Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Ma gli androidi mangiano Spaghetti Elettrici ?

BladeRunnerMangiaEatalian Sci-Fi, più Italian Institute for the Future, più gli Androidi…

Se riconoscete la citazione insita nel titolo dell’articolo e dell’antologia siete degli appassionati di FS veri, di quelli che sanno che “Blade Runner” è un film tratto dal racconto di P.K.Dick intitolato “Gli androidi sognano pecore elettriche?” (sottinteso la sera prima di addormentarsi), titolo italiano “Il Cacciatore di Androidi”.

Grande film, cult movie eccetera.

Noi (chi scrive, più Francesco Grasso Marco Minicangeli, ottimi scrittori di FS) siamo i curatori di questa antologia di ben 18 racconti di autori italiani di fantascienza gastronomica, ossia di racconti di vera fantascienza aventi per tematiche il rapporto con il cibo dei singoli, dell’umanità, sostanzialmente nel prossimo futuro, il tutto come iniziativa nel quadro delle attività della EXPO 2015.

L’antologia contiene ottimi racconti e le tematiche trattate sono a dir poco alla moda, “sensibili” e fra ottimismo e pessimismo. Perché se si parla di cibo e di futuro non ci si può non fare molte domande, e le risposte a volte sono inquietanti o peggio non ci sono proprio. Eppure la EXPO sta per iniziare e verrà frequentata da venti milioni di persone, diconsi 20.000.000 e scusate se è poco. Diventerà fra poco una onnipresente tematica su tutti i media, in tutte le salse, dallo spettacolo fine a se stesso fino alle analisi scientifiche.

Cover_FiuggiSeguite questo link per leggere la prefazione alla antologia, scritta da Roberto Paura dell’Italian Insitute for the Future, interessantissimo gruppo di giovani menti che da Napoli riflettono sulle implicazioni del futuro in Italia e nel Mondo, mentre qui troverete il blog del “gruppo” di Eatalian Sci-Fi che ha dato vita all’antologia.

Nell’antologia ci sono quattro racconti scritti da donne, il che la rende la prima antologia in assoluto con un così alto numero di scrittrici. Perché le donne non scrivono fantascienza, dato che non la leggono. Dite di no? Ne riparleremo, comunque in coda alla raccolta c’è un articolo dal titolo: “In cauda venenum: perché le donne non leggono (e non scrivono) fantascienza?

C’è da preoccuparsi per il futuro del cibo dell’umanità?

Sì.

Massimo Mongai

26 marzo 2015 Posted by | Fantascienza, News | , , , | Lascia un commento

Specchi spaziali

Nella storia dell’ingegneria spaziale si trovano alcune idee abbastanza singolari, spesso proposte per controllare i fenomeni naturali e migliorare la vita dell’uomo sulla Terra. Sicuramente la creazione di specchi orbitali, per riflettere la luce solare in punti prestabiliti della superficie terrestre, rientra tra i progetti più audaci che oscillano tra un uso pacifico e uno bellico. Di seguito prenderemo in esame alcune di queste idee e vedremo come si sia cercato di progettare e realizzare degli specchi orbitali.

specchi1Alcuni progetti teorici

Negli anni ‘20 il fisico tedesco Hermann Oberth, uno dei padri dell’astronautica, sviluppò un singolare studio sul tema della messa in orbita di uno specchio per riflettere la luce solare e impiegarla in vari scopi; per esempio per sostituire la luce artificiale nelle città in zone della Terra poco illuminate dal Sole, oppure riscaldare aree fredde del globo e favorirne lo sviluppo economico (1).
Lo specchio di Oberth era composto di sodio metallico e il suo diametro avrebbe dovuto essere di 100 metri. Posizionato ad una distanza di 8200 km dalla Terra, poteva illuminare una superficie pari a circa 64 km di diametro (2).
Durante la seconda guerra mondiale si prese realmente in considerazione per fini bellici l’idea di Oberth di concentrare in una zona circoscitta una quantità di luce tale da “arrostire” qualunque cosa vi si trovasse all’interno. Il nome di questa terribile arma era “Sun gun” (3), un vero e proprio raggio della morte capace di distruggere intere città in pochissimo tempo: dallo spazio sarebbe stato possibile colpire qualsiasi punto della superficie terrestre in modo così fulmineo da battere sul tempo ogni possibile reazione. Lo specchio orbitale era concepito come una vera e propria base spaziale abitabile, tanto che si pensava dotarlo di centrali solari termiche per la produzione di energia elettrica, con la quale si sarebbero alimentati dei tubi fluorescenti per la coltivazione di piante (4).

specchi2La proposta di Oberth fu ulteriormente sviluppata da un altro scienziato tedesco, Krafft Ehricke, che progettò una serie di specchi, da lui chiamati “lunette” (5), da lanciare in orbita geosincrona attorno alla Terra.  Le lunette, opportunamente indirizzate, potevano illuminare una determinata zona con una intensità compresa tra 1 e 100 lune, da impiegare per illuminare le zone polari, le città e agevolare le operazioni di soccorso durante i disastri naturali (6). Secondo Ehricke, questo tipo di illuminazione, avrebbe fatto risparmiare circa 13 milioni di barili di petrolio all’anno, favorendo l’industrializzazione dello spazio (7).
Successivamente, Ehricke pensò a specchi per riflettere una quantità di luce prossima a quella emanata dal Sole, da lui denominati “Solette”. Nel 1978 Ehricke ideò la “Powersoletta”, allo scopo di concentrare la luce di più specchi in una sola zona per aumentarne la produzione agricola del 5% e la generazione di elettricità tramite centrali solari (8). La superficie illuminata risultava pari a 1385 kmq, con gli specchi posizionati a 4200 km di distanza dalla Terra (9).
I benefici di questa tecnologia non si fermavano solo all’illuminazione, ma si spingevano fino al controllo del clima, tant’è che nel 1980 la “Metasoletta” di Ehicke, che avrebbe potuto uguagliare la luminosità del Sole, sarebbe stata capace di deviare precipitazioni o uragani riscaldando alcune correnti d’aria (10). Le difficoltà di tipo ingegneristico avrebbero scoraggiato chiunque: il problema di maggior complessità era rappresentato dalla distanza a cui dovevano essere posizionati gli specchi e la loro vicinanza alla fasce di van Allen, pericolose per gli effetti negativi delle intense radiazioni sulle strumentazioni elettroniche.

Nel 2001 Lowell Wood,  professore del Lawrence Livermore National Laboratory, affermò che sarebbe stato possibile fermare il cambiamento climatico dovuto all’effetto serra, respingendo l’1% della luce solare con uno specchio orbitale grande 1.600.000 kmq (11). Il progetto fu criticato, oltre che per i noti problemi tecnici, per il pericolo che potesse distogliere l’attenzione dei governi dal monitoraggio delle emissioni dei gas serra (12).
Più recentemente, nel 2006, un team di scienziati del Optical Sciences Center e Steward Observatory Mirror Lab della University of Arizona, coordinati da James H. Burge, hanno progettato la costruzione di specchi orbitali per osservazioni astronomiche. Secondo Burge si potrebbe concentrare la luce delle stelle verso un osservatorio terrestre, riuscendo ad ottenere una visione del cielo migliore di quella di un normale telescopio. Gli specchi potrebbero tornare utili anche per migliorare il coordinamento dei soccorsi nelle zone colpite da disastri naturali. Vi sono però diversi problemi tecnici legati alla deformazione dello specchio ad opera del calore solare, che dovrà essere più grande e leggero di quello costruito per Hubble  (13).

specchi32. Gli “specchi” spaziali delle missioni Znamya

Negli anni ’90 l’agenzia spaziale russa credeva effettivamente nello sviluppo di specchi orbitali utili ad illuminare le remote zone della Siberia. Gli obiettivi del progetto erano la crescita economica delle zone poco illuminate dal Sole, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera grazie al consumo di minore energia per l’illuminazione pubblica, e la produzione di energia elettrica da impianti fotovoltaici basati a Terra. Il progetto sembrava ispirarsi a quello di Krafft Ehricke ma, questa volta, la Russia voleva realizzarlo con una serie di satelliti chiamati Znamya. Lo Znamya-1 non prese mai il volo ma servì come prototipo per i successivi satelliti che sarrebbero stati lanciati a partire dal 1992. La struttura dello specchio era composta di un materiale flessibile e molto leggero, già pensato per poter essere impiegato alternativamente come vela solare.

