Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Missione “Asteroid Redirect”: tra scetticismo ed entusiasmo

Quanto segue è la traduzione fedele di un articolo pubblicato su The Space Review nemmeno due mesi fa. Si tratta di un testo lungo e pieno di riferimenti a molte teorie e tecnologie spaziali. I lettori si preparino quindi a una lettura impegnativa che non abbiamo voluto suddividere in due puntate  per non perderne il pathos. E’ già in preparazione una scheda di aggiornamento zeppa di link e di info pertinenti, anche video, che verrà messa online tra qualche giorno. Per il momento possiamo offrirvi il trailer del film Disaster Playground, che non mancherà di suscitare l’attenzione di chi ancora non lo conosce. (RF)

Quasi due anni fa la NASA ha annunciato un progetto conosciuto oggi come Asteroid Redirect Mission, o ARM. L’idea base, presentata nella richiesta di bilancio dell’Agenzia per l’anno fiscale 2014, prevedeva l’invio di una missione robotica su un asteroide vicino alla Terra con l’obiettivo di catturarlo e trascinarlo nell’orbita lunare. Gli astronauti avrebbero poi raggiunto l’asteroide per raccogliere campioni e dimostrare la validità di tecnologie che la NASA considerava fondamentali per le future missioni umane oltre l’orbita terrestre.

ARM4(nel collage fotografico sono mostrati alcuni dei più conosciuti asteroidi vicini alla Terra)

Questo progetto audace – mutare l’orbita di un asteroide – ha faticato a vincere lo scetticismo dimostrato da molti sia nell’industria, che nella comunità scientifica, che nel Congresso. Ci si chiedeva fino a che punto una missione del genere fosse davvero il passo successivo più logico nel lungo cammino verso Marte. Attualmente ARM ha assunto una forma diversa, un cambiamento di cui molti non si sono sorpresi, ma che non sembra probabile possa far cambiare idea a quelli che criticano la missione.

Opzione B per il masso

La NASA aveva previsto di annunciare a dicembre quale di due opzioni avesse scelto per la parte robotica di ARM. Una, conosciuta come opzione A, era in sostanza l’idea base originale: inviare un velivolo spaziale su un asteroide con un diametro fino a dieci metri, afferrarlo (avvolgendolo forse in un “sacco”), e poi reindirizzarlo in un’orbita lunare. Un progetto simile a quello pubblicato nel 2012 dal Keck Institute for Space Studies del Caltech.

La NASA aveva anche cercato un’alternativa chiamata, logicamente, opzione B. Invece di spostare un intero asteroide, l’opzione B prevedeva l’invio di una navicella verso un asteroide più grande, forse di diverse centinaia di metri di diametro, con la superficie cosparsa di massi. Una volta lì, la navicella sarebbe atterrata afferrando un masso dal diametro di circa quattro metri per poi tornare nell’orbita lunare.

ARM5aDopo un incontro a metà dicembre presso la sede della NASA, l’agenzia ha però annunciato che avrebbe ritardato la decisione (vedi “Deferred decision”, The Space Review, 22 dicembre 2014), con la motivazione che voleva avere più tempo a disposizione per studiare le due opzioni.

Tuttavia, Robert Lightfoot, l’amministratore associato della NASA a capo del progetto ARM, ha fatto capire che l’opzione B sembrava l’approccio migliore. “Se da un lato c’è la complessità associata con lo spostamento del masso fuori dall’asteroide, dall’altro c’è lo sviluppo tecnologico che se ne ricaverebbe, e che offrirebbe una grande flessibilità operativa”, ha detto 17 dicembre annunciando il ritardo. Se la NASA fosse riuscita a gestire questa complessità e gli ulteriori costi economici – l’opzione B costa circa 100 milioni di dollari in più rispetto all’opzione A – l’agenzia sembrava disposta a sceglierla.

In dicembre sembrava che tale ritardo dovesse durare poche settimane, facendo pensare che una decisione sarebbe arrivata verso metà gennaio. Ma gennaio e febbraio sono passati senza un annuncio. Ai primi di marzo l’amministratore della NASA, Charles Bolden, a una domanda sullo stato di ARM, ha dichiarato che una decisione sarebbe arrivata il mese successivo, precisando, “Stiamo solo facendo un esame approfondito, per essere certi di aver pensato a tutto”.

