Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Astronavi & Democrazia

v2Quale forma politica si staranno dando in questo momento gli abitanti di Deneb III? Non vi sembri una domanda oziosa, vi prego. Lo so, nemmeno sappiamo se intorno a Deneb orbiti o meno un pianeta abitabile, figuriamoci se possiamo affermare che sia abitato. E ammesso e non concesso che lo sia, ci sono senza dubbio delle domande ben più importanti cui rispondere prima di porsi il problema della organizzazione politica dei Denebiani.

A dirla tutta noi possiamo solo supporre l’esistenza non solo e non tanto di vita intelligente, ma perfino di vita e basta. Il Tredicesimo Cavaliere ha pubblicato finora diversi articoli sull’argomento, ma forse continuare a parlarne in fondo è un inutile, questo sì ozioso tema: finché non avremo ulteriori informazioni, ben precise, relative a fatti e non a supposizioni, l’unica cosa che sappiamo è che NON sappiamo. Ma era Socrate che diceva questo, cioè saggio è l’uomo che sa di non sapere. Ora IMHO Socrate era un vecchietto manipolatore a fini omosessuali (leggete, con attenzione però, il Simposio; Socrate vuole solo portarsi a letto Alcibiade e mima l’indifferenza blasé perché questo è il suo metodo di rimorchio) e diceva quel che diceva solo perché voleva far confondere la gente ed approfittare della confusione. Quindi fermarsi a questo punto secondo me è un errore.

Io ritengo, e sono in ottima compagnia, che saggio è l’uomo che sa cosa sa. Facendo verifiche, confrontandosi con gli altri. Io so che non abbiamo elementi per poter dire se esista vita altrove in questo illimitato e quasi infinito universo e che possiamo fare solo ipotesi molto aleatorie e piene di contraddizioni. Bene. Scientificamente parlando argomento chiuso qui, quindi.

Almeno nel rispetto di una impostazione scientifica del problema. Ma io sono uno scrittore di fantascienza e da questo punto di vista mi posso permettere di più, sono più libero di uno scienziato.

Allora supponiamo, fantascientificamente, che l’Universo sia pieno zeppo di vita e di vita senziente, quindi di civiltà, più o meno complesse.

Che forma hanno, che organizzazione hanno, quale tecnologia, quale arte se hanno arte, quali linguaggi? E così via.

Andiamo per gradi.

Molti scienziati hanno suggerito/supposto che la vita possa essere, come quella terrestre, basata sul carbonio, in omaggio al fatto che il carbonio è l’elemento che più facilmente stabilisce legami chimici con gli altri elementi. Il secondo è il silicio. Le forme possono essere le più variabili evidentemente, ma in un caso sarebbero più cicciose nell’altro più durette. Probabilmente.

Diciamo che hanno una qualche forma di cervello (la coscienza di sé da qualche parte deve fisicamente stare) si muovono (se no, sarebbero piante, ma non può essere che tutte siano piante) quindi hanno arti, si nutrono (quindi hanno una qualche forma di ingresso per il cibo, una “bocca” ma potrebbe essere anche la “pelle” stessa o organi estroflettibili) si riproducono, quindi hanno organi sessuali (!), comunicano fra di loro, quindi hanno una qualche forma di linguaggio.

E a meno che non vivano tutti in una specie di paradiso, devono cooperare fra loro per sopravvivere.

Non mi pare proprio plausibile che ci siano 1000 pianeti abitati da UN SINGOLO essere senziente. Ce ne sono sì 1000 ma ognuno abitato da una molteplicità cooperante di esseri senzienti.

Ma qui non siamo già alla base della politica?

Anche i pitecantropi eretti cooperavano per sopravvivere. O se per questo anche gli scimpanzé, che nemmeno sono senzienti, non come noi e nemmeno come i pitecantropi.

Torniamo ai Denebiani. Visto che esistono, che sono molti, che sono senzienti, che hanno anche raggiunto forme complesse di tecnologia e di civiltà e che cooperano fra di loro facendo politica, che forma di organizzazione politica si sono dati?

SoyuzFacciamola molto semplice per comodità di analisi e diciamo che le forme politiche sono sostanzialmente di due tipi: quelle democratiche e tutte le altre.

Per brevità: la Democrazia (D) e la Non-Democrazia. (NoD).

Per comodità, definiamo qui la Democrazia in modo quasi rozzo come quella forma di organizzazione politica in cui tutti i membri del gruppo/società hanno pari diritti di partecipazione alla politica e alle decisioni fondamentali per il gruppo stesso.

