Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

La mente e le catastrofi

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Crollo di borsa

Molti anni fa ho conosciuto un comico tedesco, più un performer che un comico, ma tant’è: era pagato dal comune di Roma per fare il comico/performer/buffone nel quadro delle iniziative dell’Estate Romana.
In sostanza il suo numero consisteva nell’essere vestito in modo molto strano, con un tight verde, un cappello di quelli da Topolino con le orecchie tonde e grandi e due scarpe da clown e la sua azione consisteva nel prendere a colpi di forcone i cocomeri che il pubblico gli tirava. Lo so, sembra folle ma era proprio così: nel Parco del Turismo all’Eur, alle nove di sera, in una piazzuola circondato da 200 persone lui invitava il pubblico a prendere un cocomero da una pila di forse 100, duecento cocomeri e a tirarglielo addosso; e lui cercava di colpirlo con un forcone a tre rebbi, di quelli da pagliaio. Letteralmente.

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Dopo un terremoto

Era molto strano ma ancora più strano era l’entusiasmo con cui dopo poco il pubblico partecipava, tirando a lui i cocomeri che venivano spaccati al volo e poi tirandosi l’un l’altro addosso i pezzi dei cocomeri. Alla fine c’era una trentina di ragazzi, quasi nessuna ragazza, che si tiravano pezzi di cocomero, sporcandosi, divertendosi da matti, e la cosa è andata avanti per un buon quarto d’ora. Era molto più una performance che non uno spettacolo comico in senso stretto.

Hans era il suo nome ed era amico di amici attori, anche loro presenti per cui dopo la performance mi sono trovato con lui e con i miei amici a parlare del suo lavoro. E lui molto serenamente mi diceva che aveva a che fare con la morte. Sosteneva che la massa della gente oggi, diversamente dal passato, non vede mai la morte, non assiste alla morte reale. Un tempo non era così, la gente moriva per lo più in casa, c’erano le guerre, le morti per malattie, il morto in casa veniva rivestito dai parenti per il funerale e questo fino a tutti gli anni 50 e in campagna anche dopo. Oggi non è così, si muore in ospedale e a rivestire i morti ci pensano i necrofori. Ma la gente sa che la morte c’è, però non la vede, non ha contatto, non il contatto quotidiano di un tempo. La morte è la negazione del consumismo ed il consumismo l’ha rimossa, edulcorata, sterilizzata, nascosta.

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Maremoto

 

 

Ma la gente, ripeteva Hans, lo sa che la morte c’è, lo sa nel corpo, nell’inconscio, nella propria carne. Per cui quando gli dici “spacca il cocomero” cioè compi un gesto distruttivo e innocuo, lascia galleggiare questo desiderio di distruzione, questa pulsione di morte. Intendiamoci era la sua performance, la sua teoria. Però mi ha colpito e anche molto, soprattutto perché ero rimasto stupito dalla partecipazione di decine e decine di persone a quella foga distruttiva. Ho elaborato un’altra teoria, partendo dal lavoro di Hans.

Il consumismo elimina/nasconde la morte, ma elimina anche le catastrofi. Certo, vediamo poi in televisione in continuazione sparatorie vere e finte, nelle serie televisive come nei documentari delle zone di guerra e ormai Internet ti pernette di vedere perfino le esecuzioni o le torture in diretta se proprio vuoi. Non scherzo: se vuoi, le vedi.

E tutti sotto sotto abbiamo paura delle catastrofi. Perché sappiamo, pensiamo, temiamo che possano accadere. Di solito prendono la forma di eventi naturali, terremoti, maremoti, lo tsunami di qualche anno fa nel Pacifico ha ucciso in un paio di settimane 200.000 persone, per lo più in piccole isole, barchette, sulle coste, ma sempre 200.000. Abbiamo paura delle catastrofi perché sotto sotto pensiamo anche, sappiamo che il benessere nel quale viviamo come occidentali che abitano nel nord del mondo è instabile, forse ingiusto. Non è giusto che noi siamo grassi, moriamo di malattie connesse a eccessi nell’alimentazione, gettiamo milioni di tonnellate di cibo ed il resto del mondo muoia pure di fame, di povertà, di guerre violente. Non va bene e lo sappiamo. Per cui temiamo le catastrofi perché pensiamo di meritarle. Ma le catastrofi non sono così facili.

