Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Supereroi e superproblemi

A3 poster:Layout 1Dall’arrivo in Italia ormai sei anni fa di The Watchmen (I Guardiani, o i Vigilanti), il film di Zach Snyder, regista dell’innovativo 300, è ritornato in primo piano il motivo per cui questi personaggi dei fumetti, grazie anche alla completa digitalizzazione delle pellicole che consentono di far diventare realtà verosimile ogni cosa impossibile, siano così gettonati dalle case produttrici anche a discapito della fantascienza classica, quella scritta e non disegnata. E’ un po’ lo stesso problema postosi con la nuova grande popolarità del Vampiro che non è più quello di Stoker o di Murnau. Superman, Batman, Spiderman, i Fantastici 4, gli X Men, Ironman, i Watchmen, in una sequenza di episodi che non sembrano voler concludersi: perché?

Intanto, si può cominciare a dire una cosa politicamente scorretta: che tutte queste vecchie-nuove figure che s’impongono all’Immaginario Collettivo giovanile e non solo hanno fatto mettere da parte la famigerata frase di Bertold Brecht, per tanto tempo slogan dell’intellighenzia più ideologizzata e faziosa soprattutto in Occidente durante la Guerra Fredda, quel “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” (perché – sottinteso – l’eroe è un prototipo “fascista”) che si può ormai benissimo sostituire con “beati quei popoli che sentono il bisogno di supereroi”. Lo ha capito benissimo un giovane filosofo controcorrente, Simone Regazzoni, che ha pubblicato così Sfortunato il paese che non ha eroi (Ponte alle Grazie, 2012) che negli anni Dieci del XXI secolo ha il coraggio di scrivere un “elogio dell’eroismo”, come recita il sottotitolo, rivolgendosi ad un mondo che non sa più a cosa credere esattamente.

The-Dark-KnightLa risposta è semplicemente perché l’eroe, mortale o semidivino, è uno degli archetipi dell’umanità, uno dei miti-base di tutte le civiltà, quindi anche della nostra così cinica, incredula e disincantata. E’ un simbolo, una figura di riferimento, un fondatore di storia, realtà e società. Un eroe che, per assolvere queste “funzioni”, non era quasi mai confinato in un empireo inaccessibile, ma viceversa molto, molto vicino alla normale umanità con tutti i suoi pregi e difetti, pur possedendo una sua diversità ontologica di fondo, e questo sin dalle più lontane origini: si pensi al sumerico Gilgamesh con la sua superbia, al celtico Cuchulainn con la sua ira, ai greci Achille e Ettore, a semidei come Ercole, ma anche a eroi cavallereschi come Lancillotto: tutti hanno le loro cadute, tutti sono succubi di sentimenti positivi e negativi (invidia, gelosia, vendetta, tradimento, irriconoscenza), tutti commettono dei falli. Ma tutti alla fine superano se stessi, risorgono e portano a termine la loro missione in favore della società o dell’umanità che rappresentano, tutti restano punti di riferimento, da imitare.

L’eroe del tutto distaccato dai sentimenti e dagli umori della gente qualsiasi paradossalmente rinacque a livello popolare negli Stati Unti degli anni Trenta e Quaranta: tutto iniziò da un supereroe con superpoteri come Superman (giugno 1938) e da un supereroe senza superpoteri come Batman (maggio 1939).Siamo alla vigilia del più spaventoso conflitto militare della storia. Ma la stirpe che da essi vide la luce entrò in crisi negli anni Ottanta quando, mutati tempi e costumi, ebbero tutti bisogno di un restyling. Ecco allora apparire sui comic books nuove versioni di tutti i personaggi classici della DC Comics e della Marvel Comics: basti pensare a The Dark Knight di Frank Miller, oggi diventato film, che fece rinascere il mito di Batman. La scoperta del “lato oscuro della Forza” per dirla alla Guerre stellari. Ecco allora i “supereroi con superproblemi” come si disse a partire dal nevrotico Uomo Ragno.

XmenFacciamo un esempio per tutti, un fumetto/film uguale e diverso dagli altri con protagonisti i supereroi. I Watchmen sono di questo tipo, anzi hanno un paio di caratteristiche in più: sono nevrotici non per colpa loro ma perché emarginati da una società che prima li ha sfruttati e poi li ha messi al bando quasi come i criminali che essi combattevano per difenderla (il che è avvento purtroppo anche nella nostra realrà); la loro vicenda si svolge in un mondo alternativo al nostro in cui la storia americana ha avuto un corso diverso non essendoci stato lo scandalo Watergate e avendo vinto gli Stati Uniti la guerra in Vietnam. Duplice interesse quindi per un’unica risposta di fronte al loro successo presso un pubblico che non è più soltanto quello adolescenziale ma anche adulto, di quegli adulti che erano ragazzi negli anni Settanta e Ottanta del Novecento ed oggi vivono in una società di cui francamente vorrebbero fare a meno, di cui sono profondamente insoddisfatti.

ironmanLa presenza di supereroi che non sono iperuranici ma che hanno pregi e difetti, sentimenti e istinti come uno qualsiasi dei loro lettori o spettatori, e in cui quindi è possibile identificarsi senza troppe difficoltà, e la descrizione di un mondo simile al nostro ma non esattamente uguale, dimostra semplicemente che la voglia di evasione/cambiamento è sempre più diffusa e più forte, e si leggono romanzi o fumetti o si vanno a vedere film proprio perché storie alternative alla Realtà ci vengono proposte.

Anche se questo presente alternativo o questo futuro sono quasi quasi peggiori di quanto ci circonda? Sì, anche in questo caso perché una delle caratteristiche dell’ucronia, il non-tempo, è proprio quella dello spaesamento e della possibilità di instillare il dubbio che il Reale avrebbe potuto essere diverso sia in meglio sia, più spesso, in peggio. Purché una modifica del Fatto Compiuto avvenga si è quasi disposti ad accettare qualunque risultato.

Che poi, come in The Watchmen, i supereroi (e gli eroi) possano essere considerati una specie di nemici della società, visti con sospetto e ostilità dalle forze dell’ordine e dai politici, anche qui nulla di veramente nuovo sotto il sole. L’eroe è sempre ritenuto un Outsider, un Fuori-posto, nella società: esso infatti non rispetta quasi mai le regole cui la gente comune è obbligata: non lo erano forse non solo Robin Hood o Zorro, ma anche gli eroi della classicità con il loro rompere le regole? La nuova immagine degli odierni supereroi americani dei fumetti e dei film accentua queste caratteristiche e le vela di oscurità. Nel caso esaminato i Vigilanti, per difendersi, diventano violenti e amorali e credono più a se stessi che a Dio.

spidermanCome al solito, su questi prodotti della modernità, anzi della post-modernità, si riverbera una eredità ancestrale che spesso si stenta (o si ha paura, chissà perché) di riconoscere, mentre allo stesso tempo essi rispecchiamo l’ambiguità dei tempi attuali. Un’epoca la nostra in cui non esiste più, purtroppo, un chiaro spartiacque fra Bene e Male, ed anche il Bene può risultare inquinato, in cui anche i supereroi non sono immuni da pecche spirituali, morali, civili. Non per questo però non hanno spazio e successo gli eroi ed i supereroi senza macchia e senza paura, quelli per i quali è possibile usare l’accetta o il filo della spada per dividere il lato luminoso e il lato oscuro: si pensi alla continuità del successo degli eroi di Tolkien o al revival sotto forma di fumetti, DVD e libri dei personaggi giapponesi, da Mazinga a Jeeg Robot a Goldrake, rivisitazione ipertecnologica dei samurai difensori dei deboli e dell’imperatore. I tempi odierni sono tali, con la loro atmosfera di crisi incombente, che ognuno apprezza, ama e fa vivere o rivivere decretandone un successo mediatico ogni tipo di eroe. Purché al fondo, nonostante qualche magagna, resti tale come intenzioni e scopi.

GIANFRANCO de TURRIS

9 febbraio 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , | 2 commenti

Fantascienza e fascismo

Tra le innumerevoli, anzi infinite, colpe attribuite nei decenni al fascismo in tutti i campi possibili e immaginabili, non si può certamente aggiungere adesso quella di aver ostracizzato e/o boicottato la narrativa fantastica e fantascientifica straniera, specificatamente americana.

huxley(nella foto: Aldous Huxley)

E’ quanto sembra di capire dalla introduzione del professor Carlo Pagetti all’ottimo saggio  Fantascienza italiana (ed. Mimesis) di Giulia Iannuzzi (la sua tesi di dottorato divisa in due tomi), un lavoro cui sarebbe il caso di tornare in modo approfondito dato che è stata scritta da un’autrice di una generazione diversa da quella che ha “fatto” questo genere letterario nel dopoguerra, dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta almeno.
Pagetti è un pioneristico critico della fantascienza in Italia sin dal suo Il senso del futuro (1970), la sua tesi di laurea, stampato dalle prestigiose Edizioni di Storia e Letteratura, critico militante e curatore delle opere di Philip Dick (dove tra sommi capolavori sono però apparse anche cose pessime e giustamente bocciate e rimaste nel cassetto vivente lo scrittore). Quindi ci si sarebbe aspettati da lui qualcosa di più approfondito e meno generico tipo:

“Solo allora [dopo il 1945] la cultura italiana poté aprirsi a una molteplicità di influssi e di suggerimenti provenienti dal nuovo mondo americano, che, pur essendosi già fatto sentire anche durante il fascismo con l’inarrestabile ascesa del cinema come mezzo di comunicazione di massa privilegiato, era guardato con sospetto e perfino con disprezzo dal regime. E’ semmai interessante ricordare la pronta traduzione italiana di Brave New World di Aldous Huxley, pubblicato in Inghilterra nel 1932 e subito dopo arrivato da noi come Il mondo nuovo, ma in questo caso si trattava appunto di un romanzo futuristico, anzi di una distopia (…) e dunque poteva benissimo essere accettato nell’ambito dell’ideologia fascista…”.

