Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

eso5. Massa e dimensioni planetarie influiscono nell’ospitare la vita

Grazie a Stephen Bianchini, autore del presente articolo, dei precedenti quattro e dei prossimi tre (otto in tutto) avremo coperto, anche se un po’ sommariamente, un settore importantissimo, quello sui pianeti extrasolari. Dopo aver esaminato quattro importanti caratteristiche utili per classificare gli esopianeti, e cioè abitabilità, età, distanza e temperatura, questo articolo è dedicato alla massa e alle dimensioni. (RF)

eso5-a_moon-size_line_up1Nell’aprile 2014, la scoperta di un pianeta di dimensioni paragonabili alla Terra nella zona di abitabilità della sua stella ha provocato un sacco di entusiasmo nella comunità scientifica. Per ottimi motivi: oltre a trovarsi nella zona abitabile, con tutte le conseguenze del caso, la dimensione è l’altra variabile che viene subito a mente quando si pensa a un pianeta che potrebbe ospitare la vita. Una massa scarsa provoca una insufficiente attrazione gravitazionale, e quindi niente atmosfera. Se capitasse il contrario, probabilmente registreremmo l’accumulo di grosse quantità di idrogeno ed elio, come nei giganti gassosi Giove e Saturno, cioè un ambiente non proprio accogliente per la vita come noi la conosciamo. Ma i pianeti di dimensioni simili alla Terra, sebbene siano risultati più numerosi di quanto ci si aspettasse, sono in realtà solo una frazione di quanti ne esistono realmente, mentre alcuni presentano dimensioni così estreme da farci dubitare se possano essere considerati o meno degli esopianeti.

 

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Cominciamo dai più piccoli

Partendo dal fondo della lista, ci sono alcuni “più piccoli”; basandosi sui criteri che ispirano questa selezione, in termini assoluti di massa il titolo di pianeta più piccolo  sembra appartenere a un mondo roccioso chiamato Kepler-37b (nell’immagine artistica qui a sinistra), che ha un raggio di poco superiore a quello della Luna ed è leggermente più piccolo di Mercurio (ma più vicino al Sole. La sua pazzesca temperatura è di circa 400°C.)

 

 eso5509304main_kepler_rocky_planet_fullPrima che Kepler-37b fosse localizzato nel 2013, il titolo era detenuto da Kepler-10b (nell’illustrazione qui a sinistra) appena 1,4 volte più grande della Terra. Scoperto nel 2011, è stato anche il primo esopianeta roccioso confermato da Kepler utilizzando i dati raccolti tra il maggio 2009 e l’inizio di gennaio del 2010.

 

 

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 HAT-P-11b, (nell’illustrazione qui a fianco) recentemente scoperto, vanta circa le dimensioni del nostro gigante di ghiaccio Nettuno, quindi rapidamente etichettato come Eso-Nettuno. Si trova a 120 anni luce di distanza nella costellazione del Cigno ma, a differenza del suo pianeta di riferimento (Nettuno) orbita molto più vicino alla sua stella madre. 

L’altra estremità della gamma 

Esistono mondi enormi. Tuttavia, qui il problema è quando un esopianeta smette di essere tale e diventa una nana bruna, vale a dire una stella mancata. Dopo tutto, le nane brune sono molto vicine ai giganti gassosi in quanto a composizione. Tant’è che il pianeta più massiccio registrato nell’archivio NASA, DENIS-P J082303.1-491201 b, con circa 30 volte la massa di Giove, probabilmente è qualificabile più come una nana bruna. CT Cha, citato nella lista del Laboratorio di Abitabilità Planetaria, con il massimo raggio e con circa 17 volte la massa di Giove, è un altro esempio.

eso5-070806_big_exoplanet_02Un caso interessante di pianeta massiccio è TrES-4, un pianeta davvero strano (immagine a sinistra). Perché? Perché è enorme in termini di dimensioni (70% più grande di Giove), ma meno denso, e sfida tutte le teorie correnti sui pianeti giganti surriscaldati. Si trova nella costellazione di Ercole, e orbita intorno a una stella che è più grande e più calda del Sole ma solo 10 volte più grande del pianeta stesso. Tutti questi fattori fanno sì che una piccola frazione della sua atmosfera esterna riesca a sfuggire al pozzo gravitazionale del pianeta e formi una specie di coda di cometa intorno al pianeta. Strano davvero.

TrES-4 e la sua minore densità sono un promemoria per segnalare che questa variabile è rilevante anche nella classificazione esopianeti. E se consideriamo la densità (cioè il rapporto tra massa e volume) ci accorgiamo facilmente che nel Sistema Solare i giganti gassosi variano molto da questo punto di vista… con Saturno che dovrebbe galleggiare su un ipotetico oceano, essendo meno denso dell’acqua stessa (tecnicamente parlando, però, questo non succede).

eso5-081006-exo-02Uno dei più densi esopianeti conosciuti fino ad oggi è un remoto corpo celeste chiamato COROT-exo-3b.(immagine a sinistra) Fa circa le dimensioni di Giove, ma più di 20 volte la sua massa, il che lo rende due volte più denso del piombo. Un altro buon candidato per il nostro catalogo delle nane brune.

Per quanto compatto possa essere, COROT-exo-3b non è nemmeno lontanamente denso come PSR J1719-1438 b, quest’ultimo senza alcun dubbio tra gli oggetti più fantastici mai rilevati in questa categoria. Conosciuto anche come il “pianeta pulsar”, ha una massa che è quasi la stessa di Giove, ma solo il 40% delle dimensioni di quest’ultimo. È uno strano mondo, largamente composto di carbonio cristallino, ma con una densità molto maggiore del diamante. È così: un pianeta enorme fatto di diamante.

 

di  STEPHEN P. BIANCHINI

traduzione ed editing di ROBERTO FLAIBANI e DONATELLA LEVI

Pubblicato per la prima volta da The Earthian Hivemind il 25 novembre 2014

Titolo originale: Does size matter for life? Giant and tiny exoplanets

Credits: NASA, JPL, CalTech, ESA, Hubble

29 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | 1 commento

Rumoroni, effettoni, capitomboloni e due nuovi film: Ex Machina, Ant-Man

ExMachina

La tendenza è favorevole agli effetti speciali.

Io vado regolarmente al cinema Warner Village, una multisala con 18 schermi lungo via della Magliana a Roma. Ci vado perché mi sta vicina e comoda, perché ci trovo parcheggio sempre, perché c’è gente e la folla al cinema mi mette allegria, insomma per vari piccoli e grandi motivi. Le sale sono capienti ed i sedili comodi, ma purtroppo hanno impianti sonori all’avanguardia. Dico purtroppo perché, per provarmi che sono così eccezionali, me li mettono a tutto volume. A palla.

Onestamente mi viene spontaneo di cercare il telecomando, ma non si può abbassare il volume. Questo accade per tutti i film ma in particolar modo accade ( e si nota di più, o per lo meno io lo noto di più) per quelli di fantascienza. O meglio: questo accade là dove ci sono effetti speciali, ma questo, appunto, vuol dire soprattutto film di fantascienza.