ARM1Finalmente la settimana scorsa la decisione è arrivata. Il 25 marzo, in una teleconferenza con i media, e con un preavviso di poche ore, Lightfoot ha annunciato che la NASA ha completato la verifica dell’idea base della missione ARM scegliendo di procedere con l’opzione B.

Lightfoot ha spiegato che le tecnologie offerte dall’opzione B, tra cui la possibilità di atterrare sull’asteroide e afferrare dei massi, offrivano una maggiore flessibilità operativa in vista di future esplorazioni rispetto all’opzione A. “Sappiamo che è questo il genere di cose di abbiamo bisogno quando andiamo su un altro corpo celeste”, ha dichiarato, “e questo per me era fondamentale”.

Ha inoltre spiegato che un altro fattore a favore dell’opzione B era la maggiore possibilità di successo della missione. Una delle difficoltà, in particolare per l’opzione A, consisteva nel numero limitato di asteroidi bersaglio. È difficile rilevare asteroidi così piccoli, come anche assicurarsi che siano di possibili dimensioni e forma adeguate. Con l’opzione A la NASA correva il rischio di mandare un veicolo spaziale robotico su un asteroide, per poi magari scoprire che era troppo grande perché la navicella lo potesse reindirizzare.

ARM2bCon l’opzione B i potenziali obiettivi si conoscono meglio. Le ricognizioni fatte da veicoli spaziali su asteroidi di questa classe di dimensione indicano che le loro superfici sono ricoperte di piccoli massi, consentendo agli operatori della navicella di scegliere l’asteroide migliore – o di trovarne un altro se per qualche motivo la prima scelta si fosse dimostrata inadatta. “Ho intenzione di avere più obiettivi possibili quando arrivo lì. Il tutto si riduce sostanzialmente a questo”, ha detto Lightfoot.

L’opzione B consente anche di mettere alla prova una tecnologia di difesa planetaria denominata “rimorchiatore gravitazionale” (Gravity Tractor). Una volta afferrato il masso e ripartito, il rimorchiatore si manterrà vicino all’asteroide, causando con la sua gravità una variazione molto lieve, ma rilevabile, nell’orbita dell’asteroide. Tale progetto è stato proposto in passato come un modo per deviare eventuali asteroidi pericolosi senza la necessità di colpirli con proiettili o servirsi di esplosivi nucleari.

L’opzione B costa ancora circa 100 milioni in più rispetto all’opzione A, ma Lightfoot ha aggiunto che rientra in un tetto di spesa di 1,25 miliardi dollari, la metà del costo stimato dello studio originale del Keck Institute. Questa cifra, però, non include il costo del lancio della missione robotica, né il costo della successiva missione con equipaggio una volta che il masso viene portato su un’orbita lunare alta.

ARM6Per ora la NASA sta usando come obiettivo teorico l’asteroide 2008 EV5. Questo asteroide vicino alla terra, di circa 400 metri di diametro, non è stato visitato da altri veicoli spaziali, ma Lightfoot ha detto che, sulla base delle osservazioni fatte su asteroidi di dimensioni simili, si aspetta che la sua superficie abbia un gran numero di massi idonei. Questo asteroide è stato proposto come un obiettivo per altre missioni, tra cui la giapponese Hayabusa 2 e la missione europea Marco Polo-R.

Secondo il programma attuale della NASA, la missione robotica ARM verrebbe lanciata nel dicembre 2020, raggiungendo l’asteroide circa due anni più tardi. Lightfoot ha osservato che la NASA poteva aspettare al più tardi fino al 2019 per selezionare una destinazione per la missione, qualora decidesse di non andare su 2008 EV5. Una volta arrivata sull’asteroide, la navicella vi trascorrerebbe tra i 200 e i 400 giorni, raccogliendo il masso ed eseguendo test di trazione gravitazionale. La navicella e il masso raggiungerebbero l’orbita lunare verso la fine del 2025.

La NASA svilupperà stime più dettagliate di costi e tempi per la missione robotica ARM come parte del lavoro sulla “fase A” del progetto, formalmente iniziata la settimana scorsa con il completamento della revisione dell’idea base di missione. Lightfoot ha dichiarato che la NASA effettuerà nel mese di luglio 2015 una riunione strategica per determinare quali parti della missione l’agenzia dovrebbe sviluppare internamente e quali possono essere procurate commercialmente.

