Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Wow! Alla ricerca del segnale fantasma

Bob Gray è solitario, determinato e visionario come solo chi si occupa direttamente di SETI può essere. Ha dedicato 22 anni della sua vita alla ricerca del Graal dei radioastronomi: l’elusivo, sfuggente e fantomatico segnale Wow! Il libro di cui presentiamo la recensione è il diario di una cerca senza frutti e forse senza fine.

Il segnale arrivò dallo spazio al radiotelescopio Big Ear (grande orecchio) in Ohio alle 23:16 nella notte del 15 Agosto 1977. Arrivò forte e chiaro, e superò di almeno 30 volte il volume del rumore di fondo, occupando una ampiezza di banda di soli 10 KHz. La sua parte centrale ebbe una durata di 38 secondi, il tempo che impiega il fascio radio del Big Ear ad attraversare un singolo punto nel cielo, e cadeva quasi esattamente sulla frequenza nella quale gli scienziati SETI speravano di trovarlo: 1420 megahertz, la frequenza di emissione dell`idrogeno. Era esattamente quello che gli scienziati SETI si aspettavano, un segnale credibilmente artificiale proveniente dalle stelle, che avrebbe potuto trasportare un messaggio proveniente da entità aliene distanti anni-luce. (Prima immagine: Wow! Credits: Columbus Dispatch)

Quando arrivò, nessuno era presente a ricevere il segnale.
Il fascio del telescopio esplorò silenziosamente il cielo, il ricevitore e lo spettrometro registrarono e analizzarono i dati, e una stampante crepitò nel buio, registrando tutto in un flusso continuo di numeri e lettere. Quando il volontario del Big Ear Jerry Ehman esaminò lo stampato pochi giorni dopo, la sequenza registrata del segnale gli apparve in evidenza sulla carta: 6EQUJ5. Ehman fece un cerchio sulla sequenza e a margine annotò una semplice e concisa espressione di meraviglia:”Wow!” Quella fu la prima volta che il segnale Wow! fu ricevuto. Fino ad oggi anche l’ultima.

Benché fosse forte e chiaro, il segnale Wow! scomparve non appena fu trovato.
Fu ricevuto da uno dei due fasci del Big Ear che si inseguono attraverso il cielo in sequenza ravvicinata, ma non dall’altro. Questo fato da solo è la dimostrazione che non si trattava di un segnale lungo e continuo, ma di uno intermittente. Anche un segnale intermittente dovrebbe potersi osservare di nuovo, e il team del Big Ear ritornò più di 50 volte nella regione del cielo dalla quale il segnale Wow! era originato, sperando di catturarlo. Non trovarono nulla. Il segnale SETI Wow! è stato il singolo risultato più intrigante mai prodotto dalla ricerca di intelligenze extraterrestri. Ma senza osservazioni ripetute non c’e` modo di sapere se sia stato veramente un segnale proveniente dalle stelle.

Nessuno ha speso più tempo ed energie alla ricerca del segnale Wow! di Bob Gray, l’autore di” The Elusive Wow!: Searching for Extraterrestrial Intelligence”. Gray non era un astronomo professionista, il tipo che lavorava in un dipartimento accademico e riceveva un regolare assegno da una università o da un osservatorio. Gray lavorava come sistemista  informatico, questo significava che in radioastronomia era tecnicamente un dilettante, nel miglior senso del termine: uno che fa il suo lavoro per passione. Ma quando si arrivava agli aspetti pratici per l’organizzazione della ricerca dell’intelligenza extraterrestre, diventava un vero professionista. (Seconda immagine: com’era il Big Ear prima di essere demolito nel 1998. Credits: Big Ear Observatory)

Gray aveva sentito parlare del segnale Wow! pochi anni dopo la sua rilevazione, ed era rimasto affascinato dalle sue potenziali implicazioni. Contattò il gruppo dell’Ohio, visitò il Big Ear, ed ebbe lunghe conversazioni con Jerry Ehman, con Bob Dixon, il direttore del progetto SETI, e con John Kraun, il progettista del telescopio. La discussione lo convinse che il Wow! non fosse un falso o un caso di interferenza terrestre, ma più verosimilmente provenisse dalle stelle. Apprese anche che, eccetto gli sporadici tentativi del gruppo del Big Ear, nessun’altro aveva allo stato attuale tentato di trovarlo di nuovo.

