100YSS)e poi di riflettere sul documento da lui presentato, Long-Term Perspectives on Interstellar Flight. I lettori di Centauri Dreams conoscono Michael come autore dell’imperdibile Contact with Alien Civilizations: Our Hopes and Fears about Encountering Extraterrestrials (Springer, 2006), e ricorderanno certamente i suoi contributi precedenti su queste pagine. Direttore in passato del U.S. State Department’s Office of Advanced Technology, ha coordinato presso l’Accademia Internazionale di Astronautica i gruppi di lavoro su tematiche SETI, oltre ad aver pubblicato numerosi articoli e saggi sulle implicazioni degli eventuali contatti con civiltà aliene. In questo dialogo ho preso alcuni elementi del suo intervento al congresso, usandoli come base di partenza per esaminare quali possono essere i modi per orientare l’attenzione dell’umanità verso le stelle”.

(Paul Gilster). Michael, ho letto con grande interesse il documento che hai presentato al congresso “100 Year StarShip 2011”, è pieno zeppo d’idee! Vorrei però iniziare questa conversazione dalla citazione con la quale hai concluso il tuo intervento. È tratta da un libro di G. Edward Pendray intitolato The Coming Age of Rocket Power (1945), e tu la utilizzi per far notare come i primi rivoluzionari ideatori dei viaggi spaziali fossero spesso spinti dalla percezione impellente di uno scopo, e da una visione quasi incendiaria. Ecco quello che dice Pendray:

Quelli tra noi che hanno speso anni e anni nello studio e nello sviluppo dei razzi provano ormai nei loro confronti un’emozione quasi religiosa. Ci sentiamo in qualche modo privilegiati, come se in quegli anni ci fossimo trovati a un oscuro crocevia della storia, e avessimo visto il mondo cambiare. Non sappiamo esattamente cosa abbiamo liberato sulla terra, non diversamente da Gutenberg con i suoi caratteri mobili, o De Forest con il suo tubo per la radio, ma sentiamo nel profondo dell’anima che si tratta di qualcosa di stupendo e grandioso, e che la razza umana ne risulterà in futuro sicuramente arricchita”.

Parole da cui trarre ispirazione, specialmente se consideriamo che, all’epoca in cui Pendray stava scrivendo, la missilistica era associata nella mente comune soprattutto alla distruzione fatta piovere sulla Gran Bretagna dal razzo V2. Pendray guarda più in là, verso una illuminante visione di lungo periodo di quello che lo spazio avrebbe potuto significare in futuro, proprio come von Braun avrebbe guardato oltre il V2 verso la Luna e persino verso Marte. Hegel ha detto “Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”. E tu qui affermi che i fautori del volo interstellare devono continuare a impegnarsi affinché l’esplorazione dello spazio profondo appaia non solo ipotizzabile ma anche necessaria per il bene della nostra specie. Come dunque instillare questo tipo di passione?

Nel tuo intervento ti riferisci ai pionieri del nostro attuale programma spaziale dicendo che hanno creato una “leggenda a proposito di eventi che non erano ancora avvenuti” e che questa leggenda si era poi trasformata in aspettative. Venendo ai viaggi interstellari, abbiamo un certo numero di scienziati che ne stanno elaborando i fondamenti teoretici. Uno è ovviamente Robert Forward, poi ci sono Alan Bond, e Greg Matloff e i numerosi altri da te citati. A che punto ci troviamo oggi nel creare una leggenda legata ad eventi dell’esplorazione interstellare che permetta a quest’idea di far presa sul pubblico? Perché sono le idee che instilliamo mentre vengono poste le basi teoriche che aiuteranno a promuovere il progetto e ad alimentare quella passione.

(Michael Michaud). In un certo senso, Paul, per primi rivoluzionari ideatori dei voli spaziali il compito di inventare una leggenda a proposito di eventi non ancora avvenuti è stato più facile. La disposizione fisica del nostro sistema solare offriva una serie di obiettivi tangibili: il raggiungimento dell’orbita, la stazione orbitale, la Luna, e Marte. Nel caso dell’esplorazione interstellare una progressione graduale è meno ovvia.

Per il volo interstellare esistono ovviamente obiettivi a lungo termine, quali ad esempio trovare indicazioni di una vita intelligente al di fuori del sistema solare, e individuare una possibile futura seconda casa per l’umanità. Ci sono anche motivazioni meno razionali: condividere l’eccitazione dell’esplorazione e della scoperta, fare appello a speranze e aspettative inespresse, e suggerire una via di fuga dai nostri attuali limiti. Senza eventi significativi che non siamo in grado di prevedere, tali motivazioni potrebbero non essere sufficienti per rendere il volo interstellare un compito avvertito come necessario dalle attuali generazioni.

Suggerisco che si cominci concentrandoci sul sistema solare esterno. Esplorare le regioni più distanti dell’impero del Sole potrebbe essere un passo in avanti interlocutorio verso il volo interstellare.

La nostra presenza in quella regione trova una sua giustificazione generalmente riconosciuta nella necessità di proteggere il pianeta da possibili collisioni con asteroidi e nuclei di comete. Numerosi esperti hanno sostenuto che questo tipo di difesa ha bisogno di strumenti di preavviso e di deviazione nel sistema solare esterno, in modo da avere il tempo di identificare e agire contro un oggetto in avvicinamento.

Dobbiamo conoscere meglio il potenziale pericolo costituito dai corpi celesti presenti nella Fascia di Kuiper e nella Nube di Oort. Non sappiamo quasi nulla di quella nube, che è estremamente vasta e non è limitata al piano dell’eclittica. Alcuni ipotizzano che il bordo esterno della Nube di Oort potrebbe sovrapporsi al bordo esterno dell’analoga nube di una stella vicina.

Potremmo avere bisogno di spingerci oltre il sistema solare che conosciamo. Gli astronomi hanno già scoperto degli oggetti a distanze interstellari che sono più piccoli e meno luminosi dei tipi di stelle a noi più familiari. Stelle nane, relitti di stelle esaurite e pianeti oscuri espulsi dal proprio sistema d’origine potrebbero vagare attraverso lo spazio interstellare, forse più vicino della più vicina stella conosciuta. Sia che un oggetto di tal genere costituisca o meno un potenziale pericolo, potrebbe comunque fornire un obiettivo intermedio per l’esplorazione interstellare più facilmente raggiungibile delle stelle conosciute.

Per incoraggiare un approccio mentale fuori dagli schemi, ho ipotizzato nella mia relazione che gli astronomi che stanno studiando il nostro Sole potrebbero scoprire che la nostra stella si sta modificando più rapidamente di quanto non si pensasse, riducendo il tempo tra il momento attuale e una Terra inabitabile. Forse non accadrà mai, ma questo ci ricorda che non possiamo prevedere tutti i pericoli o tutte le opportunità che potrebbero motivare un’esplorazione interstellare.

Vi sono modi di affrontare la questione che potrebbero suscitare un maggiore interesse tra gli scienziati e gli ingegneri. Uno di questi modi, di cui si sta già occupando la “comunità interstellare” è l’ideazione di motori che consentano a un’astronave di viaggiare a velocità utili. Una svolta decisiva nel sistema di propulsione potrebbe avere delle ricadute sulla tecnologia energetica ben al di là del volo interstellare.