Un trampolino di lancio alternativo verso Marte

Alla teleconferenza con i media Lightfoot ha spiegato che nell’opzione B c’era un maggiore interesse commerciale. “Abbiamo pensato che l’opzione B ci avrebbe offerto maggiori opportunità di coinvolgere persone del settore commerciale”, ha affermato.

ARM2L’opzione B, ha sostenuto in seguito, sembrava anche offrire maggiori opportunità di partenariati internazionali. Il giorno dopo l’annuncio, parlando a un convegno a Washington, Lightfoot ha detto che diversi paesi, che non ha nominato, avevano mostrato un forte interesse a partecipare ad ARM in un modo o nell’altro.

“Sono i nostri partner internazionali che partecipano insieme a noi alla Stazione Spaziale Internazionale e ad alcune delle nostre missioni scientifiche”, ha detto al convegno, organizzato dalla Universities Space Research Association e dal George Washington University’s Space Policy Institute. “Hanno offerto di rendere disponibili al progetto questo genere di competenze.”

Questo partenariato, ha affermato, potrebbe coprire alcuni dei costi della NASA. “C’è il costo della missione e poi c’è il prezzo della missione”, ha detto. “Se ci sono altri disposti a entrare come partner, questo controbilancia il prezzo complessivo che l’ agenzia deve pagare.”
Ma mentre l’opzione B sembrava offrire maggiori possibilità commerciali e internazionali, non ha fatto cambiare idea agli scettici sull’idea base complessiva della missione. “Non capisco in che modo un masso possa aiutarci ad arrivare su Marte”, ha detto al convegno della scorsa settimana il professore di scienze planetarie del MIT Richard Binzel.

ARM3bBinzel aveva già criticato ARM in passato. La scorsa estate, durante una riunione del Small Bodies Assessment Group, ha definito ARM una “bravata”, affermando che somigliava a qualcosa che ha illustrato con una buffa diapositiva su una missione immaginaria chiamata Far Away Robotic sandCastle Experiment – FARCE (L’esperimento robotico lontano di castelli di sabbia – FARSA) (vedi “Feeling strongARMed“, The Space Review, 4 agosto 2014). Ora che la NASA ha chiarito l’opzione prescelta non è stato più gentile nei confronti di ARM al convegno della scorsa settimana.

Binzel ha detto che non è contrario al fatto che degli astronauti si rechino su asteroidi vicini alla Terra come un passo verso Marte. “Se vogliamo arrivare un giorno su Marte dobbiamo essere in grado di uscire dal sistema Terra-Luna,” ha affermato. Gli asteroidi vicini alla Terra, a suo avviso, possono servire come “trampolini di lancio” verso successive missioni su Marte.

Ha sostenuto, però, che aveva più senso inviare astronauti verso asteroidi vicini alla Terra nelle loro orbite originali, rilevando che gli astronomi avevano catalogato solo una piccola frazione di asteroidi che potrebbero essere accessibili da missioni umane. “Lo spazio prossimo è, in effetti, molto accessibile, e non è un salto gigantesco dal sistema Terra-Luna a un asteroide.”

Binzel ha proposto che ciò che la NASA sta attualmente spendendo per l’intero progetto asteroide -circa 220 milioni di dollari nella sua proposta di bilancio per l’anno fiscale 2016, tra cui ARM e attività connesse – venga dirottato sullo sviluppo di un telescopio spaziale di ricognizione che aiuti a scoprire un numero maggiore di asteroidi che possano diventare potenziali obiettivi per successive missioni umane.

ARM7“Al centro del progetto asteroide dovrebbe essere una ricognizione” ,ha detto, suggerendo che una missione di tal genere potrebbe mettersi in competizione con altre proposte già esistenti nei settori pubblico e privato, con un costo probabilmente simile a quello delle missioni planetarie di media portata del programma New Frontiers della NASA, che hanno un tetto di spesa dell’ordine di 1 miliardo di dollari.
Scopo di tale missione sarebbe non solo di rilevare potenziali obiettivi per successive missioni di esplorazione umana, ma anche di aiutare a completare una ricognizione, autorizzata dal Congresso, di oggetti potenzialmente pericolosi di almeno 140 metri di diametro, così come di trovare oggetti che potrebbero avere interesse commerciale. “Immaginate se potessimo avere un catalogo dei 100 o 1000 asteroidi più accessibili vicini alla Terra,” ha detto. “È la porta d’ingresso per l’utilizzo delle risorse situate nello spazio”.

