Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Dall’ippogrifo ai dischi volanti

Pubblichiamo qui di seguito un intervento di Gianfranco De Turris sugli UFO. Fino a oggi non avevamo dedicato a questo problema nemmeno un grammo di inchiostro, e la faccenda sarebbe continuata sicuramente in questo modo, se Gianfranco non fosse intervenuto. Sarà pur strano che a tutti gli eventi UFO da trent’anni fa ad oggi non si sia riusciti a dare ancora una spiegazione ragionevole, e certo stupisce il fatto che tutti i governi inglesi di quel periodo, siano stati conservatori o laburisti, abbiano di fatto confermato la fiducia a un ufficio creato apposta per gli avvistamenti UFO nell’ambito del servizio segreto militare, nel segreto più assoluto. Ma gli UFOisti con le loro strampalate teorie hanno gettato un discredito feroce anche sul movimento culturale e scientifico che si occupa con serietà della ricerca dell’intelligenza extraterrestre. Ci sono voluti anni di lavoro, e qui davvero tonnellate di inchiostro, per ottenere che le opinioni del SETI oggi siano finalmente prese in seria considerazione dalla comunità scientifica e dai media, al pari di altre più ortodosse, come accade per esempio nel dibattito su KIC 8462852, uno dei casi astronomici di maggior rilievo del momento. L’apertura degli archivi  segreti americani e inglesi, purtroppo,  non porta chiarezza, ma anzi conferma che tutta la problematica inerente agli UFO rimarrà avvolta nella nebbia del dubbio e dell’incertezza. E questo non è certo un bene.(RF)

 

UFO dischi volanti ippogrifo incontro ravvicinato

Grazie al Freedom of Information Act, la legge sulla libertà di informazione dei Paesi anglosassoni, ed alla ostinazione di alcuni ufologi britannici, così come è già avvenuto negli Stati Uniti per i dossier conservati dalla CIA, così anche i National Archives di Londra hanno resi pubblici i 24 faldoni in cui sono conservati circa settemila verbali sugli “oggetti volanti non identificati” raccolti in trent’anni da un ufficio del servizio segreto militare, di cui sino ad ora non si conosceva nulla, il DI55. Il che vuol dire che da decenni il Ministero della Difesa inglese aveva un apposito dipartimento incaricato di seguire la questione di cui sino ad ora aveva negato l’esistenza. I verbali su carta velina e a quanto pare contaminati dall’amianto, sono stati scansionati su files e messi a disposizione “a rate”.

Due le considerazioni da fare. La prima è che le testimonianze di semplici cittadini e di militari (in genere aviatori) non si discostano da quelle sino ad oggi conosciute: gli UFO sono lunghi cilindri scuri, o oggetti lenticolari brillanti, o punti verdi fluorescenti, o fusi color arancione. Siamo nella norma, insomma. La seconda è che questi avvistamenti si sono verificati fino all’altro ieri, ma sui media praticamente nulla è trapelato: l’argomento non è più considerato giornalisticamente appetibile, oppure le autorità hanno pensato bene di non passare alla stampa le notizie? Sta di fatto, però, che tempo fa su tutti i quotidiani inglesi pubblicarono la notizia che un elicottero della polizia aveva avuto un “incontro ravvicinato” con un UFO che è stato anche fotografato, dimostra invece che l’interesse dei media permane….

E allora la risposta giusta è la seconda. Il particolare che, almeno in Gran Bretagna, sino a pochissimo tempo fa fosse un organismo dei servizi segreti militari a raccogliere le testimonianze ed a vagliarle, vuol dire che, nonostante le minimizzazioni ufficiali, la questione non è mai stata considerata una sciocchezza o una fantasia popolare.

Da qui una deduzione quasi ovvia: ancora non si sa dare una spiegazione esatta e definitiva del “fenomeno UFO” nel suo complesso. Nonostante siano state avanzate ponderose spiegazioni di tipo scientifico, sociologico, psicologico, culturale, ancora nessuno è perfettamente sicuro che gli UFO siano soltanto, ad esempio, un fenomeno naturale, una allucinazione singola o collettiva, un imbroglio in mala fede, un fraintendimento in buona fede, illusioni ottiche.

