Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Il gigante gassoso e la sua corte

gioveLa congiuntura economica sfavorevole sembra essere alle nostre spalle, e negli Stati Uniti le spese per le Scienze dello Spazio tendono ad aumentare, specialmente quelle relative all’esplorazione del Sistema Solare. C’è nell’opinione pubblica, ed ancor più nel Congresso, una forte curiosità per Europa, la luna di Giove, suscitata dalla presenza (assai probabile) di un grande oceano d’acqua all’interno di essa, che potrebbe ospitare un’intera biosfera e forme di vita complesse. Il bilancio preventivo per il 2016 della NASA, infatti, è aumentato di oltre mezzo miliardo di dollari rispetto a quello corrente, e si prevede che la tendenza continui almeno fino al 2019. Tra i più attenti a cogliere il momento positivo e ad interpretare glli umori dell’opinione pubblica, è stato il gruppo di esperti lobbisti della Planetary Society, che si sono battuti fieramente a favore dell’aumento dei fondi destinati alla NASA, risultando determinanti in svariate occasioni. E devono veramente aver fatto breccia nel cuore della gente se hanno incassato proprio in questi giorni, loro che lavorano esclusivamente grazie a contributi volontari e all’autofinanziamento, il più cospicuo regalo della loro storia offerto da una singola persona, pari a 4,2 milioni di dollari!

juno+Ah, l’America …. I nostri paperoni, che pure ci sarebbero, non vanno oltre le Cayman.

Ecco dunque spiegato il frenetico attivismo in cui la Planetary Society si è lanciata nelle ultime settimane, con parecchie nuove assunzioni nel Quartier Generale di Pasadena, e il tentativo di costruire una vera rete di sostenitori in tutto il mondo. Da parte sua, il Tredicesimo Cavaliere non ha tardato a farsi sentire, mettendo a disposizione della Society tutta la potenza delle sue bocche da fuoco. La sua Santa Barbara, secondo il più recente inventario, risulta costituita da una scatola di fiammiferi controvento e quattro petardi natalizi. La Society ha immediatamente risposto offrendo il posto di correttori di bozze per i sottotitoli italiani del loro materiale audiovisivo, posizione che l’equipaggio degli astrononni (nessuno ha meno di 50 anni, salvo “il pivello”) ha entusiasticamente accettato. Per aspera ad astra, incrementis.

 La NASA suddivide le sue missioni in tre categorie, definite in base al limite di spesa:

Discovery (limite di spesa 450 milioni di dollari) molto popolari tra gli ingegneri e gli scienziati dell’Agenzia per la velocità con cui possono essere ideate, assemblate e lanciate anche se a scapito della completezza dei dati scientifici ottenuti. Le missioni Discovery sono di esclusiva competenza della NASA, dalla individuazione dell’obbiettivo fino al termine del ciclo operativo. Questo profilo è stato definito e ufficializzato nel 1992, ed è stato utilizzato in 28 missioni, di cui 7 dirette verso Venere, 9 verso asteroidi o comete, e le altre da dividersi tra Luna e Marte. Il limite di spesa imposto a questa classe di missioni ne ha limitato fino ad oggi il raggio d’azione al Sistema Solare interno. Ma la comunità scientifica è preoccupata per la mancanza quasi totale di missioni attive nel Sistema Solare esterno che si verificherà nel prossimo decennio a causa dei tagli del bilancio NASA effettuati negli anni scorsi. Il metodo migliore per mitigare il danno sembra essere quello di favorire al massimo l’accesso al Sistema Solare esterno delle missioni di classe Discovery. La NASA ha compiuto un gesto concreto decretando che, da subito, nel bilancio di missione tutte le spese che cadono sotto la voce “operazioni”, vengano conteggiate a parte, e senza concorrere più, come già quelle relative al lancio e alla messa in orbita, al raggiungimento del tetto di spesa prefissato. Gli scienziati hanno risposto presentando dei progetti di classe Discovery di concezione radicalmente nuova: IVO, ELF, Kuiper e LIFE. In questo articolo parleremo di IVO, lasciando gli altri a una prossima occasione.

ganymedeNew Frontiers, (limite di spesa 1000 milioni di dollari). Le missioni vengono scelte e finanziate con un curioso meccanismo di divisione delle responsabilità tra Governo, Congresso e NASA, ma pagate con fondi provenienti dal bilancio di quest’ultima. Questo programma ha avuto inizio nel 2006 e ha dato vita fino a oggi a tre missioni: New Horizons, ormai in vista del suo principale obiettivo, Plutone; JUNO, che orbiterà intorno a Giove a partire dal 2016 per studiarne la magnetosfera; OSIRIS-REX, data di lancio prevista 2016, che studierà in maniera intensiva e riporterà a Terra dei campioni prelevati da alcuni asteroidi ricchi di materiale organico. La NASA sembra decisa ad emettere un nuovo bando nel 2016, che consentirebbe di avere le sonde pronte al lancio nel 2023.

Flagship, nessun limite di spesa. Si tratta di sofisticate missioni dotate di numerose, grandi e complesse apparecchiature atte a compiere ricerche ed esperimenti estesi e approfonditi. Hanno tempi di realizzazione lunghi, che possono risentire dei sentimenti dell’opinione pubblica e di tendenze macroeconomiche. Se ne può realizzare una ogni dieci anni, se va bene. Gli obiettivi che si pongono sono di livello strategico, e vengono decisi su delega presidenziale da un gruppo di super-esperti chiamato Planetary Science Decadal Survey. Il finanziamento grava interamente sul bilancio federale, sotto il controllo del Presidente. Gli esempi più recenti e indimenticabili di questa classe sono state le missioni Galileo e Cassini.

fiondamejoConsegnata la palma di missione Flagship (in pectore) a Europa Clipper per ovazione popolare, e riconosciuti i limiti della classe Discovery , appare chiaro che saranno le missioni classe New Frontiers quelle a cui saranno assegnati i compiti più importanti nei prossimi dieci o vent’anni. Il luogo più affollato negli anni ’30 sarà senza dubbio il Sistema Gioviano. Al centro del sistema c’è naturalmente il gigante gassoso, che emette più energia di quanta ne riceva dal Sole, con grave pericolo per la strumentazione che deve essere adeguatamente schermata, e il suo poderoso campo di gravità che rende possibile un energico giro di fionda gravitazionale alle astronavi in transito nel caso volessero cambiare rotta e/o aumentare velocità. Intorno al gigante ruotano la bellezza di 67 satelliti naturali, e lungo la sua orbita, nei punti di librazione L4 e L5 del sistema Sole-Giove, sono ospitati oltre 6000 asteroidi cosidetti Troiani. I quattro satelliti maggiori, ovvero Io, Europa, Callisto e Ganimede, completano il quadro offerto ai ricercatori.