 

 

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Eruzione vulcanica

 

Certo un meteorite abbastanza grosso cancellerebbe, come ha già fatto, il 75% delle specie di vita sul pianeta, ma io non credo che ce la farebbe con noi. I ghiacci che si sciolgono, mh, cambieranno il clima ma nei porti ne farebbero pochi di danni, ci sposteremmo verso l’interno. Molte di più ne farebbe una vera catastrofe economica. Ecco… tutti hanno paura della crisi economica, dei mercati e delle Borse, ma la crisi veramente rischiosa sarà/sarebbe una crisi sistemica globale, che è possibilissima. Molto più possibile e pericolosa del meteorite o dello sciogliersi dei ghiacci.

Le Borse sono nate per procurare capitali freschi alle industrie e sono immediatamente diventate luoghi di pura speculazione dove la ricchezza si distrugge ma non si crea, e badate, quando si distrugge questo accade per davvero: un crollo del 5% a Tokyo che vuol dire in ipotesi 100 miliardi di dollari sono proprio 100 miliardi di dollari bruciati, distrutti realmente. E quando la borsa riapre e risale non crea il +5% dal nulla, si limita a raccogliere dentro la borsa ricchezza che viene da fuori. Un crollo vero e duraturo del sistema che coinvolgesse anche i debiti pubblici di tutti gli stati che ne hanno sarebbe un crollo spaventoso, una distruzione reale e totale della ricchezza del pianeta. Secondo me morirebbe nel giro di un anno il 90% degli abitanti del pianeta.
Esagero? Mh.

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Finalmente il Toro in borsa!

Ne ho già scritto su Il Tredicesimo Cavaliere, troverete l’articolo ed altri riferimenti qui:

Il crollo della Borsa cinese più distruttivo di un asteroide?

Ma il bello è che ho scoperto che la Cina oltre ad essere un paese enorme, con una popolazione non censita che supera i 1300 milioni di abitanti, che possiede oltre il 20% del debito pubblico degli Stati Uniti (situazione pericolosissima per tutti!) è anche il paese dove i miliardari scompaiono!

Cina, il paese dove i finanzieri spariscono nel nulla

Voi capite che se nemmeno una enorme ricchezza ti mette al riparo da scherzi del genere, mh, non c’è da fidarsi molto di nessuno.

MASSIMO  MONGAI

29 aprile 2016 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , , | Lascia un commento

ALLA VIA COSI’, YURI !

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Yuri Milner e Stephen Hawking presentano Breakthrough Starshot

L’imprenditore e filantropo russo Yuri Milner nemmeno un anno fa aveva messo in subbuglio la comunità astronomica mondiale offrendo tramite la società Breakthrough Listen (consociata della capogruppo Breakthrough Initiatives), un finanziamento di 100 milioni di dollari perché venisse risolto uno degli interrogativi più profondi e complessi che l’uomo si è posto da quando ha cominciato ad esplorare lo Spazio: “Siamo soli nell’Universo? Se non lo siamo, dove sono gli Altri?”.

Ora, attraverso un’altra consociata, la Breakthrough Starshot, e con un secondo finanziamento di 100 milioni di dollari, Milner si propone di realizzare uno studio completo per l’attuazione di un volo interstellare fino ad Alfa Centauri della durata di 20 anni, che costerà tra i cinque e i dieci miliardi di dollari. L’iniziativa è stata presentata il 12 aprile a New York ed è stata seguita da un animato brainstorming per addetti ai lavori che si è appena concluso a Palo Alto, in California.

 

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Una vela fotonica laser-assistita in assetto di volo

 

Da brillante stratega qual’è, nella nuova Breakthrough Starshot Milner ha voluto personaggi di prim’ordine: nel consiglio di amministrazione ha confermato Stephen Hawking e cooptato Mark Zuckerberg, fondatore e presidente di Facebook, mentre ha dato l’incarico di direttore a Pete Worden, che per questo ha rinunciato a un analogo incarico presso l’Ames Research Center della NASA. Milner si avvale inoltre di un gruppo di consiglieri di chiara fama, tra i quali da Harvard l’astronomo Avi Loeb, dall’Inghilterra l’Astronomo Reale Martin Rees, da Berkeley il Nobel Saul Perlmutter, da Princeton Freeman Dyson, matematico ed esponente di primo piano del SETI, e Ann Druyan, vedova di Carl Sagan e produttrice della serie televisiva “Cosmos, a Spacetime Odissey”.