Gray era sorpreso. Data l’enorme importanza di ciò che il segnale Wow! avrebbe potuto rivelare, si aspettava che gli astronomi facessero ressa per avere l’occasione di studiarlo, ma non era proprio quello il caso. La ragione, arrivò a capire, era che il tempo di osservazione nei più grandi radiotelescopi del mondo costituiva una merce rara e molto ricercata. Una volta che gli scienziati si erano assicurati poche ore o giorni di lavoro di quelle grandi parabole, utilizzavano comprensibilmente ogni minuto disponibile per portare avanti i propri progetti, e non avevano tempo per ricerche romantiche come quella degli alieni.

Ma come outsider, Gray non era aggravato dalle consuete pressioni della vita accademica. Non doveva preoccuparsi del numero delle pubblicazioni, di istruire pratiche per i  finanziamenti o di comitati di revisione, ed era libero di perseguire ciò che egli vedeva come il quesito più importante di tutti: siamo soli nell’universo? Non voleva aspettare che i professionisti se ne occupassero, e prese la sua decisione: avrebbe cercato il segnale Wow!  da solo. (Terza immagine: il radiotelescopio da 25 meti dell’Oak Ridge Observatory. Credits: Harvard University e Oak Ridge Observatory)

Nella prima parte di:”The Elusive Wow!” Gray racconta la storia della caccia al segnale Wow! durata 22 anni. La sua prima idea era stata di costruirsi il radiotelescopio partendo da zero, e di puntarlo verso le coordinate celesti da dove il segnale aveva avuto origine. Questo non era cosi inverosimile come sembrava: Gray aveva una considerevole esperienza di elettronica, perchè aveva costruito radio da giovane. Calcolò che una parabola relativamente piccola sarebbe stata abbastanza sensibile da rivelare un segnale forte come quello ricevuto dal Big Ear, che comunque nessun altro stava cercando. Se c’era un segnale regolare proveniente dalla posizione del Wow!, pensava Gray, avrebbe potuto captarlo.

La costruzione del radiotelescopio si rivelò molto più impegnativa di quanto Gray si aspettasse. A un raduno di radioamatori trovò una parabola di quasi 6 metri di diametro appartenuta a una torre per telecomunicazioni e una montatura orientabile proveniente da un impianto radar della seconda guerra mondiale. Trasportò i carichi ingombranti durante la notte per evitare la polizia, e poi fece rotolare il disco fino alla sua casa a Chicago. Provò a costruire un ricevitore e uno spettrometro da solo, ma alla fine ricevette in dono delle apparecchiature moderne da società private e da laboratori universitari. A partire dal 1983 e per i seguenti 15 anni, il piccolo radio osservatorio di Gray operò regolarmente, e alcune volte in modo continuo per mesi. Fece tutto quello che era possibile chiedergli, ma non trovò traccia dell’elusivo Wow!.
Nel 1987 Gray prese una pausa dalla sua ricerca e andò all’Osservatorio di Oak Ridge vicino alla città di Harvard nel Massachusetts. Era lì che il fisico Paul Horowitz conduceva una ricerca SETI per conto della Planetary Society, denominata META (analisi di un milione di canali extraterrestri), utilizzando il radiotelescopio Harvard Smithsonian da 25 metri. Horowitz gli concesse il controllo degli stumenti per un tempo concordato. Gray si mise al lavoro. La gigantesca parabola e gli avanzati controlli automatici consentivano a Gray di osservare con una sensibilità di gran lunga maggiore ed una durata molto più estesa rispetto alla strumentazione relativamente semplice che aveva a casa, ma un’altra volta la ricerca risultò vana.

