Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Ci siamo quasi…

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A breve sarà on-line il nuovo blog: “IL TREDICESIMO CAVALIERE 2.0“, che si propone di stupire i fedelissimi e di coinvolgere sempre più appassionati ed esperti di scienze delle spazio e fantascienza.    

Il Team di autori e  in particolar modo il responsabile supremo, sua eccellenza Roberto Flaibani, stanno lavorando a ritmi serratissimi  con l’intento di creare un ambiente accogliente, che riesca a coinvolgere e a nutrire la sete di conoscenza verso ciò che ci circonda. 

Completamente rinnovato in grafica e funzionalità, ma sulla consolidata  linea guida del suo predecessore, Il Tredicesimo Cavaliere 2.0 vi invita a lasciare commenti, idee e suggerimenti al fine di prepararsi al meglio al suo lancio.

 

31 maggio 2016 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Astrofisica, Astronautica, by G. de Turris, Carnevale della Chimica, Carnevale della Fisica, Carnevale della Matematica, Ciberspazio, Cinema e TV, Difesa Planetaria, Epistemologia, Fantascienza, Giochi, Letteratura e Fumetti, missione FOCAL, News, NON Carnevale della Fisica, Planetologia, Radioastronomia, Referendum Prima Direttiva, Scienze dello Spazio, Senza categoria, SETI, Volo Interstellare | Lascia un commento

Quando nacque la Fantascienza italiana

 

sputnik 1 Oltre il Cielo I segreti dell'astronave

Lo Sputnik 1

 

Il 4 ottobre 1957 l’Unione Sovietica lanciò a sorpresa il primo satellite artificiale della Terra, lo Sputnik I, il 31 gennaio 1958 gli Stati Uniti lanciarono il loro primo satellite, l’Explorer I: un lento recupero che portò pian piano alla prevalenza americana nella “corsa allo spazio” con lo sbarco sulla Luna appena undici anni dopo. nel 1969. Era cominciata quella che retoricamente venne chiamata l’Era spaziale (non fu così con buona pace di “2001 Odissea nello Spazio” di Kubrick e Clarke), ma era contemporaneamente nata la fantascienza italiana. Sì, perché proprio intorno alle date del lancio dei due satelliti era uscita e si era sviluppata una rivista che ormai a buon diritto si può considerare la “madre” della science fiction made in Italy.
Il 15 settembre 1957(data di copertina) era apparso nelle edicole un quindicinale dal formato insolito e dal titolo ancora più insolito: Oltre il Cielo lo aveva fondato Armando Silvestri (1909-1990), ingegnere, giornalista aeronautico di vaglia laureato giovanissimo al Politecnico di Milano, redattore di riviste di questo genere fra le due guerre, direttore della rivista Ali Nuove che pochi anni prima aveva assorbito un altro periodico, Cielo, di cui la nuova rivista riprendeva il nome e lo lanciava al di là dell’aeronautica: verso l’astronautica allora nascente (lo Sputnik, come si vede dalle date, non era stato ancora lanciato) e la fantascienza. Condirigeva la rivista Cesare Falessi (1930-2007), allora giovanissimo, ma poi valente giornalista, tra i fondatori e poi anche presidente dell’UGAI, Unione Giornalisti Aeronautici (poi Aerospaziali) Italiani, divulgatore scientifico, storico militare.

sputnik 1 Oltre il Cielo I segreti dell'astronave

Oltre il Cielo

La Fantascienza aveva ufficialmente visto la luce in Italia appena cinque anni prima con Scienza Fantastica (aprile 1952) e Urania (ottobre 1952), ma ormai dopo qualche tentativo iniziale pubblicava soltanto scrittori stranieri ignorando gli italiani, una inversione di tendenza rispetto alla narrativa popolare fra le due guerre che invece aveva privilegiato la narrativa nazionale. Silvestri e Falessi, che scrissero anch’essi di Fantascienza, il primo negli anni Venti e Trenta sul Giornale Illustrato dei viaggi, e il secondo appunto su Oltre il Cielo sin dal n.1 con vari pseudonimi (sono stati tutti riuniti in una antologia edita dalla casa editrice Elara di Bologna col titolo I segreti dell’astronave, a mia cura) vedevano la questione in maniera diversa: in primo luogo intesero la fantascienza come un modo di avvicinare i giovani di quell’epoca (noi e tanti altri con noi) all’idea della “conquista dello spazio”, dell’uscita dai limiti terrestri, dell’ampliamento del punto di vista antropocentrico, un mezzo per far diventare “popolare” l’astronautica; in secondo luogo diedero man mano sempre più pagine agli autori italiani che in seguito furono gli unici ad essere pubblicati. Inoltre, dopo una iniziale “ortodossia” spaziale e astronautica, gli orizzonti della fantascienza pubblicata dalla rivista romana andarono sempre più ampliandosi.
Sulle pagine di Oltre il Cielo per i dieci anni in cui visse e i 155 fascicoli che pubblicò sino all’inizio degli anni Settanta, esordirono o si consolidarono le firme della prima e seconda generazione di tutti i più importanti scrittori di fantascienza italiana: Vincenzo Croce, Sandro Sandrelli, Ivo Prandin, Gianni Vicario, Renato Pestriniero, Lino Aldani, Massimo Lo Jacono; e poi Piero Prosperi, Ugo Malaguti. G.L.Staffilano, Antonio Bellomi, Vittorio Curtoni, Tiberio Guerrini, Alcide Montanari. Alcuni di questi presero poi altre vie, diversi interruppero la loro attività fantascientifica, parecchi l’hanno continuata con ottimi risultati come critici, direttori di collane e riviste. Sta di fatto che Oltre il Cielo capì le loro qualità, credette nella loro narrativa, aprì loro le pagine, fu palestra e trampolino di lancio per l’allora giovane Fantascienza autoctona. Che difese a spada tratta quando, nella seconda metà degli anni Sessanta si sviluppò una polemica proprio nei suoi confronti, fra chi prediligeva quella angloamericana per cui ogni romanzo o racconto straniero era in assoluto un capolavoro, e coloro che difendevano le qualità di quella nazionale.
I Segreti dell'AstronavePer inciso una scrittrice italiana oggi scomparsa e rapidamente dimenticata come spesso succede, Luce D’Eramo, in un suo complesso romanzo di extraterrestri in incognito sulla Terra (Ritorneranno, Mondadori, 1986) che meriterebbe una ristampa, racconta fra le righe la storia di Oltre il Cielo e degli uomini che la realizzarono: infatti, era la figlia di Publio Mangione, uno degli editori di Cielo, oltre che bravissimo disegnatore. Ma del particolare nessuno si accorse, eccetto forse il sottoscritto che lo segnalò in una lunga recensione ricevendone conferma dall’autrice…
Il problema all’epoca era che la nostra narrativa fantascientifica non sembrava esistere dato che le grandi collane specializzate in edicola (da Urania Mondadori, a Cosmo Ponzoni soprattutto, ma anche la miriade di testate che si svilupparono soprattutto in seguito negli anni Settanta e oggi del tutto scomparse), se pubblicavano opere italiane obbligavano i loro autori a utilizzare pseudonimi inglesi e francesi. Anche qui lentamente, troppo lentamente, le cose sono mutate: prima con la collana Cosmo Nord che cominciò a ospitare romanzi a firma italiana negli anni Ottanta, e poi con il Premio Urania che con la sua prima edizione del 1990 ha permesso di inserire nella collana mondadoriana le opere vincitrici del concorso. Era una questione di abitudine: i lettori rifiutavano le opere di italiani solo perché non abituati a leggerle (a parte una critica aprioristicamente precevuta).