Quale delle due forme di organizzazione è più efficiente a produrre risultati tecnologicamente evoluti? All’atto pratico e restringendo di più il campo: astronavi a propulsione interstellare, quale che sia detta propulsione.

Certo, di Deneb non si sa nulla. Se non conosciamo il metabolismo dei Denebiani, figurarsi se possiamo dire quale dei due sistemi sia migliore per loro.

E sulla Terra?

Ci sono stati due momenti di vero confronto tecnologico fra D e NoD: la Seconda Guerra Mondiale e la Corsa allo Spazio.

Nella Guerra hanno vinto le democrazie contro le tre dittature (nazista, fascista e nippoimperiale), con il valido aiuto, certo, dell’Armata Rossa (6.000.000 di vittime militari!) che in effetti era un filino comunista.

Ma chi ha realizzato le armi migliori, i maggiori progressi sia sulle armi convenzionali sia sulle nuovissime armi atomiche? Gli angloamericani e cioè due democrazie imperfette come tutte le democrazie per definizione, ma pur sempre democrazie: ad esempio in entrambi i paesi le donne votavano dal 1918.

Non è vero che anche i nazisti avessero un programma nucleare altrettanto valido e men che meno è vero che abbiano addirittura sperimentato una loro atomica, queste sono leggende parafasciste che non mette nemmeno conto di confutare. Del resto molti dei fisici che hanno portato alla realizzazione dell’atomica americana erano ebrei tedeschi, o tedeschi in fuga dal Nazismo o ebrei Italiani o un italiano padre di due ebrei: per chi non lo sapesse la moglie di Enrico Fermi era ebrea quindi i suoi due figli erano secondo le leggi razziali italiane due ebrei. Per dire.

Nemmeno è vero il luogo comune che le armi convenzionali naziste fossero avanzatissime. Ad esempio le V1 e le V2: le prime non erano un granché, venivano abbattute dagli Spitfire in volo a raffiche di mitragliatrici di bordo, ed i piloti più bravi addirittura gli si avvicinavano di lato mettevano la punta dell’ala sotto l’alettone della V1 e viravano dando un colpetto che la faceva avvitare e precipitare. Le V2 erano già roba più seria, razzi supersonici veri e propri, ma in fondo niente che un bombardiere non potesse già fare e molto più costose del bombardiere.

La Corsa allo spazio? Beh, all’inizio è vero, i comunistissimi Sovietici erano in vantaggio. Non solo Laika e Gagarin e Valentina Tereskova, ma anche il primo oggetto umano materialmente “spedito” sulla Luna è una targa in russo. Poi però sulla luna ci sono arrivati e ci sono tornati gli Americani. I Russi mai. Nella Corsa allo spazio si sono praticamente fermati.

issD’altra parte è stato con la collaborazione di tutto il mondo o quasi che è stata creata la stazione Spaziale Internazionale. E oggi, ufficialmente, la Russia è una democrazia. E’ probabile che abbia bisogno di qualche aggiustamento, ma tant’è, è riconosciuta come tale. Una democrazia un filino autoritaria.

Insomma con gli schiavi si costruiscono le Piramidi, per le astronavi interstellari servono uomini liberi ed una società complessa ed economicamente efficiente, ergo una democrazia. Cioè una società dove tutti hanno l’interesse a dare il meglio di sé per ottenere dalla vita il meglio e goderne liberamente. Più questo è vero e più la società è democratica ed efficiente. E alla fine a tempo debito produce astronavi interstellari

Quindi se incontreremo mai i denebiani è perché le astronavi ce le abbiamo noi, o perché ce le hanno loro o perché li incontriamo a metà strada.

In tutti e tre i casi, IMHO sarà un incontro fra democrazie.

Poniamo l’ipotesi che i Denebiani abbiano tramite la D raggiunto lo spazio interstellare e poi che la D sia degenerata in NoD. Tipo l’Impero.

La regressione da D alla NoD lascia le astronavi intatte?

Forse, ma erano sempre i soliti greci a dire che il caos crea il bisogno della dittatura, che crea il bisogno di democrazia che crea il caos e alla via così. IMHO nella fase caotica è difficile ci sia un efficiente mantenimento delle astronavi e in quella dittatoriale l’efficienza non è delle migliori. Siamo sempre lì, nessun esercito fascista ha mai vinto una guerra. Un esercito comunista invece sì, ma poi ha perso la guerra fredda soprattutto per motivi economici.

