Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Civiltà aliene: due modelli in competizione

Le speculazioni sull’esistenza di civiltà extraterrestri analoghe alla nostra cadono naturalmente in due campi, che per convenienza possiamo descrivere come modello dello Stato Stazionario opposto al modello Big Bang (da non confondersi con le omonime teorie cosmologiche). C’è anche un modello ibrido che combina gli altri due alla maniera hegeliana (tesi – antitesi – sintesi).

Da bravo appassionato di Jazz (gli anni 50 e i primi 60 sono il periodo che preferisco), non mi è sfuggito che Stephen Ashworth, un frequente commentatore e collaboratore di Centauri Dreams, è anche un suonatore di sax tenore che si esibisce regolarmente nella zona di Oxford, in Inghilterra. Stephen è inoltre un acuto scrittore di cose che riguardano il nostro futuro nello spazio non solo attraverso il suo lavoro nel Journal della British Interplanetary Society, ma anche nel suo sito chiamato “Astronautica Evolution”, dedicato allo studio di “una base politica e sociale per una società ottimista, progressiva e astronautica, presente e futura”. Nell’articolo che segue, Stephen osserva modi diversi di concepire l’intelligenza extraterrestre, che propongono modelli differenti di emersione e disseminazione della vita nell’Universo. (Paul Gilster)

Il modello dello Stato Stazionario

Questo modello si rifà alla famosa equazione di Drake. Drake supponeva che per lungo tempo nel passato, e altrettanto nel tempo a venire, le civiltà sarebbero apparse, avrebbero compiuto il loro ciclo, e sarebbero poi sparite di nuovo. Il problema che lo interessava era se il tasso di visibilità delle civiltà capaci di comunicazioni radio interstellari e la loro longevità media erano grandi abbastanza da rendere statisticamente probabile per l’Umanità stabilire un contatto con un società aliena sorta nelle vicinanze, prima che la nostra civiltà o l’altra si estinguessero.

Drake considerava qualsiasi civiltà come fenomeno del tutto sedentario o statico. Perciò le posizioni dove potrebbero essere trovate oggi sono sempre le stesse in cui si erano evolute originariamente dai loro antenati biologici, e quindi molto simili alla Terra. Le civiltà dovevano trovarsi su pianeti orbitanti intorno a stelle simili al Sole, in orbite circolari vicine ad esso, nella zona chiamata abitabile (i pianeti al di fuori di questa zona, in cui l’acqua in forma liquida è rintracciabile in superficie, erano presumibilmente abitati solo da creature incapaci di sviluppare la radio astronomia, o di cambiare la chimica atmosferica… tanto più su pianeti privi dell’atmosfera stessa, ed erano quindi non rilevabili astronomicamente).

diagramma1

il diagramma 1 mostra schematicamente quante civiltà esistono in ogni istante nella Galassia secondo il modello dello Stato Stazionario. Per semplicità si assume che ogni sistema stellare possa ospitare una sola civiltà o nessuna. Il numero totale delle stelle continua ad aumentare lentamente mano a mano che le longeve stelle nane sono aggiunte alla popolazione. Il numero delle civiltà sale un po’ più velocemente quando i pianeti longevi entrano in gioco. Ci troviamo ora al punto A sull’asse del tempo. Il numero di stelle occupate in ogni momento è una piccola frazione del totale (il diagramma esagera la frazione per chiarezza). Per esempio, se noi condividessimo la Galassia con un milione di altre civiltà nel momento attuale, come gli ottimisti potrebbero sperare, allora solo 0,00001 dei sistemi stellari sarebbe correntemente occupato. Tutte queste civiltà vedono la luce indipendentemente l’una dall’altra. Le civiltà estinte non sono rimpiazzate sul loro pianeta di origine, ma lo sono da altre civiltà che nascono altrove. Le civiltà sono distribuite a caso attraverso la Galassia, sebbene Gonzalez, Brownlee e Ward abbiano aperto la discussione sul perché il centro e la periferia galattica potrebbero essere meno ospitali, contrariamente a un anello di pianeti parzialmentre fuori dal centro, dove infatti si trova oggi il Sistema Solare.

Le civiltà rimangono completamente dipendenti dal loro pianeta di origine, e la distanza tra i pianeti più vicini o più vicini a casa (forse decine di anni-luce, ma anche di più: nella loro relazione del 1984 sulle astronavi-arca Martin e Bond parlavano di 140 anni-luce) impedisce la colonizzazione interstellare.

Il modello Big Bang

Nel suo libro Contact with Alien Civilisations, Michael Michaud riesamina l’idea di un certo numero di persone, tra cui Freeman Dyson e Seth Shostak, che erano andate concettualmente oltre l’equazione di Drake, tenendo conto delle possibilità di colonizzazioni interstellari. Una visione simile è stata fatta propria da Ian Crawford, che in un articolo su Scientific American di qualche anno fa discuteva la prospettiva di una civiltà dinamica che colonizzava l’intera Galassia saltando da una stella all’altra. Usando tecnologie oggi concepibili (per esempio un razzo a fusione nucleare), un’ondata di coloni di una civiltà in espansione della nostra Galassia può impiegare 1000 anni per compiere un salto di 5 anni luce (cioè, viaggiare per 500 anni a 1% della velocità della luce, poi spendere altri 500 anni per costruire sufficienti infrastrutture per poter eseguire un altro salto). Dato che la Galassia misura circa centomila anni luce di diametro, quella civiltà potrebbe distribuire civiltà satelliti in ogni sistema stellare adatto entro 20 milioni di anni. Questo, comunque, rappresenta lo 0,2% dell’età della Galassia. L’introduzione di navi più veloci non farebbe nessuna differenza: anche senza il motore a curvatura o il movimento FTL, su una scala del tempo cosmologica una tale transizione da civiltà “in nessun posto” a civiltà “in qualsiasi posto” è, come dimostrato da Crawford, essenzialmente istantanea. Per molto tempo allora, la Galassia risulta completamente vuota di ogni forma di vita intelligente. Ma ecco che un’unica civiltà appare e si espande in tutta la Galassia in una fiammata espansionistica che noi chiamiamo Big Bang. Di conseguenza, i luoghi in cui la vita intelligente e tecnologica può essere rintracciata sono praticamente tutte colonie, e questa vita è ubiqua e permanente.

diagramma2

Il diagramma 2 mostra schematicamente quante civiltà esistono in ogni momento nella Galassia secondo il modello Big Bang. Se l’Umanità è sola, allora ci troviamo al punto B. Ma c’è una possibilità, per quanto piccola, che un’altra civiltà nella nostra Galassia sia, diciamo, solo un milione di anni più avanti a noi, e che non abbia ancora colonizzato la nostra parte della Galassia, nel qual caso siamo al punto C.

In contrasto con il modello delle Stato Stazionario, in cui i sistemi stellari sono occupati a caso, qui lo sono da colonie contenute in una bolla di espansione centrata sul pianeta di origine della prima civiltà. Due o più bolle di questo tipo possono apparire, ma solo se due o più civiltà indipendentemente compiono il salto tecnologico che apre le porte della colonizzazione dello spazio entro 20 milioni di anni l’una dall’altra, cosa molto improbabile in qualsiasi galassia. Una volta che il Big Bang è completato, il numero di sistemi stellari occupati ad ogni istante è una larga frazione del totale, includendo virtualmente tutte le stelle della sequenza principale, quindi certamente sopra lo 0,9 del totale.

Le colonie appartenenti alle civiltà collassate sono facili da riconoscere tra le altre. In realtà, ogni singola civiltà può collassare (proprio come ogni singolo individuo di una popolazione può morire) ma fino a quando ogni civiltà riesce a dar vita a più di una colonia nel corso della sua esistenza, la popolazione galattica continua a crescere.

La civiltà originaria lascia velocemente il suo pianeta di partenza e adotta una nuova modalità spazio-coloniale che permette ai suoi membri di prosperare in tutti i sistemi stellari stabili utilizzando risorse di origine planetaria o asteroidale. Da una parte, ciò riduce la lunghezza del viaggio interstellare per queste specie, dall’altra le prepara alle condizioni di viaggio tipiche delle astronavi-arca. Ma tutte le civiltà che evolvono dopo il Big Bang (a meno che non appaiano quasi simultaneamente ad esso, nelle vicinanze del punto C sul Diagramma), crescono in un ambiente dominato dalla locale colonia della civiltà originaria.

Le loro modalità di accesso al trasporto spaziale potrebbero essere analoghe a quelle che un popolo tribale oggi sulla Terra può o non può dover sviluppare nei confronti dell’attuale tecnologia dei consumi, del potere finanziario e della rete dei trasporti.

L’equazione di Drake

Si deve sottolineare con forza che la famosa equazione di Drake, con la sua stringa di fattori probabilistici da moltiplicare l’uno con l’altro, si applica solo nel caso del modello dello Stato Stazionario. Se, al contrario, la colonizzazione interstellare è il risultato dell’emersione di una civiltà tecnologica in una Galassia non sviluppata, allora l’equazione di Drake assume la seguente forma semplificata:

se T<TB (cioè il tempo al punto B del diagramma), allora il numero di civiltà è uguale a zero (N=0)

se T=TB , allora N=1

se T=TB + poche decine di milioni di anni, allora il valore di N cresce rapidamente

se T=TB + poche decine di milioni di anni, e poi in avanti per il resto della vita della Galassia, il valore di N è più o meno pari al numero di sistemi stellari adatti a ospitare una civiltà tecnologica.

Data la relativa brevità dello stadio di Big Bang, e la presenza di molti fattori sconosciuti che governano l’espansione della civiltà da un solo sistema stellare a molti, sarebbe utile cercare di raggiungere la massima precisione possibile nella stima di crescita per lo stadio 3.

Il Modello Ibrido

E’ possibile combinare questi modelli contrastanti in un singolo modello ibrido se qualche civiltà emergente riesce a raggiungere il livello tecnologico della radioastronomia, ma non a sviluppare il viaggio interplanetario e di conseguenza la colonizzazione dello spazio interstellare.

diagramma3

Il diagramma 3 mostra quante civiltà esistono nello stesso istante nella Galassia, secondo il modello ibrido. Se la nostra civiltà collassa prima che noi si riesca a stabilire colonie extraterrestri allora siamo al punto A, se invece abbiamo successo nell’espansione spaziale allora siamo al punto B; in ambedue i casi, è difficile che si riescano a trovare partner per la conversazione interstellare. Il livello di sviluppo al quale dobbiamo arrivare per utilizzare la radioastronomia non è di per se sostenibile a lungo termine, lo definirei piuttosto uno stadio intermedio instabile. Una volta arrivata al punto di avere la radioastronomia, una civiltà potrebbe completare la transizione verso lo spazio entro pochi secoli, oppure collassare completamente.

Ciò significa che la longevità di una società che ha cercato di stabilizzarsi a quel livello sarebbe molto ridotta, certamente meno di mille anni; il numero di tali civiltà presenti in qualsiasi momento sarebbe quindi altrettanto piccolo, e la distanza minima oltre alla quale ogni messaggio avrebbe dovuto essere scambiato inversamente grande, rendendo improbabile ogni comunicazione soddisfacente.

