Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Il planetario: un percorso tra archeologia e tecnologia

Planetario tipo

Il Planetario, oggi, si presenta come uno strumento di sintesi tra la sfera celeste e la rappresentazione dei principali moti dei corpi celesti che su di essa si spostano. In passato questi due aspetti erano studiati separatamente: per la sfera celeste venivano utilizzati mappe e globi, per il moto dei corpi si utilizzavano le sfere armillari. Nel III secolo a. C., ad Alessandria d’Egitto, Eratostene costruì la prima sfera armillare, costituita da anelli metallici (armillae), ciascuno dei quali rappresentava uno dei cerchi di riferimento per l’orientamento celeste: equatore, orizzonte, eclittica, meridiani e paralleli. Tale strumento, nato come espressione del sistema geocentrico, seguì l’evoluzione delle conoscenze dell’uomo e venne adeguata al sistema eliocentrico, sostenuto da Copernico. Nei musei se ne trovano di varia dimensione e foggia, espressione del valore estetico relativo al periodo di costruzione.
Comunque, l’esigenza di rappresentare un cielo trapunto di stelle (su pareti, mappe, quadri o meglio ancora su di un soffitto, così da simulare proprio la volta celeste) risale alla notte dei tempi…
In epoca sumerica, III millennio a.C., venivano costruiti planisferi in terra cotta su cui erano riportati segmenti con l’iscrizione del nome di un mese dell’anno, associato ad una costellazione e ad un numero. Sul retro, poi, era descritta in cuneiforme la posizione di determinate stelle.

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Sempre risalenti al III millennio a.C. sono le incisioni rupestri rinvenute in Armenia, sul monte Gegama non lontano dal lago Sevan; su di esse sono raffigurate le stelle del Leone, dello Scorpione e del Sagittario, così come erano visibili ad occhio nudo. Le stelle sono rappresentate da un cerchio con un punto al centro e di diametro diverso in base alla loro luminosità. Alcuni studiosi sostengono che gli abitanti degli altopiani armeni praticavano la divisione della sfera celeste in costellazioni già molto tempo prima dei Greci e degli Egizi.
Ed ancora, datato 1.600 a.C. è un manufatto, noto come Disco di Nebra, rinvenuto in Germania una ventina  di anni fa, nel quale è rappresentato il cielo notturno.
Tra le mappe una delle più antiche, se non la più antica, è la mappa celeste cinese, risalente al VII secolo d.C., rinvenuta nella grotta di Dunhuang, in Cina, intorno agli anni cinquanta ed ora conservata presso il British Museum di Londra. Lunga circa 2 metri, mostra 1339 stelle rappresentate con tre colori diversi e organizzate in costellazioni, tra le quali sono  riconoscibili forme quali il Grande Carro e Orione.

Sicuramente le rappresentazioni più suggestive del cielo stellato sono quelle che raffigurano la volta celeste su di un soffitto. Diverse erano le motivazioni alla base della loro realizzazione, dalla pura esigenza estetica alla rappresentazione del cielo di un determinato giorno per suggellare un evento particolare.
Una delle testimonianze più antiche di rappresentazione del cielo notturno su di un soffitto è nella tomba di Senenmut, l’architetto di corte e amante della regina-faraone Hatshepsut, figlia legittima del faraone Tuthmosi I nella XVIII dinastia. Per la gloria ultraterrena della regina fu costruito il grande complesso templare di Deir el Bahari, vicino al quale si trova la toma dell’architetto; nella camera A di questa è dipinta una delle più complete rappresentazioni del cielo degli Egizi. Dalla posizione degli astri, gli scienziati sono potuti risalire al periodo della realizzazione individuato intorno al 1463 a.C.. Un altro bellissimo soffitto astronomico si trova nella tomba ipogea della bella regina Nefertari (1295-1255 a.C.), moglie del faraone egizio Ramses II, nella Valle delle Regine. Tutto il soffitto ha come sfondo un cielo stellato di un intenso blu scuro, su cui risaltano i dipinti che illustrano il viaggio verso la notte e il sonno eterni di Nefertari. Presso gli Egizi la notte era simboleggiata dalla dea del cielo Nut, rappresentata come una donna piegata ad arco sopra la terra, nell’atto di inghiottire il Sole al tramonto per partorirlo di nuovo all’alba.

2_rappresentazione dea Nut(fig.2)

Le stelle, disseminate su questo soffitto, come su tutte quelle di tombe e templi egizi, sono sempre a cinque punte: un tipo di stella (detta anche pentagramma o stella pitagorica) a figura geometrica, costruita sulla base della sezione aurea. Un altro esempio importante del periodo egizio, ma più tardo, IV-III sec. a.C., si trovava nel Tempio di Hathor a Dendera, ora in esposizione al Louvre di Parigi. Si tratta di un bassorilievo, in pietra arenaria, di forma quadrangolare che racchiude un disco centrale di 155cm. di diametro, costruito presumibilmente tra il 54 e il 21 a.C.. Esso, riconosciuto al momento come la più importante rappresentazione delle costellazioni egizie e la mappa più completa di tutto il cielo antico, si presenta come una sintesi tra le 12 costellazioni zodiacali di origine assiro-babilonese e greca, posizionate al centro, e quelle egizie che le circondano.

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Ampie volte trapunte da mosaici di stelle, generalmente prive di riferimenti astronomici, caratterizzano edifici e chiese di epoca bizantina, come il Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna (V secolo d.C.), la cui cupola è ricoperta da ben 570 stelle dorate disposte in cerchi che sembrano creare quasi un effetto di proiezione verso lo spazio infinito. E più tardi le volte affrescate del periodo medioevale, quali la Cappella degli Scrovegni a Padova, la Basilica superiore di San Francesco ad Assisi, la cattedrale di Siena, il Duomo di San Gimignano e molte altre. Un esempio diverso di volta stellata è presente identico in due monumenti fiorentini: la Sagrestia Vecchia nella chiesa di San Lorenzo e la Cappella dei Pazzi in quella di Santa Croce. Gli affreschi riportano la stessa configurazione astronomica del cielo che, dopo accurati studi, è stata identificata in quella visibile su Firenze il 4 luglio 1442, giorno in cui Renato d’Angiò arrivò nella città per chiedere un appoggio militare, per riconquistare il trono del Regno di Napoli sottrattogli da Alfonso d’Aragona.