Binzel ha riconosciuto che questo approccio rimanderebbe agli anni 2030 la data di una missione umana verso un asteroide. Altri in effetti hanno espresso la preoccupazione che non aver implementato una missione come ARM entro la metà del 2020, intorno al periodo in cui è probabile che la Stazione Spaziale Internazionale chiuda i battenti, potrebbe danneggiare il volo umano nello spazio in generale.

“Se entro la metà degli anni 2020 la NASA non sarà riuscita ad inviare astronauti nello spazio profondo, e si può dire che ARM lo consente, temo che a causa di questi rinvii la gente perderà interesse”, ha detto l’ex astronauta Tom Jones.

ARM3c“A forza di eliminare progetti la gente si abituerà al fatto che tutto quello che abbiamo è una stazione spaziale ormai vicina alla sua fine, e niente più ambizioso”, ha avvertito, “perché Marte sarà ancora troppo lontano.”

Binzel ha tuttavia sostenuto che rinviare una missione umana su un asteroide non significa che la NASA non possa fare altre missioni umane nello spazio cislunare, fra cui testare alcune delle tecnologie previste per ARM. La NASA potrebbe, ad esempio, usare la propulsione solare-elettrica – una delle principali tecnologie che secondo la NASA ARM dovrebbe mettere alla prova – per collocare nell’orbita lunare un modulo di rifornimento, raggiungibile dagli astronauti.

Negli ultimi mesi alcuni funzionari della NASA hanno fatto inoltre capire che, anche se la navicella non dovesse deviare un asteroide nell’orbita lunare, ARM potrebbe essere considerato ugualmente un successo grazie alla dimostrazione di tali tecnologie. Questo ha fatto sì che anche altri, compreso il gruppo di consulenti dell’agenzia, suggerissero alla NASA di cancellare del tutto ARM.
“Se hai intenzione di spendere 1,25 miliardi dollari, più i costi del lancio, per fare qualcosa,” ha detto a gennaio Squyres, presidente dell’Advisory Council della NASA, in una riunione del consiglio, “e raggiungi gli obiettivi più importanti senza correre dietro a una roccia, allora non correre dietro alla roccia.”

ARM3aBolden, discutendo di ARM con il consiglio in quella stessa riunione, è stato messo sulla difensiva da questo genere di commenti. “Lasciatemi in pace!”, ha detto. “Stiamo cercando di fare un sacco di cose diverse, e di soddisfare un sacco di persone che vogliono che facciamo un sacco di cose diverse, e avevamo pensato di aver trovato il modo per riunire molte di quelle cose prima scollegate fra loro.”

Non sembra, però, che basterà scegliere un’opzione per la parte robotica di ARM perché le critiche, nel Congresso o altrove, lascino in pace Bolden o il resto della Agenzia. Questa dovrà ancora spiegare in che modo ARM, quale che dovesse essere la sua forma, sia la scelta più ragionevole come passo successivo della NASA nel lungo viaggio degli esseri umani verso Marte.

 

Titolo originale: “Asteroid redirect – NASA rearms in its battle with mission skeptics”
di Jeff Foust
Pubblicato su The Space Review il 30 marzo 2015

traduzione di DONATELLA LEVI

25 maggio 2015 Posted by | Astronautica, Difesa Planetaria, News, Scienze dello Spazio | , , , , | Lascia un commento

La Mappa della Fantascienza di Ward Shelley

HistSciFi2b

(doppio click per ingrandire)

Si tratta di una rappresentazione pittorica di un fenomeno culturale vecchio di due secoli: la Fantascienza, che viene rappresentata come una piovra aliena e conturbante.

Può un quadro essere chiaro ed esplicito come una mappa? Per meglio dire: si può descrivere una realtà complessa come la storia della Fantascienza con una rappresentazione pittorica?

E’ quello che ha tentato di fare Ward Shelley, un pittore americano poco noto da noi ma molto nel suo paese. Ward Shelley ha un curriculum variegato a dir poco.

Di sé dice:

…Ward Shelley lavora come artista a Brooklyn, New York. Si è specializzato in grandi progetti che mescolano liberamente la scultura e la performance. Utilizzando le influenze eclettiche e una varietà di mezzi di comunicazione, le installazioni di Shelley sfidano la classificazione. Nel corso degli ultimi cinque anni, Shelley si è concentrato su bizzarri pezzi architettonici di funzionamento in cui vive e lavora durante la mostra monitorata con attrezzature di videosorveglianza in tempo reale.”