All’atto pratico ho notato che i film di fantascienza oggi come oggi, oltre ad essere sempre americani, come al solito, come da decenni, sono talmente pieni di effetti speciali che sono incredibilmente rumorosi. Perché ad ogni effetto speciale corrisponde un rumore, anzi un rumorone.

Un caso limite: la Mummia 2

D’altra parte questa è la tendenza: capita per molti film ma per la Mummia 2 è stato detto esplicitamente, la sceneggiatura stata fatta dando agli sceneggiatori la lista degli effetti speciali e su quelli è stata costruita la storia. Davvero. Della serie: “e alla fine ti posso fare un sfx (effetto speciale) con milioni di scarafaggi larghi una trentina di centimetri che escono da un buco di un tempio e che poi ci rientrano dentro e che poi un vento magico fa inghiottire una vallata intera come trascinata da un altro vento magico, alberi, piante, scarafaggi esercito di demoni eccetera e tutto swiiiish dentro un tempio che poi resta solo il deserto; scrivila”.

E’ così. E’ un sistema che paga, la gente affolla le sale, quindi perché i produttori americani non dovrebbero farlo? D’altra parte il mezzo esiste, se c’è chi lo vuole usare, faccia. E’ inutile tuonare contro i mala tempora che tanto currunt sempre come gli pare a loro.

Ma ne viene fuori un impoverimento delle storie? Essì, ne viene fuori un impoverimento delle storie; pazienza.

humandroid

Eliminare gli attori?

Siamo ancora lontani dall’aver eliminato gli attori, ma senza dubbio questo è un punto d’arrivo. D’altra parte se ne parla da decenni. Letteralmente. Io ho sentito parlare per la prima volta di attori virtuali fatti in elettronica nel 1982 e non a New York, ma a Roma, all’istituto Europeo di Design. E poco dopo, qualcuno, non ricordo chi, mi disse qualcosa tipo: “far recitare di nuovo Marilyn Monroe è solo questione di tempo. Che ne dici di una scena d’amore fra lei e Che Guevara? Tutti e due venticinquenni?” Si farà, è questione solo di “poco” tempo. Tutti i film di FS degli ultimi anni sono la dimostrazione del fatto che si può fare. Questione solo di tempo, memoria dei computer e voglia di farlo. Ma quando lo si farà ci sarà sempre bisogno di storie.

Tre pellicole a confronto

Prendiamo ad esempio due film in questi giorni in sala e “Humandroid”, uscito a primavera, ma perfettamente compatibile con il nostro discorso:

Humandroid

Ex Machina

Ant-Man

I primi due hanno in comune i robot. Nel primo l’humandroid del titolo è un classico robot di ferraglia, con una voce strana ed effetti d’antan rinnovati, nel secondo il robot è una bellissima donna, molto sexy e perfettamente autocosciente.

C’è altro naturalmente, ma non voglio fare spoiler.

AntMan

Nel terzo c’è Ant-Man, è l’ennesimo film sui Super-Eroi della Marvel, onestamente un po’ stucchevoli ormai, ma tant’è. Anche qui effetti speciali  a pioggia. Anche belli, intendiamoci, e divertenti e affascinanti, ma confondono un po’. Rumoroni, appunto.

Ci sono storie che siano tali? Sì, però. L’unico con delle velleità diciamo drammaturgiche?, è Ex Machina, ma anche lì, non so quanto realizzate. Sempre senza spoilerare, un po’ più di pathos drammatico forse ci stava bene.

Nel teatro greco e romano

Mi si permetta una citazione da nerd. Il titolo deriva (devo supporre, casomai non se ne siano nemmeno accorti) dall’espressione “Deus ex Machina”, che indicava nella tragedia Greca e Romana l’intervento di un dio in scena per risolvere una situazione altrimenti irresolvibile: un attore mascherato da quel che fosse che calava dall’alto e con voce tonante risolveva il nodo.

Cioè, letteralmente, un effetto speciale.

All’interno della voce di Wiki, c’è questa citazione:

Nel mondo antico un uso eccessivo del deus ex machina era inoltre considerato prerogativa di autori poco raffinati che non riuscissero a sciogliere altrimenti trame complesse.”

Insomma l’uso eccessivo di rumoroni, effettoni, capitomboloni nelle rappresentazioni di ogni tipo è vizio nuovo ed antico al tempo stesso.

 Cattivi scrittori?

MASSIMO MONGAI

24 agosto 2015 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza | , | 2 commenti

eso4 – supercaldo o ultrafreddo?

Eccoci infine al quarto e conclusivo episodio del nostro piccolo esperimento ferragostano. Se qualcuno fosse interessato a conoscerne i risultati, può segnalarcelo nei commenti. Le pubblicazioni riprenderanno lunedì prossimo con un articolo del nostro Mongai  su due novità cinematografiche interessanti: Ant Man e Ex Machina (RF)

Fra le variabili sin qui considerate, l’abitabilità, l’età e la distanza dei pianeti sono state fin qui in primo piano. Questa volta parlerò di un altro fattore, la temperatura, soprattutto perché ha un impatto diretto sull’abitabilità. Ci sono alcuni pianeti freddi che abbiamo rilevato grazie a Kepler e altri telescopi, ma questo li batte tutti. Il suo nome è OGLE-2005-BLG-390L b (OGLE per gli amici): spero davvero che nella gara continua per la nomina degli esopianeti venga prodotto qualcosa di più fantasioso.

OGLE è stato scoperto nel 2005 dal telescopio danese dell’ESO (1,54m), situato a La Silla in Cile. La sua stella di riferimento è una nana rossa lontana 28mila anni luce, più vicina di noi al centro della Via Lattea. Il pianeta ha una massa pari a 5,5 volte quella della Terra. Una rivoluzione dura circa 10 anni, e si suppone che abbia una superficie rocciosa. Inoltre, con una temperatura in superficie di -220 gradi Celsius, è imbattuto come il più freddo mondo alieno scoperto fino ad oggi.

Ci sono altre cose che vale la pena segnalare a proposito di questo pianeta. Ad esempio, OGLE è solo il terzo pianeta extrasolare scoperto fino a oggi grazie alle ricerche di microlensing, dice Jean-Philipe-Beaulieu (Institut d’Astrophisique de Paris, France). “Mentre gli altri due pianeti scoperti in questo modo hanno massa pari ad alcune volte quella di Giove, la scoperta di un pianeta la cui massa è solo cinque volte quella della Terra (benché molto più difficile da rilevare di quelli più massicci) fa pensare che questi corpi celesti di massa più piccola siano molto comuni”.

È anche il caso di osservare che mentre la distanza dei pianeti dalla stella di riferimento ha una diretta relazione con la loro temperatura, cosa prevedibile, questo però non è sempre vero. Qualche volta i pianeti lontani sono relativamente “più caldi”. Questa non dovrebbe del tutto sorprendere, perché la temperatura è funzione di numerose variabili.