Espresse così sono tesi semplicistiche e politicamente corrette: ci si potrebbe ad esempio chiedere che differenza si poteva fare allora tra un romanzo “futuristico” ed uno “fantascientifico” (anche se l’aggettivo non esisteva). Quello “futuristico… poteva benissimo essere accettato dall’ideologia fascista” forse perché il mondo allucinante descritto da Huxley poteva ricordare in qualche modo quelli immaginati da Marinetti & C.? Appunto, non è affatto chiaro. Il problema di fondo, che Pagetti non coglie, è il rapporto tra la narrativa alta e quella bassa, tra il mainstream e il popolare, come si dirà.
Si devono precisare allora alcune cose ricostruendo un contesto: soltanto così si spiegano esattamente i motivi per cui la fantascienza “popolare” americana nata nel 1926 con Amazing Stories di Hugo Gersnack e con Astounding Science Fiction (1930), cioè la fantascienza delle riviste, dei pulp magazines,non ebbe eco in Italia, perché è quella che conta e incide sui lettori, non i grandi scrittori del mainstream, come Huxley (ma anche altri) che Pagetti cita.
Infatti, come ho lungamente elencato nella mia introduzione a Le aeronavi dei Savoia (Nord, 2001) praticamente tutti i grandi scrittori “futuristici”, “fantastici” o “antiutopici” dell’epoca di lingua inglese e francese erano tradotti da importanti editori italiani: da Poe a Wells, a Stevenson a Conan Doyle, da Rider Haggard a Verne, da Benoit  a Flammarion, sino a giungere alla russo-americana Ayn Rand con La vita è nostra nel 1939, anno dello scoppio della guerra. Per non parlare dei citati futuristi che appunto scrivevano romanzi e racconti che definiremmo oggi di fantascienza.
burroughs

(nella foto: E.R.Burroughs)

All’epoca anche E.R.Burroughs era noto in Italia con le sue le avventure di Tarzan, ma non con quelle di John Carter su Marte o Carson Napier su Venere, anche se  le riviste a fumetti stampavano le storie avventuroso-spaziali, molto simili a quelle di Burroughs, di Gordon Flash e Brick Bradford.
Si vede bene dai fatti che non c’era alcun ostracismo o ostilità ufficiale al genere in sé, né italiano né straniero, e questo almeno sino alla vigilia del conflitto quando avvenne una stretta “autarchica” a livello popolare (fumetti, polizieschi ecc.).
Il fatto è, come dimostrano i dati e le tabelle pubblicati sin dagli anni Settanta da Mike Ashley nella sua History of Science Fiction Magazines in più volumi tradotti anche in italiano, che in Europa, quasi neppure in Gran Bretagna, uscirono riviste specializzate in sola fantascienza sino al 1940, e noi non facevamo eccezione, indipendentemente dalla ostilità o meno, “sospetto” o “disprezzo” che fosse, del regime a quel genere letterario in quanto espressione della cultura americana.
Che in realtà non esistette perché, come credo di aver ampiamente documentato nel citato mio Le aeronavi dei Savoia, in Italia esso era diffuso sin dall’inizio del Novecento nei media dell’epoca, anche se aveva altri nomi: sia nei supplementi dei grandi quotidiani (La Tribuna Illustrata, La domenica del Corriere, Il Romanzo Mensile, Il Mattino Illustrato), sia i settimanali di cultura e informazione che ospitavano narrativa (La Lettura, Il Secolo XX, Noi e il mondo, Le Grandi Firme ecc.) pullulavano di racconti fantastici, fantascientifici, sovrannaturali, avventurosi e dell’orrore, soprattutto italiani ma anche stranieri. Per non parlare di due testate che potremmo definire a loro modo specializzate: Il Giornale Illustrato dei Viaggi (quindicinale) e il mensile Il romanzo d’avventure, zeppi di questo genere di storie, e dove i romanzi a puntate erano soprattutto stranieri (francesi, inglesi, americani, tedeschi). Tra essi c’era vera e propria fantascienza “spaziale” con astronavi, extraterrestri, invasioni, guerre del futuro. (Un prolifico autore di guerre in un domani più o meno lontano era Luigi Motta, allievo, seguace, concorrente e poi “continuatore” di Emilio Salgari.)
La mancanza di una grande diffusione del genere “fantascientifico” in Italia durante quel periodo fu quindi dovuta soltanto a scelte e decisioni editoriali,  non politiche, né religiose, né sociali, né culturali, né di arretratezza industriale come vari hanno ipotizzato. Fu un motivo squisitamente tecnico: come nel resto d’Europa mancarono le riviste a esso dedicate che lo divulgassero in modo ampio presso un pubblico soprattutto giovanile. Mondadori credette al progetto di Alberto Tedeschi e pubblicò nel 1933 I Gialli, facendo conoscere il poliziesco di marca americana, inglese e francese, che non era ignoto ma non aveva ancora una collana tutta sua e un nome che lo identificasse in modo particolare. Se in quegli anni un Giorgio Monicelli non così giovane come in effetti era gli avesse proposto una collana di narrativa avveniristica basandosi soprattutto sulla editoria americana, invece che un ventennio dopo, e Mondadori avesse pubblicato anche, poniamo, I Rossi o I Bianchi o I Blu dedicati alla “fantascienza” il gioco sarebbe stato fatto. Su questo si potrebbe scrivere un saggetto di storia alternativa (in parte qualcuno lo  ha già fatto…).
Ci provò nella realtà  l’ingegner Armando Silvestri (1909-1990), pioniere della fantascienza in Italia avendone scritta giovanissimo su Il Giornale Illustrato dei Viaggi, il quale, avendo comprato i pulp magazines americani nelle edicole di Via Montenapoleone a Milano e Via Veneto a Roma, ed essendo redattore di riviste tecniche e poi di aviazione, nel 1938 propose alla Editoriale Aereonautica che faceva capo al relativo Ministero di pubblicare a cadenza mensile quattro riviste, L’avventura, Avventure del mare, Avventure del cielo e Avventure dello spazio. Ovviamente venne accettata soltanto Avventure del cielo che uscì dal 1939 al 1941 (e non nel 1943, come ebbi a scrivere in una precedente occasione), quando chiuse per il razionamento della carta a causa della guerra. Fosse uscita anche Avventure dello spazio, la storia della fantascienza italiana e in Italia sarebbe stata molto diversa (idea buona anch’essa per una ucronia su cui anche qui qualcuno si è cimentato) in quanto avrebbe creato in tre-quattro anni un pubblico di lettori e una piccola squadra di scrittori che, in concomitanza con l’apparire di Urania nel 1952, avrebbero creato un retroterra italiano non da poco, forse sottraendo il genere alla esterofilia che lo caratterizzò almeno sino al 1990.

GIANFRANCO de TURRIS

9 settembre 2014 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , | Lascia un commento

I Sessant’anni di Godzilla

godzilla-2014 -AGodzilla compie sessant’anni e di certo è il “mostro” più famoso del cinema mondiale con ventisette seguiti e due rifacimenti americani dell’episodio di esordio: il primo (1998) pessimo, un vero fiasco, nonostante la regia fosse affidata al famoso Roland Emmerich, quello di Stargate  e Indipendence Day, che realizzò un Godzilla che assomigliava ad Alien; il secondo è uscito a maggio diretto da Gareth Edwards, un esperto di effetti speciali.

Il titanico sauro del Mesozoico apparve nel 1954 nell’omonimo film di Ishiro Honda, il regista giapponese specializzato nella fantascienza e nel fantastico. Godzilla, però, non è come ci si potrebbe aspettare semplicemente una brutta bestiaccia che semina distruzione realizzata solo per spaventare i giovani e ingenui spettatori degli anni Cinquanta, ma ha un suo preciso valore simbolico non indicato solo adesso dai critici, ma ben presente negli intenti degli ideatori e del regista.
L’idea venne nel 1952-3 al vicedirettore della società cinematografica Toho che si chiamava Mori, il quale, come raccontò in una intervista Honda, pensò “di legare a un film la paura della bomba atomica … all’apparizione di un mostro preistorico”.

godzilla-2014 -C.Tomoyuki Tanaka, produttore della Toho che aveva ben presenti i film di mostri realizzati negli USA, la concretizzò Erano trascorsi appena sette-otto anni dall’annientamento di Hiroshima e Nagasaki e il ricordo e la paura erano ancora profondissimi tra gli abitanti del Sol levate. Nacque così Gojira che in giapponese si pronuncia Gogilà e che venne trasformato in Occidente in  un nome che nella pronuncia inglese suonasse quasi uguale. Nacque Godzilla con cui è universalmente noto.
Nella intervista citata Ishiro Honda spiega anche l’origine del termine originale: Gojira  è la fusione dell’inglese gorilla e del giapponese kujira, balena, ed era il soprannome di un tecnico cinematografico della Toho robusto e tozzo, passato scherzosamente al mostro del film in lavorazione e alla fine rimastogli.

Tutte queste notizie ce le raccontano Luigi Cozzi e Riccardo Rosatri in Godzilla 2014 (Profondo Rosso, p.150 euro 19), un libro pieno di illustrazioni, schede dei film, informazioni e aneddoti che percorre passo dopo passo, anzi film dopo film, la storia di questa immane bestia che terrorizza il mondo, ma soprattutto il Giappone. Essa infatti, oltre a simboleggiare la paura dell’atomica americana e delle conseguenze della radioattività, affonda nei ricordi ancestrali del popolo nippomico e nella sua mitologia: come ci spiega Riccardo Rosati, specialista di fantascienza ma anche yamatologo, il pericolo viene spesso da mare nei miti giappo0nesi (oltre che dalla realtà dei maremoti), e Godzilla, risvegliato dagli esperimenti atomici americani nel Pacifico, emerge dalle acque dell’oceano seminando la morte, un po’ come aveva fatto lo Cthulhu di Lovecraft negli anni Venti. Cozzi invece ricorda che dal punto di vista cinematografico Godzilla ha almeno due antenati-ispiratori: King Kong (1933) e Il risveglio del dinosauro (1953), appunto due “mostri”, catturati o risvegliati, che si scatenano su New York, come poi Godzulla farà con Tokyo.

godzilla-2014 -BIl film di Honda, scrive Rosati, è l’atto di nascita del kaijiu eiga, il cinema di mostri, dove il termine kaijiu  è letteralmente “strana bestia”. Un filone prolifico: dopo Godzilla arriveranno Rodan il mostro alato, Gamera la supertartaruga, Katango un immenso scimmione, Gappa il mostro-pappagallo, Ghidora il drago cosmico a tre teste, ma anche Mothra la falena gigante, simbolo dello spirito originario nipponico.
La saga di Godzilla, con i suoi alti e bassi e differenti registi (ad un certo punto il ciclopico sauro si trasformerà in difensore del Giappone ed in un simpatico mostro amico dei bambini) attraversa tutta la storia del dopoguerra del Paese del Sol levante, descrivendone indirettamente la varie fasi di crescita e di trasformazione econimico-sociale, evidenziati da Rosati:  1954-1975, 1984-1995. 1999-2004.

