Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

La mente e le catastrofi

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Crollo di borsa

Molti anni fa ho conosciuto un comico tedesco, più un performer che un comico, ma tant’è: era pagato dal comune di Roma per fare il comico/performer/buffone nel quadro delle iniziative dell’Estate Romana.
In sostanza il suo numero consisteva nell’essere vestito in modo molto strano, con un tight verde, un cappello di quelli da Topolino con le orecchie tonde e grandi e due scarpe da clown e la sua azione consisteva nel prendere a colpi di forcone i cocomeri che il pubblico gli tirava. Lo so, sembra folle ma era proprio così: nel Parco del Turismo all’Eur, alle nove di sera, in una piazzuola circondato da 200 persone lui invitava il pubblico a prendere un cocomero da una pila di forse 100, duecento cocomeri e a tirarglielo addosso; e lui cercava di colpirlo con un forcone a tre rebbi, di quelli da pagliaio. Letteralmente.

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Dopo un terremoto

Era molto strano ma ancora più strano era l’entusiasmo con cui dopo poco il pubblico partecipava, tirando a lui i cocomeri che venivano spaccati al volo e poi tirandosi l’un l’altro addosso i pezzi dei cocomeri. Alla fine c’era una trentina di ragazzi, quasi nessuna ragazza, che si tiravano pezzi di cocomero, sporcandosi, divertendosi da matti, e la cosa è andata avanti per un buon quarto d’ora. Era molto più una performance che non uno spettacolo comico in senso stretto.

Hans era il suo nome ed era amico di amici attori, anche loro presenti per cui dopo la performance mi sono trovato con lui e con i miei amici a parlare del suo lavoro. E lui molto serenamente mi diceva che aveva a che fare con la morte. Sosteneva che la massa della gente oggi, diversamente dal passato, non vede mai la morte, non assiste alla morte reale. Un tempo non era così, la gente moriva per lo più in casa, c’erano le guerre, le morti per malattie, il morto in casa veniva rivestito dai parenti per il funerale e questo fino a tutti gli anni 50 e in campagna anche dopo. Oggi non è così, si muore in ospedale e a rivestire i morti ci pensano i necrofori. Ma la gente sa che la morte c’è, però non la vede, non ha contatto, non il contatto quotidiano di un tempo. La morte è la negazione del consumismo ed il consumismo l’ha rimossa, edulcorata, sterilizzata, nascosta.

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Maremoto

 

 

Ma la gente, ripeteva Hans, lo sa che la morte c’è, lo sa nel corpo, nell’inconscio, nella propria carne. Per cui quando gli dici “spacca il cocomero” cioè compi un gesto distruttivo e innocuo, lascia galleggiare questo desiderio di distruzione, questa pulsione di morte. Intendiamoci era la sua performance, la sua teoria. Però mi ha colpito e anche molto, soprattutto perché ero rimasto stupito dalla partecipazione di decine e decine di persone a quella foga distruttiva. Ho elaborato un’altra teoria, partendo dal lavoro di Hans.

Il consumismo elimina/nasconde la morte, ma elimina anche le catastrofi. Certo, vediamo poi in televisione in continuazione sparatorie vere e finte, nelle serie televisive come nei documentari delle zone di guerra e ormai Internet ti pernette di vedere perfino le esecuzioni o le torture in diretta se proprio vuoi. Non scherzo: se vuoi, le vedi.

E tutti sotto sotto abbiamo paura delle catastrofi. Perché sappiamo, pensiamo, temiamo che possano accadere. Di solito prendono la forma di eventi naturali, terremoti, maremoti, lo tsunami di qualche anno fa nel Pacifico ha ucciso in un paio di settimane 200.000 persone, per lo più in piccole isole, barchette, sulle coste, ma sempre 200.000. Abbiamo paura delle catastrofi perché sotto sotto pensiamo anche, sappiamo che il benessere nel quale viviamo come occidentali che abitano nel nord del mondo è instabile, forse ingiusto. Non è giusto che noi siamo grassi, moriamo di malattie connesse a eccessi nell’alimentazione, gettiamo milioni di tonnellate di cibo ed il resto del mondo muoia pure di fame, di povertà, di guerre violente. Non va bene e lo sappiamo. Per cui temiamo le catastrofi perché pensiamo di meritarle. Ma le catastrofi non sono così facili.

 

 

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Eruzione vulcanica

 

Certo un meteorite abbastanza grosso cancellerebbe, come ha già fatto, il 75% delle specie di vita sul pianeta, ma io non credo che ce la farebbe con noi. I ghiacci che si sciolgono, mh, cambieranno il clima ma nei porti ne farebbero pochi di danni, ci sposteremmo verso l’interno. Molte di più ne farebbe una vera catastrofe economica. Ecco… tutti hanno paura della crisi economica, dei mercati e delle Borse, ma la crisi veramente rischiosa sarà/sarebbe una crisi sistemica globale, che è possibilissima. Molto più possibile e pericolosa del meteorite o dello sciogliersi dei ghiacci.

Le Borse sono nate per procurare capitali freschi alle industrie e sono immediatamente diventate luoghi di pura speculazione dove la ricchezza si distrugge ma non si crea, e badate, quando si distrugge questo accade per davvero: un crollo del 5% a Tokyo che vuol dire in ipotesi 100 miliardi di dollari sono proprio 100 miliardi di dollari bruciati, distrutti realmente. E quando la borsa riapre e risale non crea il +5% dal nulla, si limita a raccogliere dentro la borsa ricchezza che viene da fuori. Un crollo vero e duraturo del sistema che coinvolgesse anche i debiti pubblici di tutti gli stati che ne hanno sarebbe un crollo spaventoso, una distruzione reale e totale della ricchezza del pianeta. Secondo me morirebbe nel giro di un anno il 90% degli abitanti del pianeta.
Esagero? Mh.

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Finalmente il Toro in borsa!

Ne ho già scritto su Il Tredicesimo Cavaliere, troverete l’articolo ed altri riferimenti qui:

Il crollo della Borsa cinese più distruttivo di un asteroide?

Ma il bello è che ho scoperto che la Cina oltre ad essere un paese enorme, con una popolazione non censita che supera i 1300 milioni di abitanti, che possiede oltre il 20% del debito pubblico degli Stati Uniti (situazione pericolosissima per tutti!) è anche il paese dove i miliardari scompaiono!

Cina, il paese dove i finanzieri spariscono nel nulla

Voi capite che se nemmeno una enorme ricchezza ti mette al riparo da scherzi del genere, mh, non c’è da fidarsi molto di nessuno.

MASSIMO  MONGAI

29 aprile 2016 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , , | Lascia un commento

ALLA VIA COSI’, YURI !

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Yuri Milner e Stephen Hawking presentano Breakthrough Starshot

L’imprenditore e filantropo russo Yuri Milner nemmeno un anno fa aveva messo in subbuglio la comunità astronomica mondiale offrendo tramite la società Breakthrough Listen (consociata della capogruppo Breakthrough Initiatives), un finanziamento di 100 milioni di dollari perché venisse risolto uno degli interrogativi più profondi e complessi che l’uomo si è posto da quando ha cominciato ad esplorare lo Spazio: “Siamo soli nell’Universo? Se non lo siamo, dove sono gli Altri?”.

Ora, attraverso un’altra consociata, la Breakthrough Starshot, e con un secondo finanziamento di 100 milioni di dollari, Milner si propone di realizzare uno studio completo per l’attuazione di un volo interstellare fino ad Alfa Centauri della durata di 20 anni, che costerà tra i cinque e i dieci miliardi di dollari. L’iniziativa è stata presentata il 12 aprile a New York ed è stata seguita da un animato brainstorming per addetti ai lavori che si è appena concluso a Palo Alto, in California.

 

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Una vela fotonica laser-assistita in assetto di volo

 

Da brillante stratega qual’è, nella nuova Breakthrough Starshot Milner ha voluto personaggi di prim’ordine: nel consiglio di amministrazione ha confermato Stephen Hawking e cooptato Mark Zuckerberg, fondatore e presidente di Facebook, mentre ha dato l’incarico di direttore a Pete Worden, che per questo ha rinunciato a un analogo incarico presso l’Ames Research Center della NASA. Milner si avvale inoltre di un gruppo di consiglieri di chiara fama, tra i quali da Harvard l’astronomo Avi Loeb, dall’Inghilterra l’Astronomo Reale Martin Rees, da Berkeley il Nobel Saul Perlmutter, da Princeton Freeman Dyson, matematico ed esponente di primo piano del SETI, e Ann Druyan, vedova di Carl Sagan e produttrice della serie televisiva “Cosmos, a Spacetime Odissey”.

 

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La batteria laser in procinto di fare fuoco

 

Prima di passare a un primo approfondimento, facciamo un po’ di storia. Si era nei giorni a cavallo tra settembre e ottobre 2011 e a Orlando (Florida) si svolgeva il congresso di formazione del 100YSS, il primo movimento di opinione che si proponeva di realizzare il volo interstellare. Era composto di professori e studenti universitari e da una moltitudine colorata di space-enthusiast mobilitati da dozzine di gruppi e associazioni, in un’atmosfera degna di Woodstock. In realtà la convention era frutto dell’intuizione di alcuni pezzi grossi della NASA e sopratutto della DARPA, l’agenzia per la tecnologia avanzata del Pentagono, che aveva fornito all’operazione copertura finanziaria e mediatica, con una formula tutta americana impensabile nel nostro paese. Non è dunque Milner, bensì sono i militari del Pentagono i primi ad avere intuito la potenzialità di mercato e la capacità di innovazione scientifica e tecnologica che un rinnovato interesse allo spazio in questi termini potrebbe destare. Le iniziative di Milner, e degli altri Paperoni che speriamo ne seguano l’esempio, nonostante le differenze rappresentano il logico sviluppo e coronamento della strategia targata DARPA.

 

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Ricordiamo ai lettori che un’informazione sommaria sui particolari tecnici e organizzativi dell’impresa è già stata trasmessa dai media. Ci limiteremo quindi a elencare i punti caldi, fornendo però un’accurata lista di link per chi vuole approfondire.