Volete un esempio che vi suoni familiare? Prendete il nostro Sistema Solare: l’atmosfera planetaria più fredda non appartiene a Nettuno, ma a Urano che si trova a circa 19,2 AU dal Sole, mentre Nettuno si trova a 30 AU. Con una temperatura minima di -216 °C oppure -224 °C, (le fonti di informazione differiscono su questo punto – qui sto citando NASA e BBC), Urano appare come il più freddo tra i mondi completamente sviluppati. Plutone è stato declassato qualche anno fa alla condizione di pianeta-nano, e quindi non lo abbiamo considerato in questa statistica.

Perché succede questo? Ci sono differenti teorie, una delle quali fa riferimento alla strana inclinazione del suo asse polare. Se ne fosse stato responsabile un impatto gigantesco avvenuto molto tempo fa, questo avrebbe anche potuto causare la fuoriuscita nello spazio di calore dall’interno del nocciolo. Inoltre Urano manca della interazione mareale che Nettuno ha con la sua luna Tritone, fenomeno che si traduce alla fine in calore. Tanto per chiarire, i pianeti non sono affatto gli oggetti più freddi dell’Universo. Il luogo più freddo mai trovato dagli astronomi è una nebulosa di spettrale bellezza, la Nebulosa Boomerang, che si trova a 5000 anni luce da noi, nella costellazione del Centauro. Con i suoi glaciali-272 °C, è perfino più fredda dello spazio circostante.

E cosa dire del contrario – del più caldo esopianeta finora conosciuto? È cognizione comune che anche in questo caso la distanza non è il solo fattore importante, e infatti Venere, grazie alla sua densa atmosfera, è più calda di Mercurio. Ma nello spazio profondo, questo record appartiene ad un pianeta chiamato WASP-12b, situato a 870 anni luce da noi. Con i suoi 2200 °C, una composizione gassosa di massa pari a una volta e mezza quella di Giove, e il doppio della sua stazza, è il pianeta più caldo mai scoperto.

Inoltre, con la durata di una sua rivoluzione pari a un solo giorno terrestre, e una distanza dalla sua stella di riferimento di poco più di 3 milioni di kilometri, è il pianeta dall’orbita più stretta mai trovato. Non è però destinato a rimanere così a lungo. Già, perché è così vicino alla sua stella di riferimento che le forze di marea che ne derivano stanno trasformando la sua forma in quella di un uovo, e disperdendo la sua atmosfera.

Mentre parliamo la sua stella se lo sta letteralmente cannibalizzando, e la NASA ha dato al povero pianeta soltanto una decina di milioni d’anni prima che sia divorato completamente. Ma lascerò le storie di horror galattico per un altro articolo

STEPHEN p BIANCHINI

traduzione di ROBERTO FLAIBANI  e DONATELLA LEVI

20 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia, Scienze dello Spazio, Volo Interstellare | , , | Lascia un commento

eso3 – Pianeti extrasolari fotogenici

Domani finisce il nostro breve test. I colonnini, intesi come metodo di lettura alternativo del blog, rimarranno di sicuro, mentre le modalità di presentazione saranno probabilmente rivoluzionate. Ma… tempo al tempo.(RF)

La distanza conta, non se ne discute. Ho già accennato all’importanza della Zona Abitabile, che ovviamente è in relazione con la distanza del pianeta dal suo sole. La Terra è un buon esempio di un pianeta né troppo vicino, né troppo lontano, che quindi gode di condizioni favorevoli alla vita. Nel caso del Sistema Solare abbiamo una certa varietà in termini di distanza dal Sole. È comunque sorprendente che queste non siano le distanze più estreme che possono esistere in un sistema solare anche supponendo che nel sistema ci sia un’unica stella.

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Infatti se si trattasse di un sistema doppio (o multiplo) le cose potrebbero cambiare drasticamente. Circa un anno fa, dei ricercatori dell’Università di Montréal, conquistarono l’attenzione della stampa identificando un pianeta sorprendente, di massa pari a molte volte quella di Giove, lontano 2000 Unità Astronomiche (UA) dal suo sole. Tanto per farsi un’idea, 40 o 50 volte la distanza di Plutone dal Sole (sì, anche le distanze possono variare). Sorprendente, considerando che oggetti celesti così distanti sfidano tutte le teorie correnti sulla formazione dei pianeti. GU Psc b, tale è il nome di questa piccola meraviglia, è così lontana dalla stella da cui ha avuto origine, che il telescopio Gemini, a sua volta un’altra meraviglia, è stato in grado di fotografarla senza l’aiuto di alcuna ottica adattiva, e i lettori dovranno leggere l’intera storia per capire veramente quanto essa è sorprendente. Oppure credermi sulla parola.

Eccolo qui, un piccolo punto indipendente di luce infrarossa separato dalla sua stella. Ciò è fondamentale per una serie di ragioni, come per esempio mettere alla prova il modello computerizzato di meccanica della formazione dei pianeti, anche tenendo conto delle sue caratteristiche fisiche come massa e temperatura, di solito difficili o impossibili da valutare correttamente a causa della presenza della stella.

Passiamo invece alla situazione opposta. Qual è la distanza minima di un pianeta da una stella se vogliamo evitare che ne venga divorato? Non parliamo per metafore, accade davvero e ne abbiamo le prove. Ma di questo parleremo in un altro articolo. La domanda, invece, è una di quelle a cui al momento è impossibile rispondere: quanto più il pianeta è vicino alla stella, tanto più è difficile rilevarlo. Possiamo solo affidarci a teorie e modelli matematici – quegli stessi che GU Psc b ha gia’ dimostrato essere inaccurati, quando non completamente sbagliati. C’è invece un’altra domanda a cui possiamo rispondere: qual è l’esopianeta più vicino al Sistema Solare? In effetti abbiamo un ottimo candidato in Epsilon Eridani b, il quale orbita intorno a una graziosa stella simile al Sole ad appena 10,5 anni luce dalla Terra. La porta accanto, in termini astronomici, ma alla portata dei nostri telescopi. Chissà che un giorno o l’altro non ne avremo qualche buona fotografia.

STEPHEN p BIANCHINI

traduzione di ROBERTO FLAIBANI  e DONATELLA LEVI

19 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

eso2 – Si faccia avanti Matusalemme

Il primo test, svoltosi ieri, ha avuto risultati interessanti e inattesi. La faccenda si complica. Ma è troppo presto per parlarne. Diamo inizio al secondo test, s’avanzi Matusalemme….

Nell’articolo precedente ho parlato dell’incredibile varietà degli esopianeti che abbiamo appena incominciato a scoprire. Ho anche menzionato cosa troviamo normalmente e cosa ci possiamo aspettare di trovare in accordo con l’astrofisica, inclusi gli obiettivi più desiderabili, per esempio i pianeti nella Zona Abitabile. D’ora in poi mi occuperò specificamente di questa categoria, e porterò come esempi alcune cose veramente strane … tutta roba buona per gli scenari di fantascienza. Il prescelto: Matusalemme, il pianeta più antico.