Non lo trovate significativo? Il nazifascismo puntava tutto sulla forza militare ed ha perso ogni guerra, il comunismo sulla dichiarata superiorità del proprio sistema economico ed è crollato proprio sull’economia. Ho paura a chiedere su cosa crollera il sistema capitalistico. Ma se non altro non è, non è ancora, un sistema dittatoriale.

Perché con una economia di guerra ed un’altra di emergenza puoi anche ottenere risultati, ma poi un sistema NoD è deficitario anche sul piano economico, fallisce e quindi non mantiene le pre/promesse economiche necessarie per costruire non dico una astronave interstellare ma nemmeno una Soyuz in grado di arrivare sulla Luna.

Già, le Soyuz. Sono o no meglio degli Space Shuttle? Beh, uno Space Shuttle decollava, volava e poi atterrava, una Soyuz per atterrare si butta letteralmente dall’ultimo piano con un paracadute, uno zompo, nient’altro. Costano meno, ecco perché si usano quelle per la ISS. Sempre uno zompo è, però. D’altra parte negli ultimi 20 anni nessuno è morto in una Soyuz, mentre gli Shuttle andati distrutti con a bordo l’equipaggio sono ben due.

D’altra parte di che stiamo parlando? I razzi sono razzi, russi o americani che siano. O arriviamo all’antigravità o non usciremo mai davvero dal sistema solare. E per arrivare all’antigravità occorre rifondare la Fisica su basi completamente nuove. E per fare questo (per rifarlo, anzi) è notorio che è meglio non mandare ebrei nei campi di concentramento. Per dire.

MASSIMO MONGAI

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28 ottobre 2013 Posted by | SETI, Volo Interstellare | , , | 17 commenti

3 Film: Elysium, Gravity, Europa Report

***Attenzione spoiler ***

Elysium1Di Elysium, il film che ha aperto il cartellone autunnale del cinema di fantascienza in Italia abbiamo già parlato in questi spazi. Un prodotto onesto, che fa la sua cassetta anche grazie alla presenza di Matt ‘Bourne identity’ Damon e Jodie ‘Clarice Sterling’ Foster. I miei nick non sono dei vezzi per sfoderare una cultura cinematografica che non ho. Semplicemente, servono a far intendere al lettore che i due attori hanno fatto anche di meglio di questo Elysium dalla trama un po’ così, acclamato come il successore di District 9. Ma dove quest’ultimo riusciva a conservare una certa ironia – per esempio la passione degli alieni per il cibo per gatti – qui Elysium si prende troppo sul serio: si vede pesantemente la mano dei produttori sul regista Neil Blomkamp, desiderosi a tutti costi del happy end che in District 9 non erano riusciti a imporre. Per me rimane memorabile la scena della ex fidanzata di un essere umano ormai diventato alieno. La donna lo vede oltre le sbarre del famigerato District 9, lo osserva meglio mentre solleva una scatola di cibo per gatti e urla il suo nome, egli si volta, la guarda a sua volta ma poi la sua attenzione è tutta per la scatoletta tra le sue zampe. Un finale pieno di ironia, certo, comicità anche, ma pure tanto tanto cinismo ottimamente dosato da Blomkamp nel corso di tutto il film. Ma stiamo divagando.

Ho introdotto Elysium per definire anche un genere, quello fantascientifico, che se non trova altre strade linguistiche ha poca durata. Non bastano il volto simpatico di Damon e la bravura forse un po’ troppo rigida in questo caso della Foster, né gli effetti speciali, di fronte ai quali la maggior parte del pubblico over 15 ormai sbadiglia, per fare un grande film. Ed è un peccato, perchè la stazione spaziale Elysium è un tributo al genio visionario di Gerard K. O’Neill, professore a Princeton, che negli anni ’70 progettava oggetti mastodontici come quello e altri, tra cui i famosi cilindri di Incontro con Rama, acclamato romanzo firmato da Sir Arthur Clarke. La risposta può venire da quel genere che definisco, con neologismo brutto e decisamente azzardato, “fantafuturo”: brutto per il suono e azzardato perché il futuro è sempre fantastico, nel senso di “non immaginabile”. Ma nel mio caso mi riferisco al futuro prossimo, quando gli uomini varcheranno di nuovo i confini dello spazio con i mezzi già a disposizione, o con nuovi congegni, che però siano logici sviluppi della tecnologia attuale e pertanto riconoscibili anche dal pubblico generico.