4_Sagrestia vecchia_San Lorenzo_Firenze(fig.4)

Ed ancora, nella prima metà del Cinquecento, in periodo Rinascimentale, il cielo stellato sulla volta dell’Oratorio romanico di Santa Maria in Solario a Brescia. Particolare, invece, è la volta del salone del Collegio del Cambio a Perugia, divisa in sei spicchi triangolari ed una la vela centrale a forma di losanga, che il Perugino affrescò nel 1500. In ciascuno spicchio si trova la personificazione di un dio/pianeta abbinato a segni zodiacali e raffigurato su un carro trionfale trainato da animali. Sono presenti anche il Sole, rappresentato da Apollo, e Diana che simboleggia la Luna.

5_collegio del Cambio_Giove(fig.5)

A tutte queste espressioni di cielo stellato, però, manca un aspetto importante l’effetto tridimensionale, che si ha all’interno della cupola di un planetario. Testimonianza dei primi tentativi di costruzione di globi celesti tridimensionali si ha già nel VI e nel III secolo a.C. ma nessun reperto è giunto fino a noi. Si hanno solo documentazioni indirette, come testi, illustrazioni o addirittura mosaici, quale quello conservato nel Museo Nacional de Arte Romano a Merida, in cui è raffigurato un globo affiancato dal poeta astronomo greco Arato (III secolo a.C.), autore del poema Phoenomena e costruttore di un globo, basato sulle concezioni astronomiche di Eudosso del IV secolo a.C., anche questo andato perduto. Un particolare globo in marmo bianco, inciso da numerosi cerchi e fori, fu rinvenuto nel 1985 nella città di Matelica, mentre venivano eseguiti lavori di restauro del palazzo pretorio. Un accurato studio sia dal punto di vista astronomico che archeologico, ancora peraltro in atto, ha riconosciuto il reperto, databile tra il II e il I secolo a.C., come la sintesi tra due diversi strumenti: una sfera armillare ed un orologio solare sferico. Altro globo astronomico antico è quello in marmo di 65 cm di Ø, portato da Atlante sulle spalle, “Atlante Farnese”, scultura del II sec. d.C. forse riproduzione di un’opera antecedente, che troneggia all’ingresso del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Su di esso è scolpita la posizione occupata dalle costellazioni nel cielo, secondo il catalogo di Ipparco di Nicea del II sec. a.C..

6_atlante farnese(fig.6)

Bello il globo in legno, conservato presso il museo di Khiva (Uzbekistan) e costruito da Ulugh Bek, sovrano dell’Impero timuride ed importante astronomo e matematico del XV sec.. Su di esso sono raffigurate le principali costellazioni, secondo il catalogo delle Tavole Zig, sempre stilato dal sovrano nel 1437 e usato in Europa fino al XVII sec..

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Interessante anche quello costruito nel 1589 da Petrus Plancius (Pieter Platevoet) insieme a Jacob Floris van Langren, in cui sono raffigurate, anche se in posizione non precisa, le costellazioni dell’emisfero celeste sud.I globi, comunque, offrono una visione del cielo dall’esterno, e non quella immersiva che si ha nei planetari moderni. Per trovare una struttura concettualmente simile a questi, bisogna aspettare la metà del Seicento, almeno secondo le testimonianze storiche ed archeologiche finora raccolte. Questa si trova presso l’Antico Osservatorio Astronomico di Pechino, costruito nell’epoca delle dinastie Ming e Qing ed uno dei più antichi del mondo. La costruzione dell’osservatorio iniziò nel 1437, in sostituzione di un’antecedente torre astronomica di legno, e fu successivamente implementato prima ad opera dei musulmani e in seguito dei gesuiti; da ricordare tra questi ultimi l’importante figura di padre Matteo Ricci.

8_costellazioni sull'emisfero celeste(fig.8)

Nelle sale adiacenti al corpo principale dell’osservatorio si trova un museo dedicato all’astronomia cinese; sul tetto, invece, sono collocati gli strumenti in bronzo progettati nel 1674 dai gesuiti su commissione dell’imperatore Kangxi: un’armilla eclittica, un teodolite, un sestante e un quadrante a forma di drago. Questi, decorati in stile cinese, sostituirono le vecchie versioni mongole in uso da secoli. Altri strumenti di diversi materiali e dimensioni sono alloggiati nel piccolo parco che circonda l’osservatorio; in fondo al parco, dalla parte opposta al corpo centrale si trova una costruzione in pietra con una forma leggermente a tronco di piramide, sormontata da un emisfero in metallo. Su di esso sono rappresentate le costellazioni, con incisioni per le linee che ne definiscono il disegno e fori più o meno grandi per la simulazione delle stelle. Una piccola porta dava accesso all’interno di una camera angusta, da cui era possibile vedere l’effetto del cielo stellato guardando sulla volta traforata.

La storia dei planetari moderni era iniziata!