Il 27 ottobre 1992 viene lanciato da Baikonur, a bordo di una navetta  Progress M-15, lo Znamya 2, il primo della serie ad essere lanciato nello spazio. Gli obiettivi della missione erano:

  • manovrare la navetta Progress nella posizione desiderata

  • verificare il sistema di apertura del film riflettente

  • misurare la stabilità dinamica della struttura flessibile rotante del riflettore

  • controllare l’assetto del veicolo spaziale

  • valutare l’esito dell’esperimento New Light nel quale si sarebbe dovuta riflettere la luce del Sole verso la Terra.

A guidare la navetta sarebbero stati gli astronauti a bordo della stazione spaziale MIR (14).

La superficie riflettente dello Znamya-2 aveva un diametro di 20 metri, con il quale si illuminò una superficie di 5 kmq, in un percorso che andò dal sud della Francia, Svizzera, Germania, Repubblica Ceca, Polonia e Bielorussia. Il raggio di luce si era mosso ad una velocità di 8 km/s sulla superficie terrestre e possedeva una intensità luminosa pari a quella della luna piena. Il raggio riflesso dal satellite fu visibile soprattutto sulle Alpi svizzere, mentre nell’Europa dell’ovest non lo fu a causa del cielo nuvoloso (15).
La missione dello Zanamya-2 terminò con la distruzione dello specchio riflettente durante il rientro nell’atmosfera: alcuni testimoni lo videro bruciare nel cielo del Canada (16).

Dopo il successo della prima missione, l’agenzia spaziale russa lanciò nel febbraio 1999 lo Zanamya-2.5 , i cui compiti erano:

  • effettuare un secondo test del nuovo film riflettente

  • provare il nuovo sistema di comando remoto

  • sperimentare il controllo del raggio riflesso sulla superficie terrestre

  • controllare ulteriormente la capacità operativa sia del veicolo spaziale che del film riflettente.

Rispetto alla missione precedente, la superficie di riflessione era stata aumentata a 25 metri, proiettando sulla Terra un raggio di 7 km di diametro, con una luminosità compresa tra le 5 e le 10 lune piene. L’intero esperimento sarebbe dovuto durare 24 ore ma la missione fallì per colpa di un urto dell’antenna contro la stazione spaziale MIR durante le operazioni di attracco. La sonda, non più pienamente controllabile, finì per distruggersi nell’atmosfera terrestre (17).
Era in progetto il lancio dello Zanamya-3, dotato di un film riflettente di 60/70 metri di diametro, ma dopo il fallimento dello Zanamya 2.5 il progetto venne definitivamente abbandonato. Lo scopo finale dell’agenzia spaziale russa sarebbe stato quello di mettere in orbita geosincrona una costellazione di satelliti riflettenti (18).
Bisogna rilevare che i tentativi dei russi dimostrarono la fattibilità pratica di un’idea che fino ad allora era stata puramente teorica, tanto che oggi possiamo valutarne tecnicamente le difficoltà e i punti di forza.

specchi43. Conclusioni

Concludendo questa breve disamina sugli specchi spaziali, dobbiamo rilevare che questo tipo di progetto non è poi così impossibile da realizzare e che forse qualcuno potrebbe provare ancora a cimentarsi in una simile impresa.
Abbiamo visto come gli specchi spaziali possono essere utilizzati per scopi pacifici o bellici, tenendo presente che le ricadute a livello climatico sono imprevedibili e potrebbero creare più problemi di quelli che riuscirebbero a risolvere.

LUCA DI BITONTO

 

 

 

Note
1: http://www.nogeoingegneria.com/timeline/progetti/retrofuturo-geoingegneria-progetti-di-grandi-cambiamenti-terrestri-e-artificiali/
2: Http://books.google.it/books?id=30kEAAAAMBAJ&pg=PA78&hl=ru&source=gbs_toc_r&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false
3: ibidem
4: Ibidem
5: http://www.nogeoingegneria.com/timeline/progetti/retrofuturo-geoingegneria-progetti-di-grandi-cambiamenti-terrestri-e-artificiali/
6: http://www.krafftaehricke.com/ehricke_lunetta_2.php
7: http://www.krafftaehricke.com/ehricke_lunetta_4.php
8: http://www.nss.org/settlement/ssp/library/Mirrors_in_Space_for_Electric_Power_at_Night_2012.pdf
9: Ibidem
10: http://www.krafftaehricke.com/ehricke_powersoletta_metasoletta.php
11: http://www.popsci.com/environment/article/2005-06/how-earth-scale-engineering-can-save-planet
12: http://news.sciencemag.org/2007/11/giving-climate-change-kick
13: http://abcnews.go.com/Technology/story?id=98221
14: http://www.edu.pe.ca/gray/class_pages/krcutcliffe/physics521/17reflection/articles/Znamya%20Space%20Mirror.htm
15: Ibidem
16: http://www.nytimes.com/1993/02/05/world/russia-s-mirror-in-space-reflects-the-light-of-the-sun-into-the-dark.html
17: http://www.edu.pe.ca/gray/class_pages/krcutcliffe/physics521/17reflection/articles/Znamya%20Space%20Mirror.htm
18: Ibidem

23 marzo 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Scienze dello Spazio | , , , | Lascia un commento

Duplicazione, replica, clonazione

clonazione3Una volta, come abbiamo già ricordato, per valorizzare la fantascienza ed assolverla dall’accusa di essere una “fantascemenza” (secondo una immortale definizione di Mike Buongiorno, pace all’anima sua), quindi una lettura per ragazzini deficienti, si replicava dicendo che aveva anticipato molte scoperte scientifiche. In realtà, il valore della fantascienza sta in ben altro, come si è già detto in precedenti occasioni. Qui invece notiamo come, giunti nel XXI secolo, ci accorgiamo che molte cose questa narrativa non le aveva previste (basti pensare al telefono portatile o alle infinite possibilità della Rete & affini), altre non si sono mai realizzate (basti pensare alle suggestive previsioni di 2001 odissea nello spazio) e altre ancora le aveva appena sfiorate e non approfondite, come è il caso della clonazione animale ma soprattutto umana, nel senso preciso in cui oggi la si intende. Dalla povera pecora Dolly (1996) agli esperimenti inglesi di duplicare in laboratorio le cellule umane , alle frontiere spostate sempre più avanti della ingegneria genetica sono trascorsi appena vent’anni…

Prima che la divulgazione scientifica ne parlasse con una certa ampiezza con il famoso La bomba biologica di G.Rattray Taylor (1968), erano già apparsi romanzi e racconti imperniati, più che sulla clonazione, su una replica degli esseri umani attraverso un “duplicatore di materia” (Il triangolo quadrilatero di William Temple, 1949), o grazie a “paradossi temporali” come in Per qualche millennio in più di Robert Heinlein (1941), mentre A.E.van Vogt aveva descritto, senza entrare in particolari, la creazione di vari duplicati di Gilberg Gosseyn, protagonista del suo famosissimo Il mondo di Non-A (1945-1948). La duplicazione per partenogenesi, senza intervento del maschio, è alla base di Le amazzoni (1959) di Poul Anderson, che descrive un pianeta di sole donne, romanzo di pura avventura, e del più problematico Mondo senza uomini (1958) di Charles Eric Maine.

clonazione4Probabilmente, la prima storia ad affrontare il tema così come noi oggi lo conosciamo con profonde implicazioni psicologiche e sentimentali è un lungo e straordinario racconto di Theodore Sturgeon, Se speri, se ami (1962), in cui una donna ricchissima cerca di ricreare l’amato morto di cancro da una sua cellula. L’idea viene ripresa da Nancy Freedman in Joshua, Son of None (1973), non tradotto in Italia, in cui si realizza un duplicato del presidente Kennedy partendo da una sua cellula presa al tempo dell’assassinio, mentre Ira Levin in I ragazzi venuti dal Brasile (1976), poi anche un film di Franklyn Schaffner (1978), descrive un complotto neonazista basato sulla creazione di cloni di Adolf Hitler sparsi per il mondo.