gravity Di questo genere sono usciti un blockbuster, Gravity, e un film minore, Europa Report, che tuttavia meriterebbe maggiore attenzione di quella dei festival dedicati – il film è stato presentato al Festival della Fantascienza di Trieste pochi giorni fa -. Gravity si avvale di due attori come Sandra Bullock e George Clooney, c’è il previsto happy end, anche se solo a metà, come già in Elysium e come prevede oggi il copione politically correct. D’altra parte anche il cinema americano si è dovuto piegare alle leggi dettate dai serial, l’unico media realmente innovativo. Lost ha cambiato il modo di fare fiction televisiva e fa morire due o tre dei suoi personaggi di punta alla seconda o terza stagione, lasciando di stucco e infuriati gli spettatori, ma a quel punto fa genere. Per cui lacrimucce tanto nel caso di Elysium che di Gravity. Quest’ultimo – va sottolineato – riesce però a fare spettacolo con il suo shuttle in 3D bombardato dai detriti spaziali. Forse chi lo vede ricorda il tragico incidente del Challenger: insomma, la realtà mischiata a un bel po’ di trovate discutibilissime sul piano scientifico – e umano, aggiungo io – funziona. Certo, ci vuole una grossa dose di quella “sospensione dell’incredulità” che si chiede allo spettatore quando la Bullock a un certo punto si trova ad aver quasi circumnavigato al Terra con la sola tuta da passeggiata spaziale. Di queste perle Gravity ne inanella talmente tante che lo spettatore informato si irrita e finisce per annoiarsi. Persino il presidente dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) e due astronauti, Vittori e Nespoli, se non sbaglio, si son sentiti in dovere di intervenire sui giornali per avvertire il pubblico. Onore al merito per Sandra Bullock, che recita per quasi tutto il film da sola, e alla voce di Tonino Accolla, il doppiatore di Clooney, che ci accompagna per un po’.

Con Europa Report, una piccola perla in questo scenario, ci spingiamo verso Giove e le sue lune. Europa appunto è la meta di un’altra astronave, attrezzata per esplorare il misterioso oceano sotterraneo di cui quel remoto corpo celeste sembra essere dotato. Fantascienza allora? Non tanto, perché a sentire chi se ne intende davvero, è il film con il più alto tasso di attendibilità scientifica tra i tre. Ed è anche quello che, a mio avviso, spinge di più l’acceleratore sulla componente umana nella sua essenza più profonda, ossia quando gli individui, insieme, si trovano di fronte a una realtà sconosciuta. Ed è il piano umano quello che a mio avviso rende avvincente e commovente e infine vincente Europa Report rispetto agli altri due. Mentre Elysium punta sull’eroe redento in guerra contro una casta ricca ma umanamente morta – gli abitanti di Elysium, i Campi Elisi, dove secondo il mito greco vagavano le anime degli eroi – e Gravity sul machismo di una donna che tra l’altro non è nemmeno un’astronauta esperta, Europa Report punta tutte le sue carte umane su un gruppo di scienziati e tecnici (non ci sono militari nell’equipaggio di Europa-1) capaci di meravigliarsi come bambini di fronte a un un nuovo mondo, e di dare la vita perchè una grande avventura scientifica possa proseguire.

Europa Crew“E’ un piccolo passo per me…. ” ha detto Armstrong posando il piede sulla superfice lunare, una delle frasi storiche più gonfie di retorica della storia dell’ Umanità. Ecco invece la voce di Rosa, pilota di Europa-1, un faccino dolce in un corpicino minuto, infantile, emergere umile e coraggiosa al di sopra del frastuono dei campanelli d’allarme e dell’acqua gelida che si riversa dentro l’astronave: “Comparata con la vastità del sapere ancora da acquisire, che rilevanza può avere la tua vita?”

GIANVITTORIO FEDELE

22 ottobre 2013 Posted by | Fantascienza | , , , , | Lascia un commento

Propulsione e comunicazione

Comincia qui, sommessamente, un lavoro che noi del Tredicesimo Cavaliere riteniamo impegnativo e interessante. Si tratta della traduzione in lingua italiana degli abstract degli articoli pubblicati negli ultimi anni a cura della British Interplanetary Society  (BIS), la prestigiosa ONG dello spazio da qualche mese presente nel nostro paese con la sua branch, BIS Italia. Gli articoli completi, in inglese, continueranno a comparire invece sul Journal of the British Interplanetary Society (JBIS), il periodico che si occupa di Scienze dello Spazio dal particolare punto di vista “visionario” della BIS.