Una sonda interstellare che viaggia per decenni, e che una volta giunta a destinazione si troverà ad affrontare delle operazioni complesse, deve necessariamente includere a bordo un’intelligenza artificiale altamente sofisticata, che non farà mai più ritorno sulla Terra. Vorrei suggerire agli scienziati e agli ingegneri di cogliere questa opportunità per creare l’intelligenza artificiale più autonoma che sia stata mai costruita, inviandola là dove costituirà il minor pericolo per l’Umanità.

Forse tu o i tuoi lettori potranno suggerire una leggenda migliore di eventi non ancora avvenuti. Dimmi cosa ne pens­­­­­­­­­­­­­

PG: So che abbiamo bisogno di leggende, perché nella tua relazione riconosci che, mentre alcuni accettano – rispetto ai concetti di esplorazione ed espansione – quelli che tu chiami “i paradigmi rivolti all’esterno”, per la maggior parte delle persone non è così. Penso che la domanda che molti di quest’ultimi si porrebbero è se l’idea stessa di viaggio interstellare non sia decisamente troppo ambiziosa, considerate le distanze inimmaginabili e la relativa incapacità della nostra tecnologia ad affrontarle. Se vogliamo creare le premesse per un futuro interstellare, dobbiamo trovare le motivazioni di lungo termine che risveglino l’interesse e suscitino l’entusiasmo della gente, in modo da essere certi che sosterrà quest’impresa.

Ma capisco il tuo punto di vista, Michael. Il volo interstellare è qualcosa di radicalmente diverso dalle idee interplanetarie di von Braun. Per queste ultime l’aspettativa era che potessero realizzarsi nel giro di pochi decenni. Se seguiamo il tuo suggerimento e prendiamo come base di partenza il sistema solare esterno, allora queste missioni precorritrici possono assumere una funzione trainante, specialmente in quanto collegate alla necessità percepita di una difesa planetaria. In tutto ciò si inserisce bene la tua idea di una IA: siamo in grado di produrre un veicolo spaziale guidato dalla più sofisticata intelligenza artificiale mai creata e mandarlo laggiù, come avanguardia dei nostri sforzi per costruire un’infrastruttura in grado di affrontare gli spazi profondi?

Potremmo considerarla una leggenda per il prossimo futuro, in quanto i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale potrebbero diventare interessanti per questo obiettivo nel giro di pochi decenni. Nel frattempo, stiamo cominciando a testare la tecnologia delle vele solari, che potrebbero servire da propulsione in una missione precorritrice volta a studiare le regioni più esterne del sistema solare, aiutandoci inoltre a mettere a punto le diverse opzioni in termini di propulsori in grado di raggiungere eventuali oggetti pericolosi mentre sono ancora lontani dalla Terra. Il grande progetto Marte di von Braun si sviluppò in un’epoca in cui le tensioni provocate dalla Guerra Fredda erano elevate, e quindi la nozione di pericolo ebbe facile presa sul pubblico. In questo caso, la minaccia non è di natura militare bensì naturale, sotto forma di oggetti vaganti potenzialmente distruttivi. Ciò che dà forma alla minaccia è proprio quanto poco sappiamo non solo sulla Fascia di Kuiper ma anche, come affermi, sulla dinamica della nube di comete che circonda il sistema solare.

Dunque forse questa è la nostra leggenda. Abbiamo bisogno di qualcosa come l’Esploratore Interstellare Innovativo di Ralph McNutt, una missione precorritrice messa a punto come banco di prova sia per il sistema di propulsione che per l’intelligenza artificiale. La nostra leggenda comporterebbe di continuare sulla strada delle vele solari, proprio come la leggenda di von Braun prevedeva di costruire razzi a propulsione chimica ancora più grandi. Includerebbe inoltre telescopi spaziali per identificare i potenziali pericoli, mettendo in campo la passione tipica dell’uomo per l’esplorazione, man mano che spingiamo le nostre sonde sempre più nelle profondità del Sistema Solare. Il nostro jolly potrebbe essere l’identificazione di una nana bruna più vicina delle stelle di Alpha Centauri.

Ma c’è un problema. Nel tuo documento fai una serie di raccomandazioni su come la comunità interstellare dovrebbe procedere. Siamo entrambi d’accordo su quella più eclatante: lasciare gli esseri umani fuori dall’equazione. Sono convinto che a breve termine siano fuori questione missioni verso il sistema solare esterno guidate dall’uomo, ma la necessità di una difesa per il nostro pianeta non aspetterà. Se i viaggi nello spazio profondo utilizzeranno soltanto gli strumenti della robotica, riusciremo a rendere appetibile questo concetto presso il grande pubblico? Forse la presa che von Braun ha avuto così a lungo sulla gente sta nel fatto che immaginò l’atterraggio di uomini in carne e ossa nei vasti deserti di un pianeta Marte come quello dipinto da Bonestell?

MM: Hai ragione, Paul, quando affermi che il fascino di von Braun risiedeva nella visione di un atterraggio umano su un pianeta Marte simile a quello illustrato da Bonestell. È ancora così.

Quando ci riferiamo alle leggende di eventi non ancora avvenuti, dovremmo includere le aspettative su ciò che la nostra astronave esplorativa potrebbe trovare. Le immagini prodotte dai pionieri della cosiddetta “arte spaziale” e dagli altri illustratori hanno svolto un ruolo importante nel creare le aspettative su quanto le prime missioni spaziali avrebbero scoperto. Chesley Bonestell (e prima di lui Lucien Rudaux) ci hanno raffigurato gli altri mondi del nostro sistema solare molto prima che le nostre tecnologie vi arrivassero. Mentre alcune di queste immagini erano basate su presupposti sbagliati (ad esempio i canali di Marte), esse stimolarono un’intensa curiosità. Io stesso all’inizio ho tratto ispirazione dal libro del 1949 di Willy Ley La conquista dello spazio, illustrato da Bonestell. Al giorno d’oggi artisti e illustratori possiedono strumenti di gran lunga più sofisticati per creare le loro affascinanti raffigurazioni. Possiamo già osservare con quale varietà creativa gli artisti stiano immaginando i pianeti che orbitano intorno ad altre stelle, cioè i presunti obiettivi delle nostre sonde interstellari.

Uno dei fattori che attrasse molta gente verso l’esplorazione spaziale di prima generazione fu la potenza dei razzi, che era alla base della visione di von Braun. Oggi riconosciamo tutti che la propulsione chimica non sarà sufficiente per le missioni fuori dal nostro sistema solare. Mentre le vele solari hanno indubbiamente una forte attrazione estetica, esse rimangono comunque un mezzo di trasporto lento. Abbiamo bisogno di un altro paradigma di potenza, forse basato sulla fusione.

Siamo in grado di prevedere quali eventi potrebbero aiutare o frenare l’idea di viaggio interstellare? Il più ovvio sarebbe la scoperta di un pianeta simile alla Terra orbitante intorno a una stella vicina. Un altro potrebbe apparire a prima vista negativo: la riduzione dei finanziamenti a lungo termine per le agenzie spaziali e di ricerca. Questi tagli potrebbero portare a una riduzione delle missioni sia in termini di dimensioni che di numero, con un allungamento dei tempi tra l’una e l’altra.

Suggerisco di guardare alla questione da un’altra angolazione. Gli ideatori delle missioni e gli ingegneri che progettano le astronavi ne trarrebbero un potente incentivo a dotare le loro macchine di una durata di vita e di utilizzo molto più lunga. Invece di tre anni, perché non venti? E chi utilizzerà queste astronavi (proprio come i ricercatori responsabili dei progetti) dovrebbe adottare una prospettiva a lungo termine. Questi piccoli passi verso le profondità del tempo saranno necessari quando cominceremo l’esplorazione interstellare.

