Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

L’ipotesi del bidone al magnetoplasma

VASIMR VX-200-570 second prototypeLa guerra delle correnti (1880 – 1893 circa) fu condotta negli Stati Uniti allo scopo di determinare con quale tecnologia dovesse essere distribuita la corrente elettrica al pubblico e alle aziende americani. I contendenti erano General Electric di Thomas Edison, l’operatore storico con una serie di impianti produttivi e distributivi che comprendevano anche città come New York e Philadelphia, che promuoveva l’uso della corrente continua (DC). Il gruppo concorrente era la Westinghouse Electric Corporation, che si avvaleva di brevetti rilasciati a Nikola Tesla e Galileo Ferraris, e proponeva l’uso della corrente alternata (AC). Fu uno scontro lungo e senza esclusione di colpi, sopratutto a livello mediatico, che si polarizzò subito intorno alle figure di Tesla ed Edison, e si concluse con l’assegnazione alla Westinghouse dell’incarico di unico fornitore di energia elettrica alla Worlds Chicago Fair e alla zona di Chicago, Buffalo, Niagara Falls e Grandi Laghi, un’area altamente popolata e industrializzata.

(nell’immagine  sopra il prototipo VASIMR  VX-200-SS)

 

velamagnetica

( qui a sinistra una vela solare-magnetica)

Qualcosa di simile alla guerra delle correnti si sta sviluppando oggi a proposito della propulsione per lo spazio profondo. Infatti i razzi a propellente chimico attualmente in uso in realtà non sono i più adatti alle missioni con equipaggio dirette verso Marte e la Luna, che prevedono lunghe permanenze nello spazio, e, a dire il vero, non bastano più nemmeno più alle sonde automatiche. Figuriamoci per le distanze ancor più grandi a cui si trovano i pianeti del Sistema Solare esterno (e le loro interessantissime lune!), per non parlare della Fascia di Kuiper con i suoi pianeti nani (vedi Plutone), e l’estrema periferia del Sistema con la sconfinata Nube di Oort.

Dicevamo che una nuova guerra delle correnti è in atto per quanto riguarda l’assegnazione dei fondi pubblici e privati per realizzare un balzo tecnologico che ci metta in grado di superare e abbandonare la propulsione chimica, che resterebbe confinata all’unico uso per cui non si trova, almeno per il momento, niente di meglio: quello del lanciatore dalla superficie terrestre verso l’orbita bassa (LEO). Ma una volta arrivati in orbita, alle porte dello spazio interplanetario, i sistemi di propulsione alternativi non mancano: le vele solari (fotoniche o magnetiche) e i motori elettrici a ioni sono quelli più promettenti.

F Chang Diaz

(nella foto a fianco Franklin Chang-Diaz)

Tanto per fare un esempio, un motore a ioni è attualmente in servizio sulla sonda Dawn, che da anni sta validamente esplorando alla Cintura degli Asteroidi. Ma esiste anche il motore elettrico al plasma, derivato da quello a ioni, ma molto più potente e versatile, specie nella versione dotata di un reattore nucleare a fissione. Si chiama VASIMR (Variable Specific Impulse Magnetoplasma Rocket), ed è stato presentato nel 2011 a Roma, preso l’ASI, nel corso di una conferenza stampa a cui ho avuto il piacere di partecipare e di riferire in un breve articolo. L’incontro si concluse con un augurio: cioè che entro il 2014 la NASA avrebbe concretizzato il suo interesse per il VASIMR, dando il via libera all’installazione di un prototipo a bordo della ISS, che avrebbe generato la spinta necessaria per effettuare le frequenti correzioni d’orbita di cui la stazione spaziale aveva bisogno.

VASIMR accensione

(VASIMR: test di accensione)

 

Quello di Roma non era un evento isolato, ma faceva parte di una campagna che Franklin Chang-Diaz (l’ideatore del VASIMR) aveva tenuto all’epoca nei paesi rilevanti dal punto di vista spaziale. I media fornirono una buona copertura, colpiti dai toni iperbolici usati da Chang-Diaz e da certe sue argomentazioni che fecero invece andare su tutte le furie Robert Zubrin, un altro opinionista di cose spaziali, noto per la sua vis polemica, ma ancor più per aver messo l’esplorazione di Marte al centro della sua vita professionale. Il lettore avrà già capito che, messo Chang-Diaz al posto di Westinghouse e Zubrin in quello di Edison, gli elementi per una nuova guerra delle correnti (mutatis mutandis) c’erano tutti.

zubrin

(nella foto a fianco: Robert Zubrin)

E infatti la guerra del plasma esplose di lì a poco: Zubrin reagì alla campagna mediatica e alle iperboli di Chang-Diaz quando quest’ultimo osò affermare che, grazie al suo propulsore, si sarebbe potuto raggiungere Marte in 39 giorni, ridicolizzando il progetto Mars Direct di Zubrin, che prevedeva un viaggio di 180 giorni, con l’uso di vecchie tecnologie ben collaudate e naturalmente gli attuali razzi a propulsione chimica. “Ma il VASIMR – ricorda Zubrin – per fornire le prestazioni indicate da Chang- Diaz, ha bisogno di essere abbinato a un reattore nucleare a fissione capace di sprigionare 200kw di potenza, molti di più di quelli prodotti da qualsiasi impianto satellitare prodotto fino a oggi. “Il VASIMR – grida Zubrin – è un bidone, perché, sebbene si tratti di una tecnologia ancora largamente sperimentale, viene usato come fumo negli occhi per mettere in ombra il mio Mars Direct che invece potrebbe essere operativo in pochi mesi”. La polemica infuriò per qualche settimana e terminò con Zubrin che sfidava Chang-Diaz a singolar tenzone nella pubblica piazza. Chang-Diaz non raccolse la provocazione e il pubblico nemmeno, disertando l’incontro. Sembrava finita, eppure quasi quattro anni più tardi, ai giorni nostri, siamo stati attoniti spettatori di una breve guerriglia mediatica sul VASIMR, in puro stile Edison – Westinghouse, di cui abbiamo fatto una sintesi ad uso e sollazzo dei nostri lettori. Sembra fiction, ma è pura realtà.

CostaRicaStar12 marzo 2015: Altolà! Chi va là? Lo sviluppo del VASIMR è ormai in fase avanzata ma stranamente non arriva dalla NASA nessun segnale positivo a proposito dell’installazione di un prototipo del motore sulla ISS, che sembrava ormai cosa certa. Il 12 marzo Jaime Lopez, giornalista del Costa Rica Star, riferisce di recenti contatti avuti con l’ufficio per il commercio e gli investimenti esteri di Londra e lo scienziato inglese Stephen Harrison dell’agenzia spaziale britannica a proposito della collaborazione tra l’industria inglese e la Ad Astra Rocket Company (‘azienda costruttrice del VASIMR), diretta e controllata da Chang-Diaz. In quella sede si fa riferimento a generici ostacoli posti di recente allo sviluppo del futuristico propulsore.

SEN nasa NIXESLa bomba esplode il 17 marzo con un comunicato stampa dello Space Exploration Network a firma di Irene Klotz, che titola “La NASA nega ad Ad Astra Rocket Company il test a bordo della stazione spaziale” e riferisce a proposito di un email ufficiale della NASA, in cui si legge che “la stazione spaziale non era la piattaforma ideale per dare dimostrazioni sul livello di efficienza del motore” e cita gli alti consumi di elettricità e la troppo breve durata dei test come motivi per la cancellazione del tanto atteso esperimento a bordo della ISS. Eppure solo pochi anni prima, nel dicembre 2008, Chang-Diaz e la NASA avevano firmato un accordo in cui si dava atto dell’esecuzione di studi congiunti e perizie a sostegno del test sulla ISS, che avevano portato inoltre alla realizzazione del prototipo denominato VF-200. Si registrano incredulità e proteste tra gli addetti ai lavori e gli space enthusiasts.

MailOnlinePrimo aprile 2015, Mail Online UK alza i toni, ma non è un pesce! Anzi, riprende la dichiarazione di Chang-Diaz che quattro anni fa scatenò maggiormente le ire di Zubrin, ovvero: “Con VASIMR Su Marte in 39 giorni!” Un articolo di Jonathan O’ Callaghan annuncia i piani della NASA per ottenere significativi avanzamenti tecnologici in 12 settori, tra cui la propulsione, grazie al programma NextStep (Next Space Technologies for Exploration Partnership). Viene annunciato anche un nuovo prototipo del VASIMR, chiamato VX-200-SS.