(Se ci fossero nella Galasia ad ogni istante almeno 1000 civiltà, per esempio N=L nella equazione di Drake dopo che tutti gli altri fattori si erano approssimativamente compensati l’un l’altro, e 1011 stelle nella Galassia, allora per un intervallo medio tra una stella e l’altra di 5 anni luce, tra ogni civiltà tecnologica e l’altra ci sarebbe stato un intervallo medio di 2000 anni luce. Il tempo d’attesa tra la spedizione della domanda e l’arrivo della risposta sarebbe più grande della durata della vita delle due civiltà).

Cosa possiamo dire del punto D del diagramma? Se la posizione dell’Umanità fosse proprio su quel punto, corrisponderebbe a uno scenario in cui la Galassia è dominata da una o più specie aliene, della cui esistenza noi siamo del tutto inconsapevoli. Sebbene ciò sia possibile in linea di principio, non è però soddisfacente dal punto di vista scientifico, perchè introduce nuova complessità nella immagine che ci siamo fatti dell’universo, senza però fornire nuovi dati utili alla interpretazione delle osservazioni. Piuttosto che ipotizzare l’esistenza di una cultura aliena avanzata, e poi quella di un meccanismo che nasconda la sua immagine alla nostra vista, e la sostituisca con quella di una Galassia apparentemente incontaminata da qualsiasi forma di civiltà, è più conveniente supporre che l’apparente isolamento nella Galassia sia reale, fino a prova contraria.

La questione della longevità

Considerate le moderne paure a proposito di guerra nucleare, prezzo della benzina, degenerazione dell’ambiente e della società, disastri tecnologici, mutazione del clima e terrorismo, condite con una forte dose di rimorso post-coloniale e disgusto per se stessi. Per molta gente è contrario al buon senso pensare che una civiltà come la nostra potrebbe diventare un dato permanente dell’universo.

Qual’è la lezione che riceviamo dall’evoluzione della vita nel passato? Prima di tutto deve essere riconosciuto che l’umanità industriale è cosi differente dai nostri antenati pre-industriali, quanto loro lo erano dagli organismi monocellulari precambriani. A meno che non si obietti che una scienza e una tecnologia come queste siano in qualche modo innaturali, un’aberrazione dell’ordine naturale dato da Dio, allora i fatti devono essere riconosciuti: un nuovo tipo di vita è emerso con capacità mai viste prima, inclusa quella di arrivare su altri corpi celesti, e di fare una selezione del materiale grezzo trovato sul posto. Ciò non era mai stato possibile prima, salvo che nei casi marginali di piccoli numeri di batteri scambiati casualmente tra Marte e Terra.

Il cammino dell’evoluzione fa sì che da ciascun livello biologico si possa accedere a quello immediatamente superiore, fondendosi con esso: quindi dalle cellule procariotiche a quelle eucariotiche, alla vita multicellulare, a quella tecnologica (detto con parole mie: microbiota, gaiabiota, tecnobiota – n.d.a.). Non appena appare un nuovo livello di complessità, il livello precedente persiste in simbiosi con esso. Inoltre, la vita batterica non sopravviverà quando Marte e Terra verranno completamente bruciati dal Sole,  nel momento in cui entrerà nella sua fase di gigante rossa. Se la nostra civiltà soddisferà in pieno il proprio potenziale, allora questi organismi meno complessi continueranno a vivere e prosperare a lungo dopo la morte del Sole, insieme ai loro discendenti. Il percorso dell’evoluzione suggerisce non solo che la nostra civiltà tecnologica produrrà un suo successore di qualche tipo a un più alto livello di complessità, ma anche che non si estinguerà dopo che il suo successore si sarà adeguatamente installato.

E’ chiaro che la nostra società sta attraversando un periodo di rapida transizione, non ancora ben delineato. Sta ancora sperimentando rivoluzioni tecnologiche e sociali, non ha ancora raggiunto la sua forma finale ed è ancora una monocultura. Solo quando sarà maturata tecnologicamente e comincerà a diversificarsi in una varietà di luoghi nel Sistema Solare, e magari presso i sistemi stellari più vicini, sarà possibile dire che la civiltà è finalmente arrivata. Quando sarà giunta in piena fioritura, i suoi settori più dinamici si spargeranno certamente tutt’intorno perché, a prescindere da cause ben precise, è quello che la vita ha sempre fatto. Alla domanda: ”dove si possono trovare i batteri sulla Terra”? La risposta è: “da nessuna parte”, se facciamo riferimento a un imprecisato periodo di tempo sulla Terra primordiale. A questo punto c’è il Big Bang, una relativamente breve esplosione di vita batterica, e quindi la risposta al quesito diventa: “ovunque”. La nostra società industriale deve ancora sperimentare l’equivalente del Big Bang batterico o dell’esplosione cambrianica di 550 milioni di anni fa, quando nacque una pletora di nuovi e diversi organismi multicellulari, e ciascuno prese la sua strada. Ciò richiede che i nostri discendenti si espandano su scala interplanetaria e alla fine interstellare. Quando loro lo faranno, o qualche altra civiltà lo farà al loro posto se loro non lo avranno già fatto, e se la vita si svilupperà nel futuro come ha fatto nel passato, allora la civiltà diventerà certamente una caratteristica ubiqua e universale della Galassia per quanto possiamo vedere lontano nel futuro.

Rispondere al paradosso di Fermi

Questo tema è stato discusso nei particolari lo scorso dicembre nel blog I4IS. In breve la questione è: come mai nessuna civiltà aliena è ancora arrivata da noi partendo da un punto qualsiasi, dato che l’universo è popolato di sistemi stellari con pianeti simili alla Terra, ed è circa tre volte più vecchio del Sistema Solare?

La ragione per cui la gente ritenga questo un problema, e si riferisca ad esso come a un paradosso, è che la gente è ormai “sposata” a una visione tradizionale iniziata con Darwin, cioè che la vita si è evoluta chimicamente sulla Terra, in un piccolo stagno caldo, o in un pezzo di argilla umida, o in uno sfiato idrotermale. Se è stato proprio questo il caso, allora dato che la vita si è evoluta entro circa 300 milioni di anni dopo la fine dell’Intenso Bombardamento Tardivo (secondo il Modello di Nizza, l’evento ha avuto luogo nel Sistema Solare tra 3,8 e 4,1 miliardi di anni fa – n.d.t.), avrebbe dovuto fare la stessa cosa in moltissimi altri pianeti, miliardi di anni prima.

Ma Robert Zubrin fa centro sostenendo che c’è un enorme salto di complessità tra il più semplice batterio noto alla scienza e la molecola più complessa che può essere sintetizzata in laboratorio. Qualche forma di vita proto-batterica deve aver preceduto la vita come noi la conosciamo. Ma non ci sono prove di vita proto-batterica sulla Terra. Questo, a mio avviso, è un’importante prova che, contrariamente al punto di vista generalmente accettato, la vita non evolve da sostanze non viventi su pianeti simili alla Terra. Coloro che credono nella teoria tradizionale sostengono che i proto-organismi, che compaiono in seguito all’evoluzione delle cellule batteriche, vengano rapidamente divorati da esse. E’ plausibile questo? Gli organismi monocellulari non vengono eliminati dall’ambiente da quelli pluricellulari; essi sono ovunque. Le proto-cellule non verrebbero trovate ovunque in numero enormemente superiore a quello delle cellule, come queste a loro volta sono molto più numerose degli animali pluricellulari? I biologi osserverebbero allora una catena continua di organismi per tutto il loro sviluppo fino alla più piccola molecola capace di autoriprodursi.

L’ovvio scenario alternativo presenta l’emersione della vita prima in un ambiente in microgravità, qualcosa come un nucleo di cometa, comunque un avvenimento molto raro. C’è stato un certo interesse intorno alla Sperimentazione della crescita di proteine in microgravità nella Stazione Spaziale Internazionale: forse la mancanza di gravità è essenziale per un primo passo nel processo di sviluppo della prima molecola autoreplicante. Ma anche se la prima fase di abiogenesi necessita per aver luogo di un mondo di tipo terrestre, potrebbe anche accadere così raramente che non ci sarebbe nemmeno il tempo di produrre vita pluricellulare in un solo mondo, se non dando un vantaggio alla Terra attraverso la disseminazione nello spazio dei materiali originatisi per impatto.

Questo disconnette l’emersione iniziale dalla successiva evoluzione in organismi multicellulari, consente un periodo all’incirca 100 volte più lungo per completare il salto di complessità iniziale, spiega perchè i proto-batteri non sono stati mai trovati sulla Terra e inoltre aumenta i requisiti richiesti per un già poco probabile trasferimento spaziale da attuarsi prima che l’evoluzione verso gli organismi multicellulari possa incominciare, spingendo il Big Bang della vita tecnobiotica verso la parte destra del diagramma.

Ma non troppo a destra. Per tutti quelli che reputano 13,7 miliardi di anni (l’età dell’universo convenzionalmente accettata) essere un periodo di tempo oltre ogni immaginazione, l’universo è ancora giovane. Giudicando dalla durata delle stelle più longeve, le nane rosse, l’universo continuerà a contenere stelle e pianeti come noi li conosciamo per un periodo dell’ordine di decine di milioni di miliardi di anni a venire, sebbene le stelle più luminose saranno scomparse molto tempo prima. Se l’universo forse un essere umano sarebbe ancora come un bambino di un mese.

C’è un altro fattore che può avere una parte nel gioco. Carl Sagan ha descritto come la moderna mania dell’incontro con gli alieni (o meglio, di un rapimento effettuato dagli alieni) perpetua il fenomeno dell’incontro con gli angeli, i demoni e Maria Vergine, in uso nei secoli passati. L’inondazione di speculazioni sulle civiltà aliene (Dove sono? Sono amici o nemici?) potrebbe essere forse l’equivalente moderno della ricerca di Dio? La gente comune brama ancora di essere sottomessa a un Superno (Overlord in inglese – il nome dato agli alieni da Arthur Clarke nel suo libro “Le Guide del Tramonto” (Childhood’s End)), sia esso benevolo o pronto a punirci? Fino a quando non troviamo nessuna prova di intelligenza aliena, la spiegazione più semplice sarà che non c’era dove abbiamo guardato, come dire che nel mio garage non c’è nessun drago invisibile (un’immagine cara a Carl Sagan). Dobbiamo quindi guardare più avanti in attesa che sia possibile utilizzare nuove osservazioni per escludere uno dei modelli descritti qui.

Traduzione di ROBERTO FLAIBANI

Titolo originale “Alien Civilisation: Two Competing Models”   ” di Stephen Ashworth

pubblicato il18 settembre 2013 Astronautica Evolution e anche in Centauri Dreams

FONTI:

Ian Crawford, “Where Are They?”, Scientific American, July 2000, p.28-33.

Guillermo Gonzalez, Donald Brownlee and Peter D. Ward, “Refuges for Life in a Hostile Universe”, Scientific American, October 2001, p.52-59.