A quanto pare una spiegazione definitiva e complessiva ancora non esiste, nonostante le migliaia di libri e indagini compiute in tutto il mondo dal 1947, l’anno del primo avvistamento “ufficiale” di Kenneth Arnold (Monte Rainer, negli Stati Uniti) e della nascita giornalistica del neologismo flying saucer, ad oggi.

Sono veramente “oggetti” solidi o non lo sono? Sono un “mito moderno”, mandala tecnologici, come affermava Carl Gustav Jung, oppure no? Sono veicoli spaziali pilotati da extraterrestri o aerei sperimentali guidati da esseri umani? Sono tutti, ma veramente tutti, fenomeni naturali, rifrazioni, eclissi, nuvole, aurore boreali, meteoriti? Sono tutti, ma veramente tutti, modi ideati da persone qualsiasi per mettersi in mostra ed apparire sui giornali, intervistati e fotografati? Sono proiezioni inconsce del nostro immaginario collettivo influenzato dalla cultura scientifica, dalla letteratura di fantascienza? Sono apparizioni improvvise dovute a squarci del continuum spazio-temporale o dimensionale, insomma il multiverso ormai accettato da molti fisici? E’ il modo in cui oggi, nel secolo XX e XXI si mostra una “cultura” che secoli fa si manifestava invece sotto forma di dèmoni e dèi prima, e poi di fate e folletti, insomma il Piccolo Popolo del folklore? Ancora nessuno sa dare una risposta definitiva e convincente al fenomeno. Ma se il DI55 l’ha catalogato e studiato ci sarà pure un perché, no?

ippogrifo

Ovviamente la letteratura dell’immaginario se ne è occupata da sempre, da quando è nata. Anzi, di “extraterrestri”, degli abitanti degli altri mondi, come dimostra bene un saggio (Extraterrestri, Carocci, 2008) i filosofi ne hanno discettato sin dall’antica Grecia. Esseri alieni ce li hanno descritti spiriti illustri come Cyrano (Gli Stati e gli Imperi del Sole e della Luna, 1657-1662), Swift (I viaggi di Gulliver, 1726), Voltaire (Micronegas, 1752). Anche questi si muovevano nell’aria, magari su un pallone e su un’isola volante. Nulla di nuovo sotto il sole: a ogni società i suoi mezzi di trasporto: anche Astolfo andò sulla Luna con l’ippogrifo e non con un missile ed un modulo di atterraggio… Bisogna aspettare i brutti marziani della Guerra dei mondi di Wells (1898) per vedere giungere sulla Terra macchine simili, appunto, ai “dischi volanti”, per di più con intenzioni conquistatrici.

Che sia questo evidente adeguamento del fenomeno alla situazione e al punto di vista della nostra attuale civiltà (oggi tecnologica, ieri no) la vera risposta? quella che potrebbe essere onnicomprensiva?

GIANFRANCO de TURRIS

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29 marzo 2016 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, News | , , , | Lascia un commento

Dentro la Zona di Transito

ETZ Zona di Transito metodo del Transito esopianeta pianeta extra-solare ESA missione PLATO SETI firma biologica

Nell’immagine: Banda stretta – Questa immagine mostra la zona di transito, in cui gli osservatori distanti potevano vedere il passaggio della Terra davanti al Sole. Credito e copyright: Axel Quetz (MPIA) / Axel Mellinger, Central Michigan University.

Considerato quanto è efficiente per il rilevamento degli esopianeti il cosiddetto metodo del transito, possiamo ben immaginare che nuove, importanti scoperte siano previste per il futuro. Non passeranno molti anni prima che diventi effettivamente possibile l’analisi dei componenti dell’atmosfera di mondi molto più piccoli dei giganti gassosi che sono allo studio in questo momento, e ciò renderebbe possibile scoprire eventuali firme biologiche. Come ho già ipotizzato in queste pagine, potrebbe davvero succedere di scoprire la vita su un pianeta di una stella lontana prima che riusciamo a trovarla (se esiste) da qualche parte nel nostro Sistema Solare.

Stiamo osservando mondi attorno ad altri soli con qualcosa dello spirito con cui Carl Sagan e la squadra del Voyager, raggiunte mete più lontane, si guardava indietro e vedeva la Terra come “un pallido puntino azzurro”. È il paragone che René Heller e Ralph E. Pudritz tratteggiano nel loro recente documento a proposito della strategia del SETI. Tranne che qui stiamo parlando di osservatori extraterrestri che tengono d’occhio il nostro pianeta, supponendo che se noi possiamo effettuare questi studi utilizzando la tecnologia attuale, altrettanto potrebbero fare altre specie, certamente una dotata di strumenti più evoluti dei nostri.