A te.

PG: Mi fa sempre piacere parlare con qualcuno che capisce come fare di necessità virtù. Penso che sia un approccio positivo a un problema ineludibile: se siamo costretti dai budget e dalle economie ad avere missioni meno numerose e più piccole, allora cerchiamo di imparare come rendere le astronavi di prossima di generazione abbastanza robuste da essere operative per periodi più lunghi. Se come risultato i responsabili dei progetti faranno propria una visione strategica proiettata in un futuro lontano – se cominciamo a pensare a una missione in termini non di 40 anni al massimo, ma di 50 o 60 – allora tanto di guadagnato.

Nella relazione che hai presentato al congresso “100 Year Starship 2011”, hai osservato che in qualsiasi momento possono accadere eventi fortuiti in grado di produrre importanti ricadute positive. Quando la Seconda Guerra Mondiale stava volgendo al termine pochi avrebbero pensato che sarebbero seguiti decenni di Guerra Fredda, tuttavia i fattori geopolitici hanno avuto un ruolo fondamentale nel volgere l’attenzione delle superpotenze verso la conquista dello spazio, considerata come motivo di prestigio nazionale. E la scoperta continua di pianeti al di fuori del sistema solare sta avvicinando nuovamente il pubblico all’idea dei viaggi interstellari. In effetti, quando mi vengono rivolte domande a proposito di un qualche pianeta extrasolare (esopianeta), invariabilmente la domanda successiva è: “Quando saremo in grado di arrivarci?”.

Non sappiamo cosa accadrà nel futuro, ma l’esempio dei due Voyager ci mostra che nell’esplorazione spaziale è già in atto una continuità di lungo periodo. Il Voyager ci dice che siamo in grado di costruire veicoli che durino a lungo, e che l’idea di una missione stellare protratta per decenni, se non addirittura per un secolo, non può essere cassata sulla base di un’inaffidabilità dell’equipaggiamento. Ho il sospetto che qualora SETI fallisse nei suoi tentativi di individuare una civiltà extraterrestre, e allo stesso tempo si scoprisse un mondo abitabile entro 20 anni luce dal Sole – ammesso che tale mondo esista (e dall’analisi statistica di Claudio Maccone sembrerebbe scarsamente probabile) – questo favorirebbe enormemente la costruzione di un consenso pubblico verso una prospettiva interstellare. Il tipo di consenso che potrebbe un giorno portare a una missione.

Dopo tutto, potrebbe essere necessaria una sonda per dare una volta per tutte una risposta alla domanda se c’è una vita là fuori. Un pianeta con tutte le caratteristiche in grado di consentire una vita come la conosciamo noi, e che mostri una possibile firma biologica, potrebbe essere la nostra migliore possibilità di trovare forme di vita completamente aliene, sia pure non intelligenti. La curiosità generata dalle scoperte astronomiche, SETI, e il nostro bisogno di esplorare possono insieme generare quella che tu definisci “una grande strategia inarticolata” che dia forma al nostro posto nell’universo, nell’ambito della quale il nostro comune interesse verso la sopravvivenza della specie può giocare un ruolo importante.

Ti lascio le ultime battute, Michael, ringraziandoti per i tuoi stimolanti suggerimenti. Possiamo concludere con questa domanda: hai scritto che – in una prospettiva temporale di lunghissimo periodo – il volo interstellare potrebbe essere il modo in cui l’intelligenza riesce a sfuggire all’evoluzione stellare. Se non dovessimo mai scoprire un’altra civiltà fra le stelle, potremmo considerare il volo interstellare come un obbligo morale al fine di assicurare la sopravvivenza dell’intelligenza nella galassia?

MM: Benché io sia uno dei tanti che appoggiano la ricerca scientifica di un’intelligenza extraterrestre, dovremmo riconoscere che le ricerche basate su strumenti scientifici situati sulla superficie terrestre, potrebbero non riuscire a scoprire prove evidenti dell’esistenza di un’altra civiltà in un prevedibile futuro. Questo non proverebbe che un’intelligenza non sia presente da un’altra parte, ma potrebbe scoraggiare coloro che sperano di trarre ispirazione o assistenza da una fonte extraterrestre. Anche se davvero esistessero delle civiltà aliene da qualche parte nella galassia, la nostra incapacità a trovarle con le tecnologie esistenti ci potrebbe lasciare di fatto da soli. Dovremmo risolvere i nostri problemi per assicurare il nostro futuro. Questo potrebbe aiutare a resuscitare l’antropocentrismo che SETI ha messo in discussione per mezzo secolo.

Sono d’accordo con la tua idea che il fallimento di SETI unito alla scoperta di un pianeta abitabile entro 20 anni luce potrebbe generare un radicale spostamento verso quello che potremmo definire un antropocentrismo con uno scopo. Farci carico del nostro futuro potrebbe includere, in una prospettiva lontana, la colonizzazione di un altro mondo.

Questa leggenda di eventi non ancora avvenuti esiste già tra gli amanti della fantascienza e nell’ambito della speculazione sui futuri possibili. Scrittori e cineasti ci hanno già offerto numerose visioni di una umanità espansa, anche se non tutte felici.

Non sappiamo se altri esseri senzienti sfuggono all’evoluzione delle loro stelle. Forse pochi ci riescono. Potremmo costituire un’eccezione, ma soltanto se facciamo i passi necessari in questa direzione.

Noi due non vivremo abbastanza a lungo da vedere il lancio della prima sonda interstellare, tantomeno la prima astronave con equipaggio umano. Scommetto, però, che entrambi sentiamo la responsabilità di fare del nostro meglio per migliorare le prospettive dei nostri discendenti. Incoraggiare il più vasto consenso possibile affinché si cominci a lavorare per tempo a un veicolo interstellare è un contributo piccolo ma necessario.

L’obbligo morale di assicurare la sopravvivenza dell’intelligenza non ci viene imposta da dei o profeti, ma dalle nostre scelte. Chiamatelo pure antropocentrismo, se volete. Io preferisco pensare a noi stessi come agenti morali indipendenti, forse gli unici della galassia. Fino a quando, e a meno che, non scopriamo un’altra civiltà tecnologica, abbiamo una responsabilità eccezionale: quella di imporre le nostre scelte al caso.

Traduzione di DONATELLA  LEVI

Titolo originale: “Spaceflight and Legends: A Dialogue with Michael Michaud” scritto da Paul  Gilster e pubblicato su Centauri Dreams il 16 dicembre 2011.

17 agosto 2012 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Fisica, Volo Interstellare | , , | Lascia un commento

In arrivo a San Marino i nuovi cercatori di civiltà aliene

Comunicato stampa n.6
10/08/12 – prot. 06/12/rf

Dicono che Gerry Harp conservi perennemente una bottiglia di champagne in ghiaccio, per ogni evenienza. L’attuale uomo di punta del SETI Institute conferma che ogni due anni la bottiglia viene bevuta per festeggiare i risultati conseguiti fino ad allora, e sostituita con una nuova. Nato professionalmente come fisico dei semiconduttori, si è occupato con successo di meccanica quantistica e di olografia. La conversione alla radioastronomia e al SETI deriva dall’incontro con la leggendaria Jill Tarter, di cui è diventato assiduo collaboratore, e che pochi mesi fa ha sostituito nel prestigioso incarico di Direttore delle Ricerche del SETI Institute.