Il passo seguente di Gray fu verso una delle grandi meraviglie del mondo della radioastronomia il Very Large Array nel deserto del New Mexico (VLA). (Quarta immagine: VLA. Credits: Google). Non si tratta di una unica parabola, ma di un insieme di 27 parabole, ciascuna di 25 metri di diametro e alta come un palazzo di dieci piani. Le enormi antenne non sono fisse, ma montate su binari, e possono essere disposte secondo differenti configurazioni, in base alle necessità dei ricercatori. Quando viene configurato nel modo più esteso, il VLA assume le caratteristiche un’unica mostruosa parabola con un diametro di circa 40 km. Per utilizzare questo strumento avveniristico, non bastava avere udienza presso un professore bendisposto come Paul Horowitz. La competizione per l’assegnazione del tempo di utilizzo del VLA era accanita, e l’unico modo per ottenerlo era attraverso gli opportuni canali ufficiali. Così Gray, con un po’ di aiuto da parte dei suoi amici dell’università, presentò un progetto e, con sua grande sorpresa, gli furono concesse quattro ore di osservazione nel settembre del 1995. A notte fonda si inoltrò nel deserto per raggiungere le grandi parabole che si volgevano verso la zona del segnale Wow!. Quando Gray tornò a casa e analizzò i risultati, gli sembrò che ci fossero davvero alcune radiosorgenti sconosciute molto vicine a dove il Wow! aveva avuto origine, ma non era chiaro se fossero o meno ”naturali”. La differenza sta nel fatto che le sorgenti naturali sono distribuite su di una ampia banda di frequenze, mentre, per quanto ne sappiamo, solo i segnali artificiali sono rigorosamente a banda stretta. Per verificare questo, Gray ritornò nel New Mexico, per altre quattro ore di osservazione nel maggio del 1996, cercando nella stessa zona del cielo, ma a una frequenza più alta. Le radiosorgenti che aveva trovato erano ancora presenti. Questo significava che non erano limitate ad una banda stretta e perciò quasi certamente naturali. La caccia continuò.

L’ultimo tentativo importante di scovare il segnale Wow! Lo portò completamente dall’altra parte della pianeta, nell’isola di Tasmania a sud dell’Australia. La posizione era isolata, ma i vantaggi erano evidenti. La regione del cielo dalla quale il segnale proveniva si elevava sopra l’orizzonte nell’emisfero Nord solamente per quattro ore, Mentre dalla Tasmania poteva essere osservata per più di quattordici ore in modo continuo. Questo era particolarmente importante se, come Gray sospettava, il segnale era intermittente e poteva essere ricevuto solo  una volta ogni molte ore. Più a lungo si osservava in modo continuo, maggiori erano  le possibilità di ricevere un segnale intermittente. (Quinta immagine: Il Mount Pleasant Radio Observatory in Tasmania, Australia. Credits: University of Tasmania).

Il radiotelescopio del Mount Pleasant Observatory in Tasmania ha un diametro di 26 metri, simile come dimensioni alla parabola di Oak Ridge dove Paul Horowitz aveva diretto la ricerca META. Lo spettrometro della parabola riproduceva opportunamente i canali usati nella ricerca del Big Ear con una certa approssimazione, rendendo relativamente facile confrontare i due segnali. Per condurre la ricerca Gray collaborò con Simon Ellingsen, che stava portando avanti le sue ricerche a Mount Pleasant, ma era lieto di concedere del tempo di osservazione per la ricerca del Wow!. Nell’ottobre del 1998 e nel marzo del 1999 Ellingsen puntò la grande parabola nella direzione dalla quale il segnale Wow! era arrivato due decadi prima. Quando analizzarono i dati sembrò che ci potesse essere qualcosa come un segnale non proprio identico all’originale, ma ancora relativamente intenso e insolito, proveniente da una zona molto vicina. E così, nel novembre del 2005, Ellingsen tentò un’altra volta, osservando il punto esatto per altre sette ore. Trovò molte più interferenze rispetto a sei anni prima, ma nessuna traccia del segnale Wow!

Il libro ”The Elusive Wow!” racconta con nitidezza e humor la storia della ricerca del segnale Wow! durata un quarto di secolo. Aneddoti personali sono intrecciati con chiare spiegazioni sulle caratteristiche delle diverse ricerche e sul funzionamento dei ricevitori a basso rumore e degli analizzatori di spettro. Gray è un maestro nello spiegare il lato tecnico della ricerca in un modo che sia accessibile ai non specialisti ed appassionante per i cultori del SETI. Il talento per la divulgazione è evidente anche nella seconda parte del libro, che fornisce una più ampia panoramica sul SETI, la sua storia, e le sue prospettive di successo. Qui Gray fornisce una meticolosa indagine su cosa gli scienziati conoscono attualmente sulle origini della vita e l’alta probabilità che la vita esista su altri mondi.

