Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

La fantascienza umanista di Ray Bradbury

Pian piano – è una legge naturale ma poco accettabile – la generazione che ha fatto grande la fantascienza se ne va. Sono gli autori che abbiano letto e amato negli anni Sessanta e Settanta dell’ormai secolo scorso e che ci hanno appassionato e formato ad un genere di science fiction, fantasy ed heroic fantasy che non si scrive più (e non si tratta della nostalgia di un diversamente giovane, ma un fatto oggettivo). L’elenco è lunghissimo: da Simak a Williamson, da van Vogt a Heinlein, da Asimov a Clarke, da Dick a Sturgeon, da Anderson a del Rey, da Farmer a de Camp e così via. Ultimo e, credo più anziano di tutti, Jack Vance, morto a 96 anni il 26 maggio scorso. Vero creatore di mondi fantastici, specialista di personaggi e invenzioni paradossali, dotato di un suo speciale umorismo. Resta, credo, ormai soltanto Frederick Pohl, classe 1919. Vance se n’è andato a quasi un anno dalla scomparsa di un altro grande, anzi grandissimo, Ray Bradbury.

Bradbury(nella foto: Ray Bradbury) Parlare di Bradbury per ricordarlo dodici mesi dopo e quando Mondadori sta approntando alcuni libri nuovi su di lui, vuol dire far correre immediatamente il pensiero ai suoi due capolavori, Cronache marziane (1950) e Fahrenheit 451 (1953), anche se lo scrittore, scomparso il 5 giugno 2012 a Los Angeles a quasi 92 anni (li avrebbe compiuti il 22 agosto), ha avuto una carriera lunghissima, di oltre settant’anni avendo esordito ventunenne nel 1941 su Weird Tales, nel corso della quale ha pubblicato storie di tutti i generi, e non solo quel particolare tipo di fantascienza che a suo tempo si definì “umanistica”: dal fantastico all’orrore, dal giallo al thriller, dal gotico alla semplice suspense, comunque tutti caratterizzati da quel suo tocco personale, da quel suo stile unico, evocativo, dalla singolare aggettivazione, che avvolge il lettore senza che se ne accorga.

Pochi lo sapevano ma dopo un ictus che lo aveva colpito nel 1999 era bloccato su una sedia a rotelle, continuava però a scrivere con regolarità pur se per interposta persona: ogni mattina per tre ore dettava telefonicamente alla figlia Alexandra, perché non poteva più usare la sua vecchia macchina da scrivere meccanica a causa di un braccio inutilizzabile. Ora che non c’è più lo si potrebbe ricordare degnamente in Italia, come da tempo chiedo, non solo con le novità, ma soprattutto con una “edizione critica” dei due suoi capolavori dato che quelle che si trovano in circolazione sono semplici ristampe tali e quali che io sappia: aggiornando le traduzioni del tutto invecchiate di Giorgio Monicelli e aggiungendo introduzioni e note adatte alla bisogna. Da Mondadori ci sono gli esperti per farlo.

Vance(nella foto: Jack Vance)A suo tempo, negli anni Cinquanta-Settanta, quando qui da noi si conobbero anche le antologie dei suoi racconti dopo i capolavori che Carlo Fruttero presentò nel memorabile Le meraviglie del possibile (Einaudi, 1959), ciò che colpiva di Bradbury era la visione malinconica e tragica del destino dell’uomo contemporaneo e futuro preda della massificazione totale, dello sradicamento dell’Io individuale e della sua personalità umana, succube di una macchinificazione della vita, intendendo per questo non solo i marchingegni meccanici e robotizzati, ma anche la virtualità che in America si stava già imponendo a metà del Novecento, mentre da noi ci si sarebbe accorti di tutto questo soltanto a partire dagli anni Ottanta con il moltiplicarsi dei canali televisivi.

Non c’è dunque da meravigliarsi che negli ultimi tempi lo scrittore se la sia presa con gli aggeggi elettronici che hanno invaso la nostra vita e la condizionano al punto tale che molti psicologi e sociologi affermano che il loro uso intensivo ci sta facendo diventare più stupidi (fa diventare soprattutto le nuove generazioni più stupide, dato che le vecchie ormai sono quelle che sono…).Insomma, la Rete come una TV all’ennesima potenza, per di più con la possibilità di poter interagire con l’utente, come in realtà proprio lui aveva ipotizzato in Fahrenheit 451 mettendo in guardia contro l’incultura e il condizionamento.