Un bambino clonato è al centro de La quinta testa di Cerbero di Gene Wolfe (1972), ci si fa clonare per perpetuare una dinastia su Titano in Terra imperiale di Arthur Clarke (1975), ci sono presidenti statunitensi clonati in Il presidente moltiplicato di Ben Bova (1976), mentre nel romanzo in originale intitolato proprio The Clone di Thomas e Wilhelm (1965), e tradotto in Italia con l’orrido titolo Dalle fogne di Chicago, si descrive un essere cellulare mostruoso che, più che un clone, è in realtà un blob.

La diffusione del concetto scientifico impone il relativo termine oltre la narrativa specialistica, anche con varianti lessicali e ambizioni concettuali, pur se non sempre alla base vi è solida inventiva: personaggi-cloni sono ad esempio al centro delle saghe di Frank Herbert (Dune) e Lois McMaster Bujold (Vorksigen), e ne fa uso anche un autore italiano che li chiama “secondari” (Alessandro Vietti, Il codice dell’invasore, 1999). L’argomento si diffonde nel cosiddetto mainstream con Il terzo gemello di Ken Follett (1997) e il pessimista Le possibilità di un’isola di Michel Houellebecq (2005). Il top viene raggiunto con la duplice clonazione nientepopodimenoche di una divinità incarnata, Gesù Cristo, descritta da Linda Foster in Il patto e da Dan Cauwelart in Il Vangelo di Jimmy, entrambi del 2005.

clonazione2Ovviamente, anche il cinema si è appropriato del tema con risultati diseguali: sono da ricordare la “resurrezione” di Ellen Ripley, l’eroina della saga, in Alien 4 la clonazione (1997) di J.P.Jeunet, Code 46 (2003) di Michael Wintherbottom e lo sfortunato Island (2005) di Michael Bay.

Quel che invece è stato abbondantemente previsto sono gli esiti della ingegneria genetica. Le recenti notizie sulla possibilità di “ordinare figli su misura”, che abbiano cioè determinate caratteristiche fisiche e attitudinali, è stata magistralmente descritta da un grande scrittore, Aldous Hluxley, con la sua antiutopia Il mondo nuovo (1932), che sarebbe il caso di andarsi a rileggere in una ristampa adeguatamente commentata a ottanta anni di distanza. La possibilità di intervenire negli embrioni istallando un particolare DNA è noto, anche se non sempre ufficialmente consentito. Se n’è parlato ad esempio al convegno, svoltosi a Roma a febbraio, The new era of Pgs applications, mentre quasi contemporaneamente il parlamento inglese ha varato una legge che permette di inserire geni di una terza persona, oltre quelli del padre e della madre biologici, per evitare nel nascituro un certo tipo di malattie genetiche. Un figlio, a ben vedere, di tre genitori.

clonazione1Huxley aveva scritto negli anni Trenta del Novecento il suo romanzo per mettere in guardia da certe follie scientifiche (ma anche contro l’irregimentazione sociale e politica), a quanto pare inutilmente, dato che, vale di più il concetto che “alla scienza non si possono porre limiti” essendo svincolata da ogni etica e morale… Ad esempio: effettuare il trapianto di testa come il mese scorso ha proposto un medico italiano. Mettiamola così: quale testa? Forse potrebbe essere utile per i nostri politici che notoriamente ne sino privi, ma non credo che sarebbe una cosa positiva per la gente comune…

GIANFRANCO de TURRIS

19 marzo 2015 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , | Lascia un commento

L’era dei Big Data

800px-Satellite_ESA_GaiaLa missione principale di Gaia, la modernissima piattaforma astrometrica lanciata dall’ESA all’inizio del 2013, è catalogare circa un miliardo di corpi celesti fino a magnitudine 20. Gaia eseguirà misurazioni di altissima precisione della distanza, del moto proprio, della posizione e della velocità radiale di ogni stella misurata e anche di un gran numero di quasar, pianeti extrasolari e oggetti del sistema solare.

(nell’illustrazione: Gaia al lavoro)

Tramite misure fotometriche, inoltre, avremo informazioni sulla loro luminosità, gravità, temperatura e composizione chimica. Lo scopo ultimo di Gaia è di realizzare, in cinque o sei anni di lavoro, una dettagliatissima mappa in 3D della Via Lattea. Ecco un eccellente esempio di cosa s’intende per Big Data, ma ce ne sono molti altri. Per esempio il Large Hadron Collider (LHC) del CERN, l’acceleratore di particelle sepolto nel terreno alle porte di Ginevra (il più grande macchinario del genere al mondo), crea un enorme flusso di dati che ha bisogno, per essere elaborato, dell’intero tempo macchina di 150 centri di elaborazione dati sparsi in tutto il mondo.

lhc10(nell’immagine a fianco: una parte del LHC).

Lasciamo il settore scientifico, e consideriamo i servizi basati su Internet, che nel 2016 conterà 3,4 miliardi di utenti, pari al 45% della popolazione mondiale. Qui i Big Data si sprecano: si pensi che ogni giorno Facebook elabora 2,7 miliardi di “mi piace” e 2,5 miliardi di contenuti (stato, foto, video), mentre circolano 50 miliardi di tweet. Senza considerare le ricerche di Google e Yahoo, e le transazioni di Amazon. In estrema sintesi, è stato calcolato che nel 2009 il pianeta abbia prodotto 800 exabytes di informazione e abbia superato 1,6 zettabytes nel 2011. Per il futuro, ci si aspetta che i Big Data avranno la maggiore crescita nel settore del commercio, per sviluppare una migliore comprensione delle necessità e del comportamento dei consumatori; in quello della salute, dove è previsto l’estendersi della medicina sociale e di quella preventiva; e ancora in tutti i settori scientifici e tecnologici che confermano il loro trend di sviluppo tumultuoso.

Ma il diluvio continuo dei dati, in sé e per sé, non fornisce nuova informazione. Anzi, la nasconde. C’è un enorme potenziale, una profonda conoscenza che viene occultata dalla marea montante dei dati grezzi. Con Big Data, quindi, si esprime anche l’abilità nel manipolare, integrare, sincronizzare e amministrare la caterva disordinata dei dati in molti modi diversi, cioè la capacità di estrarre dal caos l’essenziale, la conoscenza nuova e originale. In sintesi potremmo dire che Big Data comprende anche Big Analytics.

francis_bacon(nell’illustrazione a fianco: Francis Bacon)

A questo proposito alcuni filosofi della scienza segnalano la necessità di una guida nella raccolta e l’elaborazione dei dati, analogamente a quanto accadde ai tempi di Galileo, quando si trattava di inventare da zero una metodologia che fosse adeguata alla nuova concezione del mondo. Se ne incaricò l’inglese Francis Bacon, che nel 1620, nel suo Novum Organum, pose le basi del moderno metodo induttivo. Ovvero, dice Elena Castellani su “Le Scienze” dello scorso gennaio, diede definizione a concetti come : “la raccolta ragionata dei dati (la costruzione della base induttiva), il confronto tra le basi induttive, il processo di generalizzazione per gradi, l’eliminazione delle ipotesi che non corrispondono ai requisiti richiesti, il ruolo degli esperimenti negativi, i criteri di scelta tra ipotesi empiricamente equivalenti, e via dicendo”. Nei secoli successivi il metodo induttivo ebbe alterne fortune, ma ora quello originario sembra essere rivalutato e la Castellani sottolinea che: ”Nella filosofia della scienza si è cominciato da qualche tempo a valutare l’impatto dei Big Data sulle questioni riguardanti natura e acquisizione della conoscenza scientifica. Quale tipo di induzione, in particolare, si configura per estrarre strutture ordinate da una mole indistinta di dati? Si tratta di un procedimento qualitativamente diverso dall’induzione di ispirazione baconiana?