Si, ma quanto più antico? Per avere un’idea dell’età degli oggetti celesti è bene ricordare che l’anno zero, altrimenti noto come Big Bang, è avvenuto circa 13,78 GY fa (1 GY = un miliardo di anni), milione più milione meno, in accordo con il modello cosmologico standard Lambda-CDM. L’età della nostra galassia, la Via Lattea, è di 13,2 GY ma tra le stelle che la compongono ve ne sono alcune di gran lunga più giovani. Il Sistema Solare, per esempio, ha appena 4,60 GY, e tutti i pianeti, Terra compresa, 4,54 GY circa.

Si faccia avanti Matusalemme

Scoperto nel 1994, questo pianeta non va confuso con la stella HD140283 che ha lo stesso appellativo ma differente posizione, ed è noto tra gli astronomi come PSR B1620-26 b. Ha un’età stimata di 12,7 GY e una massa almeno doppia di quella di Giove. Questo gigante gassoso si trova a 5600 anni luce da noi, in un antico ammasso globulare nella costellazione dello Scorpione. Percorre la sua orbita in un sistema doppio formato da una nana bianca e una pulsar, e, considerata la sua età, ci sono forti possibilità che eventi stellari violenti come l’esplosione di una supernova, o altri, abbiano interessato la sua evoluzione. E’ difficile immaginare che una qualsiasi forma di vita possa essersi sviluppata in un simile ambiente. Scrittori di fantascienza: provateci!

Se il caso di Matusalemme vi ha messo in una buona predisposizione verso le anticaglie, potreste dare un’occhiata alla già menzionata, e recentemente scoperta HD140283, un apparente paradosso e di per se uno strano oggetto. Questo video è un buon punto di partenza:

Vi piacciono i più giovani, invece? Provate con LkCa 15 b, che a quanto si dice ha meno di un milione di anni. Su scala cosmica, appena un bambino

 STEPHEN p.BIANCHINI

traduzione di ROBERTO FLAIBANI

e DONATELLA LEVI

18 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

eso1- I pianeti extrasolari, imparare le basi

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Nella settimana dopo Ferragosto il blog registra da sempre il più basso numero di visitatori, e noi ne approfittiamo per realizzare un esperimento. Il 20 luglio scorso  abbiamo proposto ai lettori,  con il lancio di un apposito pacchetto, quattro brevi articoli sui pianeti extrasolari, e un nuovo modo di leggere il Tredicesimo Cavaliere. La cosa ha avuto risultati contrastanti: il post di presentazione è stato accolto benissimo, non così  i quattro articoli. Forse ai nostri lettori non interessa la tematica dei pianeti extrasolari? Inverosimile. Noi riteniamo invece che  la nuova modalità di lettura non sia stata ben recepita, e siamo pronti, dopo lo svolgimento del test che inizia oggi, ad effettuare le opportune modifiche. Il test consiste semplicemente nella riproposizione degli articoli sopra citati, in formato post, per vedere se si verificano variazioni di rilievo nel comportamento dei lettori. (RF) 

Avevo già parlato qualche volta della sfida che l’arte della costruzione di mondi rappresenta nella FS, in termini di progettazione di sistemi planetari effettivamente funzionanti, sia se dotati di una stella singola o doppia. E la sfida si estende all’immaginare corpi celesti dove la vita sia almeno teoricamente possibile. Tuttavia fin dal 1991, quando è stato individuato il primo esopianeta, le notizie di nuove scoperte stanno diventando via via sempre più frequenti.

L’ultima volta che ho controllato i dati (maggio 2014) presso The Extrasolar Planets Encyclopaedia, erano citati 1106 sistemi planetari, 1786 pianeti e 460 sistemi planetari multipli. La gran parte dei dati proviene dal cacciatore di pianeti Kepler,  l’ormai famosissima missione della NASA. Grandi quantità di dati, di una stupefacente varietà in termini di caratteristiche fisiche, composizione chimica e moto. Ciò rende la vita di un attento scrittore di fantascienza molto più facile: dovrete solo guardarvi intorno e impadronirvi di qualche idea. Almeno sarete sicuri che il vostro pianeta potrà volteggiare nello spazio, seguendo una certa orbita senza implodere o disintegrarsi perché qualche elementare legge fisica era stata ignorata. 

Ma vediamo cosa abbiamo qui. Sapete che potete aspettarvi giganti gassosi tipo Giove, o ghiacciati tipo Nettuno, oppure qualche pianeta piccolo e roccioso (come la Terra, ndt).

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Siete anche consapevoli del fatto che i pianeti nella Zona Abitabile   potrebbero probabilmente ospitare qualche forma di vita, e trovarsi intorno non ad una, ma a due stelle, data la relativa abbondanza di stelle doppie nell’Universo. Ma c’è ben di meglio: nello spazio profondo esistono cose talmente strane da superare tutta la creatività che potreste mettere in campo.

Prima di parlare delle creature più strane che si aggirano fuori, comincerò con quelle normali, per esempio quelle più simili alla Terra per forme e caratteristiche. Ci sono alcuni pianeti candidati per il titolo di “Gemello della Terra” , e L’Indice di Similarità terrestre (ESI) ne fornisce una buona misura sintetica.

Tenete buona nota che il sistema stellare Gliese581 ospita alcuni pianeti adatti. Uno di questi, Gliese 581 d, potrebbe essere il mondo alieno più potenzialmente abitabile conosciuto fino ad oggi. La sua massa è pari a 8 volte quella della Terra, è dotato di atmosfera, ed esistono le condizioni perché l’acqua possa scorrere sulla sua superficie. , l’acqua è un ingrediente indispensabile per la vita come noi la conosciamo. La stella Gliese 581 è una nana rossa relativamente vicina al nostro sistema, circa 20-22 anni luce nella costellazione della Lira, con 4 pianeti accertati e 6 ipotizzati.

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Sembra inoltre che un pianeta perfino più adatto di Gliese581 d sia stato trovato da Kepler meno di un anno fa. Si tratta di Kepler-186f, con un diametro di quasi 14000 chilometri, diciamo un 10% più grande della Terra, e ben dentro la Zona Abitabile. Comunque, situato com’è a 490 anni luce dalla Terra, di sicuro sarà difficile intravvedere qualche immagine diretta, così non siamo sicuri su quale dei due si qualifichi meglio, almeno per il momento.

A cura della redazione di Space. com,* Qui * potete trovare una serie di  video e documentari sui pianeti extrasolari

Per adesso niente di strano, vero?

Calma e gesso, nel prossimo articolo strani oggetti entreranno in scena ……

STEPHEN P. BIANCHINI

traduzione:  ROBERTO FLAIBANI E DONATELLA LEVI

 

17 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , | Lascia un commento

Storie nelle rocce

La storia di un pianeta è raccontata attraverso le sue rocce. Ogni roccia che si forma memorizza il suo ambiente: la dimensione dei granuli di un sedimento ci dicono da quanto lontano le particelle sono state trasportate; le tracce degli elementi nelle rocce ignee quale era la provenienza del magma; la composizione mineralogica di una roccia metamorfica quale intensità di pressione ha subito. Una roccia ci mostra se una zona era umida o secca; se i fluidi percolati attraverso di essa erano caldi o freddi e se la superficie era stata alterata da fratture da impatto o corrugamenti tettonici.