Oggi, anche con una nuova generazione di appassionati, le cose sono totalmente cambiate: lettori e critici non hanno obiezioni di principio, anche se la crisi editoriale sta penalizzando la narrativa che adesso si definisce “di genere”, Peraltro da un bel pezzo romanzi di questo tipo (anche se soprattutto fantastici e dell’orrore più che di science fiction) sono presenti in collane generaliste senza una particolare etichettatura. Però escono e sono firmati anche da autori considerati mainstream che magari si rifiutano di definire le loro opere come “fantascienza”, però nella sostanza la scrivono…

GIANFRANCO de TURRIS

18 aprile 2016 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , | Lascia un commento

Dall’ippogrifo ai dischi volanti

Pubblichiamo qui di seguito un intervento di Gianfranco De Turris sugli UFO. Fino a oggi non avevamo dedicato a questo problema nemmeno un grammo di inchiostro, e la faccenda sarebbe continuata sicuramente in questo modo, se Gianfranco non fosse intervenuto. Sarà pur strano che a tutti gli eventi UFO da trent’anni fa ad oggi non si sia riusciti a dare ancora una spiegazione ragionevole, e certo stupisce il fatto che tutti i governi inglesi di quel periodo, siano stati conservatori o laburisti, abbiano di fatto confermato la fiducia a un ufficio creato apposta per gli avvistamenti UFO nell’ambito del servizio segreto militare, nel segreto più assoluto. Ma gli UFOisti con le loro strampalate teorie hanno gettato un discredito feroce anche sul movimento culturale e scientifico che si occupa con serietà della ricerca dell’intelligenza extraterrestre. Ci sono voluti anni di lavoro, e qui davvero tonnellate di inchiostro, per ottenere che le opinioni del SETI oggi siano finalmente prese in seria considerazione dalla comunità scientifica e dai media, al pari di altre più ortodosse, come accade per esempio nel dibattito su KIC 8462852, uno dei casi astronomici di maggior rilievo del momento. L’apertura degli archivi  segreti americani e inglesi, purtroppo,  non porta chiarezza, ma anzi conferma che tutta la problematica inerente agli UFO rimarrà avvolta nella nebbia del dubbio e dell’incertezza. E questo non è certo un bene.(RF)

 

UFO dischi volanti ippogrifo incontro ravvicinato

Grazie al Freedom of Information Act, la legge sulla libertà di informazione dei Paesi anglosassoni, ed alla ostinazione di alcuni ufologi britannici, così come è già avvenuto negli Stati Uniti per i dossier conservati dalla CIA, così anche i National Archives di Londra hanno resi pubblici i 24 faldoni in cui sono conservati circa settemila verbali sugli “oggetti volanti non identificati” raccolti in trent’anni da un ufficio del servizio segreto militare, di cui sino ad ora non si conosceva nulla, il DI55. Il che vuol dire che da decenni il Ministero della Difesa inglese aveva un apposito dipartimento incaricato di seguire la questione di cui sino ad ora aveva negato l’esistenza. I verbali su carta velina e a quanto pare contaminati dall’amianto, sono stati scansionati su files e messi a disposizione “a rate”.

Due le considerazioni da fare. La prima è che le testimonianze di semplici cittadini e di militari (in genere aviatori) non si discostano da quelle sino ad oggi conosciute: gli UFO sono lunghi cilindri scuri, o oggetti lenticolari brillanti, o punti verdi fluorescenti, o fusi color arancione. Siamo nella norma, insomma. La seconda è che questi avvistamenti si sono verificati fino all’altro ieri, ma sui media praticamente nulla è trapelato: l’argomento non è più considerato giornalisticamente appetibile, oppure le autorità hanno pensato bene di non passare alla stampa le notizie? Sta di fatto, però, che tempo fa su tutti i quotidiani inglesi pubblicarono la notizia che un elicottero della polizia aveva avuto un “incontro ravvicinato” con un UFO che è stato anche fotografato, dimostra invece che l’interesse dei media permane….

E allora la risposta giusta è la seconda. Il particolare che, almeno in Gran Bretagna, sino a pochissimo tempo fa fosse un organismo dei servizi segreti militari a raccogliere le testimonianze ed a vagliarle, vuol dire che, nonostante le minimizzazioni ufficiali, la questione non è mai stata considerata una sciocchezza o una fantasia popolare.

Da qui una deduzione quasi ovvia: ancora non si sa dare una spiegazione esatta e definitiva del “fenomeno UFO” nel suo complesso. Nonostante siano state avanzate ponderose spiegazioni di tipo scientifico, sociologico, psicologico, culturale, ancora nessuno è perfettamente sicuro che gli UFO siano soltanto, ad esempio, un fenomeno naturale, una allucinazione singola o collettiva, un imbroglio in mala fede, un fraintendimento in buona fede, illusioni ottiche.

A quanto pare una spiegazione definitiva e complessiva ancora non esiste, nonostante le migliaia di libri e indagini compiute in tutto il mondo dal 1947, l’anno del primo avvistamento “ufficiale” di Kenneth Arnold (Monte Rainer, negli Stati Uniti) e della nascita giornalistica del neologismo flying saucer, ad oggi.

Sono veramente “oggetti” solidi o non lo sono? Sono un “mito moderno”, mandala tecnologici, come affermava Carl Gustav Jung, oppure no? Sono veicoli spaziali pilotati da extraterrestri o aerei sperimentali guidati da esseri umani? Sono tutti, ma veramente tutti, fenomeni naturali, rifrazioni, eclissi, nuvole, aurore boreali, meteoriti? Sono tutti, ma veramente tutti, modi ideati da persone qualsiasi per mettersi in mostra ed apparire sui giornali, intervistati e fotografati? Sono proiezioni inconsce del nostro immaginario collettivo influenzato dalla cultura scientifica, dalla letteratura di fantascienza? Sono apparizioni improvvise dovute a squarci del continuum spazio-temporale o dimensionale, insomma il multiverso ormai accettato da molti fisici? E’ il modo in cui oggi, nel secolo XX e XXI si mostra una “cultura” che secoli fa si manifestava invece sotto forma di dèmoni e dèi prima, e poi di fate e folletti, insomma il Piccolo Popolo del folklore? Ancora nessuno sa dare una risposta definitiva e convincente al fenomeno. Ma se il DI55 l’ha catalogato e studiato ci sarà pure un perché, no?

ippogrifo

Ovviamente la letteratura dell’immaginario se ne è occupata da sempre, da quando è nata. Anzi, di “extraterrestri”, degli abitanti degli altri mondi, come dimostra bene un saggio (Extraterrestri, Carocci, 2008) i filosofi ne hanno discettato sin dall’antica Grecia. Esseri alieni ce li hanno descritti spiriti illustri come Cyrano (Gli Stati e gli Imperi del Sole e della Luna, 1657-1662), Swift (I viaggi di Gulliver, 1726), Voltaire (Micronegas, 1752). Anche questi si muovevano nell’aria, magari su un pallone e su un’isola volante. Nulla di nuovo sotto il sole: a ogni società i suoi mezzi di trasporto: anche Astolfo andò sulla Luna con l’ippogrifo e non con un missile ed un modulo di atterraggio… Bisogna aspettare i brutti marziani della Guerra dei mondi di Wells (1898) per vedere giungere sulla Terra macchine simili, appunto, ai “dischi volanti”, per di più con intenzioni conquistatrici.

Che sia questo evidente adeguamento del fenomeno alla situazione e al punto di vista della nostra attuale civiltà (oggi tecnologica, ieri no) la vera risposta? quella che potrebbe essere onnicomprensiva?

GIANFRANCO de TURRIS

29 marzo 2016 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, News | , , , | Lascia un commento

Guerre Stellari settimo episodio in 10 epitaffi

1-star-wars-force-awakens-photo-shoot-time-magazineVisto Il Risveglio della Forza, settimo episodio di Guerre Stellari e primo della nuova trilogia di J.J.Abrams per la Disney ormai proprietaria della Lucasfilm, si può dire come premessa che due affermazioni di Lucas e della Disney stessa sono del tutto errate. Il primo aveva definito la saga da lui ideata, diretta e prodotta una soap opera, mentre la seconda aveva affermato e fatto dire dai suoi uffici stampa che il nuovo episodio poteva essere visto anche da chi non aveva conosciuto né sentito parlare dei precedenti sei. No. Quella di Lucas era una vera e propria favola proiettata nel futuro, e chi non ha visto gli episodi precedenti non ci capisce un accidente, magari solo per sommi capi.Infatti, tanto per essere schematici ecco dieci buoni motivi per criticare Il risveglio della Forza:

1.

E’ in fondo esattamente una pura soap opera in salsa stellare invece che salsa terrestre nella essenzialità del termine: la trama è una serie ininterrotta di agnizioni, di figli perduti e ritrovati, di scontri fra padri e figli, di antichi amanti che si rivedono dopo decenni e così via. E meno male che la trama era “blindatissima”, come si è scritto, per proteggere la sua originalità… Addirittura!

2.

E’ un film banale: la sua trama è del tutto elementare, senza alcuno scatto, con due o tre colpi di scena che rientrano appunto nella mentalità e nella tecnica della telenovela e non certo della favola e nemmeno della storia d’avventura, e quindi manca di una vera tensione.

3.

