Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Gli appunti di Gianfranco su Interstellar

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Avevamo detto e ridetto che non avremmo pubblicato altro su “Interstellar”, dopo che se ne è parlato e riparlato per ben due mesi. Ma poi Gianfranco mi ha passato questi suoi appunti. Si tratta,  a parer mio, di un ottimo articolo che affianca il film alle opere di Bradbury, in una nuova e inedita prospettiva. Non potevamo certo ignorarlo: ecco quindi le riflessioni di Gianfranco de Turris su “Interstellar”. (RF)

Bradbury1(nella foto: Ray Bradbury).

Ho visto Interstellar, anzi sono stato indotto a vederlo, sotto la suggestione di una raccolta di interviste di Ray Bradbury: dodici nell’arco di sessant’anni che escono a gennaio da Bietti col titolo Siamo noi i marziani! che ho curato e introdotto.

In effetti, alla luce di quanto afferma il grande scrittore morto nel 2012, il film di Christopher Nolan si rivela del tutto “bradburyano”. L’ho visto in questa ottica tralasciando le polemiche che lo hanno coinvolto e su cui dirò a conclusione di questi appunti.

Interstellar parla di una umanità su una Terra morente confinata in mezzo al “fango” (come dice il protagonista) perché ha rinunciato volutamente allo spazio, alle stelle: alcuni disastri e il considerare i finanziamenti alla NASA come soldi sprecati costringono addirittura l’ente alla macchia, alla clandestinità. Il protagonista, Cooper, un ex pilota spaziale, deve affrontare chi a livello scolastico non crede che si sia mai giunti sulla Luna in base a note teorie complottistiche, riscrivendo i libri di testo.
Già questi sono due temi alla Bradbury, che nelle interviste critica sia la “dittatura delle minoranze” che fa correggere i libri, sia  la riduzione dei fondi alla NASA, l’interruzione dei voli, la fine di un sogno nato negli anni Sessanta, quando nel 1986 dopo il disastro del Challenger una ossessiva campagna mediatica mandò in crisi il progetto. Cosa che si sta ripetendo oggi se, come pare, nell’estate del 2014 la NASA ha annullato il programma per far ritornare l’uomo sulla Luna.

Il nostro destino, scrive il famoso autore di fantascienza, sono le stelle: la nuova frontiera dove verremo messi alla prova, dove si svilupperà una nuova religiosità, perché l’uomo ha bisogno di miti. Nel film si vede proprio questo: l’equipaggio dell’astronave va in cerca della “nuova frontiera”: un pianeta abitabile per ospitare gli emigrati dalla Terra morente. E l’esodo dell’umanità è un altro tema tipico di Bradbury, basti pensare a Cronache marziane. Bradbury critica il politicamente corretto, il buonismo e l’ipocrisia: quella che potrebbe causare il disastro della missione, con la figura del dottor Mann che dice di aver trovato un pianeta abitabile, mentre non è vero e pensa a salvare solo se stesso.

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(nella foto: Matthew McConaughey e Christofer Nolan)

Una delle tematiche di fondo di Bradbury è la famiglia. Interstellar è una sua difesa, con il padre ex astronauta che si occupa dei figli dopo la morte della moglie e li difende, e con i figli che restano in contatto con il padre ad anni-luce di distanza con il tempo che passa per loro velocemente e per il padre lentamente. Il figlio Tom si scoraggerà ma la figlia Murphy pur non avendo più avuto notizie da lui si batte, laureandosi in  fisica e lavorando alla NASA, per trovare il modo di risolvere una equazione gravitazionale fondamentale per capire i paradossi del viaggio galattico. E la scena finale col padre che incontra la figlia centenaria è un’altra prova di questo legane che supera lo spazio-tempo.

Uno dei temi principali di Bradbury sono gli alieni “buoni”, e alle spalle delle sorti dell’umanità e dell’astronave che parte verso l’ignoto vegliano proprio questi alieni (“Loro”) che forse hanno creato addirittura il buco spaziotemporale (il wormhole) e nella parte finale del film, trovano la soluzione. Sono forse gli uomini d un lontanissimo futuro, come pensa Cooper? In tal caso non cambierebbe molto: è l’idea di una entità che sorveglia e protegge l’umanità che qui conta… Questa soluzione è un’altra tematica cara allo scrittore: il viaggio nel tempo. Ma, attenzione, il colpo di genio di soggettisti, sceneggiatori e  regista è che questo viaggio nel tempo è indietro non avanti, e andando indietro esso non serve a modificare il futuro, ma a crearlo, a realizzarlo senza successive interferenze, dandogli il là, facendo cadere i libri e indicando la direzione della sede nascosta della NASA. Poi suggerendo a Murphy come risolvere la famosa equazione irrisolvibile e permettendo all’uomo di viaggiare (ed emigrare) fra le stelle.
Ciò avviene grazie alle cinque dimensioni del tessaratto ed ha come centro una biblioteca, crocevia dimensionale e temporale del sapere, una specie di Aleph borgesiano, altro luogo-simbolo essenziale per Bradbury, e che come realizzazione visiva fa pensare ai mondi matematici di Escher.