Dai modellini e dagli uomini ricoperti da un costume di gomma pesante 50 chili ai mostri digitali, dalle ricostruzioni della città da distruggere in studio a quelle ricostruite a computer, la saga di Godzilla va oltre il puro divertimento da ragazzini. Alle sue spalle, come spiegano gli autori del libro è possibile vedere qualcosa d’altro: il ricorso ai miti niupponici, il messaggio contro i pericoli dell’uso bellico dell’atomo, la descrizione di come si è evoluta/involuta la società giapponese abbandonando le sue tradizioni e sempre più occidentalizzandosi (americanizzandosi).

Non solo mostri di cartapesta o virtuali, dunque.

                                 GIANFRANCO DE TURRIS

9 luglio 2014 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , , | 1 commento

Quando i personaggi escono dai libri

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Si sa che certe volte il personaggio letterario da un lato prende tanto la mano al suo autore da diventare un’ossessione, dall’altro raggiunge tanta popolarità e vividezza presso i lettori da mettere in disparte il suo creatore e da essere quasi considerato una cosa viva. L’esempio più clamoroso è quello di Sherlock Holmes e Arthur Conan Doyle.

LoHobbit_AdelphiMa c’è una interessante variante letteraria a questa situazione, ed è quella del trasferimento totale della fantasia in realtà e viceversa; della trasformazione del mondo immaginario in mondo reale e della possibilità di una osmosi tra i due. In altri termini, è come se diventasse concreta, quindi sul piano della quotidianità, la teoria di Tolkien circa la “subcreazione”: Dio crea il Mondo Primario, lo Scrittore come un Demiurgo di grado inferiore crea il Mondo Secondario, quello descritto nei suoi libri, ma con tutti i crismi della “realtà”.

Un esempio ben riuscito è un film di qualche anno fa: Inkhearth – La leggenda di Cuore d’Inchiostro che si ispira al primo volume di una trilogia di una scrittrice per una volta tanto non angloamericana bensì tedesca, Cornelia Funke: Tintenherz (2003), tradotto senza molta eco da Mondadori come Cuore d’Inchiostro (2005) e ripresentato nel 2009  in occasione del film di Ian Softley. Gli hanno fatto seguito Veleno d’Inchiostro nel 2005 (Mondadori, 2006) e Alba d’Inchiostro nel 2008, non tradotto ancora. Un romanzo assai curioso e particolare sotto molti aspetti e che riprende con qualche novità  un tema non del tutto nuovo nella letteratura fantastico-fantascientifica.

inkheart_2L’autrice, intanto, segue una via già tracciata soprattutto dal suo compatriota Michael Ende con il fortunatissimo La Storia Infinita (1979), da cui è stato tratto il film di successo di Wolfgang Petersen (1984), dove si narra di come il piccolo Bastiano entri nel mondo del libro per salvare il Regno di Fantàsia dall’avanzata del Nulla.
E’ quel che si definisce un “metalibro”: un libro nel libro. Lo stesso è per Cuore d’Inchiostro dove però l’autrice introduce, non si sa quanto consapevolmente (e se fosse stata inconsapevole è ancor più significativo), una fondamentale variante: un “medico dei libri”, Mortimer, ha la straordinaria proprietà di rendere reale quel che legge, personaggi, cose, avvenimenti, fenomeni naturali. In sostanza in questo modo si rende in un contesto di favola moderna un potere tradizionale, il Potere del Verbo, la Potenza creativa della Parola. Magari ricordare che secondo moltissimi miti delle origini (da quello cristiano a quello induista) tutto ha origine da una parola o da un suono potrà sembrare esagerato, così come ricordare che una parola iscritta dal rabbino Loew sotto la lingua o sulla fronte d’argilla dà vita al golem, ma almeno non si può non rammentare che sia la religione sia la magia si basano sull’esattezza della parola durante i riti: sbagliando le parole i riti non funzionano più, le evocazioni non hanno efficacia.

Le parole giuste, quindi, producono effetti sul piano sia metafisico che reale. Mortimer per produrre effetti non solo deve pronunciare le parole esatte, ma deve leggerle sul libro, non può dirle a memoria. E non importa dove esse sono scritte, purché lo siano: per indirizzare gli eventi in un senso diverso da quello previsto dal romanzo fantastico intitolato appunto Cuore d’Inchiostro, Meggie, la figlia di Mortimer che ne ha ereditato il potere, deve scrivere il nuovo finale sul suo braccio e quindi leggerlo. E’ questo anche il Potere della Fantasia o, se vogliamo in senso più lato, della Immaginazione: il mago, e qui il “medico dei libri” e sua figlia, hanno la capacità di trasferire dal Mondo Secondario al Mondo Primario le creazioni della fantasia di uno scrittore. Non solo, ma questo si rivela un duplice trasferimento: come per compensare un vuoto che non può sussistere, se qualcosa viene attratto da una parte, un’altra cosa viene spostata dall’altra. E ciò complica, come si può immaginare, la faccenda.

typewriter-in-the-sky-v-smallDei mondi letterari che prendono realtà e magari coinvolgono e quasi imprigionano il loro autore se ne era occupato sin dagli anni Quaranta un prolifico scrittore americano dei pulps, L.Ron Hubbard, poi divenuto fondatore prima della Dianetica poi della controversa Scientologia, che nel 1940 pubblicò sulla rivista Unknown il romanzo Typewriter in the Sky tradotto su un vecchio Urania come La trama nelle nubi. E il mondo immaginario dei libri, soprattutto dei classici inglesi, diventa una specie di multiverso alternativo che fa da sfondo addirittura ad una quadrilogia che ha reso famoso il praticamente sconosciuto inglese Jasper Fforde: Il caso Jane Eyre (2001), Persi in un buon libro (2002), Il pozzo delle trame perdute (2003), C’è del marcio (2004), tutti editi da Marcos y Marcos. La protagonista dal buffo nome di Thursday Next (Giovedì Prossimo) fa di professione la “detective letteraria”, cioè in un mondo alternativo che si basa sulla letteratura deve impedire che le trame dei romanzi vengano modificate e che i personaggi, usciti da quelle legittime e codificate, combinino pasticci.
E se non vogliamo risalire addirittura ai pirandelliani Sei personaggi in cerca d’autore, perché potrebbe essere considerato un riferimento troppo pretenzioso (ancorché legittimo), possiamo almeno ricordare La rosa purpurea del Cairo (1985), di cui è regista Woody Allen, dove il protagonista di un film che ha questo stesso titolo, stanco della monotonia della sua parte, esce letteralmente dallo schermo e vive vita propria accanto ad una sua innamoratissima fan. E perché, a questo punto, non anche un fumetto del Corriere dei Piccoli alla sua epoca famoso? Certo, proprio quel Pier Cloruro de’ Lambicchi, realizzato da Giovanni Manca nel 1930, l’inventore dell’arcivernice: spalmandola su un personaggi dei libri, dei quadri, dei manifesti, li porta a vita reale con negative conseguenze per lo sfortunato scienziato.

dueserpentiCome si vede, andando a scavare in alto e in basso si possono trovare molti riferimenti a prima vista impensabili. Le idee di Cornelia Funke hanno diramazioni e antecedenti che – in maniera più o meno indiretta – si basano su una teoria di fondo: il Mundus Imaginalis, per usare il termine del francese Henri Corbin, ha una sua consistenza ed una sua esistenza, anche se non sul piano della nostra Realtà: si possono richiamare entità da esso, ci si può trasferire in esso, lo si può rendere vivo e concreto. I due Mondi, Primario e Secondario, possono essere in comunicazione: e c’è chi può trovare migliore l’uno o l’altro, come lo stesso autore di Cuore d’Inchiostro che, alla conclusione del film, chiede a Meggie di trasferirlo nel mondo fantastico che lui stesso ha creato, che ormai reputa migliore del mondo in cui vive ed ha scritto il romanzo.

Infine, non si può non notare un fatto curioso: la scrittrice tedesca pur creando i personaggi principali dai nomi inglesi ambienta tutto il suo libro in Italia, e lo stesso autore del romanzo che è al centro della trama è un italiano, Fenoglio (peccato, però, che la copia del libro trovata in Italia abbia sempre il titolo inglese!). I paesaggi sembrano quelli delle Alpi al confine della Svizzera e la villa della zia Elinor sembra sul Lago di Como, e la città di Fenoglio una cittadina ligure (le scene sono state girate ad Alassio e Albenga), e la roccaforte del bandito Capricorno è un borgo abbandonato del comune di Balestrino. Tutto visto con gli occhi ed il ricordo di una turista tedesca che ha trascorso meravigliose vacanze nel Bel Paese!