E’una vicenda in cui, a veder bene, Abrams ha eliminato ogni riferimento alto al vero senso e al valore della Forza, cardine della saga lucasiana. Nemmeno indiretto, nemmeno come riferimento positivo, aspirazione e auspicio, dato che i Cavalieri Jedi sono scomparsi. Anche nel rappresentante del Lato Oscuro usa la Forza, Kylo Ren, risulta essere come un semplice superpotere da “cattivo” Marvel grazie al quale è possibile leggere nel pensiero, intuire la presenza degli avversari, attrarre verso di sé gli altri con un gesto della mano. Non è più qualcosa di superiore, spirituale, mistico. Si direbbe una precisa scelta.

4.

E’, di conseguenza dovendo mirare basso, un quasi plagio di episodi precedenti: qui non ci troviamo di fronte a “citazioni” colte come hanno affermato alcuni critici cinematografici, tipo, aggiungo, quelle presenti in Interstellar, ma proprio chiari rifacimenti/rifacimenti di famose scene degli episodi di Lucas. Si va dal ragazzo/a abbandonato/a sul pianeta desertico, al piccolo robot BB8 che ispira simpatia (il personaggio migliore del film, peraltro); dallo scontro generazionale (in Lucas padre cattivo vs figlio buono, in Abrams figlio cattivo vs padre buono), alla nuova Morte Nera, alla sua arma, al modo di attacco dei caccia ribelli; dal bar intergalattico (l’idea originale è in una famosa copertina della rivista Galaxy disegnata da Ensh), che Abrams però realizza in una semioscurità che ne annulla fascino e curiosità, alle scene pressoché identiche dell’incursione dei nostri eroi nella tana del nemico.

5.

E’ privo di originalità inventiva, nonostante l’altissimo costo della produzione: non c’è un, dico un essere alieno che primeggi e si ricordi con piacere o curiosità, né personaggio né animale che rimanga impresso nella mente dello spettatore come per i sei film di Lucas. Forse l’unico è Maz, l’ aliena nana che gestisce la taverna galattica, ma forse nemmeno quella (per la quale, dato che è stata realizzata con la stessa tecnica del Gollum del Signore degli Anelli non si capisce il motivo per cui sia stata ingaggiata una famosa attrice, certa Lupita Nyongo, forse solo per inserirne il nome nel cast). Addirittura i paesaggi e le costruzioni sembrano quelle appunto de Il Signore degli Anelli, mentre l’accampamento nel deserto non offre alcun appiglio al regista per creare esseri che colpiscano l’immaginazione e, se non ci fosse stato per il vecchio Millenniun Falcon, è praticamente vuoto e potrebbe essere un insediamento di beduini libici. La svogliatezza arriva al punto tale che l’alieno che paga i rottami della protagonista con un pasto per avvisare i suoi complici non fa altro che usare un… telefonino stile anni Novanta! E’ povero in fin di conti anche di scene spaziali grandiose e coinvolgenti: non bastano gli sconti fra i caccia amici e nemici o le fughe e gli atteggi avventurosi di Han Solo per salvarlo.

6.

E’ privo alla fin fine anche di una sua logica interna e chiarisce ben poco della situazione di lì a oltre venti anni  da l’episodio che lo precede  cronologicamente. Il ritorno dello Jedi, non essendo sufficiente il sunto iniziale: da dove sbuca il Primo Ordine e come ha preso il posto dell’Impero di cui eredita la struttura e l’armamentario, ad esempio? e il Leader Supremo (una traduzione alquanto ridicola che ricorda il Lìder Maximo cubano) come ha preso il posto dell’Imperatore di cui è peraltro una copia? e come fa la spada di Luke ad essere custodita nella taverna galattica e, ma guarda un po’ che caso, ritrovata dalla giovane Ray?

7. 

E’di un semplicismo sconcertante: come è possibile che un disertore delle stormtroopen ex-imperiali possa maneggiare una spada-laser jedi? e come lo può fare con perizia la trovatella che addirittura sconfigge il coetaneo rappresentante del Lato Oscuro della Forza? e come mai scopre improvvisamente di avere poteri mentali tali da resistere al tentativo di leggerle nella mente e poi da riuscire a condizionare il suo carceriere? è possibile che si riesca a guidare come se niente fosse una vecchia carretta come il Millennium Falcon? Certo, non si può essere tanto pignoli di fronte elle esigenze di un copione del nostro genere, ma nemmeno si può eccedere sino a questo punto.

8.

E’ in film che strizza fin troppo l’occhio (ma lo si doveva aspettare in base a varie dichiarazioni della Disney) alle mode giovanilistiche del momento, agli spettatori delle nuove generazioni dei videogiochi, di facebook, degli smartphone con le loro innumerevoli app, alle odierne tendenze pseudosociali politicamente corrette: al centro adesso c’è una eroina, giovane e caruccia che s’è fatta da sé in un ambiente ostile(“Non mi prendere la mano” dice piccata a Finn, il disertore fifone mentre fuggono). Questo farà impazzire le ragazzine e mandare in brodo di giuggiole il conformismo giornalistico.

9.

E’ buonista fino alle midolla, sino al punto che il padre infilzato dal figlio perverso, lo accarezza mentre sta tirando le cuoia. Lo stesso “cattivo” non lo è del tutto, è incerto e impreparato e fa rimpiangere Darth Vader di cui dovrebbe essere una sorta di successore e seguace (ne conserva il teschio!): è invece un giovincello isterico che dà in escandescenze incontrollate rivestito di una maschera alla Iron Man abbastanza ridicola e non paurosa come quella del predecessore. E credo proprio che la stessa musica epica da sempre caratterizzante Star Wars sia stata lasciata in sottotono, poco usata, per questa strategia di buonismo diffuso.

10.

E’, last but not least, un film in cui il famosissimo regista commette, almeno a mio modesto parere, errori impensabili dal punto di vista tattico, come quello di far sollevare la sua maschera al giovane vilain senza lasciare la suspense sino alla fine, ad esempio sino lo scontro diretto tra i due figli d’arte, con  la futura Cavaliera Jedi (ci scommetterei). Dove si assiste a scene un po’ ridicole come quella in cui sembra che lei voglia spegnere nella neve la spada-laser rosso fiammeggiante di lui…

Penso che basti. Che ci dobbiamo aspettare in seguito? Altre banalità/ovvietà da soap opera spaziale. La giovane Ray, che è la figlia perduta di Luke (poi Abrams ci spiegherà, ma non è detto, come un Jedi abbia potuto avere un figlio) riconsegnata la spada al padre farà rinascere i Cavalieri in cui ci sarà posto anche per le signorine, insieme si imbarcheranno in una crociata contro il Primo Ordine, che sa ormai tanto di un Terzo Reich galattico assai più dell’Impero, in cui il giovane “cattivo” sopravvissuto al collasso finale del pianeta (anche di ciò Abrams ci darà, o forse no, la spiegazione) crescerà di prestigio. Forse non sarà proprio così ma qualcosa del genere, dato che di certo il giovane disertore di colore, passato dalla parte della “resistenza” interplanetaria, avrà una sua parte, magari accanto alla nostra eroina divenendo anche lui, perché no?, un baldo eroe.

Tutti contenti, quindi: i sostenitori delle quote rosa, i tutori del buonismo universale, i fautori del multiculturalismo fra umani, i nemici de-inossidabili del Male Assoluto che si perpetua in eterno e nell’infinito (e con esso la “resistenza” da qui a l’eternità). Un po’ meno lo saranno i veri appassionati di Guerre Stellari. Bah!

GIANFRANCO de TURRIS

 

Per la fotografia si ringraziano Time  e il fotografo Marco Grob

2 febbraio 2016 Posted by | by G. de Turris, Cinema e TV, Fantascienza | , , , , , , | 3 commenti

C’è del mito dietro quelle astronavi

starwarsLa saga di Guerre Stellari continua. Non si era mai sentito, negli annali della cinematografia, nei centoventi anni della sua vita, di un film non-realistico che, diventato un vero e proprio culto, proseguisse, senza quasi mutare successo, per ormai quasi quaranta anni, ma anche con tutto un contorno di oggettistica che man mano ne è derivato, espandendosi addirittura in altri mass media.