amazing-storiesEcco perché definisco Interstellar un film “bradburyano”, forse  indipendentemente dalle intenzioni dei suoi autori. Non privo inoltre di omaggi ai classici  della fantascienza filmica, da 2001 odissea nello spazio (con il computer CASE che assomiglia di certo e in meglio a HAL 9000) e a Guerre stellari (con il tipo di navetta con cui il protagonista parte per andare a cercare la sua bella e avendo alle sue spalle nella cabina di pilotaggio TARS, la parte mobile del computer).

Il film ha avuto critiche, quelle cui accennavo all’inizio, per la sua poca verosimiglianza scientifica, anzi i suoi errori. Verrebbe voglia di dire: embè? Anzi: chissenefrega!
E’ una vecchia storia questa: intanto noi stiano vedendo un film (o leggendo un romanzo) e non stiano vedendo un documentario scientifico o leggendo un saggio di Hawking (che pure lui non è il Vangelo e su certe sue teorie ci ha ripensato). E’ cinematografia o narrativa di fantascienza non un trattato di astronomia.

La fantascienza, come dice la parola italiana ha dunque una parte fanta: dove sta allora lo scandalo? Ma il termine originale, si dirà, è science fiction, vale a dire narrativa scientifica o meglio a sfondo scientifico, che narra fatti scientifici. Ma è la stessa cosa, e in merito ho pubblicato un articolo su Urania (scusate l’autocitazione).
Il fatto che molti dimenticano è che il “padre della fantascienza”, Hugo Gernsback che pubblicò nel 1926  la prima rivista specializzata, Amazing Stories (storie sorprendenti, meravigliose, e non certo scientifiche) nel suo “manifesto programmatico” fa riferimento a tre ispiratori del nuovo genere letterario: Verne, Wells, Poe, un francese, un inglese e un americano, autori di storie simili e diverse fra loro, soprattutto Poe che di vera e propria scienza nei suoi racconti e nel suo unico romanzo non ce ne metteva né tanta né ortodossa, anzi al contrario sconfinava nel fantastico, nel’onirico, nella metapsichica (oggi parapsicologia), nell’occulto, nel sovrannaturale. Tutte cose che farebbero storcere il naso (anzi inorridire) i fantascientisti ortodossi di oggi, ma che, ma guarda un po’, Gernsback poneva tra i “padri fondatori” del genere.

Bradbury2La conclusione era che, a mio giudizio, se si vuole ridurre la fantascienza a una narrativa di stretta divulgazione scientifica o di sola previsione del futuro, di estrapolazione sullo sviluppo delle scienze esatte si fa un madornale errore. Non solo ponendoci il problema: e se poi non ci azzecca che si fa? Ma anche  costringendoci alla fine a non considerare come vera fantascienza la quasi totalità della produzione che va sotto questa etichetta. La vera caratteristica della fantascienza è quel sense of wonder, quel senso del meraviglioso che gli appassionati americani vedevano in quella fra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, e che si può estendere a tutto il genere. Non solo quella delle origini o della giovinezza di molti lettori presi dalla nostalgia deve suscitare quelle sensazioni, ma tutta. Una narrativa più o meno a sfondo scientitico-tecnologico che non suscita un senso del meraviglioso  nei lettori o negli spettatori ha fallito il suo scopo.

A mio modesto parere Interstellar lo suscita di certo indipendentemente dal fatto che alcune idee spettacolari del regista come il pianeta sull’orlo del Buco Nero non siano cose scientificamente plausibili, e indipendentemente da alcune lungaggini della trama.
Io concluderei con un’alzata di spalle.

 

GIANFRANCO de TURRIS

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8 gennaio 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Volo Interstellare | , , | 1 commento

La fantascienza umanista di Ray Bradbury

Pian piano – è una legge naturale ma poco accettabile – la generazione che ha fatto grande la fantascienza se ne va. Sono gli autori che abbiano letto e amato negli anni Sessanta e Settanta dell’ormai secolo scorso e che ci hanno appassionato e formato ad un genere di science fiction, fantasy ed heroic fantasy che non si scrive più (e non si tratta della nostalgia di un diversamente giovane, ma un fatto oggettivo). L’elenco è lunghissimo: da Simak a Williamson, da van Vogt a Heinlein, da Asimov a Clarke, da Dick a Sturgeon, da Anderson a del Rey, da Farmer a de Camp e così via. Ultimo e, credo più anziano di tutti, Jack Vance, morto a 96 anni il 26 maggio scorso. Vero creatore di mondi fantastici, specialista di personaggi e invenzioni paradossali, dotato di un suo speciale umorismo. Resta, credo, ormai soltanto Frederick Pohl, classe 1919. Vance se n’è andato a quasi un anno dalla scomparsa di un altro grande, anzi grandissimo, Ray Bradbury.