 

Una sottile striscia di cielo

Consideriamo quindi quella che i ricercatori chiamano Zona di Transito della Terra (ETZ). È quella regione del cielo da cui un’altra civiltà sarebbe in grado di rilevare la Terra come un pianeta che sta transitando davanti al Sole. I dottori René Heller (del Max Planck Institute for Solar System Reseach di Göttingen – Germania) e Ralph Pudritz (MacMaster University, Ontario – Canada) analizzano questa piccola regione di spazio, una striscia attorno all’eclittica proiettata fuori sulla Galassia. L’intera ETZ ammonta a due millesimi della sfera celeste, che è precisamente il motivo per cui piace agli autori. Heller dice:

Il punto chiave di questa strategia è che confina l’area di ricerca in una parte molto piccola del cielo. Di conseguenza, potrebbe volerci meno della durata di una vita umana per stabilire se ci sono o meno astronomi extraterrestri che abbiano trovato la Terra. Potrebbero aver rilevato la sua atmosfera adatta alla vita e cominciato a cercare un contatto con chiunque la abiti.

Ciò che i ricercatori forniscono è lo sviluppo di idee che risalgono quanto meno agli anni ’80, e che vennero discusse in un documento del 1990 scritto dall’astronoma russa L.N. Filippova, la quale presentò una lista di stelle vicine e prossime all’eclittica che sarebbero state un buon bersaglio per SETI. Anche un poster del 2008, esposto presso l’American Astronomical Society e prodotto da Richard Conn Henry, Steve Kilston e Seth Shostak affrontò la questione nel suo abstract:

…. la miglior speranza di successo nel SETI è l’esplorazione della possibilità che esistano alcune civiltà estremamente antiche ma non dedite alla colonizzazione; civiltà che, eoni fa, rilevarono l’esistenza della Terra (ossigeno, e quindi vita), e della Luna (che contribuiva a stabilizzare la sua rotazione) nel corso del transito davanti al Sole (e quindi l’eclittica, che è stabile da milioni di anni). Civiltà che da allora proiettano quantità voluminose di informazioni nella nostra direzione, nella tenue speranza, ora realizzata, che sarebbe apparsa una civiltà tecnologica in grado di riceverle. Mantenere attiva una tale trasmissione mirata sarebbe estremamente economico per una civiltà avanzata.

Ma Heller e Pudritz non si limitano a comunicazioni intenzionali di questo tipo. Che si tratti di radiazione dispersa o segnali diretti, il loro intento è di presentare una descrizione rigorosa e geometrica della ETZ ad uso del SETI, organizzata in due database, uno comprendente almeno 100.000 stelle, mentre l’altro rappresenterebbe un piccolo sottogruppo di 82 stelle vicine alla nostra che possono essere utilizzate come primi bersagli. Gli autori fanno notare che la missione PLATO , che l’ESA prevede di lanciare nel 2024, userà il metodo del transito per trovare piccoli pianeti attorno a parecchie stelle brillanti, come quelle elencate nella lista Heller-Pudritz. PLATO potrebbe persino rilevare i transiti degli esopianeti i cui ipotetici abitanti sarebbero in grado di vedere la Terra transitare davanti al Sole. Aggiunge Heller:

Questo assetto un po’ pazzo offrirebbe sia a noi che a loro la possibilità di studiare il pianeta degli altri col metodo del transito.

In merito alle dimensioni dell’ETZ, il documento fa notare che il disco galattico ha una larghezza di circa 2000 anni luce nel punto dove si trova il Sole. Il lettore tenga a mente che il Sistema Solare è inclinato di circa 63°, il che ci dà una ETZ il cui percorso attraverso il disco galattico è di circa 3260 anni luce. Heller and Pudritz non considerano le nane rosse (classe M), ma puntano l’obiettivo verso le stelle di classe K e G nane (il sole è un astro di classe G2 – ndt). Il documento descrive la selezione delle 82 stelle ad alta priorità.