Oltre agli interrogativi posti dalla Castellani, la gestione di grandi insiemi di dati, anzi la loro stessa esistenza, pone gravi problemi pratici. Per utilizzare i Big Data, servono evidentemente dei Big Server, cioè grandi centri di calcolo dotati di computer potentissimi. I consumi dei Big Server coprono oggi il 10% dei consumi di energia elettrica del pianeta, crescono del 7% l’anno e raddoppiano ogni 10 anni. Inoltre i computer si surriscaldano e vanno quindi raffreddati, ma per farlo è necessario un consumo di energia elettrica pari a quello richiesto per alimentarli e nelle località dove si scaricano le acque di raffreddamento si crea un problema di inquinamento termico.

bigdata5Ma per fortuna esiste una tecnologia astronautica, grazie alla quale nuove aziende come ConnectX e Server Sky possono offrire soluzioni radicali a questi problemi, dislocando i loro server sull’orbita geostazionaria. Lì infatti, una Server Farm potrà contare sull’energia solare per 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, senza fluttuazioni dovute a problemi meteorologici, a costo zero. E se l’impianto computerizzato fosse progettato opportunamente, si potrebbe dar vita a una struttura di tipo modulare lanciando uno sciame di piccoli satelliti, invece di pochi grandi satelliti, riducendo così drasticamente costi e rischi del lancio. Infine anche il problema del raffreddamento dei circuiti potrà essere risolto al risparmio usando opportune schermature.

Nella conferenza stampa di presentazione, ConnectX ha ammesso di sentirsi in competizione verso eventuali aziende con base a terra che volessero fornire analoghi servizi basandosi sull’uso dei futuribili computer quantici, ma fa rilevare che il loro approccio aziendale prevede l’uso di tecnologie ben note e quindi più economiche e a basso fattore di rischio.

Infine, Big Data significa anche archiviazione, stoccaggio e trasporto dei dati in spazi sempre più piccoli, come dice Paul Gilster: ”Ma come noi lavoriamo per estrarre valore dal flusso dei dati in entrata, così stiamo trovando modi di comprimere i dati in mezzi sempre più capienti, un prerequisito per le future sonde per lo spazio profondo, che, si spera, raccoglieranno informazioni a velocità mai raggiunte prima” (per approfondire: Archiviazione dati: l’ipotesi DNA).

bigdata6E ancora Gilster: “Mantenere viva l’informazione è qualcosa che deve essere ben presente agli occhi di popoli che cambiano continuamente i formati in cui organizzano i loro dati. Dopo tutto, preservare l’informazione è una parte fondamentale di ciò che noi facciamo come specie, è ciò che ci consente di avere una storia. Ci siamo organizzati per memorizzare i resoconti delle battaglie e delle migrazioni, e i cambiamenti culturali per mezzo di un ampio panorama di media, che va dalle tavolette di argilla ai compact disc. Ma nell’ultimo secolo abbiamo assistito al repentino cambiare dei dispositivi che utilizziamo per codificare dati, musica e video. Come possiamo mantenere tutto questo leggibile per chi verrà dopo di noi?

 

ROBERTO FLAIBANI

Fonti:

  1. ” The potential and the challenge of  Big Data – Recommendtion systems next level application” by Fatima El Jamiy, Abderrahmane Daif, Mohamed Azuozi, Abdelaziz Marzak – Hassan II University, Faculty of Science Ben m’Sik, Laboratoire MITI – Casablanca, Morocco – (arXiv.org)
  2. “Bacone e i Big Data” di Elena Castellani, Dipartimento di Filosofa, Università di Firenze – pubblicato da “Le Scienze” nel gennaio 2015, pag 16.
  3. Big Data computing above the clouds” by Vid Beldavs – pubblicato su “The Space Review” il 20 ottobre 2014
  4. Information and Cosmic Evolution” by Paul Gilster, pubblicato su “Centauri Dreams” il 16 febbraio 2015

16 marzo 2015 Posted by | Epistemologia | , , , , , , , , | Lascia un commento

I Vampiri di Twilight: meticci fantascientifici in genere gotico

Vampiri1Io preferisco parlare di meticciato anzichè di contaminazione, perché il meticciato ha a che vedere con la riproduzione, quindi con la vita, mentre la contaminazione con la malattia. Fatto sta che va di moda “mescolare” i generi, contaminarli come si dice. Ma di solito tale mescolanza, tende ad inserire elementi mistico-magici all’interno di storie fantascientifiche, il che non va bene. Nel senso ognuno faccia pure quel che vuole, scriva e legga ognuno quel che gli pare sempre e comunque, ma in un testo fantascientifico la fantasia ci sta, la magia cozza contro la parte scientifica e la ammazza: su un’astronave un vampiro ci può stare solo se è un mutante, un robot o un alieno, ma un non morto no, se no non è fantascienza, è altro. Non sembri distinzione da poco. Da parte di molti autori si tende a mescolare i generi più per insipienza e non conoscenza delle regole dello specifico genere che non perché il meticciato alla lunga paghi. Vuoi de-scrivere un vampiro vero, un non morto in una astronave? Va bene, fai pure, ma non chiamarlo fantascienza. Lo vuoi fare comunque? Va bene, disapprovo, ma fai come vuoi; il tuo editore però deve scrivere una quarta di copertina onesta se no è truffa, almeno nei miei confronti.

A volte ci sono però casi in cui accade sorprendentemente il contrario, elementi fanta-scientifici che meticciano una storia magica, azzerandone di fatto proprio la dimensione magica. E’ il caso della serie cinematografica Twilight  tratta dai libri di Stephenie Meyer .

Premesso che parlo dei film e non dei libri che non ho letto (ci potrebbero essere altre spiegazioni, altri meccanismi interni non so; ma non credo) i vampiri dei film non sono Creature del Male di natura magica: ad esempio entrano nelle chiese se proprio devono, le croci e l’acqua santa come del resto anche la luce del sole non gli fanno niente, e non sono particolarmente malvagi, almeno non i Cullen, quelli cui appartiene il protagonista. Sono esseri umani che sono diventati vampiri per essere stati morsi da altri vampiri. E’ a tutti gli effetti, questa sì, una “contaminazione”. Nella serie non viene detto quale sia l’elemento contaminante (un batterio? un virus?) e dove sia (nella saliva? nel sangue?), come passa agli umani (sì, il morso, ma poi? altri umori?) fatto sta che di malattia si tratta. Che determina una mutazione.

Vampiri2Oddio, certo, è una ben strana malattia: dona una semi-immortalità, poteri eccezionali (forza sovrumana, velocità, poteri ESP) una pelle luminescente e “perlata” se vista in piena luce, insomma alla fine i vampiri di T. sono molto fighetti. Hanno qualche problema di alimentazione, certo, si devono nutrire di vita, nella forma di sangue altrui, ma possono scegliere quello animale. E, caso estremamente significativo, restano interfecondi con la specie umana. I vampiri di Bram Stoker non si sa bene cosa fanno, ma di sicuro non fanno sesso. E anche nella tradizione carpatica non esistono “figli di vampiri”. Del resto se sono “morti non-morti” come possono riprodursi? Anche la magia nera più spinta nega che si possa resuscitare un morto o fargli fare un figlio; solo il Diavolo può mettere incinta una donna, ma i vampiri no, anzi, i vampiri fanno sesso solo nei video porno, nelle leggende slave no, le donne si limitano a “succhiare”.

Sempre nella stessa saga cinematografica ci sono i Lupi Mannari, a loro volta esseri umani mutanti che si trasformano appunto in lupi: aumentando dimensione, quindi scientificamente parlando, per le leggi di conservazione di materia ed energia, o sono lupi lunghi quasi due metri che però pesano quanto pesava l’uomo iniziale (80 chili?) quindi hanno un peso specifico leggerissimo, oppure sono lupi “pesanti” ma allora devono trovare materia dall’ambiente circostante, materia o energia e prenderla e poi rilasciarla sotto forma di aria calore. Gli autori della scenggiatura non scendono a questi particolari.

Fatto sta che la “scienza” della fantascienza (vedi l’articolo/intervista a Giovannoli per approfondire) sta entrando alla grande in molta letteratura “altra”. E fin qui abbiamo trattato il caso delle saghe sui vampiri cinematografici. Ma un mese fa è stato il caso di “Sottomissione” di Heoullebeq, il quale usa tranquillamente da anni stilemi fantascientifici nei suoi romanzi, pur restando a tutti gli effetti e per tutta la critica un autore mainstream; ed sì che ha scritto ben altri due romanzi con tematiche strettamente fantascientifiche, ad esempio “La possibilità di un’isola” che , piaccia o meno, è a tutti gli effetti un romanzo di fantascienza.