YIBADA2/4/2015 l’agenzia Yibada titola: “ll fantastico motore stellare VASIMR porterà gli astronauti su Marte in 39 giorni”, ma precisa che il motore dovrà essere collegato a un generatore elettronucleare a fissione molto più potente di quelli costruiti fino ad oggi.
La confusione è totale: VASIMR è un “oak” (un bidone – come dice Zubrin), o rappresenta un vero balzo in avanti tecnologico nel settore della propulsione spaziale? Chang-Diaz è un simpatico cialtrone che si è appropriato per anni dei contributi federali, usando la NASA per i suoi scopi, oppure è una specie di eroe moderno, a un tempo astronauta, fisico dalle idee rivoluzionarie, stratega finanziario e manager, un secondo Elon Musk? Tutto è pronto per la seconda deflagrazione, che infatti arriva puntuale il giorno dopo.

TheCitizen3/4/2015 Questa volta il più svelto è The Citizen che titola: “La Clear Lake Rocket Company vince un importante contratto NASA”. I cronisti balzano dalla sedia: “ Clear Lake Rocket Company?! – e chi diavolo sono questi ?!” Niente, niente, falso allarme. L’azienda che ha vinto è Ad Astra Rocket Company, con base a Webster, Texas. A Clear Lake (un’altra località texana) si trova la camera a vuoto di proprietà della stessa azienda, un’impianto molto costoso usato per i test avvenuti nel 2013, che probabilmente guadagnarono al VASIMR il primo posto nel settore propulsione del NextStep. Il premio vale 10 milioni di dollari in tre anni.

Motley FoolMa allora che succede? Chang-Diaz vince o perde? Ma naturalmente vince, vince, vince! 10 milioni valgono bene un test sulla ISS! Al quale Chang-Diaz, si badi bene, non ha mai ammesso di voler rinunciare. Nei giorni seguenti si registrano altri interventi che però non aggiungono niente di sostanziale a quanto già detto: il 4/4 Huffpost Science (The Huffington Post), l’ 8/4 Deccan Chronicle, e il18/4 buon ultimo l’impareggiabile The Motley Fool, che titola: “Niente motore a curvatura per la NASA, ma abbiamo qui il miglior nuovo propulsore”.

La polemica si spegne tanto velocemente quanto era avvampata. Change-Diaz e VASIMR continuano la loro corsa verso Marte e (forse) la gloria. E Zubrin? Poverino, questa volta non si è fatto proprio sentire…. Chissà.

 

ROBERTO FLAIBANI

27 aprile 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Scienze dello Spazio | , , , , , | 3 commenti

Dio e il computer

Uno dei pericoli nei cui confronti la fantascienza e l’antiutopia hanno da sempre messo in guardia è lo strapotere delle “macchine” (in senso lato) sull’uomo, il fatto che ad esse potesse venire delegato tutto con due possibilità negative: da un lato che, presa coscienza di se stesse, alla fine imponessero il loro volere sugli esseri in carne ed ossa, e dall’altro che, pur non diventando “coscienti”, divenissero così indispensabili da portare l’umanità ad una crisi mortale nel caso di un loro generale non funzionamento.
Si pensi che quest’ultima ipotesi critica risale addirittura al 1909 quando E. M. Forster, in seguito divenuto famoso col suo Passaggio in India (1924), scrisse un lungo racconto intitolato Quando le macchine si fermano che era una critica alla società razionalizzata al massimo descritta da Wells nel suo Una utopia moderna (1904).

dio1Si pensi cosa succederebbe oggi se all’improvviso tutti i computer del mondo per cause misteriose smettessero di funzionare: la società globale collasserebbe integralmente perché, in genere, non si sono previste alternative durature ad un loro blocco: attualmente i computer governano e gestiscono praticamente tutte le attività complesse: trasporti aerei, ferroviari, autostradali; banche e finanza; comunicazioni di tutti i tipi, mass mdia, giornali e televisione; industrie; politica; grande distribuzione alimentare. Sarebbe il crollo di una intera civiltà. E.M. Forster un secolo fa immaginava una umanità che, delegata ogni e qualsiasi cosa alle macchine, si rifugia nel sottosuolo, ogni umano in un suo cubicolo servito da mille accessori, che non ha più contatti diretti con gli altri. Nel momento in cui “le macchine si fermano”, la società implode, va in malora e si salvano soltanto i pochi che ancora vivono da soli sulla superficie del pianeta, considerati dei matti, degli eversivi o degli stravaganti.
Uno scrittore americano, noto a torto soprattutto per i suoi racconti fulminanti con capovolgimento di scena finale, Fredric Brown, oltre all’imitatissimo Sentinella, ne ha scritto un altro, La risposta (1954) in cui uno scienziato allo scopo di sapere se Dio veramente esiste effettua il collegamento fra tutti i computer del mondo ed una volta posta la fatale domanda ed abbassata la leva del collegamento fra essi, la leva si blocca e non si può più alzare, e contemporaneamente arriva la risposta: “Adesso dio esiste!”. Un anno prima Arthur Clarke ne I nove miliardi di nomi di dio  fa calcolare questo numero ad un computer ma, appena conclusa l’operazione, l’uomo ha esaurito il suo compito, non c’è altro da fare e inevitabilmente avviene la fine del mondo. Questo si ammoniva già sessanta anni fa, quando quello che allora si chiamava “cervello elettronico” era agli esordi…

dio2Tutto questo immaginario fantascientifico ritorna con prepotenza alla mente guardando intorno quanto avviene e che è stato anche denunciato da alcuni scienziati che non seguono il conformismo generale: la pratica di affidarsi per le comunicazioni esclusivamente a internet e alla posta elettronica contribuisce ad annullare i contatti personali e chiude gli utenti in una specie di bozzolo che comunica soltanto attraverso le macchine Inoltre, riduce e rende sempre più elementari e concise le comunicazioni. Non “apre al mondo” come si suol dire, ma viceversa chiude al mondo, con tanti saluti per chi vede, al contrario, nella Rete il massimo della “socialità”.In Giappone, dove tutto ciò è stato portato al parossismo, esiste una sindrome che colpisce soprattutto i ragazzi condannandoli ad una specie di autismo. Sindrome studiata da psicologi e sociologi.

dio3Non solo, ma – come esclusivamente negli Stati Uniti poteva accadere – sembra che stia nascendo e diffondendosi una nuova religione “tecnologica” che ha per divinità…. Google! Da adorare, cui rendere tributi e devozione. Perché? Ma semplicemente perché il più famoso motore di ricerca esistente ha assunto pian piano agli occhi dei suoi utenti gli attributi della divinità: l’onniscienza e l’onnipresenza, almeno. Quanto all’onnipotenza ci manca poco e di sicuro avverrà! Il Dio Google sta dappertutto ed in ogni luogo: a Lui si può accedere da ogni terminale che puoi trovare ovunque, a Lui si può far ricorso e chiedere un aiuto da ogni dove. Il Dio Google sa tutto, offre una risposta ad ogni domanda, sempre che gli si pongano domande adeguate, soddisfa ogni richiesta di informazioni e di documentazione, anche troppe spesso e volentieri. Il Dio Google è anche un po’ oracolo: come l’oracolo di Delfi devi sapere come interpretare per bene le Sue riposte che possono essere di molteplice significato, perché molteplice è il materiale di risposta che ti offre. Se sbagli a capire in fondo è colpa tua, Lui ti ha detto tutto… Ma il Dio Google può essere anche un dio falso e bugiardo: infatti, ti può fornire soltanto le risposte che Lui ritiene meglio poter selezionare. Il Dio Google potrebbe essere quindi una divinità fasulla, un oracolo volutamente fallace, come documenta un gruppo di giornalisti che, sotto la firma complessiva di Erik Gunnar Tryo, ha pubblicato tempo fa l’intrigante GoogleCrazia per le Edizioni Leconte.

dio4Non sappiamo se al Dio Google, all’Oracolo della Rete, i devoti rechino offerte casalinghe da depositare la sera, prima di andare a dormire o prima di porre le proprie domande, se Gli rivolgano devozioni quotidiane nel salotto o nello studio dove il computer è sistemato, se accendano lumini intorno a Lui, oppure se si arrivi al punto di fare sacrifici cruenti…. Magari gli rivolgeranno le “litanie elettroniche” immaginate da Robert Silverberg nel suo Violare il cielo (1967)

 

GIANFRANCO de TURRIS

14 aprile 2015 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , | Lascia un commento

Un sottomarino su Titano

Titan-6Che Titano, una luna di Saturno, sia uno dei posti più interessanti del Sistema Solare, lo sanno tutti. Possiede un’atmosfera, oceani liquidi e montagne che portano nomi tratti dal Signore degli Anelli. Inoltre si discute sulla possibiltà di trovare laggiù perfino indizi dell’esistenza della vita. Nel frattempo, le agenzie spaziali si danno da fare con qualcos’altro, per esempio un sottomarino che ne esplori gli oceani.