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foto 1. L’immagine è una sezione sottile di Dhofar 025, una meteorite lunare con vescicole da fusione da impatto. È stata scattata utilizzando gli elettroni retrodiffusi in microscopio a scansione elettronica. Qui i grigi medi e scuri indicano gli elementi più leggeri che costituiscono le rocce e i minerali tipici, mentre il bianco brillante sta ad indicare elementi più pesanti, come i metalli, e le aree nere sono fori o spazi vuoti. L’inserto è uno zoom su un clasto da fusione da impatto in questa meteorite – un pezzetto di una sola roccia formata da molti cristalli di minerali che si sono accresciuti, avendo fuso e ricristallizzato in un impatto sulla Luna.

Ogni roccia è una pagina nel libro della storia di un pianeta: la geocronologia è ciò che mette in ordine le pagine. Studia l’età le rocce e quando esse sono state modificate dagli eventi geologici. Noi conosciamo le condizioni in cui le rocce si formano grazie agli strumenti presenti sui nostri rover, quali Opportunity e Curiosity, e sugli orbiter come l’Orbiter Lunar Reconnaissance, Messenger e Cassini. La geocronologia è una misurazione aggiuntiva, che mette quelle condizioni in un contesto temporale: ci aiuta a ordinare cronologicamente gli eventi planetari e a collegarli ad altri verificatisi nel Sistema Solare.

Per esempio, che cosa stava accadendo sulla Terra quando su Marte il clima cambiava da caldo e umido al suo inospitale stato attuale? Quando hanno colpito Marte e la Luna gli impatti degli asteroidi? La geocronologia può dirci anche quanto a lungo è durato un evento. Per quanto tempo, ad esempio, i diversi pianeti hanno avuto un calore interno sufficiente a regolare i sistemi magmatici? E quanto tempo hanno avuto gli organismi per crescere in un ambiente marziano caldo e umido? Quanto a lungo le superfici sono state esposte all’ambiente dello spazio e forse trasformate da esso?

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foto 2. Questa sezione sottile ingrandita (QUE 94200) è una howardite, un esempio della regolite di Vesta. Proviene da un gruppo di meteoriti collegate a Vesta chiamate HED (howardite, eucrite, diogenite). Questo campione contiene piccoli pezzi di materiale fuso da impatto dei crateri di Vesta. Tuttavia, dal momento che non conosciamo esattamente in quale punto dell’asteroide si siano formati queste meteoriti, non possiamo ancora collegare l’età assoluta dei campioni all’elenco dei crateri sulla sua superficie.

 

 

Campioni in laboratorio

Io mi descrivo come una persona campione. Amo mettere le mani sulle rocce degli altri pianeti – campioni lunari dell’Apollo, meteoriti dalle diverse parti del mondo – aprirli e analizzarli per scoprire come e dove si sono formati. Ho iniziato ad imparare diverse tecniche di laboratorio mentre ero una studentessa specializzanda in geologia all’università statale di New York a Stoney Brook, uno dei primi posti in cui sono stati analizzati i campioni riportati dalla missione Apollo negli anni ‘70. Quando ero iscritta alla facoltà dell’Università dell’Arizona per approfondire le scienze planetarie, sviluppai un progetto usando la geocronologia per datare piccolissime vescicole di fusione da impatto, che si erano conservate nelle meteoriti lunari. Tutti i campioni riportati dalle missioni Apollo, che si sono formati in ampi impatti sulla Luna, hanno stranamente un’età simile, circa 4 miliardi di anni, che alcuni addetti ai lavori hanno iniziato a spiegare con l’incremento dei bombardamenti subiti dalla Luna in quel periodo: bombardamenti ai quali la Terra non poteva essere sfuggita. Quando stavo preparando la mia tesi, pensavo che avrei trovato di sicuro rocce da fusione da impatto più vecchie e avrei risolto il mistero. In realtà, non trovai nulla di più vecchio di 4 miliardi di anni in nessuno dei miei campioni. Era più difficile di quanto pensassi. 

rocce5foto 5. La stratigrafia si usa per comprendere l’età relativa delle rocce. Come mostrato dagli strati differentemente colorati del Gran Canyon, le rocce più giovani sono sovrapposte a quelle più antiche. Per conoscere la loro età assoluta è necessario analizzarle in laboratorio.

Quando non abbiamo campioni da scegliere in laboratorio, come possiamo stabilire quanto è vecchio un pianeta? Usiamo la datazione relativa. Gli elementi rocciosi più vecchi si trovano al di sotto di quelli più giovani: questo è il principio della stratigrafia, che si può vedere in luoghi come il Gran Canyon. Quando si hanno solo immagini orbitali, è più difficile vedere gli strati sovrapposti gli uni sugli altri, ma possiamo ricorrere a formazioni, quali le colate di lava e i crateri da impatto, per distinguere le aeree più recenti da quelle più antiche. I crateri da impatto, infatti, sono molto utili perché, fin dal pesante bombardamento di quattro miliardi di anni fa, sembrano formarsi ad un ritmo costante. Questo significa che il numero dei crateri sulla superficie può essere collegato alla sua età, come lasciare un pezzo di carta fuori appena comincia a piovere. Ma come possiamo dire quanti crateri corrispondono a quale età? Abbiamo bisogno di un punto di collegamento o di un’età assoluta. Sulla Luna gli astronauti dell’Apollo hanno raccolto campioni dalle zone vicine ai flussi di lava. Li abbiamo datati per dare loro un’età, poi abbiamo contato i crateri sulla superficie delle colate di lava e creato una scala temporale calibrata della Luna. Ora potremmo contare i crateri presenti sulle parti della Luna che non sono state esplorate, e utilizzare le loro relazioni, determinate con i campioni Apollo, per dedurre l’età della superficie. E ancora, possiamo usare questa calibratura per estendere il conteggio dei crateri ad altri pianeti come Marte per stimare l’età della superficie del pianeta, sebbene ci siano molte imprecisioni quando si usa questo metodo.

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foto 3. questa fila di crateri da impatto, fotografata da Dawn, è una delle più suggestive formazioni sul grande asteroide Vesta. Questi ed altri impatti su Vesta hanno fatto ribollire la sua superficie, creando la regolite.