Io resto un purista dei generi, anche se sostanzialmente chiedo solo una quarta di copertina onesta. Ma il fatto resta: le tematiche fantascientifiche invadono la letteratura e le saghe televisive. Il grande pubblico le richiede a gran voce, soprattutto poi al cinema.

Vampiri3E sembra ci sia un gran bisogno di stilemi di fantascienza (quindi di scienza della fantascienza) nella letteratura mainstream, per rivitalizzarla, per aggiungere un po’ di sapore, e a volte per costruire una vera e propria struttura funzionante.

Vorrà dire qualcosa. Senza punto interrogativo.

MASSIMO MONGAI

9 marzo 2015 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza | , , , | Lascia un commento

Decisioni

Certe volte un’idea mi frulla nello spazioso retrobottega del cervello per ore, giorni, perfino anni, e non c’è verso di riprenderla. Con l’andar del tempo ho imparato un buon metodo per recuperare queste idee riottose, ma non lo svelerò, il racconto prenderebbe una direzione non voluta. Scriverò invece dell’idea che ho ripescato solo qualche giorno fa e della sua immediata applicazione.

 

Le colonnine 2015-03-06 13.46

Dunque: il Tredicesimo Cavaliere usa WordPress, un sistema per la gestione dei contenuti (CSM), che prevede l’utilizzo di un tema grafico, grazie al quale viene scelto l’aspetto del blog e se ne impostano le opzioni. Andreas04, il nostro tema grafico, offre al lettore una schermata con un’ampia finestra a sinistra dove scorrono gli articoli e una più piccola, a destra, organizzata su due colonnine, dove appaiono le funzioni offerte dal blog: Cerca, Categorie, Tag, Archivio articoli e pagine, ecc.

Di fronte alla dinamicità della finestra maggiore, garantita dallo scorrere degli articoli, il resto della schermata appariva immobile e poco attraente. Come renderlo più allegro e accattivante? A quel punto mi è tornato in mente l’esperimento attuato l’anno scorso per qualche mese: avevo usato un apposito widget per piazzare in una delle colonnine una foto con relativa didascalia, senza però sfruttarne appieno tutte le funzionalità. Il risultato mi era sembrato deludente. Ma il caso ha voluto che proprio in quei giorni io fossi stato folgorato dalla visione di Ambition e di Wanderers, senz’altro i migliori cortometraggi “spaziali”  usciti nel 2014 ….. In un attimo, tutte le tessere del mosaico si sono ricomposte e il risultato è sotto gli occhi dei lettori.

Quattro fotogrammi che richiamano ognuno un breve film, didascalie ridotte e la possibilità in futuro di accedere ad altrettante pagine statiche che potranno funzionare da indice per approfondimenti, oppure portare notizie fresche, recensioni o quant’altro. “Ma insomma – dirà qualcuno – tutto questo sproloquio per annunciare la presenza di quattro nuovi link verso altrettanti filmati?!” No, una nobile causa che giustifichi lo sproloquio in realtà c’è e consiste nel ringraziare pubblicamente Massimiliano Bellisario e lo staff di Next Solar Storm per aver dotato Ambition e Wanderers di sottotitoli in italiano, un’opera veramente meritoria.

ROBERTO FLAIBANI

6 marzo 2015 Posted by | News, Senza categoria | , , | Lascia un commento

Spock, il Vulcaniano

 Kirk+SpockChi potrà dimenticare le orecchie a punta, il sopracciglio inarcato a rimarcare il sorriso sarcastico in presenza di situazioni poco convincenti per la sua mente ultrarazionale?  Sì, ci mancherà Leonard Nimoy in arte Spock, il vulcaniano amico dei terrestri! Era un ufficiale agli ordini del Capitano Kirk, a bordo dell’astronave Enterprise, appartenente  alla Flotta Stellare della Federazione Unita dei Pianeti, dove Spock prestava servizio. Una astronave da esplorazione, sempre in rotta verso luoghi dell’universo “Dove nessun uomo è mai giunto prima“, secondo quanto diceva il capitano Kirk all’inizio di ogni episodio di Star Trek.

Nella foto: (Shatner & Nimoy ovvero Kirk & Spock)

Tra ieri e oggi sulla pagina Facebook dello STIC, lo Star Trek Italian Club, sono letteralmente piovuti migliaia di commenti di cordoglio di fan che si sentono privati di un amico. Una volta tanto ci uniamo volentieri al coro ricordando l’uomo e il personaggio che interpretava, che in qualche modo ha modificato i rapporti tra gli esseri umani e gli alieni sul piccolo e grande schermo. Negli anni ’50, prima del simpatico Spock, gli alieni erano rappresentati spesso come nemici del genere umano, ma poi arrivò lui, il vulcaniano più famoso dell’Universo, e i rapporti migliorarono. Tra l’altro è divertente ricordare che nella mente di Gene Roddenberry, l’autore della saga,  egli doveva essere marziano, ma il rosso della pelle sarebbe risultato troppo grigio sugli schermi in bianco e nero, così i produttori decisero che sarebbe arrivato da Vulcano, e con una tonalità di pelle differente.

11029494_802829606419273_3726013744543593269_n(Samantha Cristoforetti fa il saluto vulcaniano dalla ISS)

Sarebbe difficile condensare in poche righe di blog un serial e una figura che tanto hanno contribuito a far volgere gli occhi dell’umanità verso l’immensità dell’Universo: nell’infanzia molti astronauti e scienziati dello spazio hanno  avuto i personaggi di Star Trek come modelli di vita. Lo testimonia anche l’italiana Samantha Cristoforetti, attualmente imbarcata sulla Stazione Spaziale Internazionale,  in un tweet: “of all the souls I encountered his was the most human” thx@TherealNimoy for bringing Spock to life for us, con la sua foto mentre fa il saluto vulcaniano (Lunga vita e prosperità – un altro classico) con indosso una maglietta con il simbolo dell’Enterprise.

gazzettinoE a proposito del nostro Paese, c’è da rimarcare l’ignoranza nei confronti di un fenomeno planetario come Star Trek e in generale della fantascienza. La Stampa e il Gazzettino di sicuro, ma chissà quanti altri, hanno confuso, nei loro articoli di “colore”, Star Trek con Star Wars (Guerre Stellari) e Spock il Vulcaniano con il dott. Spock, medico pediatra protagonista di una serie televisiva americana dell’epoca. In televisione la scomparsa di Nimoy è stata quasi ignorata, salvo per appellarlo qualche volta come “vulcanico”. E dire che negli Stati Uniti persino il presidente Obama ha dato il suo contributo a un lutto che non è solo del Fandom trekkiano.

Io non sono mai stato un fan di Star Trek, ma mi sento come se fosse scomparsa una persona che conoscevo bene e che avevo imparato ad amare. Egli contrapponeva la sua logica ferrea alla nostra difettosa umanità, piena di contraddizioni dettate dai nostri sentimenti. Sono ancora nei miei occhi i suoi scontri con McCoy, l’ufficiale medico dell’Enterprise, quando si trovavano di fronte a situazioni in cui era difficile comprendere se era meglio usare la testa o il cuore. E in fondo non è una domanda che ci poniamo tutti, quando dobbiamo affrontare scelte difficili?

 

GIANVITTORIO FEDELE

2 marzo 2015 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza, News | | Lascia un commento

Mappa dei corpi solidi del Sistema Solare

space-without-the-space

Ultimamente abbiamo fatto amicizia con il cordialissimo Stephen P. Bianchini, uno studioso di statistica e scienze sociali, appassionato di fantascienza, che vive nella zona di Edimburgo. Stephen collabora con Serious Wonder e con Amazing Stories e ha uno splendido blog tutto suo chiamato The Earthian Hivemind. Per quanto riguarda la collaborazione tra noi (resa più semplice dal perfetto bilinguismo di Stephen) abbiamo deciso di rendere i rispettivi archivi vicendevolmente accessibili, perciò vedrete tra breve i migliori articoli del Tredicesimo apparire, tradotti in inglese, su The Earthian Hivemind, e viceversa. Cominciamo noi proponendovi questo pezzo sulla stupefacente Mappa dei corpi solidi del Sistema Solare (RF)

Questo XKCD è davvero un sito meraviglioso (se ancora non lo conoscete andateci subito, non ve ne pentirete). Ogni tanto qualcuna delle loro realizzazioni grafiche appare dotata di una particolare potenza concettuale, come questa mappa “vecchio stile” che mette insieme tutti i corpi solidi del Sistema Solare.