L’idea di base sel sottomarino viene dopo anni di fly-by eseguiti nel corso della missione Cassini-Huygens e dopo l’atterraggio, nel gennaio 2005, del lander europeo Huygens, che rivelò le incredibili  caratteristiche di Titano. Quando verrà il  turno di questa esplorazione marina? Evidentemente dopo Marte ed Europa. La NASA ha dichiarato che il primo sottomarino potrebbe essere trasportato sulla luna di Saturno dopo il 2040 nel corso di una missione senza equipaggio.

L’idea originale e il progetto sono stati sviluppati dal COMPASS TEAM del Centro Glenn della NASA e dal Laboratorio di Fisica Applicata (il video allegato ne illustra abbastanza bene le idee base). Il sommergibile peserà circa una tonnellata, sarà dotato da un sistema di propulsione tradizionale e pronto per una missione di 90  giorni nell’oceano artico di Titano. Si attendono difficoltà non tanto nell’atterraggio (Cassini-Huygens ha fornito così tanti dati in questo senso) ma per la missione in se stessa. Non si sa niente dell’ambiente sub-superficiale, anche se sono state rilevate maree e correnti. Inoltre, dato che la gravità è assai minore che sulla Terra (intorno a 0,14 g.), alla profondità di oltre 500 metri nel Mare Kranken (il più vasto bacino polare di Titano), la condensazione dell’azoto e il freddo creeranno molte barriere tecnologiche.

Titan-2“Da molti punti di vista un sottomarino su Titano presenta requisiti di autonomia comparabili con uno terrestre e le considerazioni d’ordine propulsivo e idrodinamico sono simili. Comunque, la trasmissione diretta di un proficuo ammontare di dati attraverso mlioni di km fino alla Terra richiede una grande antenna, installata come una pinna dorsale ultrasonica”.(Lorenz et. al, 2015, at the 46th Lunar and Planetary Science Conference)

“Si suppone che il veicolo esegua l’ammaraggio nel centro di Kraken-1, un posto sicuro. Dopo qualche test di tipo marino, il veicolo si dirigerà verso nord per osservare il flusso della marea passare attraverso il labirinto di Ligeia-Kraken, e forse rilevare il liquido maggiormente ricco di metano fluire da Ligeia verso l’equatore. L’imbarcazione quindi volgerà la sua rotta verso occidente per esplorare la linea di costa di  Kraken e indagare sul flusso di marea nella strozzatura” (Lorenz et. al, 2015, at the 46th Lunar and Planetary Science Conference).

 

traduzione di ROBERTO FLAIBANI

 

Per saperne di più:

Titano, un mondo a parte

Esplorare i laghi polari  di Titano

 

edizione originale di Stephen P. Bianchini

apparso per la prima volta sul blog Serious Wonder il 13 Febbraio 2015.

 

 

 

 

 

 

7 aprile 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia | , , , , | 2 commenti

Il gigante gassoso e la sua corte

gioveLa congiuntura economica sfavorevole sembra essere alle nostre spalle, e negli Stati Uniti le spese per le Scienze dello Spazio tendono ad aumentare, specialmente quelle relative all’esplorazione del Sistema Solare. C’è nell’opinione pubblica, ed ancor più nel Congresso, una forte curiosità per Europa, la luna di Giove, suscitata dalla presenza (assai probabile) di un grande oceano d’acqua all’interno di essa, che potrebbe ospitare un’intera biosfera e forme di vita complesse. Il bilancio preventivo per il 2016 della NASA, infatti, è aumentato di oltre mezzo miliardo di dollari rispetto a quello corrente, e si prevede che la tendenza continui almeno fino al 2019. Tra i più attenti a cogliere il momento positivo e ad interpretare glli umori dell’opinione pubblica, è stato il gruppo di esperti lobbisti della Planetary Society, che si sono battuti fieramente a favore dell’aumento dei fondi destinati alla NASA, risultando determinanti in svariate occasioni. E devono veramente aver fatto breccia nel cuore della gente se hanno incassato proprio in questi giorni, loro che lavorano esclusivamente grazie a contributi volontari e all’autofinanziamento, il più cospicuo regalo della loro storia offerto da una singola persona, pari a 4,2 milioni di dollari!

juno+Ah, l’America …. I nostri paperoni, che pure ci sarebbero, non vanno oltre le Cayman.

Ecco dunque spiegato il frenetico attivismo in cui la Planetary Society si è lanciata nelle ultime settimane, con parecchie nuove assunzioni nel Quartier Generale di Pasadena, e il tentativo di costruire una vera rete di sostenitori in tutto il mondo. Da parte sua, il Tredicesimo Cavaliere non ha tardato a farsi sentire, mettendo a disposizione della Society tutta la potenza delle sue bocche da fuoco. La sua Santa Barbara, secondo il più recente inventario, risulta costituita da una scatola di fiammiferi controvento e quattro petardi natalizi. La Society ha immediatamente risposto offrendo il posto di correttori di bozze per i sottotitoli italiani del loro materiale audiovisivo, posizione che l’equipaggio degli astrononni (nessuno ha meno di 50 anni, salvo “il pivello”) ha entusiasticamente accettato. Per aspera ad astra, incrementis.

 La NASA suddivide le sue missioni in tre categorie, definite in base al limite di spesa:

Discovery (limite di spesa 450 milioni di dollari) molto popolari tra gli ingegneri e gli scienziati dell’Agenzia per la velocità con cui possono essere ideate, assemblate e lanciate anche se a scapito della completezza dei dati scientifici ottenuti. Le missioni Discovery sono di esclusiva competenza della NASA, dalla individuazione dell’obbiettivo fino al termine del ciclo operativo. Questo profilo è stato definito e ufficializzato nel 1992, ed è stato utilizzato in 28 missioni, di cui 7 dirette verso Venere, 9 verso asteroidi o comete, e le altre da dividersi tra Luna e Marte. Il limite di spesa imposto a questa classe di missioni ne ha limitato fino ad oggi il raggio d’azione al Sistema Solare interno. Ma la comunità scientifica è preoccupata per la mancanza quasi totale di missioni attive nel Sistema Solare esterno che si verificherà nel prossimo decennio a causa dei tagli del bilancio NASA effettuati negli anni scorsi. Il metodo migliore per mitigare il danno sembra essere quello di favorire al massimo l’accesso al Sistema Solare esterno delle missioni di classe Discovery. La NASA ha compiuto un gesto concreto decretando che, da subito, nel bilancio di missione tutte le spese che cadono sotto la voce “operazioni”, vengano conteggiate a parte, e senza concorrere più, come già quelle relative al lancio e alla messa in orbita, al raggiungimento del tetto di spesa prefissato. Gli scienziati hanno risposto presentando dei progetti di classe Discovery di concezione radicalmente nuova: IVO, ELF, Kuiper e LIFE. In questo articolo parleremo di IVO, lasciando gli altri a una prossima occasione.

ganymedeNew Frontiers, (limite di spesa 1000 milioni di dollari). Le missioni vengono scelte e finanziate con un curioso meccanismo di divisione delle responsabilità tra Governo, Congresso e NASA, ma pagate con fondi provenienti dal bilancio di quest’ultima. Questo programma ha avuto inizio nel 2006 e ha dato vita fino a oggi a tre missioni: New Horizons, ormai in vista del suo principale obiettivo, Plutone; JUNO, che orbiterà intorno a Giove a partire dal 2016 per studiarne la magnetosfera; OSIRIS-REX, data di lancio prevista 2016, che studierà in maniera intensiva e riporterà a Terra dei campioni prelevati da alcuni asteroidi ricchi di materiale organico. La NASA sembra decisa ad emettere un nuovo bando nel 2016, che consentirebbe di avere le sonde pronte al lancio nel 2023.