Potrete trovare qui il suo sito

e qui una buona copia della sua Mappa della Storia della Fantascienza

E qui un articolo su di lui in inglese

E qui una intervista

Ma mi devo correggere. La Mappa di Shelley non è tanto chiara ed esplicita quanto suggestiva, nel senso letterale della parola:

Capace di suscitare uno stato di commossa partecipazione (una scena s.) o di prospettare idee nuove, vaghe ma attraenti (una ipotesi s.).”

 

frog-thumEcco, sin dalla prima volta che ho visto la mappa qualche anno fa mi ha colpito il fatto che sembrava si trattasse di un mostro, di una specie di piovra aliena. L’ho scaricata ingrandita e “letta” ed ho scoperto che era molto più interessante di quel che pensassi. Qualche settimana fa l’ho portata ad una copisteria ed ho chiesto se era possibile fare una stampa da plotter ed il risultato mi ha sorpreso. Non tanto perché è perfettamente leggibile in una dimensione di 150×80 quanto perché la lettura su schermo non permetteva di vedere l’insieme, ma in fondo nemmeno i particolari dato che li isolava dal tutto.

Me la sono studiata con attenzione e vi consiglio di fare altrettanto. In particolare notate la parte sinistra della mappa, dove il tutto inizia. Shelley disegna, descrive, rappresenta i vari filoni della FS come una sorta di flussi, tentacoli, creature vive e li fa partire, ne fa partire le primissime propagini da due parole: paura e meraviglia, fear and wonder; e subito sotto altre due propagini sono arte e filosofia.

Le “propagini” come le ho chiamate sono piccole e da loro non parte solo la FS ma anche altri filoni culturali. Ad esempio nel mezzo di due filoni, a “cavallo” come fosse un organo di questo strano alieno appare una specie di stomaco arancione con dentro scritto “enlightenment” ossia “illuminismo” da cui nasce poco e niente di fantascientifico, nasce Darwin; mentre dalla contro-reazione irrazionale nasce lo Sturm und Drang, poi il romanticismo, dentro il quale c’è Mary Shelley e il Frankenstein e da lì molta altra FS.

Whoinventedavantgrdv-2smInsomma studiatevela, è molto interessante.Seguire i vari autori e i vari filoni per chi conosce i titoli è molto significativo. Dalla parte opposta alcuni filoni o i tentacoli che siano finiscono in fori e vanno in un altrove, ma la maggior parte si avvolgono su sé stessi, come accade nella realtà, a mio parere. La FS letteraria ha prodotto altro da sé, soprattutto sotto forma di film.

Non c’è tutto, è un quadro, è una “infografica” come la chiama lui, non una enciclopedia o un saggio. Ma c’è molto e soprattutto c’è una visione organica della fantascienza, come appunto si trattasse di una cosa viva, in movimento, anche un po’ ansiogena e pericolosa.

E’ “molto” interessante. E’ una visione artistica di un genere letterario, una opinione personalissima che non pretende di essere né esaustiva né esente da critiche, per nulla accademica, ma forse proprio per questi motivi potente e chiara.

La storia della FS si intreccia strettamente con tutta la cultura europea ed occidentale degli ultimi due secoli in modi spesso intricati, proprio come i tentacoli di questa infografica che trovo, ripeto, suggestiva più del più completo saggio sull’argomento.

chelseagirls-v1smVa studiata.

Non dico che ci si potrebbe fare su un convegno di appassionati, ma quasi.

Anzi no, lo dico, e adesso lo organizzo.

MASSIMO  MONGAI

18 maggio 2015 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , | Lascia un commento

Siamo noi i marziani

doppio emisfero marzianoQuando si entra in una terra incognita ci si deve aspettare sempre e comunque qualche sorpresa: popoli, animali, oggetti, manufatti, costruzioni strani, insoliti, incomprensibili, misteriosi. Ne sono pieni i resoconti dei viaggi antichi, medievali ed anche abbastanza recenti. La summa di tutto ciò è in quei Bestiari medievali intitolati Liber Monstrorum e di cui esistono almeno un paio di edizioni recenti italiane. Lo stesso famoso naturalista Ulisse Aldrovandi (1522-1605), nei suoi libri di zoologia e botanica, li recepì come credibili ed esistenti. La razionalità scientifica si esercita per capire, ridimensionare, spiegare alla luce del buon senso, della – appunto – ragione e scienza.