 

   GIANFRANCO DE TURRIS

 

21 aprile 2014 Posted by | Fantascienza | , , , , , , | 1 commento

Quando i robot rimangono soli

Scavando in quel pozzo senza fondo che è l’archivio  De Turris, abbiamo trovato una copia del documento del WWF a cui si accenna in seguito. Partendo da lì è stato facile per Gianfranco riscrivere un suo vecchio testo dell’epoca, aggiornandolo dove opportuno. Il risultato è questo divertente articolo che vi proponiamo.  Ma prima vorrei segnalare una pellicola che dovrebbe entrare, secondo me, nell’elenco proposto da Gianfranco: è AI – Intelligenza Artificiale (2001), un film difficile, dalle molte letture,  voluto da Kubrick e poi passato alla sua morte nelle mani di  Spielberg. A parte ogni altra considerazione, sono memorabili le sequenze della “fiera della carne” e il personaggio di Gigolò Joe, il robot seduttore con musica romantica incorporata, magistralmente interpretato da Jude Law. (RF)

Robot GigolòIl settimo rapporto Living Planet Report del WWF Internazionale non è meno catastrofico dei sei che lo hanno preceduto dal 1998: “Se la nostra pressione sulla Terra continuerà a crescere ai ritmi attuali, intorno al 2035 potremmo avere bisogno di un altro pianeta per mantenere gli stessi stili di vita”, ha affermato il presidente James Leape. Di apocalittiche previsioni di questo genere se ne sono avute a bizzeffe a partire dagli anni Settanta, però regolarmente fallaci. Non che non ci sia da preoccuparsi, ma gli allarmismi esagerati e soprattutto con date ben precise sono stati tutti smentiti negli ultimi quarant’anni, che non son pochi. Peraltro, per quale motivo ci dovremmo preoccupare del 2035 se le previsioni dei millenaristi e di svariate profezie indicano la fine del mondo assai prima? Anch’esse regolarmente smetite, come quella famosa, o famigerata, dei Maya che lo prevedeva nel 2012.E sappiamo tutti come è finita, altrimenti non staremmo qui a scrivere…

Ma, se per ipotesi, secondo quanto prevede il WWF Internazionale nel 2035 “potremmo avere bisogno di un altro pianeta”, vuol dire che la superstite umanità emigrerà verso le stelle e lascerà quindi alle sue spalle dei piccoli robot-spazzini per tentare di sgomberare il nostro povero pianeta di tutta l’immondizia che vi avremmo lasciato? Una specie di Napoli all’ennesima potenza? Ma guarda un po’ è proprio questo il tema di un gustosissimo film della Disney-Pixar, Wall-E di Andrew Stanton (2008), un vero e proprio capolavoro che sorprese molti ma che ha alle spalle tutta una serie di storie fantascientifiche, racconti e romanzi, imperniati su robot abbandonati a se stessi, volontariamente o casualmente, e che ne combinano di tutti i colori nel bene e nel male. A dimostrazione che una vita non umana può continuare lo stesso, sia per seguire l’impulso iniziale dato dall’uomo, sia per realizzare scopi a noi imperscrutabili, sia per adempire un compito che, per seguire alla lettera il comando originario dei suoi creatori, si rivela alla fine deleterio.wall-e

Sin dal 1935, uno degli scrittori più geniali della fantascienza degli esordi, John W. Campbell, in Notte immaginava che gli automi continuassero a fare il lavoro per cui erano stati programmati nonostante che l’umanità si fosse estinta. Lo stesso tema, ma con un tono molto più dolente e “umanistico” lo ritroviamo in alcuni capitoli di due romanzi famosissimi, formati entrambi dalla unione di storie pubblicate in origine separatamente: Anni senza fine di Clifford D. Simak e Cronache marziane di Ray Bradbury (che Mondadori potrebbe ripubblicare finalmente con traduzioni riviste e aggiornate). Qui i servomeccanismi (come allora erano definiti) o veri e proprio androidi continuano ad obbedire più o meno consapevolmente ai loro “padroni”, portano avanti il loro compito, si sostituiscono ad essi e, diciamo così, li perpetuano su una Terra che ne è ormai priva.

I robot, in quanto prolungamento degli uomini, fanno però anche la guerra. Come ad esempio in Automation (1950) di A.E.Van Vogt, o per conto terzi, cioé degli uomini stessi che qui non sono scomparsi come nel pubblicatissimo I difensori (1952) di Philip K.Dick. Il che può avvenire anche su un altro pianeta: è quel che succede in Avventura su Marte di John Wyndham che risale addirittura al 1932, dove la prima spedizione terrestre sul pianeta rosso lo scopre abitato da robot in guerra fra loro! L’idea della lotta fra soli robot venne ripresa negli anni Settanta da un disegnatore, bravissimo quanto assai bizzarro, Vaughn Bodé, che pubblicò una storia a fumetti su Wizend: dai ricordi che ne ho, proprio a quei disegni potrebbero essersi ispirati i creatori del robotino Wall-E, il piccolo spazzino innamorato.

dick difensoriI robot lasciati soli possono avere uno scopo (inconsciamente) positivo o negativo. Possono, tanto per dire, ricreare l’uomo ormai scomparso che però li aveva creati illo tempo (Istinto di Lester del Rey, 1952), o al contrario, quando si tratta di robot-guerrieri abbandonati nello spazio, dare la caccia ottusamente a qualsiasi essere vivente e mobile per distruggerlo (è la saga dei Berserkers – il nome è quello dei guerrieri teutoni invasati da cieco furore – cui Fred Sabheragen ha dedicato molti romanzi e racconti fra il 1967 e il 1975).

Il piccolo “elevatore di carichi di rifiuti, classe terrestre” (questo vuol dire il complicato Waste Allocation Load Lifter Earth-class = Wall-E) non è stato altro, quindi, che l’ultimo simpatico erede di un classico topos della fantascienza dell’Età d’Oro, ingegnosamente riveduto e corretto e adattato alla sensibilità ecologica degli spettatori degli anni Duemila, con in più una spruzzatina “romantica”, dato il colpo di fulmine che scocca fra lo sparuto e acciaccato robot-spazzino e la ipertecnologica e levigata Eve (che sta per Extraterrestrial Vegetation Evaluator), il cui simbolismo è ovvio, e fece all’epoca venire in mente a qualche critico di essere di fronte ad una versione avveniristica e robotizzata della classica vicenda di Romeo e Giulietta. Abbastanza giustamente, direi. Scomparsa l’umanità nel 2800 chi mai si dovrebbe innamorare se non gli eredi meccanici di essa? E così la storia continua….

GIANFRANCO DE TURRIS

3 marzo 2014 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, News | , , , | Lascia un commento

Meno male che Valerio c’è!

Da un po’ di tempo circola nella Rete, ed è approdato purtroppo anche all’estero, un testo dedicato alla fantascienza italiana degli ultimi sessant’anni, La fantascienza italiana dal 1952 a oggi di Domenico Gallo e Valerio Evangelisti. Sintetizzare in circa 15mila battute cinque o sei decenni di produzione editoriale e narrativa non è affatto facile, anzi difficilissimo, problematico, e di conseguenza si devono effettuare d’obbligo scelte di vario tipo compreso quelle umorali, ideologiche e amicali. Lo stesso problema che ha ad esempio affrontato Giuseppe Panella nel suo breve saggio dedicato allo stesso argomento, anzi arretrando sino all’Ottocento, inserito nel volume collettaneo Guida alla fantascienza a cura di Carlo Bordoni (Odoya, 2013), ma con altri risultati sul piano della informazione complessiva e della obiettività, almeno a mio parere, anche se il testo contiene alcuni errori di fatto, avendo a disposizione una dozzina di pagine abbondantemente illustrate più quattro di schede biografiche. Infatti, ci occupiamo del testo di cui si è detto proprio perché sul piano della informazione e della obiettività è parecchio carente, ma anche perché non mancano sbagli marchiani.

Ripeto, non è semplice riassumere un così largo lasso di tempo in poche pagine: basti pensare che per raccontare – penso in modo esaustivo – la vicenda della fantascienza in Italia 1952-2002 in Cartografia dell’Inferno (Elara, 2011) sono state necessarie… 506 pagine, oltre metà delle quali esplicitamente dedicate alla fantascienza italiana E quando scrissi il saggetto sui 45 anni di fantascienza in Italia per Urania mi pare una ventina di pagine, nonostante ciò ci fu chi ebbe la faccia tosta di accusarmi di aver parlato “solo dei miei amici” e di aver volutamente trascurato importantissimi autori da poco alla ribalta. Questo nel 1997… Però c’è un limite alla necessità di riassumere e scegliere, ed è l’onestà intellettuale e almeno un minimo di umiltà culturale. Giusto per non cadere nel ridicolo.

Il taglio dell’articolo di Gallo & Evangelisti è di tipo sociologico-ideologico e si basa sull’assunto che soltanto opere a grande diffusione editoriale siano veramente importanti e significative, non la loro qualità, ancorché ristretta alle piccole tirature di editori minori o specializzati. Insomma, la quantità e la mercificazione capitalista hanno la meglio sulla qualità della piccola produzione “artigianale”. Da qui il grande spazio dedicato alla attività di uno dei due firmatari dell’articolo stesso. Di certo, opere di successo possono aprire la strada ad altri, ma se questo risultato si esaurisce in breve o brevissimo tempo, come qui si è costretti ad ammettere, vuol dire o che le opere dell’apripista non erano all’altezza di creare una duratura situazione favorevole, o che le opere dei seguaci dell’apripista erano troppo modeste e non alla sua altezza, o che viceversa gli editori cercavano solo opere popolari per venire incontro ai gusti non eccelsi del pubblico sul genere insomma di quelle dell’apripista, mentre le altre venute al suo seguito erano invece troppo intellettualoidi. Un esempio positivo è stato invece Tolkien che, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1970, ha fatto scoprire ai nostri lettori e autori la heroic fantasy portando alla traduzione di ottimi romanzi stranieri e promuovendo l’interesse dei nostri scrittori. Un successo di pubblico che continua ancora oggi.

Scombiccherato, scoordinato, ripetitivo, autopromozionale (Gallo e Evangelisti per un terzo del testo parlano delle benemerenze e delle qualità di Evangelisti: lo avessero fatto altri ci sarebbe stata una insurrezione del popolo fantascientifico), sprezzante nei confronti di tutta quella fantascienza che non è culturalmente impegnata in una certa specifica direzione, viceversa prodigo di citazioni e complimenti nei confronti di amici e sodali, l’articolo offre una immagine distorta, confusa e parziale, nonostante un paio di spunti critici interessanti, della storia sessantennale della fantascienza italiana e in Italia che induce a molti equivoci chi non sa come stiano esattamente le cose anche per semplici ragioni di età.

