Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

La mente e le catastrofi

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Crollo di borsa

Molti anni fa ho conosciuto un comico tedesco, più un performer che un comico, ma tant’è: era pagato dal comune di Roma per fare il comico/performer/buffone nel quadro delle iniziative dell’Estate Romana.
In sostanza il suo numero consisteva nell’essere vestito in modo molto strano, con un tight verde, un cappello di quelli da Topolino con le orecchie tonde e grandi e due scarpe da clown e la sua azione consisteva nel prendere a colpi di forcone i cocomeri che il pubblico gli tirava. Lo so, sembra folle ma era proprio così: nel Parco del Turismo all’Eur, alle nove di sera, in una piazzuola circondato da 200 persone lui invitava il pubblico a prendere un cocomero da una pila di forse 100, duecento cocomeri e a tirarglielo addosso; e lui cercava di colpirlo con un forcone a tre rebbi, di quelli da pagliaio. Letteralmente.

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Dopo un terremoto

Era molto strano ma ancora più strano era l’entusiasmo con cui dopo poco il pubblico partecipava, tirando a lui i cocomeri che venivano spaccati al volo e poi tirandosi l’un l’altro addosso i pezzi dei cocomeri. Alla fine c’era una trentina di ragazzi, quasi nessuna ragazza, che si tiravano pezzi di cocomero, sporcandosi, divertendosi da matti, e la cosa è andata avanti per un buon quarto d’ora. Era molto più una performance che non uno spettacolo comico in senso stretto.

Hans era il suo nome ed era amico di amici attori, anche loro presenti per cui dopo la performance mi sono trovato con lui e con i miei amici a parlare del suo lavoro. E lui molto serenamente mi diceva che aveva a che fare con la morte. Sosteneva che la massa della gente oggi, diversamente dal passato, non vede mai la morte, non assiste alla morte reale. Un tempo non era così, la gente moriva per lo più in casa, c’erano le guerre, le morti per malattie, il morto in casa veniva rivestito dai parenti per il funerale e questo fino a tutti gli anni 50 e in campagna anche dopo. Oggi non è così, si muore in ospedale e a rivestire i morti ci pensano i necrofori. Ma la gente sa che la morte c’è, però non la vede, non ha contatto, non il contatto quotidiano di un tempo. La morte è la negazione del consumismo ed il consumismo l’ha rimossa, edulcorata, sterilizzata, nascosta.

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Maremoto

 

 

Ma la gente, ripeteva Hans, lo sa che la morte c’è, lo sa nel corpo, nell’inconscio, nella propria carne. Per cui quando gli dici “spacca il cocomero” cioè compi un gesto distruttivo e innocuo, lascia galleggiare questo desiderio di distruzione, questa pulsione di morte. Intendiamoci era la sua performance, la sua teoria. Però mi ha colpito e anche molto, soprattutto perché ero rimasto stupito dalla partecipazione di decine e decine di persone a quella foga distruttiva. Ho elaborato un’altra teoria, partendo dal lavoro di Hans.

Il consumismo elimina/nasconde la morte, ma elimina anche le catastrofi. Certo, vediamo poi in televisione in continuazione sparatorie vere e finte, nelle serie televisive come nei documentari delle zone di guerra e ormai Internet ti pernette di vedere perfino le esecuzioni o le torture in diretta se proprio vuoi. Non scherzo: se vuoi, le vedi.

E tutti sotto sotto abbiamo paura delle catastrofi. Perché sappiamo, pensiamo, temiamo che possano accadere. Di solito prendono la forma di eventi naturali, terremoti, maremoti, lo tsunami di qualche anno fa nel Pacifico ha ucciso in un paio di settimane 200.000 persone, per lo più in piccole isole, barchette, sulle coste, ma sempre 200.000. Abbiamo paura delle catastrofi perché sotto sotto pensiamo anche, sappiamo che il benessere nel quale viviamo come occidentali che abitano nel nord del mondo è instabile, forse ingiusto. Non è giusto che noi siamo grassi, moriamo di malattie connesse a eccessi nell’alimentazione, gettiamo milioni di tonnellate di cibo ed il resto del mondo muoia pure di fame, di povertà, di guerre violente. Non va bene e lo sappiamo. Per cui temiamo le catastrofi perché pensiamo di meritarle. Ma le catastrofi non sono così facili.

 

 

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Eruzione vulcanica

 

Certo un meteorite abbastanza grosso cancellerebbe, come ha già fatto, il 75% delle specie di vita sul pianeta, ma io non credo che ce la farebbe con noi. I ghiacci che si sciolgono, mh, cambieranno il clima ma nei porti ne farebbero pochi di danni, ci sposteremmo verso l’interno. Molte di più ne farebbe una vera catastrofe economica. Ecco… tutti hanno paura della crisi economica, dei mercati e delle Borse, ma la crisi veramente rischiosa sarà/sarebbe una crisi sistemica globale, che è possibilissima. Molto più possibile e pericolosa del meteorite o dello sciogliersi dei ghiacci.

Le Borse sono nate per procurare capitali freschi alle industrie e sono immediatamente diventate luoghi di pura speculazione dove la ricchezza si distrugge ma non si crea, e badate, quando si distrugge questo accade per davvero: un crollo del 5% a Tokyo che vuol dire in ipotesi 100 miliardi di dollari sono proprio 100 miliardi di dollari bruciati, distrutti realmente. E quando la borsa riapre e risale non crea il +5% dal nulla, si limita a raccogliere dentro la borsa ricchezza che viene da fuori. Un crollo vero e duraturo del sistema che coinvolgesse anche i debiti pubblici di tutti gli stati che ne hanno sarebbe un crollo spaventoso, una distruzione reale e totale della ricchezza del pianeta. Secondo me morirebbe nel giro di un anno il 90% degli abitanti del pianeta.
Esagero? Mh.

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Finalmente il Toro in borsa!

Ne ho già scritto su Il Tredicesimo Cavaliere, troverete l’articolo ed altri riferimenti qui:

Il crollo della Borsa cinese più distruttivo di un asteroide?

Ma il bello è che ho scoperto che la Cina oltre ad essere un paese enorme, con una popolazione non censita che supera i 1300 milioni di abitanti, che possiede oltre il 20% del debito pubblico degli Stati Uniti (situazione pericolosissima per tutti!) è anche il paese dove i miliardari scompaiono!

Cina, il paese dove i finanzieri spariscono nel nulla

Voi capite che se nemmeno una enorme ricchezza ti mette al riparo da scherzi del genere, mh, non c’è da fidarsi molto di nessuno.

MASSIMO  MONGAI

29 aprile 2016 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , , | Lascia un commento

CHE BATOSTA !

Asteroid-miningIl Tredicesimo Cavaliere incorre nell’ira funesta di Facebook e perde il più bello scoop della sua storia.

Ecco com’è andata.  

Giovedì 12 novembre alle ore 12:35, il blog pubblica un breve, emozionato comunicato stampa dal titolo: “E’ aperta la caccia agli asteroidi. Potremmo sbagliarci, ma non ci risulta che prima di quell’ora, in quel giorno, qualche altro organo di informazione in lingua italiana, di qualsiasi tipo, avesse già battuto l’importantissima notizia che segue.

Percepiti per anni solo come potenziali portatori di distruzione in caso di impatto con il nostro pianeta, gli asteroidi, oggetto del Space Launch Competitiveness Act approvato ieri dal Senato degli Stati Uniti con un convinto voto bipartisan, appaiono ora in una luce nettamente migliore – esordiva il comunicato stampa, che  chiudeva un paio di dozzine di righe dopo, così: – dal punto di vista minerario, l’insieme di asteroidi e comete che fa parte del Sistema Solare potrebbe valere qualcosa come cento trilioni di dollari  = $1014   E non si può negare che l’attuale livello tecnologico sia perfettamente in grado di sostenere questo nuovo sforzo. Il Congresso Americano l’ha capito e, a quasi cinquant’anni dall’Apollo 11, ha di fatto dato inizio all’Astronautica commerciale e privata

Il canale di diffusione più importante è costituito, per un microblog come il Tredicesimo Cavaliere, dalla rete dei Gruppi di discussione Facebook che raccolgono migliaia di astrofili. L’insieme dei Gruppi Facebook, degli astrofili e dei blog costituisce di fatto una microeconomia virtuosa, dove ognuno ha i suoi doveri e ottiene il suo tornaconto. Facebook fornisce la piattaforma tecnologica su cui si basa il servizio; gli astrofili forniscono lettori ai blog e a FB un pubblico per le campagne pubblicitarie, e, come si è detto, i blog forniscono info e contenuti ad astrofili e Gruppi FB. E’ andata avanti così per anni, con soddisfazione di tutte e tre le parti .

Ma giovedì 12 novembre, Facebook ha posto fine a questa proficua collaborazione con un gesto brutale e senza preavviso, sanzionando l’account FB di chi vi scrive, per 15 giorni, con il blocco della possibilita’ di scrivere e pubblicare nei Gruppi e con la cancellazione degli inviti alla lettura del comunicato stampa di cui sopra. A tutt’ora non mi è stata nemmeno comunicata una motivazione ufficiale.

Ammmesso ma non concesso che io abbia involontarialemte scritto o fatto qualcosa di sindacabile, cosa che comunque nego nel modo più assoluto, nel buio totale in cui mi hanno lasciato posso solo azzardare che FB voglia rifarsi al testo seguente: Le normative di Facebook prevedono che venga messa fine ai comportamenti che potrebbero essere considerati fastidiosi od offensivi dalle altre persone. Abbiamo appurato che hai utilizzato una funzione in un modo che potrebbe essere considerato improprio, anche se non era tua intenzione“. Ma, ripeto, non c’è stato ancora niente di ufficiale.