spiritSe ciò è valido per regioni lontane migliaia e migliaia di chilometri dalle terre note, figuriamoci per una che dista da un minimo di 55 ad un massimo di 400 milioni di chilometri, vale a dire il pianeta Marte. Intorno ad esso hanno girato e girano ormai molti satelliti fotografici e sul suo suolo sono presenti da vari anni due piccoli e straordinari robot su ruote che continuano a trasmetterci ancora incredibilmente immagini perché avrebbero dovuto esaurirsi da un bel pezzo: Spirit nell’emisfero nord del pianeta e Opportunity in quello meridionale, scesi a poche settimane uno dall’altro nel gennaio 2004.

Ora, proprio come era avvenuto secoli fa, anche oggi accadono quasi le stesse cose. Il 23 gennaio 2008 la Nasa ha diffuso una sequenza di foto scattate dal primo alla base delle Columbia Hills, un po’ alterate nel colore dai tecnici per farne risaltare alcuni particolari. In esse si vede una distesa di sabbia bianco-gialla-marrone con sassi nero-verdi, una vera desolazione dove però su un ammasso di rocce spunta una strana concrezione. Qualcuno l’ha definito un omino, altri una figura che stende un braccio come per un saluto o per indicare qualcosa o per tenere una invisibile canna da pesca, mentre lo scrittore Tullio Avoledo, che di fantascienza e di fantasia se ne intende, l’ha paragonata alla “sirenetta” posta su una scoglio nel porto di Copenhagen in onore di Hans Christian Andersen e della sua fiaba.

20121101_curiosity_self-portrait_20121031_PIA16239_t167Non è finita qui. Questa volta è Opportunity che inquadra sulle pareti del Victor Crater quella che è stata subito definita “una statua egizia” intagliata nelle pareti di roccia a somiglianza degli dèi e faraoni intagliati all’ingresso del tempio di Abu Simbel. C’è addirittura un video che ne fa il parallelo caricato in rete il 9 luglio 2010.

Non basta ancora. Anche il successivo e più complesso robot-laboratortio Curiosity disceso sul pianeta rosso nell’agosto 2013, ci ha riservato altre sorprese de genere, e questa volta nel febbraio 2014 ecco apparire in una sua ripresa un volto che emerge dalla sabbia, come fosse parte di una statua gigantesca sepota, tipo quelle dell’Isola di Pasqua.

curiositySia come sia, tutto ciò fa una certa impressione e solletica l a nostra fantasia. Gioco d’ombre e di scorci che una ripresa da una angolatura diversa da parte di Spirit & C. non avrebbe evidenziato? Un capriccio di venti millenari che hanno modellato così uno spunzone come sulla Terra vi sono rocce che assomigliano a volti, orsi, tartarughe, elefanti? Certo è che quasi tutti i commentatori, con una foga degna di miglior causa, si sono dati da fare a “smontare” qualsiasi altra eccentrica possibilità facendo riferimento alla in precedenza famosa “sfinge di Marte” fotografata dall’alto nella regione di Cydonia dalla sonda Viking 1 il 26 luglio 1976 e che esattamente trent’anni dopo, il 22 luglio 2006, il più sofisticato satellite Mars Express avrebbe rivelato essere soltanto un gioco d’ombre e di rifrazioni solari: non di un “volto” si tratta, ma di una “normale” brulla collina marziana…

Il fatto è che oggi, in omaggio ai Lumi della Ragione, manca ai più e soprattutto ai colleghi giornalisti il sense of wonder, quel senso del meraviglioso che era tipico dei nostri antenati, viaggiatori, cronisti, geografi, e che era stato ereditato dalla fantascienza delle origini, quella che sapeva creare straordinarie civiltà esotiche sul quarto pianeta del Sistema Solare, dove il rosso domina, e che è la vera, profonda caratteristica di questo genere letterario, ripresa dalle narrazioni mitologiche, e non certo la pura e semplice “anticipazione scientifica”.