Però, consoliamoci: meno male che Valerio c’è!

GIANFRANCO DE TURRIS

Per scaricare il file con il testo completo di Gallo ed Evangelisti e l’analisi di De Turris, entrare nella pagina di download e seguire le istruzioni

3 febbraio 2014 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, News | , , , , | 1 commento

Iatrarchia, Medrarchia, Esculapiocrazia

paneamoresanita

Di recente è stato pubblicizzato in televisione un apparecchietto, non ho ben capito se solo progettato o già sperimentale, che applicato su un braccio segnala istantaneamente la situazione medica complessiva: pressione, battito cardiaco, azotemia, glicemia, colesterolo eccetera. In più, è stato detto, il marchingegno può essere collegato con studi medici o addirittura le ASL particolarmente attrezzati che possono correre subito ai ripari se qualcosa non andasse. In realtà quel che non va è il concetto in sé: essere costantemente monitorati sul piano della salute, dato che il rischio concreto è quello di creare uomini e donne di un immediato futuro ipocondriaci all’ennesima potenza, persone ossessionate dalla propria salute, anche al punto tale di doversi sentire sotto osservazione ogni istante. E in base a parametri medici in costante evoluzione e quindi non certi e validi sempre: qualcuno ricorderà le campagne mediatiche contro il caffè, lo zucchero, il sale, il cioccolato, poi drasticamente ridimensionate o smentite del tutto da successivi studi non meno seri dei precedenti. Lo stesso sta accadendo per l’arcinemico causa di mille mali: il colesterolo che i nuovi parametri americani – presi come standard nel mondo, anche se negli USA la gente e lo stile di vita sono diversi da quelli europei e in primis italiani – non è alla fin fine così cattivo e deleterio come sembrava. Eppure continuiamo su questa via che poi è quella che porta di filato allo Stato Salutista che si preoccupa di noi come fosse una balia.

saluteinbiondoLo Stato, tanto per dire, impone un numero massimo di calorie alle mense scolastiche pubbliche. Le amministrazioni comunali vietano il fumo nei parchi pubblici, e in alcune città anche nelle abitazioni private. Si medita di proibirlo anche negli stadi all’aperto. I fumatori incalliti non verranno più assistiti dai servizi pubblici se si ammalano di cancro. Il governo decide di aumentare la tassazione su bevande gassate e zuccherate per scoraggiarne il consumo, e in alcuni casi se ne vietano le bottiglie maxi. Un’alta istituzione polemizza nei confronti di alcuni personaggi a fumetti perché disegnati con sigaretta in mano, e un’altra nei confronti di un personaggio televisivo perché mangia pesce troppo piccolo depauperando così i mari. Un ministro invita i ristoratori a dimezzare la quantità di cibo delle varie portate. Un tribunale decide di togliere due figli ritenuti troppo grassi ai loro genitori.

Non solo: anche i privati ci mettono del loro, condizionati come sono da una mentalità dilagante. Le compagnie aeree aumentano il costo dei biglietti per gli obesi. Un grande giornale lancia una campagna contro gli intellettuali “carnivori” invitandoli a discolparsi pubblicamente. Una compagnia pubblicitaria utilizza foto di attori famosi, noti per essere fumatori accaniti, cancellando dalle loro bocche e dita pipa e sigaretta (Jacques Tati, Humphrey Bogart).

Temi e argomenti di qualche angosciante distopia? Anticipazioni di qualche remoto e frustrante futuro? Tutt’altro: non incubi ma solide realtà, per parafrasare lo slogan di una famosa agenzia immobiliare. Infatti, si tratta di provvedimenti attuati o progettati in varie parti del mondo (Europa, Stati Uniti, Italia). E’ l’evidenza del progressivo affermarsi, sulla spinta mediatica di lobby di vario genere, dello Stato Salutista: quello che, a differenza e a somiglianza del Grande Fratello orwelliano, si preoccupa di noi “dalla culla alla tomba”, come si è già ricordato, e pensa solo ed esclusivamente al nostro benessere, tutela la nostra salute fisica e mentale, ci impone regole per allontanarci da “stili di vita scorretti” e da “abitudini sbagliate”, come disse un nostro ministro “tecnico” (lo si è ricordato in un precedente intervento) alla stregua di quanto si fa nei confronti di bambini capricciosi e alunni indisciplinati, usando il bastone (molto) e la carota (poco).

facialjusticeInsomma, uno Stato con il volto severo ma benevolente della Grande Mamma, una cui dettagliata quanto agghiacciante descrizione si può trovare – ricordiamolo qui ancora una volta perché merita di essere letto – in Facial Justice (1960) di L.P. Hartley (Giustizia facciale, Liberilibri, 2007), anch’esso già segnalato, ma che è necessario senpre rammentare agli immemori e ai distratti.

Che siano i romanzieri, e non i sociologi e i filosofi, ad avvertirci di quello che sta succedendo, non deve meravigliare: è infatti basandosi su quel che avviene di fronte ai loro occhi che gli scrittori creano le antiutopie, quei romanzi che sono il contrario delle utopie e descrivono non il “migliore”, bensì il “peggiore” dei mondi possibili, portando alle estreme conseguenze le distorsioni dei loro giorni, appunto per metterci in guardia, per dirci di non continuare su quella strada, per ammonirci con le loro doti anticipatrici, per non dire profetiche. Il tutto inutilmente, si deve anche dire.

La via per l’Inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni, e il peggio del peggio nasce proprio da coloro che hanno la presunzione – o meglio, l’arroganza – di imporci il nostro presunto (da loro) benessere fisico, psichico e morale non attraverso il ragionamento, la convinzione e la corretta educazione familiare e scolastica, ed infine il buon esempio dall’alto, bensì obbligandoci a certi comportamenti a suon di leggi, decreti, regolamenti, sanzioni e punizioni.

erewhonMedici e medicina, gli uomini e la loro professione, quindi, sono stati più o meno al centro di molti romanzi e racconti sin dai mad doctors caratteristici dei primordi ottocenteschi: basti ricordare gli eminenti dottori Frankenstein, Jekyll, Moreau. Ma qui non ci interessa tanto l’exploit del singolo scienziato, quanto la descrizione di un’intera società condizionata da medici e medicina. Una delle primissime antiutopie in assoluto, Erewhon (1872) di Samuel Butler (Erewhon/Ritorno a Erewhon, Adelphi, 1965), già satireggia una mentalità medica distorta: nella società che vi si descrive la malattia è intesa come una colpa e ammalarsi prima dei sessant’anni porta alla condanna del malcapitato, tanto più grave quanto più serio è il morbo contratto, quasi fosse una violazione della legge.

Hygeia a City of HealthViceversa, un’utopia salutista è Hygeia, a City of Health (1876), che non è esattamente un romanzo, ma un’allocuzione pronunciata dal grande medico britannico Benjamin Ward Richardson di fronte alla Social Science Association di Brighton, in cui si prospetta una città costruita a misura della salute dell’uomo dal punto di vista urbanistico e architettonico, con minuziose descrizioni della case d’abitazione e ovviamente degli ospedali. Igeia, figlia di Ascleio ed Epione, era la dea della salute e dell’igiene.

morticoliNon sono molte le antitutopie che si occupano del tema, ma di certo la prima che offra la visione di un’umanità condizionata, diciamo pure vessata, dalla scienza medica, è Les Morticoles (1894) di Leon Daudet (I Morticoli, Monanni, 1929), in cui s’immagina, sulla scia di Swift, il viaggio del protagonista nel paese di Morticolia dove la casta dei medici è al potere e si può permettere di fare ciò che vuole con i pazienti (era di là da venire la Carta dei diritti del malato!). Invero, è un’opera che il giovane Daudet, allora ventisettenne e poi famoso polemista monarchico, scrisse dopo essere stato respinto al concorso per l’internato, ma non per questo il romanzo è privo di feroce preveggenza e umorismo nero.

ilmondonuovoMa forse la più famosa antiutopia su una società dominata dalla medicina, dalla biologia per la precisione, è l’umanità selezionata ab ovo (nel senso letterale del termine) descritta in Brave New World (1932) da Aldous Huxley (Il Mondo Nuovo, Mondadori), un’opera profetica precorritrice dell’ultima demenziale trovata, quella del Genitore 1 e del Genitore 2.

Vent’anni dopo in Limbo (1952) Bernard Wolfe (Limbo, Nord, 1996) descrive una umanità succube di una sindrome medica maniacale e masochistica che si automutila per evitare la violenza collettiva.

medicorriereIn seguito, un medico autore di fantascienza abbastanza noto, Alan E. Nourse, scrisse un romanzo dal titolo The Bladerunner (1974; Medicorriere, Urania 876, Mondadori 1981) nel quale si ambientato in una società afflitta dalla sovrappopolazione, nella quale i servizi medici e sociali gratuiti sono disponibili soltanto per chi si sia fatto sterilizzare.

Un esempio estremo è dato dalla “cornice” entro la quale si incastona il celebre romanzo Les particules élémentaires (1998) del francese Michel Houellebeq (Le particelle elementari, Bompiani, 1999), in cui grazie ai “progressi” della biomedicina l’umanità ha superato tutti i drammi derivanti dalla competizione sessuale con relative cornificazioni e si riproduce, in filosofica serenità, mediante clonazione.

le-particelle-elementariPer quanto riguarda l’Italia è da citare, sia per la qualità anticipatrice, sia per il fatto di essere stato scritto in tempi non sospetti, Trentasette centigradi di Lino Aldani (1963), il primo esempio italiano di Esculapiocrazia o Iatrarchia o Medarchia tutti sinonimi di società governata dai medici e dalla medicina: laddove la casta medica detta le regole del buon vivere quotidiano in base ai precetti della Scuola Salernitana (Defecatio matutina esr tanquam medicina, e via dicendo…) e i responsi del termometro, allora solo a mercurio. Chissà cosa avrebbe scritto Aldani cinquant’anni dopo se avesse potuto vedere la deriva dei nostri giorni sino al marchingegno di cui si è parlato all’inizio di queste note!