Clarke(nella foto: Arthur Clarke)“Abbiamo troppi telefonini. Troppo internet. Dobbiamo liberarci di quelle macchine”, ha detto in una intervista per il suo novantesimo compleanno al Los Angeles Times nrl 2010. Perché meravigliarsene come fece a suo tempo qualcuno? E’ la logica conseguenza delle critiche che alle “macchine”, anche se di altro tipo, Bradbury ha fatto in tutte le sue opere specialmente in Fahrenheit 451: anche cellulari, iPhone, iPod, lettori elettronici, smartphone lo sono e producono conseguenze. Delle chat e di facebook ha detto: “Perché tanta fatica per chiacchierare con un cretino col quale non vorremmo avere a che fare se fosse in casa nostra?”. La sua crociata contro i deficienti e l’incultura risale sin dai primordi della sua carriera.

Tutto sta in quel capolavoro antiutopico che è appunto Fahrenheit 451 che come si sa indica la temperatura di autocombustione della carta (236 gradi centigradi). Un libro che è l’esaltazione dell’uomo e della cultura vera dell’uomo, quella trasmessa dai libri e non (allora) dalle finzioni virtuali della televisione. Già nel 1951-1953 – sessant’anni fa – Bradbury immaginava schermi grandi come una parete e la vita falsa che trasmettevano tramite quelle che oggi si chiamano sitcom e vanno avanti per decenni quasi fosse una realtà parallela a quella del telespettatore, o reality show dove la gente comune diventa protagonista attiva. Tema questo, della commistione reale/virtuale o del virtuale che diviene reale, presente in Fahrenheit 451, ma anche di molti suoi tragici racconti il cui più noto è La settima vittima, ed il più tragico è Il veldt.

Asimov(nella foto: Isaac Asimov) E’ contro la pandemia televisiva ieri, e quella internettica oggi, che lo scrittore si scaglia in difesa di un altro tipo di cultura che questa cercava di sommergere ed annullare, e non aveva affatto di mira il senatore McCarthy o una specifica dittatura parafascista o paranazista come volevano dare a intendere certi critici e lettori impegnati soprattutto nell’Italia politicizzata degli anni Settanta (nell’equivoco è caduto banalmente ancora Siegmund Ginzberg ne La Repubblica del 7 giugno 2012). Fu lo stesso scrittore, con grande delusione di certi suoi fans, a confermarlo: nel 2007, sempre in una intervista al Los Angeles Times (che peraltro è un giornale conservatore), affermò che il suo famoso romanzo non si doveva interpretare come una critica alla censura o a una dittatura o specificatamente al senatore McCarthy, perché era piuttosto una critica alla televisione e al tipo di (in)cultura che essa trasmette. “La televisione ti dice quando è nato Napoleone, non chi era (…) Ti riempiono con un sacco di roba priva di vera informazione finché non ti senti pieno”.

Insomma, Bradbury ce l’aveva e ce l’ha avuta sino all’ultimo, contro la pseudo-informazione, la pseudo-vita, gli pseudo-fatti, quelli che Gillo Dorfles ha battezzato fattoidi, e che sono ormai la “normalità” delle TV di tutto il mondo, ma in specie in Italia, e che con l’avvento del Web sono diventati talmente diffusi e abitudinari da assurgere a Verità incontestabile. La parola scritta contro l’immagine, il libro contro l’effimera virtualità. Gli uomini-libro che conoscono a memoria un intero testo contro la banalità corrente. E in un’altra intervista ha detto: “I libri e le biblioteche sono davvero una parte importante della mia vita, perciò l’idea di scrivere Fahrenheit 451 è stata naturale. Io sono una persona nata per vivere nelle biblioteche”.