 

 

 

 

 

Campionatura in situ

Nel 2004 facevo parte di una commissione che consigliò la NASA su cosa sarebbe importante fare per la scienza lunare quando l’uomo tornerà sulla Luna. “Il contesto scientifico per l’esplorazione della Luna” era il titolo del nostro report. La commissione concordò nel ritenere che l’antico bombardamento della Luna – il periodo in cui gli enormi bacini lunari, quali Imbrium e Orientale, si formarono – era un’enorme questione in sospeso con implicazioni importanti per l’intero Sistema Solare. Noi sostenevamo l’importanza della raccolta di più campioni presi da diversi luoghi sulla Luna, non solo dalle vicinanze delle aree visitate dalle missioni Apollo: abbiamo bisogno di campioni prelevati da molti siti. Per esempio, il ritorno di campioni da Marte è un obiettivo di vecchia data della comunità scientifica che si occupa dei pianeti. Le meteoriti cadute sulla Terra ci raccontano quando i loro corpi di origine si sono formati ed evoluti, ma dove sono i loro corpi di origine? È necessario ottenere anche campioni di molti asteroidi. E quando si sono formate la liscia superficie di Venere leggermente craterizzata e la crosta povera di ferro di Mercurio? Riportare campioni da tutti questi posti? Chiaramente, non è possibile. Ma ho imparato un altro approccio alla campionatura, quando Paul Lucey, il mio collega di studi di scienze lunari e membro della commissione, mi pose delle domande riguardo a una geocronologia in situ, vale a dire spostare il nostro laboratorio nello spazio, invece di portare indietro i campioni. Io ridicolizzai l’idea. Gli risposi che servono camere pulite per la preparazione e manipolazione dei campioni, al fine di garantire la sensibilità degli strumenti, che occupano una metà della stanza, per un calcolo dell’età preciso fino a milioni di anni in minuscoli granelli di campioni vecchi miliardi di anni.

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foto 4. la maggior parte degli scienziati concorda nel ritenere ALH84001 la più antica meteorite di Marte mai rinvenuta. Questo pezzo del pianeta rosso cristallizzò 4,51 miliardi di anni fa. Mezzo miliardo di anni dopo è stato colpito da un forte evento di impatto. Noi non sappiamo dove si fosse originata la meteorite su Marte così non possiamo collegare la sua età ad uno dei crateri marziani.

Paul scosse la testa con disappunto e disse: “Veramente? Non riesci a pensare ad una sola domanda tra tutte quelle della scienza planetaria che possa richiedere un’età leggermente meno precisa?” Mi soffermai a pensare. Bene, noi non conosciamo l’età degli altopiani marziani all’interno di circa un mezzo miliardo di anni, che è un raggio ampio. Se potessimo restringere quello spazio fino a 100 milioni di anni, sarebbe sufficiente per legarlo alla storia lunare. I giovani basalti lunari, i crateri chiave sulla Luna, Marte e Vesta, l’età magmatica di asteroidi differenziati potrebbero essere tutti studi orientati ad un primo approccio con un’idea come questa.

Tempo e decadimento

I nostri metodi di datazione assoluta si basano sul decadimento radioattivo. Ogni elemento della tavola periodica ha un determinato numero di protoni ed elettroni, che lo identificano: per esempio, il carbonio ha sei protoni e sei elettroni. Tutti gli atomi hanno anche neutroni nei loro nuclei e questi possono variare di numero. Atomi che hanno lo stesso numero di protoni ma differente numero di neutroni sono detti isotopi tra loro. Così un atomo di carbonio con sei neutroni è 12C e uno con sette neutroni è 13C. Molti elementi hanno isotopi radioattivi naturali, in essi gli atomi madre decadono con il tempo in atomi figli più stabili. Questo tempo di decadimento è ormai noto, così conoscendo l’atomo di partenza e quello di arrivo, è possibile definire per quanto tempo il sistema è stato in decadimento o per le rocce il tempo per la loro formazione. Io uso un sistema radioattivo basato sul potassio (K) che decade ad argon (Ar). Il potassio è un elemento presente naturalmente nella vita di ogni giorno, ad esempio si trova nelle banane e nel granito. In realtà un numero veramente esiguo di atomi di potassio ha un numero extra di neutroni ed è quindi radioattivo. Quando esso si trova in un minerale o in una roccia, fa parte del loro reticolo, quindi possiamo valutare il potassio di partenza e l’argon di arrivo per conoscere in quanto tempo quest’ultimo si è formato, ovvero l’età della roccia. Con un’emi-vita di 1,29 miliardi di anni il sistema potassio-argon è un valido metodo per l’analisi delle rocce del sistema solare ed è stato utilizzato sia per le rocce lunari e le meteoriti che per le rocce terrestri.

 

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foto 6. il Mare della Serenità è uno dei mari lunari, vaste pianure di lava sulla superficie della Luna. Questa una ripresa della Stazione 6, dove gli astronauti dell’Apollo 17 hanno esplorato un gruppo di massi e regolite, fatta dalla camera del Lunar Reconnaissance Orbiter (LROC). Cinque ampi frammenti di roccia giacciono alla base di un lungo cordolo di massi. Provengono tutti da un singolo masso che è rotolato giù dal rilievo e si è frammentato in più parti.

L’esperimento laser potassio-argon

Il mio consulente di laurea è stato Tim Swindle, il quale provò per primo a sviluppare un sistema potassio-argon da utilizzare in un volo strumentale. Tim chiamò il suo metodo Argon Geochronology Experiment (AGE) e lo destinò a volare su una missione verso Marte. AGE utilizzava un laser (come il Chemcam su Curiosity) per misurare il potassio in piccoli campioni, poi lo fondeva in forno a 1.500 °C (2.730 Fahreneit) per liberare l’argon intrappolato. Io ero una collaboratrice nei programmi di Tim. In una conversazione con lui ad un convegno nel 2008 presso l’Ames Research Center della NASA, riflettei che l’alta energia del laser poteva rompere il reticolo cristallino e produrre argon libero senza il bisogno di un forno. Chiesi a Tim se gli sarebbe interessato provare questo metodo ma, spiegandomi che egli era al termine della concessione del suo progetto e stava prendendo altre responsabilità, suggerì che io tentassi da sola. Ci scambiammo i ruoli e io iniziai a sviluppare il Potassio Laser Experiment (KArLE) con Tim come collaboratore. Dato che sono una scienziata e non una tecnologa, ho progettato KArLE seguendo il criterio di adoperare strumenti che già esistono per le missioni sulle superfici planetarie, utilizzandoli per condurre un nuovo tipo di rilevazione: l’età delle rocce. KArLE usa uno strumento come il Chemcam sia per ablare un campione di roccia sia per misurare il potassio nel plasma, utilizzando la spettroscopia di ripartizione indotta da laser (LIBS). Come la roccia si rompe, noi misuriamo l’argon liberato con la spettrometria di massa, allo stesso modo in cui viene fatto in alcune missioni quali Curiosity, LADEE e Cassini. Abbiamo avuto circa tre anni di tempo per sviluppare una versione KArLE da laboratorio e testarla in analoghi campioni planetari con risultati incoraggianti, dal momento che abbiamo ottenuto datazioni accurate con circa solo un 10 – 15 percento di imprecisione: un livello di precisione ottimo per rispondere a molte domande sollevate dalla scienza planetaria. Possiamo fare buone misurazioni di potassio e argon, ma ogni datazione è l’interpretazione di un evento geologico, così ogni componente KArLE contribuisce a rendere la misurazione contestuale per interpretare l’età del campione. Per esempio la tessitura della superficie di una roccia è caratterizzata con un dispositivo elettronico (imager), LIBS produce un’analisi completa degli elementi della roccia e tutti i gas liberati possono essere misurati. Pensavo di essere stata piuttosto in gamba a riconvertire questi componenti e il loro uso verso la geocronologia. Ma una buona idea a volte sta solo aspettando di essere pensata e così, del tutto indipendentemente, anche altri due gruppi, in Germania e in Francia, stavano sviluppando questa tecnica quasi contemporaneamente a noi. Fortunatamente negli ultimi anni siamo arrivati a considerarci come persone che collaborano fra loro, lavorando tutte verso un obiettivo comune.