Non ci sorprende che il nostro pianeta risulti primo, in fondo stiamo parlando di pianeti solidi, ricordatelo, perciò niente giganti gassosi o ghiacciati. Mentre Venere, gemello minore della Terra, è secondo per un soffio. Ganimede, nel sistema di Giove, è la luna più grande del Sistema Solare, e con i suoi 5262 chilometri di diametro è più grande anche di Mercurio e all’incirca della taglia di Marte. La nostra Luna, seppure più piccola di altre, raggiunge comunque una stazza considerevole, specie se paragonata per dimensioni alla Terra (e questo ha provocato la presentazione di una serie di ipotesi riguardo alla sua formazione). Altre lune sono altrettanto impressionanti per diverse ragioni, come il bellissimo Titano (un’altra bella fetta della mappa) o la strana Miranda (vedere questo articolo se si vuole saperne di più).

Nella parte bassa della mappa c’è una sorta di regione residuale, che raccoglie tutto il resto del materiale solido del Sistema, come le lune minori, le comete e così via. Alcune delle lune minori sono davvero piccole, e non solo le grandi lune possono avere le loro lunette (e le maltrattano pure, come Giapeto che potrebbe aver usato la propria per creare le sue montagne), ma possono anche altri piccoli corpi celesti come gli asteroidi. Un esempio? L’asteroide Ida, diametro massimo 30 chilometri, ha una lunetta in orbita intorno a se: è lunga quasi un chilometro e mezzo e la chiamano Dactyl. E’ così minuscola che solo la sonda Galileo nel 1993, sfilandole accanto a 9600 chilometri di distanza, fu in grado di scoprirla.

Qualche altra cifra può interessare: il Sole da solo si aggiudica il 99% della massa del nostro sistema planetario. Dei rimanenti corpi celesti, Giove è di gran lunga il maggiore (il suo raggio è pari al 10% di quello del Sole). Potrebbe contenere circa 1321 Terre e pare che nel corso della sua evoluzione abbia inghiottito un rivale più piccolo, il che giustificherebbe la sua stazza.

solar_system_no_sunPer concludere, solo una breve nota finale. La sonda “New Horizons” raggiungerà Plutone all’inizio dell’estate e a lugliio sarà alla distanza minima prevista dal pianeta nano. Voglio calcare la mano sull’aggettivo “piccolo” mentre voi osservate la mappa. Il diametro di Plutone è pari a soli 2368 chilometri, circa la metà della distanza che separa la California dal Maine. Ma non mi sento di raccomandarvela come scampagnata in macchina.

traduzione di ROBERTO FLAIBANI

editing STEPHEN P. BIANCHINI

DONATELLA LEVI

Titolo originale “Solid Bodies in the Solar System – a great map”

pubblicato il 3 gennaio 2015 da The Earthian Hivemind.

Creedits: XKCD, NASA-JPL

23 febbraio 2015 Posted by | Astrofisica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , , , , | Lascia un commento

Quei visionari dello spazio che cambiarono il mondo…(seconda parte)

La prima parte di questo imperdibile articolo sui grandi visionari dell’astronautica era dedicata a Wernher von Braun e Sergei Korolev. La seconda parte, che vi proponiamo qui di seguito, è dedicata a Elon Musk e SpaceX, e alla ISS, con le sue caratteristiche innovative e le potenzialità per il futuro dell’astronautica commerciale. Come traduttore, posso dire che è stato uno dei lavori più appaganti e divertenti che abbia mai fatto, come space-enthusiast raccomando ai lettori di favorire al massimo la sua diffusione. Non può venirne che del bene. (RF)

 

Musk1

Negli Stati Uniti, a dispetto dei tagli di bilancio e delle false promesse elettorali che colmano il vuoto lasciato da leader visionari come von Braun, lo spirito della Corsa allo Spazio rimane scolpito nel codice genetico stesso del paese. Possiamo comprenderlo ancora più chiaramente se immaginiamo il corso che avrebbe preso la storia senza von Braun e Korolev. (nell’immagine: Elon Musk)

Supponiamo che la V-2 fosse stata considerata esclusivamente un armamento missilistico, senza che nemmeno un po’ del lavoro venisse destinato al volo spaziale. Supponiamo anche che i sovietici, invece di Korolev, avessero scelto un ingegnere dalla mentalità meno aperta per elaborare i dati della V-2 e costruire una flotta di missili intercontinentali, tale che non avrebbero più potuto esserci ripensamenti a favore del volo spaziale. Niente Sputnik, niente Gagarin, niente “I Magnifici Sette” del Progetto Mercury, nessun progetto Gemini o Apollo, nessuna flotta di sonde robotiche a percorrere per anni il Sistema Solare. E nemmeno i satelliti per le comunicazioni, e nessuna delle tante ricadute scientifiche di cui godiamo al giorno d’oggi. Tutt’al più potemmo supporre che ci sarebbero aerei-spia stratosferici e palloni sonda, e vasti silos di missili intercontinentali dal grilletto facile, con tutto il denaro investito nella Corsa allo Spazio deviato verso il Pentagono.

È uno scenario grigio e deprimente, incapace di darci un presente migliore dell’attuale, ammesso che ci fosse stato un presente e non delle rovine radioattive fumanti. Questo è ciò da cui il sogno di von Braun e Korolev potrebbe averci salvato, quanto meno ci ha portato un’esistenza più interessante rispetto al graduale sviluppo che si sarebbe probabilmente verificato nel corso degli anni 40.

Ma, lasciate da parte le congetture, abbiamo visto la stagnazione che ha seguito la scomparsa di Von Braun e Korolev dal mondo post-Apollo: i progetti d’avanguardia coraggiosi e anche pericolosi verso frontiere inesplorate sono stati sostituiti dai timidi disegni dei burocrati. Da parte americana, un ambizioso nuovo satellite, voluto dai politici per alimentare il sistema dei fondi neri congressuali piuttosto che le necessità del volo spaziale è finito in nulla; da parte sovietica, una serie di stazioni spaziali in bassa orbita terrestre ha accumulato record di durata nello spazio e poco più. L’ispirazione e l’avventura dello spazio sono state divorate da contabili della scienza, che volevano una serie di insignificanti esperimenti controllati piuttosto che una frontiera da penetrare e sperimentare con audacia.

Musk4A dispetto dell’inattività delle istituzioni, il contagio del sogno spaziale non è andato però perduto. Anzi, si è diffuso nel tessuto dei programmi spaziali nazionali e profondamente radicato nei cuori di milioni di persone in tutto il mondo grazie a quello che avevano visto: in particolare in un bambino sudafricano, e futuro immigrante negli Stati Uniti, che rispondeva al nome di Elon Musk (nell’immagine qui accanto) .

Come multimilionario informatico di fine secolo, nessuno negava che fosse un brillante imprenditore, ma il suo obiettivo di colonizzare Marte, dichiarato nel 2002 (quando lanciò SpaceX), venne accolto con un sorriso indulgente e non riscosse alcun credito. Non era il timoniere del settore tecnologico d’avanguardia di una superpotenza, come furono Korolev e Von Braun, ma solo un tizio con un po’ di soldi, e nemmeno abbastanza da essere classificato come uno dei più ricchi fra i suoi colleghi della Silicon Valley.

Così, quando nella prima metà del decennio scorso fu messo in discussione al Congresso il programma della NASA chiamato COTS (Commercial Orbital Transportation Services), era improbabile che SpaceX ed Elon Musk sarebbero stati nominati. Infatti, al di là di alcuni illustri portabandiera, il Congresso era più o meno indifferente all’idea, e l’approvò soprattutto perché piaceva la retorica del mercato libero che era stata appiccicata al progetto nel momento in cui fu messo in discussione, dando l’impressione che non ci fosse pericolo per le vacche sacre di nessuno.