La tecnologia di base

Le Nanotecnologie e il loro turbinoso sviluppo, sono alla base della proposta della Breakthrough Starshot. Infatti Alpha Centauri, lontana 4,3 anni luce, non sarà raggiunta da una singola astronave, ma da uno sciame di centinaia di nanosonde spaziali di cui esistono già modelli sperimentali chiamati Sprite, ma qui conosciuti come “Starchip”. Trattandosi di una missione di fly-by senza equipaggio, non sono possibili manovre di rientro: dopo aver raggiunto Alpha Centauri, le nanosonde superstiti si perderanno nello spazio.

 

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Nanotecnologie in azione: un prototipo dello Sprite

 

La navigazione

La tecnica della vela fotonica laser-assistita. Questa tecnica è stata allo studio per molti anni sopratutto ad opera del fisico americano  Robert Forward, ma è stata sempre giudicata irrealizzabile fino alla nascita delle nanotecnologie.

Per muoversi, ogni nanosonda sarà abbinata a una vela fotonica di forma quadrata e di 4 metri per lato, costruita con materiali di nuova concezione  estremamente leggeri e robusti, e, una volta raggiunta l’orbita terrestre verrà accelerata da un impulso laser lanciato dal suolo in direzione di Alfa Centauri fino alla velocità di 60.000 km/sec,  pari al 20% della velocità della luce.

La propulsione

La batteria di laser che farà da propulsore sarà riutilizzabile per varie missioni. Nella sua configurazione principale, quella Starshot, la batteria dovrà essere in grado di emettere almeno una volta al giorno un impulso della potenza di 100 gigawatt e della durata di 2 minuti, e poi ricaricare. Ma si potrebbe usare per spedire sciami di starchip ovunque nel Sistema Solare e verso le stelle più vicine con compiti diversificati. Potrebbe essere utilizzata come arma di Difesa Planetaria , ma purtroppo anche come super-arma in conflitti sulla Terra.

 

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La missione FOCAL

 

Le telecomunicazioni a lungo raggio

Mantenere telecomunicazioni efficienti tra le nanosonde e la base a terra, probabilmente il  Deep Space Network (DSN) della NASA, è indispensabile per il successo della missione. Ma Claudio Maccone, Presidente del Comitato Permanente SETI in seno all’ International Academy of Astronautics di Parigi e autore di profondi studi su questo tema, dice:

Se usiamo il Sole come una lente gravitazionale possiamo mantenere i contatti con le nostre sonde anche a distanze interstellari. Questa è la chiave per esplorare i dintorni del Sistema Solare nei secoli a venire. Anche civiltà aliene potrebbero avere scoperto questo metodo per comunicare a lunga distanza. Se cosi fosse, potremmo entrare a far parte di un vero e proprio Internet interstellare.

Il nostro Sole potrebbe effettivamente rivelarsi il migliore dispositivo possibile per le telecomunicazioni, se la sua gravità potesse essere usata per creare una sorta di radiotelescopio gigante in grado di mandare e ricevere segnali enormemente amplificati. L’astronoma Slava Turyshev del Caltech ha parlato di un “guadagno d’antenna” dell’ordine di 1011 per radiazioni nella gamma ottica. Questa enorme “magnificazione” potrebbe essere sfruttata con radiazioni di qualsiasi lunghezza d’onda, per esempio nella gamma radio. Anzi, si potrebbe creare una rete ancora più potente posizionando delle sonde relais vicino ad altre stelle per formare ponti radio attraverso il grande vuoto interstellare.

Ponti radio “gravitazionali”

Per crearne uno si dovrebbe cominciare piazzando una sonda relais in corrispondenza del fuoco più vicino della lente gravitazionale del Sole, situato alla distanza di 550 Unità Astronomiche (UA) da esso. Quindi all’altro capo del ponte, continuando con l’esempio di Alpha Centauri, deve essere piazzata una seconda sonda relais per potenziare i segnali in entrata e uscita.
Con questi relais in posizione, la percentuale d’errore nelle trasmissioni tra i due capi del ponte crollerebbe da 1 su 2 , a 1 su 2 milioni, pari all’accuratezza raggiunta dal DSN della NASA nell’ambito del Sistema Solare. Sorprendentemente, la potenza di trasmissione richiesta è davvero minima, appena un decimo di milliwatt, come dire svariati ordini di grandezza in meno delle antenne del DSN.
Tuttavia la realizzazione di un sistema radio interstellare basato su lenti gravitazionali darebbe un gran da fare agli ingegneri. Tanto per cominciare, i ripetitori dovrebbero restare precisamente allineati uno rispetto all’altro e ai loro amplificatori stellari anche su distanze estreme, afferma Maccone. Ciò richiederebbe un sistema rivoluzionario di navigazione celeste e orientamento, una sorta di GPS galattico basato sulle pulsar. Ma anche se effettivamente questi ponti radio potrebbero consentirci di tenere i contatti, il limite universale della velocità della luce (e quindi dell’informazione) scoperto da Einstein, implica che il dialogo avrebbe comunque tempi lunghissimi. Data la distanza, una conversazione con una colonia su un ipotetico mondo abitabile (tipo “Avatar”), nel sistema di Alpha Centauri, avrebbe un ciclo domanda–risposta di quasi nove anni.

Attualmente non c’è soluzione al problema del ritardo nelle telecomunicazioni- dice Maccone -Ma la buona notizia è che adesso abbiamo un modo affidabile per comunicare attraverso distanze interstellari.

 

 

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Il Sole a confronto col sistema di Alpha Centauri

 

Concludiamo qui il primo articolo dedicato a Breakthrough Starshot sapendo già che torneremo spesso ad occuparcene.

ROBERTO FLAIBANI

27 aprile 2016 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Difesa Planetaria, missione FOCAL, News, Scienze dello Spazio, SETI, Volo Interstellare | , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Quando nacque la Fantascienza italiana

 

sputnik 1 Oltre il Cielo I segreti dell'astronave

Lo Sputnik 1

 

Il 4 ottobre 1957 l’Unione Sovietica lanciò a sorpresa il primo satellite artificiale della Terra, lo Sputnik I, il 31 gennaio 1958 gli Stati Uniti lanciarono il loro primo satellite, l’Explorer I: un lento recupero che portò pian piano alla prevalenza americana nella “corsa allo spazio” con lo sbarco sulla Luna appena undici anni dopo. nel 1969. Era cominciata quella che retoricamente venne chiamata l’Era spaziale (non fu così con buona pace di “2001 Odissea nello Spazio” di Kubrick e Clarke), ma era contemporaneamente nata la fantascienza italiana. Sì, perché proprio intorno alle date del lancio dei due satelliti era uscita e si era sviluppata una rivista che ormai a buon diritto si può considerare la “madre” della science fiction made in Italy.
Il 15 settembre 1957(data di copertina) era apparso nelle edicole un quindicinale dal formato insolito e dal titolo ancora più insolito: Oltre il Cielo lo aveva fondato Armando Silvestri (1909-1990), ingegnere, giornalista aeronautico di vaglia laureato giovanissimo al Politecnico di Milano, redattore di riviste di questo genere fra le due guerre, direttore della rivista Ali Nuove che pochi anni prima aveva assorbito un altro periodico, Cielo, di cui la nuova rivista riprendeva il nome e lo lanciava al di là dell’aeronautica: verso l’astronautica allora nascente (lo Sputnik, come si vede dalle date, non era stato ancora lanciato) e la fantascienza. Condirigeva la rivista Cesare Falessi (1930-2007), allora giovanissimo, ma poi valente giornalista, tra i fondatori e poi anche presidente dell’UGAI, Unione Giornalisti Aeronautici (poi Aerospaziali) Italiani, divulgatore scientifico, storico militare.

sputnik 1 Oltre il Cielo I segreti dell'astronave

Oltre il Cielo

La Fantascienza aveva ufficialmente visto la luce in Italia appena cinque anni prima con Scienza Fantastica (aprile 1952) e Urania (ottobre 1952), ma ormai dopo qualche tentativo iniziale pubblicava soltanto scrittori stranieri ignorando gli italiani, una inversione di tendenza rispetto alla narrativa popolare fra le due guerre che invece aveva privilegiato la narrativa nazionale. Silvestri e Falessi, che scrissero anch’essi di Fantascienza, il primo negli anni Venti e Trenta sul Giornale Illustrato dei viaggi, e il secondo appunto su Oltre il Cielo sin dal n.1 con vari pseudonimi (sono stati tutti riuniti in una antologia edita dalla casa editrice Elara di Bologna col titolo I segreti dell’astronave, a mia cura) vedevano la questione in maniera diversa: in primo luogo intesero la fantascienza come un modo di avvicinare i giovani di quell’epoca (noi e tanti altri con noi) all’idea della “conquista dello spazio”, dell’uscita dai limiti terrestri, dell’ampliamento del punto di vista antropocentrico, un mezzo per far diventare “popolare” l’astronautica; in secondo luogo diedero man mano sempre più pagine agli autori italiani che in seguito furono gli unici ad essere pubblicati. Inoltre, dopo una iniziale “ortodossia” spaziale e astronautica, gli orizzonti della fantascienza pubblicata dalla rivista romana andarono sempre più ampliandosi.
Sulle pagine di Oltre il Cielo per i dieci anni in cui visse e i 155 fascicoli che pubblicò sino all’inizio degli anni Settanta, esordirono o si consolidarono le firme della prima e seconda generazione di tutti i più importanti scrittori di fantascienza italiana: Vincenzo Croce, Sandro Sandrelli, Ivo Prandin, Gianni Vicario, Renato Pestriniero, Lino Aldani, Massimo Lo Jacono; e poi Piero Prosperi, Ugo Malaguti. G.L.Staffilano, Antonio Bellomi, Vittorio Curtoni, Tiberio Guerrini, Alcide Montanari. Alcuni di questi presero poi altre vie, diversi interruppero la loro attività fantascientifica, parecchi l’hanno continuata con ottimi risultati come critici, direttori di collane e riviste. Sta di fatto che Oltre il Cielo capì le loro qualità, credette nella loro narrativa, aprì loro le pagine, fu palestra e trampolino di lancio per l’allora giovane Fantascienza autoctona. Che difese a spada tratta quando, nella seconda metà degli anni Sessanta si sviluppò una polemica proprio nei suoi confronti, fra chi prediligeva quella angloamericana per cui ogni romanzo o racconto straniero era in assoluto un capolavoro, e coloro che difendevano le qualità di quella nazionale.
I Segreti dell'AstronavePer inciso una scrittrice italiana oggi scomparsa e rapidamente dimenticata come spesso succede, Luce D’Eramo, in un suo complesso romanzo di extraterrestri in incognito sulla Terra (Ritorneranno, Mondadori, 1986) che meriterebbe una ristampa, racconta fra le righe la storia di Oltre il Cielo e degli uomini che la realizzarono: infatti, era la figlia di Publio Mangione, uno degli editori di Cielo, oltre che bravissimo disegnatore. Ma del particolare nessuno si accorse, eccetto forse il sottoscritto che lo segnalò in una lunga recensione ricevendone conferma dall’autrice…
Il problema all’epoca era che la nostra narrativa fantascientifica non sembrava esistere dato che le grandi collane specializzate in edicola (da Urania Mondadori, a Cosmo Ponzoni soprattutto, ma anche la miriade di testate che si svilupparono soprattutto in seguito negli anni Settanta e oggi del tutto scomparse), se pubblicavano opere italiane obbligavano i loro autori a utilizzare pseudonimi inglesi e francesi. Anche qui lentamente, troppo lentamente, le cose sono mutate: prima con la collana Cosmo Nord che cominciò a ospitare romanzi a firma italiana negli anni Ottanta, e poi con il Premio Urania che con la sua prima edizione del 1990 ha permesso di inserire nella collana mondadoriana le opere vincitrici del concorso. Era una questione di abitudine: i lettori rifiutavano le opere di italiani solo perché non abituati a leggerle (a parte una critica aprioristicamente precevuta).