 

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La batteria laser in procinto di fare fuoco

 

Prima di passare a un primo approfondimento, facciamo un po’ di storia. Si era nei giorni a cavallo tra settembre e ottobre 2011 e a Orlando (Florida) si svolgeva il congresso di formazione del 100YSS, il primo movimento di opinione che si proponeva di realizzare il volo interstellare. Era composto di professori e studenti universitari e da una moltitudine colorata di space-enthusiast mobilitati da dozzine di gruppi e associazioni, in un’atmosfera degna di Woodstock. In realtà la convention era frutto dell’intuizione di alcuni pezzi grossi della NASA e sopratutto della DARPA, l’agenzia per la tecnologia avanzata del Pentagono, che aveva fornito all’operazione copertura finanziaria e mediatica, con una formula tutta americana impensabile nel nostro paese. Non è dunque Milner, bensì sono i militari del Pentagono i primi ad avere intuito la potenzialità di mercato e la capacità di innovazione scientifica e tecnologica che un rinnovato interesse allo spazio in questi termini potrebbe destare. Le iniziative di Milner, e degli altri Paperoni che speriamo ne seguano l’esempio, nonostante le differenze rappresentano il logico sviluppo e coronamento della strategia targata DARPA.

 

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Ricordiamo ai lettori che un’informazione sommaria sui particolari tecnici e organizzativi dell’impresa è già stata trasmessa dai media. Ci limiteremo quindi a elencare i punti caldi, fornendo però un’accurata lista di link per chi vuole approfondire.

La tecnologia di base

Le Nanotecnologie e il loro turbinoso sviluppo, sono alla base della proposta della Breakthrough Starshot. Infatti Alpha Centauri, lontana 4,3 anni luce, non sarà raggiunta da una singola astronave, ma da uno sciame di centinaia di nanosonde spaziali di cui esistono già modelli sperimentali chiamati Sprite, ma qui conosciuti come “Starchip”. Trattandosi di una missione di fly-by senza equipaggio, non sono possibili manovre di rientro: dopo aver raggiunto Alpha Centauri, le nanosonde superstiti si perderanno nello spazio.

 

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Nanotecnologie in azione: un prototipo dello Sprite

 

La navigazione

La tecnica della vela fotonica laser-assistita. Questa tecnica è stata allo studio per molti anni sopratutto ad opera del fisico americano  Robert Forward, ma è stata sempre giudicata irrealizzabile fino alla nascita delle nanotecnologie.

Per muoversi, ogni nanosonda sarà abbinata a una vela fotonica di forma quadrata e di 4 metri per lato, costruita con materiali di nuova concezione  estremamente leggeri e robusti, e, una volta raggiunta l’orbita terrestre verrà accelerata da un impulso laser lanciato dal suolo in direzione di Alfa Centauri fino alla velocità di 60.000 km/sec,  pari al 20% della velocità della luce.

La propulsione

La batteria di laser che farà da propulsore sarà riutilizzabile per varie missioni. Nella sua configurazione principale, quella Starshot, la batteria dovrà essere in grado di emettere almeno una volta al giorno un impulso della potenza di 100 gigawatt e della durata di 2 minuti, e poi ricaricare. Ma si potrebbe usare per spedire sciami di starchip ovunque nel Sistema Solare e verso le stelle più vicine con compiti diversificati. Potrebbe essere utilizzata come arma di Difesa Planetaria , ma purtroppo anche come super-arma in conflitti sulla Terra.

 

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La missione FOCAL

 

Le telecomunicazioni a lungo raggio

Mantenere telecomunicazioni efficienti tra le nanosonde e la base a terra, probabilmente il  Deep Space Network (DSN) della NASA, è indispensabile per il successo della missione. Ma Claudio Maccone, Presidente del Comitato Permanente SETI in seno all’ International Academy of Astronautics di Parigi e autore di profondi studi su questo tema, dice:

Se usiamo il Sole come una lente gravitazionale possiamo mantenere i contatti con le nostre sonde anche a distanze interstellari. Questa è la chiave per esplorare i dintorni del Sistema Solare nei secoli a venire. Anche civiltà aliene potrebbero avere scoperto questo metodo per comunicare a lunga distanza. Se cosi fosse, potremmo entrare a far parte di un vero e proprio Internet interstellare.