Bradbury(nella foto: Ray Bradbury) Parlare di Bradbury per ricordarlo dodici mesi dopo e quando Mondadori sta approntando alcuni libri nuovi su di lui, vuol dire far correre immediatamente il pensiero ai suoi due capolavori, Cronache marziane (1950) e Fahrenheit 451 (1953), anche se lo scrittore, scomparso il 5 giugno 2012 a Los Angeles a quasi 92 anni (li avrebbe compiuti il 22 agosto), ha avuto una carriera lunghissima, di oltre settant’anni avendo esordito ventunenne nel 1941 su Weird Tales, nel corso della quale ha pubblicato storie di tutti i generi, e non solo quel particolare tipo di fantascienza che a suo tempo si definì “umanistica”: dal fantastico all’orrore, dal giallo al thriller, dal gotico alla semplice suspense, comunque tutti caratterizzati da quel suo tocco personale, da quel suo stile unico, evocativo, dalla singolare aggettivazione, che avvolge il lettore senza che se ne accorga.

Pochi lo sapevano ma dopo un ictus che lo aveva colpito nel 1999 era bloccato su una sedia a rotelle, continuava però a scrivere con regolarità pur se per interposta persona: ogni mattina per tre ore dettava telefonicamente alla figlia Alexandra, perché non poteva più usare la sua vecchia macchina da scrivere meccanica a causa di un braccio inutilizzabile. Ora che non c’è più lo si potrebbe ricordare degnamente in Italia, come da tempo chiedo, non solo con le novità, ma soprattutto con una “edizione critica” dei due suoi capolavori dato che quelle che si trovano in circolazione sono semplici ristampe tali e quali che io sappia: aggiornando le traduzioni del tutto invecchiate di Giorgio Monicelli e aggiungendo introduzioni e note adatte alla bisogna. Da Mondadori ci sono gli esperti per farlo.

Vance(nella foto: Jack Vance)A suo tempo, negli anni Cinquanta-Settanta, quando qui da noi si conobbero anche le antologie dei suoi racconti dopo i capolavori che Carlo Fruttero presentò nel memorabile Le meraviglie del possibile (Einaudi, 1959), ciò che colpiva di Bradbury era la visione malinconica e tragica del destino dell’uomo contemporaneo e futuro preda della massificazione totale, dello sradicamento dell’Io individuale e della sua personalità umana, succube di una macchinificazione della vita, intendendo per questo non solo i marchingegni meccanici e robotizzati, ma anche la virtualità che in America si stava già imponendo a metà del Novecento, mentre da noi ci si sarebbe accorti di tutto questo soltanto a partire dagli anni Ottanta con il moltiplicarsi dei canali televisivi.

Non c’è dunque da meravigliarsi che negli ultimi tempi lo scrittore se la sia presa con gli aggeggi elettronici che hanno invaso la nostra vita e la condizionano al punto tale che molti psicologi e sociologi affermano che il loro uso intensivo ci sta facendo diventare più stupidi (fa diventare soprattutto le nuove generazioni più stupide, dato che le vecchie ormai sono quelle che sono…).Insomma, la Rete come una TV all’ennesima potenza, per di più con la possibilità di poter interagire con l’utente, come in realtà proprio lui aveva ipotizzato in Fahrenheit 451 mettendo in guardia contro l’incultura e il condizionamento.

Clarke(nella foto: Arthur Clarke)“Abbiamo troppi telefonini. Troppo internet. Dobbiamo liberarci di quelle macchine”, ha detto in una intervista per il suo novantesimo compleanno al Los Angeles Times nrl 2010. Perché meravigliarsene come fece a suo tempo qualcuno? E’ la logica conseguenza delle critiche che alle “macchine”, anche se di altro tipo, Bradbury ha fatto in tutte le sue opere specialmente in Fahrenheit 451: anche cellulari, iPhone, iPod, lettori elettronici, smartphone lo sono e producono conseguenze. Delle chat e di facebook ha detto: “Perché tanta fatica per chiacchierare con un cretino col quale non vorremmo avere a che fare se fosse in casa nostra?”. La sua crociata contro i deficienti e l’incultura risale sin dai primordi della sua carriera.