Ricostruiremo la nostra rete di lettori, servendoci di altri media, che sul web non mancano di certo. Saremo presenti su Twitter, Yahoo e sulle Cerchie di Google, e altri ancora. E non rinunceremo neanche a Facebook, che, al di là dell’arroganza e del senso di onnipotenza che pervade i suoi burocrati, ha pur sempre grandi meriti.

Cosa possono fare i nostri lettori, i nostri amici , e chi apprezza il nostro lavoro?

MOLTISSIMO !

Prima di tutto farsi vivi, aiutarci a diventare più forti condividendo questa pagina e abbonandosi al Tredicesimo Cavaliere (naturalmente è gratuito). Al momento potete farlo solo tramite nostra pagina Facebook, che è ancora disponibile e non credo verrà minacciata. Ma, meglio ancora, se non lo avete già fatto, registratevi anche come utenti diretti di WordPress, il nostro editore:

https://iltredicesimocavaliere.wordpress.com

Tra breve avremo una presenza su Twitter, Yahoo, Google e quant’altro. Ma il lavoro è tantissimo e noi siamo pochi. Perciò la cosa più utile e apprezzata sarà poter disporre di un poco del vostro tempo per un aiuto sul campo, tanto meglio se avete competenze specifiche nel settore dell’editoria sul web.

Inutile dire che chi può aiutarci di più sono proprio gli astrofili e gli appassionati di fantascienza che fin qui ci hanno seguito tramite i Gruppi di Facebook. In teoria si potrebbe tentare anche subito di recuperare quei lettori ristrutturando i rapporti tra noi e i Gruppi su una base diversa e inattaccabile dalla burocrazia di FB. 

A prestissimo, rimanete sintonizzati !

Roberto Flaibani

16 novembre 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , , | 1 commento

E’ aperta la caccia agli asteroidi

Asteroid-miningPercepiti per anni solo come potenziali portatori di distruzione in caso di impatto con il nostro pianeta, gli asteroidi, oggetto del Space Launch Competitiveness Act approvato ieri dal Senato degli Stati Uniti con un convinto voto bipartisan, appaiono ora in una luce nettamente migliore. Si tratta dei rimasugli del processo di formazione del Sistema Solare, milioni di piccoli o grandi pezzi di roccia, minerali vari e acqua sparsi in tutto il Sistema e aggregatisi nel corso del tempo in gruppi e famiglie. Contengono un po’ di tutto, anche minerali preziosi, “terre rare” e perfino elementi non presenti sul nostro pianeta, che potrebbero essere quindi vantaggiosamente importati. Ma probabilmente ciò che di più prezioso troveremo negli asteroidi (e nelle comete!) sarà la semplice acqua. Scomposta nei suoi elementi base , sarà conservata in depositi orbitali e offerta come propellente da usare nel corso delle missioni, mentre oggi deve anch’esso essere trasportato da Terra, riducendo assai il carico utile offerto dal razzo lanciatore.

Tra guadagni e risparmi, le cifre si fanno titaniche: dal punto di vista minerario, l’insieme di asteroidi e comete che fanno parte del Sistema Solare potrebbe valere qualcosa come cento triliardi di dollari. E’ solo una stima che nessuno si sente di confermare, in presenza delle scarse informazioni geologiche ottenute fino ad oggi. E si avvertono nella normativa vigente problemi di politica internazionale, di natura legale e perfino assicurativa. Ma non si può negare che l’attuale livello tecnologico è perfettamente in grado di supportare questo nuovo sforzo. Il Congresso Americano l’ha capito e, in una festa di voti repubblicani e democratici mescolati all’entusiasmo degli imprenditori del settore (Musk, Branson, Bigelow, eccetera), a quasi cinquant’anni dall’Apollo 11, ha di fatto dato inizio all’Astronautica commerciale e privata con parole che in estrema sintesi suonano così:

“Sei capace di prenderlo? Allora fallo, è tuo.”

 

ROBERTO FLAIBANI

12 novembre 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Difesa Planetaria, News, Planetologia, Senza categoria | , | 1 commento

eso8. Fondare colonie

 Abbiamo voluto riproporre con la sigla eso, che contraddistingue gli interventi dedicati agli esopianeti, questo articolo apparso sulle nostre pagine ormai un paio di anni fa. Anche se gli eccessi e i fraintendimenti nell’uso del termine abitabilità continuano, anzi dopo il ritrovamento di tracce d’acqua sulla superficie di Marte ormai dilagano, concetti alternativi come colonizzabilità e demandite rimangono molto interessanti, e questo articolo, che ne parla, mantiene intatto il suo valore. (RF)

 eso8 MarsOneLe sonde dedicate alla ricerca degli esopianeti continuano a fornire risultati interessanti. Sappiamo ora che la maggior parte delle stelle possiede sistemi planetari, e che una sorprendente percentuale di questi sarà costituita da pianeti delle dimensioni della Terra, situati nella loro zona di abitabilità, cioè la regione in cui non fa né troppo caldo né troppo freddo, e la vita come noi la conosciamo può svilupparsi. Gli astronomi sono completamente affascinati dal concetto di zona di abitabilità e da quello che potrebbero trovare. Abbiamo l’opportunità, nell’arco della nostra esistenza, di scoprire se la vita esiste fuori dal nostro sistema solare e forse quanto essa è comune. Abbiamo anche un’altra opportunità , meno frequentata dagli astronomi ma comune tra gli scrittori di fantascienza. Per la prima volta nella storia, possiamo essere in grado di identificare mondi dove potremmo trasferirci e vivere. Nel momento in cui decidiamo di riflettere sulla seconda possibilità, è importante tenere bene in mente che abitabile e colonizzabile non sono sinonimi.

Nessuno sembra accorgersene, ma non è possibile trovare alcun termine se non “abitabilità “ per descrivere gli esopianeti che stiamo trovando. Che un pianeta sia abitabile, in accordo con la definizione corrente del termine, non ha niente a che vedere con la possibilità che degli esseri umani si stabiliscano in quel luogo. Cosi il termine si applica a luoghi che sono di importanza vitale per la scienza ma non si applica necessariamente a luoghi dove noi vorremmo effettivamente andare. In altre parole il fatto che un pianeta sia abitabile (secondo l’attuale definizione) non ha niente a che fare con l’eventuale fondazione di una colonia.

eso8 supeterraLa differenza tra abitabile e colonizzabile

Rivolgiamo la nostra attenzione verso due pianeti molto diversi tra loro: Gliese 581g e Alpha Centauri Bb. Non abbiamo conferma dell’esistenza di nessuno dei due ma abbiamo abbastanza dati per poter dire a che cosa assomigliebbero se la loro esistenza venisse confermata.

Gliese 581g è una super-terra che orbita nel mezzo della zona di abitabilità della sua stella, ciò significa acqua liquida che scorre liberamente in superficie e lo rende un mondo abitabile secondo l’attuale definizione.

Centauri Bb, al contrario, orbita molto vicino alla sua stella e la sua temperatura in superficie è probalbilmente abbastanza alta da rendere uno dei suoi emisferi un mare di magma (il pianeta è collegato alla sua stella da un sistema di maree come la Luna lo è alla Terra). Alpha Centauri Bb viene considerato dai più non abitabile. Gliese 581g è abitabile e Centauri Bb non lo è ; ma ciò significa forse che il primo è più colonizzabile del secondo? In effetti non lo è. Dato che Gliese 581g è una super-terra, ovviamente la gravità in superficie sarà maggiore che sulla Terra. Le stime variano ma si arriva anche a ippotizzare una forza di gravità pari a 1,7g, come dire che un uomo di 78 chili ne peserà oltre 125 su Gliese 581g. Se il nostro uomo convertisse tutto il suo attuale grasso corporeo in massa muscolare potrebbe essere in grado di andare in giro senza usare supporti ortopedici per la deambulazione, se non proprio una sedia rotelle. Comunque il suo sistema cardiovascolare sarebbe sottoposto a uno sforzo permanente e  non ci sarebbe modo di rendere il suo habitat più confortevole.

eso8 - base minerariaAll’opposto, Centauri Bb è circa delle stesse dimensioni della Terra, e la gravità in superficie è probabilmente la stessa. Siccome si trova in risonanza mareale con il suo sole, un emisfero è sicuramente ricoperto da un mare di lava, ma l’altro emisfero, quello permanentamente in ombra, sarà più freddo, potenzialmente molto più freddo. È probabile che non ci sia nemeno un soffio di atmosfera, né acqua liquida, ma come posto dove costruire un avanposto non sarebbe da buttar via. Bisogna considerare anche che spostare materiali dalla superficie all’orbita bassa sarebbe più facile nel caso di Centauri Bb, mentre l’atmosfera presumibilmente spessa di Gliese 581g renderebbe più difficile la soppravivenza degli esseri umani. Senza dubbio Gliese è un buon candidato per lo sviluppo della vita, ma secondo me Centauri Bb è un candidato migliore per ospitare una colonia.

 Definizione di colonizzabilità

 Abbiamo una definizione molto buona di cosa rende abitabile un pianeta: una temperatura stabile, atta alla formazione di acqua liquida in superficie. È possibile sviluppare una definizione di colonizzabilità per un pianeta, egualmente o più soddisfacente. Come prima cosa un mondo colonizzabile deve avere una superficie accessibile. Una super-terra con un’atmosfera incredibilmente spessa e una gravità di superficie di 3 o 4g è del tutto non colonizzabile, sebbene vi si possa trovare abbondanza di vita.

eso8 exocity1 In secondo luogo, gli elementi giusti devono essere accessibili sul pianeta perchè esso sia colonizzabile. A prima vista sembra un po’ sconcertante, ma che succederebbe se Centauri Bb fosse l’unico pianeta nel suo sistema, e ci fossero solo tracce di azoto? Non è un problema di quantità, un pianeta come quello (in un sistema stellare come quello) non potrebbe dare supporto a una colonia di forme di vita terrestre. L’azoto, anche solo tracce di esso, è un componente critico della vita biologica.