SIMONETTA ERCOLI

 

 

Bibliografia

1. David P. Silverman, Antico Egitto, E. Mondadori;
2. Descrizione dell’Egitto, pubblicata per ordine di Napoleone Bonaparte, Bibliotheque de L’Imagine;
3. Raccolte, I testi delle piramidi;
4. Antoine Gautier, L’observatoire du prince Ulugh Beg, in L’Astronomie, Octobre 2008, volume 122.
5. http://planet.racine.ra.it/testi/egizi.htm;
6. http://www.starlightgroup.it/index.php/approfondimenti/sotto-il-cielo-di-dendera-di-simonetta-ercoli.html
7. http://www.acacialand.com/Orion.html.
8. http://www.antiqui.it/archeoastronomia/armenia.htm
9. http://planet.racine.ra.it/testi/mesopo.htm
10. http://www.lescienze.it/news/2003/01/26/news/la_piu_antica_mappa_stellare_-588610/
11. http://www.eanweb.com/2012/astronomia-in-cina-una-storia-plurimillenaria/
12. http://it.wikipedia.org/wiki/Planetario
13. http://www.didatticarte.it
14. https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/tag/senenmut
15. http://www.cartigli.it/Graffiti_ed_iscrizioni/Senmut/Tomba%20di%20Senmut.htm
16. http://www.antiqui.it/archeoastronomia/globo.htm

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28 luglio 2014 Posted by | Epistemologia, Scienze dello Spazio | , , | 2 commenti

Il fumetto europeo da Mortimer a Nathan Never

Quando ho iniziato  ad avventurarmi in questa analisi sulla fantascienza a fumetti, non mi ero reso conto di stare scoperchiando il vaso di Pandora. Attirato dai volumi della Mondadori, collana Fantastica, che riproponevano autori per lo più europei di ‘culto’, ben presto mi sono accorto che il fumetto è fantascienza, perlomeno  all’80 per cento. Addio quindi pretesa di esaustività, mi devo accontentare di tracciare le grandi linee di questo mondo, limitandomi a ciò che nell’accezione comune è sf .

mortimerHo ritenuto necessaria questa premessa perché, dopo aver esplorato il mondo supereroistico americano e quello dei manga nipponici, intendo tornare nel ‘Vecchio mondo’, in Europa, i cui autori hanno dato tantissimo al genere, ma in modo molto diverso, “dirompente” è l’aggettivo che mi viene in mente per primo.  Lo stile, espresso principalmente dagli autori francesi e italiani, è molto colto e giustifica anche le perplessità di chi è abituato alla classica sf.  Si pensi alle bandes dessinées francesi e belga. Le avventure del capitano dell’MI5 inglese Francis Blake, con il professor Angus Mortimer, furono inventate dal belga Edgar P. Jacobs e sebbene le loro atmosfere ricordino maggiormente l’horror di Lovecraft, devono essere menzionate, anche per introdurre il maggiore Dan Cooper, dall’aviazione canadese, creatura di un altro autore belga, Albert Weinberg, certamente più votato alla sf. I tratti comuni di queste due opere belga sono l’estrema cura del disegno, molto realistico nel tratto, che ne riflette in qualche modo i contenuti: avventure fantastiche certamente, ma ben calate nella realtà. Altrettanto rifinito e curato, diciamo “razionale”, è il tratto del britannico Sydney Jordan, come pure le splendide storie del suo ben noto personaggio  Jeff Hawke, pilota della RAF e astronauta.

nathanneverDi diverso avviso è la scuola francese, con Moebius in testa, Jean Giraud all’anagrafe ufficiale, e il suo Garage Ermetico di Jerry Cornelius. Giraud, insieme al gruppo degli Humanoides Associes, creò la rivista trimestrale Metal Hurlant –poi ripresa negli Stati Uniti con il nome di Heavy Metal.
Moebius è stato  autore realmente rivoluzionario, insieme ai suoi compagni di avventura che rispondono a nomi come Philippe Druillet, Jean-Pierre Dionnet e Bernard Farkas. Giraud è anche l’autore di Arzach, altro fumetto ‘storico’. Le atmosfere dei lavori francesi rasentano spesso il visionario e l’onirico e hanno lasciato un’eredità che ho ritrovato in molti autori italiani, anche se di una generazione successiva, come il Manara ‘felliniano’ o il Corto Maltese di Hugo Pratt.

Ma qui stiamo sconfinando oltre quei limiti che ho cercato di impormi. Gli autori italiani contemporanei a Moebius hanno nomi che sono come fucilate di nostalgia nella pancia di chi ha vissuto in pieno il’68 (o meglio il suo secondo atto, il 1977): Tanino Liberatore, Stefano Tamburini sono autori che si spingono oltre la fantascienza dai tratti delicati dei francesi. RankXerox è un esempio su tutti: protagonista è una specie di cyborg-punk ultravitaminico creato da Stefano Tamburini, il cui originario nome verrà modificato in Ranxerox per motivi di copyright.

51pTsdb0oqL._“Gli autori americani devono molto alla cultura fumettistica europea ma anche alla scuola sudamericana, con l’Eternauta in testa,  che è addirittura del 1957”. A parlare è Davide Decina, curatore di Cartgallery, galleria d’arte romana dedicata alle tavole originali di fumetti e illustrazioni. “In Italia c’è sempre stata una forte tradizione legata all’illustrazione. Testimoni ne sono le copertine di Urania, soprattutto le opere di Carlo Jacono o di Karel Thole. “Di fumetto di fantascienza  in senso stretto è più difficile parlare” continua Decina, “bisogna arrivare ad anni più recenti per parlare di una scuola italiana di fantascienza a fumetti”. In quest’ambito nasce Druuna, di Paolo Eleuteri Serpieri, “fumetto erotico ma sicuramente di fantascienza” dice ancora Decina, precisando “però siamo già negli anni Ottanta”.

Oggi i nostri autori lavorano per le case editrici estere, americane e francesi per lo più. “In Italia la produzione di fumetti, che siano di fantascienza o no, è ostacolata da un grosso problema, i costi di distribuzione”. Rimangono i grandi editori, come Bonelli. Il suo Nathan Never, tra numeri della collana e fuori, più gli spin off, si pone all’avanguardia sul mercato e ha soprattutto il merito di avere diffuso, come già fece Urania per la letteratura, la cultura della sf in Italia.