Oggi, anche con una nuova generazione di appassionati, le cose sono totalmente cambiate: lettori e critici non hanno obiezioni di principio, anche se la crisi editoriale sta penalizzando la narrativa che adesso si definisce “di genere”, Peraltro da un bel pezzo romanzi di questo tipo (anche se soprattutto fantastici e dell’orrore più che di science fiction) sono presenti in collane generaliste senza una particolare etichettatura. Però escono e sono firmati anche da autori considerati mainstream che magari si rifiutano di definire le loro opere come “fantascienza”, però nella sostanza la scrivono…

GIANFRANCO de TURRIS

18 aprile 2016 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , | Lascia un commento

Fanta/Scienza Papera

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il primo volume della collana

Non so voi, ma io ero un lettore accanito di Topolino, la rivista Mondadori/Disney degli anni 50. Quando ho cominciato a leggere in prima elementare leggevo, appunto, Topolino e Nembo Kid.

E fra le storie di Walt Disney quelle che mi piacevano di più erano quelle disegnate da Carl Barks. Per intendersi l’inventore di Archimede Pitagorico, Zio Paperone, Amelia La Strega che Ammalia (napoletanissima, vive sul Vesuvio!) e tanti, tantissimi altri. Mi piaceva il “tratto” d Carl Barks, riconoscibilissimo: essenziale, pulito, realista, molto americano. E le sue storie erano spesso storie di fantascienza. Alcune erano proprio ambientate nello spazio, oppure in luoghi dedicati alla FS come ad esempio Atlantide. Per il suo tramite la FS è sempre stata molto presente in tutte le pubblicazioni Disney.

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Carl Barks

Archimede Pitagorico è fra i personaggi presenti nelle storie di questi nuovi volumetti che la Disney edita insieme a Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. Sono storie di fantascienza, ma sono e saranno anche in futuro storie di scienza, dato che il piano dell’opera prevede molti volumi che tratteranno di tematiche scientifiche tanto quanto fantascientifiche: esplorazioni spaziali, robot ed intelligenza artificiale, invenzioni del futuro, atomi e formule chimiche sono solo alcuni dei titoli che prevedono oltre 30 uscite.

L’interesse del mondo Disney per le tematiche fantascientifiche è letteralmente antico: Archimede Pitagorico fu inventato da Barks nel 1952, oltre 60 anni fa, e veramente non saprei, fra le molte storie quale indicare come la migliore, anche se sono particolarmente affezionato alla storia di Atlantide, perché, almeno nel ricordo, uscì o la lessi in contemporanea con la storia di Lori Lemaris, la sirena proveniente da Atlantide di cui si innamora Nembo Kid/Superman. Ci ho messo letteralmente anni per trovare i due Dialoghi di Platone dove si cita per la prima volta Atlantide! Che nel caso non lo sapeste è stata letteralmente inventata da lui, dato che non è vero quel che dice nel Timeo che la notizia gli è stata passata da “sacerdoti egiziani”. Il che fa di Platone a mio avviso l’inventore della FS, almeno di quella ucronica e comunque considerando il successo di Atlantide nella storia della FS uno dei più grandi autori di FS in assoluto. Certo, ha avuto ben altri meriti, ma questo non è piccolo.

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Ecco il famoso tratto alla Carl Barks

Riepilogando. Se avete animo di bimbo, i racconti a fumetti contenuti nei volumi appena usciti sono gradevolissimi. Se avete bimbi in giro per casa in grado di leggere e volete avviarli alla lettura di cose fanta/scientifiche questi volumi sono perfetti. E notate la barra/slash: ogni volumetto è preceduto da alcune interessantissime pagine di introduzione, seria ma non seriosa, alle tematiche del volume di semplice e facile lettura.
Insomma, un percorso netto.

MASSIMO MONGAI

10 aprile 2016 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , , , | Lascia un commento

eso12 – A caccia di firme biologiche

Questo articolo è l’ultimo di una serie dedicata all’individuazione e allo studio dei pianeti extrasolari, e altri ne seguiranno. La serie ha avuto inizio il 20/7/15 con eso1 – I pianeti extrasolari, imparare le basi. In particolare, oltre al presente, altri due post sono stati dedicati alla spettroscopia del transito, una nuova disciplina che consentirà di stabilire con certezza l’esistenza della vita su altri pianeti tramite l’individuazione di firme biologiche che si sta proprio ora cominciando ad analizzare. I due articoli sono: eso10 – I colori di un mondo che vive e eso11 – I colori della vita extraterrestre. Ambedue possono essere considerati propedeutici al presente articolo. Buona lettura. (RF)

 

 spettroscopia transito JWST firma biologica ossigeno abiotico falso positivo

Immagine: una nuova ricerca del Laboratorio Planetario Virtuale dell’Università di Washington aiuterà gli astronomi a identificare meglio ed escludere i “falsi positivi” nella ricerca della vita. Illustrazione: immagine di un artista di Kepler 62E, a circa 1200 anni luce nella costellazione della Lira. Fonte: NASA

 

Mancano solo due anni al lancio del Telescopio Spaziale James Webb (JWST). Se tutto va bene, il JWST dovrebbe traghettarci nell’era del rilevamento delle firme biologiche, che verrà usato per cercare i segni caratteristici degli organismi viventi nelle atmosfere dei rispettivi mondi. Ma quanto sono sicure queste firme? Una nuova pubblicazione dell’Università di Washington approfondisce il problema dei falsi positivi ed elenca le caratteristiche delle firme che potrebbero fuorviarci.

Un metodo di studio delle firme biologiche è quello della spettroscopia di transito, che usa i dati raccolti dalla luce della stella che attraversa l’atmosfera di un pianeta in transito. Questa tecnica ci consente di analizzare quelle caratteristiche della luce che evidenziano i particolari costituenti dell’atmosfera. Un consistente segnale dell’ossigeno può per forza indicare la presenza di vita? Si penserebbe di sì, perché l’ossigeno nell’atmosfera terrestre, O2, è instabile nel tempo su scala geologica e verrebbe gradualmente consumato dalle reazioni con i gas vulcanici e dall’ossidazione al livello della superficie.

Sul nostro pianeta quindi l’ossigeno necessita di una fonte che lo ricostituisca e che è la fotosintesi di piante e alghe che cercano la luce solare per ottenerne energia. Ma Edward Schwieterman e il suo team pensano che, mentre sulla Terra l’ossigeno abiotico non può raggiungere livelli significativi, può certamente aumentare in altri ambienti planetari. Questo dovrebbe farci riflettere. (1)

Schwieterman, che lavora sotto l’egida del Laboratorio Planetario Virtuale (Virtual Planet Laboratory) dell’università, vede l’ossigeno come un potenziale falsario delle firme biologiche. La creazione abiotica di ossigeno, particolarmente intorno alle stelle di massa piccola che potrebbero essere uno dei primi oggetti di questo tipo di ricerca, può verificarsi quando la luce ultravioletta della stella spezza le molecole di biossido di carbonio, consentendo la formazione di O2 da parte di alcuni atomi di ossigeno. Abbiamo così dell’ossigeno non sostenuto da attività biologica.I modelli al computer di Schwieterman mostrano che questo processo produrrebbe anche trascurabili quantità di monossido di carbonio. Pertanto, la presenza di biossido e monossido di carbonio solleverebbe dubbi sul simultaneo rilevamento di ossigeno nell’atmosfera di un pianeta. I processi abiotici, anziché la vita, potrebbero esserne l’agente. Ciò può essere usato a nostro vantaggio: dato che le firme di CO/CO2 e O di origine abiotica sono più rilevabili con appena 10 transiti rispetto a O2 e O3, il fatto di determinarle con ragionevole certezza può permettere di escludere i pianeti con firme biologiche false per passare invece allo studio di altri pianeti. (2)

L’Osopra menzionato è un secondo tipo di falsario delle firme biologiche, in quanto la luce della stella primaria decompone l’acqua atmosferica sul pianeta roccioso in esame. In questo caso otteniamo grandi quantità di ossigeno dovuto alla fuga dell’idrogeno e possiamo aspettarci di trovare coppie di ossigeno molecolare di breve durata che diventano molecole di O, producendo una firma propria. Come nota Schwieterman, si produce una maggiore percentuale di ossigeno come mai la Terra ha avuto nella propria atmosfera:

 

Certe caratteristiche dell’Osono potenzialmente rilevabili nella spettroscopia di transito e molte altre sono visibili nella luce riflessa. Un segno consistente di O4 potrebbe suggerire che quest’atmosfera ha molto più ossigeno di quanto ne possa essere prodotto biologicamente.