 In un articolo intitolato The Age of Substitutibility, pubblicato su Science nel 1978, H.E. Goeller e A.M. Weinberg hanno proposto un minerale artificiale chiamato Demandite. Si presenta in due forme. Una molecola di Demandite industriale conterrà tutti gli elementi necessari per una industria edile e manifatturiera nelle proporzioni che uno otterrebbe se prendesse, diciamo, una città di media dimensione e la riducesse in polvere finissima. Ci sono 20 elementi nella Demandit industriale, incluso carbonio, ferro, sodio, cloro, ecc…

All’opposto, la Demandite biologica è composta quasi interamente di solo 6 elementi: indrogeno, ossigeno, carbonio, azoto, forforo e zolfo. (Se un intero sistema ecologico venisse macinato e si osservassero le proporzioni di questi elementi, potresti in realtà scoprire che esiste una singola molecola con le esatte proporzioni richieste: si chiama cellulosa).

 eso8 exocity2Terzo, in superficie deve esserci un flusso di energia in qualche modo gestibile. Il posto può essere tanto rovente che ghiacciato, ma deve essere possibile per noi muovere liberamente il calore. Di sicuro questo non è fattibile sulla superficie di Venere, che, con i suoi 800 gradi di temperatura obbligherebbe il vostro sistema di aria condizionata a un demenziale super lavoro solo per superare l’inerzia termica. L’accesso a un gradiente termico o energetico è quello che rende possibile il lavoro fisico. Ovviamente cose come la pressione superficiale, l’intensità stellare, la distanza della Terra giocano una grande parte, questi sono i tre fattori più importanti che io posso vedere. Dovrebbe essere ovvio all’istante che essi non hanno nessun rapporto con la distanza dei pianeti dal loro sole. Non c’è una “zona colonizzabile” come invece esiste una “zona abitabile”. Bisogna osservare la situazione pianeta per pianeta.

Si noti che, secondo queste definizioni, Marte è solo marginalmente colonizzabile. Perchè? Non a causa della sua temperatura o della bassa pressione atmosferica, ma perchè è scarsamente dotato di azoto, almeno in superficie. Una combinazione di Marte e Ceres potrebbe essere qualcosa di colonizzabile, se Ceres avesse una buona scorta di azoto nella sua borsetta del trucco, e questa idea di ambienti combinati in attesa di colonizzazione complicava la visione d’insieme. Probabilmente non siamo in grado di rilevare un oggetto delle dimensioni di Ceres, se orbitasse intorno ad Alpha Centauri. Cosi la lunga distanza che ci separa da un pianeta candidato alla colonizzazione difficilmente potrebbe esere considerata come un elemento a sfavore. Al contrario, se possiamo rilevare la presenza di tutti gli elementi necessari per la vita e per l’industrializzazione in un pianeta all’incirca di dimensioni terrestri, possiamo considerarlo come candidato alla colonizzazione senza badare al fatto che si trovi o meno nella zona abitabile della sua stella.

 eso8 exocity3La colonizzabilità di un pianeta accessibile e dotato di un buon gradiente termico, può essere valutata in funzione di quanto la sua composizione si avvicini alla composizione della Demandite industriale e biologica. Probabilmente dovremo diventare molto accurati nella determinazione di tali valori. Questo, e non l’abitabilità, è il giusto modo di valutare quali mondi dovremmo desiderare visitare.

 Ricapitolando, propongo che venga aggiunto un secondo criterio di misura oltre alla già esistente scala di abitabilità nello studio degli esopianeti. L’abitabilità di un pianeta non ci dice nulla in merito al grado di attrazione che potrebbe avere sui visitatori. Colonizzabilità è la metrica perduta per giudicare il valore dei pianeti extrasolari.

Traduzione di ROBERTO FLAIBANI

 

Titolo originale :”A tale of two worlds: habitable, or colonizable?” di Karl Schroeder, pubblicato su Karl Schroeder’s Blog il 18 febbraio 2013

12 ottobre 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Scienze dello Spazio | , , , | Lascia un commento

Missione “Asteroid Redirect”: tra scetticismo ed entusiasmo

Quanto segue è la traduzione fedele di un articolo pubblicato su The Space Review nemmeno due mesi fa. Si tratta di un testo lungo e pieno di riferimenti a molte teorie e tecnologie spaziali. I lettori si preparino quindi a una lettura impegnativa che non abbiamo voluto suddividere in due puntate  per non perderne il pathos. E’ già in preparazione una scheda di aggiornamento zeppa di link e di info pertinenti, anche video, che verrà messa online tra qualche giorno. Per il momento possiamo offrirvi il trailer del film Disaster Playground, che non mancherà di suscitare l’attenzione di chi ancora non lo conosce. (RF)

Quasi due anni fa la NASA ha annunciato un progetto conosciuto oggi come Asteroid Redirect Mission, o ARM. L’idea base, presentata nella richiesta di bilancio dell’Agenzia per l’anno fiscale 2014, prevedeva l’invio di una missione robotica su un asteroide vicino alla Terra con l’obiettivo di catturarlo e trascinarlo nell’orbita lunare. Gli astronauti avrebbero poi raggiunto l’asteroide per raccogliere campioni e dimostrare la validità di tecnologie che la NASA considerava fondamentali per le future missioni umane oltre l’orbita terrestre.

ARM4(nel collage fotografico sono mostrati alcuni dei più conosciuti asteroidi vicini alla Terra)

Questo progetto audace – mutare l’orbita di un asteroide – ha faticato a vincere lo scetticismo dimostrato da molti sia nell’industria, che nella comunità scientifica, che nel Congresso. Ci si chiedeva fino a che punto una missione del genere fosse davvero il passo successivo più logico nel lungo cammino verso Marte. Attualmente ARM ha assunto una forma diversa, un cambiamento di cui molti non si sono sorpresi, ma che non sembra probabile possa far cambiare idea a quelli che criticano la missione.

Opzione B per il masso

La NASA aveva previsto di annunciare a dicembre quale di due opzioni avesse scelto per la parte robotica di ARM. Una, conosciuta come opzione A, era in sostanza l’idea base originale: inviare un velivolo spaziale su un asteroide con un diametro fino a dieci metri, afferrarlo (avvolgendolo forse in un “sacco”), e poi reindirizzarlo in un’orbita lunare. Un progetto simile a quello pubblicato nel 2012 dal Keck Institute for Space Studies del Caltech.

La NASA aveva anche cercato un’alternativa chiamata, logicamente, opzione B. Invece di spostare un intero asteroide, l’opzione B prevedeva l’invio di una navicella verso un asteroide più grande, forse di diverse centinaia di metri di diametro, con la superficie cosparsa di massi. Una volta lì, la navicella sarebbe atterrata afferrando un masso dal diametro di circa quattro metri per poi tornare nell’orbita lunare.

ARM5aDopo un incontro a metà dicembre presso la sede della NASA, l’agenzia ha però annunciato che avrebbe ritardato la decisione (vedi “Deferred decision”, The Space Review, 22 dicembre 2014), con la motivazione che voleva avere più tempo a disposizione per studiare le due opzioni.

Tuttavia, Robert Lightfoot, l’amministratore associato della NASA a capo del progetto ARM, ha fatto capire che l’opzione B sembrava l’approccio migliore. “Se da un lato c’è la complessità associata con lo spostamento del masso fuori dall’asteroide, dall’altro c’è lo sviluppo tecnologico che se ne ricaverebbe, e che offrirebbe una grande flessibilità operativa”, ha detto 17 dicembre annunciando il ritardo. Se la NASA fosse riuscita a gestire questa complessità e gli ulteriori costi economici – l’opzione B costa circa 100 milioni di dollari in più rispetto all’opzione A – l’agenzia sembrava disposta a sceglierla.

In dicembre sembrava che tale ritardo dovesse durare poche settimane, facendo pensare che una decisione sarebbe arrivata verso metà gennaio. Ma gennaio e febbraio sono passati senza un annuncio. Ai primi di marzo l’amministratore della NASA, Charles Bolden, a una domanda sullo stato di ARM, ha dichiarato che una decisione sarebbe arrivata il mese successivo, precisando, “Stiamo solo facendo un esame approfondito, per essere certi di aver pensato a tutto”.

ARM1Finalmente la settimana scorsa la decisione è arrivata. Il 25 marzo, in una teleconferenza con i media, e con un preavviso di poche ore, Lightfoot ha annunciato che la NASA ha completato la verifica dell’idea base della missione ARM scegliendo di procedere con l’opzione B.

Lightfoot ha spiegato che le tecnologie offerte dall’opzione B, tra cui la possibilità di atterrare sull’asteroide e afferrare dei massi, offrivano una maggiore flessibilità operativa in vista di future esplorazioni rispetto all’opzione A. “Sappiamo che è questo il genere di cose di abbiamo bisogno quando andiamo su un altro corpo celeste”, ha dichiarato, “e questo per me era fondamentale”.

Ha inoltre spiegato che un altro fattore a favore dell’opzione B era la maggiore possibilità di successo della missione. Una delle difficoltà, in particolare per l’opzione A, consisteva nel numero limitato di asteroidi bersaglio. È difficile rilevare asteroidi così piccoli, come anche assicurarsi che siano di possibili dimensioni e forma adeguate. Con l’opzione A la NASA correva il rischio di mandare un veicolo spaziale robotico su un asteroide, per poi magari scoprire che era troppo grande perché la navicella lo potesse reindirizzare.