ETZ Zona di Transito metodo del Transito esopianeta pianeta extra-solare ESA missione PLATO SETI firma biologica

L’astrofisico René Heller

Grazie all’esclusione di tutte le stelle di classe F, A e B, siamo sicuri di prendere in considerazione solamente astri con una vita lunga abbastanza da poter ospitare pianeti abitabili per miliardi di anni. Un approccio più sofisticato farebbe uso dell’età delle stelle (se nota) per le rimanenti stelle di classe K e G, seguendo l’esempio di Turnbull e Tarter, poiché alcuni di questi bersagli potrebbero essere ancora molto giovani, con poco tempo a disposizione per l’emersione di specie intelligenti. Nonostante questo, la maggior parte di tali stelle dovrebbe essere di età simile al Sole, dato che si trova nelle sue vicinanze all’interno della Via Lattea. L’esclusione di giganti e subgiganti ci lascia infine con 45 stelle di classe K e 37 G nane.

Quello che vediamo nella ETZ è un modo di confinare la ricerca SETI in una regione ad alta priorità che si srotola come un nastro di 0,528° lungo l’eclittica, definendo quel luogo dove gli astronomi extraterrestri sarebbero in grado di vedere i transiti non radenti della Terra davanti al Sole. Heller e Pudritz stimano che il numero totale di stelle di classe K e G nane entro 326 anni luce (1 kiloparsec) all’interno della ETZ sia circa 100.000, con stime che indicano i pianeti di tipo terrestre nella zona di abitabilità delle rispettive stelle in un numero stimabile intorno a 10.000. I ricercatori SETI ottengono quindi un’area di ricerca fortemente circoscritta nella quale focalizzare la loro attenzione, mentre andiamo alla ricerca di qualche segno che gli abitanti dei pianeti che possiamo scoprire potrebbero a loro volta aver scoperto noi.

FONTI:

  • Il documento è: Heller, The Search for Extraterrestrial Intelligence in Earth’s Solar Transit Zone,  Astrobiology Vol. 16, No. 4 (2016). Preprint disponibile.

  • Si veda anche il notiziario edito dal Max Planck Institute for Solar System Research. Se siete interessati a scavare negli anni iniziali della storia del concetto di ETZ, fate riferimento al documento della Filippova menzionato sopra, dal titolo A List of Near Ecliptical Sun like Stars for the Zodiac SETI Program Astronomicheskii. Tsirkulyar 1544:37 (1990).

  • Si veda anche il documento del 1998 della Filippova con V. S. Strelnitskij, dal titolo Ecliptic as an Attractor for SETI Astronomicheskii Tsirkulyar 1531:31.

Titolo originale Into the Transit Zone di Paul Gilster – Pubblicato su Centauri Dreams il 9/3/16

Traduzione ROBERTO FLAIBANI
Editing DONATELLA LEVI

26 marzo 2016 Posted by | Astrofisica, Planetologia, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, Senza categoria, SETI | , , , , , , , | 2 commenti

SETI: sapere dove guardare

KIC8462852 ATA Gregory Dominik Jim Benford

Immagine: l’Allen Telescope Array, usato di recente per un tentativo SETI su KIC8462852.Credit:ATA.

Qual ‘è il posto migliore per andare a cercare in cielo un segnale SETI? Qui affronteremo  questa tematica SETI con particolare riferimento ad un nuovo articolo di René Heller e Ralph E. Pudritz, che sarà protagonista di un nostro post successivo, ma prima vorrei contestualizzare l’argomento. Con il tentativo SETI sulla stella KCI 8462852 abbiamo svolto una campagna di osservazione mirata utilizzando l’Allen Telescope Array (ATA) per vedere se i ricercatori potessero trovare qualche prova di attività insolita associata con quella stella. Come abbiamo visto dal recente lavoro di Jim e Dominic Benford (vedi Power Beaming Parameters & SETI re KIC 8462852), nella breve finestra di osservazione non è stata trovata alcuna evidenza di impulsi di microonde, nonostante la nostra attrezzatura sarebbe stata in grado di rilevarne diverse tipologie.