europaIl primo robot terrestre in arrivo, come sappiamo, sarà JUNO nel 2016, il secondo veicolo della classe New Frontiers. Tra il 2028 e il 2032 circa, sarà la volta dell’europeo JUICE, che indagherà su Europa, Callisto e sopratutto Ganimede, il più grande dei satelliti di Giove e di tutto il Sistema Solare, sospettato di contenere anch’esso un oceano d’ acqua, proprio come Europa. Si tratta di un veicolo di classe L (large – limite di spesa 900 milioni di euro) che dimostra quanto l’Europa sia interessata a giocare le sue carte in questa assemblea scientifico-tecnologica.

Un’altra missione classe New Frontiers, chiamata Trojan Tour & Rendezvous, è attesa nelle zone degli asteroidi Troiani, che percorrono la stessa orbita di Giove. La composizione chimica e geologica di questi piccoli corpi celesti costituisce un caso scientifico ancora irrisolto: potrebbero essere composti di metallo e roccia e quindi essere simili a Ceres e agli altri asteroidi della Cintura Principale, che sono stati validamente sottoposti a indagine dalla sonda Dawn in questi ultimi mesi. Oppure potrebbero essere composti di rocce porose, gas volatili e acqua, come le comete. Conoscere la risposta sarebbere di grande aiuto per i ricercatori che cercano di scrivere la storia del Sistema Solare. I Troiani sono così ambiti come oggetti di ricerca, che nella zona dovrebbe presentarsi anche un’ospite illustre da tempo annunciato: la sonda giapponese erede di Ikaros, per l’occasione equipaggiata da una vela solare più grande e da un motore a ioni.

Ci sarà infine una missione dedicata all’osservazione di Io, e qui le cose si complicano. Di sicuro quel corpo celeste merita parecchia attenzione: appena più grande della nostra Luna, è in rapporto di risonanza orbitale 4:2:1 con Ganimede ed Europa, e il suo nucleo ferroso interagisce fortemente con la potente magnetosfera del gigante. Ma è l’attrazione gravitazionale integrata di questi tre attori che provoca i maggiori sconvolgimenti sulla piccola luna, che, sottoposta a contiui stress, dà origine a sempre nuove bocche vulcaniche e colate laviche sulla superficie, per la necessità di dar sfogo alle enormi pressioni e temperature createsi all’interno, scaricando in tutto il Sistema Giovano tonnellate e tonnellate dei materiali più diversi. Ebbene, se osserviamo i programmi delle classi New Frontiers e Discovery scopriamo che ambedue propongono missioni dedicate all’osservazione di Io. Nel primo caso si parla di un veicolo denominato Io Observer, che risiederà in un’orbita larga intorno al gigante svolgendo la maggior pare delle indagini in una situazione di relativa sicurezza rispetto all’intensa emissione di radiazioni provenienti da Giove. Periodicamente la sonda si lancerà in profondi quanto veloci flyby di Io per integrare le osservazioni effettuate dall’orbita.

ioMa dicevamo che è stato presentato anche un progetto per una missione di classe Discovery, sempre dedicata a Io. La missione Io Volcano Observer (IVO) dovrebbe operare da un’orbita polare gioviana, effettuando anch’essa periodici flyby di Io. La sonda conterrà non più di cinque apparecchi: due telecamere, una camera termografica all’infrarosso, un magnetometro e uno spettrometro di massa. L’apparato radio in dotazione controllerà anche la velocità del veicolo, e a bordo verrà installato un sistema ottico di trasmissione dati di nuova concezione. L’attenzione dei ricercatori sarà concentrata sulle sorgenti e l’estensione dell’attività vulcanica di Io e gli effetti della dispersione nell’ambiente gioviano del materiale proveniente dall’interno della luna. La durata della missione è fissata in 22 mesi, ma potrebbe essere prolungata fino 6 anni, in caso di necessità.

Tra il 2027 e il 2032, probabilmente, farà il suo ingresso nello spazio gioviano l’ammiraglia di questa flotta di esploratori, Europa Clipper, a cui oggi sono demandate le maggiori speranze di trovare finalmente la vita nel Sistema Solare.

A meno che JUICE….

ROBERTO FLAIBANI

FONTI

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31 marzo 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | Lascia un commento

Ma gli androidi mangiano Spaghetti Elettrici ?

BladeRunnerMangiaEatalian Sci-Fi, più Italian Institute for the Future, più gli Androidi…

Se riconoscete la citazione insita nel titolo dell’articolo e dell’antologia siete degli appassionati di FS veri, di quelli che sanno che “Blade Runner” è un film tratto dal racconto di P.K.Dick intitolato “Gli androidi sognano pecore elettriche?” (sottinteso la sera prima di addormentarsi), titolo italiano “Il Cacciatore di Androidi”.

Grande film, cult movie eccetera.

Noi (chi scrive, più Francesco Grasso Marco Minicangeli, ottimi scrittori di FS) siamo i curatori di questa antologia di ben 18 racconti di autori italiani di fantascienza gastronomica, ossia di racconti di vera fantascienza aventi per tematiche il rapporto con il cibo dei singoli, dell’umanità, sostanzialmente nel prossimo futuro, il tutto come iniziativa nel quadro delle attività della EXPO 2015.

L’antologia contiene ottimi racconti e le tematiche trattate sono a dir poco alla moda, “sensibili” e fra ottimismo e pessimismo. Perché se si parla di cibo e di futuro non ci si può non fare molte domande, e le risposte a volte sono inquietanti o peggio non ci sono proprio. Eppure la EXPO sta per iniziare e verrà frequentata da venti milioni di persone, diconsi 20.000.000 e scusate se è poco. Diventerà fra poco una onnipresente tematica su tutti i media, in tutte le salse, dallo spettacolo fine a se stesso fino alle analisi scientifiche.

Cover_FiuggiSeguite questo link per leggere la prefazione alla antologia, scritta da Roberto Paura dell’Italian Insitute for the Future, interessantissimo gruppo di giovani menti che da Napoli riflettono sulle implicazioni del futuro in Italia e nel Mondo, mentre qui troverete il blog del “gruppo” di Eatalian Sci-Fi che ha dato vita all’antologia.