Flagship, nessun limite di spesa. Si tratta di sofisticate missioni dotate di numerose, grandi e complesse apparecchiature atte a compiere ricerche ed esperimenti estesi e approfonditi. Hanno tempi di realizzazione lunghi, che possono risentire dei sentimenti dell’opinione pubblica e di tendenze macroeconomiche. Se ne può realizzare una ogni dieci anni, se va bene. Gli obiettivi che si pongono sono di livello strategico, e vengono decisi su delega presidenziale da un gruppo di super-esperti chiamato Planetary Science Decadal Survey. Il finanziamento grava interamente sul bilancio federale, sotto il controllo del Presidente. Gli esempi più recenti e indimenticabili di questa classe sono state le missioni Galileo e Cassini.

fiondamejoConsegnata la palma di missione Flagship (in pectore) a Europa Clipper per ovazione popolare, e riconosciuti i limiti della classe Discovery , appare chiaro che saranno le missioni classe New Frontiers quelle a cui saranno assegnati i compiti più importanti nei prossimi dieci o vent’anni. Il luogo più affollato negli anni ’30 sarà senza dubbio il Sistema Gioviano. Al centro del sistema c’è naturalmente il gigante gassoso, che emette più energia di quanta ne riceva dal Sole, con grave pericolo per la strumentazione che deve essere adeguatamente schermata, e il suo poderoso campo di gravità che rende possibile un energico giro di fionda gravitazionale alle astronavi in transito nel caso volessero cambiare rotta e/o aumentare velocità. Intorno al gigante ruotano la bellezza di 67 satelliti naturali, e lungo la sua orbita, nei punti di librazione L4 e L5 del sistema Sole-Giove, sono ospitati oltre 6000 asteroidi cosidetti Troiani. I quattro satelliti maggiori, ovvero Io, Europa, Callisto e Ganimede, completano il quadro offerto ai ricercatori.

europaIl primo robot terrestre in arrivo, come sappiamo, sarà JUNO nel 2016, il secondo veicolo della classe New Frontiers. Tra il 2028 e il 2032 circa, sarà la volta dell’europeo JUICE, che indagherà su Europa, Callisto e sopratutto Ganimede, il più grande dei satelliti di Giove e di tutto il Sistema Solare, sospettato di contenere anch’esso un oceano d’ acqua, proprio come Europa. Si tratta di un veicolo di classe L (large – limite di spesa 900 milioni di euro) che dimostra quanto l’Europa sia interessata a giocare le sue carte in questa assemblea scientifico-tecnologica.

Un’altra missione classe New Frontiers, chiamata Trojan Tour & Rendezvous, è attesa nelle zone degli asteroidi Troiani, che percorrono la stessa orbita di Giove. La composizione chimica e geologica di questi piccoli corpi celesti costituisce un caso scientifico ancora irrisolto: potrebbero essere composti di metallo e roccia e quindi essere simili a Ceres e agli altri asteroidi della Cintura Principale, che sono stati validamente sottoposti a indagine dalla sonda Dawn in questi ultimi mesi. Oppure potrebbero essere composti di rocce porose, gas volatili e acqua, come le comete. Conoscere la risposta sarebbere di grande aiuto per i ricercatori che cercano di scrivere la storia del Sistema Solare. I Troiani sono così ambiti come oggetti di ricerca, che nella zona dovrebbe presentarsi anche un’ospite illustre da tempo annunciato: la sonda giapponese erede di Ikaros, per l’occasione equipaggiata da una vela solare più grande e da un motore a ioni.

Ci sarà infine una missione dedicata all’osservazione di Io, e qui le cose si complicano. Di sicuro quel corpo celeste merita parecchia attenzione: appena più grande della nostra Luna, è in rapporto di risonanza orbitale 4:2:1 con Ganimede ed Europa, e il suo nucleo ferroso interagisce fortemente con la potente magnetosfera del gigante. Ma è l’attrazione gravitazionale integrata di questi tre attori che provoca i maggiori sconvolgimenti sulla piccola luna, che, sottoposta a contiui stress, dà origine a sempre nuove bocche vulcaniche e colate laviche sulla superficie, per la necessità di dar sfogo alle enormi pressioni e temperature createsi all’interno, scaricando in tutto il Sistema Giovano tonnellate e tonnellate dei materiali più diversi. Ebbene, se osserviamo i programmi delle classi New Frontiers e Discovery scopriamo che ambedue propongono missioni dedicate all’osservazione di Io. Nel primo caso si parla di un veicolo denominato Io Observer, che risiederà in un’orbita larga intorno al gigante svolgendo la maggior pare delle indagini in una situazione di relativa sicurezza rispetto all’intensa emissione di radiazioni provenienti da Giove. Periodicamente la sonda si lancerà in profondi quanto veloci flyby di Io per integrare le osservazioni effettuate dall’orbita.

ioMa dicevamo che è stato presentato anche un progetto per una missione di classe Discovery, sempre dedicata a Io. La missione Io Volcano Observer (IVO) dovrebbe operare da un’orbita polare gioviana, effettuando anch’essa periodici flyby di Io. La sonda conterrà non più di cinque apparecchi: due telecamere, una camera termografica all’infrarosso, un magnetometro e uno spettrometro di massa. L’apparato radio in dotazione controllerà anche la velocità del veicolo, e a bordo verrà installato un sistema ottico di trasmissione dati di nuova concezione. L’attenzione dei ricercatori sarà concentrata sulle sorgenti e l’estensione dell’attività vulcanica di Io e gli effetti della dispersione nell’ambiente gioviano del materiale proveniente dall’interno della luna. La durata della missione è fissata in 22 mesi, ma potrebbe essere prolungata fino 6 anni, in caso di necessità.

Tra il 2027 e il 2032, probabilmente, farà il suo ingresso nello spazio gioviano l’ammiraglia di questa flotta di esploratori, Europa Clipper, a cui oggi sono demandate le maggiori speranze di trovare finalmente la vita nel Sistema Solare.

A meno che JUICE….

ROBERTO FLAIBANI

FONTI

31 marzo 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | Lascia un commento

Ma gli androidi mangiano Spaghetti Elettrici ?

BladeRunnerMangiaEatalian Sci-Fi, più Italian Institute for the Future, più gli Androidi…

Se riconoscete la citazione insita nel titolo dell’articolo e dell’antologia siete degli appassionati di FS veri, di quelli che sanno che “Blade Runner” è un film tratto dal racconto di P.K.Dick intitolato “Gli androidi sognano pecore elettriche?” (sottinteso la sera prima di addormentarsi), titolo italiano “Il Cacciatore di Androidi”.

Grande film, cult movie eccetera.

Noi (chi scrive, più Francesco Grasso Marco Minicangeli, ottimi scrittori di FS) siamo i curatori di questa antologia di ben 18 racconti di autori italiani di fantascienza gastronomica, ossia di racconti di vera fantascienza aventi per tematiche il rapporto con il cibo dei singoli, dell’umanità, sostanzialmente nel prossimo futuro, il tutto come iniziativa nel quadro delle attività della EXPO 2015.

L’antologia contiene ottimi racconti e le tematiche trattate sono a dir poco alla moda, “sensibili” e fra ottimismo e pessimismo. Perché se si parla di cibo e di futuro non ci si può non fare molte domande, e le risposte a volte sono inquietanti o peggio non ci sono proprio. Eppure la EXPO sta per iniziare e verrà frequentata da venti milioni di persone, diconsi 20.000.000 e scusate se è poco. Diventerà fra poco una onnipresente tematica su tutti i media, in tutte le salse, dallo spettacolo fine a se stesso fino alle analisi scientifiche.

Cover_FiuggiSeguite questo link per leggere la prefazione alla antologia, scritta da Roberto Paura dell’Italian Insitute for the Future, interessantissimo gruppo di giovani menti che da Napoli riflettono sulle implicazioni del futuro in Italia e nel Mondo, mentre qui troverete il blog del “gruppo” di Eatalian Sci-Fi che ha dato vita all’antologia.

Nell’antologia ci sono quattro racconti scritti da donne, il che la rende la prima antologia in assoluto con un così alto numero di scrittrici. Perché le donne non scrivono fantascienza, dato che non la leggono. Dite di no? Ne riparleremo, comunque in coda alla raccolta c’è un articolo dal titolo: “In cauda venenum: perché le donne non leggono (e non scrivono) fantascienza?

C’è da preoccuparsi per il futuro del cibo dell’umanità?

Sì.