 L’anomala curva di luce nei dati di Kepler ha fatto di KIC 8462852 un target di alto profilo. Ciò che la ricerca ATA andava cercando era la radiazione ‘di dispersione’, collegata alle attività di una civiltà tecnologica ma non intesa deliberatamente alla comunicazione con altri. Il fatto che non abbiamo trovato nulla non dovrebbe farci arrivare a conclusioni affrettate. Se volessimo indagare a fondo KIC 8462852 sarebbe necessario uno studio più sistematico e su altre frequenze, e dovremmo avere le risorse per farlo a lungo termine.

E per quanto riguarda la questione delle radiazioni disperse? È interessante che si siano registrati segnali una tantum (il segnale Wow! è uno di questi) che potrebbero essere verosimilmente il risultato di un raggio che ci è passato accanto partendo da un sistema remoto. O, almeno, coerente con questo – ci sono i segnali pulsanti e intermittenti che sono stati rilevati, ad esempio, in una ricognizione del centro della Via Lattea svolta nel 1997 (citata più avanti). Abbiamo anche fonti come GCRT J1745-3009, una sorgente radio transitoria a forti impulsi che non corrisponde alle emissioni di stelle a brillamento, pulsar binarie o altro.

Una civiltà che comunica

Il progetto SETI è cominciato in modo sperimentale nel 1960 con il lavoro di Frank Drake a Green Bank, che monitorò le stelle vicine Tau Ceti ed Epsilon Eridani. L’intenzione era di andare alla ricerca di un segnale diretto, un ‘ciao’ proveniente da un altro sistema stellare, e per un breve, indimenticabile momento, Drake pensò di averne trovato uno (il segnale, ora sappiamo, era locale). Data la natura di un tale impulso diretto, questo sarebbe teoricamente un segnale molto più facile da individuare, poiché rimarrebbe fisso su di noi e sarebbe a livelli di potenza tali che, a differenza delle nostre trasmissioni radiofoniche e televisive, sarebbe in grado di sopravvivere al lungo viaggio interstellare.

Da allora la maggior parte delle campagne di ricerca SETI – ce ne sono state più di 100! – ha  guardato a sistemi vicini o in alcuni casi ad ammassi stellari. Tra il 1995 e il 2004 il Progetto Phoenix del SETI Institute ha lavorato in diversi siti e, secondo Heller e Pudritz (entrambi della McMaster University, Ontario) ha monitorato più di 800 stelle distanti fino a 240 anni luce. Abbiamo fatto ricerche mirate del centro della galassia, osservato con attenzione specifiche stelle come Gl 581 e, nel 2015, abbiamo cercato emissioni laser da più di mille oggetti di interesse di Kepler. E non dimentichiamo il progetto SETI@Home, che attinge ai dati di Arecibo.

Ancora una volta non abbiamo trovato segnali diretti o radiazioni disperse, a meno che alcuni dei segnali di cui abbiamo discusso sopra non siano esempi dell’uno o dell’altro – il cosiddetto segnale di Benford – ci passerebbe accanto come un segnale transitorio che non avremmo potuto identificare senza ulteriori osservazioni.

In termini puramente numerici, ci si aspetterebbe che i segnali di dispersione siano i più abbondanti, in quanto sarebbero generati da molte civiltà tecnologiche e non solo da quelle intente a comunicare con noi. In ogni caso, dove puntare lo sguardo appare chiaro, ed è più che logico rivolgersi verso le regioni del cielo con le più alte densità stellari. Se ETI è là fuori, ci si aspetterebbe di rilevare più attività di segnali laddove ci sono più mondi potenzialmente abitabili.

 

Green-Bank-WV-NRAO

Immagine: il più grande radiotelescopio al mondo completamente movimentabile, a Green Bank, Virginia Occidentale. Frank Drake ha fatto partire il SETI sulle osservazioni da Green Bank nel 1960. Credit: NRAO

Verso il centro della Galassia

Di qui la strategia di ricerca che guarda al centro della galassia prospettata da Gregory, Dominic e Jim Benford in un precedente scritto del 2010, Searching for Cost Optimized Interstellar Beacons, che prevede una ricerca nel piano del disco a spirale. Questo perché il 90% delle stelle della galassia si trova entro il 9% del cielo, nel piano e nel centro della galassia. Dall’analisi:

Qualsiasi forma di vita possa vivere in una zona più centrale rispetto alla nostra deve conoscere la simmetria base della spirale. Questo suggerisce che il corridoio naturale di comunicazione sia lungo il raggio della spirale a partire dal centro della galassia o verso di esso, una direzione semplice nota a tutti. (Seguire un raggio è meglio che puntare lungo un braccio a spirale, poiché il braccio curva allontanandosi dal qualsiasi possibilità di visione rettilinea. D’altro canto, lungo i bracci a spirale vicini a noi le stelle hanno approssimativamente l’età della nostra). Questo percorso massimizza il numero di stelle visibili nel raggio d’azione di un telescopio, soprattutto se si punta al cuore della galassia. Così, un faro posto vicino al centro dovrebbe almeno trasmettere verso l’esterno in entrambe le direzioni, mentre le civiltà più periferiche possono risparmiare la metà dei loro costi non trasmettendo verso l’esterno, dove vi sono molte meno probabilità della presenza di società avanzate.

Ma non è ancora tutto, anzi questo è solo l’inizio. Nel 2004 Robert A. Rohde & Richard A. Muller (UC Berkeley) hanno suggerito che la vita marina sulla Terra seguirebbe un ciclo di 62 milioni di anni, un’idea successivamente sviluppata dagli scienziati secondo la quale il movimento del nostro Sole in verticale al di sopra e al di sotto del piano galattico (un’oscillazione di 62 milioni di anni) farebbe sì che il bow shock (onda d’urto) della galassia produrrebbe un flusso supplementare di raggi cosmici quando il Sole raggiunge la sua posizione più estrema a nord del piano galattico. Questo maggiore flusso potrebbe danneggiare la biosfera, e farebbe presumibilmente altrettanto per qualsiasi mondo abitato.

Potremmo, dunque, avere un piano vicino al centro del disco galattico, forse 500 anni luce in profondità, all’interno del quale ci sono maggiori probabilità di trovare vita intelligente. È interessante notare che le fonti transitorie di maggiore potenza riportate da Carl Sagan e Paul Horowitz in un articolo del 1993 si trovano vicine al piano galattico, e l’idea di una oscillazione verticale di circa 500 anni luce entro la quale la vita intelligente è più probabile ci dà un altro modo di concentrare la nostra ricerca su obiettivi possibili.

 

KIC8462852 ATA Gregory Domink Jim Benford

Immagine: La Via Lattea, stelle e polveri, con le regioni più probabili del cielo in cui cercare segnali SETI. Credit e Copyright: Serge Brunier.

Titolo originale – SETI: Knowing Where to Look  – di Paul Gilster, pubblicato su Centauri Dreams il 8/3/16.

Fonti:

  • Benford G., J., D.: Searching for Cost Optimized Interstellar Beacons Astrobiology 10 (2010), 491-498 (abstract / preprint).

  • L’articolo del 1997 a cui si accenna sopra a proposito  dei segnali transitori è di Sullivan et al.: A Galactic Center Search For Extraterrestrial Intelligent Signals –  Astronomical and Biochemical Origins and the Search for Life in the Universe, IAU Colloquium 161, Publisher: Bologna, Italy, p. 65

Traduzione di DONATELLA LEVI

Editing di ROBERTO FLAIBANI 

24 marzo 2016 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Fisica, Planetologia, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , | Lascia un commento

Il Tevere è Radioattivo?!

Capita qualche volta ai blogger fortunati come me, di imbattersi in quel tipo di continua rielaborazione mentale di un’idea che un John Coltrane e un McCoy Tyner fanno con un tema musicale. E’, né più né meno, ciò che Mongai fa con gli stilemi della fantascienza. Insomma quello che segue mi sembra l’ennesimo mattone del Mongai-pensiero, la costruzione bizzarra e un po’ sbilenca, e forse per questo così divertente, che l’autore sta sviluppando da tutta una vita, eppure da me ha avuto un unico contributo: il nome. Di questo, però, meno gran vanto. (RF).

città volante magnetismo fantascienza

Essere morsi da un ragno radioattivo può trasformare un essere umano in un uomo-ragno dotato di superpoteri? Sì, è successo a Peter Parker. Una simile ipotesi è fanta-scientifica, ossia almeno in parte “scientifica”? Sì. Ni.  E cadere nel Tevere e imbattersi in un bidone di sostanze radioattive? E
diventare un supereroe a Tor Bella Monaca? E’ o non è un film di fantascienza? Nel senso della parte “anche” scientifica? Secondo Massimo Mongai sì.