Nell’antologia ci sono quattro racconti scritti da donne, il che la rende la prima antologia in assoluto con un così alto numero di scrittrici. Perché le donne non scrivono fantascienza, dato che non la leggono. Dite di no? Ne riparleremo, comunque in coda alla raccolta c’è un articolo dal titolo: “In cauda venenum: perché le donne non leggono (e non scrivono) fantascienza?

C’è da preoccuparsi per il futuro del cibo dell’umanità?

Sì.

Massimo Mongai

26 marzo 2015 Posted by | Fantascienza, News | , , , | 1 commento

Specchi spaziali

Nella storia dell’ingegneria spaziale si trovano alcune idee abbastanza singolari, spesso proposte per controllare i fenomeni naturali e migliorare la vita dell’uomo sulla Terra. Sicuramente la creazione di specchi orbitali, per riflettere la luce solare in punti prestabiliti della superficie terrestre, rientra tra i progetti più audaci che oscillano tra un uso pacifico e uno bellico. Di seguito prenderemo in esame alcune di queste idee e vedremo come si sia cercato di progettare e realizzare degli specchi orbitali.

specchi1Alcuni progetti teorici

Negli anni ‘20 il fisico tedesco Hermann Oberth, uno dei padri dell’astronautica, sviluppò un singolare studio sul tema della messa in orbita di uno specchio per riflettere la luce solare e impiegarla in vari scopi; per esempio per sostituire la luce artificiale nelle città in zone della Terra poco illuminate dal Sole, oppure riscaldare aree fredde del globo e favorirne lo sviluppo economico (1).
Lo specchio di Oberth era composto di sodio metallico e il suo diametro avrebbe dovuto essere di 100 metri. Posizionato ad una distanza di 8200 km dalla Terra, poteva illuminare una superficie pari a circa 64 km di diametro (2).
Durante la seconda guerra mondiale si prese realmente in considerazione per fini bellici l’idea di Oberth di concentrare in una zona circoscitta una quantità di luce tale da “arrostire” qualunque cosa vi si trovasse all’interno. Il nome di questa terribile arma era “Sun gun” (3), un vero e proprio raggio della morte capace di distruggere intere città in pochissimo tempo: dallo spazio sarebbe stato possibile colpire qualsiasi punto della superficie terrestre in modo così fulmineo da battere sul tempo ogni possibile reazione. Lo specchio orbitale era concepito come una vera e propria base spaziale abitabile, tanto che si pensava dotarlo di centrali solari termiche per la produzione di energia elettrica, con la quale si sarebbero alimentati dei tubi fluorescenti per la coltivazione di piante (4).

specchi2La proposta di Oberth fu ulteriormente sviluppata da un altro scienziato tedesco, Krafft Ehricke, che progettò una serie di specchi, da lui chiamati “lunette” (5), da lanciare in orbita geosincrona attorno alla Terra.  Le lunette, opportunamente indirizzate, potevano illuminare una determinata zona con una intensità compresa tra 1 e 100 lune, da impiegare per illuminare le zone polari, le città e agevolare le operazioni di soccorso durante i disastri naturali (6). Secondo Ehricke, questo tipo di illuminazione, avrebbe fatto risparmiare circa 13 milioni di barili di petrolio all’anno, favorendo l’industrializzazione dello spazio (7).
Successivamente, Ehricke pensò a specchi per riflettere una quantità di luce prossima a quella emanata dal Sole, da lui denominati “Solette”. Nel 1978 Ehricke ideò la “Powersoletta”, allo scopo di concentrare la luce di più specchi in una sola zona per aumentarne la produzione agricola del 5% e la generazione di elettricità tramite centrali solari (8). La superficie illuminata risultava pari a 1385 kmq, con gli specchi posizionati a 4200 km di distanza dalla Terra (9).
I benefici di questa tecnologia non si fermavano solo all’illuminazione, ma si spingevano fino al controllo del clima, tant’è che nel 1980 la “Metasoletta” di Ehicke, che avrebbe potuto uguagliare la luminosità del Sole, sarebbe stata capace di deviare precipitazioni o uragani riscaldando alcune correnti d’aria (10). Le difficoltà di tipo ingegneristico avrebbero scoraggiato chiunque: il problema di maggior complessità era rappresentato dalla distanza a cui dovevano essere posizionati gli specchi e la loro vicinanza alla fasce di van Allen, pericolose per gli effetti negativi delle intense radiazioni sulle strumentazioni elettroniche.

Nel 2001 Lowell Wood,  professore del Lawrence Livermore National Laboratory, affermò che sarebbe stato possibile fermare il cambiamento climatico dovuto all’effetto serra, respingendo l’1% della luce solare con uno specchio orbitale grande 1.600.000 kmq (11). Il progetto fu criticato, oltre che per i noti problemi tecnici, per il pericolo che potesse distogliere l’attenzione dei governi dal monitoraggio delle emissioni dei gas serra (12).
Più recentemente, nel 2006, un team di scienziati del Optical Sciences Center e Steward Observatory Mirror Lab della University of Arizona, coordinati da James H. Burge, hanno progettato la costruzione di specchi orbitali per osservazioni astronomiche. Secondo Burge si potrebbe concentrare la luce delle stelle verso un osservatorio terrestre, riuscendo ad ottenere una visione del cielo migliore di quella di un normale telescopio. Gli specchi potrebbero tornare utili anche per migliorare il coordinamento dei soccorsi nelle zone colpite da disastri naturali. Vi sono però diversi problemi tecnici legati alla deformazione dello specchio ad opera del calore solare, che dovrà essere più grande e leggero di quello costruito per Hubble  (13).

specchi32. Gli “specchi” spaziali delle missioni Znamya

Negli anni ’90 l’agenzia spaziale russa credeva effettivamente nello sviluppo di specchi orbitali utili ad illuminare le remote zone della Siberia. Gli obiettivi del progetto erano la crescita economica delle zone poco illuminate dal Sole, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera grazie al consumo di minore energia per l’illuminazione pubblica, e la produzione di energia elettrica da impianti fotovoltaici basati a Terra. Il progetto sembrava ispirarsi a quello di Krafft Ehricke ma, questa volta, la Russia voleva realizzarlo con una serie di satelliti chiamati Znamya. Lo Znamya-1 non prese mai il volo ma servì come prototipo per i successivi satelliti che sarrebbero stati lanciati a partire dal 1992. La struttura dello specchio era composta di un materiale flessibile e molto leggero, già pensato per poter essere impiegato alternativamente come vela solare.