La presenza nell’universo di esseri intelligenti e dotati di tecnologia (il solo tipo di alieni che possiamo sperare di scoprire con il SETI) è più incerta, perchè sulla Terra tali esseri si sono sviluppati una sola volta e hanno impiegato miliardi di anni nel tentativo. Ma perfino su questo Gray è ottimista, e dimostra con argomenti convincenti che fra miliardi di stelle e pianeti che popolano la nostra galassia ci dovrebbero essere molte civiltà tecnologiche capaci di comunicare con noi. Gray non ha rintracciato il segnale Wow!, ma nemmeno si è arreso e, sebbene qualcuno consideri forzata l’idea che il segnale sia originato da extraterrestri, fa notare che nessuno ha finora fornito una spiegazione migliore. E così, nonostante la sua elusività, egli considera tuttora il Wow! essere: ”uno strattone piuttosto forte al filo da pesca cosmico”, un traccia di cosa ci potrebbe essere là fuori. Il 15 agosto 1977 , un segnale che quasi certamente proveniva dalle stelle fu ricevuto distintamente dal radiotelescopio Big Ear. Era davvero un messaggio proveniente da esseri extraterrestri, un faro solitario di una civiltà avanzata distante anni-luce?
Il solo modo per scoprirlo e’ di continuare la ricerca.

Traduzione di Pierfelice Gabrielli

Titolo originale: One Man’s Quest for SETI’s Most Promising Signal
a cura di Amir Alexander
Recensione del volume di Robert H. Gray, The Elusive Wow!: Searching for Extraterrestrial Intelligence (Chicago: Palmer Square Press, 2011).
pubblicata il 27 gennaio 2012
da The Planetary Society Blog, diretto da Emily Lakdawalla

26 febbraio 2012 Posted by | Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , | 2 commenti

Anche i Klingoniani hanno un’anima

Durante il “100yss Symposium” di Orlando in Florida, in cui sono state poste le basi del nuovo movimento per il volo interstellare, hanno avuto luogo un gran numero di  interventi, una buona metà dei quali riguardava la propulsione. Di questi  abbiamo parlato in un articolo precedente, mentre su altri siamo in grado di dare notizie solo ora.  Uno di quelli che ha fatto più scalpore, sopratutto per il modo pittoresco in cui è stato proposto, è l’intervento dell’esoteologo tedesco dott. Christian Weidemann, intitolato: “Gesù è morto anche per i Klingoniani?”, che, in estrema sintesi, propone  un interrogativo teologico riguardo all’efficacia del sacrificio di Cristo nei confronti di razze senzienti di altri pianeti, nello specifico dei Klingoniani, divenuti attraverso la saga di Star Trek il simbolo di ogni possibile alieno. Qui di seguito, Sergio Valzania e Christian Weidemann sottopongono ai lettori le loro analisi. Le parole dell’astrofisico gesuita Guy Consolmagno chiudono il caso.(RF)