 

Il rilevamento di questo particolare “falsario  delle firme biologiche” è più fattibile per mezzo dell’osservazione diretta, mentre le firme del biossido e del monossido di carbonio sono meglio identificabili tramite la spettroscopia di transito. La ricerca prende in considerazione le simulazioni dello spettro dell’osservazione diretta, in cui l’elevato assorbimento dell’Ofarebbe ipotizzare un’atmosfera a elevato contenuto di ossigeno, molto diverso da quello mai raggiunto dalla Terra.(3)

Schwieterman e il suo gruppo ritengono che i primi pianeti potenzialmente abitabili, di cui studieremo le atmosfere, saranno quelli orbitanti intorno alle stelle nane di classe M. Si tratta del tipo di pianeti con maggiore probabilità di mostrare entrambi i tipi di falsari delle firme biologiche spiegati sopra. Dovremo quindi interpretare potenziali firme biologiche che, senza questi criteri, darebbero adito a confusione. Afferma Schwieterman:

 

La potenziale scoperta della vita al di fuori del Sistema Solare è di tale importanza e foriera di tali conseguenze che dobbiamo essere assolutamente sicuri di aver lavorato bene, di sapere esattamente cosa stiamo cercando e da cosa potremmo essere ingannati quando analizziamo la luce degli esopianeti.

Traduzione e adattamento di FAUSTO MESCOLINI

 

 

FONTI:

La pubblicazione è Schwieterman et al., Identifying Planetary Biosignature Impostors: Spectral Features of CO and O4 Resulting from Abiotic O2/OProduction, Astrophysical Journal Letters Vol. 819, N. 1 (25 febbraio 2016). Riassunto / prestampa. È disponibile anche un comunicato stampa dell’Università di Washington.

Titolo originale: False Positives in the Search for Extraterrestrial Life di Paul Gilster, pubblicato su Centauri Dreams il 2 marzo 2016

NOTE:

1.

In biochimica, sintesi a., la sintesi di composti organici per via chimica, che avviene cioè in assenza di cellule viventi o di loro organuli, N.d.T.

2.

“…nei casi qui esposti, i discriminatori spettrali di O2 e Osono più trascurabili con un’ipotetica osservazione del JWST che con le firme degli stessi O2 e O3. Nello spettro del nostro esempio, né l’O2 né l’Osarebbero direttamente rilevabili con appena 10 transiti, mentre i discriminatori abiotici di CO/CO2 e O4 potrebbero esserlo. Se lo scopo ultimo è quello di definire i pianeti in cui sono ottenibili le firme biologiche, si avrebbe l’opportunità di massimizzare il tempo utile di osservazione. Nel caso in cui gli indicatori spettrali delle firme biologiche false vengano rilevati con ragionevole certezza, piuttosto che approfondire ulteriormente la comunità scientifica potrebbe destinare il tempo restante ad altri obiettivi promettenti.”

3.

“Questo semplice caso di prova dimostra che se le atmosfere a O2 elevato proposte da Luger e Barnes (2015) esistono, la forza di assorbimento della banda dell’Oin tali spettri planetari sarebbe paragonabile o superiore a quella delle bande di O2 monomero. Tali spettri sono qualitativamente differenti dallo spettro della Terra moderna, anche nell’intervallo 0,3-1,0 µm, dato che hanno forma diversa, caratteristiche dell’Opiù ampie e ulteriori caratteristiche provenienti dall’O4. Tutti questi sono segni di un’abbondanza di O2 molto maggiore di quanto abbia mai raggiunto l’atmosfera terrestre, autoregolata da cicli negativi.”

3 aprile 2016 Posted by | Astrofisica, Planetologia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , , | Lascia un commento

Dall’ippogrifo ai dischi volanti

Pubblichiamo qui di seguito un intervento di Gianfranco De Turris sugli UFO. Fino a oggi non avevamo dedicato a questo problema nemmeno un grammo di inchiostro, e la faccenda sarebbe continuata sicuramente in questo modo, se Gianfranco non fosse intervenuto. Sarà pur strano che a tutti gli eventi UFO da trent’anni fa ad oggi non si sia riusciti a dare ancora una spiegazione ragionevole, e certo stupisce il fatto che tutti i governi inglesi di quel periodo, siano stati conservatori o laburisti, abbiano di fatto confermato la fiducia a un ufficio creato apposta per gli avvistamenti UFO nell’ambito del servizio segreto militare, nel segreto più assoluto. Ma gli UFOisti con le loro strampalate teorie hanno gettato un discredito feroce anche sul movimento culturale e scientifico che si occupa con serietà della ricerca dell’intelligenza extraterrestre. Ci sono voluti anni di lavoro, e qui davvero tonnellate di inchiostro, per ottenere che le opinioni del SETI oggi siano finalmente prese in seria considerazione dalla comunità scientifica e dai media, al pari di altre più ortodosse, come accade per esempio nel dibattito su KIC 8462852, uno dei casi astronomici di maggior rilievo del momento. L’apertura degli archivi  segreti americani e inglesi, purtroppo,  non porta chiarezza, ma anzi conferma che tutta la problematica inerente agli UFO rimarrà avvolta nella nebbia del dubbio e dell’incertezza. E questo non è certo un bene.(RF)

 

UFO dischi volanti ippogrifo incontro ravvicinato

Grazie al Freedom of Information Act, la legge sulla libertà di informazione dei Paesi anglosassoni, ed alla ostinazione di alcuni ufologi britannici, così come è già avvenuto negli Stati Uniti per i dossier conservati dalla CIA, così anche i National Archives di Londra hanno resi pubblici i 24 faldoni in cui sono conservati circa settemila verbali sugli “oggetti volanti non identificati” raccolti in trent’anni da un ufficio del servizio segreto militare, di cui sino ad ora non si conosceva nulla, il DI55. Il che vuol dire che da decenni il Ministero della Difesa inglese aveva un apposito dipartimento incaricato di seguire la questione di cui sino ad ora aveva negato l’esistenza. I verbali su carta velina e a quanto pare contaminati dall’amianto, sono stati scansionati su files e messi a disposizione “a rate”.

Due le considerazioni da fare. La prima è che le testimonianze di semplici cittadini e di militari (in genere aviatori) non si discostano da quelle sino ad oggi conosciute: gli UFO sono lunghi cilindri scuri, o oggetti lenticolari brillanti, o punti verdi fluorescenti, o fusi color arancione. Siamo nella norma, insomma. La seconda è che questi avvistamenti si sono verificati fino all’altro ieri, ma sui media praticamente nulla è trapelato: l’argomento non è più considerato giornalisticamente appetibile, oppure le autorità hanno pensato bene di non passare alla stampa le notizie? Sta di fatto, però, che tempo fa su tutti i quotidiani inglesi pubblicarono la notizia che un elicottero della polizia aveva avuto un “incontro ravvicinato” con un UFO che è stato anche fotografato, dimostra invece che l’interesse dei media permane….

E allora la risposta giusta è la seconda. Il particolare che, almeno in Gran Bretagna, sino a pochissimo tempo fa fosse un organismo dei servizi segreti militari a raccogliere le testimonianze ed a vagliarle, vuol dire che, nonostante le minimizzazioni ufficiali, la questione non è mai stata considerata una sciocchezza o una fantasia popolare.

Da qui una deduzione quasi ovvia: ancora non si sa dare una spiegazione esatta e definitiva del “fenomeno UFO” nel suo complesso. Nonostante siano state avanzate ponderose spiegazioni di tipo scientifico, sociologico, psicologico, culturale, ancora nessuno è perfettamente sicuro che gli UFO siano soltanto, ad esempio, un fenomeno naturale, una allucinazione singola o collettiva, un imbroglio in mala fede, un fraintendimento in buona fede, illusioni ottiche.

A quanto pare una spiegazione definitiva e complessiva ancora non esiste, nonostante le migliaia di libri e indagini compiute in tutto il mondo dal 1947, l’anno del primo avvistamento “ufficiale” di Kenneth Arnold (Monte Rainer, negli Stati Uniti) e della nascita giornalistica del neologismo flying saucer, ad oggi.

Sono veramente “oggetti” solidi o non lo sono? Sono un “mito moderno”, mandala tecnologici, come affermava Carl Gustav Jung, oppure no? Sono veicoli spaziali pilotati da extraterrestri o aerei sperimentali guidati da esseri umani? Sono tutti, ma veramente tutti, fenomeni naturali, rifrazioni, eclissi, nuvole, aurore boreali, meteoriti? Sono tutti, ma veramente tutti, modi ideati da persone qualsiasi per mettersi in mostra ed apparire sui giornali, intervistati e fotografati? Sono proiezioni inconsce del nostro immaginario collettivo influenzato dalla cultura scientifica, dalla letteratura di fantascienza? Sono apparizioni improvvise dovute a squarci del continuum spazio-temporale o dimensionale, insomma il multiverso ormai accettato da molti fisici? E’ il modo in cui oggi, nel secolo XX e XXI si mostra una “cultura” che secoli fa si manifestava invece sotto forma di dèmoni e dèi prima, e poi di fate e folletti, insomma il Piccolo Popolo del folklore? Ancora nessuno sa dare una risposta definitiva e convincente al fenomeno. Ma se il DI55 l’ha catalogato e studiato ci sarà pure un perché, no?

ippogrifo

Ovviamente la letteratura dell’immaginario se ne è occupata da sempre, da quando è nata. Anzi, di “extraterrestri”, degli abitanti degli altri mondi, come dimostra bene un saggio (Extraterrestri, Carocci, 2008) i filosofi ne hanno discettato sin dall’antica Grecia. Esseri alieni ce li hanno descritti spiriti illustri come Cyrano (Gli Stati e gli Imperi del Sole e della Luna, 1657-1662), Swift (I viaggi di Gulliver, 1726), Voltaire (Micronegas, 1752). Anche questi si muovevano nell’aria, magari su un pallone e su un’isola volante. Nulla di nuovo sotto il sole: a ogni società i suoi mezzi di trasporto: anche Astolfo andò sulla Luna con l’ippogrifo e non con un missile ed un modulo di atterraggio… Bisogna aspettare i brutti marziani della Guerra dei mondi di Wells (1898) per vedere giungere sulla Terra macchine simili, appunto, ai “dischi volanti”, per di più con intenzioni conquistatrici.

Che sia questo evidente adeguamento del fenomeno alla situazione e al punto di vista della nostra attuale civiltà (oggi tecnologica, ieri no) la vera risposta? quella che potrebbe essere onnicomprensiva?