Il 27 ottobre 1992 viene lanciato da Baikonur, a bordo di una navetta  Progress M-15, lo Znamya 2, il primo della serie ad essere lanciato nello spazio. Gli obiettivi della missione erano:

  • manovrare la navetta Progress nella posizione desiderata

  • verificare il sistema di apertura del film riflettente

  • misurare la stabilità dinamica della struttura flessibile rotante del riflettore

  • controllare l’assetto del veicolo spaziale

  • valutare l’esito dell’esperimento New Light nel quale si sarebbe dovuta riflettere la luce del Sole verso la Terra.

A guidare la navetta sarebbero stati gli astronauti a bordo della stazione spaziale MIR (14).

La superficie riflettente dello Znamya-2 aveva un diametro di 20 metri, con il quale si illuminò una superficie di 5 kmq, in un percorso che andò dal sud della Francia, Svizzera, Germania, Repubblica Ceca, Polonia e Bielorussia. Il raggio di luce si era mosso ad una velocità di 8 km/s sulla superficie terrestre e possedeva una intensità luminosa pari a quella della luna piena. Il raggio riflesso dal satellite fu visibile soprattutto sulle Alpi svizzere, mentre nell’Europa dell’ovest non lo fu a causa del cielo nuvoloso (15).
La missione dello Zanamya-2 terminò con la distruzione dello specchio riflettente durante il rientro nell’atmosfera: alcuni testimoni lo videro bruciare nel cielo del Canada (16).

Dopo il successo della prima missione, l’agenzia spaziale russa lanciò nel febbraio 1999 lo Zanamya-2.5 , i cui compiti erano:

  • effettuare un secondo test del nuovo film riflettente

  • provare il nuovo sistema di comando remoto

  • sperimentare il controllo del raggio riflesso sulla superficie terrestre

  • controllare ulteriormente la capacità operativa sia del veicolo spaziale che del film riflettente.

Rispetto alla missione precedente, la superficie di riflessione era stata aumentata a 25 metri, proiettando sulla Terra un raggio di 7 km di diametro, con una luminosità compresa tra le 5 e le 10 lune piene. L’intero esperimento sarebbe dovuto durare 24 ore ma la missione fallì per colpa di un urto dell’antenna contro la stazione spaziale MIR durante le operazioni di attracco. La sonda, non più pienamente controllabile, finì per distruggersi nell’atmosfera terrestre (17).
Era in progetto il lancio dello Zanamya-3, dotato di un film riflettente di 60/70 metri di diametro, ma dopo il fallimento dello Zanamya 2.5 il progetto venne definitivamente abbandonato. Lo scopo finale dell’agenzia spaziale russa sarebbe stato quello di mettere in orbita geosincrona una costellazione di satelliti riflettenti (18).
Bisogna rilevare che i tentativi dei russi dimostrarono la fattibilità pratica di un’idea che fino ad allora era stata puramente teorica, tanto che oggi possiamo valutarne tecnicamente le difficoltà e i punti di forza.

specchi43. Conclusioni

Concludendo questa breve disamina sugli specchi spaziali, dobbiamo rilevare che questo tipo di progetto non è poi così impossibile da realizzare e che forse qualcuno potrebbe provare ancora a cimentarsi in una simile impresa.
Abbiamo visto come gli specchi spaziali possono essere utilizzati per scopi pacifici o bellici, tenendo presente che le ricadute a livello climatico sono imprevedibili e potrebbero creare più problemi di quelli che riuscirebbero a risolvere.

LUCA DI BITONTO

 

 

 

Note
1: http://www.nogeoingegneria.com/timeline/progetti/retrofuturo-geoingegneria-progetti-di-grandi-cambiamenti-terrestri-e-artificiali/
2: Http://books.google.it/books?id=30kEAAAAMBAJ&pg=PA78&hl=ru&source=gbs_toc_r&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false
3: ibidem
4: Ibidem
5: http://www.nogeoingegneria.com/timeline/progetti/retrofuturo-geoingegneria-progetti-di-grandi-cambiamenti-terrestri-e-artificiali/
6: http://www.krafftaehricke.com/ehricke_lunetta_2.php
7: http://www.krafftaehricke.com/ehricke_lunetta_4.php
8: http://www.nss.org/settlement/ssp/library/Mirrors_in_Space_for_Electric_Power_at_Night_2012.pdf
9: Ibidem
10: http://www.krafftaehricke.com/ehricke_powersoletta_metasoletta.php
11: http://www.popsci.com/environment/article/2005-06/how-earth-scale-engineering-can-save-planet
12: http://news.sciencemag.org/2007/11/giving-climate-change-kick
13: http://abcnews.go.com/Technology/story?id=98221
14: http://www.edu.pe.ca/gray/class_pages/krcutcliffe/physics521/17reflection/articles/Znamya%20Space%20Mirror.htm
15: Ibidem
16: http://www.nytimes.com/1993/02/05/world/russia-s-mirror-in-space-reflects-the-light-of-the-sun-into-the-dark.html
17: http://www.edu.pe.ca/gray/class_pages/krcutcliffe/physics521/17reflection/articles/Znamya%20Space%20Mirror.htm
18: Ibidem

23 marzo 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Scienze dello Spazio | , , , | Lascia un commento

Duplicazione, replica, clonazione

clonazione3Una volta, come abbiamo già ricordato, per valorizzare la fantascienza ed assolverla dall’accusa di essere una “fantascemenza” (secondo una immortale definizione di Mike Buongiorno, pace all’anima sua), quindi una lettura per ragazzini deficienti, si replicava dicendo che aveva anticipato molte scoperte scientifiche. In realtà, il valore della fantascienza sta in ben altro, come si è già detto in precedenti occasioni. Qui invece notiamo come, giunti nel XXI secolo, ci accorgiamo che molte cose questa narrativa non le aveva previste (basti pensare al telefono portatile o alle infinite possibilità della Rete & affini), altre non si sono mai realizzate (basti pensare alle suggestive previsioni di 2001 odissea nello spazio) e altre ancora le aveva appena sfiorate e non approfondite, come è il caso della clonazione animale ma soprattutto umana, nel senso preciso in cui oggi la si intende. Dalla povera pecora Dolly (1996) agli esperimenti inglesi di duplicare in laboratorio le cellule umane , alle frontiere spostate sempre più avanti della ingegneria genetica sono trascorsi appena vent’anni…