GIANVITTORIO FEDELE

24 luglio 2014 Posted by | Fantascienza | , , , | 1 commento

Il tempo rivoluzionario

Fin dall’antichità l’uomo ha sempre cercato di tenere il conto del tempo per  organizzare meglio le giornate e le attività dell’intero anno. Così nacquero i primi calendari, con i quali si dava una collocazione temporale a tutte le attività annuali della comunità.
Organizzare il tempo non significava stabilire solamente l’esatta durata dell’anno, ma organizzare il lavoro, la vita sociale, politica e religiosa della comunità. In altre parole: il modo in cui organizziamo il tempo si riflette sul modo di vivere, con inevitabili ricadute sul modo di pensare. Se partiamo da queste premesse comprendiamo le ragioni storiche che hanno spinto allo sviluppo di calendari appositamente modellati su credenze religiose, eventi naturali e ricorrenze storiche.  Questo è tanto vero che nella storia si sono creati dei calendari il cui preciso scopo era di rompere la tradizione, comunicando i nuovi ideali rivoluzionari.

Nell’articolo mostreremo alcuni dei calendari con cui si è tentato di riscrivere la tradizione alla luce di nuovi ideali, attraverso un percorso che parte con il calendario repubblicano francese, passando per il calendario rivoluzionario sovietico, fino alla curiosa vicenda del calendario mondiale, che tentò di attuare una piccola rivoluzione “organizzativa” in seno al calendario gregoriano.

Il calendario rivoluzionario francese o calendario repubblicano francese
Con la rivoluzione francese si cercò di creare un nuovo ordine, animato dalla volontà di superare i vecchi schemi a favore di una società più equa e razionale. La riforma del sistema metrico decimale si inseriva sulla scia di una maggiore razionalizzazione della vita sociale, ed era così motivata da spingere i riformatori a mettere mano anche alla misura il tempo.
La riforma del “tempo” voleva creare un calendario più “razionale” e funzionale rispetto a quello gregoriano. Un’apposita commissione di astronomi e matematici, tra cui Monge e Lagrange, denominata “Comitato di Istituzione Pubblica in seno alla Convenzione Nazionale”, adottò il calendario copto modificandone alcuni aspetti.
Al nuovo calendario venne dato il nome di “calendario rivoluzionario francese”, o “calendario repubblicano francese”. Era suddiviso in 12 mesi di 30 giorni ciascuno, per una durata complessiva dell’anno di 360 giorni. I restanti cinque giorni (o sei giorni se l’anno era bisestile) erano conteggiati fuori dai mesi come giorni complementari, tutti di festa e dedicati ai sanculotti (i protagonisti della rivoluzione francese) (1).

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Ai mesi vennero assegnati nuovi nomi che riflettevano le condizioni metereologiche e agricole della Francia nella stagione di appartenenza (messi a punto dal poeta Fabre d’ Eglantine), in quanto l’anno venne suddiviso in quattro stagioni della durata di tre mesi.
Nella riforma si abolirono le settimane e si adottarono le decadi, in questo modo ogni mese fu suddiviso in tre decadi precise, ed ogni giorno della decade rinominato con una parola composta che indicava il numero del giorno seguito dall’aggettivo dì (primodì, duodì, tredì, ecc..). Siccome un mese conteneva precisamente tre decadi, questo iniziava con il primo giorno della decade e finiva con l’ultimo (ovviamente dal computo erano esclusi i giorni complementari).

 

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Infine l’inizio dell’anno venne spostato dal 1 gennaio al 22/23 settembre, giorno dell’equinozio d’autunno calcolato dall’Osservatorio di Parigi. Per gli anni bisestili non esisteva una regola precisa, e lo slittamento di un giorno era individuato con osservazioni astronomiche. Il computo degli anni (o era del calendario) iniziava dall’anno di fondazione della Prima Repubblica francese: il 22 settembre 1792 era l’anno 1 del calendario Repubblicano francese (2).
Il calendario non mutava mai nel corso degli anni, per cui i giorni e i mesi restavano sempre gli stessi. Le nuove denominazioni dei mesi e dei giorni mettevano in risalto la dimensione del lavoro e della natura, centrali per la mentalità illuminista. Tutto ciò viene descritto dallo storico J.P. Bertand:
“I giorni della settimana portano il nome che corrisponde al loro posto nella decade : primidi’, duodi’, tridi’… decadi’. Ai nomi dei santi si sostituiscono quelli delle messi, degli alberi, delle radici, dei fiori o dei frutti del momento. A ogni quindicesimo giorno (il quinto di una decade) corrisponde un nome di animale domestico e ad ogni decade quello di uno strumento agricolo. Per esempio il 22 settembre, primo di vendemmiaio, e’ uva, poi vengono zafferano, castagna, colchico, cavallo, balsamina, carota, amaranto, pastinaca e infine tino per la decade. I repubblicani vengono invitati a dare ai loro figli nomi che figurano nel nuovo calendario o nel linguaggio politico. A Etrechy, per esempio, 36 bambini su 43 battezzati nell’anno II si chiamano Rose, Marguerite, Jasmin, Oranger, Froment, Café, Narcisse, Basilic, Lilas, Fraise, Houblon o Belle-de-Nuit. Nei registri dello stato civile li affiancano coloro che i genitori hanno chiamato Union, Vertu, La Montagne, o più prosaicamente Armoire o Lettre. (3)
Secondo altri vi erano motivazioni anticlericali nella riforma del calendario: la nuova organizzazione dell’anno stravolgeva quella del calendario gregoriano, storicamente influenzato dalla tradizione cristiana.
La riforma del tempo non coinvolse solo il calendario, ma cercò di creare una nuova misura delle ore, abbandonando l’orologio a cui siamo abituati in favore di quello decimale: così il giorno era composto da 10 ore, suddivise in 100 minuti, a sua volta composti da 100 secondi. Quindi 1 ora del nostro orologio corrisponde a circa 2,24 ore decimale (demì). I principali vantaggi dovevano derivare dalla semplificazione dei conti: se una giornata si componeva di 10 ore, allora 20 ore corrispondevano a due giorni. Inoltre si tentò persino di convertire le misure angolari in base decimale, ottenendo una piena corrispondenza con le misure temporali (una delle ricadute pratiche poteva essere la semplificazione del calcolo delle rotte marittime).
Il calendario repubblicano francese fu reso obbligatorio con un atto del Direttorio, datato 24 ottobre 1793, ma venne abrogato il 31 dicembre 1805 da Napoleone Bonaparte, preferendo il calendario Gregoriano. Nella storia della Francia tornerà ad essere utilizzato solo durante la breve parentesi della Comune di Parigi del 1871 (4).
Diverso fu il destino delle ore decimali, che dopo essere entrate in vigore nel 1793 furono soppresse indefinitamente dopo appena due anni, nel 1795, a causa delle difficoltà di adattarsi al nuovo sistema di misura.