Il nostro Sole potrebbe effettivamente rivelarsi il migliore dispositivo possibile per le telecomunicazioni, se la sua gravità potesse essere usata per creare una sorta di radiotelescopio gigante in grado di mandare e ricevere segnali enormemente amplificati. L’astronomo Slava Turyshev del Caltech ha parlato di un “guadagno d’antenna” dell’ordine di 1011 per radiazioni nella gamma ottica. Questa enorme “magnificazione” potrebbe essere sfruttata con radiazioni di qualsiasi lunghezza d’onda, per esempio nella gamma radio. Anzi, si potrebbe creare una rete ancora più potente posizionando delle sonde relais vicino ad altre stelle per formare ponti radio attraverso il grande vuoto interstellare.

Ponti radio “gravitazionali”

Per crearne uno si dovrebbe cominciare piazzando una sonda relais in corrispondenza del fuoco più vicino della lente gravitazionale del Sole, situato alla distanza di 550 Unità Astronomiche (UA) da esso. Quindi all’altro capo del ponte, continuando con l’esempio di Alpha Centauri, deve essere piazzata una seconda sonda relais per potenziare i segnali in entrata e uscita.
Con questi relais in posizione, la percentuale d’errore nelle trasmissioni tra i due capi del ponte crollerebbe da 1 su 2 , a 1 su 2 milioni, pari all’accuratezza raggiunta dal DSN della NASA nell’ambito del Sistema Solare. Sorprendentemente, la potenza di trasmissione richiesta è davvero minima, appena un decimo di milliwatt, come dire svariati ordini di grandezza in meno delle antenne del DSN.
Tuttavia la realizzazione di un sistema radio interstellare basato su lenti gravitazionali darebbe un gran da fare agli ingegneri. Tanto per cominciare, i ripetitori dovrebbero restare precisamente allineati uno rispetto all’altro e ai loro amplificatori stellari anche su distanze estreme, afferma Maccone. Ciò richiederebbe un sistema rivoluzionario di navigazione celeste e orientamento, una sorta di GPS galattico basato sulle pulsar. Ma anche se effettivamente questi ponti radio potrebbero consentirci di tenere i contatti, il limite universale della velocità della luce (e quindi dell’informazione) scoperto da Einstein, implica che il dialogo avrebbe comunque tempi lunghissimi. Data la distanza, una conversazione con una colonia su un ipotetico mondo abitabile (tipo “Avatar”), nel sistema di Alpha Centauri, avrebbe un ciclo domanda–risposta di quasi nove anni.

Attualmente non c’è soluzione al problema del ritardo nelle telecomunicazioni- dice Maccone -Ma la buona notizia è che adesso abbiamo un modo affidabile per comunicare attraverso distanze interstellari.

 

 

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Il Sole a confronto col sistema di Alpha Centauri

 

Concludiamo qui il primo articolo dedicato a Breakthrough Starshot sapendo già che torneremo spesso ad occuparcene.

ROBERTO FLAIBANI

27 aprile 2016 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Difesa Planetaria, missione FOCAL, News, Scienze dello Spazio, SETI, Volo Interstellare | , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Quando nacque la Fantascienza italiana

 

sputnik 1 Oltre il Cielo I segreti dell'astronave

Lo Sputnik 1

 

Il 4 ottobre 1957 l’Unione Sovietica lanciò a sorpresa il primo satellite artificiale della Terra, lo Sputnik I, il 31 gennaio 1958 gli Stati Uniti lanciarono il loro primo satellite, l’Explorer I: un lento recupero che portò pian piano alla prevalenza americana nella “corsa allo spazio” con lo sbarco sulla Luna appena undici anni dopo. nel 1969. Era cominciata quella che retoricamente venne chiamata l’Era spaziale (non fu così con buona pace di “2001 Odissea nello Spazio” di Kubrick e Clarke), ma era contemporaneamente nata la fantascienza italiana. Sì, perché proprio intorno alle date del lancio dei due satelliti era uscita e si era sviluppata una rivista che ormai a buon diritto si può considerare la “madre” della science fiction made in Italy.
Il 15 settembre 1957(data di copertina) era apparso nelle edicole un quindicinale dal formato insolito e dal titolo ancora più insolito: Oltre il Cielo lo aveva fondato Armando Silvestri (1909-1990), ingegnere, giornalista aeronautico di vaglia laureato giovanissimo al Politecnico di Milano, redattore di riviste di questo genere fra le due guerre, direttore della rivista Ali Nuove che pochi anni prima aveva assorbito un altro periodico, Cielo, di cui la nuova rivista riprendeva il nome e lo lanciava al di là dell’aeronautica: verso l’astronautica allora nascente (lo Sputnik, come si vede dalle date, non era stato ancora lanciato) e la fantascienza. Condirigeva la rivista Cesare Falessi (1930-2007), allora giovanissimo, ma poi valente giornalista, tra i fondatori e poi anche presidente dell’UGAI, Unione Giornalisti Aeronautici (poi Aerospaziali) Italiani, divulgatore scientifico, storico militare.