Prima che la divulgazione scientifica ne parlasse con una certa ampiezza con il famoso La bomba biologica di G.Rattray Taylor (1968), erano già apparsi romanzi e racconti imperniati, più che sulla clonazione, su una replica degli esseri umani attraverso un “duplicatore di materia” (Il triangolo quadrilatero di William Temple, 1949), o grazie a “paradossi temporali” come in Per qualche millennio in più di Robert Heinlein (1941), mentre A.E.van Vogt aveva descritto, senza entrare in particolari, la creazione di vari duplicati di Gilberg Gosseyn, protagonista del suo famosissimo Il mondo di Non-A (1945-1948). La duplicazione per partenogenesi, senza intervento del maschio, è alla base di Le amazzoni (1959) di Poul Anderson, che descrive un pianeta di sole donne, romanzo di pura avventura, e del più problematico Mondo senza uomini (1958) di Charles Eric Maine.

clonazione4Probabilmente, la prima storia ad affrontare il tema così come noi oggi lo conosciamo con profonde implicazioni psicologiche e sentimentali è un lungo e straordinario racconto di Theodore Sturgeon, Se speri, se ami (1962), in cui una donna ricchissima cerca di ricreare l’amato morto di cancro da una sua cellula. L’idea viene ripresa da Nancy Freedman in Joshua, Son of None (1973), non tradotto in Italia, in cui si realizza un duplicato del presidente Kennedy partendo da una sua cellula presa al tempo dell’assassinio, mentre Ira Levin in I ragazzi venuti dal Brasile (1976), poi anche un film di Franklyn Schaffner (1978), descrive un complotto neonazista basato sulla creazione di cloni di Adolf Hitler sparsi per il mondo.

Un bambino clonato è al centro de La quinta testa di Cerbero di Gene Wolfe (1972), ci si fa clonare per perpetuare una dinastia su Titano in Terra imperiale di Arthur Clarke (1975), ci sono presidenti statunitensi clonati in Il presidente moltiplicato di Ben Bova (1976), mentre nel romanzo in originale intitolato proprio The Clone di Thomas e Wilhelm (1965), e tradotto in Italia con l’orrido titolo Dalle fogne di Chicago, si descrive un essere cellulare mostruoso che, più che un clone, è in realtà un blob.

La diffusione del concetto scientifico impone il relativo termine oltre la narrativa specialistica, anche con varianti lessicali e ambizioni concettuali, pur se non sempre alla base vi è solida inventiva: personaggi-cloni sono ad esempio al centro delle saghe di Frank Herbert (Dune) e Lois McMaster Bujold (Vorksigen), e ne fa uso anche un autore italiano che li chiama “secondari” (Alessandro Vietti, Il codice dell’invasore, 1999). L’argomento si diffonde nel cosiddetto mainstream con Il terzo gemello di Ken Follett (1997) e il pessimista Le possibilità di un’isola di Michel Houellebecq (2005). Il top viene raggiunto con la duplice clonazione nientepopodimenoche di una divinità incarnata, Gesù Cristo, descritta da Linda Foster in Il patto e da Dan Cauwelart in Il Vangelo di Jimmy, entrambi del 2005.

clonazione2Ovviamente, anche il cinema si è appropriato del tema con risultati diseguali: sono da ricordare la “resurrezione” di Ellen Ripley, l’eroina della saga, in Alien 4 la clonazione (1997) di J.P.Jeunet, Code 46 (2003) di Michael Wintherbottom e lo sfortunato Island (2005) di Michael Bay.

Quel che invece è stato abbondantemente previsto sono gli esiti della ingegneria genetica. Le recenti notizie sulla possibilità di “ordinare figli su misura”, che abbiano cioè determinate caratteristiche fisiche e attitudinali, è stata magistralmente descritta da un grande scrittore, Aldous Hluxley, con la sua antiutopia Il mondo nuovo (1932), che sarebbe il caso di andarsi a rileggere in una ristampa adeguatamente commentata a ottanta anni di distanza. La possibilità di intervenire negli embrioni istallando un particolare DNA è noto, anche se non sempre ufficialmente consentito. Se n’è parlato ad esempio al convegno, svoltosi a Roma a febbraio, The new era of Pgs applications, mentre quasi contemporaneamente il parlamento inglese ha varato una legge che permette di inserire geni di una terza persona, oltre quelli del padre e della madre biologici, per evitare nel nascituro un certo tipo di malattie genetiche. Un figlio, a ben vedere, di tre genitori.

clonazione1Huxley aveva scritto negli anni Trenta del Novecento il suo romanzo per mettere in guardia da certe follie scientifiche (ma anche contro l’irregimentazione sociale e politica), a quanto pare inutilmente, dato che, vale di più il concetto che “alla scienza non si possono porre limiti” essendo svincolata da ogni etica e morale… Ad esempio: effettuare il trapianto di testa come il mese scorso ha proposto un medico italiano. Mettiamola così: quale testa? Forse potrebbe essere utile per i nostri politici che notoriamente ne sino privi, ma non credo che sarebbe una cosa positiva per la gente comune…

GIANFRANCO de TURRIS

19 marzo 2015 Posted by | by G. de Turris, Cinema e TV, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , | Lascia un commento

L’era dei Big Data

800px-Satellite_ESA_GaiaLa missione principale di Gaia, la modernissima piattaforma astrometrica lanciata dall’ESA all’inizio del 2013, è catalogare circa un miliardo di corpi celesti fino a magnitudine 20. Gaia eseguirà misurazioni di altissima precisione della distanza, del moto proprio, della posizione e della velocità radiale di ogni stella misurata e anche di un gran numero di quasar, pianeti extrasolari e oggetti del sistema solare.

(nell’illustrazione: Gaia al lavoro)

Tramite misure fotometriche, inoltre, avremo informazioni sulla loro luminosità, gravità, temperatura e composizione chimica. Lo scopo ultimo di Gaia è di realizzare, in cinque o sei anni di lavoro, una dettagliatissima mappa in 3D della Via Lattea. Ecco un eccellente esempio di cosa s’intende per Big Data, ma ce ne sono molti altri. Per esempio il Large Hadron Collider (LHC) del CERN, l’acceleratore di particelle sepolto nel terreno alle porte di Ginevra (il più grande macchinario del genere al mondo), crea un enorme flusso di dati che ha bisogno, per essere elaborato, dell’intero tempo macchina di 150 centri di elaborazione dati sparsi in tutto il mondo.

lhc10(nell’immagine a fianco: una parte del LHC).