GIANFRANCO de TURRIS

29 marzo 2016 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, News | , , , | Lascia un commento

Dentro la Zona di Transito

ETZ Zona di Transito metodo del Transito esopianeta pianeta extra-solare ESA missione PLATO SETI firma biologica

Nell’immagine: Banda stretta – Questa immagine mostra la zona di transito, in cui gli osservatori distanti potevano vedere il passaggio della Terra davanti al Sole. Credito e copyright: Axel Quetz (MPIA) / Axel Mellinger, Central Michigan University.

Considerato quanto è efficiente per il rilevamento degli esopianeti il cosiddetto metodo del transito, possiamo ben immaginare che nuove, importanti scoperte siano previste per il futuro. Non passeranno molti anni prima che diventi effettivamente possibile l’analisi dei componenti dell’atmosfera di mondi molto più piccoli dei giganti gassosi che sono allo studio in questo momento, e ciò renderebbe possibile scoprire eventuali firme biologiche. Come ho già ipotizzato in queste pagine, potrebbe davvero succedere di scoprire la vita su un pianeta di una stella lontana prima che riusciamo a trovarla (se esiste) da qualche parte nel nostro Sistema Solare.

Stiamo osservando mondi attorno ad altri soli con qualcosa dello spirito con cui Carl Sagan e la squadra del Voyager, raggiunte mete più lontane, si guardava indietro e vedeva la Terra come “un pallido puntino azzurro”. È il paragone che René Heller e Ralph E. Pudritz tratteggiano nel loro recente documento a proposito della strategia del SETI. Tranne che qui stiamo parlando di osservatori extraterrestri che tengono d’occhio il nostro pianeta, supponendo che se noi possiamo effettuare questi studi utilizzando la tecnologia attuale, altrettanto potrebbero fare altre specie, certamente una dotata di strumenti più evoluti dei nostri.

 

Una sottile striscia di cielo

Consideriamo quindi quella che i ricercatori chiamano Zona di Transito della Terra (ETZ). È quella regione del cielo da cui un’altra civiltà sarebbe in grado di rilevare la Terra come un pianeta che sta transitando davanti al Sole. I dottori René Heller (del Max Planck Institute for Solar System Reseach di Göttingen – Germania) e Ralph Pudritz (MacMaster University, Ontario – Canada) analizzano questa piccola regione di spazio, una striscia attorno all’eclittica proiettata fuori sulla Galassia. L’intera ETZ ammonta a due millesimi della sfera celeste, che è precisamente il motivo per cui piace agli autori. Heller dice:

Il punto chiave di questa strategia è che confina l’area di ricerca in una parte molto piccola del cielo. Di conseguenza, potrebbe volerci meno della durata di una vita umana per stabilire se ci sono o meno astronomi extraterrestri che abbiano trovato la Terra. Potrebbero aver rilevato la sua atmosfera adatta alla vita e cominciato a cercare un contatto con chiunque la abiti.

Ciò che i ricercatori forniscono è lo sviluppo di idee che risalgono quanto meno agli anni ’80, e che vennero discusse in un documento del 1990 scritto dall’astronoma russa L.N. Filippova, la quale presentò una lista di stelle vicine e prossime all’eclittica che sarebbero state un buon bersaglio per SETI. Anche un poster del 2008, esposto presso l’American Astronomical Society e prodotto da Richard Conn Henry, Steve Kilston e Seth Shostak affrontò la questione nel suo abstract:

…. la miglior speranza di successo nel SETI è l’esplorazione della possibilità che esistano alcune civiltà estremamente antiche ma non dedite alla colonizzazione; civiltà che, eoni fa, rilevarono l’esistenza della Terra (ossigeno, e quindi vita), e della Luna (che contribuiva a stabilizzare la sua rotazione) nel corso del transito davanti al Sole (e quindi l’eclittica, che è stabile da milioni di anni). Civiltà che da allora proiettano quantità voluminose di informazioni nella nostra direzione, nella tenue speranza, ora realizzata, che sarebbe apparsa una civiltà tecnologica in grado di riceverle. Mantenere attiva una tale trasmissione mirata sarebbe estremamente economico per una civiltà avanzata.

Ma Heller e Pudritz non si limitano a comunicazioni intenzionali di questo tipo. Che si tratti di radiazione dispersa o segnali diretti, il loro intento è di presentare una descrizione rigorosa e geometrica della ETZ ad uso del SETI, organizzata in due database, uno comprendente almeno 100.000 stelle, mentre l’altro rappresenterebbe un piccolo sottogruppo di 82 stelle vicine alla nostra che possono essere utilizzate come primi bersagli. Gli autori fanno notare che la missione PLATO , che l’ESA prevede di lanciare nel 2024, userà il metodo del transito per trovare piccoli pianeti attorno a parecchie stelle brillanti, come quelle elencate nella lista Heller-Pudritz. PLATO potrebbe persino rilevare i transiti degli esopianeti i cui ipotetici abitanti sarebbero in grado di vedere la Terra transitare davanti al Sole. Aggiunge Heller:

Questo assetto un po’ pazzo offrirebbe sia a noi che a loro la possibilità di studiare il pianeta degli altri col metodo del transito.

In merito alle dimensioni dell’ETZ, il documento fa notare che il disco galattico ha una larghezza di circa 2000 anni luce nel punto dove si trova il Sole. Il lettore tenga a mente che il Sistema Solare è inclinato di circa 63°, il che ci dà una ETZ il cui percorso attraverso il disco galattico è di circa 3260 anni luce. Heller and Pudritz non considerano le nane rosse (classe M), ma puntano l’obiettivo verso le stelle di classe K e G nane (il sole è un astro di classe G2 – ndt). Il documento descrive la selezione delle 82 stelle ad alta priorità.

ETZ Zona di Transito metodo del Transito esopianeta pianeta extra-solare ESA missione PLATO SETI firma biologica

L’astrofisico René Heller

Grazie all’esclusione di tutte le stelle di classe F, A e B, siamo sicuri di prendere in considerazione solamente astri con una vita lunga abbastanza da poter ospitare pianeti abitabili per miliardi di anni. Un approccio più sofisticato farebbe uso dell’età delle stelle (se nota) per le rimanenti stelle di classe K e G, seguendo l’esempio di Turnbull e Tarter, poiché alcuni di questi bersagli potrebbero essere ancora molto giovani, con poco tempo a disposizione per l’emersione di specie intelligenti. Nonostante questo, la maggior parte di tali stelle dovrebbe essere di età simile al Sole, dato che si trova nelle sue vicinanze all’interno della Via Lattea. L’esclusione di giganti e subgiganti ci lascia infine con 45 stelle di classe K e 37 G nane.

Quello che vediamo nella ETZ è un modo di confinare la ricerca SETI in una regione ad alta priorità che si srotola come un nastro di 0,528° lungo l’eclittica, definendo quel luogo dove gli astronomi extraterrestri sarebbero in grado di vedere i transiti non radenti della Terra davanti al Sole. Heller e Pudritz stimano che il numero totale di stelle di classe K e G nane entro 326 anni luce (1 kiloparsec) all’interno della ETZ sia circa 100.000, con stime che indicano i pianeti di tipo terrestre nella zona di abitabilità delle rispettive stelle in un numero stimabile intorno a 10.000. I ricercatori SETI ottengono quindi un’area di ricerca fortemente circoscritta nella quale focalizzare la loro attenzione, mentre andiamo alla ricerca di qualche segno che gli abitanti dei pianeti che possiamo scoprire potrebbero a loro volta aver scoperto noi.

FONTI:

  • Il documento è: Heller, The Search for Extraterrestrial Intelligence in Earth’s Solar Transit Zone,  Astrobiology Vol. 16, No. 4 (2016). Preprint disponibile.

  • Si veda anche il notiziario edito dal Max Planck Institute for Solar System Research. Se siete interessati a scavare negli anni iniziali della storia del concetto di ETZ, fate riferimento al documento della Filippova menzionato sopra, dal titolo A List of Near Ecliptical Sun like Stars for the Zodiac SETI Program Astronomicheskii. Tsirkulyar 1544:37 (1990).

  • Si veda anche il documento del 1998 della Filippova con V. S. Strelnitskij, dal titolo Ecliptic as an Attractor for SETI Astronomicheskii Tsirkulyar 1531:31.

Titolo originale Into the Transit Zone di Paul Gilster – Pubblicato su Centauri Dreams il 9/3/16

Traduzione ROBERTO FLAIBANI
Editing DONATELLA LEVI

26 marzo 2016 Posted by | Astrofisica, Planetologia, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, Senza categoria, SETI | , , , , , , , | 2 commenti

SETI: sapere dove guardare

KIC8462852 ATA Gregory Dominik Jim Benford

Immagine: l’Allen Telescope Array, usato di recente per un tentativo SETI su KIC8462852.Credit:ATA.

Qual ‘è il posto migliore per andare a cercare in cielo un segnale SETI? Qui affronteremo  questa tematica SETI con particolare riferimento ad un nuovo articolo di René Heller e Ralph E. Pudritz, che sarà protagonista di un nostro post successivo, ma prima vorrei contestualizzare l’argomento. Con il tentativo SETI sulla stella KCI 8462852 abbiamo svolto una campagna di osservazione mirata utilizzando l’Allen Telescope Array (ATA) per vedere se i ricercatori potessero trovare qualche prova di attività insolita associata con quella stella. Come abbiamo visto dal recente lavoro di Jim e Dominic Benford (vedi Power Beaming Parameters & SETI re KIC 8462852), nella breve finestra di osservazione non è stata trovata alcuna evidenza di impulsi di microonde, nonostante la nostra attrezzatura sarebbe stata in grado di rilevarne diverse tipologie.

 L’anomala curva di luce nei dati di Kepler ha fatto di KIC 8462852 un target di alto profilo. Ciò che la ricerca ATA andava cercando era la radiazione ‘di dispersione’, collegata alle attività di una civiltà tecnologica ma non intesa deliberatamente alla comunicazione con altri. Il fatto che non abbiamo trovato nulla non dovrebbe farci arrivare a conclusioni affrettate. Se volessimo indagare a fondo KIC 8462852 sarebbe necessario uno studio più sistematico e su altre frequenze, e dovremmo avere le risorse per farlo a lungo termine.