Michael A.G. Michaud, Contact with Alien Civilisations (Copernicus, 2007).

Carl Sagan, The Demon-Haunted World: Science as a Candle in the Dark (Headline, 1997); Contact (Century Hutchinson, 1986).

Robert Zubrin, “Interstellar Panspermia Reconsidered”, JBIS, vol.54, no.7/8 (July/August 2001), p.262-269.

5 novembre 2013 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, Senza categoria, SETI, Volo Interstellare | , , , , , | 3 commenti

Astronavi & Democrazia

v2Quale forma politica si staranno dando in questo momento gli abitanti di Deneb III? Non vi sembri una domanda oziosa, vi prego. Lo so, nemmeno sappiamo se intorno a Deneb orbiti o meno un pianeta abitabile, figuriamoci se possiamo affermare che sia abitato. E ammesso e non concesso che lo sia, ci sono senza dubbio delle domande ben più importanti cui rispondere prima di porsi il problema della organizzazione politica dei Denebiani.

A dirla tutta noi possiamo solo supporre l’esistenza non solo e non tanto di vita intelligente, ma perfino di vita e basta. Il Tredicesimo Cavaliere ha pubblicato finora diversi articoli sull’argomento, ma forse continuare a parlarne in fondo è un inutile, questo sì ozioso tema: finché non avremo ulteriori informazioni, ben precise, relative a fatti e non a supposizioni, l’unica cosa che sappiamo è che NON sappiamo. Ma era Socrate che diceva questo, cioè saggio è l’uomo che sa di non sapere. Ora IMHO Socrate era un vecchietto manipolatore a fini omosessuali (leggete, con attenzione però, il Simposio; Socrate vuole solo portarsi a letto Alcibiade e mima l’indifferenza blasé perché questo è il suo metodo di rimorchio) e diceva quel che diceva solo perché voleva far confondere la gente ed approfittare della confusione. Quindi fermarsi a questo punto secondo me è un errore.

Io ritengo, e sono in ottima compagnia, che saggio è l’uomo che sa cosa sa. Facendo verifiche, confrontandosi con gli altri. Io so che non abbiamo elementi per poter dire se esista vita altrove in questo illimitato e quasi infinito universo e che possiamo fare solo ipotesi molto aleatorie e piene di contraddizioni. Bene. Scientificamente parlando argomento chiuso qui, quindi.

Almeno nel rispetto di una impostazione scientifica del problema. Ma io sono uno scrittore di fantascienza e da questo punto di vista mi posso permettere di più, sono più libero di uno scienziato.

Allora supponiamo, fantascientificamente, che l’Universo sia pieno zeppo di vita e di vita senziente, quindi di civiltà, più o meno complesse.

Che forma hanno, che organizzazione hanno, quale tecnologia, quale arte se hanno arte, quali linguaggi? E così via.

Andiamo per gradi.

Molti scienziati hanno suggerito/supposto che la vita possa essere, come quella terrestre, basata sul carbonio, in omaggio al fatto che il carbonio è l’elemento che più facilmente stabilisce legami chimici con gli altri elementi. Il secondo è il silicio. Le forme possono essere le più variabili evidentemente, ma in un caso sarebbero più cicciose nell’altro più durette. Probabilmente.

Diciamo che hanno una qualche forma di cervello (la coscienza di sé da qualche parte deve fisicamente stare) si muovono (se no, sarebbero piante, ma non può essere che tutte siano piante) quindi hanno arti, si nutrono (quindi hanno una qualche forma di ingresso per il cibo, una “bocca” ma potrebbe essere anche la “pelle” stessa o organi estroflettibili) si riproducono, quindi hanno organi sessuali (!), comunicano fra di loro, quindi hanno una qualche forma di linguaggio.

E a meno che non vivano tutti in una specie di paradiso, devono cooperare fra loro per sopravvivere.

Non mi pare proprio plausibile che ci siano 1000 pianeti abitati da UN SINGOLO essere senziente. Ce ne sono sì 1000 ma ognuno abitato da una molteplicità cooperante di esseri senzienti.

Ma qui non siamo già alla base della politica?

Anche i pitecantropi eretti cooperavano per sopravvivere. O se per questo anche gli scimpanzé, che nemmeno sono senzienti, non come noi e nemmeno come i pitecantropi.

Torniamo ai Denebiani. Visto che esistono, che sono molti, che sono senzienti, che hanno anche raggiunto forme complesse di tecnologia e di civiltà e che cooperano fra di loro facendo politica, che forma di organizzazione politica si sono dati?

SoyuzFacciamola molto semplice per comodità di analisi e diciamo che le forme politiche sono sostanzialmente di due tipi: quelle democratiche e tutte le altre.

Per brevità: la Democrazia (D) e la Non-Democrazia. (NoD).

Per comodità, definiamo qui la Democrazia in modo quasi rozzo come quella forma di organizzazione politica in cui tutti i membri del gruppo/società hanno pari diritti di partecipazione alla politica e alle decisioni fondamentali per il gruppo stesso.

Quale delle due forme di organizzazione è più efficiente a produrre risultati tecnologicamente evoluti? All’atto pratico e restringendo di più il campo: astronavi a propulsione interstellare, quale che sia detta propulsione.

Certo, di Deneb non si sa nulla. Se non conosciamo il metabolismo dei Denebiani, figurarsi se possiamo dire quale dei due sistemi sia migliore per loro.

E sulla Terra?

Ci sono stati due momenti di vero confronto tecnologico fra D e NoD: la Seconda Guerra Mondiale e la Corsa allo Spazio.

Nella Guerra hanno vinto le democrazie contro le tre dittature (nazista, fascista e nippoimperiale), con il valido aiuto, certo, dell’Armata Rossa (6.000.000 di vittime militari!) che in effetti era un filino comunista.

Ma chi ha realizzato le armi migliori, i maggiori progressi sia sulle armi convenzionali sia sulle nuovissime armi atomiche? Gli angloamericani e cioè due democrazie imperfette come tutte le democrazie per definizione, ma pur sempre democrazie: ad esempio in entrambi i paesi le donne votavano dal 1918.

Non è vero che anche i nazisti avessero un programma nucleare altrettanto valido e men che meno è vero che abbiano addirittura sperimentato una loro atomica, queste sono leggende parafasciste che non mette nemmeno conto di confutare. Del resto molti dei fisici che hanno portato alla realizzazione dell’atomica americana erano ebrei tedeschi, o tedeschi in fuga dal Nazismo o ebrei Italiani o un italiano padre di due ebrei: per chi non lo sapesse la moglie di Enrico Fermi era ebrea quindi i suoi due figli erano secondo le leggi razziali italiane due ebrei. Per dire.

Nemmeno è vero il luogo comune che le armi convenzionali naziste fossero avanzatissime. Ad esempio le V1 e le V2: le prime non erano un granché, venivano abbattute dagli Spitfire in volo a raffiche di mitragliatrici di bordo, ed i piloti più bravi addirittura gli si avvicinavano di lato mettevano la punta dell’ala sotto l’alettone della V1 e viravano dando un colpetto che la faceva avvitare e precipitare. Le V2 erano già roba più seria, razzi supersonici veri e propri, ma in fondo niente che un bombardiere non potesse già fare e molto più costose del bombardiere.

La Corsa allo spazio? Beh, all’inizio è vero, i comunistissimi Sovietici erano in vantaggio. Non solo Laika e Gagarin e Valentina Tereskova, ma anche il primo oggetto umano materialmente “spedito” sulla Luna è una targa in russo. Poi però sulla luna ci sono arrivati e ci sono tornati gli Americani. I Russi mai. Nella Corsa allo spazio si sono praticamente fermati.

issD’altra parte è stato con la collaborazione di tutto il mondo o quasi che è stata creata la stazione Spaziale Internazionale. E oggi, ufficialmente, la Russia è una democrazia. E’ probabile che abbia bisogno di qualche aggiustamento, ma tant’è, è riconosciuta come tale. Una democrazia un filino autoritaria.

Insomma con gli schiavi si costruiscono le Piramidi, per le astronavi interstellari servono uomini liberi ed una società complessa ed economicamente efficiente, ergo una democrazia. Cioè una società dove tutti hanno l’interesse a dare il meglio di sé per ottenere dalla vita il meglio e goderne liberamente. Più questo è vero e più la società è democratica ed efficiente. E alla fine a tempo debito produce astronavi interstellari

Quindi se incontreremo mai i denebiani è perché le astronavi ce le abbiamo noi, o perché ce le hanno loro o perché li incontriamo a metà strada.

In tutti e tre i casi, IMHO sarà un incontro fra democrazie.

Poniamo l’ipotesi che i Denebiani abbiano tramite la D raggiunto lo spazio interstellare e poi che la D sia degenerata in NoD. Tipo l’Impero.

La regressione da D alla NoD lascia le astronavi intatte?

Forse, ma erano sempre i soliti greci a dire che il caos crea il bisogno della dittatura, che crea il bisogno di democrazia che crea il caos e alla via così. IMHO nella fase caotica è difficile ci sia un efficiente mantenimento delle astronavi e in quella dittatoriale l’efficienza non è delle migliori. Siamo sempre lì, nessun esercito fascista ha mai vinto una guerra. Un esercito comunista invece sì, ma poi ha perso la guerra fredda soprattutto per motivi economici.

Non lo trovate significativo? Il nazifascismo puntava tutto sulla forza militare ed ha perso ogni guerra, il comunismo sulla dichiarata superiorità del proprio sistema economico ed è crollato proprio sull’economia. Ho paura a chiedere su cosa crollera il sistema capitalistico. Ma se non altro non è, non è ancora, un sistema dittatoriale.

Perché con una economia di guerra ed un’altra di emergenza puoi anche ottenere risultati, ma poi un sistema NoD è deficitario anche sul piano economico, fallisce e quindi non mantiene le pre/promesse economiche necessarie per costruire non dico una astronave interstellare ma nemmeno una Soyuz in grado di arrivare sulla Luna.

Già, le Soyuz. Sono o no meglio degli Space Shuttle? Beh, uno Space Shuttle decollava, volava e poi atterrava, una Soyuz per atterrare si butta letteralmente dall’ultimo piano con un paracadute, uno zompo, nient’altro. Costano meno, ecco perché si usano quelle per la ISS. Sempre uno zompo è, però. D’altra parte negli ultimi 20 anni nessuno è morto in una Soyuz, mentre gli Shuttle andati distrutti con a bordo l’equipaggio sono ben due.

D’altra parte di che stiamo parlando? I razzi sono razzi, russi o americani che siano. O arriviamo all’antigravità o non usciremo mai davvero dal sistema solare. E per arrivare all’antigravità occorre rifondare la Fisica su basi completamente nuove. E per fare questo (per rifarlo, anzi) è notorio che è meglio non mandare ebrei nei campi di concentramento. Per dire.