Il calendario rivoluzionario sovietico
La storia del calendario rivoluzionario sovietico è abbastanza particolare, e la si può comprendere solo alla luce degli enormi sforzi compiuti dall’Unione Sovietica nel suo sviluppo industriale.
Il calendario rivoluzionario sovietico voleva instaurare un nuovo rapporto con il tempo, ottimizzando e incrementando la produzione industriale.
La prima riforma del calendario fu varata da Lenin nel 1918, quando ancora si utilizzava il calendario giuliano. Con Lenin si passa al calendario gregoriano, eliminando alcuni giorni di scarto che correvano con quello giuliano: passando direttamente dal 31 gennaio al 14 febbraio. Tuttavia nei territori ancora controllati dall’Armata Bianca si continuava l’uso del calendario giuliano.
Alla fine degli anni ’20 l’Armata Bianca venne sconfitta e la guerra civile si concluse con la vittoria dei bolscevichi. Di conseguenza il calendario gregoriano si affermò in tutto il territorio sovietico. Da allora in poi l’industrializzazione del paese divenne la priorità e con essa si incoraggiarono tutte le proposte che potessero migliorare il sistema produttivo.
Nel maggio del 1929, durante il “I congresso dei lavoratori, soldati e contadini”, l’economista Yuri Larin propose un calendario che applicava un sistema di produzione continua: cioè senza giorno di riposo comune per tutti i lavoratori, al fine di incrementare la produzione industriale. Durante il congresso l’idea passò inosservata, ma le cose cambiarono nel giugno dello stesso anno quando riscosse il parere positivo di Stalin.
Con l’approvazione di Stalin il sistema della produzione continua fu promossa da una campagna di stampa, e il Consiglio Economico Supremo compilò una positiva valutazione di fattibilità. Per convincere i vertici dell’Unione Sovietica, Yuri Larin sosteneva che già il 15% dell’industria lavorava conformemente alla sua proposta. A fine agosto il consiglio di governo manifestava necessità di approvare il nuovo sistema produttivo durante l’anno economico 1929-1930.
L’1 ottobre del nuovo anno economico si mise in pratica la transizione verso la settimana di produzione continua e con essa la riforma radicale del calendario civile.
La riforma del calendario prevedeva la riduzione della settima a 5 giorni, ma con delle eccezioni: 6 giorni per i settori dell’edilizia e costruzione; e 6 o 7 giorni per le fabbriche che dovevano fermare la produzione una volta al mese. Ogni giorno della nuova “settimana” era identificato da un numero progressivo compreso tra uno e cinque e un colore: utili per stabilire i turni di riposo ai quali erano associati gruppi di lavoratori.

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Con questa riforma esistevano 72 “settimane” da 5 giorni in un anno (52 settimane nel calendario gregoriano). Inoltre esistevano 5 giorni intercalare (non conteggiati nei mesi) tutti di festa, questi nel 1929 corrispondevano a: 22 gennaio, anniversario della domenica di sangue o giornata di Lenin; 1 e 2 maggio, giornata internazionale dei lavoratori; 7 e 8 novembre, commemorazione della rivoluzione d’ottobre.
Con l’introduzione della “settimana” di cinque giorni anche i mesi subivano cambiamenti, perché tutti dovevano durare 30 giorni suddivisi in sei “settimane”: il mese si apriva con il primo giorno della “settimana” e si concludeva con l’ultimo, in analogia col calendario repubblicano francese.
Durante l’applicazione della riforma ci furono diverse anomalie, testimoniate dalla massiccia presenza di calendari gregoriani dopo il 1930 (anche se in alcuni febbraio era da 30 giorni), e altri con settimane da sette giorni.
La riforma del tempo stravolse i ritmi della comunità e i riti religiosi non potevano più essere seguiti con regolarità. La vita sociale dei lavoratori peggiorò per via dei turni di lavoro continuati, che rendevano difficoltoso incontrarsi nel dopo lavoro. In compenso i giorni di riposo di un lavoratore sovietico erano maggiori rispetto alla maggior parte degli operai del blocco occidentale. Quest’ultimi godevano di un giorno di riposo ogni sette, e solo i lavoratori della Ford adottavano la settimana corta di cinque giorni con due di riposo (definitiva solo a partire dal 1940) (5).
Dal punto di vista produttivo non si registrarono sostanziali miglioramenti, inoltre le macchine industriali si deterioravano più velocemente, perché non progettate per lavorare senza sosta. La difficoltà di manutenzione delle macchine era dovuta all’impossibilità di fermarle senza spezzare i turni di lavoro.
Nonostante le varie problematiche la riforma continuò ad essere applicata. All’inizio del 1930 il 43% delle industrie applicava la produzione continua e questa sarebbe dovuta salire al 67% per il mese di ottobre. Tuttavia nel maggio del 1930 molte aziende abbandonarono la riforma, anche se Yuri Larin affermò che l’implementazione aveva raggiunto il 79%, ma non esistono cifre ufficiali che confermino tale dato. Sembra che la riforma fu applicata a tutto il sistema burocratico e del commercio.
Nel 1931 La grande impopolarità della riforma spinse Stalin a bloccarne l’applicazione, apportando modifiche al calendario: si abbandona la “settimana” di 5 giorni e se ne adotta una di 6, così che tutti i mesi fossero di 30 giorni suddivisi in 5 “settimane” (il primo giorno del mese era sempre il primo della “settimana” e l’ultimo del mese corrispondeva all’ultimo della “settimana”). Con quest’ultima riforma si reintrodusse il giorno di festa comune per tutti i lavoratori, ad eccezione dei mesi con il 31º giorno: da considerarsi giornata di lavoro fino al completamento dei sei giorni lavorativi, al contrario erano sempre di riposo per i funzionari statali e commercianti (6).