Diciamo che è uno stilema classico della fantascienza, come le storie di animali ingigantiti dalle radiazioni dei film e dei fumetti anni ’50, o i superpoteri di Superman che verrebbero dal fatto che lui è un umano nato su un pianeta con una forza di gravità superiore a quella della Terra sulla quale salta e poi vola, e si trova sotto un sole giallo che diversamente da quello rosso in cui è nato gli dà gli altri superpoteri. Si tratta di ipotesi “scientifiche” a dir poco molto ingenue, risalenti a decenni fa e molto datate, che oggi non verrebbero usate. Non a caso sono idee “vecchie”, e che risalgono, in particolare Superman, al periodo della grande esplosione della pulp-fiction, ossia agli anni 20/30 quando non a caso nasce il periodo dell’Epoca d’Oro della fantascienza.

Eppure c’è chi lo ha fatto anche recentemente anche in Italia ed è un regista di tutto rispetto, Gabriele Salvatores con Il Ragazzo Invisibile, nel 2015. E’ vero, il gruppo a cui apparteneva il protagonista era un gruppo di mutanti, che a loro volta erano la conseguenza di un qualche esperimento nucleare.
Ed ora è in sala un altro film fantascientifico di questo tipo, Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, nel quale tutto parte dalla casuale immersione del protagonista in un punto del Tevere in cui sono “nascosti” dei fusti contenenti rifiuti radioattivi, un misterioso materiale non chiaramente determinato né nelle qualità, né nella provenienza: lui ne rompe uno, la materia esce e lui ne viene completamente avvolto, la inghiotte, insomma fa una vera full immersion nella radioattività. Donde superforza, super resistenza, capacità di autorigenerazione.

Il film è bellissimo! O almeno godibilissimo, coraggioso, divertente e sta avendo un discreto successo basato sul passa parola eccetera. Il consiglio è di andare a vederlo.

superpoteri invisibilità fantascienza gabriele salvatores

Però la domanda più interessante che ci si può porre è quella relativa alla plausibilità reale dei presupposti scientifici della storia. Di questa come di tante altre le storie di fantascienza.
Il grande Philip Jose Farmer ha detto che un romanzo di fantascienza deve rispettare le conoscenze scientifiche del momento storico in cui l’autore scrive e se questo elemento è rispettato il racconto resta “di fantascienza” anche se a distanza di anni quei presupposti scientifici sono stati smentiti. Ad esempio il ciclo di John Carter di Marte di E.R.Burroughs, descrive un pianeta con atmosfera, acqua, foreste, una temperatura medio alta, tutte cose che oggi noi sappiamo per certo non esser vere, ma all’epoca di Burrgoughs non si sapeva. Oddio, forse chiedendo meglio a qualche scienziato/astronomo più aggiornato, forse, chissà qualcosa si sarebbe potuto sapere.

La”chimica” sulla base della quale Frankenstein crea la sua “creatura” assomiglia un po’ all’ alchimia, ma di sicuro non c’entra la magia, anzi in ballo c’è dichiaratamente solo la scienza. E così via: Jekill diventa Hyde per l’uso di sostanze chimiche non di un filtro magico, Gulliver sale su una isola volante, Laputa, che si muove e vola perché ha una serie di calamite che lo permettono, e questa è l’origine della FS.

Ora, quella della plausibilità scientifica di un racconto fanta-scientifico non è questione da poco. Anzi. La fantascienza è un genere potente in cui fantasia e creatività dell’autore possono scatenarsi letteralmente attraverso non solo tutto l’Universo ma anche i molti altri Universi possibili teoricamente, ipotizzati da molti scienziati; non solo spaziare nel futuro, ma anche in un futuro così remoto da non essere concepibile o alla fine del tempo o all’inizio del tempo o anche prima, perché no?

Sempre rispettando i “limiti” della scienza, o almeno non facendo affermazioni o ipotesi esplicitamente contrarie alle leggi scientifiche. Da parte di molti autori si tende a contaminare le storie con elementi che di scientifico hanno poco, se non addirittura nulla, se non, orrore, proprio misitico-magici. Sono contaminazioni che non hanno di solito un gran futuro, perché gli appassionati di FS sono estremamente esigenti e pignoli.

jeeg supereroismo fantascienza cinema film

Ma alla fin fine, forse, quello che conta non è il risultato? Non lo so. Onestamente non lo so.