Lasciamo il settore scientifico, e consideriamo i servizi basati su Internet, che nel 2016 conterà 3,4 miliardi di utenti, pari al 45% della popolazione mondiale. Qui i Big Data si sprecano: si pensi che ogni giorno Facebook elabora 2,7 miliardi di “mi piace” e 2,5 miliardi di contenuti (stato, foto, video), mentre circolano 50 miliardi di tweet. Senza considerare le ricerche di Google e Yahoo, e le transazioni di Amazon. In estrema sintesi, è stato calcolato che nel 2009 il pianeta abbia prodotto 800 exabytes di informazione e abbia superato 1,6 zettabytes nel 2011. Per il futuro, ci si aspetta che i Big Data avranno la maggiore crescita nel settore del commercio, per sviluppare una migliore comprensione delle necessità e del comportamento dei consumatori; in quello della salute, dove è previsto l’estendersi della medicina sociale e di quella preventiva; e ancora in tutti i settori scientifici e tecnologici che confermano il loro trend di sviluppo tumultuoso.

Ma il diluvio continuo dei dati, in sé e per sé, non fornisce nuova informazione. Anzi, la nasconde. C’è un enorme potenziale, una profonda conoscenza che viene occultata dalla marea montante dei dati grezzi. Con Big Data, quindi, si esprime anche l’abilità nel manipolare, integrare, sincronizzare e amministrare la caterva disordinata dei dati in molti modi diversi, cioè la capacità di estrarre dal caos l’essenziale, la conoscenza nuova e originale. In sintesi potremmo dire che Big Data comprende anche Big Analytics.

francis_bacon(nell’illustrazione a fianco: Francis Bacon)

A questo proposito alcuni filosofi della scienza segnalano la necessità di una guida nella raccolta e l’elaborazione dei dati, analogamente a quanto accadde ai tempi di Galileo, quando si trattava di inventare da zero una metodologia che fosse adeguata alla nuova concezione del mondo. Se ne incaricò l’inglese Francis Bacon, che nel 1620, nel suo Novum Organum, pose le basi del moderno metodo induttivo. Ovvero, dice Elena Castellani su “Le Scienze” dello scorso gennaio, diede definizione a concetti come : “la raccolta ragionata dei dati (la costruzione della base induttiva), il confronto tra le basi induttive, il processo di generalizzazione per gradi, l’eliminazione delle ipotesi che non corrispondono ai requisiti richiesti, il ruolo degli esperimenti negativi, i criteri di scelta tra ipotesi empiricamente equivalenti, e via dicendo”. Nei secoli successivi il metodo induttivo ebbe alterne fortune, ma ora quello originario sembra essere rivalutato e la Castellani sottolinea che: ”Nella filosofia della scienza si è cominciato da qualche tempo a valutare l’impatto dei Big Data sulle questioni riguardanti natura e acquisizione della conoscenza scientifica. Quale tipo di induzione, in particolare, si configura per estrarre strutture ordinate da una mole indistinta di dati? Si tratta di un procedimento qualitativamente diverso dall’induzione di ispirazione baconiana?

Oltre agli interrogativi posti dalla Castellani, la gestione di grandi insiemi di dati, anzi la loro stessa esistenza, pone gravi problemi pratici. Per utilizzare i Big Data, servono evidentemente dei Big Server, cioè grandi centri di calcolo dotati di computer potentissimi. I consumi dei Big Server coprono oggi il 10% dei consumi di energia elettrica del pianeta, crescono del 7% l’anno e raddoppiano ogni 10 anni. Inoltre i computer si surriscaldano e vanno quindi raffreddati, ma per farlo è necessario un consumo di energia elettrica pari a quello richiesto per alimentarli e nelle località dove si scaricano le acque di raffreddamento si crea un problema di inquinamento termico.

bigdata5Ma per fortuna esiste una tecnologia astronautica, grazie alla quale nuove aziende come ConnectX e Server Sky possono offrire soluzioni radicali a questi problemi, dislocando i loro server sull’orbita geostazionaria. Lì infatti, una Server Farm potrà contare sull’energia solare per 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, senza fluttuazioni dovute a problemi meteorologici, a costo zero. E se l’impianto computerizzato fosse progettato opportunamente, si potrebbe dar vita a una struttura di tipo modulare lanciando uno sciame di piccoli satelliti, invece di pochi grandi satelliti, riducendo così drasticamente costi e rischi del lancio. Infine anche il problema del raffreddamento dei circuiti potrà essere risolto al risparmio usando opportune schermature.

Nella conferenza stampa di presentazione, ConnectX ha ammesso di sentirsi in competizione verso eventuali aziende con base a terra che volessero fornire analoghi servizi basandosi sull’uso dei futuribili computer quantici, ma fa rilevare che il loro approccio aziendale prevede l’uso di tecnologie ben note e quindi più economiche e a basso fattore di rischio.

Infine, Big Data significa anche archiviazione, stoccaggio e trasporto dei dati in spazi sempre più piccoli, come dice Paul Gilster: ”Ma come noi lavoriamo per estrarre valore dal flusso dei dati in entrata, così stiamo trovando modi di comprimere i dati in mezzi sempre più capienti, un prerequisito per le future sonde per lo spazio profondo, che, si spera, raccoglieranno informazioni a velocità mai raggiunte prima” (per approfondire: Archiviazione dati: l’ipotesi DNA).

bigdata6E ancora Gilster: “Mantenere viva l’informazione è qualcosa che deve essere ben presente agli occhi di popoli che cambiano continuamente i formati in cui organizzano i loro dati. Dopo tutto, preservare l’informazione è una parte fondamentale di ciò che noi facciamo come specie, è ciò che ci consente di avere una storia. Ci siamo organizzati per memorizzare i resoconti delle battaglie e delle migrazioni, e i cambiamenti culturali per mezzo di un ampio panorama di media, che va dalle tavolette di argilla ai compact disc. Ma nell’ultimo secolo abbiamo assistito al repentino cambiare dei dispositivi che utilizziamo per codificare dati, musica e video. Come possiamo mantenere tutto questo leggibile per chi verrà dopo di noi?