Per Harp non saranno rose e fiori. Di finanziamento pubblico non si parla più da anni. Paul Allen, co-fondatore di Microsoft, dopo aver finanziato la nascita del radiotelescopio ATA (Allen Telescope Array, appunto), si è ritirato dall’impresa quando poco più del 10% dell’impianto era stato costruito. Unico strumento al mondo a essere stato progettato specificatamente per la ricerca di segnali di provenienza extraterrestre, una volta completato l’ATA non sarà costituito da un unico piatto, ma da un insieme di 350 elementi che potrebbe rivaleggiare con un piatto di 100 metri di diametro. Ma la vera forza dell’ATA sta nella sua elasticità di utilizzo, che gli consente di lavorare anche con solo 42 elementi disponibili (seppure a prestazioni ridotte), e alle sue grandi qualità come interferometro. “L’attività di ricerca che stiamo facendo oggi non è nemmeno paragonabile con quella che si faceva 35 anni fa – ha dichiarato Harp in una recente intervista rilasciata a IEEE Spectrum – Stiamo passando al vaglio un mucchio di segnali in più, e monitoriamo milioni e milioni di frequenze contemporaneamente. La ricerca continua a espandersi a un ritmo esponenziale, il doppio di quello previsto dalla legge di Moore.” Con Harp il SETI sta entrando in una nuova era.

Quando gli chiesero dove aveva lavorato prima di venire alla Berkeley, rispose: “A letto, con il mio computer portatile”. Andrew Siemion fa parte della nuova leva di astronomi che frequentano il SETI Institute, e, nonostante la giovane età, possiede già un ragguardevole curriculum. Due delle tante relazioni pubblicate in passato sembrano maggiormente in grado di presentare il lavoro di questo giovane scienziato all’attenzione degli space enthusiasts e degli astrofili italiani.

 L’attuale e la futura strumentazione SETI in gamma radio e ottica, dove Siemion firma per primo, insieme ad altri 15 scienziati. L’articolo descrive il “Search for Extraterrestrial Emissions from Nearby Developed Intelligent Populations Spectrometer (SERENDIP V.v)”, recentemente entrato in servizio, e due strumenti in via di sviluppo: il “Heterogeneous Radio SETI Spectrometer” (HRSS) per osservazioni in gamma radio, e l’ “Optical SETI Fast Photometer” (OSFP), per quelle in gamma ottica.

L’identificazione dei segnali “candidati” e la rimozione delle interferenze in seti@home . Ad aprile 2010, i numerosissimi volontari del progetto avevano rilevato oltre 4,2 miliardi di potenziali “segnali” nei dati raccolti dal telescopio di Arecibo a partire dal 1999. Anche se è molto probabile che tutti questi candidati non siano altro che rumori casuali e radiointerferenze, esiste ancora una pur minima possibilità che in quell’enorme quantità di dati sia effettivamente nascosta la registrazione di una trasmissione extraterrestre. L’articolo descrive il processo di rimozione delle interferenze e i metodi in uso per identificare i segnali candidati meritevoli di ulteriori investigazioni.

Per informazioni contattare San Marino Scienza
seguici su Facebook: San Marino Scienza e l’evento: “Cercando Tracce di Vita nell’Universo
contatti: congresso@sanmarinoscienza.org , agenda@sanmarinoscienza.org

Con il patrocinio di: Segreteria di Stato per il Turiso e lo Sport; Segreteria di Stato per la Cultura; Università degli Studi – Repubblica di San Marino. INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica.  COSPAR – Committee on Space Research.

Organizzatori: San Marino Scienza.  CVB – Convention & Visitors Bureau – San Marino.  IAA – International Academy of Astronautics.

Collaboratori scientifici: UAI – Unione Astrofili Italiani. Radiotelescopi di Medicina. SETI ITALIA – Team G. Cocconi. IARA – Italian Amateur Radio Astronomy. FOAM13 – Fondazione Osservatorio Astronomico Messier 13.  Carnevale della Fisica.  Associazione Culturale Chimicare. Carnevale della Chimica. Il Tredicesimo Cavaliere. Storie di Scienza.

Sponsor: Banca Agricola Commerciale – San Marino.  Asset Banca – San Marino.

11 agosto 2012 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Astrofisica, Carnevale della Chimica, Carnevale della Fisica, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , | Lascia un commento

Blog, CVB e San Marino Scienza insieme per diffondere l’informazione scientifica

Comunicato stampa # 4

 

Il ruolo raggiunto ormai in Italia dai blog scientifici non può più essere trascurato, né dal punto di vista dell’influenza sul pubblico e i media tradizionali, né da quello dell’autorevolezza d’insieme nell’ambito della diffusione della cultura scientifica e della creazione di un’opinione condivisa tra chi, per mestiere o per passione, è accomunato dall’interesse per la scienza e la sua divulgazione.

Proprio per questo, il Convention & Visitors Bureau di San Marino, di concerto con San Marino Scienza, ha stipulato con l’Associazione Chimicare un accordo di collaborazione per il sostegno scientifico-divulgativo e promozionale del Quarto Congresso IAA. A suggellare l’inedita e suggestiva alleanza sta la decisione di presentare, in contemporanea al Congresso, un’edizione unificata del Carnevale della Chimica e della Fisica, e di condividere il tema “Cercando Tracce di Vita nell’Universo”, che quindi sarà a un tempo titolo del Congresso e tema ufficiale per gli articoli dei blog “carnevalisti”.

Ma che cos’è un Carnevale scientifico? Spieghiamolo con un esempio.

Un gruppo di blogger, accomunati dalla passione per la medesima disciplina scientifica, per esempio la Chimica, si riunisce e affida a uno di loro, per un mese, l’incarico di “blogger ospitante”. I doveri dell’ospitante sono sostanzialmente due: scegliere l’argomento di discussione e dopo 30 giorni pubblicare un lungo articolo conclusivo che illustri e segnali tutti gli articoli pubblicati dai colleghi, ciascuno sul proprio blog. Questo mega-articolo viene poi diffuso capillarmente, dentro e fuori Internet. Tutto ciò, se ripetuto con regolarità per un congruo numero di volte durante l’anno, viene chiamato “Carnevale”, il Carnevale della Chimica, nel nostro caso.

Per approfondire: pagina su Scientificando e inoltre: San Marino Scienza

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Organizzatori: San Marino Scienza.  CVB – Convention & Visitors Bureau – San Marino.  IAA – International Academy of Astronautics.

Collaboratori scientifici: UAI . Unione Astrofili Italiani. INFN – Istituto Nazionale Fisica Nucleare. Radiotelescopi di Medicina. SETI ITALIA – Team G. Cocconi. IARA – Italian Amateur Radio Astronomy. FOAM13 – Fondazione Osservatorio Astronomico Messier 13.  Carnevale della Fisica.  Associazione Culturale Chimicare. Carnevale della Chimica. Il Tredicesimo Cavaliere. Storie di Scienza.

Sponsor: Banca Agricola Commerciale – San Marino.  Asset Banca – San Marino.