MASSIMO MONGAI

28 ottobre 2013 Posted by | SETI, Volo Interstellare | , , | 17 commenti

Appunti semiseri di un organizzatore

Si è concluso il Quarto Congresso del Comitato Permanente SETI in seno alla IAA , intitolato “Searching for Life Signatures“. L’interpretazione degli avvenimenti è piuttosto complessa, perciò presenterò non uno, ma tre consuntivi, uno per ciascuno dei soggetti della coalizione che ha dato vita all’evento: la IAA, i blog carnevalisti, e San Marino Scienza, marchio creato ad hoc per rappresentare il motore organizzativo della manifestazione a livello nazionale e non solo: ne facevano parte i rappresentanti del CVB, i presidenti di IARA, FOAM13, SETI ITALIA, e professionisti come Gianni Boaga, nella funzione di webmaster, e io stesso (ufficio stampa, eccetera).

1.

Un paio di dozzine di relatori provenienti da mezzo mondo, tra i quali dei grossi calibri come Harp (direttore del SETI Institute) e Garrett (direttore di ASTRON), una star del mondo scientifico come Denise Herzing (amatissima per i suoi studi sul linguaggio dei delfini), un certo interesse dimostrato dalla stampa periodica e locale, una chilometrica intervista da parte dell’ANSA, e il bombardamento virtuale di 45 blogger carnevalisti sul tema del Congresso. Il tutto tra i marmi del Centro Congressi Kursaal e i merli delle storiche mura di San Marino, e poi l’ambiente chic del Grand Hotel, le cene di gala, le gite turistiche…… Claudio Maccone, Direttore Tecnico della IAA per l’Esplorazione Scientifica dello Spazio, patron della manifestazione, non poteva sperare di più: il SETI non è certo la NASA.

2.

73 articoli sul tema del Congresso (Cercando Tracce di Vita nell’Universo), scritti da 45 blogger per il primo Carnevale scientifico unificato, vedi contributi di Chimica – vedi contributi di Fisica. Un successo senza precedenti! L’idea mi era venuta mentre stavo fantasticando su come organizzare una copertura mediatica per il Congresso. Ne parlai con Gianni Boaga, blogger di “Storie di Scienza”, con cui avevo già collaborato in precedenza, e poi con Claudio Pasqua di Gravità Zero, per il Carnevale della Fisica. Claudio si disse interessato all’idea, purchè fosse a costo zero per i blog, e suggerì di cooptare, per il Carnevale della Chimica, l’associazione Chimicare, nei panni del suo serafico presidente, Franco Rosso. Così, mentre Claudio diradava il suo impegno, e Gianni era assorbito dai suoi doveri di webmaster e da una serie di vicissitudini familiari, Franco e io, dopo un negoziato lungo e difficile, riuscivamo ad accordarci su un contratto che prevedeva un semplice scambio di servizi tra le parti, senza movimento di denaro. Il quadro si completava con l’arrivo di Annarita Ruberto, puntuale come il Settimo Cavalleria in “Ombre Rosse”. Così Scientificando sostituiva Il Tredicesimo Cavaliere nella funzione di blog ospitante i contributi di Fisica, sollevandomi da un incarico che a fatica sarei riuscito a svolgere senza l’aiuto di Claudio o Gianni, e di sicuro non al livello a cui è arrivata Annarita. A ben vedere, sono proprio loro, quei 45 blog carnevalisti, con il loro entusiamo e disponibilità, i veri “vincitori” della manifestazione.

3.

Ho lavorato a questo progetto a mezzo tempo e in totale autonomia per quasi otto mesi. Ho dovuto occuparmi un po’ di tutto: dai rapporti con la stampa alla ricerca di espositori e sponsor, dalle relazioni con le organizzazioni degli astrofili e degli space enthusiasts alla raccolta di indirizzi per la costruzione di mailing list. Ciò mi ha consentito di avere una visione d’insieme che mi ha ispirato qualche buona idea. Ciononostante, e a dispetto degli sforzi fatti a tutti i livelli, la partecipazione del pubblico è stata nulla: alla reception del Kursaal si sono presentati 6 spettatori, non uno di più. Le motivazioni di una simile catastrofe sono molte, prima fra tutte la scelta di tenere il Congresso in giorni feriali, anziché nel week-end. Paradossalmente, la ricchezza del programma e l’alto livello scientifico dei relatori possono aver innescato un sentimento di inadeguatezza se non tra i blogger più colti, almeno tra gli space enthusiast più giovani. Si è fatto un uso perfino “punitivo” dell’inglese rispetto all’italiano, giungendo a livelli assurdi: l’esistenza del servizio di traduzione simultanea verso l’italiano non è stata segnalata nemmeno nel programma ufficiale, ovviamente redatto in inglese. La copertura dell’evento da parte delle testate giornalistiche tradizionali (cartacee o radiotelevisive) è stata scarsa, salvo qualche lodevole eccezione. A parte “l’evento blog” e una retrospettiva cinematografica, non siamo riusciti ad organizzare nemmeno un evento in italiano, perchè tutte le associazioni e i gruppi a cui ci eravamo rivolti avevano declinato l’invito. Valga per tutti la comunicazone giuntaci dallo STIC: “Per quel che riguarda la nostra partecipazione fattiva, non siamo interessati a organizzare qualcosa, contando sul fatto che eventuali nostri Soci interessati all’iniziativa troveranno già molto da vedere all’interno della vostra manifestazione”. La lista potrebbe continuare, ma fermiamoci qui a meditare.

(nella foto: Franco Rosso, Roberto Flaibani, Paolo Gifh)

Questa mancata risposta del pubblico italiano potrebbe avere l’effetto di spegnere l’interesse del CVB per qualsiasi manifestazione di carattere scientifico. Se si chiudono spazi per la divulgazione, non è mai un bene. Invece il successone dei blog rilancia ogni iniziativa a carattere virtuale, sia essa un webinar o qualcosa ancora da inventare. In merito all’invisibile pubblico italiano, al di là di quanto detto finora, ritengo che ci siano un centinaio di assenti ingiustificati, persone cioè che avrebbero potuto comunque comprendere il significato e l’eccezionalità dell’evento, e quindi parteciparvi ugualmente. Mi riferisco ai soci del FOAM13, la crema degli astrofili italiani, che col SETI fanno pranzo e cena, e contano nel loro organigramma Claudio Maccone in persona; a quei 45 blogger carnevalisti, la crema dei blogger scientifici italiani, che hanno dato il loro contributo sul tema della vita nell’Universo; a un imprecisato numero di assatanati di Star Trek, la crema degli space enthusiast, che incendiano ogni giorno il forum dello STIC su Facebook, dimostrando di avere un cervello che funziona, oltre che una buona cultura scientifica generale. A tutti costoro dico: “Io c’ero. Invece voi a casa, a guardarvi l’ombelico!”

 ROBERTO FLAIBANI

6 ottobre 2012 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Chimica, Carnevale della Fisica, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , , | 1 commento

Professionisti e appassionati della scienza insieme per rilanciare il SETI

San Marino ospiterà, nell’ultima settimana di settembre, la quarta edizione del congresso “Searching for life signatures”, liberamente tradotto come “Ricerca di tracce di vita nell Universo”, nella comunicazione dell’evento in lingua italiana. La grande novità di questa edizione risiede nella scelta di far finalmente incontrare le due anime del “movimento SETI”: quella accademica e quella popolare.

La comunità scientifica SETI è  oggi esposta a molte critiche per non aver ancora saputo trovare nessuna evidenza di vita intelligente nell’universo dopo 50 anni di ricerche, ma ha dimostrato di sapersi mettere in gioco allargando il dibattito su aspetti della ricerca SETI prettamente sociologici, filosofici e perfino religiosi. Ci si chiede, per esempio,  chi ci troveremo di fronte nella Galassia. Alieni ipercivilizzati, pacifici ed estroversi, o una cultura aggressiva, capace perfino di trascinarci in una guerra interstellare? Tra questi due estremi hollywoodiani esiste un gran numero di scenari alternativi, dice Michael Michaud (32 anni passati nel Corpo Diplomatico degli USA) e invoca l’allargamento del dibattito agli studiosi di scienze sociali.

L’ala popolare e “militante” del SETI è invece in forte espansione. E’ costituita da astrofili e scienziati dilettanti, e dalla vasta schiera degli space enthusiasts, ossia persone di livello culturale medio-alto, molto attente e curiose, che sono venute in contatto con le idee del movimento, o semplicemente hanno sviluppato un atteggiamento positivo verso la scienza, grazie alla visione di alcuni blockbuster cinematografici  e televisivi (Star Trek, Contact, Avatar), al diffondersi del Calcolo  Distribuito Volontario (Seti@Home), e all’entusiasmo suscitato dalla scoperta dei pianeti extrasolari.

I contenuti scientifici della manifestazione consistono nelle relazioni presentate al comitato scientifico  che, in base all’esame degli abstract, vengono divise in due gruppi, uno con le relazioni da presentare oralmente al pubblico, l’altro con quelle da illustrare su poster. I lavori del congresso sono articolati in tre sessioni:

  1. SETI passivo, ovvero scienza e tecnologia del modo classico di fare SETI, cercando  segnali d’origine artificiale sulla frequenza di 1420 MHz, e, dagli anni 90, anche nella parte visibile dello spettro elettromagnetico (SETI ottico)

  2. SETI attivo,  ovvero gli aspetti culturali e sociali del SETI e il METI, cioè  le iniziative volte a lanciare messaggi diretti verso ipotetiche civiltà extraterrestri

  3. missioni spazialli future e attualmente in corso, dedicate all’individuazione di nuovi pianeti extrasolari, che, se abitabli, potrebbbero diventare  bersagli privilegiati per ogni tipo di attività SETI

Ma non è tutto. Nelle intenzioni degli organizzatori, aprire le porte alla  base non significa solo sollecitare l’arrivo di un maggior numero di  spettatori, ma anche rivolgersi a quella rete di associazioni, club e gruppi spontanei che organizza la vita sociale della base stessa. Bisogna individuarli sul territorio, offrire loro spazi espositivi per renderli visibili dal pubblico, spingerli a proporre contenuti culturali qualificati che valorizzino la loro immagine e arricchiscano il programma della manifestazione, utilizzando gli strumenti offerti da San Marino a costo zero o comunque convenzionato. E quindi ben vengano conferenze, tavole rotonde, seminari, eventi d’ogni tipo, purchè in sintonia con lo spirito della manifestazione.

Dal punto di vista organizzativo, la parte scientifica è gestita dalla International Academy of Astronautics di Parigi  (IAA), mentre per mantenere i rapporti con le dozzine di organizzazioni che rappresentano la base del movimento, è stato creato un apposito comitato locale. Il Convention & Visitors Bureau (CVB) di San Marino coordina tutta l’organizzazione, e il direttore della manifestazione è il dott. Claudio Maccone, co-presidente del Comitato Permanente SETI in seno alla IAA, e direttore tecnico della IAA stessa. (ROBERTO FLAIBANI)

Programma

  • Martedì 25 settembre – mattino: cerimonia di apertura. Keynote Speakers. Conferenza stampa.

    Pomeriggio: Tour guidato della Repubblica di San Marino.