Tutto sta in quel capolavoro antiutopico che è appunto Fahrenheit 451 che come si sa indica la temperatura di autocombustione della carta (236 gradi centigradi). Un libro che è l’esaltazione dell’uomo e della cultura vera dell’uomo, quella trasmessa dai libri e non (allora) dalle finzioni virtuali della televisione. Già nel 1951-1953 – sessant’anni fa – Bradbury immaginava schermi grandi come una parete e la vita falsa che trasmettevano tramite quelle che oggi si chiamano sitcom e vanno avanti per decenni quasi fosse una realtà parallela a quella del telespettatore, o reality show dove la gente comune diventa protagonista attiva. Tema questo, della commistione reale/virtuale o del virtuale che diviene reale, presente in Fahrenheit 451, ma anche di molti suoi tragici racconti il cui più noto è La settima vittima, ed il più tragico è Il veldt.

Asimov(nella foto: Isaac Asimov) E’ contro la pandemia televisiva ieri, e quella internettica oggi, che lo scrittore si scaglia in difesa di un altro tipo di cultura che questa cercava di sommergere ed annullare, e non aveva affatto di mira il senatore McCarthy o una specifica dittatura parafascista o paranazista come volevano dare a intendere certi critici e lettori impegnati soprattutto nell’Italia politicizzata degli anni Settanta (nell’equivoco è caduto banalmente ancora Siegmund Ginzberg ne La Repubblica del 7 giugno 2012). Fu lo stesso scrittore, con grande delusione di certi suoi fans, a confermarlo: nel 2007, sempre in una intervista al Los Angeles Times (che peraltro è un giornale conservatore), affermò che il suo famoso romanzo non si doveva interpretare come una critica alla censura o a una dittatura o specificatamente al senatore McCarthy, perché era piuttosto una critica alla televisione e al tipo di (in)cultura che essa trasmette. “La televisione ti dice quando è nato Napoleone, non chi era (…) Ti riempiono con un sacco di roba priva di vera informazione finché non ti senti pieno”.

Insomma, Bradbury ce l’aveva e ce l’ha avuta sino all’ultimo, contro la pseudo-informazione, la pseudo-vita, gli pseudo-fatti, quelli che Gillo Dorfles ha battezzato fattoidi, e che sono ormai la “normalità” delle TV di tutto il mondo, ma in specie in Italia, e che con l’avvento del Web sono diventati talmente diffusi e abitudinari da assurgere a Verità incontestabile. La parola scritta contro l’immagine, il libro contro l’effimera virtualità. Gli uomini-libro che conoscono a memoria un intero testo contro la banalità corrente. E in un’altra intervista ha detto: “I libri e le biblioteche sono davvero una parte importante della mia vita, perciò l’idea di scrivere Fahrenheit 451 è stata naturale. Io sono una persona nata per vivere nelle biblioteche”.

Dick(nella foto: Philip Dick) Scoramento profondo, quindi, di tutti i suoi lettori e analizzatori progressisti: nessuna motivazione politica e/o ideologica dietro il famoso romanzo strumentalizzato in tal senso per decenni, anche se, leggendo bene quel che Bradbury scriveva a suo tempo, non era affatto impossibile afferrarlo. Sicché è ovvio che sia stato scritto in un sito internet: “Delusione per intere generazioni cresciute nel mito di Fahrenheit 451. La condanna non era per i regimi che bruciano i libri, ma per la superficialità della tv. Lo ha voluto precisare lo stesso Bradbury”. A parte che si deve capire a quali “generazioni” ci si riferisce, sarebbe francamente da chiedersi: di chi la colpa? dell’autore o dei suoi lettori e critici ideologizzati? Era sufficiente saper analizzare senza paraocchi e non farsi condizionare dai propri punti di vista politici. Tanto è vero che spesso, negli Stati Uniti, Bradbury si è platealmente irritato quando qualcuno gli voleva spiegare quel che aveva scritto, le sue vere intenzioni (“quei tizi che mi vogliono sempre spiegare di che cosa parlano i miei libri”), come peraltro avviene anche in Italia. Delusione che era iniziata nel 2004 allorché Bradbury se la prese aspramente con il regista Michael Moore che aveva intitolato un suo film revisionista e complottista sulla catastrofe delle Torri Gemelle Fahrenheit 9/11: e al regista che gli telefonò per scusarsi ma precisando che ormai non poteva cambiare il titolo, lo scrittore disse: “Bravo coglione!” e gli sbatté la cornetta in faccia. Per di più si fece fotografare alla Casa Bianca con il presidente Bush e signora che un sito di delusi fantascientisti italiani così definisce: “Un presidente che non sarà certo ricordato per il suo contributo alla democrazia, ai diritti civili e alla libertà di informazione”…