Sotto l’ala della DARPA, l’agenzia del Pentagono per l’alta tecnologia, è nato un paio di anni fa negli Stati Uniti il 100YSS, un movimento dedicato a costruire le fondamenta della complessa struttura  scientifica, tecnologica, economica e sociale che sarà necessaria per costruire e lanciare la prima astronave interstellare. Il movimento organizza ogni anno un congresso, e la BIS si è impegnata alla pubblicazione degli atti sul suo Journal, un impegno gravoso sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, a causa dell’approccio di tipo multidisciplinare che la natura stessa  del volo intestellare impone. Presentiamo oggi i primi due abstract preceduti da poche righe di introduzione.

Harold “Sonny” WhiteGli ingegneri rileggono  Einstein

IL dott. Harold “Sonny”  White ha ottenuto il Ph.D. in Fisica alla Rice University, il Master’s of Science in Mechanical Engineering alla Wichita State University, e un Bachelors of Science in Mechanical Engineering all’Università South Alabama. Il  Dr. White ha accumulato oltre 15 anni di esperienza lavorando nell’industria aereospaziale con Boeing, Lockheed Martin, e NASA. Attualmente presta servizio come Advanced Propulsion Theme Lead per l’Engineering Directorate della NASA ed è il rappresentante del JSC presso il Nuclear Systems Working Group. Sta inoltre conducendo, a livello teorico e in laboratorio, ricerche sulla  fisica della propulsione avanzata, presso il laboratorio Eagleworks nel Johnson Space Center della NASA.

La meccanica della curvatura di campo

Questo lavoro inizia con una breve recensione della metrica della propulsione a curvatura di Alcubierre e descrive come il fenomeno potrebbe funzionare in base al progetto originale.
La forma canonica della metrica è stata sviluppata e pubblicata in “A Discussion on space-time metric engineering”, Gen. Rel.Grav., 35, pp.2025-2033, 2003, e ha fornito una chiave di lettura del campo di potenziale e di spinta attraverso il campo, che ha risolto un paradosso cruciale nel concetto originale del funzionamento come enunciato da Alcubierre. Viene presentato e discusso un concetto modificato del funzionamento sulla base della forma canonica della metrica che risolve il paradosso. Sarà successivamente considerata brevemente l’idea di un motore a curvatura in uno spazio-tempo a più dimensioni (manifold) confrontando le geodetiche null-like della metrica di Alcubierre con la metrica di Chung-Freese per illustrare il ruolo matematico delle coordinate nell’iperspazio.
L’effetto netto di utilizzare una “tecnologia” con motore a curvatura accoppiato con sistemi convenzionali di propulsione in una missione di esplorazione, sarà discusso usando la terminologia di una missione pianificata precedentemente.
Infine sarà descritta nei dettagli una panoramica del test interferometrico di un campo di curvatura in corso di attuazione nel Laboratorio di Fisica della Propulsione Avanzata: Eagleworks (APPL:E) presso il Johnson Space Center della NASA.
Sebbene la meccanica della curvatura di campo non abbia avuto un momento di “Chicago Pile” (ll primo esperimento di reattore nucleare n.d.t.), gli strumenti necessari per individuare un modesto esempio del fenomeno sono a portata di mano.

Titolo originale: WARP field mechanics 101
Autore: Harold “Sonny” White – NASA Johnson Space Center – Houston
Traduttore: Walter Risolo, Editor: Roberto Flaibani, Massimo Mongai
Journal of the British Interplanetary Society, vol 66, n. 7-8 July-August 2013
100YSS Symposium 2011 – TIME DISTANCE SOLUTIONS Section

gilster_02Lo scrittore e l’astronave

Paul Gilster è uno scrittore a tempo pieno specializzato in tecnologia spaziale e sue implicazioni. E’ uno dei fondatori della Tau Zero Foundation, dove svolge funzione di capo redattore. Gilster è autore di sette libri, tra cui Digital Literacy (John Wiley & Sons, 1997) e Centauri Dreams: Imagining and Planning for Interstellar Flight (Copernicus, 2004), uno studio sulle tecnologie che potrebbero un giorno rendere possibile l’invio di una sonda fino alla stella più vicina. Gilster segue gli ultimi sviluppi nella ricerca interstellare, dalla propulsione agli studi sugli esopianeti, nel suo sito web Centauri Dreams. In passato, Gilster ha collaborato con numerose riviste di tecnologia e di affari, e ha pubblicato saggi, articoli, recensioni, narrativa, in un gran numero di pubblicazioni sia interne che esterne ai settori spazio e tecnologia. Inoltre da 23 anni scrive regolarmente una rubrica di informatica che appare sul The News & Observer (Raleigh, NC). Gilster si è laureato presso il Grinnell College (IA) e ha fatto sei anni di specializzazione in letteratura medievale inglese al UNC-Chapel Hill, prima di dedicarsi all’aviazione commerciale e infine alla scrittura.