Senza riguardo per ciò che la NASA aveva immaginato per COTS, (in realtà a dispetto di quanto essa avesse mai prefigurato o realizzato sotto qualsiasi programma), l’interesse complessivo del congressisti nelle attività della NASA consisteva giusto nel preoccuparsi che il massimo dei finanziamenti federali entrasse nei rispettivi stati e distretti, e da lì nei loro fondi elettorali. Per loro, dunque, COTS era semplicemente un’altra voce di bilancio che, grazie a uno schema operativo appena differente, poteva portare denaro a Lockheed Martin, Boeing o alle altre aziende ben introdotte.

SpaceX(nell’immagine: un missile della SpaceX)

Invece, un piano che non aveva quasi alcuna importanza per il Congresso fu fatto proprio con entusiasmo dalla NASA come un modo per ridurre leggermente i costi di una parte del suo programma, e fu poi “dirottato” da Elon Musk, alterando in modo radicale e definitivo la struttura economica e il progresso del volo spaziale. Musk sfruttò ogni sinergia che riuscì a trovare tra i modesti obiettivi della NASA e quelli propri ben più radicali, spingendo l’evoluzione della tecnologia di SpaceX e la rapida crescita della sua infrastruttura. E nessuno l’aveva visto arrivare…

I notevoli risultati di SpaceX rivitalizzarono tutto il sistema, spingendo la NASA a essere più ambiziosa e i sostenitori del COTS nel Congresso a promuovere il programma per il volo con equipaggi privati. Solo a quel punto le forze conservatrici all’interno del Congresso cominciarono a osservare con preoccupazione SpaceX, pur senza considerarlo ancora una minaccia. Dopo tutto trasportare carichi commerciali era una cosa, ma di sicuro i voli con equipaggio erano ancora al di là delle loro possibilità. Gli uomini di Boeing e Lockheed si rassicuravano l’un l’altro dicendo che questo programma sarebbe stato un punto a favore per le loro società, e che SpaceX sarebbe potuto diventare tutt’al più un socio di minoranza nel sistema.

Tanta fiducia, comunque, svanì rapidamente di fronte ai progressi sempre più veloci e drastici di SpaceX, che offriva prezzi molto al di sotto di semplici vantaggi competitivi e sviluppava continuamente hardware che non era  nemmeno allo stadio iniziale di ideazione da parte dei principali appaltatori. Prima che questi politicanti se ne accorgessero, e grazie all’assistenza tecnica e finanziaria della NASA, una compagnia di cui qualche anno prima avevano a malapena sentito parlare, cominciava ora a minacciare l’esistenza stessa di grandi società multimiliardarie attive da molti anni, con relazioni nel Congresso solide come la roccia.

Prese dal panico, le più potenti fra loro hanno ripetutamente tentato di far diminuire i finanziamenti ai progetti commerciali assegnati a SpaceX e cercato di convincere le agenzie governative a creare ostacoli per impedire che Musk ne trovasse altri. Ma la popolarità di SpaceX e il suo peso politico sono cresciuti ancor più in fretta delle sue capacità tecniche, e sembra che nel giro di pochi anni si trasformerà dall’ultimo arrivato a essere semplicemente il Programma dei Record.

ISS1

(nell’immagine: la Stazione Spaziale Internazionale – ISS)

Proprio come von Braun si era impadronito di un’arma cinica e crudele per inseguire un sogno di meraviglia e di pace; come Korolev aveva stornato lo stesso programma militare stupido e privo di ingegno per il suo stesso popolo verso realizzazioni che saranno ricordate a lungo dopo che il nome dell’Unione Sovietica sarà stato dimenticato; e proprio come von Braun aveva risvegliato un potere timido e pragmatico per arrivare sulla Luna “perché è difficile”; così pare che presto (toccando legno) Elon Musk potrebbe avere fatto crescere un programma commerciale di trasporto merci, che aveva il banale obiettivo di consegnare ciarpame a una stazione spaziale a un costo leggermente più basso di prima, in una rivoluzione senza fine, aprendo le vie del cosmo all’Umanità.

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( nell’immagine: attività extraveicolari nei pressi della ISS)

Tutti i più radicali progressi nello spazio non sono venuti dagli ordini arbitrari di qualche politico coraggioso, o dalla diligente politica dei piccoli passi di un burocrate, e nemmeno dal cieco perseguire il profitto da parte di un uomo d’affari, bensì dall’irresistibile capacità di un visionario di utilizzare ogni strumento a sua disposizione, reindirizzando qualsiasi grande progetto o istituzione verso la propria causa e convertendo al proprio modo di pensare qualsiasi mente non ancora completamente ottenebrata dal bigottismo e dalla miopia. Questo suggerisce qualcosa di sorprendente e che fa ben sperare per il futuro: che a prescindere da quale sia il programma, le persone che condividono il sogno dello spazio possono impadronirsene per conseguire obiettivi straordinari.

Se von Braun può trasformare un’arma di terrore nella speranza dell’Umanità, perfino con una pistola puntata alla testa; se Korolev può convincere dei criminali militari e dei paranoici uomini d’apparato del Politburo che girare in orbita intorno alla Terra è meglio che farla saltare in aria, con il gulag sempre pronto per lui se avesse sbagliato; se Musk può quasi mandarsi in bancarotta, tentando di trasformare un piccolo programma della NASA nel seme di un programma per il volo spaziale commerciale a costi bassissimi finendo comunque per nuotare nei quattrini, allora forse ci sono altri programmi “inutili”, o “distruttivi” o comunque dismessi che possono essere trasformati in qualcosa di stupefacente se portati avanti con la mentalità giusta.

ISS3(nell’immagine: una parte dell’area pressurizzata della ISS)

Si consideri la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), originariamente poco più che un gesto diplomatico dal costo sbalorditivo, che la maggior parte dei critici dei voli spaziali attaccarono definendolo senza valore. Cosa sta diventando ora, che l’obiettivo si va allargando, e l’industria privata sta cominciando a essere coinvolta? Cosa diventerà nel tempo, quando aziende del livello di Bigelow Aerospace, per esempio, cominceranno a mettere in funzione i propri impianti? Cosa diventerà non appena la ricerca e la produzione basate nello spazio si intensificheranno? Quali saranno i suoi sviluppi in tutte le direzioni, sia letteralmente che figuratamente, mentre crescerà oltre il cinismo delle sue origini, che la voleva come semplice scusa per mantenere in volo lo Shuttle? Magari non farà niente di tutto ciò, e sarà semplicemente sostituita e fatta rientrare dall’orbita, ma il potenziale c’è tutto.

Di fatto, esiste sempre il potenziale di prendere qualsiasi cosa uno abbia e ricavarne qualcosa di più grande… molto molto più grande. Von Braun, Korolev e Musk ci offrono una semplice lezione di buon senso che, ironicamente, si vede di rado messa in pratica: parti da dove sei, e usa gli strumenti a tua disposizione per andare oltre. Aspettare un deus ex-machina che consegni il programma perfetto, immaginando dirigenti che si prenderanno cura di te e comprenderanno le tue speranze, e che il denaro ti pioverà in grembo, tutto ciò non porta da nessuna parte.

ISS4(nell’immagine: la Cupola della ISS)

I nazisti, i sovietici e l’apparato militare americano stavano costruendo dei sistemi missilistici, non dei veicoli spaziali, ma quei missili vennero trasformati in veicoli spaziali dalla diligenza e dalle capacità visionarie di von Braun e Korolev. La ISS voleva solo fornire una giustificazione razionale per mantenere operativo lo Space Shuttle dopo che era già divenuto obsoleto, ma ora la stazione sta diventando il nucleo di partenza di un sistema manifatturiero e commerciale nello spazio. Si pensava che il COTS avrebbe ridotto leggermente i costi del trasporto delle merci sulla ISS grazie all’utilizzo di piccoli appaltatori specializzati, ma è stato invece usato come trampolino per una rivoluzione generalizzata della struttura economica del volo spaziale.

E allora, quale sarà la prossima rivoluzione gentile che ci attende nascosta dietro l’angolo? (fine)

Traduzione ed editing di

ROBERTO FLAIBANI e DONATELLA LEVI

 

Titolo originale: “The strange contagion of a dream” di Brian Altmeyer

pubblicato il 6 ottobre 2014 da The Space Review

Credit: NASA, SpaceX Inc.