sputnik 1 Oltre il Cielo I segreti dell'astronave

Oltre il Cielo

La Fantascienza aveva ufficialmente visto la luce in Italia appena cinque anni prima con Scienza Fantastica (aprile 1952) e Urania (ottobre 1952), ma ormai dopo qualche tentativo iniziale pubblicava soltanto scrittori stranieri ignorando gli italiani, una inversione di tendenza rispetto alla narrativa popolare fra le due guerre che invece aveva privilegiato la narrativa nazionale. Silvestri e Falessi, che scrissero anch’essi di Fantascienza, il primo negli anni Venti e Trenta sul Giornale Illustrato dei viaggi, e il secondo appunto su Oltre il Cielo sin dal n.1 con vari pseudonimi (sono stati tutti riuniti in una antologia edita dalla casa editrice Elara di Bologna col titolo I segreti dell’astronave, a mia cura) vedevano la questione in maniera diversa: in primo luogo intesero la fantascienza come un modo di avvicinare i giovani di quell’epoca (noi e tanti altri con noi) all’idea della “conquista dello spazio”, dell’uscita dai limiti terrestri, dell’ampliamento del punto di vista antropocentrico, un mezzo per far diventare “popolare” l’astronautica; in secondo luogo diedero man mano sempre più pagine agli autori italiani che in seguito furono gli unici ad essere pubblicati. Inoltre, dopo una iniziale “ortodossia” spaziale e astronautica, gli orizzonti della fantascienza pubblicata dalla rivista romana andarono sempre più ampliandosi.
Sulle pagine di Oltre il Cielo per i dieci anni in cui visse e i 155 fascicoli che pubblicò sino all’inizio degli anni Settanta, esordirono o si consolidarono le firme della prima e seconda generazione di tutti i più importanti scrittori di fantascienza italiana: Vincenzo Croce, Sandro Sandrelli, Ivo Prandin, Gianni Vicario, Renato Pestriniero, Lino Aldani, Massimo Lo Jacono; e poi Piero Prosperi, Ugo Malaguti. G.L.Staffilano, Antonio Bellomi, Vittorio Curtoni, Tiberio Guerrini, Alcide Montanari. Alcuni di questi presero poi altre vie, diversi interruppero la loro attività fantascientifica, parecchi l’hanno continuata con ottimi risultati come critici, direttori di collane e riviste. Sta di fatto che Oltre il Cielo capì le loro qualità, credette nella loro narrativa, aprì loro le pagine, fu palestra e trampolino di lancio per l’allora giovane Fantascienza autoctona. Che difese a spada tratta quando, nella seconda metà degli anni Sessanta si sviluppò una polemica proprio nei suoi confronti, fra chi prediligeva quella angloamericana per cui ogni romanzo o racconto straniero era in assoluto un capolavoro, e coloro che difendevano le qualità di quella nazionale.
I Segreti dell'AstronavePer inciso una scrittrice italiana oggi scomparsa e rapidamente dimenticata come spesso succede, Luce D’Eramo, in un suo complesso romanzo di extraterrestri in incognito sulla Terra (Ritorneranno, Mondadori, 1986) che meriterebbe una ristampa, racconta fra le righe la storia di Oltre il Cielo e degli uomini che la realizzarono: infatti, era la figlia di Publio Mangione, uno degli editori di Cielo, oltre che bravissimo disegnatore. Ma del particolare nessuno si accorse, eccetto forse il sottoscritto che lo segnalò in una lunga recensione ricevendone conferma dall’autrice…
Il problema all’epoca era che la nostra narrativa fantascientifica non sembrava esistere dato che le grandi collane specializzate in edicola (da Urania Mondadori, a Cosmo Ponzoni soprattutto, ma anche la miriade di testate che si svilupparono soprattutto in seguito negli anni Settanta e oggi del tutto scomparse), se pubblicavano opere italiane obbligavano i loro autori a utilizzare pseudonimi inglesi e francesi. Anche qui lentamente, troppo lentamente, le cose sono mutate: prima con la collana Cosmo Nord che cominciò a ospitare romanzi a firma italiana negli anni Ottanta, e poi con il Premio Urania che con la sua prima edizione del 1990 ha permesso di inserire nella collana mondadoriana le opere vincitrici del concorso. Era una questione di abitudine: i lettori rifiutavano le opere di italiani solo perché non abituati a leggerle (a parte una critica aprioristicamente precevuta).