29 luglio 2012 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Carnevale della Chimica, Carnevale della Fisica, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , | Lascia un commento

Innovazioni nella ricerca dei pianeti extrasolari

Nei periodi di crisi economica, come questo, anche i finanziamenti per le scienze dello spazio vengono severamente ridotti. Si affermano, di conseguenza, nuove tecnologie a basso costo, come il Cubesat, che ha reso possibile ExoplanetSat, un progetto con obiettivo lo studio di 250 stelle vicine al Sistema Solare grazie ad una costellazione di minuscoli ed economici satelliti. Si riciclano anche vecchie tecnologie, anch’esse “povere”, come quella del coronografo che, abbinato al  telescopio orbitale Hubble, rese possibile la scoperta di un nuovo pianeta extrasolare nel campo gravitazionale di una stella che lo nascondeva col suo fulgore, dimostrando anche la possibilità di osservare i pianeti extrasolari direttamente. (RF)

A partire dalla metà degli anni novanta gli astronomi hanno scoperto uno stupefacente numero di pianeti extrasolari, o esopianeti, cioè pianeti orbitanti intorno ad altre stelle. La “Extrasolar Planets Encyclopaedia”, il catalogo de facto di questi mondi, ne contava 707 al 2/12/11, un numero che cresce con una frequenza quasi giornaliera. La grande maggioranza di questi pianeti è stata scoperta grazie a due tecniche. La prima, quella della velocità radiale, misura l’intensità dell’effetto Doppler periodico causato dalla oscillazione indotta dalla gravità dei pianeti orbitanti intorno a una stella. L’altra, quella dei transiti, misura la leggera perdita di luminosità della stella quando un pianeta la “eclissa” (transita) passando tra essa e l’osservatore. La prima tecnica è spesso impiegata con telescopi basati a Terra, mentre la seconda è impiega sia da osservatori terrestri, che da veicoli spaziali come CoRoT  della agenzia spaziale francese CNES e il Kepler della NASA. […….]
Il numero crescente di esopianeti scoperti ha fatto aumentare l’interesse in questo campo e alimentato l’ambizione per missioni astronautiche più numerose e più importanti per scoprire e studiare questi mondi, particolarmente quei pianeti che possono essere simili alla Terra in dimensione, orbita e, potenzialmente, abitabilità. Queste ambizioni tuttava sono moderate da richieste concorrenti di  fondi, in un periodo nel quale dei finanziamenti forfettari sono il meglio a  cui gli scienziati possono aspirare per il prevedibile futuro. Questo ha portato ad alcuni nuovi concetti innovativi che si avvalgono di nuove tecnologie e possibilità, al fine di aprire nuove prospettive per la ricerca di esopianeti a costi più bassi.

Un nanosatellite a caccia di esopianeti

(nell’immagine: l’intelaiatura di un’unità Cubesat). Dieci anni fa si pensava che in futuro le missioni dedicate alla caccia agli esopianeti sarebbero state equipaggiate con strumenti migliori e più grandi. Come parte del suo programma Origins, la NASA aveva pianificato una serie di veicoli spaziali per cercare o addirittura osservare direttamente esopianeti di tipo terrestre: la missione Space Interferometry Mission (SIM), (vedi  “SIM and the ‘ready, aim, aim’ syndrome”, The Space Review, October 18, 2010), la missione Terrestrial Planet Finder (TPF) e la Planet Imager. Ma per una combinazione di fondi limitati e di priorità concorrenti, quei piani sono stati, nel migliore dei casi, ritardati indefinitamente, se non completamente cancellati.

Adesso alcuni ricercatori si stanno muovendo nella direzione opposta. Invece di veicoli più grandi, più sofisticati e molto più costosi, un gruppo sta provando a vedere quanto piccolo possa essere un veicolo spaziale e tuttavia rimanere in grado di compiere degli studi sui pianeti extrasolari. L’ExoplanetSat, un progetto congiunto del MIT  e del Draper Laboratory, propone di sviluppare satelliti abbastanza piccoli da potere essere letteralmente tenuti in mano, ma ancora abbastanza potenti per cercare pianeti intorno alle stelle.

ExoplanetSat lavorerebbe come Kepler, ricercando le minime cadute periodiche di luminosità dovute agli esopianeti in transito. Kepler, tuttavia, è puntato su un unico campo di stelle molto distanti, utile per raccogliere statistiche sulla frequenza di esopianeti ma non per compiere studi su una specifica stella.”Non sono in corso missioni spaziali che controllino le stelle più luminose simili al Sole per cercare pianeti di tipo terrestre,” ha detto Matthew Smith del MIT nel corso della presentazione della missione avvenuta nell’agosto 2011 a Logan (Utah), durante la Conference on Small Satellites presso la AIAA/Utah State University. Gli ExoplanetSat  puntano una sola stella alla volta, con il prototipo del satellite predisposto per studiare Alpha Centauri. Il satellite, posto in orbita terrestre, condurrebbe le osservazioni durante la notte orbitale, ricomponendo tutte insieme le osservazioni per cercare qualsiasi caduta di luminosità che possa essere causata da un pianeta in transito. Con il tempo altri satelliti potrebbero consentire l’osservazione continua di una data stella, come pure l’osservazione di altre stelle: il piano a lungo termine del progetto prevede una flotta di satelliti per l’osservazione di almeno 250 stelle.

(nell’immagine: un tecnico al lavoro su un’unità Cubesat)                   La chiave per realizzare questa costellazione di satelliti consiste nel costruirli molto piccoli e a basso costo. L’ ExoplanetSat, nella configurazione attuale, consta di 3 unità “Cubesat” di 10 centimetri di lato ciascuna, combinate in un unico satellite pesante solo pochi kilogrammi. Attualmente il veicolo è una versione leggermente ampliata di un vero 3U Cubesat, e ha una lunghezza di 34 cm. Il 3U è diventato un modello diffuso tra gli sviluppatori di piccoli satelliti, si usano opportunamente l’hardware e le analogie di progetto dei Cubesat originali per missioni che richiedano veicoli in qualche modo più grandi (vedi: “A quarter century of smallsat progress”, The Space Review, September 6, 2011). Il carico utile scientifico del satellite contiene un “telescopio” che, dice Smith, è in effetti solo un obbiettivo reflex irrobustito. E’ usato sia come rivelatore scientifico sia come sofisticata immagine guida, collegata ad una “sezione miniaturizzata di puntamento a due assi, piezoelettrica” per assicurare la stabilità dell’immagine. Questo carico utile occupa circa un terzo del satellite. Lo spazio rimanente è occupato da giroscopi e bobine di coppia usati per il controllo di assetto, così come batterie, computers, e sistemi di comunicazione necessari per gestire il satellite e scambiare dati con le stazioni a Terra. Smith dice che “in fondo stiamo combinando la piattaforma a basso costo Cubesat con un controllo accurato di assetto per raggiungere il grado di precisione che ci serve”.

Il prototipo dell’ExoplanetSat è in corso di sviluppo al MIT e sarà pronto per il lancio nel 2013. Il programma ha un posto prenotato all’interno del piano di messa in orbita di nano satelliti della NASA (ELaNa), che offre l’opportunità di lanci condivisi a carichi utili di classe Cubesat costruiti dalle università. Ma è stata una sfida trovare un posto in un lancio diretto nell’orbita ideale del progetto: un’orbita a 650 km, a bassa inclinazione per minimizzare la resistenza dell’atmosfera e l’esposizione alla radiazione proveniente dall’anomalia del Sud Atlantico e dai poli.

Smith ha detto che sono state prese in esame diverse orbite per trovare una finestra di lancio compatibile, e ha dichiarato: “Abbiamo valutato una gamma più ampia di quote e inclinazioni, e la nostra analisi dimostra che anche altre orbite sono compatibili.” ExoplanetSat deve raggiungere un’altitudine minima non inferiore ai 450-500 km per contenere gli effetti di attrito atmosferico e le loro conseguenze sulla durata della permanenza in orbita, mentre inclinazioni più accentuate dell’orbita possono essere prese in considerazione caso per caso.