 

ROBERTO FLAIBANI

Fonti:

  1. ” The potential and the challenge of  Big Data – Recommendtion systems next level application” by Fatima El Jamiy, Abderrahmane Daif, Mohamed Azuozi, Abdelaziz Marzak – Hassan II University, Faculty of Science Ben m’Sik, Laboratoire MITI – Casablanca, Morocco – (arXiv.org)
  2. “Bacone e i Big Data” di Elena Castellani, Dipartimento di Filosofa, Università di Firenze – pubblicato da “Le Scienze” nel gennaio 2015, pag 16.
  3. Big Data computing above the clouds” by Vid Beldavs – pubblicato su “The Space Review” il 20 ottobre 2014
  4. Information and Cosmic Evolution” by Paul Gilster, pubblicato su “Centauri Dreams” il 16 febbraio 2015

16 marzo 2015 Posted by | Epistemologia | , , , , , , , , | Lascia un commento

I Vampiri di Twilight: meticci fantascientifici in genere gotico

Vampiri1Io preferisco parlare di meticciato anzichè di contaminazione, perché il meticciato ha a che vedere con la riproduzione, quindi con la vita, mentre la contaminazione con la malattia. Fatto sta che va di moda “mescolare” i generi, contaminarli come si dice. Ma di solito tale mescolanza, tende ad inserire elementi mistico-magici all’interno di storie fantascientifiche, il che non va bene. Nel senso ognuno faccia pure quel che vuole, scriva e legga ognuno quel che gli pare sempre e comunque, ma in un testo fantascientifico la fantasia ci sta, la magia cozza contro la parte scientifica e la ammazza: su un’astronave un vampiro ci può stare solo se è un mutante, un robot o un alieno, ma un non morto no, se no non è fantascienza, è altro. Non sembri distinzione da poco. Da parte di molti autori si tende a mescolare i generi più per insipienza e non conoscenza delle regole dello specifico genere che non perché il meticciato alla lunga paghi. Vuoi de-scrivere un vampiro vero, un non morto in una astronave? Va bene, fai pure, ma non chiamarlo fantascienza. Lo vuoi fare comunque? Va bene, disapprovo, ma fai come vuoi; il tuo editore però deve scrivere una quarta di copertina onesta se no è truffa, almeno nei miei confronti.

A volte ci sono però casi in cui accade sorprendentemente il contrario, elementi fanta-scientifici che meticciano una storia magica, azzerandone di fatto proprio la dimensione magica. E’ il caso della serie cinematografica Twilight  tratta dai libri di Stephenie Meyer .

Premesso che parlo dei film e non dei libri che non ho letto (ci potrebbero essere altre spiegazioni, altri meccanismi interni non so; ma non credo) i vampiri dei film non sono Creature del Male di natura magica: ad esempio entrano nelle chiese se proprio devono, le croci e l’acqua santa come del resto anche la luce del sole non gli fanno niente, e non sono particolarmente malvagi, almeno non i Cullen, quelli cui appartiene il protagonista. Sono esseri umani che sono diventati vampiri per essere stati morsi da altri vampiri. E’ a tutti gli effetti, questa sì, una “contaminazione”. Nella serie non viene detto quale sia l’elemento contaminante (un batterio? un virus?) e dove sia (nella saliva? nel sangue?), come passa agli umani (sì, il morso, ma poi? altri umori?) fatto sta che di malattia si tratta. Che determina una mutazione.

Vampiri2Oddio, certo, è una ben strana malattia: dona una semi-immortalità, poteri eccezionali (forza sovrumana, velocità, poteri ESP) una pelle luminescente e “perlata” se vista in piena luce, insomma alla fine i vampiri di T. sono molto fighetti. Hanno qualche problema di alimentazione, certo, si devono nutrire di vita, nella forma di sangue altrui, ma possono scegliere quello animale. E, caso estremamente significativo, restano interfecondi con la specie umana. I vampiri di Bram Stoker non si sa bene cosa fanno, ma di sicuro non fanno sesso. E anche nella tradizione carpatica non esistono “figli di vampiri”. Del resto se sono “morti non-morti” come possono riprodursi? Anche la magia nera più spinta nega che si possa resuscitare un morto o fargli fare un figlio; solo il Diavolo può mettere incinta una donna, ma i vampiri no, anzi, i vampiri fanno sesso solo nei video porno, nelle leggende slave no, le donne si limitano a “succhiare”.

Sempre nella stessa saga cinematografica ci sono i Lupi Mannari, a loro volta esseri umani mutanti che si trasformano appunto in lupi: aumentando dimensione, quindi scientificamente parlando, per le leggi di conservazione di materia ed energia, o sono lupi lunghi quasi due metri che però pesano quanto pesava l’uomo iniziale (80 chili?) quindi hanno un peso specifico leggerissimo, oppure sono lupi “pesanti” ma allora devono trovare materia dall’ambiente circostante, materia o energia e prenderla e poi rilasciarla sotto forma di aria calore. Gli autori della scenggiatura non scendono a questi particolari.

Fatto sta che la “scienza” della fantascienza (vedi l’articolo/intervista a Giovannoli per approfondire) sta entrando alla grande in molta letteratura “altra”. E fin qui abbiamo trattato il caso delle saghe sui vampiri cinematografici. Ma un mese fa è stato il caso di “Sottomissione” di Heoullebeq, il quale usa tranquillamente da anni stilemi fantascientifici nei suoi romanzi, pur restando a tutti gli effetti e per tutta la critica un autore mainstream; ed sì che ha scritto ben altri due romanzi con tematiche strettamente fantascientifiche, ad esempio “La possibilità di un’isola” che , piaccia o meno, è a tutti gli effetti un romanzo di fantascienza.

Io resto un purista dei generi, anche se sostanzialmente chiedo solo una quarta di copertina onesta. Ma il fatto resta: le tematiche fantascientifiche invadono la letteratura e le saghe televisive. Il grande pubblico le richiede a gran voce, soprattutto poi al cinema.

Vampiri3E sembra ci sia un gran bisogno di stilemi di fantascienza (quindi di scienza della fantascienza) nella letteratura mainstream, per rivitalizzarla, per aggiungere un po’ di sapore, e a volte per costruire una vera e propria struttura funzionante.

Vorrà dire qualcosa. Senza punto interrogativo.

MASSIMO MONGAI

9 marzo 2015 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza | , , , | 1 commento

Decisioni

Certe volte un’idea mi frulla nello spazioso retrobottega del cervello per ore, giorni, perfino anni, e non c’è verso di riprenderla. Con l’andar del tempo ho imparato un buon metodo per recuperare queste idee riottose, ma non lo svelerò, il racconto prenderebbe una direzione non voluta. Scriverò invece dell’idea che ho ripescato solo qualche giorno fa e della sua immediata applicazione.