ANIMA KLINGONIANA di Sergio Valzania

Penso che la questione vada innanzi tutto formulata in modo corretto, ossia collegandola non solo al momento storico del sacrificio, evento privilegiato dalla tradizione ortodossa che vede nella Pasqua la maggior ricorrenza liturgica dell’anno,  ma anche alla nascita di Cristo e al mistero dell’incarnazione, secondo il sentimento cattolico che individua nel Natale la grande festa fondativa del mondo,  nella celebrazione della quale la memoria della creazione e quella della salvezza si congiungono. Proprio nella messa di Natale viene letto l’incipit del vangelo di san Giovanni, dove il Cristo è presentato con le parole:
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.” (Gv 1,2-3)
Il brano evangelico sarebbe di per sé sufficiente a chiarire la questione. Il creato viene all’esistenza per mezzo del Cristo, senza la cui mediazione attiva non è stato fatto niente di ciò che esiste. Qualunque cosa faccia parte del creato è a Lui collegata e vive attraverso di Lui. Il testo non lascia dubbi di sorta.
Quanto all’evento dell’incarnazione storica avvenuta a Betlemme e congiunta in modo misterioso all’incarnazione precedente al tempo e alla storia, che ha prodotto la creazione, sono opportune alcune riflessioni, comunque rispettose della dimensione divina del sacrificio di Cristo. E’ necessario  ricordare che ci troviamo nell’ambito del mistero rivelato, ossia offerto come dono alla contemplazione dei credenti, per aiutarne la crescita spirituale. Il mistero infatti si contempla, non si scioglie, dato che la sua complessità è superiore alle possibilità dell’intelligenza umana. Non si tratta di un indovinello.
Le tre obbiezioni che sono state portate al fatto che Gesù Cristo abbia salvato anche i Klingoniani, per mantenere la forma pittoresca nella quale la questione è stata posta,  sono le seguenti:

  1. La Terra è solo un piccolo e insignificante pianeta ai margini di una sperduta galassia minore: perché mai il Cristo avrebbe dovuto nascere proprio qui?

  2. I Klingoniani non hanno avuto modo di incontrare Gesù, né di avere notizie della sua predicazione prima dell’incontro con gli uomini;

  3. I Klingoniani non sanno cos’è il peccato e quindi non possono essere riscattati da esso.

Le risposte a tali obbiezioni sono molto semplici e immediate.
Cristo ha deciso di nascere in una stalla, in un paesino di una provincia marginale dell’impero romano. La collocazione galattica è omogenea a quella scelta sulla Terra. Semmai la perifericità del nostro pianeta vale di conferma al fatto che Cristo vi sia nato. Se non lo avesse fatto qui sarebbe stato in un posto simile.
“Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore.” (Is 45,15)
La seconda obbiezione non è esclusiva dei Klingoniani. Molti uomini e molte donne sono nati e vissuti prima dell’avvento storico di Cristo e molti altri non hanno avuto notizia della predicazione evangelica anche se al momento della loro nascita essa era già avvenuta. Questo non significa che Cristo non abbia salvato anche loro. Egli è venuto per tutti gli uomini e le donne e gli esseri senzienti di tutti i tempi. Egli prima crea e poi salva l’universo, Klingoniani e alieni compresi. Il concetto di umanità coincide con quello di creazione. L’atto divino non conosce limiti né di spazio né di tempo. Altrimenti perderebbe il suo carattere di assoluto.
Riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere.” (Qo 3,14)
L’ultima obbiezione, relativa al peccato, ha un sapore protestante. La riflessione di Lutero e Calvino, a seguito di quella agostiniana, ha approfondito questo genere di argomenti. Innanzi tutto va ricordato che è il senso etico e non l’intelligenza a rendere senzienti le creature. Un uomo e una donna sono esseri senzienti perché sanno distinguere il bene dal male; altrimenti sarebbero senzienti anche i computer. Tornando al tema della salvezza, bisogna ricordare che Gesù salva dalla morte, non dal peccato. Il dono che egli reca è la vita eterna, attraverso di Lui siamo liberati dalla morte, fisica e spirituale. Lui è la via, la verità è la vita che ci conducono e uniscono al Padre. Che ama e accoglie noi uomini e donne come i klingoniani e le klingoniane.
“Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).