Oggi, anche con una nuova generazione di appassionati, le cose sono totalmente cambiate: lettori e critici non hanno obiezioni di principio, anche se la crisi editoriale sta penalizzando la narrativa che adesso si definisce “di genere”, Peraltro da un bel pezzo romanzi di questo tipo (anche se soprattutto fantastici e dell’orrore più che di science fiction) sono presenti in collane generaliste senza una particolare etichettatura. Però escono e sono firmati anche da autori considerati mainstream che magari si rifiutano di definire le loro opere come “fantascienza”, però nella sostanza la scrivono…

GIANFRANCO de TURRIS

18 aprile 2016 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , | Lascia un commento

Fanta/Scienza Papera

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il primo volume della collana

Non so voi, ma io ero un lettore accanito di Topolino, la rivista Mondadori/Disney degli anni 50. Quando ho cominciato a leggere in prima elementare leggevo, appunto, Topolino e Nembo Kid.

E fra le storie di Walt Disney quelle che mi piacevano di più erano quelle disegnate da Carl Barks. Per intendersi l’inventore di Archimede Pitagorico, Zio Paperone, Amelia La Strega che Ammalia (napoletanissima, vive sul Vesuvio!) e tanti, tantissimi altri. Mi piaceva il “tratto” d Carl Barks, riconoscibilissimo: essenziale, pulito, realista, molto americano. E le sue storie erano spesso storie di fantascienza. Alcune erano proprio ambientate nello spazio, oppure in luoghi dedicati alla FS come ad esempio Atlantide. Per il suo tramite la FS è sempre stata molto presente in tutte le pubblicazioni Disney.

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Carl Barks

Archimede Pitagorico è fra i personaggi presenti nelle storie di questi nuovi volumetti che la Disney edita insieme a Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. Sono storie di fantascienza, ma sono e saranno anche in futuro storie di scienza, dato che il piano dell’opera prevede molti volumi che tratteranno di tematiche scientifiche tanto quanto fantascientifiche: esplorazioni spaziali, robot ed intelligenza artificiale, invenzioni del futuro, atomi e formule chimiche sono solo alcuni dei titoli che prevedono oltre 30 uscite.

L’interesse del mondo Disney per le tematiche fantascientifiche è letteralmente antico: Archimede Pitagorico fu inventato da Barks nel 1952, oltre 60 anni fa, e veramente non saprei, fra le molte storie quale indicare come la migliore, anche se sono particolarmente affezionato alla storia di Atlantide, perché, almeno nel ricordo, uscì o la lessi in contemporanea con la storia di Lori Lemaris, la sirena proveniente da Atlantide di cui si innamora Nembo Kid/Superman. Ci ho messo letteralmente anni per trovare i due Dialoghi di Platone dove si cita per la prima volta Atlantide! Che nel caso non lo sapeste è stata letteralmente inventata da lui, dato che non è vero quel che dice nel Timeo che la notizia gli è stata passata da “sacerdoti egiziani”. Il che fa di Platone a mio avviso l’inventore della FS, almeno di quella ucronica e comunque considerando il successo di Atlantide nella storia della FS uno dei più grandi autori di FS in assoluto. Certo, ha avuto ben altri meriti, ma questo non è piccolo.

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Ecco il famoso tratto alla Carl Barks

Riepilogando. Se avete animo di bimbo, i racconti a fumetti contenuti nei volumi appena usciti sono gradevolissimi. Se avete bimbi in giro per casa in grado di leggere e volete avviarli alla lettura di cose fanta/scientifiche questi volumi sono perfetti. E notate la barra/slash: ogni volumetto è preceduto da alcune interessantissime pagine di introduzione, seria ma non seriosa, alle tematiche del volume di semplice e facile lettura.
Insomma, un percorso netto.