 

Le colonnine 2015-03-06 13.46

Dunque: il Tredicesimo Cavaliere usa WordPress, un sistema per la gestione dei contenuti (CSM), che prevede l’utilizzo di un tema grafico, grazie al quale viene scelto l’aspetto del blog e se ne impostano le opzioni. Andreas04, il nostro tema grafico, offre al lettore una schermata con un’ampia finestra a sinistra dove scorrono gli articoli e una più piccola, a destra, organizzata su due colonnine, dove appaiono le funzioni offerte dal blog: Cerca, Categorie, Tag, Archivio articoli e pagine, ecc.

Di fronte alla dinamicità della finestra maggiore, garantita dallo scorrere degli articoli, il resto della schermata appariva immobile e poco attraente. Come renderlo più allegro e accattivante? A quel punto mi è tornato in mente l’esperimento attuato l’anno scorso per qualche mese: avevo usato un apposito widget per piazzare in una delle colonnine una foto con relativa didascalia, senza però sfruttarne appieno tutte le funzionalità. Il risultato mi era sembrato deludente. Ma il caso ha voluto che proprio in quei giorni io fossi stato folgorato dalla visione di Ambition e di Wanderers, senz’altro i migliori cortometraggi “spaziali”  usciti nel 2014 ….. In un attimo, tutte le tessere del mosaico si sono ricomposte e il risultato è sotto gli occhi dei lettori.

Quattro fotogrammi che richiamano ognuno un breve film, didascalie ridotte e la possibilità in futuro di accedere ad altrettante pagine statiche che potranno funzionare da indice per approfondimenti, oppure portare notizie fresche, recensioni o quant’altro. “Ma insomma – dirà qualcuno – tutto questo sproloquio per annunciare la presenza di quattro nuovi link verso altrettanti filmati?!” No, una nobile causa che giustifichi lo sproloquio in realtà c’è e consiste nel ringraziare pubblicamente Massimiliano Bellisario e lo staff di Next Solar Storm per aver dotato Ambition e Wanderers di sottotitoli in italiano, un’opera veramente meritoria.

ROBERTO FLAIBANI

6 marzo 2015 Posted by | News, Senza categoria | , , | 1 commento

Spock, il Vulcaniano

 Kirk+SpockChi potrà dimenticare le orecchie a punta, il sopracciglio inarcato a rimarcare il sorriso sarcastico in presenza di situazioni poco convincenti per la sua mente ultrarazionale?  Sì, ci mancherà Leonard Nimoy in arte Spock, il vulcaniano amico dei terrestri! Era un ufficiale agli ordini del Capitano Kirk, a bordo dell’astronave Enterprise, appartenente  alla Flotta Stellare della Federazione Unita dei Pianeti, dove Spock prestava servizio. Una astronave da esplorazione, sempre in rotta verso luoghi dell’universo “Dove nessun uomo è mai giunto prima“, secondo quanto diceva il capitano Kirk all’inizio di ogni episodio di Star Trek.

Nella foto: (Shatner & Nimoy ovvero Kirk & Spock)

Tra ieri e oggi sulla pagina Facebook dello STIC, lo Star Trek Italian Club, sono letteralmente piovuti migliaia di commenti di cordoglio di fan che si sentono privati di un amico. Una volta tanto ci uniamo volentieri al coro ricordando l’uomo e il personaggio che interpretava, che in qualche modo ha modificato i rapporti tra gli esseri umani e gli alieni sul piccolo e grande schermo. Negli anni ’50, prima del simpatico Spock, gli alieni erano rappresentati spesso come nemici del genere umano, ma poi arrivò lui, il vulcaniano più famoso dell’Universo, e i rapporti migliorarono. Tra l’altro è divertente ricordare che nella mente di Gene Roddenberry, l’autore della saga,  egli doveva essere marziano, ma il rosso della pelle sarebbe risultato troppo grigio sugli schermi in bianco e nero, così i produttori decisero che sarebbe arrivato da Vulcano, e con una tonalità di pelle differente.

11029494_802829606419273_3726013744543593269_n(Samantha Cristoforetti fa il saluto vulcaniano dalla ISS)

Sarebbe difficile condensare in poche righe di blog un serial e una figura che tanto hanno contribuito a far volgere gli occhi dell’umanità verso l’immensità dell’Universo: nell’infanzia molti astronauti e scienziati dello spazio hanno  avuto i personaggi di Star Trek come modelli di vita. Lo testimonia anche l’italiana Samantha Cristoforetti, attualmente imbarcata sulla Stazione Spaziale Internazionale,  in un tweet: “of all the souls I encountered his was the most human” thx@TherealNimoy for bringing Spock to life for us, con la sua foto mentre fa il saluto vulcaniano (Lunga vita e prosperità – un altro classico) con indosso una maglietta con il simbolo dell’Enterprise.

gazzettinoE a proposito del nostro Paese, c’è da rimarcare l’ignoranza nei confronti di un fenomeno planetario come Star Trek e in generale della fantascienza. La Stampa e il Gazzettino di sicuro, ma chissà quanti altri, hanno confuso, nei loro articoli di “colore”, Star Trek con Star Wars (Guerre Stellari) e Spock il Vulcaniano con il dott. Spock, medico pediatra protagonista di una serie televisiva americana dell’epoca. In televisione la scomparsa di Nimoy è stata quasi ignorata, salvo per appellarlo qualche volta come “vulcanico”. E dire che negli Stati Uniti persino il presidente Obama ha dato il suo contributo a un lutto che non è solo del Fandom trekkiano.

Io non sono mai stato un fan di Star Trek, ma mi sento come se fosse scomparsa una persona che conoscevo bene e che avevo imparato ad amare. Egli contrapponeva la sua logica ferrea alla nostra difettosa umanità, piena di contraddizioni dettate dai nostri sentimenti. Sono ancora nei miei occhi i suoi scontri con McCoy, l’ufficiale medico dell’Enterprise, quando si trovavano di fronte a situazioni in cui era difficile comprendere se era meglio usare la testa o il cuore. E in fondo non è una domanda che ci poniamo tutti, quando dobbiamo affrontare scelte difficili?

 

GIANVITTORIO FEDELE

2 marzo 2015 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza, News | | Lascia un commento

   

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