    Sera: Cena di Gala (per iscrizione e costi, consultare la scheda di iscrizione)

  • Mercoledì 26 settembre – Mattino: SETI Passivo – Presentazione di memorie scientifiche riguardanti la scienza e la tecnologia del SETI.

    Pranzo.

    Pomeriggio: SETI attivo – Presentazione di memorie scientifiche  riguardanti gli aspetti culturali e sociali del SETI.

    Sera: tempo libero.

  • Giovedì 27 settembre – Mattino: missioni spaziali attualmente in corso, oppure in fase di studio, per scoprire altri pianeti extra-solari abitabili.

    Pranzo.

    Pomeriggio: Dibattito generale e stesura della “San Marino Conference Declaration”.

    Sera: cena medievale, con musica e intrattenimento (per iscrizione e costi, consultare la scheda di iscrizione)

  • Venerdì 28 settembre – Tour giornaliero: visita a Ravenna e ai Radiotelescopi di Medicina. Ritorno a San Marino per cena. Partenza in autobus da San Marino alle ore 9 in direzione Ravenna (visita ai mosaici bizantini del VI secolo, Chiesa di Sant’Apollinare in Classe e Chiesa di San Vitale).

    Proseguimento verso Medicina (vicino a Bologna) e pranzo presso il Centro Visitatori dei Radiotelescopi INAF-IRA.

    Pomeriggio: Tour guidato delle tecnologie SETI-ITALIA presso i Radiotelescopi INAF-IRA. Rientro in autobus a San Marino.

    Cena e pernottamento nei rispettivi hotel (serata libera).

  • Sabato 29 settembre -Viaggio in autobus da San Marino a Napoli, per coloro che intenderanno fermarsi a Roma oppure proseguire per partecipare al Congresso Astronautico  Internazionale (IAC) di Napoli della settimana successiva. Partenza da San Marino alle ore 8:30. Tarda mattinata: visita ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso (INFN – NEUTRINI) a motivo del fatto che, in futuro, si possa anche immaginare un SETI a neutrini (anziché a fotoni).  Solo 20 visitatori verranno ammessi, scelti in base al ricevimento dell’iscrizione/pagamento. Pranzo presso un ristorante sugli Appennini, in direzione Roma. Pomeriggio a Roma: visita a Piazza Campo dei Fiori, luogo in cui Giordano Bruno venne mandato al rogo dal Tribunale dell’Inquisizione, il 17 febbraio 1600, colpevole di aver sostenuto (oltre ad altre “eresie”) che forme di vita extraterrestre potessero esistere. Il Dr. H. Paul Shuch, Direttore Esecutivo emerito della Lega SETI, interverrà in merito al Giordano Bruno Memorial Award, relazionando sui passati (e probabili futuri) vincitori del riconoscimento in memoria di Giordano Bruno. Possibilità di terminare il viaggio a Roma: fermata in Stazione Termini. Proseguimento del viaggio in autobus verso Napoli (solo per i Partecipanti al Congresso IAC). Arrivo alla Stazione Centrale di Napoli e pernottamento nei rispettivi hotel.

Tipologie di partecipanti e quote di partecipazione

Le tipologie di partecipanti individuate sono due, alle quali corrispondono differenti quote di partecipazione.

  1. I Partecipanti Regolari, ovvero scienziati che presenteranno la propria relazione durante il congresso, oralmente o tramite l’esposizione del poster, a seconda delle decisioni prese dal Comitato Scientifico.  La quota di partecipazione da diritto  alla borsa congressuale e a partecipare a tutte le sessioni del congresso nelle giornate del 25-26-27 settembre 2012. L’importo della quota per i tre giorni è pari a 200 euro se pagato entro il 31/8/12, oppure 250 euro se pagato dopo tale data.

  2. I Fan, ovvero astrofili, studiosi a livello amatoriale e space-enthusiasts, i quali desiderano partecipare al congresso per interesse personale e non professionale. La quota di partecipazione da diritto alla borsa congressuale e a partecipare a tutte le sessioni del congresso nelle giornate del 25-26-27 settembre 2012. L’importo della quota per i tre giorni è pari a 50 euro se pagato entro il 31/8/12, oppure 80 euro se pagato dopo tale data. I fan che vorranno seguire le relazioni scientifiche del congresso in lingua italiana potranno noleggiare cuffia e ricevitore per la traduzione simultanea con un piccolo costo aggiuntivo.

Tutte le quote di partecipazione dovranno essere pagate anticipatamente, compilando l’opportuno modulo di iscrizione. Ogni partecipante registrato riceverà il proprio badge identificativo, che dovrà essere indossato in ogni momento durante i lavori. Solo chi indosserà il badge identificativo potrà accedere al Centro Congressi Kursaal (sede del congresso). Ogni partecipante registrato potrà decidere se prendere parte alle escursioni considerate parti del congresso, e cioè:

Venerdì 28 settembre: Ravenna e i radiotelescopi di Medicina – ritorno a San Marino in orario di cena. La quota di partecipazione per l’intera giornata di escursione include il trasporto A/R in autobus, il tour storico-artistico della Ravenna bizantina, la visita tecnica ai radiotelescopi di Medicina e il pranzo in un ristorante nei pressi del sito scientifico di Medicina (per iscrizione e costi, consultare la scheda di iscrizione).

Sabato 29 settembre: Laboratori del Gran Sasso e omaggio al monumento a Giordano Bruno in Roma. La quota di partecipazione per l’intera giornata di escursione include il trasporto in autobus da San Marino a Roma e Napoli, la visita tecnica ai Laboratori del Gran Sasso, il pranzo in un ristorante locale e la visita a Roma (per iscrizione e costi, consultare la scheda di iscrizione). Ai partecipanti che non intenderanno proseguire verso Napoli (non partecipando al 63° Congresso IAC), sarà data la possibilità di fermarsi a Roma presso la Stazione Termini. Tutti gli altri proseguiranno verso Napoli, con arrivo in tarda serata presso la Stazione Ferroviaria Centrale, da dove verranno accompagnati ai rispettivi hotel per il pernottamento.

Call For Papers

Il Comitato Permanente SETI dell’Accademia Internazionale di Astronautica (IAA) invita chiunque sia interessato a sottoporre il proprio abstract all’attenzione del Comitato Scientifico del congresso entro e non oltre domenica 24 giugno 2012.  L’abstract (lunghezza massima 400 parole) deve essere inviato via e-mail al seguente indirizzo: searchforlife@iaamail.org. Abstract, relazioni, presentazioni e altri materiali d’interesse congressuale devono essere prodotti in lingua inglese.

 *VISITA* il Centro Congressi Kursaal di  San Marino (virtual tour)

*DOWNLOAD* the full “Call for Papers”, with all forms, in English

*DOWNLOAD* the event presentation, in English

*SCARICA* il documento “Call for Papers” completo, con tutta la modulistica, in italiano (non pronto)

*SCARICA* la presentazione dell’evento, in italiano

Questo post partecipa al Carnevale della Fisica #29
dal titolo “Fisica delle bolle

18 marzo 2012 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Fisica, Planetologia, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , , | Lascia un commento

Contattare civiltà aliene: i pro e i contro del METI

Il giornalista di Tau Zero  Larry Klaes si è appassionato al SETI — e alla sua diramazione METI (Messaging to Extraterrestrial Intelligence) — già da molto tempo. Qui fa un passo indietro per esaminare il METI nel suo insieme, offrendoci un esame dei vantaggi che comporta inviare segnali verso le stelle e dei rischi corrispondenti. Sulle  pagine di Centauri Dreams, dal suo esordio on line nel 2004, abbiamo potuto leggere diverse opinioni sull’argomento. Ma forse Larry è riuscito a trovare la chiave che permette di rispondere sia alle argomentazioni dei favorevoli che a quelle dei contrari. C’è qualcosa nella natura umana che rende il METI più o meno inevitabile? (Paul Gilster)

Il SETI – Search for Extraterrestrial Intelligence (Ricerca di Intelligenza Extraterrestre) – è stato gestito da una serie di scienziati, professionisti e dilettanti, a partire dal 1960, o dal 1924 se vogliamo contare una campagna di quell’anno che cercava di captare eventuali messaggi radio lanciati da presunti marziani. L’attività principale del SETI consiste nell’ascolto passivo o nella ricerca di trasmissioni provenienti da civiltà aliene. Gli ultimi programmi del SETI hanno avuto anche l’obiettivo di rilevare le attività tecnologiche di società molto avanzate all’interno della nostra galassia e fuori di essa, o l’eventuale presenza di sonde che si aggirerebbero  furtivamente  nel  Sistema Solare per tenere sotto controllo il genere umano.

Immagine: Il radiotelescopio e radar planetario RT-70 nel Centro per le comunicazioni nello Spazio Profondo di Eupatoria, Ucraina. Fonte: S. Korotkiy.

Il nostro attuale livello di tecnologia spaziale non ci consente di esplorare direttamente neppure il sistema stellare più vicino.  I numerosi, seppure saltuari, programmi del SETI attuati qua e là sul nostro pianeta e addirittura al di là di esso negli ultimi cinquant’anni, trovano giustificazione nella possibilità che una società aliena ci invii deliberatamente  segnali o che noi si riesca per caso a  captare una  loro trasmissione. Considerato infine che la Via Lattea è composta da centinaia di miliardi di sistemi stellari, alcuni scienziati sono diventati fautori di un approccio meno passivo alle indagini per scoprire se la Terra è o non è l’unico pianeta con vita intelligente nel Cosmo.

Battezzato METI (da Messaging to Extraterrestrial Intelligences) ma conosciuto anche come “Active SETI”, questo concetto implica la trasmissione di nostri messaggi e segnali nella galassia, per avvisare le società aliene della presenza degli esseri umani, per aiutarli a trovarci, a rispondere e contraccambiare più facilmente. Come è ovvio, è molto discutibile se il METI sia il modo giusto per l’umanità di trovare intelligenze aliene o se servirà solo a informare una specie malvagia dell’esistenza della Terra come obiettivo di conquista e distruzione. Per chiarire se il METI è la via che permetterà di far diventare l’umanità una parte produttiva e progredita della comunità galattica o l’inizio della nostra rovina, esaminiamone ora i pro e i contro.

La natura dell’universo

La Via Lattea è un’immensa galassia a spirale che contiene 400 miliardi di sistemi solari disseminati su 100.000 anni luce e la maggior parte degli ipotetici residenti stellari di questa isola cosmica si trovano mediamente a molti anni luce di distanza uno dall’altro. Per dare al lettore l’idea della vastità della Via Lattea, se tutta la nostra galassia si riducesse in scala al punto in cui una persona potesse tenere l’intero  Sistema Solare nel palmo della mano, la Via Lattea sarebbe comunque grande come l’America del Nord.

Immagine: Il centro stesso della galassia, a lunghezze d’onda visibili, è completamente coperto dalla striscia di polvere che divide la Via Lattea per gran parte della sua lunghezza. La pista  di polvere è visibile soltanto perché oscura le stelle che si trovano in secondo piano. Incastonate nella polvere si vedono molte regioni dove si formano nuove stelle, che appaiono come nebulose a emissione color rosso vivo. (Fonte: Anglo-Australian Observatory).