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Nel novembre del 1931 la produzione continua è ristretta alle sole istituzioni che non potevano fermare il lavoro: fonderie, ospedali, istituzioni sociali e culturali.
Il 1 dicembre 1931 viene soppressa la produzione continua, ma per l’abolizione del calendario rivoluzionario sovietico si dovrà aspettare il 27 giugno 1940, quando Stalin lo abrogherà in favore del calendario gregoriano.

– Il calendario mondiale
Per ultimo abbiamo un curioso tentativo di riforma del calendario gregoriano, proposto negli Stati Uniti d’America. Quest’ultimo tentativo di riforma era l’unico che non scaturiva da una rivoluzione politica.
A dire il vero, la prima descrizione di questa proposta di riforma risale al 1834, in un libro pubblicato a Roma dall’abate Marco Mastrofini (7). L’abate italiano voleva riformare il calendario dandogli una struttura che lo rendesse immutabile nel corso degli anni, come un calendario perpetuo (8). Nella sua proposta l’1 gennaio doveva cadere sempre di domenica, e l’anno civile veniva suddiviso in quattro trimestri da 91 giorni ciascuno. Ogni trimestre era composto da 13 settimane: il primo giorno di ogni trimestre iniziava con la domenica e si concludeva di sabato; inoltre il primo mese del trimestre aveva 31 giorni e tutti gli altri 30. Nel computo totale dell’anno vi erano due giorni festivi conteggiati fuori dai mesi e individuati dalla lettera “W”: uno alla fine di dicembre, e l’altro tra giugno e luglio (se l’anno è bisestile).

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L’ipotesi di Marco Mastrofini passò inosservata fino al 1930, quando la statunitense Elisabeth Achelis fondò la “The World Calendar Association”(T.W.C.A.) con lo scopo di promuovere la riforma. Dal 1931 Elisabeth Achelis propaganda il calendario mondiale su giornali e libri, continuando durante i successivi 25 anni. Tra gli argomenti a favore di questo calendario vi sarebbero: una migliore facilità nel dividere l’anno in trimestri, in quanto tutti della stessa durata; una più facile memorizzazione dell’anno; e siccome i giorni nel calendario non cambiano nel tempo, non sarebbe stato più necessario stampare nuovi calendari ogni anno, con un conseguente risparmio di soldi e carta (9).
Inizialmente il calendario mondiale  incassò il sostegno dalle Nazioni Unite, e successivamente anche quello del Governo degli Stati Uniti d’America. Le cose cambiarono nel 1955, quando il Congresso degli Stati Uniti d’America ritirò l’appoggio alla riforma. L’anno seguente la “The World Calendar Association” venne sciolta.
C’è da tener presente che nel calendario mondiale si continuava ad avere le settimane spezzate come nel calendario classico. Inoltre crea problemi con i calendari liturgici, soprattutto per la presenza dei giorni intercalare che falsano la durata dell’anno e delle settimane. Infine, per i più superstiziosi, si avrebbero ben 4 venerdì 13 per ogni anno (10).
Siamo giunti al termine della nostra disamina sulle mancate riforme del calendario gregoriano, e come abbiamo visto il calendario, che tutti noi diamo così per scontato, è portatore di una storia ricca di significati molto più complessi e profondi di quanto si possa immaginare. Nonostante i vari tentativi tesi a sostituire il calendario gregoriano, esso rimane uno dei calendari più utilizzati al mondo.

LUCA di BITONTO

 

 

Bibliografia

http://www.theworldcalendar.org/

http://personal.ecu.edu/mccartyr/world-calendar.html

– Marco Mastrofini, Amplissimi frutti da raccogliersi ancora sul calendario gregoriano, Roma, 1834.

http://www.cabovolo.com/2010/11/y-la-revolucion-sovietica-llego-al.html

– J.P. Bertand, La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione, Milano, BUR, 1988.

http://www.robespierre.it/dizionario_dett.asp?ID=4

http://calendario.eugeniosongia.com/francese.htm

http://fisa.altervista.org/cal_francese.html

http://astro.bonavoglia.eu/cal_francese.phtml

– Davide Calonico e Riccardo Oldani, Il tempo è atomico: Breve storia della misura del tempo, Ulrico Hoepli Editore S.p.A, Milano, 2013.

Note
1: http://www.robespierre.it/dizionario_dett.asp?ID=4
2: http://calendario.eugeniosongia.com/francese.htm
3: J.P. Bertand, La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione, Milano, BUR, 1988.
4: Davide Calonico e Riccardo Oldani, Il tempo è atomico: Breve storia della misura del tempo, Ulrico Hoepli Editore S.p.A, Milano, 2013.
5: http://www.cabovolo.com/2010/11/y-la-revolucion-sovietica-llego-al.html
6: http://www.cabovolo.com/2010/11/y-la-revolucion-sovietica-llego-al.html
7: Marco Mastrofini, Amplissimi frutti da raccogliersi ancora sul calendario gregoriano, Roma, 1834.
8: Davide Calonico e Riccardo Oldani, Il tempo è atomico: Breve storia della misura del tempo, Ulrico Hoepli Editore S.p.A, Milano, 2013.
9: http://www.theworldcalendar.org/
10: http://personal.ecu.edu/mccartyr/world-calendar.html

14 luglio 2014 Posted by | Scienze dello Spazio | , , | 1 commento

I Sessant’anni di Godzilla

godzilla-2014 -AGodzilla compie sessant’anni e di certo è il “mostro” più famoso del cinema mondiale con ventisette seguiti e due rifacimenti americani dell’episodio di esordio: il primo (1998) pessimo, un vero fiasco, nonostante la regia fosse affidata al famoso Roland Emmerich, quello di Stargate  e Indipendence Day, che realizzò un Godzilla che assomigliava ad Alien; il secondo è uscito a maggio diretto da Gareth Edwards, un esperto di effetti speciali.