Dick(nella foto: Philip Dick) Scoramento profondo, quindi, di tutti i suoi lettori e analizzatori progressisti: nessuna motivazione politica e/o ideologica dietro il famoso romanzo strumentalizzato in tal senso per decenni, anche se, leggendo bene quel che Bradbury scriveva a suo tempo, non era affatto impossibile afferrarlo. Sicché è ovvio che sia stato scritto in un sito internet: “Delusione per intere generazioni cresciute nel mito di Fahrenheit 451. La condanna non era per i regimi che bruciano i libri, ma per la superficialità della tv. Lo ha voluto precisare lo stesso Bradbury”. A parte che si deve capire a quali “generazioni” ci si riferisce, sarebbe francamente da chiedersi: di chi la colpa? dell’autore o dei suoi lettori e critici ideologizzati? Era sufficiente saper analizzare senza paraocchi e non farsi condizionare dai propri punti di vista politici. Tanto è vero che spesso, negli Stati Uniti, Bradbury si è platealmente irritato quando qualcuno gli voleva spiegare quel che aveva scritto, le sue vere intenzioni (“quei tizi che mi vogliono sempre spiegare di che cosa parlano i miei libri”), come peraltro avviene anche in Italia. Delusione che era iniziata nel 2004 allorché Bradbury se la prese aspramente con il regista Michael Moore che aveva intitolato un suo film revisionista e complottista sulla catastrofe delle Torri Gemelle Fahrenheit 9/11: e al regista che gli telefonò per scusarsi ma precisando che ormai non poteva cambiare il titolo, lo scrittore disse: “Bravo coglione!” e gli sbatté la cornetta in faccia. Per di più si fece fotografare alla Casa Bianca con il presidente Bush e signora che un sito di delusi fantascientisti italiani così definisce: “Un presidente che non sarà certo ricordato per il suo contributo alla democrazia, ai diritti civili e alla libertà di informazione”…

Come si vede la tanto apprezzata e semplicistica equazione fantascienza/progressista e fantastico/reazionario è una solenne sciocchezza, anche se purtroppo ancora qualcuno ci crede, magari forzando le tesi espresse dagli scrittori nelle loro opere. Bradbury è stato un sostenitore da sempre di una cultura umanistica e ci ha dato una fantascienza di questo genere con veri e propri capolavori: ma non sta scritto da nessuna parte che ciò sia sinonimo di progressismo ideologico e politico. Come lo definiamo oggi chi preferisce un libro di carta ad un libro elettronico che si “sfoglia” su una “tavoletta”?

Simak(nella foto: Clifford Simak) Bradbury in realtà è stato sempre contro il “politicamente corretto” che oggi detta legge, anche se negli anni Cinquanta del Novecento non si chiamava ancora così: basti pensare al famoso dialogo tra Montag, il pompiere-incendiario di Fahrenheit 451, e il suo capo Beatty che lo vuole catechizzare, e che lo stesso autore riassume così: “Il capo dei pompieri spiega che bruciano i libri perché i contenuti di alcuni di essi offendono le minoranze, perché altri causano infelicità. E l’uso del termine ‘minoranze’ non è legato ai temi razziali, ma a tutti. Ognuno di noi è parte di qualche minoranza per gusti, passioni, professione o interesse, quindi ognuno di noi può essere ‘offeso’ dal contenuto di un libro”… Sembra che descriva la situazione di oggi…

Bradbury confessò a Ernesto Assante che lo riporta su La Repubblica del 7 giugno 2012: “Sono uno scrittore di miti e i miti non muoiono mai. I miti greci e romani, il Vecchio e il Nuovo Testamento sono metafore nelle quali la gente si riconosce facilmente”, e aggiunse che gli piaceva pensare che “ogni libro che ho scritto sia il frutto di una vita spesa a catturare metafore in fuga”. Anche se il termine esatto avrebbe dovuto essere “simboli”, quanto sostiene Bradbury non può che confermare quale sia la vera e indistruttibile sostanza dell’Immaginario, di cui fantascienza, fantastico e orrore fanno parte, e che li rende generi letterari in sé non caduchi: il mito personale e collettivo, dal mito dell’infanzia perduta al mito della conquista dello spazio, di una terra incognita del passato o al di là delle stelle.

GIANFRANCO DE TURRIS

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3 giugno 2013 - Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, News | , , , , , ,

2 commenti »

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    Pingback di La fantascienza umanista di Ray Bradbury | apoforeti | 9 luglio 2013 | Rispondi

  2. […] La fantascienza umanista di Ray Bradbury : Pian piano – è una legge naturale ma poco accettabile – la generazione che ha fatto grande la fantascienza se ne va. […]

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