Oltre al gran numero di stelle e all’incredibile distanza che le separa, i ricercatori del SETI si devono anche confrontare con il naturale brusio radio di sottofondo del cosmo, che soffoca tutti i segnali artificiali tranne i più forti. E anche la polvere interstellare, che si insinua nella nostra galassia, nasconde molti segnali elettromagnetici e intere regioni della Via Lattea alla nostra vista.
Al momento l’umanità non ha reali capacità di realizzare il volo interstellare. Le poche sonde spaziali che sono state inviate  su rotte dirette al di fuori del nostro sistema solare impiegherebbero 77.000 anni a raggiungere il meno distante dei vicini stellari della Terra, il sistema di Alfa Centauri. Nessuno degli esploratori robotici attualmente attivi funzionerebbe per più di una semplice frazione di tutto questo tempo prima di esalare l’ultimo respiro. Ora è vero che la nostra civiltà sta producendo da oltre un secolo una “bolla” di segnali elettromagnetici artificiali, che ha formato nella galassia una sfera ampia 200 anni luce, con la Terra al centro. Ma la maggior parte di queste trasmissioni erano dirette solo ai residenti del nostro pianeta e perciò spesso avevano come involontario obiettivo, per breve tempo,  zone casuali del cielo. Si trattava in genere di segnali piuttosto deboli, che avrebbero richiesto un ricevitore molto grande e sofisticato per essere rilevati anche solo a pochi anni luce dalla Terra. In breve, l’umanità non occupa un ruolo di spicco nel grande schema cosmico delle cose.

Perché il METI aiuterà l’umanità

Per combattere tutto quello che potrebbe impedire il successo del SETI, noi umani dobbiamo cominciare a trasmettere la nostra parola nello spazio, prendendo come obiettivo specifico particolari sistemi solari e altri luoghi della Via Lattea in cui riteniamo più probabile trovare qualche vicino spaziale. Potremmo usare trasmissioni molto semplici, per esempio un segnale che appaia chiaramente artificiale o una presentazione dettagliata di noi e del nostro mondo. O, in alternativa,  si potrebbero trasmettere, con continuità  e per lunghi periodi, segnali interstellari in grado di coprire la maggior porzione del cielo possibile, dal momento che ignoriamo del tutto la posizione di eventuali società aliene e da quanto tempo potrebbero aver messo in atto i loro personali programmi SETI.

Immagine: Aleksandr Leonidovich Zaitsev, sostenitore del METI e radioastronomo, autore delle ‘Cosmic Calls’ inviate nel 1999 e 2003 da Evpatoria. Fonte: Wikimedia Commons.

Un’intelligenza extraterrestre in grado di trovarci attraverso i nostri programmi METI e di risponderci sarebbe molto probabilmente più avanzata di noi, avrebbe maggiori conoscenze e sarebbe in grado di intraprendere attività attualmente fuori della portata della nostra specie. Potremmo quindi imparare nuove cose in molti campi e progredire sia socialmente che tecnologicamente. Anche le civiltà aliene, a loro volta, potrebbero trarre beneficio dalle informazioni che condivideremmo con loro.

Per quanto riguarda il timore di rendere nota la nostra presenza a specie che potrebbero nuocerci,  Carl Sagan ha affermato una volta  di ritenere molto probabile che le società ostili si distruggano o degenerino prima ancora di scoprire il volo interstellare. Questo significherebbe che gli ETI in grado di individuarci e di mettersi in contatto con noi sarebbero amichevoli o quanto meno neutrali, con l’ulteriore garanzia di sicurezza data dalla loro enorme distanza da noi.

Se ci fossero ETI minacciosi per la nostra esistenza e in grado di viaggiare tra le stelle,  potremmo individuarli attraverso le prove delle loro attività e le loro trasmissioni, o tramite altri ETI al corrente della minaccia. Essi metterebbero in guardia le società con cui sono in contatto contro i pericoli galattici ai quali sono esposte. E, una volta avvisati, potremo avere la possibilità di difenderci o magari di elaborare un piano di salvataggio in collaborazione con questi nostri nuovi alleati, per combattere la minaccia imminente e gettare le basi per future relazioni tra i rispettivi mondi.
I viaggi interstellari, soprattutto quelli che possono raggiungere velocità relativistiche, potrebbero essere ancora più difficili di quanto pensiamo. E certo non sarebbe evidente dalla Terra se ci fossero flotte di grandi navi spaziali che sfrecciano regolarmente attraverso la galassia. L’enorme distanza tra i  vari sistemi stellari quanto meno  dovrebbe offrirci una qualche protezione. E il METI rappresenterebbe il sistema per metterci in contatto con le sofisticate culture della Via Lattea e comunicare, conoscersi, esplorare e commerciare, ciascuna dalla relativa sicurezza del suo mondo natale.

Perché il METI potrebbe distruggere l’umanità

Il principale aspetto negativo del METI è noto anche ai non addetti ai lavori grazie ai mezzi di comunicazione più popolari: segnalare la nostra presenza nella galassia a un’intelligenza aliena avanzata potrebbe indurre quest’ultima a interagire con noi in modi dannosi o distruttivi per la nostra società e la nostra specie. Gli storici e gli altri studiosi citano i molti esempi nella storia dell’umanità in cui l’incontro tra due culture con livelli tecnologici diversi ha portato alla riduzione o alla distruzione della società meno sofisticata, anche se dotata di una popolazione numericamente molto superiore all’altra.

Immagine: Lo scrittore di fantascienza David Brin, uno dei più irriducibili critici del METI. Nel suo articolo  “The Great Silence” del 1983 offre una delle prime analisi del paradosso di Fermi e delle sue implicazioni per il SETI. Fonte: Contrary Brin.

Anche quando l’incontro storico non si è risolto in una conquista o in uno sterminio,  altri fattori hanno comunque contribuito alla fine della popolazione nativa. Un esempio per tutti: in molti casi le malattie sconosciute introdotte tra gli indigeni hanno fatto più vittime delle stesse armi. Le iniziative dei missionari e la loro diffusione casuale hanno alterato le società interessate e, anche se non le hanno eliminate, le hanno assimilate alla cultura dominante al punto da snaturarle quasi completamente.
Sono questi, tra gli altri, gli scenari che vengono evocati e temuti quando si parla di rendere nota la presenza dell’umanità nella galassia. L’affermazione che qualsiasi ETI dotato di sufficienti strumenti astronomici  potrebbe già essere informata dell’esistenza della Terra e dei suoi occupanti attraverso la dispersione elettromagnetica o addirittura le nostre firme biologiche, è stata confutata dal fatto che la maggior parte dei nostri segnali radio televisivi è troppo debole su scala stellare e può essere captata solo da apparecchiature estremamente potenti. Persino gli apparati radar militari e i radartelescopi,  che emettono segnali molto più potenti, non sono diretti verso punti specifici dello spazio al di là del nostro sistema solare, il che riduce la possibilità che vengano notati dagli ETI.
Mentre ci agitiamo al pensiero dei potenziali pericoli provenienti dall’universo, c’è anche la possibilità che i nostri sforzi METI possano causare un danno simile a intelligenze aliene che potrebbero non essere pronte a gestire quello che abbiamo da dire o addirittura la nostra stessa esistenza. Speriamo che un ETI capisca che siamo una società relativamente giovane, ancora alle prese con i suoi problemi interni, con molte questioni ancora da risolvere, e ci lasci in pace finché non saremo abbastanza maturi da poter interagire adeguatamente con altri abitanti della galassia. Ma è comunque possibile che una mente aliena non sia in grado di riconoscerci come una specie ancora ingenua e in via di espansione e sfrutti le nostre debolezze o ci complichi la vita cercando di “aiutarci”.

L’inutilità di combattere la natura umana

C’è una cosa certa, che si ripete già da diverso tempo: benché sarebbe prudente pensarci due volte prima di spedire nella Via Lattea qualsiasi tipo di informazione su di noi, c’è sempre chi sfida le regole anche solo per il gusto di farlo.
Ci sono attualmente cinque sonde spaziali (e l’ultimo stadio dei loro razzi vettori) che  si stanno dirigendo verso la galassia profonda, oltre il nostro sistema solare.

Immagine: la famosa targa installata a bordo di Pioneer 10 e 11. Fonte: Wikipedia.

Quattro di questi veicoli automatici hanno a bordo un set adeguato di informazioni, mentre l’ultimo membro di questo esclusivo club, New Horizons, porta oboli meno sofisticati da offrire all’Universo, con l’eccezione di una parte delle ceneri di Clyde Tombaugh, l’uomo che nel 1930 scoprì Plutone, il pianeta nano di cui  la sonda tenterà un breve flyby nel  2015. Le targhe incise e i cd  realizzati in oro e pieni di informazioni sulla Terra piazzati a bordo rispettivamente delle sonde gemelle Pioneer e Voyager, sono stati voluti e costruiti da persone in gran parte esterne alle istituzioni spaziali, colmando così il vuoto di lungimiranza dimostrato da progettisti e costruttori. Il team del New Horizons, invece, ha evitato accuratamente qualsiasi progetto del genere, trattando gli oggetti  imbarcati sulla sonda come se fossero destinati al cassettone dei ricordi di una piccola città.
Per quanto riguarda il METI nel campo delle onde radio, messaggi intenzionali sono stati inviati verso la galassia a partire dal 1962 con una breve trasmissione in alfabeto Morse da parte dell’Unione Sovietica, quindi nel 1974 con il più noto messaggio di Arecibo, indirizzato verso l’ammasso globulare M13. Da allora sono state messe in atto diverse imprese METI del genere. Un certo numero di esse, tra cui una serie di trasmissioni dal complesso di Eupatoria, in Crimea, erano cose serie, ma altre sono state più che altro delle trovate pubblicitarie. La maggior parte delle persone coinvolte in questi progetti non ha mostrato grande preoccupazione riguardo alle possibili conseguenze del rivelare al cosmo la nostra presenza. Questo atteggiamento è ancora più marcato quando si parla della dispersione elettromagnetica che la nostra civiltà produce ormai da oltre un secolo, per quanto di debole intensità a livello cosmico.
Alcuni gruppi e singoli individui, sentendosi poco o per nulla rappresentati dai messaggi e dalle precedenti imprese METI, hanno lanciato messaggi personali nella galassia, suscitando un gran numero di proteste. Uno dei più noti tra loro è Aleksandr Zaitsev, che ha sfruttato la propria posizione di scienziato capo dell’Institute of Radio Engineering and Electronics della Russian Academy of Science per inviare trasmissioni dettagliate verso diversi sistemi stellari vicini attraverso il radiotelescopio di Eupatoria. Zaitsev continua a effettuare e a sostenere queste azioni METI a dispetto delle proteste che hanno provocato in vari settori. Ad esse Zaitsev controbatte che  tali azioni sono proprio quello di cui l’umanità ha bisogno se vuole sopravvivere e maturare come specie.
In conclusione, anche se dobbiamo essere prudenti sul se e come presentare noi stessi a quel vasto ignoto che  è il resto dell’universo, ci sarà sempre chi sfiderà leggi e regole, che sia per senso del dovere nei confronti dell’intera umanità o semplicemente come atto di ribellione contro la società. La domanda successiva è: esiste qualcuno nella galassia che pensi e agisca allo stesso nostro modo? Una trasmissione di questo genere è già in viaggio verso la  Terra? E, se così fosse, quali sarebbero le conseguenze? Ci farebbe finalmente crescere come specie o causerebbe panico e distruzione? Qualsiasi vostra riflessione su questo importante tema sarà bene accetta.