MASSIMO MONGAI

10 aprile 2016 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , , , | Lascia un commento

eso12 – A caccia di firme biologiche

Questo articolo è l’ultimo di una serie dedicata all’individuazione e allo studio dei pianeti extrasolari, e altri ne seguiranno. La serie ha avuto inizio il 20/7/15 con eso1 – I pianeti extrasolari, imparare le basi. In particolare, oltre al presente, altri due post sono stati dedicati alla spettroscopia del transito, una nuova disciplina che consentirà di stabilire con certezza l’esistenza della vita su altri pianeti tramite l’individuazione di firme biologiche che si sta proprio ora cominciando ad analizzare. I due articoli sono: eso10 – I colori di un mondo che vive e eso11 – I colori della vita extraterrestre. Ambedue possono essere considerati propedeutici al presente articolo. Buona lettura. (RF)

 

 spettroscopia transito JWST firma biologica ossigeno abiotico falso positivo

Immagine: una nuova ricerca del Laboratorio Planetario Virtuale dell’Università di Washington aiuterà gli astronomi a identificare meglio ed escludere i “falsi positivi” nella ricerca della vita. Illustrazione: immagine di un artista di Kepler 62E, a circa 1200 anni luce nella costellazione della Lira. Fonte: NASA

 

Mancano solo due anni al lancio del Telescopio Spaziale James Webb (JWST). Se tutto va bene, il JWST dovrebbe traghettarci nell’era del rilevamento delle firme biologiche, che verrà usato per cercare i segni caratteristici degli organismi viventi nelle atmosfere dei rispettivi mondi. Ma quanto sono sicure queste firme? Una nuova pubblicazione dell’Università di Washington approfondisce il problema dei falsi positivi ed elenca le caratteristiche delle firme che potrebbero fuorviarci.

Un metodo di studio delle firme biologiche è quello della spettroscopia di transito, che usa i dati raccolti dalla luce della stella che attraversa l’atmosfera di un pianeta in transito. Questa tecnica ci consente di analizzare quelle caratteristiche della luce che evidenziano i particolari costituenti dell’atmosfera. Un consistente segnale dell’ossigeno può per forza indicare la presenza di vita? Si penserebbe di sì, perché l’ossigeno nell’atmosfera terrestre, O2, è instabile nel tempo su scala geologica e verrebbe gradualmente consumato dalle reazioni con i gas vulcanici e dall’ossidazione al livello della superficie.

Sul nostro pianeta quindi l’ossigeno necessita di una fonte che lo ricostituisca e che è la fotosintesi di piante e alghe che cercano la luce solare per ottenerne energia. Ma Edward Schwieterman e il suo team pensano che, mentre sulla Terra l’ossigeno abiotico non può raggiungere livelli significativi, può certamente aumentare in altri ambienti planetari. Questo dovrebbe farci riflettere. (1)

Schwieterman, che lavora sotto l’egida del Laboratorio Planetario Virtuale (Virtual Planet Laboratory) dell’università, vede l’ossigeno come un potenziale falsario delle firme biologiche. La creazione abiotica di ossigeno, particolarmente intorno alle stelle di massa piccola che potrebbero essere uno dei primi oggetti di questo tipo di ricerca, può verificarsi quando la luce ultravioletta della stella spezza le molecole di biossido di carbonio, consentendo la formazione di O2 da parte di alcuni atomi di ossigeno. Abbiamo così dell’ossigeno non sostenuto da attività biologica.I modelli al computer di Schwieterman mostrano che questo processo produrrebbe anche trascurabili quantità di monossido di carbonio. Pertanto, la presenza di biossido e monossido di carbonio solleverebbe dubbi sul simultaneo rilevamento di ossigeno nell’atmosfera di un pianeta. I processi abiotici, anziché la vita, potrebbero esserne l’agente. Ciò può essere usato a nostro vantaggio: dato che le firme di CO/CO2 e O di origine abiotica sono più rilevabili con appena 10 transiti rispetto a O2 e O3, il fatto di determinarle con ragionevole certezza può permettere di escludere i pianeti con firme biologiche false per passare invece allo studio di altri pianeti. (2)