CONTRO IL GEOCENTRISMO TRADIZIONALISTA,  di Christian Weidemann

Prima di tutto permettetemi di chiarire un possibile malinteso. Io non sto affermando che gli autori convinti che un evento storico sulla Terra abbia salvato l’intero cosmo abitato siano per questo colpevoli di una sorta di arroganza antropocentrica o di “sciovinismo intergalattico” – anzi il contrario. Si consideri, per esempio, l’umile retorica con cui il teologo e sostenitore del geocentrismo soteriologico (la disciplina che pone la Terra al centro del progetto divino di salvezza cosmica) del XIX secolo Joseph Pohle conclude il suo libro sull’argomento:
“Dio è sceso sulla Terra, anche se, da un punto di vista cosmico, è uno dei più insignificanti e miseri corpi celesti. E’ in questo che risiede il vero carattere divino del suo atto salvifico: Dio non sceglie il grande e il potente, ma si prende cura del debole e del piccolo con sguardo amorevole. Non in un palazzo reale è nato il verbo incarnato, ma in una mangiatoia; non sullo splendido pianeta di un qualche bel sistema stellare binario Dio si è fatto uomo, ma su questo minuscolo granello di sabbia, la Terra.”
Il problema del geocentrismo soteriologico non è di natura morale ma riguarda i principi e il metodo della ricerca scientifica. Come il marchio tolemaico del geocentrismo, esso viola palesemente il Principio di Mediocrità (PM). Ecco una semplice applicazione di tale principio:
“Supponiamo che una donna si svegli in una stanza vuota e senza finestre in preda a un attacco di amnesia retrograda. Ha perso tutte le sue memorie personali, non ricorda nemmeno come si chiama la lingua che parla. Ma le sue conoscenze demogeografiche sono invece rimaste intatte. Per avere un qualche punto di partenza comincia quindi a chiedersi di che nazionalità potrebbe essere. E conclude che ha molte probabilità di essere cinese o indiana.”

Questa deduzione sembra perfettamente ragionevole, eppure qualcuno potrebbe obiettare: “Ma la signora non potrebbe essere del Liechtenstein?” Cerco che potrebbe, ma è piuttosto improbabile. Nella stessa linea, se Dio si è incarnato una sola volta, non dovremmo aspettarci senza una forte argomentazione di vivere sul “pianeta prescelto”. Si potrebbe obiettare, tuttavia, che l’influenza del (PM) che ci insegna a considerare media la nostra posizione, diminuisce all’aumentare delle informazioni che abbiamo sulla nostra effettiva condizione. Un osservatore dovrebbe ragionare come se fosse un  campione preso a caso tra tutti gli osservatori intelligenti che compongono la sua classe di riferimento, a meno che non abbia una prova inattaccabile del contrario. Se un giocatore del superenalotto non riesce a seguire l’estrazione dei numeri vincenti dovrebbe, fino a prova contraria, supporre che la propria posizione tra tutti quelli che come lui hanno giocato, è media, cioè che non ha vinto. Ma leggendo sul giornale che la sua combinazione è stata estratta, o telefonando agli organizzatori della lotteria o, finalmente controllando il suo conto in banca, potrebbe scoprire che, invece, la sua posizione è piuttosto particolare.

Allo stesso modo, esiste forse una prova che la Terra svolga un ruolo speciale nel progetto divino per la salvezza cosmica, cioè che Dio (o la seconda persona della Trinità) abbia scelto il nostro pianeta tra miliardi di candidati come palcoscenico della sua  incarnazione? Io credo di no.
Tanto per cominciare, la probabilità di trovarsi esattamente sul pianeta che Dio sceglie tra miliardi o trilioni di alternative per la sua unica incarnazione, è ancora più bassa di quella di riuscire a indovinare i numeri del superenalotto. Indubbiamente ci sono stati alcuni interessanti tentativi di addurre argomenti induttivi a favore della storicità della resurrezione di Gesù. Pur con i loro eventuali meriti, tali ragionamenti possono, nella migliore delle ipotesi, rendere verosimile che l’evento miracoloso (cioè naturalisticamente inspiegabile), si sia verificato 2000 anni fa nel Vicino Oriente. Però, tali ragionamenti non sono in grado di dimostrare, in linea di principio, che l’allora protagonista, Gesù di Nazaret, era, benché in tutto e per tutto umano, lui stesso Dio! La cristologia dell’incarnazione dei concili di Nicea e Calcedonia è stata il risultato di un posteriore processo di interpretazione e razionalizzazione teologica che, almeno a quanto ne so, non aveva mai tenuto conto del fatto che Dio probabilmente aveva miriadi di altri “mondi ugualmente dipendenti dalla sua protezione” (Th. Paine), mondi nei quali avrebbe potuto, in alternativa, incarnarsi.