La Visione Interstellare: i principi e la  pratica

Il titolo ambizioso dello studio “100 Year Starship” echeggerà presso il pubblico, un fatto che richiederà al destinatario della sovvenzione DARPA l’uso di una comunicazione che possa seguire una attenta strategia su come portare questa visione su Internet e gli altri punti di visibilità. Tutto ciò sarà necessario per stimolare l’impegno pubblico e sostenere il ‘mormorio’ che aiuterà l’organizzazione a sviluppare le proprie idee.
Questo documento esamina tali problematiche nel contesto del lungo coinvolgimento dell’autore con “I sogni del centauro”, un sito web dedicato alla presentazione del volo interstellare ad un pubblico ampio e generico.
Elementi centrali per la presentazione dell’idea della nave stellare sono il sostenere il valore del  pensiero a lungo termine ed il valore della ricerca di spin-off, ponendo l’obiettivo di una nave stellare nel contesto di altre attività umane che hanno avuto la capacità di trascendere la vita dei singoli partecipanti.
Insegnare responsabilità intergenerazionale implicherà  approfondire temi di storia, economia e filosofia, oltre alle questioni tecnologiche sollevate da un viaggio di questa portata. I migliori comunicatori per questo ruolo saranno dei comunicatori generalisti che possano collegare discipline così lontane fra loro La chiave per lo studio è lo sviluppo di una presenza Web che utilizzi Internet con cautela. Alcuni miti di Internet tra cui ‘la saggezza delle folle’ e la ​​resistenza ad un condizionamento dall’alto comprometterebbero il progetto. E’ in questo contesto che saranno discussi i vantaggi e gli svantaggi dei social network . È essenziale la presenza di una voce editoriale forte disposta a selezionare le pubbliche risposte per poter mantenere degli standard elevati nelle discussioni che seguiranno.
Inoltre, un elevato standard di articoli richiede la presentazione delle ricerche senza troppo clamore  e un livello di discorso che educhi, ma non condizioni il suo pubblico. Un’accurata citazione delle ricerche attinenti e la volontà di impostare alto il livello della discussione comporterà una risposta dai ricercatori e dal pubblico che, con l’aiuto di una continua e costante  moderazione, costruirà una banca dati di idee di terze parti in grado di suscitare l’interesse e aggiungere materialmente valore alla ricerca globale

Titolo originale: The Interstellar Vision – Principles e Practice
Autore: Paul A. Gilster – Tau Zero Foundation – Centauri Dreams blog
Traduttore: Walter Risolo, Editor: Roberto Flaibani, Massimo Mongai
Journal of the British Interplanetary Society, vol 66, n. 7-8 July-August 2013
100YSS Symposium 2011 – COMMUNICATION OF THE VISION Section

16 ottobre 2013 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Scienze dello Spazio, Volo Interstellare | , , , , , , , | Lascia un commento

Fantascienza e Profezia

Le religioni (e la teologia) sono sempre state argomenti che hanno attirato gli scrittori fantastici e fantascientifici. In particolare la Chiesa cattolica, sotto il profilo temporale e spirituale, ha ottenuto un’attenzione speciale sia in positivo che negativo. Molti autori vi hanno speculato pro, contro o anche in senso neutro, come semplice spunto per le loro ipotesi proiettate nel futuro, basti ricordare nomi autorevoli come Blish e Miller, Pangborn e Clarke, Matheson e Heinlein, Leiber e Harrison. E’ però soprattutto la fine della Chiesa, da intendersi sotto molteplici aspetti, che ha sollecitato la loro immaginazione.

Il concetto di “fine” può infatti intendersi in molti modi: una religione che ha anche un potere temporale è soggetta a concludere la propria missione in forme diverse. Ovviamente le cosiddette Profezie di Malachia sono spesso lo spunto di base e specialmente negli ultimi anni dato che ci si avviava alla conclusione dell’elenco dei papi contenuto in quello scritto pubblicato per la prima volta nel 1595 in appendice a Legnum Vitae di Arnold de Wyon che le attribuì al santo irlandese del XII secolo. Molti sostengono che l’attribuzione a Malachia sia un falso e che in realtà si tratti dia un testo realizzato intorno al 1590 da un famoso falsario, Alfonso Ceccarelli, una specie di Simonides umbro (il falsificatore greco dell’Ottocento cui si deve, secondo Luciano Canfora, il famigerato “Papiro di Artemidoro).