L’Osopra menzionato è un secondo tipo di falsario delle firme biologiche, in quanto la luce della stella primaria decompone l’acqua atmosferica sul pianeta roccioso in esame. In questo caso otteniamo grandi quantità di ossigeno dovuto alla fuga dell’idrogeno e possiamo aspettarci di trovare coppie di ossigeno molecolare di breve durata che diventano molecole di O, producendo una firma propria. Come nota Schwieterman, si produce una maggiore percentuale di ossigeno come mai la Terra ha avuto nella propria atmosfera:

 

Certe caratteristiche dell’Osono potenzialmente rilevabili nella spettroscopia di transito e molte altre sono visibili nella luce riflessa. Un segno consistente di O4 potrebbe suggerire che quest’atmosfera ha molto più ossigeno di quanto ne possa essere prodotto biologicamente.

 

Il rilevamento di questo particolare “falsario  delle firme biologiche” è più fattibile per mezzo dell’osservazione diretta, mentre le firme del biossido e del monossido di carbonio sono meglio identificabili tramite la spettroscopia di transito. La ricerca prende in considerazione le simulazioni dello spettro dell’osservazione diretta, in cui l’elevato assorbimento dell’Ofarebbe ipotizzare un’atmosfera a elevato contenuto di ossigeno, molto diverso da quello mai raggiunto dalla Terra.(3)

Schwieterman e il suo gruppo ritengono che i primi pianeti potenzialmente abitabili, di cui studieremo le atmosfere, saranno quelli orbitanti intorno alle stelle nane di classe M. Si tratta del tipo di pianeti con maggiore probabilità di mostrare entrambi i tipi di falsari delle firme biologiche spiegati sopra. Dovremo quindi interpretare potenziali firme biologiche che, senza questi criteri, darebbero adito a confusione. Afferma Schwieterman:

 

La potenziale scoperta della vita al di fuori del Sistema Solare è di tale importanza e foriera di tali conseguenze che dobbiamo essere assolutamente sicuri di aver lavorato bene, di sapere esattamente cosa stiamo cercando e da cosa potremmo essere ingannati quando analizziamo la luce degli esopianeti.

Traduzione e adattamento di FAUSTO MESCOLINI

 

 

FONTI:

La pubblicazione è Schwieterman et al., Identifying Planetary Biosignature Impostors: Spectral Features of CO and O4 Resulting from Abiotic O2/OProduction, Astrophysical Journal Letters Vol. 819, N. 1 (25 febbraio 2016). Riassunto / prestampa. È disponibile anche un comunicato stampa dell’Università di Washington.

Titolo originale: False Positives in the Search for Extraterrestrial Life di Paul Gilster, pubblicato su Centauri Dreams il 2 marzo 2016

NOTE:

1.

In biochimica, sintesi a., la sintesi di composti organici per via chimica, che avviene cioè in assenza di cellule viventi o di loro organuli, N.d.T.

2.

“…nei casi qui esposti, i discriminatori spettrali di O2 e Osono più trascurabili con un’ipotetica osservazione del JWST che con le firme degli stessi O2 e O3. Nello spettro del nostro esempio, né l’O2 né l’Osarebbero direttamente rilevabili con appena 10 transiti, mentre i discriminatori abiotici di CO/CO2 e O4 potrebbero esserlo. Se lo scopo ultimo è quello di definire i pianeti in cui sono ottenibili le firme biologiche, si avrebbe l’opportunità di massimizzare il tempo utile di osservazione. Nel caso in cui gli indicatori spettrali delle firme biologiche false vengano rilevati con ragionevole certezza, piuttosto che approfondire ulteriormente la comunità scientifica potrebbe destinare il tempo restante ad altri obiettivi promettenti.”

3.

“Questo semplice caso di prova dimostra che se le atmosfere a O2 elevato proposte da Luger e Barnes (2015) esistono, la forza di assorbimento della banda dell’Oin tali spettri planetari sarebbe paragonabile o superiore a quella delle bande di O2 monomero. Tali spettri sono qualitativamente differenti dallo spettro della Terra moderna, anche nell’intervallo 0,3-1,0 µm, dato che hanno forma diversa, caratteristiche dell’Opiù ampie e ulteriori caratteristiche provenienti dall’O4. Tutti questi sono segni di un’abbondanza di O2 molto maggiore di quanto abbia mai raggiunto l’atmosfera terrestre, autoregolata da cicli negativi.”

3 aprile 2016 Posted by | Astrofisica, Planetologia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , , | Lascia un commento

   

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