E’ arrivato anche in Italia il 16 dicembre il settimo film della serie, Il risveglio della Forza, la cui regia è stata affidata a J.J.Abrams, quello di Lost (e non solo, come si vedrà), e l’attesa è talmente grande che in Italia ci si è mobilitati su tutti i media: nelle edicole sono tornati i fumetti dedicati alla saga,i gadget, i pupazzi, i romanzi tratti dalle sceneggiature dei film (il primo dei quali firmato dallo stesso Lucas) ed ovviamente i DVD delle due trilogie. Perché tanto subbuglio per sapere cosa avviene in quella lontana galassia trent’anni dopo l’ultimo Episodio VI, Il ritorno dello Jedi uscito addirittura nel 1983? Diversi attori saranno gli stessi del primo film e farà impressione rivederli. Va bene che sono trascorsi tre decenni all’interno della saga, ma agli occhi degli spettatori Han Solo, Luke Skywalker e la principessa Leila restano sempre giovani, belli, forti, coraggiosi,e invece Harrison Ford ha 73 anni, Mark Harmill 62, Carrie Fisher 60…

carriefisherTutto bene? C’è però un aspetto che preoccupa i fan duri e puri e che non sempre il grande pubblico conosce nei dettagli, ed è il seguente: la Lucasfilm, fondata nel 1971 dal giovanissimo regista, è stata venduta nel 2012 alla Walt Disney Company alla modica cifra di quattro miliardi e mezzo di dollari. Il produttore, quindi, non è più George Lucas ed il regista della nuova pellicola non è stato scelto da lui bensì dalla Disney. Che ci si deve allora attendere ?

In una intervista a Vanity Fair Lucas ha fatto dichiarazioni inquietanti. “Hanno guardato i miei soggetti e hanno detto: vogliamo fare qualcosa per i fan. La gente non si rende conto che in realtà è una soap opera, parla di problemi familiari, non parla di astronavi. Hanno deciso che non volevano usare quelle storie, hanno deciso che avrebbero fatto la loro cosa. A quel punto mi son rassegnato. In fondo a loro non interessava nemmeno tanto coinvolgermi. Perché non faranno quello che avrei voluto facessero. E non ho più controllo. Mi son detto: OK, io me ne vado per la mia strada, loro per la loro.” Ne Il risveglio della Forza non ci saranno allora le idee che hanno decretato il successo della saga.

E Abrans è stato costretto a precisare: “Prima che mi presentassi, la Disney aveva già deciso che voleva cambiare direzione. Ma lo spirito di quello che lui ha scritto, prima e dopo, è il fondamento su cui il nostro film è stato costruito”.

harrisonfordMa sarà veramente così? Checché ne dica il regista il nuovo Guerre Stellari “cambierà direzione”, dunque diversa da quella dei primi sei episodi, per decisione della nuova casa produttrice,e quindi non ci sarà più lo “spirito” del suo ideatore. E quale sarà questa nuova direzione? Evidentemente quella per cui Abrams è specialista e per cui stato chiamato: una pura space opera movimentatissima, un videogioco spaziale supertecnologico, un qualcosa che possa piacere ai giovanissimi delle nuove generazioni dei tablet, degli smartphone e di facebook, un appiattimento e semplificazione di quei toni da favola (da soap opera dice Lucas) che avevano caratterizzato da sempre la serie. Non solo. La scelta di Abrams ha scatenato una guerra intestina dei fan tra loro e contro di lui. Infatti, per chi non lo sapesse Abrams è anche il regista degli ultimi due film di Star Trek usciti nel 2009 e nel 2013 e del prossimo del 2016. I fan delle due serie si sono sentiti entrambi traditi anche se per ragioni opposte, e molti sono contro la sua scelta in quanto a questo punto si instaurerebbe quello che è stato chiamato lo “Abrams’ galactic monopoly”, vale a dire un suo intollerabile monopolio sulle due serie cinematografiche di fantascienza più importanti e popolari di sempre, che corrono il brutto rischio di omologarsi fra loro. Il che gli appassionati, gelosi delle loro caratteristiche e diversità, osteggiano in tutti i modi. Un bel pasticcio. Ma occorre vedere e analizzare bene Il risveglio della Forza per poter giudicare. Intanto negli Stati Uniti, indipendentemente dai mugugni dei fan di cui si è detto, l’incasso dei biglietti in prevendita ha superato i 50 milioni di dollari, un record assoluto.

A parte questi dubbi, che peraltro si risolveranno tra breve in un senso o nell’altro, ci si dovrebbe chiedere piuttosto del perché di un successo tanto duraturo, che travalica le generazioni, che coinvolge grandi e piccoli, maschi e femmine. A pensarci bene, è un po’ lo stesso problema che si pone a livello letterario (e solo dopo cinematografico) per Il Signore degli Anelli, perché tanto successo duraturo? E infatti la risposta è identica. Cosa c’è dunque dietro di essi?

Il segreto del successo duraturo di Guerre Stellari si può sintetizzare in una sola e semplice parola: è una favola, ancorché in chiave fantascientifica, cioè tecnologica.

duelIl fatto è che George Lucas ha saputo creare un vero e proprio universo mitico alternativo che mantiene, nonostante difetti e ripetizioni, carenze ed ingenuità, tipici proprio delle favole, la sua potenza di suggestione. E lo ha creato volutamente: basti pensare alla frase, in apparenza paradossale per un film di fantascienza (“Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…”) che precede ogni pellicola della serie. Non ricorda per caso l’incipit delle fiabe? “C’era una volta tanto tempo fa…”, oppure “C’era una volta in un paese lontano…”. Non è ovviamente un caso, anche se si tratta di una contraddizione in termini (ci si riferisce al passato quando si parla del futuro) che peraltro si riverbera nei film stessi in cui si mescolano la supertecnologia al Medioevo (i costumi, i metodi di combattimento e l’etica degli Jedi a metà fra cavalieri arturiani, samurai e adepti di una setta esoterica) e addirittura al Settecento italiano (si pensi alla Reggia di Caserta e alla Villa del Balbianello a Lenno sul lago di Como,). Il tutto, ecco l’arma vincente, senza incongruità, senza alcuna sensazione di ridicolo o di disagio. Perfettamente combacianti.

paradeNon basta. Lucas, creando il filo conduttore della trama, si è basato sulle teorie del “mito in azione” dello studioso americano Joseph Campbell (1904-1987), il mitologo il cui nome non è ignoto ai lettori italiani per i suoi affascinanti libri le cui idee sono spesso poste accanto a quelle di Mircea Eliade, con il quale collaborò, e di Carl Gustav Jung. Tutti e tre sostenevano che il mito non è completamente scomparso nell’odierno mondo della tecnoscienza, ma ancora riesce a produrre effetti positivi se si è capaci di risvegliarlo, anche tramite i moderni mass media che non riescono del tutto a pervertirlo. Campbell affermò perentoriamente che “la tecnica non ci potrà salvare” e propugnava un rafforzamento dell’Io in una società che tende ad appiattirlo, “normalizzarlo” e al limite frantumarlo.

La presa di coscienza di sé, dei propri valori e delle proprie possibilità è un modo per sopravvivere all’onnipotenza del mondo moderno e tecnologico, quello di oggi come quello di domani. Il mito può operare ancora e ancora produrre i suoi effetti benefici attraverso particolari figure archetipiche, come ad esempio può essere l’ “eroe” o il magister. Di conseguenza, la “Forza” alla quale fare affidamento e attingere, di cui si parla in tutti i film della serie, non si deve intendere solo come qualcosa di “esterno” e oggettivo, ancorché spirituale o metafisico, ma anche come qualcosa di “interno” e soggettivo.

girlsNella saga le tesi del mitologo americano hanno la loro dimostrazione nell’ambito di un mondo, anzi una serie di mondi, rutilanti e fascinosi, dove le invenzioni e le trovate fantastiche sovrabbondano e trascinano lo spettatore in un Altrove dove, alla fin fine, piacerebbe veramente vivere nonostante i pericoli: esattamente come in un mito eroico classico o in un ciclo cavalleresco o naturalmente nella Terra di Mezzo tolkieniana.

Dunque, favola (fantascientifica) in tutto e per tutto, o soap opera come lui dice,quella di George Lucas, che, proprio in quanto tale, ha anche una sua morale adatta ai tempi e all’ambiente che l’ha prodotta, cioè gli Stati Uniti della seconda metà del XX secolo e dell’inizio del XXI, e che si potrebbe definire “politicamente corretta” e tutta americana. Procedendo lungo la via che porta al Lato Oscuro della Forza, gli esseri umani si trasformano e si passerà pian piano dalla democrazia interplanetaria alla dittatura, dalla Repubblica all’Impero.