RatzingerSia come sia, quel che qui interessa è che in base a quella elencazione, che parte da Celestino II nel 1143, Benedetto XVI sarebbe stato il 111° e penultimo della serie con il motto De gloria olivae (l’olivo, la pianta di Minerva, che simboleggia la sapienza). Subito dopo c’è una citazione che alcuni interpreti riferiscono a questi, mentre la maggioranza la intende come riferita ad un 112° e conclusivo pontefice della serie: “Durante l’ultima persecuzione di Santa Romana Chiesa siederà (sul trono) Pietro Romano (o di Roma) che pascerà il gregge in mezzo a molte tribolazioni; terminate queste la città dei sette colli sarà distrutta, e il terribile Giudice giudicherà la gente”.

Ma non è finita: una tradizione popolare afferma che in realtà dopo De gloria olivae ci sia stato un altro enigmatico motto poi trascurato, emendato o cancellato: Caput Nigrum, e che questo sì identificherebbe l’ “ultimo papa”. Le due parole si possono intendere in modi diversi: una “testa negra” con riferimento al colore della pelle, quindi un papa di colore, africano o meno, oppure un “capo nero”. Ora Bergoglio, Francesco I succeduto nel modo traumatico che sappiano a Ratzinger, è nella millenaria storia della Chiesa romana il primo gesuita che sale al soglio di Pietro: il primo che assommi in sé anche la carica di “papa nero”, come viene chiamato il generale dei gesuiti, il solo ordine che risponda direttamente al Sommo Pontefice. In tal modo Francesco I, nonostante la scelta del nome di un santo mite e povero per definizione, riunisce in sé un potere che in precedenza altri non hanno mai avuto (ed è il motivo per cui mai prima un gesuita è diventato papa). Egli inoltre, non si saprà mai se per un caso o no, in modo inconsapevole o voluto, affacciatosi su Piazza San Pietro appena eletto si è presentato come “il papa che viene dalla fine del mondo”. Di certo ha preso in mano una vera e propria situazione di crisi in cui versa una struttura sia spirituale che mondana e sta operando, pur col sorriso sulle labbra e l’affabilità di un Sommo Parroco, con mano decisa e colta, da gesuita, da “papa nero”, appunto.

La tradizionale conclusione apocalittica delle Profezie di Malachia, in linea peraltro con molte altre profezie cristiane del genere precedenti e seguenti, non poteva non colpire certi scrittori che l’hanno intesa in maniere differenti. Una Chiesa e un Papato possono estinguersi e crollare non solo e non tanto materialmente, quanto spiritualmente, concludendo, fallendo o distorcendo la loro missione. E così, tenendo conto dei nostri scrittori, per primo si deve ricordare il grande rimosso della letteratura italiana, Guido Morselli l’antimoderno, che come suo primo romanzo dopo il “periodo realista” scrisse nel 1966-7 Roma senza papa, anche il primo pubblicato da Adelphi nel 1974 dopo il suo suicidio l’anno precedente. Morselli rifiutava l’oggi e quindi la religione del suo oggi, che già manifestava sintomi di decadenza negli anni Sessanta del Novecento (il Concilio Vaticano II si era concluso nel 1965 con tutte le sue “novità”), e quindi la fine della Chiesa di Roma e del Papato viene descritta nel suo romanzo come una decadenza abissale dei valori tradizionali del Cristianesimo. La sua è una critica della Chiesa “al passo dei tempi” con papi fidanzati, favorevole alla liberalizzazione di droga, contraccettivi, eutanasia, che utilizza più la psicanalisi freudiana che la teologia, dove il turismo di massa è una benedizione, sicché ogni cosa nello Stato del Vaticano viene finalizzata a fare denaro, l’amore per la natura e gli animali una presa in giro. La Chiesa è finita perché non è più la vera Chiesa.

E di una mercificazione totale, ad uso appunto dei turisti, parla anche, ma in una prospettiva più laica, Roberto Vacca, nel racconto L’ultimo papa (1965), dove il pontefice si esibisce nelle sue funzioni ad uso dei curiosi di tutto il mondo che pagano per vederlo all’insegna dello slogan “Peep-a-Pope-Show” (i peepshow sono spettacoli erotici…). E se ci si consente una autocitazione, mi permetterò di ricordare che in un racconto che scrissi insieme a Piero Prosperi quando eravamo ventenni (Petrus Romanus, 1965) si immaginava una fine “politica” del Papato sotto un regime comunista instauratosi in Italia.