Una traiettoria suborbitale per osservare nuovi mondi

Seppure la rilevazione del transito, attualmente in corso da parte di Kepler e prevista a breve da parte di ExoplanetSat, così come l’esame della velocità radiale, sono importanti per scoprire nuovi esopianeti, tuttavia rimangono metodi indiretti di osservazione. Per molti astronomi il Santo Graal della scienza degli esopianeti rimane l’osservazione diretta. Questa è una sfida gigantesca, soprattutto perché i pianeti sono confusi nel bagliore molto più luminoso delle stelle intorno alle quali orbitano. (l’illustrazione a fianco mostra un veicolo suborbitale riutilizzabile).

E se ci fosse un modo per schermare la luce della stella? L’idea di usare un disco di occultazione, o coronografo, per mascherare la luce di una stella, non è nuova: un coronografo nel telescopio spaziale Hubble bloccava la luce della brillante stella Fomalhaut, permettendo agli astronomi di fotografare direttamente un pianeta gigante, tre volte la massa di Giove, in orbita inorno alla stella. Questi avvistamenti diretti, tuttavia, sono tecnicamente impegnativi con gli attuali telescopi, e perciò rari. Sarebbe possibile lanciare un coronografo spaziale per consentire il rilevamento di esopianeti di dimensione terrestre. Il New Worlds Observer, come era stato originariamente concepito, consisteva di un telescopio di quattro metri di diametro in orbitta intorno al punto di librazione L2 Sole – Terra, allineato con un disco di occultamento chiamato schermo stellare, con cui volava in formazione a una distanza di 18.000 km. Il disco potrebbe essere usato anche da altri telescopi spaziali, come il James Webb Space Telescope (JWST). L’intricato disegno dello schermo stellare assomiglia a un fiore esotico, è progettato per eliminare la diffrazione della luce stellare intorno ai bordi del disco, così il telescopio può cercare in modo più efficiente pianeti poco luminosi.

In una presentazione tenutasi presso la conferenza Space Vision 2011 a Boulder, Colorado, in ottobre, Webster Cash dell’Università del Colorado ha mostrato delle simulazioni di che cosa potrebbe vedere del nostro sistema solare un telescopio equipaggiato con questo tipo di schermo stellare. Un ipotetico telescopio di 10 metri di diametro ed uno schermo stellare, posti entrambi ad una distanza di 30 anni luce, potrebbero facilmente individuare Venere e la Terra. Con 2,4 metri, il diametro di Hubble, Venere e la Terra sono appena al limite di rilevazione alla stessa distanza. “Per una distanza compresa tra i 10 ed i 15 parsec siamo assolutamente in grado di vedere gli esopianeti e di studiarli” ha detto Cash, il capo ricerca del progetto New Worlds Observer.

Il problema sta nel fatto che un sistema così dedicato sarebbe costoso da sviluppare, e ciò rende la NASA, che già è in sofferenza per i costi crescenti del JWST, reticente a finanziare questo tipo di missione, specialmente perché l’idea dello schermo stellare deve ancora essere del tutto sperimentata fuori dal laboratorio. Cash sta cercando di sostenere il progetto attraverso una dimostrazione su piccola scala. Ha detto “Quello che vogliamo davvero fare adesso è utilizzare piccoli schermi stellari ed imparare in quale modo funzionano veramente; recentemente ho speso molto tempo cercando un metodo per fare le cose più in fretta e in modo più economico”.

Un passo iniziale sarebbe porre uno schermo stellare sulla cima di una montagna a diversi chilometri di distanza dal telescopio; anche uno strumento di 20 cm sarebbe sufficiente per dimostrare l’efficacia dello schermo nel bloccare la luce stellare. Un’altra opzione sarebbe portare nella stratosfera un telescopio ed uno schermo su palloni separati, con uno dei due capace di manovrare per mantenere l’allineamento con l’altro. Ciò  dovrebbe essere sufficiente per scoprire eventuali pianeti nel sistema di Alpha Centauri.

Un’idea più intrigante mette insieme la ricerca di esopianeti con le capacità imprenditoriali della nuova industria spaziale, e precisamente propone l’uso di veicoli suborbitali riutilizzabili (RLV – vedi illustrazione a fianco). Un tale veicolo porterebbe lo schermo in quota e ve lo manterrebbe per diversi minuti, mentre un telescopio al suolo esegue le osservazioni. “Questo non si può fare con un normale razzo perché non è in grado di stabilizzare la quota e controllare la sua posizione, ma la nuova generazione di veicoli suborbitali ha queste capacità” ha detto Cash aggiungendo di aver studiato questa idea in cooperazione con uno sviluppatore di veicoli suborbitali, la Masten Space Systems. “ E’ molto interessante lavorare nel mettere in relazione queste nuove tecnologie con  le cose che puoi davvero realizzare con esse”.

Il vero ostacolo per Cash consiste nell’ottenere finanziamenti per sviluppare ulteriormente l’idea. In una riunione di sviluppatori di veicoli suborbitali e di ricercatori al Goddard Space Flight Centre della NASA, lo scorso settembre, ha detto che gli erano state rifiutate nove proposte di sviluppo di tecnologie correlate allo schermo stellare, comprese due poche settimane prima dell’incontro, anche se questo sviluppo tecnologico fu identificato della massima precedenza tra i progetti di media dimensione nella ultima rassegna astronomica decennale, pubblicata lo scorso anno, e ha concluso:”C’è qualcosa che non và là fuori”

Cash, tuttavia, ha dichiarato in pubblico allo Space Vision di aver pianificato di continuare a lavorare su questa idea. “ Noi continuiamo a spingerla, e ci aspettiamo di avere successo”. Con i bilanci della NASA difficilmente in grado di far fronte alle necessità di una missione principale dedicata agli esopianeti fino a chissà quando, è possibile che approcci non convenzionali come questo mantengano le migliori prospettive di realizzare l’estremo sogno degli astronomi: osservare un’altra Terra.

traduzione di FELICE GABRIELLI

Titolo originale: “Innovations in exoplanet search” scritto da Jeff Foust e pubblicato in The Space Review il 5 dicembre 2011.

Questo articolo segna la nostra partecipazione al Carnevale della Fisica #31, e inizia una fase di collaborazione con The Space Review, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.

10 maggio 2012 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Fisica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

Dal SETI archeologico nuove idee e obiettivi

Antiche specie aliene ormai estinte, o forse passate a un livello di esistenza postbiologico, potrebbero aver disseminato nelle galassie tracce e testimonianze del loro passaggio talmente cospicue da essere individuabili a milioni di anni luce di distanza dai nostri strumenti d’osservazione, per quanto primitivi al confronto. Come il classico SETI su onde radio o su laser, così il nuovo SETI archeologico può essere effettuato in background rispetto ad altre ricerche tradizionali, riducendo così il suo costo virtualmente a zero, e senza nemmeno interferire con il SETI classico.  Anzi, il SETI nel suo complesso ne risulterebbe grandemente arricchito. (RF)

(immagine: M31 in Andromeda) Avete mai riflettuto sulla possibilità di un SETI intergalattico? A prima vista, l’idea sembra assurda, sin dai tempi del Progetto Ozma abbiamo fatto SETI in una forma o nell’altra, senza alcun risultato. Se non riusciamo a captare segnali radio provenienti da stelle vicine che ci indichino l’esistenza di civiltà extraterrestri, come possiamo aspettarci di riuscire a farlo su distanze quali i 2,573 milioni di anni luce di M31, per non parlare delle galassie appena più lontane? E qui la cosa si fa impegnativa, perché quello a cui ci espone l’idea di un SETI intergalattico è la limitatezza dei nostri presupposti sul tentativo SETI nella sua globalità, vale a dire che sia più probabile abbia successo usando onde radio, e che sia in grado di aprire una comunicazione bidirezionale con gli extraterrestri.