Come si vede la tanto apprezzata e semplicistica equazione fantascienza/progressista e fantastico/reazionario è una solenne sciocchezza, anche se purtroppo ancora qualcuno ci crede, magari forzando le tesi espresse dagli scrittori nelle loro opere. Bradbury è stato un sostenitore da sempre di una cultura umanistica e ci ha dato una fantascienza di questo genere con veri e propri capolavori: ma non sta scritto da nessuna parte che ciò sia sinonimo di progressismo ideologico e politico. Come lo definiamo oggi chi preferisce un libro di carta ad un libro elettronico che si “sfoglia” su una “tavoletta”?

Simak(nella foto: Clifford Simak) Bradbury in realtà è stato sempre contro il “politicamente corretto” che oggi detta legge, anche se negli anni Cinquanta del Novecento non si chiamava ancora così: basti pensare al famoso dialogo tra Montag, il pompiere-incendiario di Fahrenheit 451, e il suo capo Beatty che lo vuole catechizzare, e che lo stesso autore riassume così: “Il capo dei pompieri spiega che bruciano i libri perché i contenuti di alcuni di essi offendono le minoranze, perché altri causano infelicità. E l’uso del termine ‘minoranze’ non è legato ai temi razziali, ma a tutti. Ognuno di noi è parte di qualche minoranza per gusti, passioni, professione o interesse, quindi ognuno di noi può essere ‘offeso’ dal contenuto di un libro”… Sembra che descriva la situazione di oggi…

Bradbury confessò a Ernesto Assante che lo riporta su La Repubblica del 7 giugno 2012: “Sono uno scrittore di miti e i miti non muoiono mai. I miti greci e romani, il Vecchio e il Nuovo Testamento sono metafore nelle quali la gente si riconosce facilmente”, e aggiunse che gli piaceva pensare che “ogni libro che ho scritto sia il frutto di una vita spesa a catturare metafore in fuga”. Anche se il termine esatto avrebbe dovuto essere “simboli”, quanto sostiene Bradbury non può che confermare quale sia la vera e indistruttibile sostanza dell’Immaginario, di cui fantascienza, fantastico e orrore fanno parte, e che li rende generi letterari in sé non caduchi: il mito personale e collettivo, dal mito dell’infanzia perduta al mito della conquista dello spazio, di una terra incognita del passato o al di là delle stelle.

GIANFRANCO DE TURRIS

3 giugno 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, News | , , , , , , | 2 commenti

Dal SETI archeologico nuove idee e obiettivi

Antiche specie aliene ormai estinte, o forse passate a un livello di esistenza postbiologico, potrebbero aver disseminato nelle galassie tracce e testimonianze del loro passaggio talmente cospicue da essere individuabili a milioni di anni luce di distanza dai nostri strumenti d’osservazione, per quanto primitivi al confronto. Come il classico SETI su onde radio o su laser, così il nuovo SETI archeologico può essere effettuato in background rispetto ad altre ricerche tradizionali, riducendo così il suo costo virtualmente a zero, e senza nemmeno interferire con il SETI classico.  Anzi, il SETI nel suo complesso ne risulterebbe grandemente arricchito. (RF)

(immagine: M31 in Andromeda) Avete mai riflettuto sulla possibilità di un SETI intergalattico? A prima vista, l’idea sembra assurda, sin dai tempi del Progetto Ozma abbiamo fatto SETI in una forma o nell’altra, senza alcun risultato. Se non riusciamo a captare segnali radio provenienti da stelle vicine che ci indichino l’esistenza di civiltà extraterrestri, come possiamo aspettarci di riuscire a farlo su distanze quali i 2,573 milioni di anni luce di M31, per non parlare delle galassie appena più lontane? E qui la cosa si fa impegnativa, perché quello a cui ci espone l’idea di un SETI intergalattico è la limitatezza dei nostri presupposti sul tentativo SETI nella sua globalità, vale a dire che sia più probabile abbia successo usando onde radio, e che sia in grado di aprire una comunicazione bidirezionale con gli extraterrestri.