Massimo Mongai

26 marzo 2015 Posted by | Fantascienza, News | , , , | Lascia un commento

Specchi spaziali

Nella storia dell’ingegneria spaziale si trovano alcune idee abbastanza singolari, spesso proposte per controllare i fenomeni naturali e migliorare la vita dell’uomo sulla Terra. Sicuramente la creazione di specchi orbitali, per riflettere la luce solare in punti prestabiliti della superficie terrestre, rientra tra i progetti più audaci che oscillano tra un uso pacifico e uno bellico. Di seguito prenderemo in esame alcune di queste idee e vedremo come si sia cercato di progettare e realizzare degli specchi orbitali.

specchi1Alcuni progetti teorici

Negli anni ‘20 il fisico tedesco Hermann Oberth, uno dei padri dell’astronautica, sviluppò un singolare studio sul tema della messa in orbita di uno specchio per riflettere la luce solare e impiegarla in vari scopi; per esempio per sostituire la luce artificiale nelle città in zone della Terra poco illuminate dal Sole, oppure riscaldare aree fredde del globo e favorirne lo sviluppo economico (1).
Lo specchio di Oberth era composto di sodio metallico e il suo diametro avrebbe dovuto essere di 100 metri. Posizionato ad una distanza di 8200 km dalla Terra, poteva illuminare una superficie pari a circa 64 km di diametro (2).
Durante la seconda guerra mondiale si prese realmente in considerazione per fini bellici l’idea di Oberth di concentrare in una zona circoscitta una quantità di luce tale da “arrostire” qualunque cosa vi si trovasse all’interno. Il nome di questa terribile arma era “Sun gun” (3), un vero e proprio raggio della morte capace di distruggere intere città in pochissimo tempo: dallo spazio sarebbe stato possibile colpire qualsiasi punto della superficie terrestre in modo così fulmineo da battere sul tempo ogni possibile reazione. Lo specchio orbitale era concepito come una vera e propria base spaziale abitabile, tanto che si pensava dotarlo di centrali solari termiche per la produzione di energia elettrica, con la quale si sarebbero alimentati dei tubi fluorescenti per la coltivazione di piante (4).

specchi2La proposta di Oberth fu ulteriormente sviluppata da un altro scienziato tedesco, Krafft Ehricke, che progettò una serie di specchi, da lui chiamati “lunette” (5), da lanciare in orbita geosincrona attorno alla Terra.  Le lunette, opportunamente indirizzate, potevano illuminare una determinata zona con una intensità compresa tra 1 e 100 lune, da impiegare per illuminare le zone polari, le città e agevolare le operazioni di soccorso durante i disastri naturali (6). Secondo Ehricke, questo tipo di illuminazione, avrebbe fatto risparmiare circa 13 milioni di barili di petrolio all’anno, favorendo l’industrializzazione dello spazio (7).
Successivamente, Ehricke pensò a specchi per riflettere una quantità di luce prossima a quella emanata dal Sole, da lui denominati “Solette”. Nel 1978 Ehricke ideò la “Powersoletta”, allo scopo di concentrare la luce di più specchi in una sola zona per aumentarne la produzione agricola del 5% e la generazione di elettricità tramite centrali solari (8). La superficie illuminata risultava pari a 1385 kmq, con gli specchi posizionati a 4200 km di distanza dalla Terra (9).
I benefici di questa tecnologia non si fermavano solo all’illuminazione, ma si spingevano fino al controllo del clima, tant’è che nel 1980 la “Metasoletta” di Ehicke, che avrebbe potuto uguagliare la luminosità del Sole, sarebbe stata capace di deviare precipitazioni o uragani riscaldando alcune correnti d’aria (10). Le difficoltà di tipo ingegneristico avrebbero scoraggiato chiunque: il problema di maggior complessità era rappresentato dalla distanza a cui dovevano essere posizionati gli specchi e la loro vicinanza alla fasce di van Allen, pericolose per gli effetti negativi delle intense radiazioni sulle strumentazioni elettroniche.

Nel 2001 Lowell Wood,  professore del Lawrence Livermore National Laboratory, affermò che sarebbe stato possibile fermare il cambiamento climatico dovuto all’effetto serra, respingendo l’1% della luce solare con uno specchio orbitale grande 1.600.000 kmq (11). Il progetto fu criticato, oltre che per i noti problemi tecnici, per il pericolo che potesse distogliere l’attenzione dei governi dal monitoraggio delle emissioni dei gas serra (12).
Più recentemente, nel 2006, un team di scienziati del Optical Sciences Center e Steward Observatory Mirror Lab della University of Arizona, coordinati da James H. Burge, hanno progettato la costruzione di specchi orbitali per osservazioni astronomiche. Secondo Burge si potrebbe concentrare la luce delle stelle verso un osservatorio terrestre, riuscendo ad ottenere una visione del cielo migliore di quella di un normale telescopio. Gli specchi potrebbero tornare utili anche per migliorare il coordinamento dei soccorsi nelle zone colpite da disastri naturali. Vi sono però diversi problemi tecnici legati alla deformazione dello specchio ad opera del calore solare, che dovrà essere più grande e leggero di quello costruito per Hubble  (13).

specchi32. Gli “specchi” spaziali delle missioni Znamya

Negli anni ’90 l’agenzia spaziale russa credeva effettivamente nello sviluppo di specchi orbitali utili ad illuminare le remote zone della Siberia. Gli obiettivi del progetto erano la crescita economica delle zone poco illuminate dal Sole, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera grazie al consumo di minore energia per l’illuminazione pubblica, e la produzione di energia elettrica da impianti fotovoltaici basati a Terra. Il progetto sembrava ispirarsi a quello di Krafft Ehricke ma, questa volta, la Russia voleva realizzarlo con una serie di satelliti chiamati Znamya. Lo Znamya-1 non prese mai il volo ma servì come prototipo per i successivi satelliti che sarrebbero stati lanciati a partire dal 1992. La struttura dello specchio era composta di un materiale flessibile e molto leggero, già pensato per poter essere impiegato alternativamente come vela solare.

Il 27 ottobre 1992 viene lanciato da Baikonur, a bordo di una navetta  Progress M-15, lo Znamya 2, il primo della serie ad essere lanciato nello spazio. Gli obiettivi della missione erano:

  • manovrare la navetta Progress nella posizione desiderata

  • verificare il sistema di apertura del film riflettente

  • misurare la stabilità dinamica della struttura flessibile rotante del riflettore

  • controllare l’assetto del veicolo spaziale

  • valutare l’esito dell’esperimento New Light nel quale si sarebbe dovuta riflettere la luce del Sole verso la Terra.

A guidare la navetta sarebbero stati gli astronauti a bordo della stazione spaziale MIR (14).

La superficie riflettente dello Znamya-2 aveva un diametro di 20 metri, con il quale si illuminò una superficie di 5 kmq, in un percorso che andò dal sud della Francia, Svizzera, Germania, Repubblica Ceca, Polonia e Bielorussia. Il raggio di luce si era mosso ad una velocità di 8 km/s sulla superficie terrestre e possedeva una intensità luminosa pari a quella della luna piena. Il raggio riflesso dal satellite fu visibile soprattutto sulle Alpi svizzere, mentre nell’Europa dell’ovest non lo fu a causa del cielo nuvoloso (15).
La missione dello Zanamya-2 terminò con la distruzione dello specchio riflettente durante il rientro nell’atmosfera: alcuni testimoni lo videro bruciare nel cielo del Canada (16).

Dopo il successo della prima missione, l’agenzia spaziale russa lanciò nel febbraio 1999 lo Zanamya-2.5 , i cui compiti erano:

  • effettuare un secondo test del nuovo film riflettente

  • provare il nuovo sistema di comando remoto

  • sperimentare il controllo del raggio riflesso sulla superficie terrestre

  • controllare ulteriormente la capacità operativa sia del veicolo spaziale che del film riflettente.