ARM2bCon l’opzione B i potenziali obiettivi si conoscono meglio. Le ricognizioni fatte da veicoli spaziali su asteroidi di questa classe di dimensione indicano che le loro superfici sono ricoperte di piccoli massi, consentendo agli operatori della navicella di scegliere l’asteroide migliore – o di trovarne un altro se per qualche motivo la prima scelta si fosse dimostrata inadatta. “Ho intenzione di avere più obiettivi possibili quando arrivo lì. Il tutto si riduce sostanzialmente a questo”, ha detto Lightfoot.

L’opzione B consente anche di mettere alla prova una tecnologia di difesa planetaria denominata “rimorchiatore gravitazionale” (Gravity Tractor). Una volta afferrato il masso e ripartito, il rimorchiatore si manterrà vicino all’asteroide, causando con la sua gravità una variazione molto lieve, ma rilevabile, nell’orbita dell’asteroide. Tale progetto è stato proposto in passato come un modo per deviare eventuali asteroidi pericolosi senza la necessità di colpirli con proiettili o servirsi di esplosivi nucleari.

L’opzione B costa ancora circa 100 milioni in più rispetto all’opzione A, ma Lightfoot ha aggiunto che rientra in un tetto di spesa di 1,25 miliardi dollari, la metà del costo stimato dello studio originale del Keck Institute. Questa cifra, però, non include il costo del lancio della missione robotica, né il costo della successiva missione con equipaggio una volta che il masso viene portato su un’orbita lunare alta.

ARM6Per ora la NASA sta usando come obiettivo teorico l’asteroide 2008 EV5. Questo asteroide vicino alla terra, di circa 400 metri di diametro, non è stato visitato da altri veicoli spaziali, ma Lightfoot ha detto che, sulla base delle osservazioni fatte su asteroidi di dimensioni simili, si aspetta che la sua superficie abbia un gran numero di massi idonei. Questo asteroide è stato proposto come un obiettivo per altre missioni, tra cui la giapponese Hayabusa 2 e la missione europea Marco Polo-R.

Secondo il programma attuale della NASA, la missione robotica ARM verrebbe lanciata nel dicembre 2020, raggiungendo l’asteroide circa due anni più tardi. Lightfoot ha osservato che la NASA poteva aspettare al più tardi fino al 2019 per selezionare una destinazione per la missione, qualora decidesse di non andare su 2008 EV5. Una volta arrivata sull’asteroide, la navicella vi trascorrerebbe tra i 200 e i 400 giorni, raccogliendo il masso ed eseguendo test di trazione gravitazionale. La navicella e il masso raggiungerebbero l’orbita lunare verso la fine del 2025.

La NASA svilupperà stime più dettagliate di costi e tempi per la missione robotica ARM come parte del lavoro sulla “fase A” del progetto, formalmente iniziata la settimana scorsa con il completamento della revisione dell’idea base di missione. Lightfoot ha dichiarato che la NASA effettuerà nel mese di luglio 2015 una riunione strategica per determinare quali parti della missione l’agenzia dovrebbe sviluppare internamente e quali possono essere procurate commercialmente.

Un trampolino di lancio alternativo verso Marte

Alla teleconferenza con i media Lightfoot ha spiegato che nell’opzione B c’era un maggiore interesse commerciale. “Abbiamo pensato che l’opzione B ci avrebbe offerto maggiori opportunità di coinvolgere persone del settore commerciale”, ha affermato.

ARM2L’opzione B, ha sostenuto in seguito, sembrava anche offrire maggiori opportunità di partenariati internazionali. Il giorno dopo l’annuncio, parlando a un convegno a Washington, Lightfoot ha detto che diversi paesi, che non ha nominato, avevano mostrato un forte interesse a partecipare ad ARM in un modo o nell’altro.

“Sono i nostri partner internazionali che partecipano insieme a noi alla Stazione Spaziale Internazionale e ad alcune delle nostre missioni scientifiche”, ha detto al convegno, organizzato dalla Universities Space Research Association e dal George Washington University’s Space Policy Institute. “Hanno offerto di rendere disponibili al progetto questo genere di competenze.”

Questo partenariato, ha affermato, potrebbe coprire alcuni dei costi della NASA. “C’è il costo della missione e poi c’è il prezzo della missione”, ha detto. “Se ci sono altri disposti a entrare come partner, questo controbilancia il prezzo complessivo che l’ agenzia deve pagare.”
Ma mentre l’opzione B sembrava offrire maggiori possibilità commerciali e internazionali, non ha fatto cambiare idea agli scettici sull’idea base complessiva della missione. “Non capisco in che modo un masso possa aiutarci ad arrivare su Marte”, ha detto al convegno della scorsa settimana il professore di scienze planetarie del MIT Richard Binzel.

ARM3bBinzel aveva già criticato ARM in passato. La scorsa estate, durante una riunione del Small Bodies Assessment Group, ha definito ARM una “bravata”, affermando che somigliava a qualcosa che ha illustrato con una buffa diapositiva su una missione immaginaria chiamata Far Away Robotic sandCastle Experiment – FARCE (L’esperimento robotico lontano di castelli di sabbia – FARSA) (vedi “Feeling strongARMed“, The Space Review, 4 agosto 2014). Ora che la NASA ha chiarito l’opzione prescelta non è stato più gentile nei confronti di ARM al convegno della scorsa settimana.

Binzel ha detto che non è contrario al fatto che degli astronauti si rechino su asteroidi vicini alla Terra come un passo verso Marte. “Se vogliamo arrivare un giorno su Marte dobbiamo essere in grado di uscire dal sistema Terra-Luna,” ha affermato. Gli asteroidi vicini alla Terra, a suo avviso, possono servire come “trampolini di lancio” verso successive missioni su Marte.

Ha sostenuto, però, che aveva più senso inviare astronauti verso asteroidi vicini alla Terra nelle loro orbite originali, rilevando che gli astronomi avevano catalogato solo una piccola frazione di asteroidi che potrebbero essere accessibili da missioni umane. “Lo spazio prossimo è, in effetti, molto accessibile, e non è un salto gigantesco dal sistema Terra-Luna a un asteroide.”

Binzel ha proposto che ciò che la NASA sta attualmente spendendo per l’intero progetto asteroide -circa 220 milioni di dollari nella sua proposta di bilancio per l’anno fiscale 2016, tra cui ARM e attività connesse – venga dirottato sullo sviluppo di un telescopio spaziale di ricognizione che aiuti a scoprire un numero maggiore di asteroidi che possano diventare potenziali obiettivi per successive missioni umane.

ARM7“Al centro del progetto asteroide dovrebbe essere una ricognizione” ,ha detto, suggerendo che una missione di tal genere potrebbe mettersi in competizione con altre proposte già esistenti nei settori pubblico e privato, con un costo probabilmente simile a quello delle missioni planetarie di media portata del programma New Frontiers della NASA, che hanno un tetto di spesa dell’ordine di 1 miliardo di dollari.
Scopo di tale missione sarebbe non solo di rilevare potenziali obiettivi per successive missioni di esplorazione umana, ma anche di aiutare a completare una ricognizione, autorizzata dal Congresso, di oggetti potenzialmente pericolosi di almeno 140 metri di diametro, così come di trovare oggetti che potrebbero avere interesse commerciale. “Immaginate se potessimo avere un catalogo dei 100 o 1000 asteroidi più accessibili vicini alla Terra,” ha detto. “È la porta d’ingresso per l’utilizzo delle risorse situate nello spazio”.

Binzel ha riconosciuto che questo approccio rimanderebbe agli anni 2030 la data di una missione umana verso un asteroide. Altri in effetti hanno espresso la preoccupazione che non aver implementato una missione come ARM entro la metà del 2020, intorno al periodo in cui è probabile che la Stazione Spaziale Internazionale chiuda i battenti, potrebbe danneggiare il volo umano nello spazio in generale.

“Se entro la metà degli anni 2020 la NASA non sarà riuscita ad inviare astronauti nello spazio profondo, e si può dire che ARM lo consente, temo che a causa di questi rinvii la gente perderà interesse”, ha detto l’ex astronauta Tom Jones.

ARM3c“A forza di eliminare progetti la gente si abituerà al fatto che tutto quello che abbiamo è una stazione spaziale ormai vicina alla sua fine, e niente più ambizioso”, ha avvertito, “perché Marte sarà ancora troppo lontano.”

Binzel ha tuttavia sostenuto che rinviare una missione umana su un asteroide non significa che la NASA non possa fare altre missioni umane nello spazio cislunare, fra cui testare alcune delle tecnologie previste per ARM. La NASA potrebbe, ad esempio, usare la propulsione solare-elettrica – una delle principali tecnologie che secondo la NASA ARM dovrebbe mettere alla prova – per collocare nell’orbita lunare un modulo di rifornimento, raggiungibile dagli astronauti.

Negli ultimi mesi alcuni funzionari della NASA hanno fatto inoltre capire che, anche se la navicella non dovesse deviare un asteroide nell’orbita lunare, ARM potrebbe essere considerato ugualmente un successo grazie alla dimostrazione di tali tecnologie. Questo ha fatto sì che anche altri, compreso il gruppo di consulenti dell’agenzia, suggerissero alla NASA di cancellare del tutto ARM.
“Se hai intenzione di spendere 1,25 miliardi dollari, più i costi del lancio, per fare qualcosa,” ha detto a gennaio Squyres, presidente dell’Advisory Council della NASA, in una riunione del consiglio, “e raggiungi gli obiettivi più importanti senza correre dietro a una roccia, allora non correre dietro alla roccia.”