 La visibilità di una cultura galattica

Supponiamo, ad esempio, che le idee di Nikolai Kardashev sulle tipologie di civiltà siano abbastanza convincenti da essere messe alla prova. Una civiltà Kardashev di Tipo III sarebbe in grado di sfruttare le risorse energetiche non soltanto della propria stella d’origine ma anche dell’intera galassia in cui si trova. Un civiltà di Tipo III  è talmente al di là delle nostra attuali capacità che è persino difficile descriverla, tuttavia è ragionevole pensare che segni tangibili di un’astroingegneria su così vasta scala potrebbero essere rilevabili almeno nelle galassie vicine, se una civiltà di questo tipo vi avesse operato. James Annis si è occupato in una sua ricerca proprio di questo, arrivando alla conclusione che né la nostra Via Lattea, né M31 o M33, le due grandi galassie limitrofe, siano state trasformate dall’intervento di una civiltà di Tipo III.

(immagine: M33 del Triangolo) Inutile specificare come questi risultati siano del tutto preliminari, e quanto siano rari questi studi. Ciò che colpisce di Annis (come dei lavori di Richard Carrigan e P.S. Wesson ) è che questi scienziati stanno inseguendo idee del tutto estranee al filone principale del SETI. Ci troviamo di fronte a un nuovo paradigma, nel quale la nozione di  un “contatto” e di eventuali successivi scambi di idee tra civiltà è del tutto assente. È la ricerca di manufatti, di strutture artificiali e segni di interventi ingegneristici, intimamente connessa con la nozione di scoperta. Proprio come non possiamo avere un rapporto scambievole con la Grecia dell’età micenea mentre scaviamo alla ricerca di informazioni sul periodo di Agamennone, un’archeologia stellare potrebbe permetterci di scoprire qualcosa di ugualmente irraggiungibile, ma che vale altrettanto la pena di studiare.

Verso un SETI dysoniano

In uno scritto recente, Robert Bradbury, Milan Ćircović (Osservatorio Astronomico di Belgrado) e George Dvorsky (Institute for Ethics and Emerging Technologies) si chiedono se un SETI intergalattico potrebbe costituire un esempio di quello che chiamano un approccio “dysoniano” a SETI, una “via di mezzo” tra la tradizionale visione radiocentrica (che implicherebbe un contatto) e le reazioni ostili dei detrattori di SETI che non attribuiscono alcun valore al progetto, ritenendo che il denaro sarebbe speso meglio in altro modo. L’allusione a Freeman Dyson si basa sulla sua congettura che una società realmente sviluppata sarebbe in grado di superare i limiti dello spazio vitale planetario e della sua energia costruendo una Sfera di Dyson, capace di catturare tutta, o quasi tutta, l’energia della stella più prossima.

Una Sfera di Dyson modifica subito i termini di SETI in quanto è in linea di principio individuabile ma, a differenza dei segnali radio più vicini (provenienti da un radiofaro oppure come involontaria “dispersione” derivante dalle attività di una civiltà), potrebbe essere anche rilevata da grandi distanze astronomiche attraverso la sua traccia infrarossa. Carl Sagan è stato uno dei primi a recepire l’idea e a esplorarne le implicazioni. Dyson era dell’idea di affrontare la questione con metodo, usando i mezzi astronomici a nostra disposizione, come scrisse una volta: “… trasporre i sogni di un ingegnere frustrato nel contesto di un’astronomia rispettabile”. Anche in questo caso abbiamo assistito, sopratutto da parte del già citato Richard Carrigan, a dei tentativi di studiare le emissioni infrarosse che indicassero l’esistenza di questo genere di strutture dysoniane.

Nel loro articolo i tre autori si battono perché SETI imbocchi una nuova direzione, utilizzando un insieme di strumenti più ampio. Invece di limitarsi ai radiotelescopi o alle attrezzature ottiche, il campo d’azione del SETI verrebbe allargato includendo dati astronomici ricavabili lavorando in sinergia con altri progetti di ricerca, scandagliando settori d’indagine ben più vasti. Secondo gli autori, un SETI dysoniano prende in considerazione i nuovi sviluppi dell’astrobiologia, spingendosi fino alla scienza dei computer e alla possibilità di un’intelligenza postbiologica. Essi immaginano un SETI dysoniano, il quale implementerebbe quattro nuove strategie fondamentali in aggiunta ai vecchi metodi:

  • ricerca di prodotti e manufatti tecnologici, e di tracce di civiltà tecnologicamente avanzate;

  • studio di traiettorie evolutive postbiologiche e di super-intelligenza artificiale, come pure di altri importanti settori futuri di studio;

  • allargamento degli obiettivi ammissibili per SETI;

  • contatti interdisciplinari più stringenti con sottosettori affini dell’astrobiologia (studi sull’abitabilità galattica, biogenesi, ecc.)  e con altre discipline collegabili (computer science, vita artificiale, biologia evoluzionista, filosofia della mente)

L’espansione di SETI in queste aree non sostituirebbe i metodi attuali, ma amplierebbe in modo significativo il processo nel suo insieme, in linea con l’obiettivo ambizioso di scoprire se altri esseri intelligenti condividono con noi la galassia e l’universo circostante. Se davvero esiste un Grande Silenzio, per usare le parole di David Brin, questi autori ritengono che l’unico modo per scandagliarlo proficuamente sia ampliare la nostra ricerca verso le conquiste potenzialmente osservabili di culture di gran lunga più avanzate della nostra.