Rispetto alla missione precedente, la superficie di riflessione era stata aumentata a 25 metri, proiettando sulla Terra un raggio di 7 km di diametro, con una luminosità compresa tra le 5 e le 10 lune piene. L’intero esperimento sarebbe dovuto durare 24 ore ma la missione fallì per colpa di un urto dell’antenna contro la stazione spaziale MIR durante le operazioni di attracco. La sonda, non più pienamente controllabile, finì per distruggersi nell’atmosfera terrestre (17).
Era in progetto il lancio dello Zanamya-3, dotato di un film riflettente di 60/70 metri di diametro, ma dopo il fallimento dello Zanamya 2.5 il progetto venne definitivamente abbandonato. Lo scopo finale dell’agenzia spaziale russa sarebbe stato quello di mettere in orbita geosincrona una costellazione di satelliti riflettenti (18).
Bisogna rilevare che i tentativi dei russi dimostrarono la fattibilità pratica di un’idea che fino ad allora era stata puramente teorica, tanto che oggi possiamo valutarne tecnicamente le difficoltà e i punti di forza.

specchi43. Conclusioni

Concludendo questa breve disamina sugli specchi spaziali, dobbiamo rilevare che questo tipo di progetto non è poi così impossibile da realizzare e che forse qualcuno potrebbe provare ancora a cimentarsi in una simile impresa.
Abbiamo visto come gli specchi spaziali possono essere utilizzati per scopi pacifici o bellici, tenendo presente che le ricadute a livello climatico sono imprevedibili e potrebbero creare più problemi di quelli che riuscirebbero a risolvere.

LUCA DI BITONTO

 

 

 

Note
1: http://www.nogeoingegneria.com/timeline/progetti/retrofuturo-geoingegneria-progetti-di-grandi-cambiamenti-terrestri-e-artificiali/
2: Http://books.google.it/books?id=30kEAAAAMBAJ&pg=PA78&hl=ru&source=gbs_toc_r&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false
3: ibidem
4: Ibidem
5: http://www.nogeoingegneria.com/timeline/progetti/retrofuturo-geoingegneria-progetti-di-grandi-cambiamenti-terrestri-e-artificiali/
6: http://www.krafftaehricke.com/ehricke_lunetta_2.php
7: http://www.krafftaehricke.com/ehricke_lunetta_4.php
8: http://www.nss.org/settlement/ssp/library/Mirrors_in_Space_for_Electric_Power_at_Night_2012.pdf
9: Ibidem
10: http://www.krafftaehricke.com/ehricke_powersoletta_metasoletta.php
11: http://www.popsci.com/environment/article/2005-06/how-earth-scale-engineering-can-save-planet
12: http://news.sciencemag.org/2007/11/giving-climate-change-kick
13: http://abcnews.go.com/Technology/story?id=98221
14: http://www.edu.pe.ca/gray/class_pages/krcutcliffe/physics521/17reflection/articles/Znamya%20Space%20Mirror.htm
15: Ibidem
16: http://www.nytimes.com/1993/02/05/world/russia-s-mirror-in-space-reflects-the-light-of-the-sun-into-the-dark.html
17: http://www.edu.pe.ca/gray/class_pages/krcutcliffe/physics521/17reflection/articles/Znamya%20Space%20Mirror.htm
18: Ibidem

23 marzo 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Scienze dello Spazio | , , , | Lascia un commento

Duplicazione, replica, clonazione

clonazione3Una volta, come abbiamo già ricordato, per valorizzare la fantascienza ed assolverla dall’accusa di essere una “fantascemenza” (secondo una immortale definizione di Mike Buongiorno, pace all’anima sua), quindi una lettura per ragazzini deficienti, si replicava dicendo che aveva anticipato molte scoperte scientifiche. In realtà, il valore della fantascienza sta in ben altro, come si è già detto in precedenti occasioni. Qui invece notiamo come, giunti nel XXI secolo, ci accorgiamo che molte cose questa narrativa non le aveva previste (basti pensare al telefono portatile o alle infinite possibilità della Rete & affini), altre non si sono mai realizzate (basti pensare alle suggestive previsioni di 2001 odissea nello spazio) e altre ancora le aveva appena sfiorate e non approfondite, come è il caso della clonazione animale ma soprattutto umana, nel senso preciso in cui oggi la si intende. Dalla povera pecora Dolly (1996) agli esperimenti inglesi di duplicare in laboratorio le cellule umane , alle frontiere spostate sempre più avanti della ingegneria genetica sono trascorsi appena vent’anni…

Prima che la divulgazione scientifica ne parlasse con una certa ampiezza con il famoso La bomba biologica di G.Rattray Taylor (1968), erano già apparsi romanzi e racconti imperniati, più che sulla clonazione, su una replica degli esseri umani attraverso un “duplicatore di materia” (Il triangolo quadrilatero di William Temple, 1949), o grazie a “paradossi temporali” come in Per qualche millennio in più di Robert Heinlein (1941), mentre A.E.van Vogt aveva descritto, senza entrare in particolari, la creazione di vari duplicati di Gilberg Gosseyn, protagonista del suo famosissimo Il mondo di Non-A (1945-1948). La duplicazione per partenogenesi, senza intervento del maschio, è alla base di Le amazzoni (1959) di Poul Anderson, che descrive un pianeta di sole donne, romanzo di pura avventura, e del più problematico Mondo senza uomini (1958) di Charles Eric Maine.

clonazione4Probabilmente, la prima storia ad affrontare il tema così come noi oggi lo conosciamo con profonde implicazioni psicologiche e sentimentali è un lungo e straordinario racconto di Theodore Sturgeon, Se speri, se ami (1962), in cui una donna ricchissima cerca di ricreare l’amato morto di cancro da una sua cellula. L’idea viene ripresa da Nancy Freedman in Joshua, Son of None (1973), non tradotto in Italia, in cui si realizza un duplicato del presidente Kennedy partendo da una sua cellula presa al tempo dell’assassinio, mentre Ira Levin in I ragazzi venuti dal Brasile (1976), poi anche un film di Franklyn Schaffner (1978), descrive un complotto neonazista basato sulla creazione di cloni di Adolf Hitler sparsi per il mondo.

Un bambino clonato è al centro de La quinta testa di Cerbero di Gene Wolfe (1972), ci si fa clonare per perpetuare una dinastia su Titano in Terra imperiale di Arthur Clarke (1975), ci sono presidenti statunitensi clonati in Il presidente moltiplicato di Ben Bova (1976), mentre nel romanzo in originale intitolato proprio The Clone di Thomas e Wilhelm (1965), e tradotto in Italia con l’orrido titolo Dalle fogne di Chicago, si descrive un essere cellulare mostruoso che, più che un clone, è in realtà un blob.

La diffusione del concetto scientifico impone il relativo termine oltre la narrativa specialistica, anche con varianti lessicali e ambizioni concettuali, pur se non sempre alla base vi è solida inventiva: personaggi-cloni sono ad esempio al centro delle saghe di Frank Herbert (Dune) e Lois McMaster Bujold (Vorksigen), e ne fa uso anche un autore italiano che li chiama “secondari” (Alessandro Vietti, Il codice dell’invasore, 1999). L’argomento si diffonde nel cosiddetto mainstream con Il terzo gemello di Ken Follett (1997) e il pessimista Le possibilità di un’isola di Michel Houellebecq (2005). Il top viene raggiunto con la duplice clonazione nientepopodimenoche di una divinità incarnata, Gesù Cristo, descritta da Linda Foster in Il patto e da Dan Cauwelart in Il Vangelo di Jimmy, entrambi del 2005.

clonazione2Ovviamente, anche il cinema si è appropriato del tema con risultati diseguali: sono da ricordare la “resurrezione” di Ellen Ripley, l’eroina della saga, in Alien 4 la clonazione (1997) di J.P.Jeunet, Code 46 (2003) di Michael Wintherbottom e lo sfortunato Island (2005) di Michael Bay.

Quel che invece è stato abbondantemente previsto sono gli esiti della ingegneria genetica. Le recenti notizie sulla possibilità di “ordinare figli su misura”, che abbiano cioè determinate caratteristiche fisiche e attitudinali, è stata magistralmente descritta da un grande scrittore, Aldous Hluxley, con la sua antiutopia Il mondo nuovo (1932), che sarebbe il caso di andarsi a rileggere in una ristampa adeguatamente commentata a ottanta anni di distanza. La possibilità di intervenire negli embrioni istallando un particolare DNA è noto, anche se non sempre ufficialmente consentito. Se n’è parlato ad esempio al convegno, svoltosi a Roma a febbraio, The new era of Pgs applications, mentre quasi contemporaneamente il parlamento inglese ha varato una legge che permette di inserire geni di una terza persona, oltre quelli del padre e della madre biologici, per evitare nel nascituro un certo tipo di malattie genetiche. Un figlio, a ben vedere, di tre genitori.

clonazione1Huxley aveva scritto negli anni Trenta del Novecento il suo romanzo per mettere in guardia da certe follie scientifiche (ma anche contro l’irregimentazione sociale e politica), a quanto pare inutilmente, dato che, vale di più il concetto che “alla scienza non si possono porre limiti” essendo svincolata da ogni etica e morale… Ad esempio: effettuare il trapianto di testa come il mese scorso ha proposto un medico italiano. Mettiamola così: quale testa? Forse potrebbe essere utile per i nostri politici che notoriamente ne sino privi, ma non credo che sarebbe una cosa positiva per la gente comune…

GIANFRANCO de TURRIS

19 marzo 2015 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , | Lascia un commento

L’era dei Big Data

800px-Satellite_ESA_GaiaLa missione principale di Gaia, la modernissima piattaforma astrometrica lanciata dall’ESA all’inizio del 2013, è catalogare circa un miliardo di corpi celesti fino a magnitudine 20. Gaia eseguirà misurazioni di altissima precisione della distanza, del moto proprio, della posizione e della velocità radiale di ogni stella misurata e anche di un gran numero di quasar, pianeti extrasolari e oggetti del sistema solare.