Insomma, la storia si ripete: non è lineare ma ciclica. Come nei miti e nelle favole, appunto. E vedremo cosa combinerà J.J.Abrans e se saprà raccogliere l’eredità di Lucas.

GIANFRANCO de TURRIS

22 dicembre 2015 Posted by | by G. de Turris, Cinema e TV, Fantascienza | , , , | 1 commento

I sogni della genetica umana creano mostri

ermafroditoAlcuni anni fa, nel 2008, c’è stato un signore con baffi e barba che ha partorito. Si chiama Thomas Beattie, vive in Oregon e prima di sottoporsi ad una massiccia dose di testosterone e di farsi asportare i seni si chiamava Tracy Lagondino. Non essendosi però fatta asportare anche l’intero apparato genitale e non potendo avere la sua compagna un figlio, ha deciso di farsi inseminare (ma se voleva essere “uomo” perché ha sentito questo impulso?). Non è l’ermafrodito del mito, come ha vaneggiato la stampa italiana dell’epoca, ma semplicemente un mostro che si è venduto alla pubblicità. L’ermafrodito del mito è un archetipo cui Elémire Zolla ha dedicato un libro edito da Marsilio, e risale addirittura a Platone e la statuaria classica e la pittura seguente ce lo raffigura come esteticamente seducente, non come un orrore genetico. Nel frattempo, il nostro Pregnant Man, come lo hanno definito i giornali americani, non avendo evidentemente atro da fare di figli ne ha messi al mondo altri due e nel 2014 è stato arrestato per stalking nei confronti della sua ex, che si era evidentemente stufata di lui/lei.

Sempre in America, la Cornell University ha creato un embrione umano geneticamente modificato, un embrione-ogm che – si assicura – non potrà mai essere usato per la fecondazione assistita e quindi non potrà mai diventare un bambino.

In Gran Bretagna pochi giorni dopo questo annuncio, il 20 maggio 2008, laburisti e conservatori della Camera dei Comuni hanno dato il via libera alla ricerca sui cosiddetti “embrioni chimera”, cioè embrioni formati da Dna umano inserito in ovociti animali svuotati del loro Dna nucleare.

aldoushuxley(nell’immagine: Aldous Huxley, autore de Il Mondo Nuovo). Entrambe le ricerche, si afferma, sono indirizzate alla cura di malattie altrimenti incurabili, e tali embrioni sarebbero ad un certo punto (quindici giorni?) distrutti. Ma se non lo fossero, e se qualcuno ne facesse un uso improprio, se gli embrioni genericamente modificati fossero utilizzati nascostamente per i design baby, vale a dire i bambini creati senza difetti in laboratorio? Chi ci può assicurare che ciò non potrebbe avvenire? E se avvenisse come sarebbe possibile accusare ancora i nazisti di essere i teorici di una “razza perfetta” e di aver fatto esperimenti in questa direzione? Del resto, senza arrivare a questo punto, si è già sulla buona strada: diverse “banche del seme” hanno preparato dei cataloghi da sottoporre alle coppie interessate in cui sono elencate le caratteristiche fisiche del nascituro (colore degli occhi, dei capelli eccetera) in base alle caratteristiche fisiche del donatore. Nessuno si indigna sull’etica “nazista” che sta alla base di tutto questo, ma ci si indigna invece quando queste previsioni sono sbagliate e invece di alcune caratteristiche ne escono fuori altre: ad esempio i colore della pelle!

Sempre in Gran Bretagna la nuova legge sulla fecondazione, utilizzando il termine complessivo di “genitori” senza altre specificazioni, consente che un bambino abbia due madri e non più un padre ed una madre, e Genitore 1 e Genitore 2 si è diffuso anche su altri piani e in diverse altre nazioni, non senza polemiche. L’abbattimento del senso comune produce una tale babele al punto che, come ha scritto Assuntina Moresi, oggi sarebbe possibile arrivare al punto di avere due padri e quattro madri: il padre biologico e il padre sociale; la madre sociale, la madre che ha dato gli ovociti, la madre che ha dato i mitocondri e la madre che ha messo a disposizione l’utero.

isola dott MoreauIl caos scientifico e sociale è già così evidente, ma di sicuro non ci si fermerà qui: prepariamoci ad assai di peggio. Tutto, peraltro, previsto dai romanzi fantastico-filosofici, dalla narrativa d’anticipazione e dalla moderna fantascienza, che da due secoli mette in guardia dallo scienziato che si vuole fare dio e creare la vita artificiale, o spera di trovare la formula dell’immortalità, o superare qualcuno dei limiti posti all’umana natura. Inutile ricordare gli ibridi uomo-animale narrati dal mito, il loro significato simbolico e la loro nefanda fine per mano degli eroi (si pensi solo al Minotauro); inutile ricordare la ricerca dell’Elisir di Lunga Vita e l’homunculus degli alchimisti; inutile ricordare il golem creato e poi distrutto, secondo la leggenda cabalistica, dal rabbino praghese Loew.

Parliamo invece del dottor Viktor Frankenstein che vuole far nascere la sua Creatura con pezzi di cadaveri rivivificati dall’elettricità: mal gliene incoglie a lui e al suo infelice essere artificioso (più che artificiale). E parliamo del dottor Moreau che nella sua isola crea una congerie orribile di ibridi innestando chirurgicamente uomini e animali, che alla fine si rivolteranno contro il loro creatore-padrone. Sono trascorsiu ottanta anni fra il romanzo della Shelley (1818) e il romanzo di Wells (1896): la scienza ha fatto progressi e la paura che essa corra troppo e contro natura non è scemata, anzi si accresce, ma senza che questi inquietanti avvertimenti sembrino incidere in alcun modo sulla mentalità e sulla realtà.

il mondo nuovo coverInfatti, nel 1932 Aldous Huxley, nipote dell’Huxley che fu maestro di Wells, pubblica Il mondo nuovo, un romanzo che oggi sarebbe assai opportuno ripresentare convenientemente annotato e introdotto alla luce proprio di quanto sta avvenendo intorno a noi. Opera profetica quant’altri mai, esso descrive proprio un mondo in cui la stabilità politico-sociale è data dall’essere la procreazione esclusivamente in provetta, il che permette adeguata selezione e programmazione dei nuovi nati (gli Alfa, Beta e Gamma). Il problema si verifica quando nasce e cresce un uomo al di fuori di questi canoni: nato per vie naturali da donna e non da una provetta. E’ il Selvaggio che, se non bloccato in tempo, può mettere in crisi il Mondo Nuovo: isolato alla fine su un faro e oggetto dell’attenzione morbosa della gente, non potrà fare altro che suicidarsi.

il seme fra le stelleNaturalmente la fantascienza affronta anche gli aspetti positivi dell’ingegneria genetica proiettata in un futuro lontanissimo: tipico esempio i racconti poi riuniti nel romanzo Il seme fra le stelle (1956) in cui James Blish immagina che l’uomo sia di volta in volta geneticamente modificato, assumendo così forme varie, per poter colonizzare i pianeti dell’universo in cui sussistono condizioni assai diverse da quelle terrestri. Idea ripresa vent’anni dopo da Brian Stableford con il romanzo The Florians.

Il tema dell’ingegneria genetica è di grande attualità: fra le ultime opere che se ne sono occupate possiamo ricordare almeno I figli di Erode di Greg Brear (2003), in cui bambini geneticamente modificati diventano un pericolo per l’umanità che li ha creati e come tali tenuti sotto stretto controllo, e Next di Michael Crichton (2006), in cui il noto autore di bestsellers, specializzatosi negli ultimi anni della sua vita ad andare contro il politicamente corretto, affronta in senso critico proprio i temi della bioingegneria, degli animali transgenici e della selezione di esseri umani con caratteri genetici superiori. Da ultimo, proiettando molto in là l’attuale modus cogitandi et operandi una giornalista economica inglese, Gemma Malley, ha pubblicato un romanzo, La Dichiarazione, che ha ottenuto subito un inaspettato successo: in questa distopia si immagina il mondo del 2149 dove la scoperta di un Farmaco della “eterna giovinezza” ha talmente sovraffollato tanto il pianeta da far considerare illegali nuove nascite (un po’ il caso Cina a livello planetario): chi vuole assumere il Farmaco della longevità deve firmare una Dichiarazione con cui rinuncia ad avere figli.

Ma non sembra proprio che tutte queste odierne denunce, proprio come quelle di cento o duecento anni fa, riescano a fermare la sindrome faustiana della scienza d’oggi.