ARM3aBolden, discutendo di ARM con il consiglio in quella stessa riunione, è stato messo sulla difensiva da questo genere di commenti. “Lasciatemi in pace!”, ha detto. “Stiamo cercando di fare un sacco di cose diverse, e di soddisfare un sacco di persone che vogliono che facciamo un sacco di cose diverse, e avevamo pensato di aver trovato il modo per riunire molte di quelle cose prima scollegate fra loro.”

Non sembra, però, che basterà scegliere un’opzione per la parte robotica di ARM perché le critiche, nel Congresso o altrove, lascino in pace Bolden o il resto della Agenzia. Questa dovrà ancora spiegare in che modo ARM, quale che dovesse essere la sua forma, sia la scelta più ragionevole come passo successivo della NASA nel lungo viaggio degli esseri umani verso Marte.

 

Titolo originale: “Asteroid redirect – NASA rearms in its battle with mission skeptics”
di Jeff Foust
Pubblicato su The Space Review il 30 marzo 2015

traduzione di DONATELLA LEVI

25 maggio 2015 Posted by | Astronautica, Difesa Planetaria, News, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

Asteroidi cometari o comete asteroidali?

Mi piace andare a curiosare tra le pieghe del passato su che cosa gli studiosi (guai usare il termine scienziato… ma io credo che sia il termine giusto anche per loro!) pensavano riguardo a fenomeni che oggi sembrano non avere più segreti. Sembra, perché in realtà la conoscenza completa non viene mai raggiunta (per fortuna!) ma ogni nuovo dato è la pista di lancio per ulteriori indagini.

Le comete, ad esempio, sono uno spettacolare fenomeno che di tanto in tanto il cielo ci offre, fenomeno che ha ispirato leggende fin dai tempi più antichi. Secondo i miti greci, la cometa rappresenta la chioma disciolta della regina Merope, una delle sette figlie di Atlante e Pleione, raffigurate nel firmamento dalle Pleiadi. Merope si distingue però dalle altre perché brilla di luce rossa: si vergogna, racconta la leggenda, per essere stata l’unica tra le sue sorelle ad avere sposato un comune mortale, Sisifo; di lui si dice che fu talmente furbo e privo di scrupoli, da riuscire a beffare non solo gli uomini e gli dei, ma anche la Morte.

Igino presenta così Merope nel poema “Miti”, 192-194:

Perciò, espulsa dal coro delle sorelle,
triste si discioglie le chiome, e viene detta cometa
oppure longode, perché si estende in lunghezza.

Spesso il passaggio di una cometa coincideva, o veniva fatto coincidere, con un evento straordinario (basti ricordare la “suggestiva” cometa nell’anno di nascita di Gesù) oppure commemorava un personaggio importante: Ovidio nelle Metamorfosi, celebrando l’apoteosi di Giulio Cesare e dell’imperatore Augusto, accomuna entrambi ad una cometa.

I testi del passato non ci riferiscono solo testimonianze emotive legate alle comete; ci furono scrittori, studiosi e filosofi che tentarono di spiegare il fenomeno da un punto di vista oggettivo, più razionale, quasi scientifico: testimonianze da cui traspare, però, la consapevolezza di essere ancora inadeguati per poter dare risposte significative.

Lucio Anneo Seneca scrive in “Naturales Questiones”:

Non stupiamoci se ancora si ignori la legge del movimento delle comete, che appaiono così raramente; e che ancora non si conosca il principio e la fine della rivoluzione degli astri a così enorme distanza. Non sono nemmeno cinquecento anni che la Grecia ha contato le stelle e ha dato loro dei nomi […]. Verrà il giorno che attraverso uno studio di parecchi secoli i fenomeni attualmente nascosti ci appariranno evidenti; e i nostri posteri si meraviglieranno che ci siano sfuggite delle verità così chiare.

 Ed oggi “i posteri” quanto sanno riguardo a questi oggetti simili agli asteroidi?

Per la gioia dei sostenitori di un’origine extraterrestre della vita, ecco ciò che nel 2010 Nir Goldman del Lawrence Livermore National Laboratory ipotizzò: l’impatto di una cometa sulla Terra in via di formazione avrebbe potuto produrre i componenti base della vita, gli amminoacidi. Dopo aver utilizzato programmi di simulazione di tale fenomeno al computer, ora Goldman, con colleghi dell’Imperial College London e l’Università del Kent, ha iniziato a sperimentare il processo in laboratorio. Ha sparato alla velocità di 7.15 km/s un proiettile di acciaio all’interno di un miscuglio a base dei componenti ghiacciati trovati in una cometa (acqua, ammoniaca, metano, biossido di carbonio), l’impatto ha generato il grado di energia necessario a produrre numerosi tipi di amminoacidi costituenti le proteine, amminoacidi non proteici ed anche i loro precursori. Questo potrebbe supportare l’ipotesi che l’inizio del processo di costruzione della vita sarebbe iniziato nel periodo del Bombardamento Pesante (Late Heavy Bombardment) tra i 4.1 e i 3.8 miliardi di anni fa, quando le collisioni erano diffuse nel sistema solare interno.

 fig.2Fig. 1 Le comete contengono composti come acqua, ammoniaca, metanolo e anidride carbonica, fornendo così le materie prime che, al momento dell’impatto con la Terra primordiale, avrebbe prodotto un abbondante approvvigionamento di energia per produrre amminoacidi e far ripartire la vita. Credit to: Lawrence Livermore National Laboratory.

 In effetti le comete sono corpi ricchi di ghiaccio di diversa natura chimica, che al calore del sole sublima, rendendo visibili le caratteristiche che le contraddistinguono, la chioma e la coda. Tuttavia, la maggior parte della massa di una cometa è contenuta all’interno di un nucleo centrale relativamente piccolo e di grande interesse scientifico per la sua probabile identità con i planetesimi delle regioni esterne del disco protoplanetario. Planetesimi cometari formatisi vicino a Urano e Nettuno dovrebbero essere stati assorbiti da questi pianeti o scagliati lontano, perfino espulsi dal Sistema Solare, da una sorta di fionda gravitazionale, dovuta a perturbazioni generate da oggetti esterni e si sarebbero concentrate in quella zona, ancora teorica, chiamata “nube di Oort”. Invece, planetesimi al di là dell’orbita di Nettuno, immuni dai disturbi gravitazionali dei due pianeti, sarebbero rimasti nel luogo di formazione ed oggi sono visibili nella fascia di Kuiper. Sono queste due zone ad agire come un serbatoio di comete, di breve periodo la seconda e di lungo periodo la prima.

 Si sa anche che non tutte le comete raggiungono il Sole. E questo perché nel loro percorso di avvicinamento incontrano dei punti critici in cui rischiano la frantumazione, i Red Line. Tali linee sono indicate dal punto di distanza dal Sole a cui altre comete, ormai diventate campione, si sono disintegrate. Queste sono riportate nel grafico delle Curve di Luce Secolare, ovvero i grafici che mostrano la variazione di luminosità nella storia di una cometa. Il superamento di tutte queste zone critiche, senza un elevato grado di destabilizzazione, permetterà alla cometa di rendersi visibile, talvolta anche ad occhio nudo.

 E riuscirà ISON a superare tutte le Red Line e salire sul podio della cometa del secolo? Mah, siamo solo al 13° anno del nuovo secolo e vista la variabilità di comportamento di questi oggetti, è un po’ azzardato assegnarle questo primato! Comunque, la cometa è ora visibile ad occhio nudo dal 17 novembre al mattino prima dell’alba, dal momento che ha superato il tratto più critico tra il 2 e il 7 novembre, quando ha attraversato in 6 giorni ben 5 linee rosse. Dopo il 28 novembre, supponendo che sopravviva intatta al suo eccezionale passaggio vicino al Sole, dovrebbe esserlo la sera dopo il tramonto.

fig.3

Fig.2 Il grafico illustra la curva di luce secolare della cometa Ison e le Red Line  presenti lungo il suo percorso verso il Sole.(doppio click per allargare)

 

fig.4

Fig. 3 Il grafico illustra la curva di luce secolare della cometa Ison al suo passaggio al perielio. (doppio click per allargare)

 

Ignacio Ferrin e il suo team dell’Università of Antioquia (Medellin, Colombia) hanno scoperto che la fascia principale di asteroidi (MBC) tra Marte e Giove, è un enorme cimitero di rocce cometarie inattive o estinte. Gli oggetti che la compongono hanno tutti orbite di tipo asteroidale, ma molti si comportano come comete, sublimando i ghiacci che li compongono, nascosti in profondità vicino al nucleo. È stata rintracciata su di essi una nuova attività, in conseguenza di leggere modifiche della temperatura, verificatesi per perturbazioni gravitazionali di Giove, che hanno comportato uno spostamento delle loro orbite un po’ più vicino al Sole.

Una diminuzione nella distanza al perielio comporta una variazione nella quantità di energia ricevuta. Le comete con un raggio tra i 50-150 metri generalmente hanno sublimato tutto il ghiaccio presente e quindi sono completamente estinte. Ma oggetti con un nucleo un po’ più grande possono resistere alla sublimazione ad una determinata profondità e divenire così quiescenti fino ad un nuovo apporto di energia. Il team sostiene che negli ultimi tempi i nuclei cometari quiescenti nella fascia principale degli asteroidi hanno diminuito la loro distanza al perielio e così la maggior parte di questi ha rinvigorito la propria attività sia in perielio che subito dopo di questo, a differenza delle comete classiche che presentano il culmine della loro sublimazione prima di raggiungerlo. Tale lavoro si presenta come un’ipotesi alternativa a quella che considera responsabili della ripresa di attività delle vecchie comete il vento solare o le collisioni nella fascia degli asteroidi.

fig.1

Fig.4 Queste illustrazioni mostrano la cintura di asteroidi al giorno d’oggi e nel primo Sistema Solare, collocata tra il Sole (al centro) e i quattro pianeti terrestri (vicino al Sole) e Giove (in basso a destra). L’immagine in alto mostra il modello convenzionale per la fascia di asteroidi, in gran parte composto di materiale roccioso. L’immagine centrale mostra il modello proposto, con un piccolo numero di comete attive ed una popolazione di comete dormienti. Il diagramma in basso mostra come la cintura di asteroidi potrebbe essersi presentata nel Sistema Solare, con vigorosa attività cometaria.