E per quanto riguarda la questione delle radiazioni disperse? È interessante che si siano registrati segnali una tantum (il segnale Wow! è uno di questi) che potrebbero essere verosimilmente il risultato di un raggio che ci è passato accanto partendo da un sistema remoto. O, almeno, coerente con questo – ci sono i segnali pulsanti e intermittenti che sono stati rilevati, ad esempio, in una ricognizione del centro della Via Lattea svolta nel 1997 (citata più avanti). Abbiamo anche fonti come GCRT J1745-3009, una sorgente radio transitoria a forti impulsi che non corrisponde alle emissioni di stelle a brillamento, pulsar binarie o altro.

Una civiltà che comunica

Il progetto SETI è cominciato in modo sperimentale nel 1960 con il lavoro di Frank Drake a Green Bank, che monitorò le stelle vicine Tau Ceti ed Epsilon Eridani. L’intenzione era di andare alla ricerca di un segnale diretto, un ‘ciao’ proveniente da un altro sistema stellare, e per un breve, indimenticabile momento, Drake pensò di averne trovato uno (il segnale, ora sappiamo, era locale). Data la natura di un tale impulso diretto, questo sarebbe teoricamente un segnale molto più facile da individuare, poiché rimarrebbe fisso su di noi e sarebbe a livelli di potenza tali che, a differenza delle nostre trasmissioni radiofoniche e televisive, sarebbe in grado di sopravvivere al lungo viaggio interstellare.

Da allora la maggior parte delle campagne di ricerca SETI – ce ne sono state più di 100! – ha  guardato a sistemi vicini o in alcuni casi ad ammassi stellari. Tra il 1995 e il 2004 il Progetto Phoenix del SETI Institute ha lavorato in diversi siti e, secondo Heller e Pudritz (entrambi della McMaster University, Ontario) ha monitorato più di 800 stelle distanti fino a 240 anni luce. Abbiamo fatto ricerche mirate del centro della galassia, osservato con attenzione specifiche stelle come Gl 581 e, nel 2015, abbiamo cercato emissioni laser da più di mille oggetti di interesse di Kepler. E non dimentichiamo il progetto SETI@Home, che attinge ai dati di Arecibo.

Ancora una volta non abbiamo trovato segnali diretti o radiazioni disperse, a meno che alcuni dei segnali di cui abbiamo discusso sopra non siano esempi dell’uno o dell’altro – il cosiddetto segnale di Benford – ci passerebbe accanto come un segnale transitorio che non avremmo potuto identificare senza ulteriori osservazioni.

In termini puramente numerici, ci si aspetterebbe che i segnali di dispersione siano i più abbondanti, in quanto sarebbero generati da molte civiltà tecnologiche e non solo da quelle intente a comunicare con noi. In ogni caso, dove puntare lo sguardo appare chiaro, ed è più che logico rivolgersi verso le regioni del cielo con le più alte densità stellari. Se ETI è là fuori, ci si aspetterebbe di rilevare più attività di segnali laddove ci sono più mondi potenzialmente abitabili.

 

Green-Bank-WV-NRAO

Immagine: il più grande radiotelescopio al mondo completamente movimentabile, a Green Bank, Virginia Occidentale. Frank Drake ha fatto partire il SETI sulle osservazioni da Green Bank nel 1960. Credit: NRAO

Verso il centro della Galassia

Di qui la strategia di ricerca che guarda al centro della galassia prospettata da Gregory, Dominic e Jim Benford in un precedente scritto del 2010, Searching for Cost Optimized Interstellar Beacons, che prevede una ricerca nel piano del disco a spirale. Questo perché il 90% delle stelle della galassia si trova entro il 9% del cielo, nel piano e nel centro della galassia. Dall’analisi:

Qualsiasi forma di vita possa vivere in una zona più centrale rispetto alla nostra deve conoscere la simmetria base della spirale. Questo suggerisce che il corridoio naturale di comunicazione sia lungo il raggio della spirale a partire dal centro della galassia o verso di esso, una direzione semplice nota a tutti. (Seguire un raggio è meglio che puntare lungo un braccio a spirale, poiché il braccio curva allontanandosi dal qualsiasi possibilità di visione rettilinea. D’altro canto, lungo i bracci a spirale vicini a noi le stelle hanno approssimativamente l’età della nostra). Questo percorso massimizza il numero di stelle visibili nel raggio d’azione di un telescopio, soprattutto se si punta al cuore della galassia. Così, un faro posto vicino al centro dovrebbe almeno trasmettere verso l’esterno in entrambe le direzioni, mentre le civiltà più periferiche possono risparmiare la metà dei loro costi non trasmettendo verso l’esterno, dove vi sono molte meno probabilità della presenza di società avanzate.

Ma non è ancora tutto, anzi questo è solo l’inizio. Nel 2004 Robert A. Rohde & Richard A. Muller (UC Berkeley) hanno suggerito che la vita marina sulla Terra seguirebbe un ciclo di 62 milioni di anni, un’idea successivamente sviluppata dagli scienziati secondo la quale il movimento del nostro Sole in verticale al di sopra e al di sotto del piano galattico (un’oscillazione di 62 milioni di anni) farebbe sì che il bow shock (onda d’urto) della galassia produrrebbe un flusso supplementare di raggi cosmici quando il Sole raggiunge la sua posizione più estrema a nord del piano galattico. Questo maggiore flusso potrebbe danneggiare la biosfera, e farebbe presumibilmente altrettanto per qualsiasi mondo abitato.

Potremmo, dunque, avere un piano vicino al centro del disco galattico, forse 500 anni luce in profondità, all’interno del quale ci sono maggiori probabilità di trovare vita intelligente. È interessante notare che le fonti transitorie di maggiore potenza riportate da Carl Sagan e Paul Horowitz in un articolo del 1993 si trovano vicine al piano galattico, e l’idea di una oscillazione verticale di circa 500 anni luce entro la quale la vita intelligente è più probabile ci dà un altro modo di concentrare la nostra ricerca su obiettivi possibili.

 

KIC8462852 ATA Gregory Domink Jim Benford

Immagine: La Via Lattea, stelle e polveri, con le regioni più probabili del cielo in cui cercare segnali SETI. Credit e Copyright: Serge Brunier.

Titolo originale – SETI: Knowing Where to Look  – di Paul Gilster, pubblicato su Centauri Dreams il 8/3/16.

Fonti:

  • Benford G., J., D.: Searching for Cost Optimized Interstellar Beacons Astrobiology 10 (2010), 491-498 (abstract / preprint).

  • L’articolo del 1997 a cui si accenna sopra a proposito  dei segnali transitori è di Sullivan et al.: A Galactic Center Search For Extraterrestrial Intelligent Signals –  Astronomical and Biochemical Origins and the Search for Life in the Universe, IAU Colloquium 161, Publisher: Bologna, Italy, p. 65

Traduzione di DONATELLA LEVI

Editing di ROBERTO FLAIBANI 

24 marzo 2016 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Fisica, Planetologia, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , | Lascia un commento

Il Tevere è Radioattivo?!

Capita qualche volta ai blogger fortunati come me, di imbattersi in quel tipo di continua rielaborazione mentale di un’idea che un John Coltrane e un McCoy Tyner fanno con un tema musicale. E’, né più né meno, ciò che Mongai fa con gli stilemi della fantascienza. Insomma quello che segue mi sembra l’ennesimo mattone del Mongai-pensiero, la costruzione bizzarra e un po’ sbilenca, e forse per questo così divertente, che l’autore sta sviluppando da tutta una vita, eppure da me ha avuto un unico contributo: il nome. Di questo, però, meno gran vanto. (RF).

città volante magnetismo fantascienza

Essere morsi da un ragno radioattivo può trasformare un essere umano in un uomo-ragno dotato di superpoteri? Sì, è successo a Peter Parker. Una simile ipotesi è fanta-scientifica, ossia almeno in parte “scientifica”? Sì. Ni.  E cadere nel Tevere e imbattersi in un bidone di sostanze radioattive? E
diventare un supereroe a Tor Bella Monaca? E’ o non è un film di fantascienza? Nel senso della parte “anche” scientifica? Secondo Massimo Mongai sì.

Diciamo che è uno stilema classico della fantascienza, come le storie di animali ingigantiti dalle radiazioni dei film e dei fumetti anni ’50, o i superpoteri di Superman che verrebbero dal fatto che lui è un umano nato su un pianeta con una forza di gravità superiore a quella della Terra sulla quale salta e poi vola, e si trova sotto un sole giallo che diversamente da quello rosso in cui è nato gli dà gli altri superpoteri. Si tratta di ipotesi “scientifiche” a dir poco molto ingenue, risalenti a decenni fa e molto datate, che oggi non verrebbero usate. Non a caso sono idee “vecchie”, e che risalgono, in particolare Superman, al periodo della grande esplosione della pulp-fiction, ossia agli anni 20/30 quando non a caso nasce il periodo dell’Epoca d’Oro della fantascienza.

Eppure c’è chi lo ha fatto anche recentemente anche in Italia ed è un regista di tutto rispetto, Gabriele Salvatores con Il Ragazzo Invisibile, nel 2015. E’ vero, il gruppo a cui apparteneva il protagonista era un gruppo di mutanti, che a loro volta erano la conseguenza di un qualche esperimento nucleare.
Ed ora è in sala un altro film fantascientifico di questo tipo, Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, nel quale tutto parte dalla casuale immersione del protagonista in un punto del Tevere in cui sono “nascosti” dei fusti contenenti rifiuti radioattivi, un misterioso materiale non chiaramente determinato né nelle qualità, né nella provenienza: lui ne rompe uno, la materia esce e lui ne viene completamente avvolto, la inghiotte, insomma fa una vera full immersion nella radioattività. Donde superforza, super resistenza, capacità di autorigenerazione.