GIANFRANCO DE TURRIS

10 novembre 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , | Lascia un commento

Collezionare pseudobiblia

necronomiconIl sogno di ogni bibliofilo è possedere il Necronomicon del folle arabo Abdul Alhazred (quello vero s’intende, non gli innumerevoli falsi in circolazione), poter sfogliare il De Vermiis Mysteriis del Conte d’Erlette o leggersi con calma e in segreto gli Unasprachlichen Kulten di von Juntz. Un sogno che resterà un sogno, checché se ne dica o se ne possa pensare, dato che questi libri – al pari di vari altri anche più famosi, da Libro di Toth alle Stanze di Dzyan – sono sì spessissimo citati, di essi se ne conoscono sì estratti e brani anche di una certa lunghezza inseriti in saggi e romanzi, ma non si sono mai visti nella loro integrità cartacea. Di essi si sa e si conosce  quel che altri, di cui ci si deve ciecamente fidare, affermano o riferiscono o, appunto, citano.

Il fatto è che questi libri non esistono, sono, come li definì in un articolo del 1947 il saggista e narratore americano L.Sprague de Camp, degli pseudobiblia. Libri dati per esistenti, ritenuti da tutti esistenti, ma che in realtà non esistono, non si sono mai visti, “vivono” soltanto in base ai loro estratti e al fatto che vengano vieppiù nominati, o ad essi sempre più spesso si fa riferimento.

lovecraftIl bello sta appunto in questo: la loro realtà consiste soltanto nel fatto che siano detti e considerati esistenti. Non solo: proprio il fatto che un sempre maggior numero di persone nel corso del tempo e in vari luoghi del mondo credano alla loro esistenza, li ha portati a realtà. (nella foto: H.P. Lovecraft)

Esotericamente si potrebbero definire quasi degli “eggregori”…

Il tutto ha avuto anche un risvolto concreto. In buona o in mala fede, credendoci oppure semplicemente volendosi divertire, ecco che spesso e volentieri di queste opere son cominciate a spuntare delle tracce “fisiche”, vere e proprie prove di esistenza.

necronomicon2Visto che Madame Blavatsky nella sua Dottrina Segreta citava le Stanze di Dzyan (anzi si può dire che la sua opera sia un infinito commento a queste strofe), c’è chi ha giustamente pensato di riunire tutte queste citazioni: ne è ovviamente risultato un Libro di Dzyan che prima non esisteva (anche perché la Blavatsky affermava che le “stanze” fossero scritte su foglie di palma…). Più fortuna ha avuto il Necronomicon, di cui sono in circolazione diverse edizioni in lingua inglese, ovviamente una diversa dall’altra.

Per non parlare delle versioni autonome italiane. In alcuni casi deliziosi divertissement realizzati da amatori e appassionati di Lovecraft e della sua narrativa che in tal modo gli hanno voluto tributare un complesso omaggio, in altri casi pompieristici centoni che seriosamente si vuol far passare a tutti i costi per “veri”. Ma c’è anche chi, bibliofilo artigiano, si è costruito da sé ed in un’unica copia personale il libro dell’arabo pazzo. Conosciamo questo amatore, ma non abbiamo mai avuto il coraggio di chiedergli se per la rilegatura ha usato pelle umana…

necroAPerò… però, come non credere alla reale consistenza di un libro, appunto il Necronomicon, citato per la prima volta da Howard Phillips Lovecraft in un racconto del 1921, e del quale egli scrisse nel 1936, un anno prima della morte, una dettagliata Storia e cronologia? Il suo nome appare in molti altri romanzi e film (uno dei quali, spagnolo, è intitolato proprio a lui), fumetti, videogiochi, ormai anche su Internet, mentre – e questo è per noi l’aspetto essenziale – schede bibliografiche saltano fuori ogni tanto in qualche autorevole biblioteca, come la Widener Library della Università di Harward, ed una di esse, se non vado errato, risulta presente addirittura nel catalogo generale della Biblioteca Centrale di Firenze… Inoltre, miracolo dei miracoli per i bibliofili, si ha l’insperata fortuna di trovarlo anche in vendita nei cataloghi antiquari italiani o stranieri. Scherzo o realtà? Non posso dirlo con certezza essendo sempre arrivato in ritardo per l’acquisto… Riporto però il seguente annuncio apparso ormai moltissimi anni fa in un catalogo di una libreria antiquaria americana:

Alhazred, Adbul, The Necronomicon, Spagna, 1647. Copertina in pelle logorata, ed alcune scoloriture, altrimenti in condizioini molto buone. Molte piccole litografie di segni e simboli mistici. Sembra essere un trattato (in latino) di Magia Rituale. L’ex libris sul primo foglio rivela che il libro proviene dalla Biblioteca della Università del Miskatonic. Al miglior offerente”.

necroBPer chi non lo sapesse, l’Universaità del Miskatonic (della quale peraltro esistono anche magliette propagandistiche con tanto di stemma e di motto: “Ex Ignorantia ad Sapientiam; e Luce ad Tenebras” !  Il sottoscritto ne possiede una…) ha sede ad Arkham, la città della Nuova Inghilterra al centro di molte storie fantastiche e orrorifiche di Lovecraft e del suo circolo di amici. Si tratta dunque dello scherzo di un bibliofilo appassionato? Speriamo di sì, perché il Necronomicon (il Libro delle parole dei morti) è un testo attraverso i cui riti in esso descritti è possibile mettere in contatto il nostro mondo con l’universo assurdo abitato da divinità malefiche che incombono sulla nostra realtà e non aspettano altro che la creazione di un “varco” per penetrarvi. Praticamente quasi tutte le storie lovecraftiane in cui si parla del Necronomicon descrivono i guai che combinano coloro i quali usano male questo grimorio, e i tentativi per porvi rimedio…

Del resto, chi lo compilò, Abdul Alhazred, detto l’ “arabo pazzo”, vissuto nello Yemen all’epoca dei Califfi Omiadi nell’VIII secolo d.C., finì proprio male: testimoni degni di fede affermano che venne afferrato in pieno giorno da un mostro invisibile e divorato orribilmente… Il titolo originale dell’opera è Al Azif, che secondo Lovecraft, “è il termine usato dagli arabi per designare gli strani suoni notturni (dovuti agli insetti) che supponevano essere l’ululato dei dèmoni”.

necroCIl testo originario in arabo è perduto, però, dice sempre lo scrittore di Providece, alcuni esemplari successivi (in latino, greco, spagnolo) sono custoditi gelosamente e ovviamente non consultabili presso varie istituzioni: il British Museum, la Biblioteca Nazionale di Parigi, la citate Università del Miskatonic e di Harward, quella di Buenos Aires. Una copia, superprotetta, starebbe anche in Vaticano, e magari papa Bergoglio nel suo empito democratico e populista ne potrebbe permettere la pubblica consultazione.. Altre sono presso privati, la cui sorte in genere non è raccomandabile.

Si potrebbe fare anche un piccolo sforzo per andarle a ricercare – si sa che certi bibliofili non si fermano di fronte a nulla – con l’avvertenza però che, come ricorda sempre Lovecraft, “il libro è posto rigidamente all’indice da tutte le religioni organizzate del mondo”. Il che, con il clima che si respira, non è proprio un buon viatico…

GIANFRANCO de TURRIS

5 ottobre 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , | Lascia un commento

Dal Panopticon al Sinopticon

Democrazia liberale e dittatura

Mai epoca della storia è stata più sorvegliata di quella delle democrazie liberaldemocratiche. Mai cittadino è stato più oggetto della osservazione occulta di quella vissuta dopo la sconfitta delle dittature del Novecento. E’ un dato di fatto, non una opinione. Il problema non si pone soltanto sul fronte della sicurezza (un po’ meno libertà individuale per una maggiore sicurezza generale: il che potrebbe anche essere spiegabile se non proprio giustificabile), ma soprattutto sul piano della vita comune, di ogni giorno. Le dittature del Novecento sono state definite antidemocratiche per il voler controllare ossessivamente il singolo cittadino, indipendentemente dal suo essere un criminale o un oppositore di fatto o in potenza. Vengono condannate per questo, per aver limitato la libertà e i diritti fondamentali individuali. Oggi, se si giunge a tanto è per il bene dei cittadini stessi, per proteggerli dal terrorismo e dalla criminalità violenta, da altri reati efferati, non per prevenire o reprimere il dissenso politico.