Di certo però la più completa descrizione di un mondo governato dalla casta medica è il romanzo di Ward Moore, Cadiceus Wild (uscito a puntate su rivista nel 1959, e in volume nel 1978, che Urania pubblicherà nel 2014), forse l’unico che abbia saputo immaginarsi una società retta da un’effettiva “dittatura salutista”, una Medarchia o Iatrarchia, come viene definita dallo scrittore americano. Dopo una devastante guerra batteriologica globale scoppiata alla metà del XXI secolo (l’azione si svolge nel 2055) l’intero pianeta, con la popolazione ridotta al 40 per cento, è governato dai medici, la classe alla quale l’umanità superstite si è rivolta in quanto l’unica capace di tutelarne la vita e la salute. Ogni nazione ha il suo sistema, ma è negli Stati Uniti (comprendenti ora anche Canada e Messico) che la Iatrarchia ha assunto la sua forma più totalitaria. Infatti, poco alla volta i medici, col pretesto della tutela della salute e la sopravvivenza della specie, hanno cominciato ad occuparsi anche degli aspetti della vita comune che nulla avevano a che fare con la loro missione, creando alla fine una società su loro misura, governata non più da un Presidente ma dal Direttore Sanitario d’America, popolarmente detto “Sommo Dottore”.

facial1I cittadini sono considerati tutti alla stregua dei pazienti di un immenso ospedale, obbligati a sottostare alle “prescrizioni” del personale sanitario e tenuti sotto costante controllo da una gerarchia capillare e pervasiva. Nulla sfugge all’occhiuto Grande Fratello sanitario con la sua polizia, i suoi controlli ossessivi, i suoi permessi obbligatori, le sue degenerazioni in sette fanatiche e pseudoreligiose. Un vero incubo che Moore scrisse sessant’anni fa e di cui adesso vediamo le premesse.

Esageriamo? Speriamo proprio di sì…

GIANFRANCO DE TURRIS

3 dicembre 2013 Posted by | by G. de Turris, Carnevale della Chimica, Fantascienza | , , , , | 2 commenti

Fantascienza e Profezia

Le religioni (e la teologia) sono sempre state argomenti che hanno attirato gli scrittori fantastici e fantascientifici. In particolare la Chiesa cattolica, sotto il profilo temporale e spirituale, ha ottenuto un’attenzione speciale sia in positivo che negativo. Molti autori vi hanno speculato pro, contro o anche in senso neutro, come semplice spunto per le loro ipotesi proiettate nel futuro, basti ricordare nomi autorevoli come Blish e Miller, Pangborn e Clarke, Matheson e Heinlein, Leiber e Harrison. E’ però soprattutto la fine della Chiesa, da intendersi sotto molteplici aspetti, che ha sollecitato la loro immaginazione.

Il concetto di “fine” può infatti intendersi in molti modi: una religione che ha anche un potere temporale è soggetta a concludere la propria missione in forme diverse. Ovviamente le cosiddette Profezie di Malachia sono spesso lo spunto di base e specialmente negli ultimi anni dato che ci si avviava alla conclusione dell’elenco dei papi contenuto in quello scritto pubblicato per la prima volta nel 1595 in appendice a Legnum Vitae di Arnold de Wyon che le attribuì al santo irlandese del XII secolo. Molti sostengono che l’attribuzione a Malachia sia un falso e che in realtà si tratti dia un testo realizzato intorno al 1590 da un famoso falsario, Alfonso Ceccarelli, una specie di Simonides umbro (il falsificatore greco dell’Ottocento cui si deve, secondo Luciano Canfora, il famigerato “Papiro di Artemidoro).

RatzingerSia come sia, quel che qui interessa è che in base a quella elencazione, che parte da Celestino II nel 1143, Benedetto XVI sarebbe stato il 111° e penultimo della serie con il motto De gloria olivae (l’olivo, la pianta di Minerva, che simboleggia la sapienza). Subito dopo c’è una citazione che alcuni interpreti riferiscono a questi, mentre la maggioranza la intende come riferita ad un 112° e conclusivo pontefice della serie: “Durante l’ultima persecuzione di Santa Romana Chiesa siederà (sul trono) Pietro Romano (o di Roma) che pascerà il gregge in mezzo a molte tribolazioni; terminate queste la città dei sette colli sarà distrutta, e il terribile Giudice giudicherà la gente”.

Ma non è finita: una tradizione popolare afferma che in realtà dopo De gloria olivae ci sia stato un altro enigmatico motto poi trascurato, emendato o cancellato: Caput Nigrum, e che questo sì identificherebbe l’ “ultimo papa”. Le due parole si possono intendere in modi diversi: una “testa negra” con riferimento al colore della pelle, quindi un papa di colore, africano o meno, oppure un “capo nero”. Ora Bergoglio, Francesco I succeduto nel modo traumatico che sappiano a Ratzinger, è nella millenaria storia della Chiesa romana il primo gesuita che sale al soglio di Pietro: il primo che assommi in sé anche la carica di “papa nero”, come viene chiamato il generale dei gesuiti, il solo ordine che risponda direttamente al Sommo Pontefice. In tal modo Francesco I, nonostante la scelta del nome di un santo mite e povero per definizione, riunisce in sé un potere che in precedenza altri non hanno mai avuto (ed è il motivo per cui mai prima un gesuita è diventato papa). Egli inoltre, non si saprà mai se per un caso o no, in modo inconsapevole o voluto, affacciatosi su Piazza San Pietro appena eletto si è presentato come “il papa che viene dalla fine del mondo”. Di certo ha preso in mano una vera e propria situazione di crisi in cui versa una struttura sia spirituale che mondana e sta operando, pur col sorriso sulle labbra e l’affabilità di un Sommo Parroco, con mano decisa e colta, da gesuita, da “papa nero”, appunto.

La tradizionale conclusione apocalittica delle Profezie di Malachia, in linea peraltro con molte altre profezie cristiane del genere precedenti e seguenti, non poteva non colpire certi scrittori che l’hanno intesa in maniere differenti. Una Chiesa e un Papato possono estinguersi e crollare non solo e non tanto materialmente, quanto spiritualmente, concludendo, fallendo o distorcendo la loro missione. E così, tenendo conto dei nostri scrittori, per primo si deve ricordare il grande rimosso della letteratura italiana, Guido Morselli l’antimoderno, che come suo primo romanzo dopo il “periodo realista” scrisse nel 1966-7 Roma senza papa, anche il primo pubblicato da Adelphi nel 1974 dopo il suo suicidio l’anno precedente. Morselli rifiutava l’oggi e quindi la religione del suo oggi, che già manifestava sintomi di decadenza negli anni Sessanta del Novecento (il Concilio Vaticano II si era concluso nel 1965 con tutte le sue “novità”), e quindi la fine della Chiesa di Roma e del Papato viene descritta nel suo romanzo come una decadenza abissale dei valori tradizionali del Cristianesimo. La sua è una critica della Chiesa “al passo dei tempi” con papi fidanzati, favorevole alla liberalizzazione di droga, contraccettivi, eutanasia, che utilizza più la psicanalisi freudiana che la teologia, dove il turismo di massa è una benedizione, sicché ogni cosa nello Stato del Vaticano viene finalizzata a fare denaro, l’amore per la natura e gli animali una presa in giro. La Chiesa è finita perché non è più la vera Chiesa.

E di una mercificazione totale, ad uso appunto dei turisti, parla anche, ma in una prospettiva più laica, Roberto Vacca, nel racconto L’ultimo papa (1965), dove il pontefice si esibisce nelle sue funzioni ad uso dei curiosi di tutto il mondo che pagano per vederlo all’insegna dello slogan “Peep-a-Pope-Show” (i peepshow sono spettacoli erotici…). E se ci si consente una autocitazione, mi permetterò di ricordare che in un racconto che scrissi insieme a Piero Prosperi quando eravamo ventenni (Petrus Romanus, 1965) si immaginava una fine “politica” del Papato sotto un regime comunista instauratosi in Italia.

PapaFrancescoMa il tempo passa e i pericoli per la Chiesa cattolica cambiano: ad esempio, il relativismo dei valori, la crisi delle vocazioni, l’aggressività e la saldezza dogmatica dell’Islam hanno indotto due autori a descriverne una fine interiore traumatica, una vera e propria resa senza condizioni: e così cinquant’anni dopo Prosperi, nel suo romanzo La moschea di San Marco (Bietti, 2007) prevede che nel 2015, Benedetto XVII successore di Ratzinger, dopo aver creato una commissione di consulenti musulmani per allargare il “dialogo”, in un discorso Urbi et Orbi dichiari conclusa l’ “eresia cristiana” e chiede ad Allah di riammettere i cattolici nella Umma dei credenti. Il none del pontefice è Pietro Romani…

Di recente Antonio Bellomi ritorna sul tema e nel suo Finis mundi (nella antologia Apocalissi 2012, Bietti, 2012) prende lo spunto dalla cosiddetta profezia maya sulla fine del mondo il 21 dicembre dello scorso anno, per immaginarsi la morte di Bendetto XVI con il suo successore uscito dal Conclave proprio in quella fatidica data, il cardinale indonesiano Giovanni Ali Sudarto, che sceglie per sé il nome di Hussein I e che, senza portare alcun simbolo della croce, inizia la sua prima allocuzione alla folla dicendo: “In nome di Allah, misericordioso e compassionevole…”. Come dice uno dei personaggi del racconto: “Non è la fine del mondo. E la fine dell’era della Chiesa di Roma così come l’abbiano conosciuta…”.