Ad esempio l’idea di uno che cade nel “biondo” Tevere e si imbatte in scorie radioattive può accadere, considerando che lo smaltimento dei rifiuti pericolosi è ormai sempre più spesso in mani illegali e criminali che disseminato rifiuti letali ovunque sul territorio, perché non nel Tevere? E però che le radiazioni possano dare dei superpoteri è come ho detto idea vecchia, la cui fanta-scientificità forse non è più accettabile.

E però dico “forse”, perché il film mi è molto piaciuto. E questo è accaduto perché l’idea è stata ben sviluppata, in una storia che ha anche molti altri elementi: i manga, la cultura pop di fumetti e cartoni animati, la commedia, il thriller, il film sulle mafie cattive, c’è di tutto, Forse anche un po’ troppo.
Diciamo che quell’idea è un tipico stilema della FS e dicesi stilema:

“…Unità corrispondente a una scelta stilistica nel campo lessicale (egregio di fronte a chiarissimo in un indirizzo), sintattico (Dante nasceva nel 1265 di fronte a nacque), morfologico (gli disse di fronte a disse a lui), estens. Movenza stilistica, procedimento stilistico di un autore, di una scuola, di un periodo.”

C’è da aggiungere poi che una delle caratteristiche più tipiche e forti della fantascienza e ben rappresentata dalla domanda posta da Isaac Asimov ed altri: what if, tradotta di solito con l’espressione che cosa potrebbe accadere se….E segue una ipotesi “fantascientifca” e segue anche una storia. Di solito se l’autore è bravo il risultato è estremamente gradevole. Certo, se vi piace la fantascienza. C’è a chi non piace. Perché occorre attuare anche una forte sospensione dell’incredulità. Non tutti vogliono o ne sono capaci, e questo è il motivo per cui la FS è ansiogena ed antipatica. Ne volete una ulteriore prova? Presto detto.

Il film sta avendo un notevole successo al botteghino, fin dal primo week-end, prova del fatto che il film piace e che funzionano sia il trailer, sia l’immediato tam-tam. E’ sorprendente tuttavia constatare che quasi nessuno usa il termine “fantascienza” per definire il film. In una intervista a Radio24 lo stesso regista lo ha definito un film supereroistico, ossia relativo ai supereroi, come se questi fossero qualcosa di altro rispetto alla Fantascienza. Ed il termine in questione, “supereroistico” o “superomistico”, è usatissimo in quasi tutti gli articoli e le segnalazioni del film, tutte positive, si badi bene.

Il film piace ed ha critiche positive a patto di non definirlo come un film di fantascienza. E la questione è antica! Il termine FS indica molte cose ma spesso cose non positive, le frasi tipiche sono “ma questa è roba da fantascienza” oppure “questa non è mica fantascienza” in relazione alla presentazione di progressi scientifici o tecnologici ed altre espressioni relative ad altri elementi culturali. Il regista stesso ha dichiarato di aver tentato per 5 anni di trovare soldi e di averceli messi poi di tasca sua, almeno in gran parte, perché appunto non trovava finanziamenti (film peraltro di basso budget, pare, circa 1,7 milioni di euro che per un film italiano in assoluto è poco, per un film di Fs è niente). La FS è un genere ambito dal pubblico ma immensamente screditato in Italia da parte da chi ci dovrebbe investire.

dr-jekyll-and-mr-hyde doppiapersonalità cinema superpoteri vintageCi sono continuamente film di FS americani in sala, una media di 3 o 4 film al mese, più gli altri che poi arrivano direttamente in televisione, parliamo di 40/50 film l’anno, il pubblico li va a vedere ed è un pubblico intergenerazionale e intersessuale, come dire, tutti: uomini e donne, giovani e vecchi, il grande pubblico. Ma i produttori italiani ignorano il genere e perfino l’autore di un film di successo come questo, a successo ormai acclarato, non usa il termine fantascienza! Da sempre sostengo che questo è il principale segno di minorità culturale della FS, ed è tutto nella testa di chi se ne occupa, gli autori per primi.

MASSIMO MONGAI

9 marzo 2016 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , , | Lascia un commento

   

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