L’enigma del contatto

Una chiave per estendere il campo d’azione di SETI consiste nell’interrogarsi sulla validità della stessa idea di contatto. Un presupposto che molti dei pionieri di SETI avevano in comune era che comunicare con altre specie fosse un bisogno innato, e che questo bisogno avrebbe preso la forma di radiofari o messaggi ottici intenzionali. Quello che Bradbury, Ćirković e Dvorsky definiscono come “SETI dysoniano” non parte da questo presupposto, anzi, trae la sua forza proprio dal fatto che non lo fa. Prendendo atto che non abbiamo ancora trovato una traccia indiscussa di rilevamento  il SETI dysoniano afferma che non è necessario lasciarne una. Una civiltà potrebbe essere rilevabile attraverso i suoi manufatti. Una sfera di Dyson, per esempio, mostrerebbe una traccia infrarossa  distinguibile dal normale spettro di un corpo stellare.
(immagine: La Grande Nube di Magellano) Una volta collocata, una sfera di Dyson dovrebbe avere una durata tale da superare potenzialmente quella della specie stessa dei suoi creatori. “Impressa negli eterni  monumenti/ della gloria”, per citare il verso di Lucrezio usato dagli autori per illustrare il proprio punto di vista. In questo modo viene aggirato un grave problema segnalato da numerosi autori, cioè che la “finestra di opportunità” per un SETI basato sulle comunicazioni radio è breve, meno di un attimo se rapportata alla durata della nostra civiltà, molto meno se consideriamo quella del nostro pianeta (si riferisce al lasso di tempo in cui una civiltà potrebbe usare, per comunicare, una tecnologia basata su onde radio e laser – nde). Anche ipotizzando l’esistenza nella galassia di 106 civiltà tecnologicamente avanzate, un numero assolutamente ottimistico, è chiaro che queste culture esisteranno a differenti livelli di sviluppo. Quante probabilità ci sono che due di queste siano esattamente a quel preciso stadio di evoluzione tecnologica che permetta loro uno scambio di comunicazioni radio?

Un SETI dysoniano aggirerebbe questo problema, in quanto i giganteschi prodotti di un’astroingegneria potrebbero sopravvivere sotto forma di reperti archeologici, a prescindere dal destino della civiltà che li ha creati. L’idea sembra plausibile, e non preclude la continuazione degli sforzi di SETI nel settore delle frequenze sia radio che ottiche. Gli autori fanno però notare che anche i nostri presupposti relativi ai manufatti stessi devono essere  in qualche misura corretti. Se le civiltà si muovono nella direzione di una “singolarità”, in cui l’intelligenza artificiale risulta in una sorta di evoluzione postbiologica, allora anche la ricerca delle Sfere di Dyson prende un altro aspetto.
Perché? Perché sino a ora abbiamo presupposto l’esistenza di una Sfera di Dyson  grande più o meno come l’orbita terrestre, con una temperatura operativa in grado di sostenere sulla superficie del guscio una  vita biologica analoga alla nostra. Questi parametri non si possono adattare alle necessità di un’esistenza postbiologica. Dall’articolo:

…da un punto di vista postbiologico, questo sembra molto dispendioso, visto che i computer che operano a  temperatura ambiente (o appena più bassa) sono limitati da una soglia di kT ln 2 Brillouin, in confronto a quelli  in contatto con una riserva di calore a una temperatura T più bassa…

Penso che gli autori si riferiscano a quello che viene anche chiamato il limite di Landauer, il quale definisce la quantità minima di energia necessaria per alterare un bit di informazione – qui k è la costante di Boltzman, mentre T è la temperatura del circuito (K) e ln 2 è il logaritmo  naturale di 2. Comunque,  più freddo è,  meglio è. L’articolo continua:

Benché non sia realistico aspettarsi che l’efficienza possa essere accresciuta,  nel modello reale della Galassia,  attraverso il raffreddamento al limite cosmologico di 3 K , fa tuttavia una differenza considerevole, in termini di osservazione pratica,  se ci si aspetta un guscio di Dyson vicino /simile a un corpo nero a 50 K piuttosto che a un corpo nero a 300 K. Questo abbassamento della temperatura del guscio esterno è in accordo con lo studio di Badescu e Cathcart… sull’efficienza di estrarre lavoro dall’energia di radiazione stellare. In questo senso, un approccio dysoniano deve essere ancora più radicale rispetto alle intuizioni pubblicate dallo stesso Dyson.