La telematica e il controllo sociale

Ma le cose non stanno ormai più così. Il controllo e l’intrusione nelle vite private della gente comune ormai lo si effettua quotidianamente, e neanche da parte di apparati statali, segreti o meno, ma per il semplice fatto che questa gente comune usa ormai regolarmente strumenti che la tecnoscienza ha messo a sua disposizione da un bel pezzo e a cui tutti sono abituati. La posta elettronica, le telefonate cellulari ad esempio sono controllate senza dover ricorrere al supersistema USA Echelon. Ci si può individuare per ogni dove, basta ricorrere alla mappatura satellitare. L’uso di carte magnetiche in autostrada, in banca, al supermercato, in albergo, in qualsiasi negozio lascia una traccia di quel che abbiamo fatto. Visitare siti internet, blog, gruppi di chat imprime nella Rete la nostra impronta telematica quasi indelebilmente. I nostri dati, volenti o nolenti, passando di mano in mano senza che lo si sappia, vengono accumulati per ricostruire il nostro profilo umano, ideologico, commerciale (seguono nell’ordine foto e immagini di McLuhan, Bentham e Orwell).


mcluhan-cardsTutto ciò non lo mette in atto una qualsiasi polizia segreta di una bieca dittatura del passato, ma una serie di gruppi sociali, commerciali, politici, anche singole e oscure persone mosse sia dalla pura e semplice curiosità sia da peggiori intenzioni. La tecnologia informatica, e la diffusione capillare di essa a portata di mano di chiunque, ha trasformato il pianeta non solo nel villaggio globale di cui parlava McLuhan, ma addirittura nel “grande cortile” di un condominio planetario e pettegolo in cui tutti possono, volendo, sapere tutto di tutti. Un esito che sicuramente gli ideatori dei satelliti di telecomunicazioni, della Rete, del telefonino mai avrebbero immaginato. 

Jeremy BenthamVi aveva pensato invece, come spesso accade, la narrativa dell’immaginario, anche senza arrivare alla descrizione dei sofisticati marchingegni di oggi. L’ossessione della sorveglianza totale e diuturna era venuta in mente, pensate un po’, ad un filosofo liberale inglese come Jeremy Bentham (1748-1832) che ideò un carcere modello chiamandolo Panopticon, dove un unico guardiano poteva controllare un intero complesso circolare di celle (il saggio con questo titolo è stato tradotto molti anni fa da Marsilio). Uno che controlla molti.

 

Orwell2

Così come un secolo e più dopo un altro inglese, George Orwell,ne aveva immaginato uno sviluppo tecnologico nel suo mai troppo ricordato 1984 (1949): qui c’è il beneamato dittatore di Oceania, il Big Brother, che ormai traduciamo tutti Grande Fratello ma che si dovrebbe più esattamente intendere come il Fratello Grande, il fratello maggiore di età, quello che ci sorveglia e ci protegge e in cui noi confidiamo. Grande Fratello che controlla tutti attraverso milioni di telecamere installate dappertutto, anche nei singoli appartamenti. Anche qui uno – anonimo, perché nessuno conosce il suo vero volto – controlla tutti.

L’invisibilità ai media contro il controllo sociale capillare

Ma l’invasione del privato, la violazione della riservatezza, – questo ipocrita tabù del nostro tempo, tanto invocato quanto violato – non è ormai solo “politica”. La fantascienza più critica e avveduta ha da sempre messo in guardia nei confronti della pubblicità pervasiva: nell’America degli anni Cinquanta, che subiva il primo massiccio attacco della pubblicità mediatica e si parlava per la prima volta dei persuasori occulti, uscirono opere significative che purtroppo oggi non si ristampano più per rimarcarne la preveggenza: da I mercanti dello spazio di Pohl e Kornbluth (1953) le cui eco si riverberano sino al film Blade Runner di Ridley Scott (1982), a Il verde millennio di Fritz Leiber (1953) con le pareti delle abitazioni che fungono da schermi pubblicitari. Meriterebbe una ristampa anche Simulacron 3 di Daniel Galouye che cinquant’anni fa (il romanzo è del 1964) immaginava una società fasulla creata dal computer per simulare ricerche di mercato: una anticipazione del Truman Shaw e di Second Life.

L’assurdo della situazione attuale è che quanto una volta era considerato antidemocratico (la violazione della riservatezza personale, della intimità di ognuno) messo in opera da bieche dittature, è oggi un sistema diffuso a tutti i livelli, accettato implicitamente o che non suscita l’allarme sociale che dovrebbe, ed al quale è impossibile opporre rimedio, a meno di non rinunciare a quasi tutto quanto lo sviluppo tecnologico ha messo a nostra disposizione ormai da parecchi anni: computer, internet, telefonini, carte di credito e compagnia bella. Non usare tutto ciò significherebbe diventare praticamente invisibili alla società informatizzata, ma significherebbe anche, sotto alcuni aspetti, essere impossibilitati a vivere una vita considerata oggi “normale”, ad avere un certo tipo di relazioni sociali, professionali e commerciali.

E’ l’era del Sinopticon, come l’ha definita David Lyon, dove molti controllano molti… quasi quasi tutti sorvegliano tutti.

Gianfranco De Turris

8 settembre 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti, News | , , , | 1 commento

La zona del crepuscolo

TWILIGHT ZONE1

C’è una quinta dimensione oltre a quella che l’uomo già conosce, è senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità. E’ la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere. E’ la regione dell’immaginazione, una regione che si trova… ai confini della realtà!”.

Con queste parole, sabato 14 aprile 1962 alle 22 e 45, un serissimo signore bel vestito e incravattato introdusse sull’unico canale televisivo allora esistente in Italia, la prima puntata (e tutte le seguenti) di Ai confini della realtà, mezz’ora (dalla quarta stagione un’ora) di brividi in bianco e nero. Quel signore era l’ideatore e il principale soggettista e sceneggiatore della serie, Rod Serling (1926-1975), che ad essa deve soprattutto la sua fama. Qualcosa di assai diverso dalla fantascienza, il fantastico e l’orrore cinematografici cui ormai siamo abituati: a colori, con strabilianti effetti speciali elettronici, di clamoroso impatto emozionale. Niente di X-Files (del quale peraltro dopo 13 anni è stato annunciato il ritorno), niente di Guerre stellari, niente del Signore degli Anelli: storie, invece, sovente di disarmante quotidianità che si risolvono con un colpo di scena finale che muta la prospettiva, storie di gente comune coinvolta in fatti strani, fuori dell’ordinario, con capovolgimenti del tempo e dello spazio, episodi che avrebbero potuto accadere ad uno qualsiasi degli spettatori. Forse da qui il suo successo irripetibile.

TWILIGHT ZONE4La sua eccezionalità dopo tantissimi anni si può ancora constatare. Urania pubblicò un paio di nunmeri dedicati ai migliori racconti (ex sceneggiature) scritte da Serling. Nel 2007 la Hobby & Work mandò in edicola una serie di 56 DVD con tutti gli episodi classici, subito ristampati, con una buona presentazione grafica e relativo fascicoletto di illustrazione, e pubblicò anche una Guida ufficiale alla serie di Marc Scott. Un anno fa, durante l’estate 2014, RAI 3 ebbe la splendida idea di mandarli in onda subito dopo il TG3 della sera. Idee concentrate in mezz’ora e realizzate in sostanza con pochi mezzi in studio veramente strepitose e spiazzanti che danno dei punti agli attuali rutilanti megafilm di due o tre ore e più: l’ auto usata che porta sfortuna; l’ultimo uomo sulla Terra che finalmente può leggere quel che vuole in pace ma gli si rompono gli occhiali da vista; i minuscoli invasori spaziali che terrorizzano una vecchietta e che si rivelano essere i terrestri (in un telefilm totalmente muto!); l’aereo di linea che entra in una falla temporale e si ritrova in un altro tempo e continua a provare ad atterrare ma ogni volta sbaglia anno…

Il titolo originale della serie era, come si è detto, Twilight Zone, la zona del crepuscolo, la “regione intermedia fra luce e oscurità”, quella in cui tutto può accadere. La serie prodotta dalla CBS esordì negli Stati Uniti il 2 ottobre 1959, ne furono prodotti 156 episodi per cinque stagioni. Nel 1983 approdò al grande schermo con Twilight: the Movie (quattro episodi diretti da Landis, Dante, Miller e un giovane Spielberg) e quindi apparve una nuova serie tv, tre stagioni 1985-1988 per 73 episodi, sempre in bianco nero ma più fantascientifica.