Credit: Ignacio Ferrin / Università di Antioquia (doppio click per allargare)

 

Potrebbe confermare questa ipotesi anche ciò che sta accadendo a P/2013 P5, asteroide di tale fascia che è subito apparso anomalo, in quanto circondato da un alone nebuloso e lattiginoso, simile a quello di una cometa. Per indagare su tale comportamento è stato utilizzato il telescopio spaziale Hubble, che nel settembre scorso ha fornito foto dell’oggetto a distanza di tredici giorni. Risultato: P/2013 P5 emette nello spazio non uno ma ben sei flussi di materia, lunghi alcune migliaia di chilometri e disposti a ventaglio intorno al nucleo centrale.

 fig.5

Fig.5 Immagini dell’“asteroide P/2013 P5” riprese il 10 settembre (a sinistra) e il 23 settembre (a destra) dal telescopio spaziale Hubble. (NASA/ESA). Credit: David Jewitt – UCLA (doppio click per allargare)

 

David Jewitt, del Department of Earth and Space Sciences (University of California, Los Angeles – UCLA), sostiene che la causa non sia stato sicuramente l’impatto con un altro corpo roccioso, perché lo avrebbe disintegrato o comunque ne avrebbe disseminato i detriti in modo radiale. L’ipotesi più plausibile è che l’irraggiamento solare abbia indotto su questo corpo celeste il cosiddetto effetto YORP (Yarkovsky–O’Keefe–Radzievskii–Paddack) un insieme di fattori che, in aggiunta al calore proveniente dal Sole, assorbito in modo eterogeneo (maggiore sul lato illuminato e minore sul lato in ombra), hanno influito sulla variazione della velocità di rotazione dell’asteroide. In conseguenza di ciò il corpo potrebbe aver subito la destabilizzazione dell’equilibrio tra la sua debole forza gravitazionale e la forza centrifuga, aumentata per l’incremento della velocità di rotazione. A questo punto, i materiali disgregati si sarebbero distribuiti lungo il piano equatoriale di rotazione, per disperdersi poi nello spazio formando le code “cometarie” osservate.

 Quindi non più solo due fasce-serbatoio di comete, ma ben tre!

 SIMONETTA ERCOLI

Fonti:

1) Centauri Dreams, ‘Graveyard Comets’ in the Asteroid Belt by Paul Gilster on August 7, 2013

2) Centauri Dreams, Comet Impacts and the Origin of Life by Paul Gilster on September 17, 2013

3) Ferrin et al., “The location of Asteroidal Belt Comets (ABCs) in a comets’ evolutionary diagram: The Lazarus Comets,” in press at Monthly Notices of the Royal Astronomical Society

4) THE EXTRAORDINARY MULTI-TAILED MAIN-BELT COMET P/2013 P5 by David Jewitt

The Astrophysical Journal Letters, 778:L21 (4pp), 2013 November 2013

http://astronomia.udea.edu.co/cometspage/REDLINES.html

http://arxiv.org/ftp/arxiv/papers/1305/1305.2621.pdf

http://www2.ess.ucla.edu/~jewitt/P2013P5.html

25 novembre 2013 Posted by | Astrofisica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , , , | Lascia un commento

Cavalcare il vento solare

Il 7 maggio scorso è stato lanciato dallo spazioporto di Kourou un vettore Vega che ha seminato su varie orbite una manciata di piccoli satelliti. Uno di essi, denominato ESTCube-1, è veramente piccolissimo, misura infatti 10x10x11,35 cm. e pesa poco più di un chilo. In altre parole, si tratta di un tipico cubesat, ed è stato presentato come il primo satellite estone. Una volta salutati i simpatici studenti e tifosi Estoni come nuovi membri della costituenda spacefarer civilization, abbiamo archiviato la notizia e siamo andati a dormire, come sembra abbiano fatto perfino al Corriere della Sera. Salvo essere risvegliati di soprassalto, qualche ora dopo, dal frastuono dei corni da guerra dei blog spaziali americani: loro sì che avevano la vera notizia! E cioè che lo scatolino chiamato ESTCube-1 era in realtà il primo di una serie di test che avrebbe portato alla realizzazione, da parte di un consorzio d’imprese in area ESA, di un prototipo di vela solare elettrica nel giro di qualche anno. (RF)

 E-sailLo scatolino contiene un tether lungo 10 metri, cioè un cavo in alluminio dello spessore di soli 50 micron, che verrà srotolato molto lentamente nello spazio. Fatto questo, il tether riceverà una carica elettrica positiva grazie all’impulso di un cannonne elettronico e comincerà a interagire con gli ioni della magnetosfera terrestre. Lo studio di queste interazioni è alla base della teoria della vela solare elettrica e verrà approfondito nel corso di un secondo esperimento previsto per l’anno prossimo e denominato Aalto-1, in cui verrà usato un tether lungo 100 metri.

Pekka Janhunen, del Finnish Meteorolgical Institute, che guida fin dal 2006 il gruppo misto di scienziati estoni e finlandesi che si sono dedicati al progetto di vela solare elettrica, spiega che, una volta esaurita la fase di ricerca preliminare nella magnetosfera terrestre, sperano di arrivare entro il 2016 a varare un primo veicolo propulso da una vera vela solare elettrica in grado di produrre spinta utilizzando il vento solare e non la pressione della luce solare come fanno le tradizionali vele fotoniche tipo Ikaros.

Szames_sail La configurazione base di una E-sail dovrebbe comprendere un centinaio di tether da 25 micron, lunghi ciascuno 20 km. e un cannone elettronico ad alimentazione solare, in grado di mantenere l’intero sistema elettricamente carico ad un potenziale positivo pari a 20 kv. Con questi valori la vela, se applicata a un carico utile di una tonnellata, in un anno può raggiungere la velocità di 30 km/s, più del doppio di quella della sonda New Horizons, attualmene in rotta verso Plutone. Con carichi utili minori, missioni del genere potrebbero essere portate a termine in cinque anni raggiungendo velocità dell’ordine di 100 km/s. L’intensità del vento solare è variabile ma mediamente è cinquemila volte più debole di quella della radiazione solare che viene utilizzata dalla vela fotonica. Ciononostante la vela elettrica è ancora competitiva: un tether di 20 km arrotolato nel suo rocchetto pesa poche centinaia di grammi, costa pochissimo, è facile da dispiegare nello spazio, ma sopratutto è capace di produrre intorno a se, per svariati chilometri quadrati, un campo elettrico in grado di intercettare il vento solare. Inoltre Janhunen descrive nel suo sito tecniche e metodi per smorzare e contenere la variabilità nella densità e velocità delle particelle del vento solare, che costituisce il più serio problema al suo utilizzo.

 Molte interessanti missioni sono difficili da eseguire per veicoli con propulsione a razzo, sopratutto a causa ell’eccentricità o inclinazione delle orbite o della lontananza dei bersagli, la cosa invece non costituisce un problema per le vele solari che producono una spinta continuata e non necessitano di propellente. Tali considerazioni valgono tanto per le vele fotoniche che per quelle elettriche e sull’argomento i lettori possono leggere anche l’articolo Dopo Ikaros, dove? Segue una lista di possibili missioni ideali per le vele solari:

  • Pianeti, lune e asteroidi del Sistema Solare interno. E’ possibile ogni genere di missione: fly-by, rendez-vous, sample return, mining, deflection, ecc.

  • Asteroidi del Sistema Solare esterno (Cintura di Kuiper, Troiani di Giove, Centauri, Famiglia Hilda e altri). In pratica sono possibili solo missioni di fly-by: data la grande distanza dal Sole, la vela non riceverebbe abbastanza energia per decelerare ed eseguire manovre in prossimità del bersaglio.

  • Pianeti e lune del Sistema Solare esterno. Si potebbe costruire una grande astronave-madre a vela, capace di trasportare parecchie sonde specializzate (orbiter, lander, rover, jumper, ecc.) da sganciare in prossimità di bersagli predeterminati. tab1 (Tabella della durata del volo verso i giganti gassosi, calcolata per tre diversi carichi utili)

  •  Missione Data Clipper. Al giorno d’oggi non è difficile costruire strumenti scientifici che raccolgano una gran quantità di dati in poco tempo, e le nuove tecnologie di immagazzinamento rendono possibile il loro stoccaggio in dispositivi minuscoli, leggeri ed economici. Ciò che manca, invece, è la larghezza di banda per il download dei dati su distanze interplanetarie. Si potrebbero quindi costruire dei piccoli veicoli spaziali a vela solare dedicati a riportare fisicamente i dati in prossimità della Terra, da dove possano essere trasmessi con poca spesa, consentendo così di ridurre notevolmente i costi per le telecomunicazioni nel bilancio della missione.

  •  Viaggi interstellari. Janhunen ha ammesso in passato di non vedere nessuna applicazione della e-sail in questo campo, se non una sola, importantissima: decelerare quando l’astronave entra in contatto con il vento solare della stella di destinazione.