 La visibilità di una cultura galattica

Supponiamo, ad esempio, che le idee di Nikolai Kardashev sulle tipologie di civiltà siano abbastanza convincenti da essere messe alla prova. Una civiltà Kardashev di Tipo III sarebbe in grado di sfruttare le risorse energetiche non soltanto della propria stella d’origine ma anche dell’intera galassia in cui si trova. Un civiltà di Tipo III  è talmente al di là delle nostra attuali capacità che è persino difficile descriverla, tuttavia è ragionevole pensare che segni tangibili di un’astroingegneria su così vasta scala potrebbero essere rilevabili almeno nelle galassie vicine, se una civiltà di questo tipo vi avesse operato. James Annis si è occupato in una sua ricerca proprio di questo, arrivando alla conclusione che né la nostra Via Lattea, né M31 o M33, le due grandi galassie limitrofe, siano state trasformate dall’intervento di una civiltà di Tipo III.

(immagine: M33 del Triangolo) Inutile specificare come questi risultati siano del tutto preliminari, e quanto siano rari questi studi. Ciò che colpisce di Annis (come dei lavori di Richard Carrigan e P.S. Wesson ) è che questi scienziati stanno inseguendo idee del tutto estranee al filone principale del SETI. Ci troviamo di fronte a un nuovo paradigma, nel quale la nozione di  un “contatto” e di eventuali successivi scambi di idee tra civiltà è del tutto assente. È la ricerca di manufatti, di strutture artificiali e segni di interventi ingegneristici, intimamente connessa con la nozione di scoperta. Proprio come non possiamo avere un rapporto scambievole con la Grecia dell’età micenea mentre scaviamo alla ricerca di informazioni sul periodo di Agamennone, un’archeologia stellare potrebbe permetterci di scoprire qualcosa di ugualmente irraggiungibile, ma che vale altrettanto la pena di studiare.

Verso un SETI dysoniano

In uno scritto recente, Robert Bradbury, Milan Ćircović (Osservatorio Astronomico di Belgrado) e George Dvorsky (Institute for Ethics and Emerging Technologies) si chiedono se un SETI intergalattico potrebbe costituire un esempio di quello che chiamano un approccio “dysoniano” a SETI, una “via di mezzo” tra la tradizionale visione radiocentrica (che implicherebbe un contatto) e le reazioni ostili dei detrattori di SETI che non attribuiscono alcun valore al progetto, ritenendo che il denaro sarebbe speso meglio in altro modo. L’allusione a Freeman Dyson si basa sulla sua congettura che una società realmente sviluppata sarebbe in grado di superare i limiti dello spazio vitale planetario e della sua energia costruendo una Sfera di Dyson, capace di catturare tutta, o quasi tutta, l’energia della stella più prossima.

Una Sfera di Dyson modifica subito i termini di SETI in quanto è in linea di principio individuabile ma, a differenza dei segnali radio più vicini (provenienti da un radiofaro oppure come involontaria “dispersione” derivante dalle attività di una civiltà), potrebbe essere anche rilevata da grandi distanze astronomiche attraverso la sua traccia infrarossa. Carl Sagan è stato uno dei primi a recepire l’idea e a esplorarne le implicazioni. Dyson era dell’idea di affrontare la questione con metodo, usando i mezzi astronomici a nostra disposizione, come scrisse una volta: “… trasporre i sogni di un ingegnere frustrato nel contesto di un’astronomia rispettabile”. Anche in questo caso abbiamo assistito, sopratutto da parte del già citato Richard Carrigan, a dei tentativi di studiare le emissioni infrarosse che indicassero l’esistenza di questo genere di strutture dysoniane.

Nel loro articolo i tre autori si battono perché SETI imbocchi una nuova direzione, utilizzando un insieme di strumenti più ampio. Invece di limitarsi ai radiotelescopi o alle attrezzature ottiche, il campo d’azione del SETI verrebbe allargato includendo dati astronomici ricavabili lavorando in sinergia con altri progetti di ricerca, scandagliando settori d’indagine ben più vasti. Secondo gli autori, un SETI dysoniano prende in considerazione i nuovi sviluppi dell’astrobiologia, spingendosi fino alla scienza dei computer e alla possibilità di un’intelligenza postbiologica. Essi immaginano un SETI dysoniano, il quale implementerebbe quattro nuove strategie fondamentali in aggiunta ai vecchi metodi:

  • ricerca di prodotti e manufatti tecnologici, e di tracce di civiltà tecnologicamente avanzate;

  • studio di traiettorie evolutive postbiologiche e di super-intelligenza artificiale, come pure di altri importanti settori futuri di studio;

  • allargamento degli obiettivi ammissibili per SETI;

  • contatti interdisciplinari più stringenti con sottosettori affini dell’astrobiologia (studi sull’abitabilità galattica, biogenesi, ecc.)  e con altre discipline collegabili (computer science, vita artificiale, biologia evoluzionista, filosofia della mente)

L’espansione di SETI in queste aree non sostituirebbe i metodi attuali, ma amplierebbe in modo significativo il processo nel suo insieme, in linea con l’obiettivo ambizioso di scoprire se altri esseri intelligenti condividono con noi la galassia e l’universo circostante. Se davvero esiste un Grande Silenzio, per usare le parole di David Brin, questi autori ritengono che l’unico modo per scandagliarlo proficuamente sia ampliare la nostra ricerca verso le conquiste potenzialmente osservabili di culture di gran lunga più avanzate della nostra.

L’enigma del contatto

Una chiave per estendere il campo d’azione di SETI consiste nell’interrogarsi sulla validità della stessa idea di contatto. Un presupposto che molti dei pionieri di SETI avevano in comune era che comunicare con altre specie fosse un bisogno innato, e che questo bisogno avrebbe preso la forma di radiofari o messaggi ottici intenzionali. Quello che Bradbury, Ćirković e Dvorsky definiscono come “SETI dysoniano” non parte da questo presupposto, anzi, trae la sua forza proprio dal fatto che non lo fa. Prendendo atto che non abbiamo ancora trovato una traccia indiscussa di rilevamento  il SETI dysoniano afferma che non è necessario lasciarne una. Una civiltà potrebbe essere rilevabile attraverso i suoi manufatti. Una sfera di Dyson, per esempio, mostrerebbe una traccia infrarossa  distinguibile dal normale spettro di un corpo stellare.
(immagine: La Grande Nube di Magellano) Una volta collocata, una sfera di Dyson dovrebbe avere una durata tale da superare potenzialmente quella della specie stessa dei suoi creatori. “Impressa negli eterni  monumenti/ della gloria”, per citare il verso di Lucrezio usato dagli autori per illustrare il proprio punto di vista. In questo modo viene aggirato un grave problema segnalato da numerosi autori, cioè che la “finestra di opportunità” per un SETI basato sulle comunicazioni radio è breve, meno di un attimo se rapportata alla durata della nostra civiltà, molto meno se consideriamo quella del nostro pianeta (si riferisce al lasso di tempo in cui una civiltà potrebbe usare, per comunicare, una tecnologia basata su onde radio e laser – nde). Anche ipotizzando l’esistenza nella galassia di 106 civiltà tecnologicamente avanzate, un numero assolutamente ottimistico, è chiaro che queste culture esisteranno a differenti livelli di sviluppo. Quante probabilità ci sono che due di queste siano esattamente a quel preciso stadio di evoluzione tecnologica che permetta loro uno scambio di comunicazioni radio?