Anche gli autori anglosassoni si sono avvicinati all’argomento con atteggiamento fantascientifico e futuribile, ma la storia più interessante non è certo il racconto Il dilemma di Benedetto XVI di J.H.Brennan (uscito nel 1977 con un titolo ben diverso e tradotto da Urania nel 1978), citato in occasione delle “dimissioni” di Ratzinger solo per la coincidenza del nome: vi si racconta delle visioni del pontefice per dichiarar guerra ad un dittatore e di uno psicanalista chiamato per capire se esse siano “vere” o “false,” e quindi decidere se farne seguito o no. Di certo l’opera più curiosa in merito è Il papa definitivo di un grande nome come Clifford D. Simak. Scritto nel 1981 e tradotto dalla Nord nel 1983, è una storia tipica dello scrittore americano che spesso ha affrontato il tema della “umanizzazione” dei robot. Vi si racconta di un pianeta, Vaticano 17, in cui si è rifugiata una stirpe di robot che, non potendo accedere sulla Terra alla religione cattolica in quanto privi d’ anima, sono lì emigrati ed hanno creato una civiltà ed una religione simil-cattoliche con identiche strutture e riti, e procedono alla costruzione del “papa definitivo”, cioè un immenso computer in cui immettere tutta la conoscenza dell’universo e in tal modo, appunto, creare una conoscenza e una religione universali. Idea che ricorda Brown e Asimov.

Due temi, religione e robot, tipici come si è detto di Simak che qui li ha usati per decretare la fine di un certo tipo di Chiesa, come è sinora. E a proposito di automi Robert Silverberg con Buone notizie dal Vaticano del 1971 (racconto su Urania nel 1973) immagina che da un futuribile Conclave esca un pontefice… robot il quale invece di rivolgersi alla gente in Piazza San Pietro accenda i propri razzi e sparisca in alto, nel cielo… Ma non occorre essere di metallo per fare e decidere cose inaspettate: infatti il papa Roberto I descritto da Norman Spinrad nel suo Deus X del 1993 tradotto dalla Nord lo stesso anno, emana una enciclica in cui sostiene la possibilità di trapiantare l’anima da un essere umano ad un altro proprio come fosse il cuore, il fegato o i polmoni…

Atro che l’enciclica sulla fede scritta da Ratzinger e che non vedrà mai la luce in questa forma! Infatti è apparsa firmata da due papi, un emerito ed un altro effettivo, particolare mai verificatosi in precedenza… Cose dell’altro mondo!

Gianfranco de Turris

7 ottobre 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Dal Grande Fratello alla Grande Mamma

Giustizia FaccialeNel “governo tecnico” che ci ha governato per quindici mesi c’è stato un tecnico sui generis, un po’ meno tecnico degli altri: il professor Renato Balduzzi, che Monti piazzò all’ultimo istante al Ministero della Sanità, il quale nella vita fa il… docente di diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano, e che per un certo tempo collaborò con la Bindi quando era lei il ministro della Salute. Forse per questa sua fondamentale mentalità da giurista il professor Balduzzi era fermamente intenzionato a cambiare le nostra “abitudini sbagliate”, gli “stili di vita scorretti” degli italiani in materia alimentare: sicché aveva deciso di tassare provvisoriamente (ma in Italia nulla è più definitivo del provvisorio) le bibite gassate e zuccherate e stava già pensando lo stesso per quelli che gli americani chiamano “cibi spazzatura”. E’ una delle incarnazioni non tanto dello “Stato etico” alla Hegel e alla Gentile, ma dello Stato salutista che ci considera tutti dei Pazienti da curare. Ma è l’intero governo Monti che si è mosso su queste direttive: il limite di mille euro per le transazioni in contanti così come per i pagamenti delle pensioni, applica in fondo l’idea di Marco Travaglio che siamo un intero popolo di “non ancora indagati” e che forse presto lo saremo. Così come la successiva proposta, che contraddice la precedente, di abbassare addirittura a 50 euro i pagamenti nei negozi e al mercato. Insomma siamo tutti Delinqenti (reali o potenziali).

Non da meno è il “governo di larghe intese” che si muove su questi stessi binari pedagogici. All’epoca della Legge Sirchia (un tecnico/medico di centrodestra) che proibiva il fumo nei locali pubblici (2003), fummo facili profeti a sostenere che col tempo le proibizioni si sarebbero ampliate. Adesso il nuovo ministro della Salute, Beatrice Lorenzin (centrodestra, diploma liceo classico, nessuna esperienza in materia come il suo predecessore costituzionalista), aveva pensato di proibire il fumo in automobile in presenza di minori e donne incinte, cioè in un luogo privato. Qualcuno ha obiettato ironicamente: e se è una donna incinta a fumare, viene multata il doppio? Alla fine la norma non è passata, ma l’intenzione, la forma mentis rimangono… Si può immaginare che il prossimo passo sarà quello di proibire il fumo nelle abitazioni private, sempre ovviamente in presenza di minori e donne incinte, poi senza neppure costoro (al che si porrà il problema di come effettuare i controlli per sanzionare i trasgressori: il Grande Fratello è dietro l’angolo).

E’ passata invece un’altra parte della legge, quella che proibisce il fumo a tutti nelle scuole, non solo all’interno degli edifici ma anche nei pressi di essi, nei cortili, all’aria aperta: con ciò adeguandosi a ordinanze di alcuni sindaci che lo hanno proibito nei parchi pubblici. Prossimo passo: proibirlo anche nelle strade… proprio come già succede in alcune città americane dove non si può fumare nemmeno nel giardino di casa propria…

Sia i “tecnici” sia la coalizione destra/sinistra, dunque, hanno l’identico scopo dirigista: col pretesto di tutelare ad ogni costo la salute dei cittadini pagatori di tasse e iscritti al Servizio Sanitario Nazionale si mira a correggere le nostre “perversioni” personali. I vizi diventano crimini contro l’umanità presente e futura. E lo Stato diventa moralista, pedagogista, salutista. Del resto, hanno detto i verdi tedeschi, se vinceremo le prossime elezioni obbligheremo per legge a diventare vegetariani imponendo questa dieta nelle scuole pubbliche e affini.

Ora il caso vuole che un romanzo, Giustizia facciale dell’inglese L.P.Hartley (1895-1972), ci abbia descritto efficacemente tutto questo già mezzo secolo fa. La sua antiutopia o distopia uscì nel 1960, venne tradotta poco dopo da Martello e nel 2007 ha avuto una nuova versione critica da Liberilibri, che già aveva ritradotto nel 2003 il classico Anthem di Ayn Rand col titolo Antifona.

Giustizia facciale è un unicum fra i romanzi di questo genere. Tutti gli altri, infatti, descrivono uno Stato che si contrappone, schiavizza e schiaccia su vari piani (economico, sociale, morale, culturale, psicologico) il singolo con metodi durissimi e oppressivi, anche se ufficialmente non appaiono tali, come in 1984 di Orwell (1949) o in Fahrenheit 451 di Bradbury (1951), dove sembrerebbe in primo piano il benessere dei cittadini. E questo sin dalle origini dell’antiutopia, il cui primo esempio è certo Noi di Zamjatin (1920), al quale si può affiancare Antifona di Ayn Rand (1938) citato in precedenza, dure condanne della società sovietica. Ma lo Stato scientificamente pervadente de Il Mondo Nuovo di Huxley (1932) non è da meno. In Questo giorno perfetto (1971), antiutopia dimenticata di Ira Levin, l’autore di Rosemary’s Baby, uno Stato cattocomunista si regge con iniezioni quotidiane di tranquillanti alla popolazione per farla stare a posto, finché il protagonista non sfugge alla sua dose giornaliera e si accorge in che inferno vive.

FacialJusticeE’ questo uno spunto tratto da Giustizia facciale, romanzo poco imitato. La società immaginata da Hartley è una dittatura soft, blanda ma efficace, bene o male accettata dai suoi sudditi. In una Inghilterra post-atomica si ricreano comunità limitate, sui diecimila abitanti, e a Cambridge si insedia il Diletto Dittatore. Il Nuovo Stato è strutturato come fosse una grande scuola o famiglia dove, adattate, vigono le regole che una scuola oppressiva o una famiglia soffocante possono pretendere da ragazzini considerati troppo discoli o esuberanti, infine capricciosi. Il compito che il Diletto Dittatore si propone è quello di proteggere i cittadini da loro stessi sia materialmente che psicologicamente. “La nostra missione” dice “è di salvarvi da voi stessi”. Infatti, la premessa da cui parte è che tutti sono per definizione Pazienti e Delinquenti: cioè in nuce essi hanno la tendenza a essere malati e dei poco di buono. I cittadini sono sempre definiti così per porli in una sudditanza psicologica: “Siete tutti Delinquenti e tutti i Delinquenti sono invalidi”. Un aggiornamento di Lombroso e una anticipazione di Travaglio……

Per raggiungere felicità e tranquillità ogni cittadino deve sorbirsi tutte le sante mattine una dose obbligatoria di bromuro, mentre deve essere evitato ogni genere di pericolo materiale: case a due piani e senza spigoli, proibite le lame superiori cinque centimetri, disincentivato l’uso dell’automobile per non fare sacrifici al “Dio della Velocità” e così via.

La società si basa sul concetto delle due “I”, la Buona I e la Cattiva I, Identità e Invidia. Da un lato quindi ci sono “interdetti verbali” e “parole rituali”, da non pronunciare o da pronunciare esorcizzandole (una straordinaria anticipazione della politically correctness). Da un altro lato, per evitare la Cattiva I, le donne sono divise in tre classi: Alpha, Beta e Gamma, le brutte, le medie e le belle, e le Alpha e le Gamma sono caldamente invitate a sottoporsi ad una plastica per diventare Beta: è la Giustizia Facciale per non suscitare Invidia.

In questo mondo apparentemente felice ma grottesco il Diletto Dittatore, proprio come un Dio, è invisibile, si fa sentire soltanto attraverso la radio che è per ogni dove e trasmette in continuazione secondo l’idea di 1984: è la Voce della Grande Mamma o della Grande Istitutrice, benevola ma severa, e non lo sguardo onnipresente del Grande Fratello orwelliano. Non una Caserma con punizioni crudeli e la Polizia del Pensiero, ma l’Asilo con i capiclasse che vanno in giro per controllare ed ammonire: Ispettori e Ispettrici bellissimi e vestiti di bianco che hanno nomi di angeli.