Il film è bellissimo! O almeno godibilissimo, coraggioso, divertente e sta avendo un discreto successo basato sul passa parola eccetera. Il consiglio è di andare a vederlo.

superpoteri invisibilità fantascienza gabriele salvatores

Però la domanda più interessante che ci si può porre è quella relativa alla plausibilità reale dei presupposti scientifici della storia. Di questa come di tante altre le storie di fantascienza.
Il grande Philip Jose Farmer ha detto che un romanzo di fantascienza deve rispettare le conoscenze scientifiche del momento storico in cui l’autore scrive e se questo elemento è rispettato il racconto resta “di fantascienza” anche se a distanza di anni quei presupposti scientifici sono stati smentiti. Ad esempio il ciclo di John Carter di Marte di E.R.Burroughs, descrive un pianeta con atmosfera, acqua, foreste, una temperatura medio alta, tutte cose che oggi noi sappiamo per certo non esser vere, ma all’epoca di Burrgoughs non si sapeva. Oddio, forse chiedendo meglio a qualche scienziato/astronomo più aggiornato, forse, chissà qualcosa si sarebbe potuto sapere.

La”chimica” sulla base della quale Frankenstein crea la sua “creatura” assomiglia un po’ all’ alchimia, ma di sicuro non c’entra la magia, anzi in ballo c’è dichiaratamente solo la scienza. E così via: Jekill diventa Hyde per l’uso di sostanze chimiche non di un filtro magico, Gulliver sale su una isola volante, Laputa, che si muove e vola perché ha una serie di calamite che lo permettono, e questa è l’origine della FS.

Ora, quella della plausibilità scientifica di un racconto fanta-scientifico non è questione da poco. Anzi. La fantascienza è un genere potente in cui fantasia e creatività dell’autore possono scatenarsi letteralmente attraverso non solo tutto l’Universo ma anche i molti altri Universi possibili teoricamente, ipotizzati da molti scienziati; non solo spaziare nel futuro, ma anche in un futuro così remoto da non essere concepibile o alla fine del tempo o all’inizio del tempo o anche prima, perché no?

Sempre rispettando i “limiti” della scienza, o almeno non facendo affermazioni o ipotesi esplicitamente contrarie alle leggi scientifiche. Da parte di molti autori si tende a contaminare le storie con elementi che di scientifico hanno poco, se non addirittura nulla, se non, orrore, proprio misitico-magici. Sono contaminazioni che non hanno di solito un gran futuro, perché gli appassionati di FS sono estremamente esigenti e pignoli.

jeeg supereroismo fantascienza cinema film

Ma alla fin fine, forse, quello che conta non è il risultato? Non lo so. Onestamente non lo so.

Ad esempio l’idea di uno che cade nel “biondo” Tevere e si imbatte in scorie radioattive può accadere, considerando che lo smaltimento dei rifiuti pericolosi è ormai sempre più spesso in mani illegali e criminali che disseminato rifiuti letali ovunque sul territorio, perché non nel Tevere? E però che le radiazioni possano dare dei superpoteri è come ho detto idea vecchia, la cui fanta-scientificità forse non è più accettabile.

E però dico “forse”, perché il film mi è molto piaciuto. E questo è accaduto perché l’idea è stata ben sviluppata, in una storia che ha anche molti altri elementi: i manga, la cultura pop di fumetti e cartoni animati, la commedia, il thriller, il film sulle mafie cattive, c’è di tutto, Forse anche un po’ troppo.
Diciamo che quell’idea è un tipico stilema della FS e dicesi stilema:

“…Unità corrispondente a una scelta stilistica nel campo lessicale (egregio di fronte a chiarissimo in un indirizzo), sintattico (Dante nasceva nel 1265 di fronte a nacque), morfologico (gli disse di fronte a disse a lui), estens. Movenza stilistica, procedimento stilistico di un autore, di una scuola, di un periodo.”

C’è da aggiungere poi che una delle caratteristiche più tipiche e forti della fantascienza e ben rappresentata dalla domanda posta da Isaac Asimov ed altri: what if, tradotta di solito con l’espressione che cosa potrebbe accadere se….E segue una ipotesi “fantascientifca” e segue anche una storia. Di solito se l’autore è bravo il risultato è estremamente gradevole. Certo, se vi piace la fantascienza. C’è a chi non piace. Perché occorre attuare anche una forte sospensione dell’incredulità. Non tutti vogliono o ne sono capaci, e questo è il motivo per cui la FS è ansiogena ed antipatica. Ne volete una ulteriore prova? Presto detto.

Il film sta avendo un notevole successo al botteghino, fin dal primo week-end, prova del fatto che il film piace e che funzionano sia il trailer, sia l’immediato tam-tam. E’ sorprendente tuttavia constatare che quasi nessuno usa il termine “fantascienza” per definire il film. In una intervista a Radio24 lo stesso regista lo ha definito un film supereroistico, ossia relativo ai supereroi, come se questi fossero qualcosa di altro rispetto alla Fantascienza. Ed il termine in questione, “supereroistico” o “superomistico”, è usatissimo in quasi tutti gli articoli e le segnalazioni del film, tutte positive, si badi bene.

Il film piace ed ha critiche positive a patto di non definirlo come un film di fantascienza. E la questione è antica! Il termine FS indica molte cose ma spesso cose non positive, le frasi tipiche sono “ma questa è roba da fantascienza” oppure “questa non è mica fantascienza” in relazione alla presentazione di progressi scientifici o tecnologici ed altre espressioni relative ad altri elementi culturali. Il regista stesso ha dichiarato di aver tentato per 5 anni di trovare soldi e di averceli messi poi di tasca sua, almeno in gran parte, perché appunto non trovava finanziamenti (film peraltro di basso budget, pare, circa 1,7 milioni di euro che per un film italiano in assoluto è poco, per un film di Fs è niente). La FS è un genere ambito dal pubblico ma immensamente screditato in Italia da parte da chi ci dovrebbe investire.

dr-jekyll-and-mr-hyde doppiapersonalità cinema superpoteri vintageCi sono continuamente film di FS americani in sala, una media di 3 o 4 film al mese, più gli altri che poi arrivano direttamente in televisione, parliamo di 40/50 film l’anno, il pubblico li va a vedere ed è un pubblico intergenerazionale e intersessuale, come dire, tutti: uomini e donne, giovani e vecchi, il grande pubblico. Ma i produttori italiani ignorano il genere e perfino l’autore di un film di successo come questo, a successo ormai acclarato, non usa il termine fantascienza! Da sempre sostengo che questo è il principale segno di minorità culturale della FS, ed è tutto nella testa di chi se ne occupa, gli autori per primi.

MASSIMO MONGAI

9 marzo 2016 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , , | Lascia un commento

Inedite riflessioni sulle Onde Gravitazionali

Non  è stato  semplice  trovare qualcosa di non banale da pubblicare sulle onde gravitazionali, dopo che tutta la stampa mondiale se n’era occupata estesamente per giorni e giorni. Noi speriamo di esserci riusciti traducendo questo articolo di Paul Gilster, a  mio avviso uno dei più grandi divulgatori e commentatori scientifici del nostro tempo. Articolo che abbiamo intenzione di arricchire nei giorni successivi con alcune schede tecniche.

Einstein Gernsback astronomia LIGO VIRGO RALPH124C41+

Nella foto sono riprodotte le registrazioni dell’evento che ha generato le onde gravitazionali captate dal LIGO. Come si può vedere i primi due tracciati riportano il tracciato dello stesso evento percepito nei due impianti. La terza registrazione è la sovrapposizione delle prime due.

I letttori noteranno quanto frequentemente nell’articolo è citato Kip Thorne: lo è perché, come Gilster, lo stesso  Thorne è tra quelli che da una vita cercano una nuova scienza che possa condurre un giorno l’Uomo  alle stelle. Fisica “esotica” l’hanno chiamata quelli del 100YSS, il movimento interstellare la cui nascita è stata formalizzata nel 2011, nel corso di uno storico meeting. E un’altra delle idee cardine del movimento interstellare, che accomuna Thorne e Gilster, è il riconoscimento alla fantascienza di ricoprire un ruolo che va oltre quello usuale di mera  predizione di eventi futuri, ma che riguarda la creazione di nuove idee e scenari di carattere scientifico, tecnologico, sociale, filosofico.  Non a caso Thorne è stato il principale consulente scientifico del regista Christopher Nolan sul set di Interstellar, e il motto del blog di Gilster suona come “Immaginare e pianificare l’esplorazione interstellare“. Sarà la scoperta delle onde gravitazionali il primo mattone del nuovo edificio della Fisica “esotica”? Nessuno lo sa. Di certo la previsione, o meglio l’augurio, del 100YSS che aveva fissato tra cento anni la data ultima per ottenere un completo business-plan dellla prima nave interstellare, ora appare meno difficile da realizzare.(RF)

“Einstein sarebbe raggiante

Così ha detto France Córdova, direttrice della National Science Foundation, mentre dava inizio alla conferenza stampa sulla scoperta delle onde gravitazionali. E non potrei non essere d’accordo, dal momento che questa scoperta ci fornisce l’ennesima conferma dell’attendibilità della Relatività Generale. Kip Thorne del Caltech (California Institute of Technology ndr.), che ha parlato di fusione di buchi neri già nel lontano 1994 nel suo libro Buchi Neri e salti temporali. L’eredità di Einstein  ha detto nella stessa conferenza stampa che Einstein doveva essersi sentito frustrato dalla mancanza di tecnologie disponibili in grado di rilevare le onde gravitazionali ipotizzate nella sua teoria, una mancanza colmata dopo un secolo grazie al contributo di LIGO.

Thorne è convinto che se Einstein avesse avuto a disposizione gli strumenti giusti avrebbe fatto egli stesso la rilevazione. Ma naturalmente gli strumenti non c’erano! Comunque sia, quel pensiero ha prodotto una strana risonanza per molti decenni dalla comparsa della Relatività Generale (RG), fatto che mostra quanto essa abbia cambiato la natura della nostra visione dell’universo. Nel 1911, appena quattro anni prima che Einstein pubblicasse la RG, Hugo Gernsback iniziò a parlare di onde gravitazionali. Questi, futuro direttore della prima vera rivista di fantascienza Amazing Stories, pubblicò il suo romanzo Ralph 124C 41+ proprio nel 1911, in una rivista chiamata Modern Electrics.