ROBERTO FLAIBANI

Fonti:

  •  IEEE Spectrum, ELECTRIC SPACE SAIL TO GET ITS FIRST TEST, by Rachel Courtland
  • POSSIBILITIES OPENED BY ELECTRIC SOLAR WIND SAIL TECHNOLOGY  by Pekka Janhunen et al. – Finnish Meteorological Institute, Helsinki
  •  Centauri Dreams, ENTER THE ELECTRIC SAIL, by Paul Gilster on May 8, 2013
  •  Centauri Dreams, TO RIDE THE SOLAR WIND, by Paul Gilster on May 9, 2013

 Credits: Alexandre Szames, IAF/IAC, Finnish Meteorological Institute, Pekka Janhunen

 

27 maggio 2013 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Scienze dello Spazio, Volo Interstellare | , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

I Congiurati di Plutone

Plutone diurnoSebbene il cielo sia assolutamente terso, cade una neve  leggera: è il freddo estremo della sera che fa solidificare il metano e l’anidride carbonica della tenue atmosfera del pianeta. I cristalli ricoprono il terreno gelato, e consentono a un piccolo gruppo di sportivi di muoversi sui loro sci riscaldati (per favorire la sublimazione del ghiaccio secco e aumentare la scivolosità) e concedersi qualche ora di sci di fondo nel morbido paesaggio notturno. Più tardi, per niente affaticati da una forza di gravità molto inferiore a quella terrestre, volta la direzione di marcia verso le luci lontane dell’avamposto, vedranno il Sole sorgere sulle colline, anonima stellina un po’ più brillante delle altre. Quanto basta però per innalzare la temperatura al suolo di un paio di gradi e dare inizio al processo di sublimazione su larga scala, che riporta metano e anidride carbonica in forma aerea. Mentre i terrestri ripongono gli sci e si apprestano al loro turno di lavoro, qualche volta, specie in estate, a grande altezza si formano pochi, pallidi cirri che tingono il nero cielo di Plutone con morbidi toni di giallo, bianco e rosa. Dopo 85 anni dalla sua scoperta, dopo essere stato declassato a pianeta nano e aver ricevuto il numero asteroidale 134340, il 14 luglio 2015 Plutone sarà raggiunto e sorvolato alla distanza di 10.000 km. dalla sonda New Horizons.

 Plutone SistemaSiete liberi di non crederci, ma ormai è un fatto storico comprovato: la lobby scientifica conosciuta come “I Congiurati di Plutone”, fu costituita nel maggio 1989 a Baltimora, in un piccolo ristorante italiano, consumando pizza e vino rosso. C’erano Alan Stern, vero padre del progetto, del Southwest Research Institute di Boulder in Colorado, oggi Principal Investigator della missione New Horizons, e una decina tra planetologi, esperti di asteroidi e qualche ingegnere. I Congiurati si diedero il compito di convincere la NASA a organizzare una missione diretta al sistema di Plutone nel minor tempo possibile. L’iniziativa ebbe dapprima buona accoglienza e il progetto dei Congiurati, chiamato Pluto 350 (il numero si riferiva al peso della sonda in kg) fu sottoposto a studi più approfonditi. Negli anni successivi, però, lo stesso Alan Stern, nella sua qualità di presidente del Gruppo Scientifico di Lavoro sui Pianeti Esterni, accantonò Pluto 350 preferendogli il Pluto Fast Flyby, un progetto che si basava su una coppia di veicoli spaziali gemelli del peso di soli 75 kg ciascuno, ideati da Robert Staehle e Stacy Weinstein del Jet Propulsion Laboratory (JPL) di Pasadena. Stern, inoltre, aggregò all’impresa l’Istituto russo di Ricerca spaziale (IKI), che si offrì di fornire due piccoli lander destinati a Plutone, e l’economico missile vettore Proton. Il nome della missione fu cambiato in Pluto Express, si era nel 1995.

Cintura KuiperNegli anni che seguirono il progetto fu sottoposto a feroci critiche di carattere economico e a nulla valse l’ampliamento della missione ad alcuni oggetti transnettuniani. Nell’autunno del 2000, la NASA tentò perfino di cancellare la missione, ma Ted Nichols, uno studentello di liceo, raccolse su Internet, in una sola settimana, ventimila firme in calce a una petizione di protesta, e l’Agenzia dovette fare un passo indietro, garantendo la fattibilità della missione, purché non costasse più di 500 milioni di dollari. Fu indetta una gara dalla quale emerse vincitore il progetto New Horizons così com’è oggi. Nel 2003, infine, la missione dovette essere difesa da un altro tentativo di siluramento, questa volta a opera della Casa Bianca, sotto pressione a causa della crisi economica.

La sonda venne lanciata il 19 gennaio 2006, giusto in tempo per sfruttare, alla fine di febbraio 2007, l’effetto fionda gravitazionale di Giove che generò un incremento della sua velocità di 4 km/s, indispensabile per presentarsi al flyby con Plutone, nel 2015, alla velocità residuale di ben 14km/s. Dopo il flyby, infatti, la sonda continuerà il suo viaggio di esplorazione addentrandosi nella Fascia di Kuiper per una decina d’anni, finchè il piccolo generatore termonucleare con cui è equipaggiata sarà funzionante. A chi chiede come mai non sia stato previsto che New Horizons entrasse in orbita intorno a Plutone, per una esplorazione più approfondita, i responsabili della missione rispondono che ciò è dovuto proprio all’alta velocità con cui la sonda si muove: la frenata che sarebbe necessaria per effettuare tale manovra comporterebbe un enorme consumo di carburante.

New Horizons dettagliLa sonda pesa 481 kg, di cui 30 costituiti da strumentazione scientifica (vedi foto a sinistra) e monta un’antenna a disco di 2,5 metri per tenere i contatti con la Terra. Il viaggio viene effettuato per la maggior parte del tempo in condizione di “ibernazione elettronica” per risparmiare energia; condizione da cui esce per brevi periodi programmati, allo scopo di verificare la rotta, il funzionamento dei sistemi di bordo e per caricare gli aggiornamenti del software. Costo della missione: 650 milioni di dollari.

 ROBERTO FLAIBANI

Fonti:

26 marzo 2013 Posted by | Astronautica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

Difesa Planetaria, anno zero

anno zero riassuntiva15 febbraio 2013: i fatti, brevemente.

(fare doppio click per allargare la foto).Un piccolo asteroide (circa 50 metri di diametro medio), chiamato 2012 DA14 segue una rotta che lo porta a passare a soli 27.000 km. dalla Terra, ben dentro l’orbita geostazionaria occupata dai satelliti per le telecomunicazioni. Tuttavia, dalle rilevazioni effettuate, il rischio di impatto appare molto basso. Ma ecco che, mentre l’attenzione di tutti gli osservatori, e i loro strumenti, sono rivolti verso il piccolo asteroide, entra improvvisamente in scena, con grandi effetti pirotecnici, un ospite del tutto inaspettato. Si tratta di un meteorite che fa il suo ingresso nell’atmosfera sopra la città russa di Chelyabinsk, situata grosso modo tra gli Urali e il confine col Kazakhstan, alle 9:20 del mattino ora locale. Al contatto con l’atmosfera, l’oggetto viene scosso da una serie di fragorose esplosioni, e, alla quota di 20.000 metri circa va definitivamente in mille pezzi, che si spargono tutto intorno in una vasta area. Il capannone di una vecchia fabbrica e lo stadio della locale squadra di hockey vengono distrutti, nonché centinaia di finestre, le cui schegge di vetro sono responsabili della maggior parte dei 1200 feriti registrati a fine giornata. Fortunatamente nessuno è rimasto ucciso. Si stima che il bolide avesse le seguenti caratteristiche: di poco inferiore ai 20 metri di diametro, 10.000 tonnellate di peso, capace di rilasciare un’energia pari a 500 kilotoni di TNT. Velocità e rotta erano incompatibili con quelle dell’asteroide 2012 DA14, quindi il meteorite non aveva con esso nessun rapporto, si è trattato di due eventi del tutto indipendenti, avvenuti lo stesso giorno per puro caso.

 Va da se che un sistema di difesa planetaria credibile dovrebbe essere frutto degli sforzi di un vasto schieramento internazionale; la sua direzione, i costi, e le responsabilità verrebbero condivise tra gli associati. Potrebbe essere necessario emendare i trattati internazionali attualmente in vigore, laddove escludano senza eccezioni l’uso di armi atomiche nello spazio, che invece potrebbe rivelarsi indispensabile in casi estremi. Ma sopratutto bisognerebbe che la classe dirigente e l’opinione pubbblica si rendessero conto che è ora di cominciare ad elaborare una strategia di sfruttamento metodico delle risorse del Sistema Terra-Luna per gettare le basi, entro fine secolo, di un vero e proprio sistema industriale basato nello spazio (ISRU) e largamente indipendente dalla Terra, in profonda sinergia con l’architettura della Difesa Planetaria. Già dall’anno scorso sono attive due piccole società, la Planetary Resources e la Deep Space Industries (DSI), decise a inaugurare le prime miniere extraterrestri. Infatti, oltre alla Luna, gli asteroidi che si muovono nelle vicinanze della Terra (i cosidetti NEO) potrebbero ospitare impianti minerari, da cui ottenere innanzitutto acqua e gas da usare come propellente per razzi. Se potessimo disporre di questi due elementi direttamente nello spazio invece di portarli in orbita da terra, i costi di lancio subirebbero un tracollo che renderebbe praticabili ipotesi fino a oggi ritenute troppo costose.

 (nella foto: Edward Lu e Russel Schweickart)Ed+Rusty Allora lo sviluppo di tecnologie di deflessione sarebbe utile non solo per evitare che qualche NEO entri in collisione con la Terra, ma anche per portarlo a muoversi su traiettorie più convenienti dal punto di vista dello sfruttamento minerario, per esempio intorno alla Luna o a uno dei punti di librazione. Allo stesso modo, Difesa Planetaria e industria spaziale hanno bisogno di una catalogazione completa dei NEO, e di aumentare e sistematizzare le conoscenze sulla loro composizione geologica. I privati stanno già preparando le sonde automatiche per le prospezioni: DSI, che usa tecnologia cubesat per tenere bassi i costi, assicura che nel 2015 sarà in grado di far volare i prototipi dei suoi Fireflies e Dragonflies.