TWILIGHT ZONE5Ovviamente, la zona del crepuscolo che bordeggia i confini della realtà si più intendere in molti modi e riferirsi a molti aspetti, anche della conoscenza, grazie pure alla rivalutazione di quella “immaginazione”, cui faceva riferimento la presentazione della serie tv, sino a qualche tempo fa negletta se non demonizzata. Ci sono infatti oggi molte speculazioni filosofiche, scientifiche, addirittura religiose che, svincolandosi dall’ortodossia, abbandonando i condizionamenti dell’ideologia e della politica, sembrano partire per la tangente ed esplorare – appunto – le regioni poco illuminate sino a quel momento, raggiungere limiti inimmaginabili sino a poco prima. Sono appunto le ricerche che si definiscono borderline, di confine. Sono quelle che spesso aprono la via del futuro. Il problema però è vedere quale futuro ci aprono: positivo o negativo, da paradiso o da inferno, da utopia o da antiutopia, di libertà o di carcere? Quindi, per il solo fatto di essere tali non si possono accettare subito e a priori come un bene, un fatto positivo ciecamente, ma cercare di prevederne le conseguenze. Basti pensare a quanti dei primissimi ideatori/fondatori/ideologi di Internet e della Rete abbiano espresso seri dubbi o addirittura fatto marcia indietro dopo aver visto con i loro occhi e toccato con mano gli sviluppi imprevedibili della loro creatura.

GIANFRANCO de TURRIS

10 giugno 2015 Posted by | by G. de Turris, Cinema e TV, Fantascienza | , , | Lascia un commento

Siamo noi i marziani

doppio emisfero marzianoQuando si entra in una terra incognita ci si deve aspettare sempre e comunque qualche sorpresa: popoli, animali, oggetti, manufatti, costruzioni strani, insoliti, incomprensibili, misteriosi. Ne sono pieni i resoconti dei viaggi antichi, medievali ed anche abbastanza recenti. La summa di tutto ciò è in quei Bestiari medievali intitolati Liber Monstrorum e di cui esistono almeno un paio di edizioni recenti italiane. Lo stesso famoso naturalista Ulisse Aldrovandi (1522-1605), nei suoi libri di zoologia e botanica, li recepì come credibili ed esistenti. La razionalità scientifica si esercita per capire, ridimensionare, spiegare alla luce del buon senso, della – appunto – ragione e scienza.

spiritSe ciò è valido per regioni lontane migliaia e migliaia di chilometri dalle terre note, figuriamoci per una che dista da un minimo di 55 ad un massimo di 400 milioni di chilometri, vale a dire il pianeta Marte. Intorno ad esso hanno girato e girano ormai molti satelliti fotografici e sul suo suolo sono presenti da vari anni due piccoli e straordinari robot su ruote che continuano a trasmetterci ancora incredibilmente immagini perché avrebbero dovuto esaurirsi da un bel pezzo: Spirit nell’emisfero nord del pianeta e Opportunity in quello meridionale, scesi a poche settimane uno dall’altro nel gennaio 2004.

Ora, proprio come era avvenuto secoli fa, anche oggi accadono quasi le stesse cose. Il 23 gennaio 2008 la Nasa ha diffuso una sequenza di foto scattate dal primo alla base delle Columbia Hills, un po’ alterate nel colore dai tecnici per farne risaltare alcuni particolari. In esse si vede una distesa di sabbia bianco-gialla-marrone con sassi nero-verdi, una vera desolazione dove però su un ammasso di rocce spunta una strana concrezione. Qualcuno l’ha definito un omino, altri una figura che stende un braccio come per un saluto o per indicare qualcosa o per tenere una invisibile canna da pesca, mentre lo scrittore Tullio Avoledo, che di fantascienza e di fantasia se ne intende, l’ha paragonata alla “sirenetta” posta su una scoglio nel porto di Copenhagen in onore di Hans Christian Andersen e della sua fiaba.

20121101_curiosity_self-portrait_20121031_PIA16239_t167Non è finita qui. Questa volta è Opportunity che inquadra sulle pareti del Victor Crater quella che è stata subito definita “una statua egizia” intagliata nelle pareti di roccia a somiglianza degli dèi e faraoni intagliati all’ingresso del tempio di Abu Simbel. C’è addirittura un video che ne fa il parallelo caricato in rete il 9 luglio 2010.

Non basta ancora. Anche il successivo e più complesso robot-laboratortio Curiosity disceso sul pianeta rosso nell’agosto 2013, ci ha riservato altre sorprese de genere, e questa volta nel febbraio 2014 ecco apparire in una sua ripresa un volto che emerge dalla sabbia, come fosse parte di una statua gigantesca sepota, tipo quelle dell’Isola di Pasqua.

curiositySia come sia, tutto ciò fa una certa impressione e solletica l a nostra fantasia. Gioco d’ombre e di scorci che una ripresa da una angolatura diversa da parte di Spirit & C. non avrebbe evidenziato? Un capriccio di venti millenari che hanno modellato così uno spunzone come sulla Terra vi sono rocce che assomigliano a volti, orsi, tartarughe, elefanti? Certo è che quasi tutti i commentatori, con una foga degna di miglior causa, si sono dati da fare a “smontare” qualsiasi altra eccentrica possibilità facendo riferimento alla in precedenza famosa “sfinge di Marte” fotografata dall’alto nella regione di Cydonia dalla sonda Viking 1 il 26 luglio 1976 e che esattamente trent’anni dopo, il 22 luglio 2006, il più sofisticato satellite Mars Express avrebbe rivelato essere soltanto un gioco d’ombre e di rifrazioni solari: non di un “volto” si tratta, ma di una “normale” brulla collina marziana…

Il fatto è che oggi, in omaggio ai Lumi della Ragione, manca ai più e soprattutto ai colleghi giornalisti il sense of wonder, quel senso del meraviglioso che era tipico dei nostri antenati, viaggiatori, cronisti, geografi, e che era stato ereditato dalla fantascienza delle origini, quella che sapeva creare straordinarie civiltà esotiche sul quarto pianeta del Sistema Solare, dove il rosso domina, e che è la vera, profonda caratteristica di questo genere letterario, ripresa dalle narrazioni mitologiche, e non certo la pura e semplice “anticipazione scientifica”.

la maschera di marteCertamente: la nostra visione antropomorfica ci fa vedere figure simili a noi in oggetti che magari lo sono lontanamente per semplice associazione simbolica, così come la nostra mentalità tecnologica ci fa pensare agli UFO (macchine volanti con alieni) per fenomeni che in passato erano interpretati in maniera diversa (ad esempio, manifestazioni divine). Noi vediamo quel che la nostra cultura ci fa vedere in base alle coordinate ormai connaturate in noi. Ma avendo ormai oggi praticamente perso quel “senso del meraviglioso” che contraddistingueva una ormai antica umanità, tendiamo ad appiattire, banalizzare e razionalizzare tutto, anche la “sirenetta di Marte”, anche un lontano sogno minerale apparso all’improvviso nell’obiettivo asettico del “camminatore” Spirit…

E’ chiaro, non ci aspettavamo sul pianeta rosso le rutilanti civiltà descritte da Edgar Rice Burroughs nell’infinito ciclo di romanzi dedicati al suo eroe John Carter, sbalzato lassù dopo essersi addormentato in una caverna terrestre: città con torri altissime, regine meravigliose e discinte, enormi tigri come cavalcature, esseri con più braccia… Ma almeno sarebbe il caso di ricordarsi di uno degli episodi delle Cronache marziane di Ray Bradbury (un libro che Mondadori dovrebbe finalmente ripubblicare in edizione critica e traduzione riveduta, come anche Fahrenheit 451) in cui i “marziani” per illuderci e intrappolarci creano nel nulla una location (si direbbe oggi) terrestre fittizia, con luoghi e persone conosciute dagli astronauti che lì vi sbarcano… Dove il sogno ha la meglio sulla realtà.

facce nella sabbiaIn fondo, dice Ray Bradbury in una raccolta di interviste appena pubblicata da Bietti (e incidentalmente a mia cura), “Siamo noi i marziani!”” (che è poi anche il titolo del libro in italiano).

GIANFRANCO DE TURRIS

 

NASA Mars Science Laboratory (Curiosity Rover) Mission Animation

 

 

Mars rovers Spirit and Opportunity landing on Mars

 

Credits: NASA, JPL

12 maggio 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , | Lascia un commento

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