Titolo originale: “The Pros and Cons of METI”  scritto da Larry Klaes e pubblicato in Centauri Dreams il 6 maggio 2011. Traduzione italiana di Beatrice Parisi e Roberto Flaibani. Questo articolo prosegue una fase di collaborazione con Centauri Dreams, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.

6 ottobre 2011 Posted by | Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , | 2 commenti

SETI: Il dialogo Michaud/Cooper

Introduzione

L’ultima volta che Keith Cooper, scrittore specializzato in temi spaziali e direttore del britannico Astronomy Now,  era stato avvistato nelle pagine di Centauri Dreams, era impegnato in una discussione con me su questioni legate al SETI. Questo scambio mi ha dato l’idea di mettere a confronto Keith con Michael Michaud, dato il loro interesse comune e ricordando che si erano già incontrati al meeting della Royal Society dello scorso anno, in cui erano stati esaminati molti di questi temi. Michael ha cortesemente accettato e quello riportato qui di seguito è un confronto di punti di vista che arricchisce il dibattito sul SETI.

Come i lettori di Centauri Dreams sanno, Michael Michaud è l’autore del fondamentale Contact with Alien Civilizations: Our Hopes and Fears about Encountering Extraterrestrials (Il contatto con le civiltà aliene: le nostre speranze e i nostri timori riguardo all’incontro con gli extraterrestri – Springer, 2006),  ma ha pubblicato oltre cento opere, molte delle quali hanno per tema l’esplorazione spaziale e il SETI. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca e alla scrittura, Michaud è stato per 32 anni membro del Corpo Diplomatico degli Stati Uniti. Durante la sua carriera diplomatica ha avuto una grande varietà di incarichi:tra le altre cose è stato Consigliere per la Scienza la Tecnologia e l’Ambiente all’ambasciata americana di Parigi e Tokyo e Direttore dell’Ufficio di Tecnologia Avanzata del Dipartimento di Stato.

Michael ha partecipato attivamente alla negoziazione di accordi internazionali di cooperazione sulla scienza e la tecnologia, ha rappresentato il Dipartimento di Stato nelle discussioni interdipartimentali sulla politica spaziale e ha testimoniato di fronte ai comitati del Congresso in merito a questioni legate allo spazio. Va ricordato inoltre che è stato direttamente coinvolto in discussioni internazionali sul tema del contatto in seno all’International Academy of Astronautics per oltre vent’anni ed è stato il principale autore del cosiddetto Primo Protocollo SETI, il cui titolo esatto è ‘Declaration of Principles Concerning Activities Following the Detection of Extraterrestrial Intelligence’(Dichiarazione dei principi riguardanti le attività che seguono l’individuazione di intelligenze extraterrestri ). Le sue attività recenti sono concentrate sull’importanza di coinvolgere un numero sempre maggiore di storici e altri studiosi di scienze sociali nel dibattito sulle possibili conseguenze del contatto. (Paul Gilster)

Keith Cooper

Qualche anno fa ho intervistato Andy Sawyer, il capo bibliotecario e amministratore della Science Fiction Foundation dell’Università di Liverpool, e gli ho chiesto perché piacciono tanto le storie che parlano di invasioni aliene. “Dipende dal fatto che le storie con gli alieni sono simpatiche e che in una vicenda di invasione si possono inserire ansie di ogni genere,” mi ha risposto. E io sono d’accordo, anche perché mi piacciono i film di fantascienza come a chiunque. Ma per molti l’unico confronto con gli “alieni” avviene attraverso gli stanchi stereotipi dei film di Hollywood, o forse le rappresentazioni mono-culturali di Star Trek, e questo condiziona l’immagine che si fanno di una vera civiltà aliena. Michael, nel tuo lavoro di sensibilizzazione nei confronti delle conseguenze del METI hai contribuito a far capire che le nostre idee sugli alieni sono troppo semplicistiche e, di conseguenza, che la nostra visione del contatto è superficiale.

Alla Royal Society lo scorso ottobre hai parlato di stereotipi binari – i cari vecchi alieni saggi, lieti di trasferirci il loro sapere e di insegnarci ad essere delle persone migliori, e i cattivi, ringhiosi conquistatori determinati a spazzarci via dalla faccia del pianeta e a rubare tutte le nostre donne e la nostra acqua (un tipico luogo comune dei film di fantascienza di serie B). Purtroppo anche alcuni scienziati della comunità SETI hanno preso a dare per scontato il primo di questi stereotipi; l’esistenza di una Enciclopedia Galattica è accettata da molti, ma potervi accedere richiede un enorme atto di altruismo da parte del mittente.

Ho assistito a molte discussioni in cui si suggeriva che degli extraterrestri evoluti sarebbero inevitabilmente altruisti, eppure ho l’impressione che siano principalmente gli astronomi, parlando al di fuori del loro settore di competenza, a propugnare queste ottimistiche ipotesi (senza neppure definire che cosa intendono per altruismo – un altruismo familiare, o nepotistico, è molto diverso dall’altruismo reciproco, che è quello al quale probabilmente si riferiscono). Tutti i biologi evoluzionisti, gli antropologi, i filosofi e gli altri studiosi di scienze sociali – gente che il cui mestiere consiste nello studiare il comportamento sociale – con cui mi è capitato di parlare si sono dimostrati molto più cauti. Per esempio il Professor Jerome Barkow, un antropologo socio-culturale della Dalhousie University di Halifax (Canada), mi ha descritto un possibile esempio: “una specie impaurita, ipersensibile al pericolo, che ha sviluppato un’intelligenza selezionata dalla paura perché era l’unico modo in cui riusciva a vincere la competizione con le specie affini.

Una specie del genere, così paurosa, potrebbe stare costantemente in attesa di un pericolo e, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe addirittura essere xenofoba. Simon Conway Morris, paleontologo dell’Università di Cambridge e paladino dell’evoluzione convergente, è ancora più schietto: “Se un alieno intelligente chiama, non rispondete al telefono!” Intanto, il Professor Nick Bostrom, direttore del Future of Humanity Institute dell’Università di Oxford, mi ha detto che “anche se potessimo individuare uno schema di costante crescita morale nella storia dell’umanità, sarebbe azzardato trarne conclusioni valide per il futuro, ma immagino che questo potrebbe rafforzare l’ottimismo di qualcuno nei confronti delle civiltà tecnologicamente avanzate. E per quanto riguarda l’altruismo, non ne sappiamo assolutamente nulla.”

Ci sono moltissime domande che mi piacerebbe fare. La principale, rivolta a te Michael, è perché non ascoltiamo gli esperti di comportamento umano, che sono nella posizione migliore per giudicare le possibili azioni degli extraterrestri? Il SETI rischia di diventare troppo esclusivo? Come possiamo fare per allargare la discussione in modo da includervi rappresentanti di tutte le discipline del mondo intero? Inoltre, alla Royal Society, avevi affermato che è ora di fare l’analisi più obiettiva possibile dei rischi e dei benefici del METI. Come possiamo sottrarci allo stereotipo dell’invasione per studiare anche i pro e contro meno evidenti del contatto?

Michael Michaud

Keith, concordo in gran parte con quello che dici. Sottrarsi agli stereotipi che affliggono le discussioni sul contatto con ETI non sarà facile. Non avendo noi nessuna informazione confermata sulla natura del comportamento dell’intelligenza extraterrestre, le nostre speculazioni si basano su convinzioni, preferenze o analogie con noi stessi. Molti sono infastiditi dall’ambiguità che ne deriva e vorrebbero risposte univoche.

I primi sostenitori del SETI avevano promosso l’immagine degli alieni come altruisti e illuminati governanti dediti unicamente al bene dei popoli, non solo per questioni di preferenze personali ma anche perché cercavano di ottenere il sostegno dell’opinione pubblica in un’impresa che ha molto di ipotetico. Una visione idealistica e aperta alla speranza era più facile da proporre. Per i fautori del SETI, questa è diventata la posizione di default nelle discussioni sulle conseguenze del contatto. Anche il modo in cui i media trattano il tema del contatto, persino nei documentari, è condizionato da quello che, secondo i produttori, è più vendibile. Le invasioni di alieni — o di saggi e innocui extraterrestri — soppiantano le serie analisi basate su quello che sappiamo del comportamento umano. Le mie risposte alle domande di tre società produttrici di programmi televisivi sull’invasione da parte degli alieni sono state cortesemente respinte non perché fossero sbagliate, ma perché erano meno coinvolgenti di un wargame.

Gli storici e altri studiosi di scienze sociali potrebbero offrire visioni più fondate del contatto, basate sui loro studi della sola specie tecnologicamente intelligente che conosciamo: noi stessi. Per esempio, l’esperienza umana suggerisce che le civiltà non siano per natura ostili o pacifiche ma che le loro azioni dipendano dalle circostanze contingenti. Purtroppo, ci sono troppo pochi fondi o riconoscimenti alla carriera per intraprendere una ricerca di questo tipo.

Molti fisici e biologi non ascoltano perché sono scettici sulle conclusioni a cui arrivano le scienze sociali. Gli interventi sui problemi legati alle scienze sociali, come per esempio le conseguenze del contatto, erano stati relegati all’ultima ora dell’ultimo giorno della Conferenza di Astrobiologia del giugno 2010. Eppure alcuni fisici e biologi hanno fatto affermazioni travolgenti sul comportamento degli esseri intelligenti che non sono fondate in modo empirico sull’esperienza umana. Provate a immaginare cosa succederebbe se un gruppo di studiosi di scienze sociali pubblicasse delle conclusioni sui processi fisici e biologici senza prove confermate.

Come possiamo fare ad allargare il dialogo sulle conseguenze del contatto? Un punto di partenza, per una meritevole organizzazione interessata a problemi di natura politica o sociale, potrebbe essere quello di invitare fisici, biologi e studiosi di scienze sociali a una conferenza a tema sui benefici e i rischi del contatto che comprendesse esempi presi dalla storia dell’umanità. La Royal Society ha stabilito un utile precedente. Io ho altre idee su questo problema, ma le terrò per me finché non avrò avuto la tua risposta.

Keith Cooper

Michael, mi ha colpito il tuo commento secondo il quale una visione fiduciosa e ottimistica del contatto sarebbe stata adottata perché più facile da promuovere. Mi fa pensare a un commento che James Benford aveva fatto dopo il mio precedente dialogo sul SETI con Paul, cioè che l’affermazione che Arecibo potrebbe captare il segnale di un’altra Arecibo a 500 anni luce di distanza è un mito perpetuato come uno degli argomenti promozionali del SETI.