 La catalogazione e la sorveglianza dei NEO è una faccenda lunga e dispendiosa. Edward Lu, che dirige la Fondazione B612 insieme a Russel Schweikart (due ex-astronauti), ritiene che siamo arrivati quasi al limite delle capacità del nostro sistema di telescopi. A suo parere, l’obiettivo stabilito dal Congresso degli Stati Uniti nel 2005, e cioè scoprire il 90% degli asteroidi di diametro medio superore ai 140 metri entro il 2020, sarà disatteso. L’unico telescopio spaziale che avrebbe i numeri per riuscire nell’impresa è il NEO Survey, progettato dalla Ball Aerospace, per il quale l’azienda costruttrice non è mai riuscita a ottenere in passato un finanziamento dalla NASA, né ci riuscirebbe ora, in un momento delicatissimo in cui l’Agenzia è stretta tra riduzioni di bilancio e la realizzazione del JWST, il nuovo mega-telescopio spaziale da 8 miliardi di dollari.

 Anno Zero orbite(nella foto: il cerchio verde è l’orbita della Terra, quello blu l’orbita dell’asteroide 2012 da14, mentre la grande ellisse blu è ila traiettoria della meteorafare doppio click per allargare la foto)  Ed ecco venuto il momento delle ONG, delle fondazioni, delle associazioni no-profit che sono ovviamente private, ma che raccolgono i loro finanziamenti da donatori e filantropi, un po’ come fanno certi ospedali e musei. Da questo ambiente emerge la già citata B612, che all’inizio della sua attività si occupava sopratutto di tecnologie di deflessione (era loro l’idea del “trattore gravitazionale”). Negli ultimi tempi, però, Lu e Schweickart hanno cambiato strategia, accettando come obiettivi primari la catalogazione dei NEO in base alle indicazioni del Congresso e sopratutto la copertura della cosidetta zona cieca che gli attuali telescopi non riescono a penetrare. Ciò dipende dalle caratteristiche delle traiettorie seguite dagli asteroidi per avvicinarsi al nostro pianeta. Infatti, se tale traiettoria è esterna all’orbita della Terra, l’oggetto sarà visibile nel cielo notturno e il suo movimento prevedibile con largo anticipo. Se, al contrario, la traiettoria di avvicinamento è interna, l’oggetto si muoverà nel cielo diurno, del tutto invisibile ai telescopi ottici basati al suolo.

 Si può ben dire che l’inversione di rotta di B612, annunciata alla fine di giugno 2012 e seguita di lì a poco da un accordo con Ball Aerospace sul quale ritorneremo tra un momento, non poteva essere più tempestiva! Infatti la NASA ha eseguito una ricostruzione completa della traiettoria del bolide di Chelyabinsk. Questo si trovava originariamente nella Cintura degi Asteroidi, dalla quale era stato strappato dal campo gravitazionale del Sole e immesso in un’orbita ellittica intorno a esso. Quando si è abbattuto su Chelyabinsk, il meteorite si trovava in rotta di allontanamento dal Sole, cioè si muoveva col Sole alle spalle, totalmente invisibile ai telescopi nella piena luce del mattino.

 Sentinel1(nella foto: come lavorerà Sentinelfare doppio click per allargare la foto) La zona cieca va dunque eliminata e il catalogo dei NEO realizzato nei tempi previsti. La Fondazione B612 e Ball Aerospace, riunite le forze, propongono il Sentinel, un telescopio equipaggiato con uno specchio da 50 cm. e una fotocamera a campo largo operante nel medio infrarosso, in pratica il NEO Survey rivisitato. Sentinel verrebbe lanciato nel 2017-2018 da un vettore Falcon-9 della Space-X, e posto in un’orbita simile a quella di Venere da dove, volgendo lo specchio sempre in direzione opposta al Sole, potrebbe scansionare metà della sfera celeste ogni 26 giorni, senza nessuna zona cieca. B612, inoltre, si è garantita l’appoggio della NASA, che metterà a disposizione i suoi impianti di telecomunicazione e il personale tecnico necessari per raccogliere ed elaborare i dati provenienti da Sentinel.

ROBERTO FLAIBANI

Fonti:

 Planetary Resources Ltd

Deep Space Industries Ltd

B612 Foundation

Articoli da The Space Review: 

  • A private effort to watch the skies – by Jeff Foust
  • Asteroid mining, boom or bubble? – by Jeff Foust
  • The three D’s of planetary defense – by Jeff Foust
  • It’s time for a real policy on asteroids – by Peter Garretson
  • Skyfall: will a Russian meteor and an asteroid flyby change our minds about the NEO threat? – by Jeff Foust

13 marzo 2013 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Difesa Planetaria, Scienze dello Spazio | , , , , , , | 2 commenti

Marte, ultima missione?

20121209_Mars_Mariner_4_f840Nel marzo 2011, su richiesta della NASA, il National Research Council (NRC) presenta il documento chiamato “Visions and Voyages for Planetary Science in the Decade 2013 – 2022”. Si tratta di un’indagine che viene realizzata anche per altre branche scientifiche e gode di grande prestigio dentro la comunità scientifica americana e fuori di essa, sopratutto presso il Congresso e la Casa Bianca. Viene considerata, infatti, come la reale espressione del pensiero e delle aspettative degli scienziati, al di là di ogni considerazione d’ordine politico o amministrativo. Per quanto riguarda l’esplorazione di Marte, il NRC ritiene che, dopo 40 anni di missioni d’ogni genere indirizzate a quel pianeta, la mole dei dati raccolti sia già oggi enorme. Solo una missione dedicata alla raccolta di campioni del terreno, e al loro successivo trasferimento sulla Terra per un’analisi approfondita (ancora impossibile in situ), porterebbe a progressi significativi e meriterebbe l’assegnazione di un budget generoso, intorno al miliardo e mezzo di dollari. Tale missione viene chiamata, per semplicità, Mars Sample Return (MSR), e nel caso non fosse realizzabile per un motivo qualsiasi, gli autori del rapporto propongono drasticamente la totale rinuncia ad altre missioni scientifiche di alto profilo su Marte e lo storno di eventuali fondi residui a favore dell’ “Europa Orbiter”, la seconda voce in ordine d’importanza nei desiderata degli scienziati. Dopo un paio d’anni di tira e molla, in cui sono intervenute varie commissioni di controllo, il Ministro degli Esteri Hillary Clinton in difesa dei delusissimi ex-soci europei, e lo stesso Presidente Obama, pare proprio che la missione si farà, ed esattamente alle condizioni richieste dagli scienziati. In questo senso infatti si è espresso John Grunsfeld, autorevole dirigente NASA, il 4 dicembre scorso a San Francisco nel corso della conferenza annuale della American Geophysical Union, ribadendo che il MSR-rover sarà un clone del Curiosity e che la missione sarà lanciata nel 2020. Mars Sample Return ha vinto non solo per l’indubbia qualità del suo progetto scientifico, ma anche perchè consente di mettere la parola fine al rapporto di collaborazione con gli Europei nella corsa a Marte, divenuto troppo costoso e impegnativo. Tutto ciò in attesa della finestra di lancio del 2035, che potrebbe essere quella del più grande evento mediatico del secolo: lo sbarco dei primi astronauti sul Pianeta Rosso.

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L’aspirapolvere spaziale

La Honeybee Robotics non è un nome sconosciuto tra le migliaia di società piccole e grandi che costituiscono l’indotto della NASA. E’ nota infatti per aver costruito il Rock Abrasion Tool, montato sui rover destinati a Marte, la paletta per Phoenix Lander e strumentazione varia per Curiosity. Grazie a un piccolo finanziamento di trentamila dollari ricevuto dalla Planetary Society, gli ingegneri della Honeybee hanno cominciato a sviluppare il loro progetto di un dispositivo pneumatico a basso costo, chiamato PlanetVac, per la raccolta, stivaggio e conservazione, anche per lunghi periodi di tempo, di campioni geologici raccolti su vari corpi celesti. Per esempio il sistema, grazie alle condizioni di bassa gravità e pressione atmosferica presenti su Marte, e a maggior ragione sulla Luna o gli asteroidi, è in grado di aspirare la regolite presente sulla superficie, trasportandola attaverso una rete di tubi che corre dai punti di contatto col terreno, salendo lungo le gambe del lander, fino alla stiva. La regolite si muove all’interno delle cavità spinta da una serie programmata di sbuffi di gas. Il sistema è efficiente perché con lo sbuffo di un solo grammo di gas si riesce a stivare fino a cinque kg di regolite, ed è sicuro perché non ci sono parti mobili e la ridondanza è garantita replicando la rete tubolare per ognuna delle quattro gambe di sostegno. PlanetVac è facilmente adattabile a unità semoventi come rover o hopper.

20121030_PlanetVac_lander_leg_diagram_f537

Credits: Honeybee Robotics, NASA, Planetary Society, The Space Review

Fonti:

Visions and Voyages for Planetary Science 2013 – 2022
http://solarsystem.nasa.gov/multimedia/download-detail.cfm?DL_ID=742
The Space Review, The resurrection of Mars Sample Return http://www.thespacereview.com/article/2202/1
The Space Review, Tough decisions ahead for planetary exploration
http://www.thespacereview.com/article/1815/1
The Planetary Society – PlanetVac: Sucking Up Planetary Regolith
http://www.planetary.org/blogs/bruce-betts/20121030_PlanetVac-Intro-Blog.html

27 dicembre 2012 Posted by | Astronautica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , , , , | 1 commento

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