PapaFrancescoMa il tempo passa e i pericoli per la Chiesa cattolica cambiano: ad esempio, il relativismo dei valori, la crisi delle vocazioni, l’aggressività e la saldezza dogmatica dell’Islam hanno indotto due autori a descriverne una fine interiore traumatica, una vera e propria resa senza condizioni: e così cinquant’anni dopo Prosperi, nel suo romanzo La moschea di San Marco (Bietti, 2007) prevede che nel 2015, Benedetto XVII successore di Ratzinger, dopo aver creato una commissione di consulenti musulmani per allargare il “dialogo”, in un discorso Urbi et Orbi dichiari conclusa l’ “eresia cristiana” e chiede ad Allah di riammettere i cattolici nella Umma dei credenti. Il none del pontefice è Pietro Romani…

Di recente Antonio Bellomi ritorna sul tema e nel suo Finis mundi (nella antologia Apocalissi 2012, Bietti, 2012) prende lo spunto dalla cosiddetta profezia maya sulla fine del mondo il 21 dicembre dello scorso anno, per immaginarsi la morte di Bendetto XVI con il suo successore uscito dal Conclave proprio in quella fatidica data, il cardinale indonesiano Giovanni Ali Sudarto, che sceglie per sé il nome di Hussein I e che, senza portare alcun simbolo della croce, inizia la sua prima allocuzione alla folla dicendo: “In nome di Allah, misericordioso e compassionevole…”. Come dice uno dei personaggi del racconto: “Non è la fine del mondo. E la fine dell’era della Chiesa di Roma così come l’abbiano conosciuta…”.

Anche gli autori anglosassoni si sono avvicinati all’argomento con atteggiamento fantascientifico e futuribile, ma la storia più interessante non è certo il racconto Il dilemma di Benedetto XVI di J.H.Brennan (uscito nel 1977 con un titolo ben diverso e tradotto da Urania nel 1978), citato in occasione delle “dimissioni” di Ratzinger solo per la coincidenza del nome: vi si racconta delle visioni del pontefice per dichiarar guerra ad un dittatore e di uno psicanalista chiamato per capire se esse siano “vere” o “false,” e quindi decidere se farne seguito o no. Di certo l’opera più curiosa in merito è Il papa definitivo di un grande nome come Clifford D. Simak. Scritto nel 1981 e tradotto dalla Nord nel 1983, è una storia tipica dello scrittore americano che spesso ha affrontato il tema della “umanizzazione” dei robot. Vi si racconta di un pianeta, Vaticano 17, in cui si è rifugiata una stirpe di robot che, non potendo accedere sulla Terra alla religione cattolica in quanto privi d’ anima, sono lì emigrati ed hanno creato una civiltà ed una religione simil-cattoliche con identiche strutture e riti, e procedono alla costruzione del “papa definitivo”, cioè un immenso computer in cui immettere tutta la conoscenza dell’universo e in tal modo, appunto, creare una conoscenza e una religione universali. Idea che ricorda Brown e Asimov.

Due temi, religione e robot, tipici come si è detto di Simak che qui li ha usati per decretare la fine di un certo tipo di Chiesa, come è sinora. E a proposito di automi Robert Silverberg con Buone notizie dal Vaticano del 1971 (racconto su Urania nel 1973) immagina che da un futuribile Conclave esca un pontefice… robot il quale invece di rivolgersi alla gente in Piazza San Pietro accenda i propri razzi e sparisca in alto, nel cielo… Ma non occorre essere di metallo per fare e decidere cose inaspettate: infatti il papa Roberto I descritto da Norman Spinrad nel suo Deus X del 1993 tradotto dalla Nord lo stesso anno, emana una enciclica in cui sostiene la possibilità di trapiantare l’anima da un essere umano ad un altro proprio come fosse il cuore, il fegato o i polmoni…

Atro che l’enciclica sulla fede scritta da Ratzinger e che non vedrà mai la luce in questa forma! Infatti è apparsa firmata da due papi, un emerito ed un altro effettivo, particolare mai verificatosi in precedenza… Cose dell’altro mondo!

Gianfranco de Turris

7 ottobre 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , , , , , , , , , , | 1 commento

   

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