Un SETI dysoniano aggirerebbe questo problema, in quanto i giganteschi prodotti di un’astroingegneria potrebbero sopravvivere sotto forma di reperti archeologici, a prescindere dal destino della civiltà che li ha creati. L’idea sembra plausibile, e non preclude la continuazione degli sforzi di SETI nel settore delle frequenze sia radio che ottiche. Gli autori fanno però notare che anche i nostri presupposti relativi ai manufatti stessi devono essere  in qualche misura corretti. Se le civiltà si muovono nella direzione di una “singolarità”, in cui l’intelligenza artificiale risulta in una sorta di evoluzione postbiologica, allora anche la ricerca delle Sfere di Dyson prende un altro aspetto.
Perché? Perché sino a ora abbiamo presupposto l’esistenza di una Sfera di Dyson  grande più o meno come l’orbita terrestre, con una temperatura operativa in grado di sostenere sulla superficie del guscio una  vita biologica analoga alla nostra. Questi parametri non si possono adattare alle necessità di un’esistenza postbiologica. Dall’articolo:

…da un punto di vista postbiologico, questo sembra molto dispendioso, visto che i computer che operano a  temperatura ambiente (o appena più bassa) sono limitati da una soglia di kT ln 2 Brillouin, in confronto a quelli  in contatto con una riserva di calore a una temperatura T più bassa…

Penso che gli autori si riferiscano a quello che viene anche chiamato il limite di Landauer, il quale definisce la quantità minima di energia necessaria per alterare un bit di informazione – qui k è la costante di Boltzman, mentre T è la temperatura del circuito (K) e ln 2 è il logaritmo  naturale di 2. Comunque,  più freddo è,  meglio è. L’articolo continua:

Benché non sia realistico aspettarsi che l’efficienza possa essere accresciuta,  nel modello reale della Galassia,  attraverso il raffreddamento al limite cosmologico di 3 K , fa tuttavia una differenza considerevole, in termini di osservazione pratica,  se ci si aspetta un guscio di Dyson vicino /simile a un corpo nero a 50 K piuttosto che a un corpo nero a 300 K. Questo abbassamento della temperatura del guscio esterno è in accordo con lo studio di Badescu e Cathcart… sull’efficienza di estrarre lavoro dall’energia di radiazione stellare. In questo senso, un approccio dysoniano deve essere ancora più radicale rispetto alle intuizioni pubblicate dallo stesso Dyson.

Oltre la Sfera di Dyson

Ampliare il background teoretico delle ricerche in corso (gli autori segnalano il progetto SETI@Home come esempio di vasto calcolo distribuito) significa prendere in considerazione queste nuove prospettive, e l’articolo prosegue segnalando altre possibili tracce di una civiltà extraterrestre:

  • tracce chimiche insolite negli spettri stellari, le quali potrebbero indicare una cultura tecnologica che sta cercando di farsi notare da astronomi lontani;

  • tracce di raggi gamma create dall’antimateria risultante dalle attività di una civiltà extraterrestre;

  • passaggi riconoscibili di grandi oggetti artificiali;

  • analisi di dati astronomici extragalattici, che potrebbero rivelare la presenza di strutture su larga scala e di un’astroingegneria al livello III della scala di Kardashev.

È interessante come tutti gli argomenti citati siano stati oggetto di studi iniziali, e la bibliografia dell’articolo ne dà abbondantemente conto. Queste ricerche sono state considerate poco più che delle curiosità, ma l’impatto della scoperta di oggetti chiaramente artificiali avrebbe un tale effetto di accelerazione nella consapevolezza che gli uomini hanno di sé che esse valgono senza dubbio i finanziamenti limitati adoperati  sino ad ora.

Ampliare il campo di ricerca

(immagine: La Piccola Nube di Magellano) Un SETI dysoniano si muoverebbe nella direzione suggerita dallo stesso Freeman Dyson quando ragionava circa la presunta disponibilità delle civiltà aliene a comunicare fra loro, e la loro altrettanto  presunta benevolenza al momento dell’incontro con i nuovi membri del “club galattico”. Dyson non ne voleva sapere, quando affermava: “Non intendo necessariamente presumere che fra società aliene debba esistere un sentimento di benevolenza o una comunanza di interessi”. E in effetti perché farlo, quando la ricerca di manufatti dysoniani come, ad esempio, le Sfere di Dyson non necessita affatto di tali presupposti, permettendoci invece di trovare applicazione a quanto stiamo man mano imparando nei settori della nanotecnologia, dell’intelligenza artificiale e dell’astrobiologia?
Perché non ampliare ulteriormente l’ambito di ricerca, aggiungendo all’impressionante e pionieristico lavoro dei primi ricercatori SETI il risultato di studi più recenti? Ci riferiamo, ad esempio, a quelli in cui Charles Lineweaver dimostra che nella zona abitabile della galassia (già di per sé un concetto relativamente nuovo) i pianeti simili alla Terra sono mediamente 1,8 miliardi di anni più vecchi del nostro pianeta. L’ipotesi di civiltà non solamente milioni ma potenzialmente miliardi di anni più vecchie della nostra riduce immediatamente l’importanza di un contatto (è difficile immaginare quale vantaggio ne trarrebbe una simile cultura aliena), lasciando invece aperta la possibilità di scoprire le opere da loro costruite ed eventualmente  sopravvissute alla loro scomparsa.
Vorrei chiudere con un’altra citazione da questo stimolante saggio riguardante il vecchio e il nuovo SETI:

… i due approcci sono al momento compatibili e dovrebbero essere perseguiti in parallelo, per lo meno fino a quando non si arriverà ad avere una migliore comprensione teorica di quali siano le precondizioni per la nascita di civiltà tecnologiche nella galassia. Con ogni anno che passa le nostre capacità di trarre informazioni dall’ambiente interstellare aumentano in modo impressionante. Man mano che aumenta l’acquisizione delle informazioni, aumenta anche la nostra capacità di elaborarle e comprenderne la natura. Questo processo non solo metterà radicalmente in discussione la nostra concezione dell’Universo e ciò che pensiamo di sapere in proposito, ma  metterà anche in discussione il modo in cui consideriamo noi stessi e le nostre potenzialità in quanto civiltà tecnologica.

Traduzione di Donatella Levi

Titoli originali: “Rethinking SETI’s Targets” e “Eternal Monuments Among the Stars” scritti da Paul Gilster e pubblicati in Centauri Dreams il 23 e 24 gennaio 2012
Fonte: Bradbury, Ćirković e Dvorsky, “Dysonian Approach to SETI: A Fruitful Middle Ground?”, in JBIS , Vol. 64 (2011), pp. 156-165.

Questo articolo segna la nostra partecipazione al Carnevale della Fisica #30, e prosegue una fase di collaborazione con Paul Gilster, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.

18 aprile 2012 Posted by | Carnevale della Fisica, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , , , , | 5 commenti

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