16 febbraio 2015 Posted by | Astronautica, Epistemologia, Scienze dello Spazio, Senza categoria | , , | Lascia un commento

Supereroi e superproblemi

A3 poster:Layout 1Dall’arrivo in Italia ormai sei anni fa di The Watchmen (I Guardiani, o i Vigilanti), il film di Zach Snyder, regista dell’innovativo 300, è ritornato in primo piano il motivo per cui questi personaggi dei fumetti, grazie anche alla completa digitalizzazione delle pellicole che consentono di far diventare realtà verosimile ogni cosa impossibile, siano così gettonati dalle case produttrici anche a discapito della fantascienza classica, quella scritta e non disegnata. E’ un po’ lo stesso problema postosi con la nuova grande popolarità del Vampiro che non è più quello di Stoker o di Murnau. Superman, Batman, Spiderman, i Fantastici 4, gli X Men, Ironman, i Watchmen, in una sequenza di episodi che non sembrano voler concludersi: perché?

Intanto, si può cominciare a dire una cosa politicamente scorretta: che tutte queste vecchie-nuove figure che s’impongono all’Immaginario Collettivo giovanile e non solo hanno fatto mettere da parte la famigerata frase di Bertold Brecht, per tanto tempo slogan dell’intellighenzia più ideologizzata e faziosa soprattutto in Occidente durante la Guerra Fredda, quel “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” (perché – sottinteso – l’eroe è un prototipo “fascista”) che si può ormai benissimo sostituire con “beati quei popoli che sentono il bisogno di supereroi”. Lo ha capito benissimo un giovane filosofo controcorrente, Simone Regazzoni, che ha pubblicato così Sfortunato il paese che non ha eroi (Ponte alle Grazie, 2012) che negli anni Dieci del XXI secolo ha il coraggio di scrivere un “elogio dell’eroismo”, come recita il sottotitolo, rivolgendosi ad un mondo che non sa più a cosa credere esattamente.

The-Dark-KnightLa risposta è semplicemente perché l’eroe, mortale o semidivino, è uno degli archetipi dell’umanità, uno dei miti-base di tutte le civiltà, quindi anche della nostra così cinica, incredula e disincantata. E’ un simbolo, una figura di riferimento, un fondatore di storia, realtà e società. Un eroe che, per assolvere queste “funzioni”, non era quasi mai confinato in un empireo inaccessibile, ma viceversa molto, molto vicino alla normale umanità con tutti i suoi pregi e difetti, pur possedendo una sua diversità ontologica di fondo, e questo sin dalle più lontane origini: si pensi al sumerico Gilgamesh con la sua superbia, al celtico Cuchulainn con la sua ira, ai greci Achille e Ettore, a semidei come Ercole, ma anche a eroi cavallereschi come Lancillotto: tutti hanno le loro cadute, tutti sono succubi di sentimenti positivi e negativi (invidia, gelosia, vendetta, tradimento, irriconoscenza), tutti commettono dei falli. Ma tutti alla fine superano se stessi, risorgono e portano a termine la loro missione in favore della società o dell’umanità che rappresentano, tutti restano punti di riferimento, da imitare.

L’eroe del tutto distaccato dai sentimenti e dagli umori della gente qualsiasi paradossalmente rinacque a livello popolare negli Stati Unti degli anni Trenta e Quaranta: tutto iniziò da un supereroe con superpoteri come Superman (giugno 1938) e da un supereroe senza superpoteri come Batman (maggio 1939).Siamo alla vigilia del più spaventoso conflitto militare della storia. Ma la stirpe che da essi vide la luce entrò in crisi negli anni Ottanta quando, mutati tempi e costumi, ebbero tutti bisogno di un restyling. Ecco allora apparire sui comic books nuove versioni di tutti i personaggi classici della DC Comics e della Marvel Comics: basti pensare a The Dark Knight di Frank Miller, oggi diventato film, che fece rinascere il mito di Batman. La scoperta del “lato oscuro della Forza” per dirla alla Guerre stellari. Ecco allora i “supereroi con superproblemi” come si disse a partire dal nevrotico Uomo Ragno.

XmenFacciamo un esempio per tutti, un fumetto/film uguale e diverso dagli altri con protagonisti i supereroi. I Watchmen sono di questo tipo, anzi hanno un paio di caratteristiche in più: sono nevrotici non per colpa loro ma perché emarginati da una società che prima li ha sfruttati e poi li ha messi al bando quasi come i criminali che essi combattevano per difenderla (il che è avvento purtroppo anche nella nostra realrà); la loro vicenda si svolge in un mondo alternativo al nostro in cui la storia americana ha avuto un corso diverso non essendoci stato lo scandalo Watergate e avendo vinto gli Stati Uniti la guerra in Vietnam. Duplice interesse quindi per un’unica risposta di fronte al loro successo presso un pubblico che non è più soltanto quello adolescenziale ma anche adulto, di quegli adulti che erano ragazzi negli anni Settanta e Ottanta del Novecento ed oggi vivono in una società di cui francamente vorrebbero fare a meno, di cui sono profondamente insoddisfatti.

ironmanLa presenza di supereroi che non sono iperuranici ma che hanno pregi e difetti, sentimenti e istinti come uno qualsiasi dei loro lettori o spettatori, e in cui quindi è possibile identificarsi senza troppe difficoltà, e la descrizione di un mondo simile al nostro ma non esattamente uguale, dimostra semplicemente che la voglia di evasione/cambiamento è sempre più diffusa e più forte, e si leggono romanzi o fumetti o si vanno a vedere film proprio perché storie alternative alla Realtà ci vengono proposte.

Anche se questo presente alternativo o questo futuro sono quasi quasi peggiori di quanto ci circonda? Sì, anche in questo caso perché una delle caratteristiche dell’ucronia, il non-tempo, è proprio quella dello spaesamento e della possibilità di instillare il dubbio che il Reale avrebbe potuto essere diverso sia in meglio sia, più spesso, in peggio. Purché una modifica del Fatto Compiuto avvenga si è quasi disposti ad accettare qualunque risultato.

Che poi, come in The Watchmen, i supereroi (e gli eroi) possano essere considerati una specie di nemici della società, visti con sospetto e ostilità dalle forze dell’ordine e dai politici, anche qui nulla di veramente nuovo sotto il sole. L’eroe è sempre ritenuto un Outsider, un Fuori-posto, nella società: esso infatti non rispetta quasi mai le regole cui la gente comune è obbligata: non lo erano forse non solo Robin Hood o Zorro, ma anche gli eroi della classicità con il loro rompere le regole? La nuova immagine degli odierni supereroi americani dei fumetti e dei film accentua queste caratteristiche e le vela di oscurità. Nel caso esaminato i Vigilanti, per difendersi, diventano violenti e amorali e credono più a se stessi che a Dio.

spidermanCome al solito, su questi prodotti della modernità, anzi della post-modernità, si riverbera una eredità ancestrale che spesso si stenta (o si ha paura, chissà perché) di riconoscere, mentre allo stesso tempo essi rispecchiamo l’ambiguità dei tempi attuali. Un’epoca la nostra in cui non esiste più, purtroppo, un chiaro spartiacque fra Bene e Male, ed anche il Bene può risultare inquinato, in cui anche i supereroi non sono immuni da pecche spirituali, morali, civili. Non per questo però non hanno spazio e successo gli eroi ed i supereroi senza macchia e senza paura, quelli per i quali è possibile usare l’accetta o il filo della spada per dividere il lato luminoso e il lato oscuro: si pensi alla continuità del successo degli eroi di Tolkien o al revival sotto forma di fumetti, DVD e libri dei personaggi giapponesi, da Mazinga a Jeeg Robot a Goldrake, rivisitazione ipertecnologica dei samurai difensori dei deboli e dell’imperatore. I tempi odierni sono tali, con la loro atmosfera di crisi incombente, che ognuno apprezza, ama e fa vivere o rivivere decretandone un successo mediatico ogni tipo di eroe. Purché al fondo, nonostante qualche magagna, resti tale come intenzioni e scopi.

GIANFRANCO de TURRIS

9 febbraio 2015 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , | 1 commento

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