[commento di Paul Gilster: “Scusatemi se mi intrometto ma vorrei aggiungere che Benford ha integrato con nuovo materiale sul segnale di Arecibo l’edizione riveduta del suo testo “Costs and Difficulties of Large-Scale ‘Messaging’, and the Need for International Debate on Potential Risks,” (Costi e difficoltà del METI su larga scala e necessità di un dibattito internazionale sui rischi potenziali) scritto con John Billingham. Poiché questa ultima versione non è quella attualmente presente sul server arXiv, mi permetto di citare le parole di Benford:

“Una simile ragionamento quantifica il ‘Mito di Arecibo’, cioè il fatto che Arecibo (il più grande radio telescopio del mondo) sarebbe in grado di individuare un suo ipotetico gemello attraverso la Galassia (Shuch, 1996). Non è realistico pensare che Arecibo possa comunicare con un altro Arecibo a una tale distanza. Chi lo sostiene non specifica il presupposto che la larghezza di banda sarebbe esigua (0.01 Hz), che sia il ricevitore che il trasmettitore sarebbero puntati sulla stessa minuscola porzione di cielo, rilevandosi a vicenda e che il ricevitore dovrebbe lavorare ore e ore per poter integrare un segnale debolissimo e che non sarebbero inviate informazioni. Quest’ultimo punto dipende dal fatto che, a causa dell’esiguità della larghezza di banda, la velocità di trasmissione sarebbe minima, molto inferiore al più lento dei modem, forse un bit l’ora nel migliore dei casi.”

Mi scuso per l’interruzione e torno a Keith].

Naturalmente ci farebbe piacere che il pubblico, e i potenziali finanziatori del SETI, avessero fiducia nella possibilità di contatto. Individuare un messaggio da parte di un’altra civiltà intelligente avrebbe effetti profondi in modi che stiamo solo cominciando a percepire, sia dal punto di vista scientifico che culturale, e possiamo esplorare queste conseguenze solo con l’aiuto delle scienze sociali. A dispetto della mia formazione astronomica, trovo gli aspetti sociali del contatto affascinanti quanto la fisica della ricerca stessa. Ho imparato molto di più sull’esperienza umana cercando di capire la natura del contatto attraverso le mie letture, di quanto avrei imparato in qualsiasi altro modo. Il SETI è un insolito miscuglio di scienze fisiche e sociali ed è proprio questo che lo rende così ricco: chi relega le discussioni culturali e sociologiche sul contatto alla fine delle conferenze, in note a pie’ di pagina e le allontana con un gesto vago e generico sull’altruismo alieno, fa al SETI un pessimo servizio.

Le scienze sociali non si pronunciano necessariamente contro il METI e la speranza di un contatto pacifico e gratificante – ci sono avvincenti ragionamenti sia a favore che contro (cito ad esempio il professor Steven Pinker dell’Università di Harvard sostenitore del ‘mito della violenza’ e del concetto che stiamo diventando più pacifici a mano a mano che diventiamo culturalmente e tecnologicamente più avanzati (si vedano i suoi TED talk su questo argomento) – l’idea è che potremmo usare tutto questo come modello per le civiltà aliene). Quello che le scienze sociali mettono in evidenza è che le conseguenze del contatto sono più complesse delle minacce di invasione o del sogno di un edificante incontro con qualche saggio e illuminato governante.

Questo dialogo riguarda le motivazioni aliene; la paura sembra essere il principale candidato, come alludeva Jerome Barkow. Adrian Kent al Perimeter Institute ha portato l’elemento paura agli estremi per spiegare il Paradosso di Fermi nel suo recente studio ‘Too Damned Quiet.’ (Davvero troppo silenzioso) in cui afferma che la galassia è silenziosa perché la selezione naturale sceglie civiltà che riescono a non farsi notare dai predatori galattici. Così scrive:

Rivelare la propria esistenza in un ambiente del genere sarebbe rischioso: una specie di predatori potrebbe decidere che può permettersi di aggredirci, e persino una specie vicina reticente potrebbe decidere che non può permettersi di lasciarci attirare l’attenzione di altri predatori del vicinato.

Anche se la Galassia di Kent – dominata dalla paura e dai predatori – si colloca all’estremo di un ventaglio di possibili scenari di contatto, è un’ipotesi di cui essere consapevoli. Così come lo sono gli aspetti meno evidenti che vengono spesso ignorati di fronte alle sensazionali storie di invasioni aliene. Ma dobbiamo essere in grado di discutere tutte le possibilità senza timore di pregiudizi. Nessuno è in grado di dire quali saranno le motivazioni degli alieni e non sto cercando di portare argomenti a favore di un particolare punto di vista, se non quello che al momento tutte le possibilità sono aperte.

Oggi i chiacchieroni del SETI sembrano poco inclini all’allargamento del dibattito. Abbiamo entrambi fatto commenti sulla qualità, spesso pessima, della presentazione sui media delle conseguenze del contatto. Mi piacerebbe cominciare a cambiare la situazione, qui e ora. Ci servono nuovi argomenti per la nostra promozione. Attraverso il SETI stiamo cercando di trovare il nostro posto in un universo che potrebbe essere ugualmente pieno di fantastiche meraviglie come di terrificanti pericoli, e tutte le possibilità intermedie. Se non siamo in grado di garantire una visione del contatto idealistica quanto la precedente, allora Michael quale dovrebbe essere il nostro nuovo messaggio?

Michael Michaud

Bene, e adesso che cosa facciamo? In primo luogo è venuto il momento di liberarci degli stereotipi binari che Hollywood, la guerra fredda e le sue conseguenze politiche ci hanno imposto. Dovremmo diffidare sia delle profezie utopistiche che di quelle apocalittiche riguardo a quanto potrebbe portare il contatto. Non abbiamo i presupposti per ipotizzare che altre civiltà tecnologiche accoglierebbero con favore un contatto con noi, come non ne abbiamo per ipotizzare che ci sarebbero ostili.

Secondo, è ora di riempire lo spazio tra i due estremi: da una parte il messaggio servizievole e altruistico e dall’altra un’invasione aliena. Ci sono moltissimi altri potenziali scenari di contatto, molti dei quali sono stati descritti dalla fantascienza. Per esempio, che succederebbe se captassimo, per una sola volta, un segnale alieno non destinato a noi e non riuscissimo più a ritrovarlo? E se questo segnale non fosse altro che un segnale di linea? In questi casi avremmo un contatto senza né comunicazione né pericolo.

E se trovassimo prove di una astroingegneria a un livello che supera di molto le nostre capacità? Questo implicherebbe l’esistenza di una civiltà tecnologicamente così potente che potrebbe considerarci irrilevanti, sempre che abbia notato la nostra esistenza. (Nel romanzo di Arthur Clarke Incontro con Rama, una gigantesca nave spaziale aliena che usa il nostro sole per sfruttare l’effetto fionda gavitazionale attraversa il nostro sistema solare senza fermarsi né comunicare.) Che succederebbe se trovassimo una sonda aliena nel nostro sistema solare che non sta facendo nulla che siamo in grado di percepire – non invia messaggi, non spara, non emette nemmeno un amichevole bagliore? Una sonda del genere potrebbe essere stata la risposta di un’altra civiltà all’aver individuato segni di biochimica nello spettro della terra miliardi di anni addietro. (Ma stanno cercando lo stesso tipo di prove che cerchiamo noi? Perché altrimenti potrebbero non accorgersi della vita sulla terra.)

Ci sono dei segnali incoraggianti. Le frizioni sorte di recente tra gli appassionati a questi problemi potrebbero riflettere un allargamento e una maturazione del dibattito. Mentre alcuni astronomi continuano a respingere la possibilità del volo interstellare anche da parte di macchine senza equipaggio, Seth Shostak del SETI Institute ha ammesso sulla stampa che noi umani potremmo lanciare sonde robotiche interstellari entro la fine di questo secolo. Questo rimette in gioco la possibilità di un contatto diretto. Dalla rampa non scenderebbe nessun alieno alla Star Trek: avremmo a che fare con macchine intelligenti.

Terzo, tutti noi che siamo impegnati in questo campo dovremmo valutare al meglio le implicazioni di scenari di contatti alternativi. Un punto di partenza potrebbe essere la Scala di Rio proposta undici anni fa da Ivan Almar e Jill Tarter.

Quarto, è necessario che un maggior numero di figure di alto profilo appartenenti al mondo delle scienze sociali parlino o scrivano su questi argomenti. A mio parere la disciplina che fa maggiormente al caso nostro è la storia dei contatti tra le varie civiltà umane. Mi piacerebbe moltissimo sentire cosa avrebbero da dire degli storici non conformisti come Niall Ferguson e Felipe Fernandez-Armesto sulle conseguenze del contatto con gli extraterrestri in vari scenari diversi. Uno storico del calibro di William McNeill ammoniva molti anni fa che i precedenti dell’umanità non sono incoraggianti.

Quinto, abbiamo bisogno di coinvolgere nel dibattito persone più giovani, che sono libere dai paraocchi sia della guerra fredda che delle sue implicazioni politiche e ideologiche. Questo potrebbe voler dire gente al disotto dei quarant’anni. Ci sono segnali incoraggianti. Lo storico e vincitore del premio Pulitzer David Hackett Fischer ha affermato: “Dopo l’illusione della political correctness, della furia ideologica, del multiculturalismo, del postmodernismo, del relativismo storico, delle forme più estreme di cinismo accademico, oggi gli storici stanno tornando ai fondamenti della loro disciplina con una rinnovata fiducia nelle possibilità delle conoscenze storiche.”

Mi chiedi quale dovrebbe essere il nostro messaggio. Secondo me dovrebbe scaturire dalla discussione tra un gran numero di persone serie. Io posso offrire solo un suggerimento sotto forma di massima: occhi aperti, pazienza e prudenza. Accettiamo quello che i nostri ricercatori ci dicono sull’universo e sul comportamento degli esseri intelligenti, che ci piacciano o no le loro scoperte. Riconosciamo che siamo appena entrati nello scena interstellare e che abbiamo ancora molto da imparare. Nel cercare di prevedere le conseguenze del contatto, teniamo a mente l’unico data base che possediamo: la nostra storia. Spero che utilizzerai le tue doti giornalistiche per mantenere questa discussione vivace e tollerante.

Titolo originale: SETI: The Michaud/Cooper Dialogue”  scritto da Paul Gilster e pubblicato in Centauri Dreams il 20 aprile 2011. Traduzione italiana di Beatrice Parisi e Roberto Flaibani. Questo articolo segna la nostra partecipazione al Carnevale della Fisica #20, e prosegue una fase di collaborazione con Centauri Dreams, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.

Le immagini sono tratte da “The Barlowe’s Guide  to  Extraterrestrials”, edito nel 1979 da F&S Publications – New York. Si ringraziano autori ed editore per la cortese disponibilità.

19 giugno 2011 Posted by | Carnevale della Fisica, Scienze dello Spazio, SETI | , , , | Lascia un commento

   

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