Oltre la Sfera di Dyson

Ampliare il background teoretico delle ricerche in corso (gli autori segnalano il progetto SETI@Home come esempio di vasto calcolo distribuito) significa prendere in considerazione queste nuove prospettive, e l’articolo prosegue segnalando altre possibili tracce di una civiltà extraterrestre:

  • tracce chimiche insolite negli spettri stellari, le quali potrebbero indicare una cultura tecnologica che sta cercando di farsi notare da astronomi lontani;

  • tracce di raggi gamma create dall’antimateria risultante dalle attività di una civiltà extraterrestre;

  • passaggi riconoscibili di grandi oggetti artificiali;

  • analisi di dati astronomici extragalattici, che potrebbero rivelare la presenza di strutture su larga scala e di un’astroingegneria al livello III della scala di Kardashev.

È interessante come tutti gli argomenti citati siano stati oggetto di studi iniziali, e la bibliografia dell’articolo ne dà abbondantemente conto. Queste ricerche sono state considerate poco più che delle curiosità, ma l’impatto della scoperta di oggetti chiaramente artificiali avrebbe un tale effetto di accelerazione nella consapevolezza che gli uomini hanno di sé che esse valgono senza dubbio i finanziamenti limitati adoperati  sino ad ora.

Ampliare il campo di ricerca

(immagine: La Piccola Nube di Magellano) Un SETI dysoniano si muoverebbe nella direzione suggerita dallo stesso Freeman Dyson quando ragionava circa la presunta disponibilità delle civiltà aliene a comunicare fra loro, e la loro altrettanto  presunta benevolenza al momento dell’incontro con i nuovi membri del “club galattico”. Dyson non ne voleva sapere, quando affermava: “Non intendo necessariamente presumere che fra società aliene debba esistere un sentimento di benevolenza o una comunanza di interessi”. E in effetti perché farlo, quando la ricerca di manufatti dysoniani come, ad esempio, le Sfere di Dyson non necessita affatto di tali presupposti, permettendoci invece di trovare applicazione a quanto stiamo man mano imparando nei settori della nanotecnologia, dell’intelligenza artificiale e dell’astrobiologia?
Perché non ampliare ulteriormente l’ambito di ricerca, aggiungendo all’impressionante e pionieristico lavoro dei primi ricercatori SETI il risultato di studi più recenti? Ci riferiamo, ad esempio, a quelli in cui Charles Lineweaver dimostra che nella zona abitabile della galassia (già di per sé un concetto relativamente nuovo) i pianeti simili alla Terra sono mediamente 1,8 miliardi di anni più vecchi del nostro pianeta. L’ipotesi di civiltà non solamente milioni ma potenzialmente miliardi di anni più vecchie della nostra riduce immediatamente l’importanza di un contatto (è difficile immaginare quale vantaggio ne trarrebbe una simile cultura aliena), lasciando invece aperta la possibilità di scoprire le opere da loro costruite ed eventualmente  sopravvissute alla loro scomparsa.
Vorrei chiudere con un’altra citazione da questo stimolante saggio riguardante il vecchio e il nuovo SETI:

… i due approcci sono al momento compatibili e dovrebbero essere perseguiti in parallelo, per lo meno fino a quando non si arriverà ad avere una migliore comprensione teorica di quali siano le precondizioni per la nascita di civiltà tecnologiche nella galassia. Con ogni anno che passa le nostre capacità di trarre informazioni dall’ambiente interstellare aumentano in modo impressionante. Man mano che aumenta l’acquisizione delle informazioni, aumenta anche la nostra capacità di elaborarle e comprenderne la natura. Questo processo non solo metterà radicalmente in discussione la nostra concezione dell’Universo e ciò che pensiamo di sapere in proposito, ma  metterà anche in discussione il modo in cui consideriamo noi stessi e le nostre potenzialità in quanto civiltà tecnologica.

Traduzione di Donatella Levi

Titoli originali: “Rethinking SETI’s Targets” e “Eternal Monuments Among the Stars” scritti da Paul Gilster e pubblicati in Centauri Dreams il 23 e 24 gennaio 2012
Fonte: Bradbury, Ćirković e Dvorsky, “Dysonian Approach to SETI: A Fruitful Middle Ground?”, in JBIS , Vol. 64 (2011), pp. 156-165.

Questo articolo segna la nostra partecipazione al Carnevale della Fisica #30, e prosegue una fase di collaborazione con Paul Gilster, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.

18 aprile 2012 Posted by | Carnevale della Fisica, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , , , , | 5 commenti

   

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