Naturalmente la conclusione sarà tragica e si scoprirà chi sta dietro la Voce del Diletto Dittatore, una sorpresa come quella del Mago di Oz… Una favola crudele che Hartley scrisse prevedendo le esagerazioni del Welfare State laburista, pedagogico e protettore dalla culla alla tomba, ma non per questo meno dittatoriale e privatore delle libere scelte dei cittadini-sudditi, una sorprendente anticipazione degli illuminati governi italici dei vari colori di oggi che si preoccupano solo del nostro benessere limitandoici la libertà di scelta.

Ma dovrebbero sapere però che l’Inferno è lastricato di buone intenzioni. Come quelle del Diletto Dittatore.

GIANFRANCO DE TURRIS

2 settembre 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , | 1 commento

Philip K. Dick, o del complotto universale

attodiforzaQuando il Dick fantascientificamente maturo venne “scoperto” nell’Italia della fine anni Sessanta-inizio anni Settanta del Novecento dal mensile da edicola Galassia e dalla collana di libri rilegati Science Fiction Book Club de La Tribuna e dalla collana Cosmo della Nord (i suoi romanzi degli anni Cinquanta erano già apparsi, pur se tagliati, su Urania), lo si volle presentare come un tipico esempio di intellettuale progressista, liberal, accusatore implacabile dell’establishment culturale e politico conservatore, del militarismo yankee, della Casa Bianca, della FBI, della CIA ecc. ecc. ecc. Un’icona dura a morire, che pur aveva qualche fondamento nel lato più esteriore e superficiale della sua produzione, nel suo essere contro le dittature (contro ogni dittatura peraltro, non solo il nazismo ma anche il comunismo, ma il particolare veniva tralasciato proprio come fu per altri scrittori americani, Bradbury in primis). Una speculazione un po’ provinciale, se vogliamo, ma quasi obbligatoria in anni in cui la vita italiana era funestata dalla “contestazione”, dagli “anni di piombo”, da una contrapposizione frontale destra/sinistra, quando essere appunto conservatori o di destra era quasi una “colpa”, qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere, comunque da condannare e sempre da tenere d’occhio mantenendo alta la “vigilanza democratica”. Meno male allora che nella patria del più bieco capitalismo, gli Stati Uniti, ci fosse chi non la pensava come quei semi-dittatori che abitavano alla White House, quei guerrafondai (in Vietnam e altrove), quei repressori di ogni devianza. Una icona dura a morire lo si è detto, se si pensa come ogni traduzione anche recente di Dick, richiami paginate di recensioni sulle testate della sinistra dall’Unità a Repubblica dal defunto Liberazione al Manifesto: tutti a esaltare Dick anche per i mediocrissimi e spesso imbarazzanti testi realistici tirati fuori a rate nell’arco di trent’anni dai suoi cassetti, ma che pur sempre erano stati scritti da un autore de sinistra… grande proprio perché tale e non per la straordinaria qualità dei suoi romanzi e racconti fantascientifici… Perché altrimenti invece di sfruttare la sua fama postuma, meglio sarebbe stato mantenere nell’oblio questi testi che gli vennero rifiutati da tutti gli editori allorché cercò di esordire nel mainstream ventenne o giù di lì non in quanto socialmente critici e politicamente “ rivoluzionati”, ma semplicemente in quanto proprio brutti…. Avrebbero anche evitato la fatica dei presentatori e recensori italiani di giustificarli arrampicandosi sugli specchi…

bladerunnerMa le cose non stavano affatto così: Dick era tutt’altro che un intellettuale politicizzato, come anche all’epoca si tentò di dire: era soltanto un grandissimo scrittore che esteriorizzava le sue idee, i suoi fantasmi interiori, le sue paure, le sue allucinazioni,le sue ossessioni, la sua paranoia man mano incombente nei romanzi che scrisse e pubblicò sino al 2 marzo 1982, l’anno della morte per infarto a 64 anni non compiuti e alla vigilia del successo di Blade Runner che lo avrebbe consacrato presso il grande pubblico. Fosse vissuto oggi, Dick avrebbe viste confermate tutte le sue ossessioni e paranoie: prevalenza della Virtualità sulla Realtà; controllo tutti i santi giorni da parte di migliaia di telecamere; finedel “privato” nel la nostra vita, giacché ci lasciamo sempre dietro “tracce elettroniche”. Per di più lo scandalo del giugno scorso con la rivelazione che la National Security Agency americana controlla illegalmente (ma con l’avallo presidenziale) e passa al setaccio a scopo antiterrorismo ogni tipo di messaggio (dai cellulari alle email) e addirittura cataloga i cittadini attraverso il loro DNA senza che lo sappiano, gli avrebbe dato la prova provata della sua sacrosanta ragione. E che il Potere è il Potere e basta, indipendentemente da chi lo esercita, fosse anche un presidente usa colorato e progressista…

Paradossalmente dobbiamo ringraziare quel misto di schizofrenia/paranoia di cui era affetto potenziato da alcol e droga perché sicuramente non gli avrebbe permesso di scrivere i suoi capolavori basati sul’idea che la Realtà non è quella che appare, che noi siamo del burattini manipolati da altri,che dietro una verità ce ne sono altre quasi stratificate e nessuna definitiva, che tutto è un Complotto Universale, sino a quella che saccentemente è stata definita la “deriva mistica”, la Trilogia di Valis, con cui concluse la sua carriera. Peccato che questi aspetti i suoi laudotores ideologizzati italiani non li prendano quasi mai in considerazione. Così come anche uno sconcertante aspetto politico della sua vita: ad esempio, quando denunciò un complotto comunista di scrittori di fantascienza alla FBI. Sarà pure un lato antipatico e poco edificante, ma certo demolisce il mito di un Dick progressista e anti-americano come lo si voleva far passare a suo tempo.

Come ormai riportato dalle sue biografie Philip Dick il 2 settembre 1974 (quindi proprio all’epoca della sua “scoperta” italiana) scrisse alla polizia federale, la demoniaca FBI, perché si era convinto che un gruppo di intellettuali complottasse contro la fantascienza americana e contro l’America: “Accludo la lettera del professor Darko Suvin per proseguire con le informazioni che vi ho già mandato in precedenza (…) Legati a lui ci sono tre marxisti sui quali vi ho già inviato notizie: Peter Fitting, Fredric Jameson e Franz Rottensteiner, l’agente di Stanislaw Lem nel mondo occidentale (…) La cosa più importante non è che queste persone siano marxiste o che abbiano contatti all’estero. La cosa importante è che sono anelli di una catena di comando al vertice della quale c’è Stanislaw Lem, scrittore polacco e funzionario del Partito comunista”.

minorityreportChe Jameson, docente universitario e critico letterario statunitense (Le narrazioni magiche, Lerici, 1978), sia tuttora marxista è esatto. Che lo sia anche Darko Suvin, professore di letteratura comparata in Canada, autore di un Le metamorfosi della fantascienza (Il Mulino, 1985) ed oggi residente in Italia, a Lucca, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, sua patria di origine, pure. In più, aggiunge Dick soggiacendo alle sue sindromi, Lem potrebbe non essere una persona reale ma più di una, un gruppo, autore dei suoi romanzi: e questo “comitato chiamato Stanislaw Lem”, egli scrive alla FBI, intende “guadagnare una posizione di monopolio con la quale controllare l’opinione pubblica attraverso la critica letteraria e la pedagogia”. Conclusione: “Un gruppo di persone residente a Cracovia, in Polonia, potrebbe un giorno controllare completamente la cultura americana”. Ovviamente Lem, che viveva appunto a Cracovia e morto nel 2006, non era un “nome collettivo”…

Il parto di una mente esaltata e turbata, certo, di una persona che soffriva di mania di persecuzione, che si sentiva sorvegliato da forze occulte, per il quale la Realtà e la Verità non sono quelle certezze che appaiono a prima vista, ma risulta assai singolare che invece di denunciare un complotto che aveva lo scopo di “controllare completamente la cultura americana” di matrice militarista, reazionaria, capitalista e magari fascista e nazista, Dick ne abbia denunciato uno di matrice marxista le cui origini erano in un Paese oltre quella che allora si chiamava la “cortina di ferro”, la Polonia. E grottesco il fatto che questi eventi, conosciuti ovviamente solo parecchio tempo dopo, siano avvenuti proprio all’inizio degli anni Settanta, allorché i giovani, baldanzosi, politicizzatissimi appassionati e critici italiani lo portavano in palmo di mano additandolo ai loro lettori come perfetto scrittore anti-sistema americano, tenuto d’occhio dai servizi segreti USA. Lui che ormai era in procinto di trasformarsi in attivista anti-alcol, anti-droghe, anti-aborto, patriottico e religioso al limite del misticismo, anche se di una religiosità tutta sua, gnostica come è stata definita, proprio lui che aveva parlato e descritto la “morte di Dio”.

guardinidestinoE’ inelegante e poco signorile ricordare certe cose? E perché mai se si tratta della verità? E perché mai visto che altri non si sarebbero peritati a farlo se si fosse trattato di un’altra, opposta, opzione “politica” considerandolo un dovere? Il fatto è, ricordiamolo ancora, che negli anni Settanta e Ottanta ci fu una strumentalizzazione selvaggia di autori di science fiction e fantasy e anche horror che poi – vera e propria nemesi della storia fantascientifica – alla fine si sono rivelati ben diversi. E allora bisogna raccontare come sono andate le cose e come esse sono veramente.Dick è stato un autore immenso e, riprendendo quel che sopra abbiano accennato, se non fosse stato soggetto a tante e molteplici sindromi non avrebbe scritto quel che ha poi scritto: fosse stato “normale” sarebbe stato uno scrittore di fantascienza originale sì, ma non geniale. Come Poe: se non fosse stato traumatizzato dalla morte della giovanissima moglie e se non fosse stato un alcolizzato, non avrebbe scritto quel che ha scritto… Di Dick all’epoca poco mi piacevano i suoi “finali aperti” e quindi poco concludenti, e che invece adesso rivelano il loro senso: è la Realtà stessa ad essere “aperta” ad essere “inconcludente”. Fosse vissuto altri dieci anni, con l’avvento definitivo del virtuale e la dittatura del computer e internet, Philip Dick avrebbe potuto dire: “Avevo ragione io!”

Gianfranco de Turris

1 luglio 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , , , , | Lascia un commento

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