Sicuramente la maggior parte dei cristiani non credono in Gesù come “figlio di Dio“ perché convinti a farlo da argomentazioni induttive o a priori. Che Gesù fosse Dio incarnato, che abbia sofferto e sia resuscitato dai morti, sembra loro semplicemente vero – senza tanti ragionamenti elaborati. Molti pensatori cristiani hanno provato a dimostrare che avere fede nelle parole di una presunta rivelazione o in un’esperienza religiosa può essere ragionevole anche senza avere a disposizione evidenze empiriche o argomentazioni filosofiche.
Potrebbero bastare due osservazioni: la prima, e più importante, è che ci sono seri dubbi sul fatto che un’incarnazione divina possa essere sperimentata in quanto tale o che possa essere l’oggetto di una rivelazione o di credenze propriamente fondamentali in quanto tale. Una cosa è sperimentare una presenza divina, o formarsi, leggendo le Scritture, la credenza fondamentale che Gesù è resuscitato dai morti; è tutt’altra cosa avere l’esperienza o la credenza fondamentale che un concetto così astratto come l’incarnazione divina è stato esemplificato in Gesù. Nessuno accetterebbe affermazioni quali: “Ho l’impressione che la teoria delle stringhe sia proprio sbagliata” o “il realismo metafisico mi sembra proprio vero” come giustificazioni sostenibili delle corrispondenti credenze scientifiche o filosofiche,
perlomeno se avanzate senza dare ulteriori argomentazioni.

Perché la Cristologia, che implica concetti altrettanto difficili e oscuri, dovrebbe essere diversa? Secondo, anche ammesso che, per impossibile, la fede in un’incarnazione divina potesse essere giustificata sulla base della sola esperienza religiosa, o della formazione culturale o della rivelazione, non otterrebbe per questo uno stato di incorreggibilità o infallibilità. Anche la mia credenza fondamentale (che si suppone più che evidente), che davanti a me c’è una scrivania, sarebbe sconfitta se scoprissi che mia moglie ha versato dell’LSD nel caffè che ho bevuto a colazione. I cristiani tradizionalisti accettano, almeno implicitamente, che le loro credenze religiose fondamentali siano soggette a correzione. Un buon esempio sono i casi di delirio religioso. Supponiamo che un cristiano affermi: “Sono assolutamente certo che Dio mi abbia detto di mettere una bomba nelle scuole degli infedeli.” E’ da sperare che, in una situazione del genere, ogni persona sana di mente, credente o atea che sia, considererebbe cosa buona e giusta allontanare il cristiano in oggetto dal suo credo religioso (se necessario in un centro di igiene mentale).

Partendo da questo assunto, non rimangono più possibilità per negare, a priori, che la credenza fondamentale o la presunta verità rivelata dell’incarnazione di Dio in Terra, potrebbe venire sconfitta dalla scoperta che l’ipotesi dell’esistenza di alieni intelligenti è vera. Ed esistono argomenti all’apparenza solidi per ritenere che sarebbe effettivamente sconfitta. (traduzione di Beatrice Parisi)

Fin qui  Christian Weidemann. Per completezza diamo ora notizia che Guy Consolmagno, ricercatore presso la Specola Vaticana, l’osservatorio della Santa Sede a Castelgandolfo, ha concesso un’intervista a Roberto Allegri, che è stata pubblicata sul sito Segnidalcielo.it. Alla domanda “Se gli alieni esistessero davvero, dovremmo considerarli nostri fratelli, anch’essi figli di Dio?” il religioso americano ha risposto: «Siamo tutti creature di Dio. Qualsiasi essere in grado di “consapevolezza” di sé e dell’esistenza degli altri, e che è libero di scegliere di amare gli altri o di rifiutarli, secondo san Tommaso d’Aquino avrebbe i tratti dell’animo umano, cioè fatto “a immagine e somiglianza di Dio”. Quindi, se gli extraterrestri avessero queste caratteristiche di “intelligenza” e di “libero arbitrio”, non solo sarebbero nostri fratelli ma condividerebbero con noi la stessa “immagine e somiglianza”.» (RF)

16 febbraio 2012 Posted by | Epistemologia, Volo Interstellare | , , , , , , | 3 commenti

   

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