(nell’illustrazione: Gaia al lavoro)

Tramite misure fotometriche, inoltre, avremo informazioni sulla loro luminosità, gravità, temperatura e composizione chimica. Lo scopo ultimo di Gaia è di realizzare, in cinque o sei anni di lavoro, una dettagliatissima mappa in 3D della Via Lattea. Ecco un eccellente esempio di cosa s’intende per Big Data, ma ce ne sono molti altri. Per esempio il Large Hadron Collider (LHC) del CERN, l’acceleratore di particelle sepolto nel terreno alle porte di Ginevra (il più grande macchinario del genere al mondo), crea un enorme flusso di dati che ha bisogno, per essere elaborato, dell’intero tempo macchina di 150 centri di elaborazione dati sparsi in tutto il mondo.

lhc10(nell’immagine a fianco: una parte del LHC).

Lasciamo il settore scientifico, e consideriamo i servizi basati su Internet, che nel 2016 conterà 3,4 miliardi di utenti, pari al 45% della popolazione mondiale. Qui i Big Data si sprecano: si pensi che ogni giorno Facebook elabora 2,7 miliardi di “mi piace” e 2,5 miliardi di contenuti (stato, foto, video), mentre circolano 50 miliardi di tweet. Senza considerare le ricerche di Google e Yahoo, e le transazioni di Amazon. In estrema sintesi, è stato calcolato che nel 2009 il pianeta abbia prodotto 800 exabytes di informazione e abbia superato 1,6 zettabytes nel 2011. Per il futuro, ci si aspetta che i Big Data avranno la maggiore crescita nel settore del commercio, per sviluppare una migliore comprensione delle necessità e del comportamento dei consumatori; in quello della salute, dove è previsto l’estendersi della medicina sociale e di quella preventiva; e ancora in tutti i settori scientifici e tecnologici che confermano il loro trend di sviluppo tumultuoso.

Ma il diluvio continuo dei dati, in sé e per sé, non fornisce nuova informazione. Anzi, la nasconde. C’è un enorme potenziale, una profonda conoscenza che viene occultata dalla marea montante dei dati grezzi. Con Big Data, quindi, si esprime anche l’abilità nel manipolare, integrare, sincronizzare e amministrare la caterva disordinata dei dati in molti modi diversi, cioè la capacità di estrarre dal caos l’essenziale, la conoscenza nuova e originale. In sintesi potremmo dire che Big Data comprende anche Big Analytics.

francis_bacon(nell’illustrazione a fianco: Francis Bacon)

A questo proposito alcuni filosofi della scienza segnalano la necessità di una guida nella raccolta e l’elaborazione dei dati, analogamente a quanto accadde ai tempi di Galileo, quando si trattava di inventare da zero una metodologia che fosse adeguata alla nuova concezione del mondo. Se ne incaricò l’inglese Francis Bacon, che nel 1620, nel suo Novum Organum, pose le basi del moderno metodo induttivo. Ovvero, dice Elena Castellani su “Le Scienze” dello scorso gennaio, diede definizione a concetti come : “la raccolta ragionata dei dati (la costruzione della base induttiva), il confronto tra le basi induttive, il processo di generalizzazione per gradi, l’eliminazione delle ipotesi che non corrispondono ai requisiti richiesti, il ruolo degli esperimenti negativi, i criteri di scelta tra ipotesi empiricamente equivalenti, e via dicendo”. Nei secoli successivi il metodo induttivo ebbe alterne fortune, ma ora quello originario sembra essere rivalutato e la Castellani sottolinea che: ”Nella filosofia della scienza si è cominciato da qualche tempo a valutare l’impatto dei Big Data sulle questioni riguardanti natura e acquisizione della conoscenza scientifica. Quale tipo di induzione, in particolare, si configura per estrarre strutture ordinate da una mole indistinta di dati? Si tratta di un procedimento qualitativamente diverso dall’induzione di ispirazione baconiana?

Oltre agli interrogativi posti dalla Castellani, la gestione di grandi insiemi di dati, anzi la loro stessa esistenza, pone gravi problemi pratici. Per utilizzare i Big Data, servono evidentemente dei Big Server, cioè grandi centri di calcolo dotati di computer potentissimi. I consumi dei Big Server coprono oggi il 10% dei consumi di energia elettrica del pianeta, crescono del 7% l’anno e raddoppiano ogni 10 anni. Inoltre i computer si surriscaldano e vanno quindi raffreddati, ma per farlo è necessario un consumo di energia elettrica pari a quello richiesto per alimentarli e nelle località dove si scaricano le acque di raffreddamento si crea un problema di inquinamento termico.

bigdata5Ma per fortuna esiste una tecnologia astronautica, grazie alla quale nuove aziende come ConnectX e Server Sky possono offrire soluzioni radicali a questi problemi, dislocando i loro server sull’orbita geostazionaria. Lì infatti, una Server Farm potrà contare sull’energia solare per 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, senza fluttuazioni dovute a problemi meteorologici, a costo zero. E se l’impianto computerizzato fosse progettato opportunamente, si potrebbe dar vita a una struttura di tipo modulare lanciando uno sciame di piccoli satelliti, invece di pochi grandi satelliti, riducendo così drasticamente costi e rischi del lancio. Infine anche il problema del raffreddamento dei circuiti potrà essere risolto al risparmio usando opportune schermature.

Nella conferenza stampa di presentazione, ConnectX ha ammesso di sentirsi in competizione verso eventuali aziende con base a terra che volessero fornire analoghi servizi basandosi sull’uso dei futuribili computer quantici, ma fa rilevare che il loro approccio aziendale prevede l’uso di tecnologie ben note e quindi più economiche e a basso fattore di rischio.

Infine, Big Data significa anche archiviazione, stoccaggio e trasporto dei dati in spazi sempre più piccoli, come dice Paul Gilster: ”Ma come noi lavoriamo per estrarre valore dal flusso dei dati in entrata, così stiamo trovando modi di comprimere i dati in mezzi sempre più capienti, un prerequisito per le future sonde per lo spazio profondo, che, si spera, raccoglieranno informazioni a velocità mai raggiunte prima” (per approfondire: Archiviazione dati: l’ipotesi DNA).

bigdata6E ancora Gilster: “Mantenere viva l’informazione è qualcosa che deve essere ben presente agli occhi di popoli che cambiano continuamente i formati in cui organizzano i loro dati. Dopo tutto, preservare l’informazione è una parte fondamentale di ciò che noi facciamo come specie, è ciò che ci consente di avere una storia. Ci siamo organizzati per memorizzare i resoconti delle battaglie e delle migrazioni, e i cambiamenti culturali per mezzo di un ampio panorama di media, che va dalle tavolette di argilla ai compact disc. Ma nell’ultimo secolo abbiamo assistito al repentino cambiare dei dispositivi che utilizziamo per codificare dati, musica e video. Come possiamo mantenere tutto questo leggibile per chi verrà dopo di noi?