Il titanico sauro del Mesozoico apparve nel 1954 nell’omonimo film di Ishiro Honda, il regista giapponese specializzato nella fantascienza e nel fantastico. Godzilla, però, non è come ci si potrebbe aspettare semplicemente una brutta bestiaccia che semina distruzione realizzata solo per spaventare i giovani e ingenui spettatori degli anni Cinquanta, ma ha un suo preciso valore simbolico non indicato solo adesso dai critici, ma ben presente negli intenti degli ideatori e del regista.
L’idea venne nel 1952-3 al vicedirettore della società cinematografica Toho che si chiamava Mori, il quale, come raccontò in una intervista Honda, pensò “di legare a un film la paura della bomba atomica … all’apparizione di un mostro preistorico”.

godzilla-2014 -C.Tomoyuki Tanaka, produttore della Toho che aveva ben presenti i film di mostri realizzati negli USA, la concretizzò Erano trascorsi appena sette-otto anni dall’annientamento di Hiroshima e Nagasaki e il ricordo e la paura erano ancora profondissimi tra gli abitanti del Sol levate. Nacque così Gojira che in giapponese si pronuncia Gogilà e che venne trasformato in Occidente in  un nome che nella pronuncia inglese suonasse quasi uguale. Nacque Godzilla con cui è universalmente noto.
Nella intervista citata Ishiro Honda spiega anche l’origine del termine originale: Gojira  è la fusione dell’inglese gorilla e del giapponese kujira, balena, ed era il soprannome di un tecnico cinematografico della Toho robusto e tozzo, passato scherzosamente al mostro del film in lavorazione e alla fine rimastogli.

Tutte queste notizie ce le raccontano Luigi Cozzi e Riccardo Rosatri in Godzilla 2014 (Profondo Rosso, p.150 euro 19), un libro pieno di illustrazioni, schede dei film, informazioni e aneddoti che percorre passo dopo passo, anzi film dopo film, la storia di questa immane bestia che terrorizza il mondo, ma soprattutto il Giappone. Essa infatti, oltre a simboleggiare la paura dell’atomica americana e delle conseguenze della radioattività, affonda nei ricordi ancestrali del popolo nippomico e nella sua mitologia: come ci spiega Riccardo Rosati, specialista di fantascienza ma anche yamatologo, il pericolo viene spesso da mare nei miti giappo0nesi (oltre che dalla realtà dei maremoti), e Godzilla, risvegliato dagli esperimenti atomici americani nel Pacifico, emerge dalle acque dell’oceano seminando la morte, un po’ come aveva fatto lo Cthulhu di Lovecraft negli anni Venti. Cozzi invece ricorda che dal punto di vista cinematografico Godzilla ha almeno due antenati-ispiratori: King Kong (1933) e Il risveglio del dinosauro (1953), appunto due “mostri”, catturati o risvegliati, che si scatenano su New York, come poi Godzulla farà con Tokyo.

godzilla-2014 -BIl film di Honda, scrive Rosati, è l’atto di nascita del kaijiu eiga, il cinema di mostri, dove il termine kaijiu  è letteralmente “strana bestia”. Un filone prolifico: dopo Godzilla arriveranno Rodan il mostro alato, Gamera la supertartaruga, Katango un immenso scimmione, Gappa il mostro-pappagallo, Ghidora il drago cosmico a tre teste, ma anche Mothra la falena gigante, simbolo dello spirito originario nipponico.
La saga di Godzilla, con i suoi alti e bassi e differenti registi (ad un certo punto il ciclopico sauro si trasformerà in difensore del Giappone ed in un simpatico mostro amico dei bambini) attraversa tutta la storia del dopoguerra del Paese del Sol levante, descrivendone indirettamente la varie fasi di crescita e di trasformazione econimico-sociale, evidenziati da Rosati:  1954-1975, 1984-1995. 1999-2004.

Dai modellini e dagli uomini ricoperti da un costume di gomma pesante 50 chili ai mostri digitali, dalle ricostruzioni della città da distruggere in studio a quelle ricostruite a computer, la saga di Godzilla va oltre il puro divertimento da ragazzini. Alle sue spalle, come spiegano gli autori del libro è possibile vedere qualcosa d’altro: il ricorso ai miti niupponici, il messaggio contro i pericoli dell’uso bellico dell’atomo, la descrizione di come si è evoluta/involuta la società giapponese abbandonando le sue tradizioni e sempre più occidentalizzandosi (americanizzandosi).

Non solo mostri di cartapesta o virtuali, dunque.

                                 GIANFRANCO DE TURRIS

9 luglio 2014 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , , | 1 commento

Start Interstellar!

interstellar1Il 6 novembre sbarcherà sugli schermi di tutto il mondo Interstellar, il nuovo film di Cristopher Nolan, visionario regista autore di Memento, Inception e dell’ultima trilogia del Cavaliere Oscuro. E’ un film che già sta facendo discutere di sé, perché il suo approccio può essere definito nelle due righe che accompagnano il trailer promozionale: “L’Umanità è nata sulla Terra, ma non è stato mai detto che vi debba morire”(Mankind was born on Earth, it was never meant to die here..)  L’obiezione immediata è: perché discutere del “solito” blockbuster fantascientifico americano? Perché Nolan ha dimostrato in più di un’occasione di essere un regista di grande valore che sa coniugare con  disinvoltura l’action movie con la riflessione. E Interstellar non fa eccezione, perché pone le basi per riaccendere il dibattito tra chi sostiene – ed è la maggioranza secondo la rivista The Space Review– che è inutile andarsi a cercare guai nello spazio, tanto l’essere umano può tranquillamente salvarsi sulla Terra, grazie alla propria abilità tecnologica, e chi invece afferma che ormai siamo avviati verso l’autodistruzione, con risorse sempre più scarse e un sistema climatico completamente stravolto.