Ecco come, nel periodo di poco antecedente la pubblicazione della Relatività Generale, Gernsback ha parlato delle onde gravitazionali, mentre l’eroe del romanzo, Ralph, rifletteva sul suo ultimo dispositivo:

Si sapeva che alcune correnti ad alta frequenza originerebbero un’interferenza con le onde gravitazionali, poiché nella prima parte di questo secolo era stato provato che la gravitazione era effettivamente una forma d’onda, come quelle luminose o radio. Quando questa interferenza tra i due tipi di onde, ovvero le gravitazionali e le elettriche, è stata scoperta, si è riscontrato che uno schermo metallico caricato da onde elettriche ad alta frequenza in effetti annullerebbe in una certa misura la gravitazione…

E così via. Gernsback fece del suo meglio (e forse perfino troppo), ma come avrebbero potuto i suoi poteri di previsione far fronte alle onde gravitazionali? Dopo tutto, la sua epoca era abituata a trattare i fenomeni elettromagnetici. La Relatività Generale avrebbe presupposto una radiazione gravitazionale che, come le onde elettriche da lui menzionate, viaggiasse attraverso lo spazio alla velocità della luce. Ma le onde gravitazionali sono esse stesse distorsioni, increspature, nello stesso spazio-tempo. Aver rilevato onde gravitazionali, quindi, significa che abbiamo avuto un’altra prova a favore della Relatività Generale in una sorta di radiazione diversa da qualsiasi altra Gernsback avrebbe potuto immaginare.

Finalmente la scoperta

Come per le fluttuazioni di espansione e contrazione dello spazio-tempo, possiamo pensare alle onde gravitazionali come un movimento di compressione e stiramento dello spazio. L’accelerazione dei corpi dovrebbe produrre queste increspature, ma solo gli eventi più vasti – l’esplosione di una supernova, una coppia di stelle di neutroni in fusione, o addirittura la collisione tra due buchi neri – sarebbero sufficienti a produrre onde che siamo in grado di rilevare. L’esperimento condotto presso il Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (LIGO) è stato finalizzato alla ricerca di queste onde per più di un decennio, con un Advanced LIGO più aggiornato in uso dallo scorso settembre e di gran lunga più sensibile rispetto al suo predecessore.

LIGO è impegnato dal 2002 nella ricerca delle onde gravitazionali e ha coinvolto nel lavoro circa 1000 scienziati. L’apparato laser interferometrico, installato presso gli osservatori di Hanford nello Stato di Washington e Livingston in Louisiana, si basa sul fatto che il passaggio di un’onda gravitazionale dovrebbe modificare lo stesso dispositivo, riducendo o ampliando lo spazio tra i due oggetti.

Un singolo fascio laser viene separato in due fasci gemelli, inviati su percorsi diversi perpendicolari tra loro dentro canali sotto vuoto lunghi quattro chilometri, fatti rimbalzare su specchi lungo il percorso e alla fine fatti ricombinare, di nuovo allineati. Il passaggio di un’onda gravitazionale attraverso l’esperimento dovrebbe essere in grado di variare la distanza dei due percorsi, il che significa che i fasci non sarebbero più in allineamento, in breve non si annullerebbero più a vicenda. Le variazioni risultano essere poco più di una piccola frazione dell’ampiezza di un nucleo atomico, ma si sono dimostrate rilevabili.

Una data da ricordare

Ora sappiamo che le prime onde gravitazionali sono state rilevate il 14 settembre 2015 alle 5:51 ora legale orientale (09:51 secondo l’ ora universale, quella del meridiano di Greenwich) in entrambi i siti LIGO. La fusione di un buco nero di 36 masse solari ed un altro di 29 volte la massa del Sole ha creato evidentemente un buco nero di Kerr (buco nero rotante) di 62 masse solari. Si pensa che le tre masse solari perse siano state convertite in energia e rilasciate sotto forma di onde gravitazionali in una frazione di secondo, con un picco di potenza, secondo questo comunicato stampa della National Science Foundation, circa 50 volte superiore a quello di tutto l’universo visibile. Il rivelatore di Livingston ha registrato l’evento 7 millisecondi prima di Hanford.

I due buchi neri si sono scontrati circa 1,3 miliardi di anni fa, in una zona del cielo che può essere determinata solo in modo impreciso, perché abbiamo solo due siti di rilevamento. Ciò nonostante, Gabriela Gonzalez (della Luisiana State University), una portavoce per la partnership LIGO, è stata in grado di indicare il cielo del sud nella regione della Grande Nube di Magellano. C’è da tenere presente che ci sono altri aiuti in arrivo – l’interferometro italiano VIRGO, che sarà vicino alla sensibilità di rilevazione di LIGO entro la fine dell’anno, i rivelatori in preparazione al Japanese Kamioka Gravitational Wave Detector (Kagra) e un altro rivelatore in via di realizzazione a LIGO- India (che potrebbe essere operativo entro il 2022). È da ricordare, inoltre, il satellite LISA Pathfinder (Laser Interferometer Space Antenna) che, lanciato nel mese di dicembre, ha ormai raggiunto il punto di Lagrange L1 Sole – Terra.

buchi neri Einstein Gernsback

Nell’immagine: simulazione di due buchi neri che si stanno fondendo davanti alla Via Lattea. nel suo insieme. Credit: SXS Collaboration.

Verso una nuova astronomia

In altre parole, stiamo per entrate nell’era dell’astronomia delle onde gravitazionali. A partire da questa rilevazione di LIGO, abbiamo già imparato che esistono i buchi neri binari e che essi possono fondersi. Un metodo verificato per rilevare le onde gravitazionali dovrebbe portarci a comprendere le basi di diversi fenomeni astronomici. È difficile accertare quanto diversi perché, come spesso il paragone con il primo strumento di Galileo ci ricorda, cose inaspettate saltano fuori ogni volta che si comincia a osservare con nuovi strumenti. Le onde gravitazionali ci forniscono un modo di vedere nei primissimi momenti dell’universo. E ci offrono sicuramente la via d’accesso dentro processi violenti quali le fusioni tra buchi neri e tra stelle di neutroni, e le esplosioni delle supernove. Così ci muoviamo al di là delle lunghezze d’onda elettromagnetiche – luce visibile, raggi X, raggi infrarossi – in una nuova era.

Ha detto Kip Thorne alla conferenza stampa:

Alla lunghezza d’onda del visibile siamo in grado di vedere l’universo come un luogo tranquillo, come guardare l’oceano in una giornata di bonaccia. Ma il 14 settembre tutto è cambiato. Ora vediamo un oceano di onde che si infrangono nella violenta tempesta creata dai buchi nel tessuto dello spazio e del tempo.

Thorne ha continuato parlando del tipo di scoperte che saranno possibili con i progressi nell’astronomia delle onde gravitazionali, non solo i buchi neri, le stelle di neutroni e le supernove precedentemente menzionati, ma anche la possibile individuazione di stringhe cosmiche provenienti attraverso le diverse parti del cosmo, create dal processo d’inflazione nei primi momenti dell’universo.

Aggiunge Thorne:

Con questa scoperta noi esseri umani ci stiamo imbarcando in un nuovo viaggio meraviglioso, che si propone di esplorare l’aspetto curvo dell’universo, oggetti e fenomeni generati dallo spazio-tempo curvo. La collisione tra i buchi neri e le onde gravitazionali sono i nostri primi bellissimi esempi. 

La distanza temporale tra il primo racconto di Gernsback e la Relatività Generale di Einstein era di quattro anni. Quella tra la rilevazione delle onde gravitazionali e la RG è stata di un secolo, un arco di tempo in cui i fondamenti della Relatività Generale sono entrati a far parte del tessuto della cultura scientifica di base. È utile, come esperimento mentale, proiettarci di nuovo in quell’epoca pre-RG e riflettere su quanto drammatico debba essere stato il cambiamento concettuale provocato da Einstein.

 

Hugo Gernsback obituary photograph published in November 1967 issue of his Radio-Electronics magazine.


Immagine: Ritratto dell’editore di riviste Hugo Gernsback (1884-1967), di Fabian Bachrach (1917-2010). Credit: Wikimedia Commons

Un  esperimento mentale antico

L’esperimento mentale è un modo per vedere come i preconcetti possono essere ribaltati in modo drammatico, che è il motivo per cui a volte ritorno a vecchie storie fuori moda come Ralph 124C 41+ di Gernsback. Si tratta di un romanzo famoso negli annali della fantascienza, ma di lettura ampollosa. Brian Aldiss una volta lo descrisse come un “racconto di cattivo gusto per analfabeti” e il suo autore considerava evidentemente la sua trama come poco più di un trampolino per il suo vero scopo, la descrizione di meraviglie tec iche futuristiche. Gernsback non era un Einstein, ma poi, chi era costui? Era un inventore, un editore con un’ampia gamma di riviste, i cui contributi alla fantascienza furono così grandi da far intitolare il Premio Hugo annuale a suo nome. Era inoltre famoso per pagare ai suoi autori compensi molto bassi (Howard Phillips Lovecraft lo chiamava ‘Hugo il Ratto’). Pochi appassionati di fantascienza oggi hanno letto Ralph 124C 41+, ma quel gusto degli inizi del XX secolo per le previsioni straordinarie di stampo tecnologico trasse impulso da quel libro, stimolando un genere emergente e vivace.

La fantascienza attuale, con tutti i suoi sottogeneri, prende la Relatività Generale come punto di partenza per il futuro, continuando a impicciarsi di come la teoria potrebbe essere estesa in modo utile sia per la scienza che per la trama. È anche possibile che, entro i prossimi cento anni, attraverso l’astronomia delle onde gravitazionali potremmo trovare qualcosa che è profondamente difforme dal pensiero corrente quanto la Relatività Generale lo è stata ai suoi tempi. Quando abbiamo progredito verso la RG non abbiamo abbandonato la fisica newtoniana, l’abbiamo semplicemente messa in un contesto più ampio. Apri una nuova porta sull’universo e le cose accadono. Possiamo solo chiederci che aspetto avranno la scienza, e la fantascienza, tra un secolo a partire da oggi.

L’articolo di riferimento è “Observation of Gravitational Waves from a Binary Black Hole Merger,” Physical Review Letters 116 (11 febbraio 2016) 061102. Si veda anche questo utile riferimento dalla rivista online Physics, dell’American Physical Society: Berti, “Viewpoint: The First Sounds of Merging Black Holes”.

Traduzione di Simonetta Ercoli

Editing di Donatella Levi

 

Titolo originale: “Pondering Gravitational Waves” di Paul Gilster, pubblicaato l’11 febbraio 2016 su Centauri  Dreams

23 febbraio 2016 Posted by | Astrofisica, Fantascienza, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , | 2 commenti

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