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foto 7. pezzi di colata di lava tratti dal Mare della Serenità sono stati riportati sulla Terra e datati nei laboratori, dove una datazione assoluta per la formazione lavica è stata valutata tra 3,7 e 3,8 miliardi di anni. Questo è un pezzo del basalto riportato dall’Apollo 17 che ha fornito questa età, collegandola al conteggio dei crateri dalla foto 6.

Opportunità per la datazione in situ

La capacità degli strumenti di volo di condurre la geocronologia in situ è ritenuta dalle pubblicazioni della NASA Planetary Science Decadal Survey e Technology Roadmap come uno sviluppo necessario per soddisfare i bisogni della comunità. Beagle 2, il lander esobiologico per l’orbiter Mars Express dell’ESA, è la sola missione lanciata con l’esplicito obiettivo di effettuare in situ la datazione K-Ar delle rocce. Sfortunatamente il lander Beagle 2 ha mancato la comunicazione al suo primo atteso contatto radio e questo obiettivo scientifico non è stato così soddisfatto. La prima datazione K-Ar in situ su Marte è stata pubblicata di recente, utilizzando misurazioni SAM e APXS su rocce Cumberland mudstone. L’età di 4,21 miliardi di anni (+-0,35) per Cumberland suggerisce che essa è di età molto antica e valida l’ipotesi dell’uso del sistema potassio-argon per la datazione sugli altri pianeti, anche se il metodo Curiosity è molto impreciso. Per ottenere maggior precisione e datazioni più significative, molti gruppi stanno perfezionando strumenti destinati alla datazione in situ. L’ultima opportunità per uno strumento di tale tipo è avvenuta lo scorso anno, quando il carico di Mars 2020 è stato completato. Quattro strumenti potassio-argon per la datazione in situ e altri schemi di datazione radioattiva sono stati proposti, tra cui KArLE. Benché nessuno abbia vinto un posto sul rover Mars 2020, la datazione in situ potrebbe presto divenire una realtà.

Ci sono molte domande relative alla scienza planetaria che ancora richiedono la determinazione di misurazioni di laboratorio e necessitano di campioni da riportare indietro sulla Terra. La datazione in situ non sostituisce il lavoro sui campioni riportati, ma piuttosto estende la nostra capacità di usarla come uno strumento, insieme ai nostri strumenti di imaging. Vorrei che diventasse uno strumento comune da poter utilizzare sulla Luna, su Marte, sugli asteroidi e oltre. Non sarebbe romantico avere un appuntamento in tutti quei posti?

traduzione: SIMONETTA ERCOLI

editing: DONATELLA LEVI

Titolo originale: “Stories in Stone” di Barbara Cohen , pubblicato su The Planetary Report vol35 #1-2015

11 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | Lascia un commento

Dear Mr. President

Barak Obama

Questo è un momento di grande entusiasmo,  mentre la sonda New Horizons continua a spedire i dati raccolti su Plutone e una nuova, ancor più importante missione ha ricevuto i primi finanziamenti in un coro unanime di consensi sia da parte del Congresso degli Stati Uniti che della pubblica opinione americana e internazionale. Si tratta del volo verso la luna di Giove chiamata Europa, per la prima volta, dichiaratamente e senza mezzi termini, alla ricerca della vita fuori della Terra. E proprio in questo momento, mentre il bilancio generale della NASA è in crescita, quello della sua Divisione per le Scienze Planetarie subisce, per il quarto anno consecutivo, una erosione ad opera dela Casa Bianca.

In questo frangente  la Planetary Society, organizzazione non govenativa ben nota ai nostri lettori, ha deciso di dare inizio a una di quelle campagne di sensibilizzazione e supporto per le quali va famosa: si tratta di una petizione rivolta direttamente al Presidente Obama per la difesa e l’incremento degli stanziamenti diretti alle Scienze Planetarie. Il testo proposto non è una richiesta di finanziamenti a favore della Planetary Society, anzi è del tutto condivisibile da parte di chiunque abbia a cuore la causa dell’esplorazione dello spazio, al di là di interessi nazionalistici e di parte, ed è inoltre parzialmente modificabile secondo i desideri del singolo proponente.

La NASA è la più solerte tra le agenzie spaziali nel rendere di pubblico dominio i dati raccolti nel corso delle proprie missioni, dando il buon esempio perfino all’ESA, spesso vittima delle baronie universitarie, che tendono a rallentare la diffusione dei risultati delle ricerche per i più vari motivi. E invece parere largamente condiviso che anche in Europa e in Italia esistano personalità e strutture che potrebbero raccogliere il testimone della Planetary Society e dar vita a un forte servizio di advocacy. Invitiamo i lettori, oltre a firmare la petizione diretta al Presidente Obama, a commentare questo articolo e farci conoscere le loro opinioni in merito all’organizzazione di un simile servizio.

 

ROBERTO FLAIBANI

4 agosto 2015 Posted by | Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

Perché si legge la Fantascienza e perché no.

Samuel Taylor Coleridge

Sospensione dell’incredulità? No, desiderio attivo di credere nella Fantascienza, desiderio di esser fantascientificamente creduli.

(nell’immagine: Samuel Taylor Coleridge)

Quando si parla di sospensione dell’incredulità si dice spesso “come dicono gli sceneggiatori americani”. In realtà, è vero che gli sceneggiatori americani nei loro libri su come i scrivono le sceneggiature sono stati i principali divulgatori del concetto di suspension of disbelief, ma in realtà questa è stata teorizzata per la prima volta in Inghilterra da Samuel Taylor Coleridge nel lontano 1814.

«… venne accettato, che i miei sforzi dovevano indirizzarsi a persone e personaggi sovrannaturali, o anche romanzati, ed a trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell’immaginazione quella volontaria sospensione del dubbio momentanea, che costituisce la fede poetica

 

Samuel Taylor Coleridge, Biographia literaria – capitolo XIV

Qui trovate la voce di Wikipedìa che ne parla. e qui una buona definizione del sense of wonder

In altre parole la sospensione dell’incredulità è una specie di patto fra l’autore ed il lettore: tu sospendi temporaneamente la tua incredulità ed in cambio io ti racconterò una storia che merita di essere raccontata.