Chiacchiere da bar della facoltà di astrofisica? Forse per qualcuno, ma se ragioniamo sul nostro futuro – o se non proprio sul nostro, su quello di chi ci seguirà – non possiamo non concordare sul fatto che si tratta di questioni riguardanti tutta l’Umanità. E non abbiamo usato questo termine a caso. Quando si parla di spazio la dimensione individuale tende a scomparire per fare posto a qualcosa di più vasto, la Specie Umana. Senza voler sconfinare in territori di pertinenza dei predicatori dell’ultimo millennio, è innegabile che l’infinità dell’universo ci pone in una condizione di inquietante impotenza, che le religioni manipolano con sconcertante  disinvoltura. Una divagazione per intendere che stiamo parlando di argomenti troppo importanti per lasciarli nelle mani esclusive di chi detiene il potere, sia esso politico, economico o religioso, perché sono argomenti che appartengono a tutti noi.

interstellar2Con questo approccio, Interstellar si ricollega idealmente a quel capolavoro sconosciuto ai più, girato da Robert Zemeckis nel 1997. Si tratta di  Contact, realizzato con la collaborazione scientifica di Kip Thorne, uno dei massimi esperti mondiali di buchi neri e wormhole, (più noti al grande pubblico come stargate), e interpretato proprio da quel Matthew McConaughey oggi protagonista di Interstellar. Nella pellicola di Zemeckis era comprimario di una splendida Jodie Foster che impersonava Jill Tarter, all’epoca dinamica presidentessa dell’Istituto SETI (Search for the Extra-Terrestrial Intelligence), ora passata armi e bagagli nel board del 100YSS (One Hundred Year Star Ship), la formazione guida del “movimento interstellare” americano.

100yss-logoIl movimento ebbe origine nel 2011 a Orlando in Florida, nel corso di una convention dove sedevano uno accanto all’altro ingegneri della NASA, studenti e professori universitari e molti osservatori militari, in un’atmosfera coloratissima che fece gridare alcuni alla “Woodstock dell’interstellare”. In quell’occasione, l’ex astronauta nera Mae Jamison vide assegnare al suo 100YSS l’incarico di guidare il movimento e un primo finanziamento di 500 mila dollari elargito dalla prestigiosa DARPA (l’agenzia del Pentagono per l’alta tecnologia). Mentre il 100YSS raccoglieva i primi consensi (Bill Clinton, Michelle Obama) e riconoscimenti internazionali (una loro delegazione è stata accolta con tutti gli onori dal Parlamento Europeo per riferire sui progressi in tema di interstellare), un’altra componente del movimento si raccoglieva intorno alla sigla di Icarus Interstellar, una delle più prestigiose ONG del settore spaziale, e al nome di Kip Thorne, per dar vita ad una conferenza chiamata “Starship Congress”. Chi ha potuto leggere gli atti dell’edizione 2013, assicura che la somiglianza esistente con i presupposti teorici e storici di Interstellar è  impressionante.

Contact1E come quasi venti anni fa Contact mostrava il drammatico confronto tra la cultura religiosa, irrazionale e antropocentrica e quella laica, razionale ed evoluzionista, così nel 2014  Interstellar prefigura una nuova cultura basata su nuove misure, appunto, interstellari. Non si parla più dell’Umanità come di un’accozzaglia di uomini e donne abbarbicati fino all’estinzione al loro pianeta natale, la Terra.  Si parla di una Specie Umana,  che imparerà a vivere su pianeti con caratteristiche diversissime e muoversi fra di essi  sfruttando le leggi di una nuova Fisica.

Ma, come appare evidente dagli stessi film prodotti, molti negli Stati Uniti tendono a dimenticare, come se al di là della Statua della Libertà ci fosse il vuoto. E infatti è proprio a un altro blockbuster a stelle e strisce, Gravity, che si aggrappano i teorici del “non c’è nessuna opportunità nello spazio per gli esseri umani”, cioè che è inutile tentare l’avventura interstellare, è solo uno spreco di risorse e di denaro. Vale la pena, a questo proposito, ricordare che proprio i precursori della Nuova Frontiera sembrano oggi volersi rinchiudere sempre di più nel loro santuario: secondo quanto afferma ancora The Space Review, persino la NASA non gode più del sostegno della maggioranza degli americani, che la ritengono ‘inutile’.

Kip Thorne(nella foto:  Kip Thorne)

E allora, che senso possiamo dare a un film come Interstellar, basandoci esclusivamente sulle suggestioni dei trailer e i rumors finora circolati? Credo  che dovremmo innanzitutto  liberarci dal pensiero ossessivo sull’autodistruzione umana, che spesso fa da premessa a questi film, e farci qaulche domanda in più sulla nostra natura. Il replicante Roy Batty nel cult Blade Runner si interrogava su chi siamo, dove andiamo, mentre la maggior parte di noi ha dimenticato questi quesiti fondamentali, per rivolgere la propria attenzione esclusivamente all’ultimo modello di televisore o di tablet. Per carità nessuna crociata new age contro il consumismo, ma se ogni tanto riuscissimo a rivolgere il nostro sgaurdo verso le stelle, anche dove è difficile, come nelle grandi città, forse riusciremmo a captare umilmente la nostra finitezza di esseri umani e contestualmente, il desiderio di conoscenza che ci ha sempre fatto grandi, consentendoci di superare ostacoli impensabili.

Ci siamo chiusi al rischio, e abbiamo perso – in nome di una sicurezza tutta da dimostrare – la passione, l’amore e il gusto per la scoperta, per l’avventura, per l’esplorazione. In una parola, per tutto cio’ che Dante aveva suo tempo compreso, quando fa dire a Ulisse, rivolto ai suoi compagni, che ‘fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza’.

 

GIANVITTORIO FEDELE

ROBERTO FLAIBANI

 

1 luglio 2014 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Fantascienza, Scienze dello Spazio, SETI, Volo Interstellare | , , , , , , , | 2 commenti

   

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