 

ROBERTO FLAIBANI

Fonti:

  1. ” The potential and the challenge of  Big Data – Recommendtion systems next level application” by Fatima El Jamiy, Abderrahmane Daif, Mohamed Azuozi, Abdelaziz Marzak – Hassan II University, Faculty of Science Ben m’Sik, Laboratoire MITI – Casablanca, Morocco – (arXiv.org)
  2. “Bacone e i Big Data” di Elena Castellani, Dipartimento di Filosofa, Università di Firenze – pubblicato da “Le Scienze” nel gennaio 2015, pag 16.
  3. Big Data computing above the clouds” by Vid Beldavs – pubblicato su “The Space Review” il 20 ottobre 2014
  4. Information and Cosmic Evolution” by Paul Gilster, pubblicato su “Centauri Dreams” il 16 febbraio 2015

16 marzo 2015 Posted by | Epistemologia | , , , , , , , , | Lascia un commento

I Vampiri di Twilight: meticci fantascientifici in genere gotico

Vampiri1Io preferisco parlare di meticciato anzichè di contaminazione, perché il meticciato ha a che vedere con la riproduzione, quindi con la vita, mentre la contaminazione con la malattia. Fatto sta che va di moda “mescolare” i generi, contaminarli come si dice. Ma di solito tale mescolanza, tende ad inserire elementi mistico-magici all’interno di storie fantascientifiche, il che non va bene. Nel senso ognuno faccia pure quel che vuole, scriva e legga ognuno quel che gli pare sempre e comunque, ma in un testo fantascientifico la fantasia ci sta, la magia cozza contro la parte scientifica e la ammazza: su un’astronave un vampiro ci può stare solo se è un mutante, un robot o un alieno, ma un non morto no, se no non è fantascienza, è altro. Non sembri distinzione da poco. Da parte di molti autori si tende a mescolare i generi più per insipienza e non conoscenza delle regole dello specifico genere che non perché il meticciato alla lunga paghi. Vuoi de-scrivere un vampiro vero, un non morto in una astronave? Va bene, fai pure, ma non chiamarlo fantascienza. Lo vuoi fare comunque? Va bene, disapprovo, ma fai come vuoi; il tuo editore però deve scrivere una quarta di copertina onesta se no è truffa, almeno nei miei confronti.

A volte ci sono però casi in cui accade sorprendentemente il contrario, elementi fanta-scientifici che meticciano una storia magica, azzerandone di fatto proprio la dimensione magica. E’ il caso della serie cinematografica Twilight  tratta dai libri di Stephenie Meyer .

Premesso che parlo dei film e non dei libri che non ho letto (ci potrebbero essere altre spiegazioni, altri meccanismi interni non so; ma non credo) i vampiri dei film non sono Creature del Male di natura magica: ad esempio entrano nelle chiese se proprio devono, le croci e l’acqua santa come del resto anche la luce del sole non gli fanno niente, e non sono particolarmente malvagi, almeno non i Cullen, quelli cui appartiene il protagonista. Sono esseri umani che sono diventati vampiri per essere stati morsi da altri vampiri. E’ a tutti gli effetti, questa sì, una “contaminazione”. Nella serie non viene detto quale sia l’elemento contaminante (un batterio? un virus?) e dove sia (nella saliva? nel sangue?), come passa agli umani (sì, il morso, ma poi? altri umori?) fatto sta che di malattia si tratta. Che determina una mutazione.

Vampiri2Oddio, certo, è una ben strana malattia: dona una semi-immortalità, poteri eccezionali (forza sovrumana, velocità, poteri ESP) una pelle luminescente e “perlata” se vista in piena luce, insomma alla fine i vampiri di T. sono molto fighetti. Hanno qualche problema di alimentazione, certo, si devono nutrire di vita, nella forma di sangue altrui, ma possono scegliere quello animale. E, caso estremamente significativo, restano interfecondi con la specie umana. I vampiri di Bram Stoker non si sa bene cosa fanno, ma di sicuro non fanno sesso. E anche nella tradizione carpatica non esistono “figli di vampiri”. Del resto se sono “morti non-morti” come possono riprodursi? Anche la magia nera più spinta nega che si possa resuscitare un morto o fargli fare un figlio; solo il Diavolo può mettere incinta una donna, ma i vampiri no, anzi, i vampiri fanno sesso solo nei video porno, nelle leggende slave no, le donne si limitano a “succhiare”.

Sempre nella stessa saga cinematografica ci sono i Lupi Mannari, a loro volta esseri umani mutanti che si trasformano appunto in lupi: aumentando dimensione, quindi scientificamente parlando, per le leggi di conservazione di materia ed energia, o sono lupi lunghi quasi due metri che però pesano quanto pesava l’uomo iniziale (80 chili?) quindi hanno un peso specifico leggerissimo, oppure sono lupi “pesanti” ma allora devono trovare materia dall’ambiente circostante, materia o energia e prenderla e poi rilasciarla sotto forma di aria calore. Gli autori della scenggiatura non scendono a questi particolari.

Fatto sta che la “scienza” della fantascienza (vedi l’articolo/intervista a Giovannoli per approfondire) sta entrando alla grande in molta letteratura “altra”. E fin qui abbiamo trattato il caso delle saghe sui vampiri cinematografici. Ma un mese fa è stato il caso di “Sottomissione” di Heoullebeq, il quale usa tranquillamente da anni stilemi fantascientifici nei suoi romanzi, pur restando a tutti gli effetti e per tutta la critica un autore mainstream; ed sì che ha scritto ben altri due romanzi con tematiche strettamente fantascientifiche, ad esempio “La possibilità di un’isola” che , piaccia o meno, è a tutti gli effetti un romanzo di fantascienza.

Io resto un purista dei generi, anche se sostanzialmente chiedo solo una quarta di copertina onesta. Ma il fatto resta: le tematiche fantascientifiche invadono la letteratura e le saghe televisive. Il grande pubblico le richiede a gran voce, soprattutto poi al cinema.

Vampiri3E sembra ci sia un gran bisogno di stilemi di fantascienza (quindi di scienza della fantascienza) nella letteratura mainstream, per rivitalizzarla, per aggiungere un po’ di sapore, e a volte per costruire una vera e propria struttura funzionante.

Vorrà dire qualcosa. Senza punto interrogativo.

MASSIMO MONGAI

9 marzo 2015 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza | , , , | Lascia un commento

Decisioni

Certe volte un’idea mi frulla nello spazioso retrobottega del cervello per ore, giorni, perfino anni, e non c’è verso di riprenderla. Con l’andar del tempo ho imparato un buon metodo per recuperare queste idee riottose, ma non lo svelerò, il racconto prenderebbe una direzione non voluta. Scriverò invece dell’idea che ho ripescato solo qualche giorno fa e della sua immediata applicazione.

 

Le colonnine 2015-03-06 13.46

Dunque: il Tredicesimo Cavaliere usa WordPress, un sistema per la gestione dei contenuti (CSM), che prevede l’utilizzo di un tema grafico, grazie al quale viene scelto l’aspetto del blog e se ne impostano le opzioni. Andreas04, il nostro tema grafico, offre al lettore una schermata con un’ampia finestra a sinistra dove scorrono gli articoli e una più piccola, a destra, organizzata su due colonnine, dove appaiono le funzioni offerte dal blog: Cerca, Categorie, Tag, Archivio articoli e pagine, ecc.

Di fronte alla dinamicità della finestra maggiore, garantita dallo scorrere degli articoli, il resto della schermata appariva immobile e poco attraente. Come renderlo più allegro e accattivante? A quel punto mi è tornato in mente l’esperimento attuato l’anno scorso per qualche mese: avevo usato un apposito widget per piazzare in una delle colonnine una foto con relativa didascalia, senza però sfruttarne appieno tutte le funzionalità. Il risultato mi era sembrato deludente. Ma il caso ha voluto che proprio in quei giorni io fossi stato folgorato dalla visione di Ambition e di Wanderers, senz’altro i migliori cortometraggi “spaziali”  usciti nel 2014 ….. In un attimo, tutte le tessere del mosaico si sono ricomposte e il risultato è sotto gli occhi dei lettori.

Quattro fotogrammi che richiamano ognuno un breve film, didascalie ridotte e la possibilità in futuro di accedere ad altrettante pagine statiche che potranno funzionare da indice per approfondimenti, oppure portare notizie fresche, recensioni o quant’altro. “Ma insomma – dirà qualcuno – tutto questo sproloquio per annunciare la presenza di quattro nuovi link verso altrettanti filmati?!” No, una nobile causa che giustifichi lo sproloquio in realtà c’è e consiste nel ringraziare pubblicamente Massimiliano Bellisario e lo staff di Next Solar Storm per aver dotato Ambition e Wanderers di sottotitoli in italiano, un’opera veramente meritoria.

ROBERTO FLAIBANI

6 marzo 2015 Posted by | News, Senza categoria | , , | Lascia un commento

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