 

Isaac Asimov(nell’immagine: Isaac Asimov)

Secondo me questo NON vale specificamente per la Fantascienza. Anche se vale per tutti i racconti, per tutti i media, per tutte le storie. Valeva ad esempio anche per gli aedi che cantavano l’Odissea nelle bettole del Pireo 27-28 secoli fa. Perché era anche lì che l’Odissea veniva “cantata”: non dimentichiamo che l’Odissea è stata materialmente scritta nel 3zo secolo AC, ad Alessandria d’Egitto, dagli intellettuali ellenistici che gravitavano intorno alla Biblioteca, ma che molti secoli prima era un poema cantato a memoria ed era un “consumo” popolare. E per credere a Polifemo, alle Sirene, a Scilla ma anche a Calipso e Circe occorreva sospendere la propria incredulità: i Greci non erano mica stupidi, non credevano davvero a tutti i loro miti!

Ma è così anche per leggere Tolstoi o Ian Fleming. Tu autore racconti ed io anziché diffidare di te, piuttosto che pensare che mi stai dicendo un sacco di sciocchezze che ti sei inventato tu, mi fido e ti sto a sentire. E’ così da millenni, in tutto il mondo.

Per la fantascienza però secondo me è diverso, almeno un po’.

Deve esserlo per forza. Si sa: non tutti amano la fantascienza, e sia chiaro, è un loro diritto. Anzi, in realtà i lettori di FS sono notoriamente una minoranza.

Perché ci sono tanti lettori, e perfino lettori “forti” che non amano la FS? Attuano comunque una sospensione dell’incredulità quando leggono qualunque altra cosa, perché non lo fanno per la FS? Molti non ci provano nemmeno. Nemmeno lo cominciano a leggere un romanzo di FS, tanto sanno già che non gli piacerà. Come lo sanno? Ne hanno sentito parlare, hanno visto un film, letto un fumetto, insomma sanno di cosa si tratta e non ne vogliono sapere. E va bene, ripeto, diritto loro. Sarebbe interessante chiedersi perché, e perché il 94% delle donne non legge FS a fronte del 70% degli uomini. Ma questo è un altro articolo.

 

dick(nell’immagine: Philip K. DicK)

Ma perché gli altri, gli appassionati, invece la leggono? Perché la leggo io, la leggiamo noi?

Di sicuro ci saranno molti motivi personali ma secondo me c’è un elemento comune. La ricerca del sense of wonder, certo, ma sostenuto da un elemento scientifico.

Io non voglio solo essere stupito, io voglio essere stupito con un elemento al tempo stesso fantastico e scientifico, perché se è entrambe le cose è più forte e maggiore sarà la mia meraviglia ed il mio piacere nella lettura.

Non voglio solo sospendere la mia incredulità, voglio anche essere più credulo del solito ma su base scientifica.

Qualunque eroe è forte, ma Superman vola ed è invulnerabile. Salgari mi porta in Malesia, ma Asimov nel futuro più remoto, Tolstoi mi parla di guerra e di pace, ma Van Vogt o Farmer mi parlano di nemici che sono molto più alieni dei Francesi contro i Russi.

Non so cosa sia “la scienza”, è troppe cose messe insieme, ma so che rende possibili cose apparentemente impossibili e lo sta facendo da almeno tre secoli.

Un vampiro può farmi paura, ma quando la storia è finita, io lo so che il vampiro non esiste. Quando esco dall’aver visto “Alien” al cinema, sono ben contento che lui (anzi “lei”, è una femmina!) resti sul suo pianeta, meglio ancora, sono contento che non ci siamo ancora arrivati. Ma dove potremmo arrivare, dove prima o poi probabilmente arriveremo.

Io leggo fantascienza perché voglio essere credulo, fantascientificamente credulo. La sospensione dell’incredulità non mi basta, io voglio proprio credere che una certa cosa meravigliosa può accadere, che è fantastica ma scientificamente possibile. Quindi fantascientifica. Ci voglio credere. Non tutti ci riescono.

 

william-gibson

(nell’immagine: William Gibson)

Per questo la Fantascienza è ansiogena ed antipatica.

E per questo è bene leggere la Scienza della Fantascienza

Non credo che questo articolo attirerà anche un solo lettore in più verso la FS, né lo considero importante. La FS un lettore se la trova sempre lungo la propria strada, o prima o poi, più facilmente prima che poi. O gli piace o no, pari e patta.

Tutti gli altri comunque la vedono al cinema, le sale sono sempre piene di spettatori per i film di FS che vengono regolarmente prodotti e distributi (quasi esclusivamente americani…), ma la FS viene consumata anche sotto forma di altri media, dai fumetti ai video, ai cartoni animati, alle pagine di pubblicità, a mille altri stilemi.

Bene così e buona lettura. Per chi ci vuol credere, certo.

MASSIMO MONGAI

27 luglio 2015 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , | 1 commento

I pianeti extrasolari e un nuovo modo di leggere il vostro blog preferito

planetspianetiextrasola

Cercavamo da tempo di avvicinarci alla tematica dei pianeti extrasolari (esopianeti), ma la materia è vastissima e complicata, e sinceramente non sapevamo da che parte incominciare, quando il nostro nuovo alleato Stephen Bianchini ci ha segnalato il successo di una serie di piccoli articoli dedicati all’argomento, apparsi sul suo blog The Earthian Hivemind, con la scusa di raccogliere materiale utile agli scrittori di fantascienza per la creazione di nuove ambientazioni. Abbiamo colto l’invito al volo: Stephen è un buon divulgatore e un eccellente tutor, non potevamo proprio chiedere di meglio.

Ma c’è di più. I lettori più attenti ricorderanno senz’altro un breve articolo apparso su queste pagine il 6 marzo scorso, intitolato Decisioni, in cui si presentava un progetto, possiamo dire, di ringiovanimento del blog. Da allora ci siamo scervellati invano per trovare il materiale, il tema che si adattasse meglio alle nostre esigenze di “decollo dolce”, finché non è arrivato Mastro Stephen con i suoi regali e tutti i pezzi del puzzle sono andati a posto.

Ecco quello che faremo: inauguriamo oggi la formula dei cosiddetti colonnini, con un primo poker di articoli introduttivi sugli esopianeti, gentilmente offerti da The Earthian Hivemind, del quale noi siamo i traduttori. Potete vederli qui a fianco. Seguirà, il mese successivo, un nuovo poker di articoli sugli esopianeti, ma qui cominceremo ad offrire elaborazioni nostre, svincolandoci poco a poco dal sostegno dell’ottimo Bianchini. E siamo a settembre: un altro balzo in avanti degli astrononni (tra non molto cryptocyborg), che dedicheranno la quaterna dei colonnini del mese all’apertura verso un settore nuovo per noi e difficilissimo: la geopolitica planetaria, e più precisamente all’arrivo dell’India nel novero delle nazioni maggiormente impegnate nell’esplorazione dello spazio. E vorremmo continuare così, aggiornando i colonnini ogni mese, ma con la segreta ambizione di arrivare a farlo, in futuro, una volta ogni quindici giorni. Chissà.

ROBERTO FLAIBANI

20 luglio 2015 Posted by | News | , | 2 commenti

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