la maschera di marteCertamente: la nostra visione antropomorfica ci fa vedere figure simili a noi in oggetti che magari lo sono lontanamente per semplice associazione simbolica, così come la nostra mentalità tecnologica ci fa pensare agli UFO (macchine volanti con alieni) per fenomeni che in passato erano interpretati in maniera diversa (ad esempio, manifestazioni divine). Noi vediamo quel che la nostra cultura ci fa vedere in base alle coordinate ormai connaturate in noi. Ma avendo ormai oggi praticamente perso quel “senso del meraviglioso” che contraddistingueva una ormai antica umanità, tendiamo ad appiattire, banalizzare e razionalizzare tutto, anche la “sirenetta di Marte”, anche un lontano sogno minerale apparso all’improvviso nell’obiettivo asettico del “camminatore” Spirit…

E’ chiaro, non ci aspettavamo sul pianeta rosso le rutilanti civiltà descritte da Edgar Rice Burroughs nell’infinito ciclo di romanzi dedicati al suo eroe John Carter, sbalzato lassù dopo essersi addormentato in una caverna terrestre: città con torri altissime, regine meravigliose e discinte, enormi tigri come cavalcature, esseri con più braccia… Ma almeno sarebbe il caso di ricordarsi di uno degli episodi delle Cronache marziane di Ray Bradbury (un libro che Mondadori dovrebbe finalmente ripubblicare in edizione critica e traduzione riveduta, come anche Fahrenheit 451) in cui i “marziani” per illuderci e intrappolarci creano nel nulla una location (si direbbe oggi) terrestre fittizia, con luoghi e persone conosciute dagli astronauti che lì vi sbarcano… Dove il sogno ha la meglio sulla realtà.

facce nella sabbiaIn fondo, dice Ray Bradbury in una raccolta di interviste appena pubblicata da Bietti (e incidentalmente a mia cura), “Siamo noi i marziani!”” (che è poi anche il titolo del libro in italiano).

GIANFRANCO DE TURRIS

 

NASA Mars Science Laboratory (Curiosity Rover) Mission Animation

 

 

Mars rovers Spirit and Opportunity landing on Mars

 

Credits: NASA, JPL

12 maggio 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , | Lascia un commento

T’amo pio bove, però…

BUFALO

Fantascienza ed ecologia sono temi naturalmente connessi, specialmente quando a prendere la scena sono gli scenari, generalmente apocalittici, di una Terra del futuro alle prese con problemi di inquinamento, sovrappopolamento e cambiamenti climatici. E’ impossibile qui dare una
panoramica della letteratura in materia (che pero’ puo’ essere consultata a questo link  per una accurata sintesi).
Basti solo menzionare che autori presenti e passati molto rispettati nel settore ne hanno trattato a vario titolo, a partire da J G Ballard con The
Drowned World (1962) e Hal Clement con The Nitrogen Fix (1980) fino a David
Brin, con Earth (1990). Altri, come Kim Stanley Robinson con la sua serie sulla colonizzazione di Marte, hanno analizzato recentemente temi e problemi legati alla presenza umana su altri pianeti.

Anche il cinema non ha trascurato questo particolare aspetto della fantascienza, come la rassegna di film presentata in questa galleria  prova abbondantemente. 

Stephen P. Bianchini

MUCCA1Forse lo avete sentito dire: i peti delle vacche inquinano e contribuiscono al buco dell’ozono.  La cosa positiva è che questo non è vero. I peti sono formati sostanzialmente da gas più o meno inerti e solo in parte da metano ed il metano al buco dell’ozono non gli fa niente. Ma il metano è un gas che contribuisce all’effetto serra e quindi se aumenta il metano aumenterà l’effetto serra, la temperatura media del pianeta si alzerà, il clima ne verrà sconvolto, con cicloni a Ostia, ed i ghiacci polari che inizieranno a sciogliersi più velocemente di quanto non facciano già, con conseguente innalzamento dei mari e quindi il mare che arriverà alle porte di Roma, tipo all’Eur, ma aMilano no. Venezia affonderà a meno che le barriere del Mose non vengano rifatte eccetera.

La buona notizia è che ci vorrà tempo, non è cosa che succederà davvero prima di alcuni decenni; la brutta è che ci vorranno ancora più decenni per arrestare e soprattutto far recedere il processo.

Come vedere poche certezze e soprattutto informazioni in contrasto fra di loro.

Ma è proprio così! Per lo meno su Internet è così. E’ che il fenomeno è troppo complesso.

Per scrivere questo articolo ho deciso di verificare le informazioni che avevo, per lo più tratte da quotidiani e riviste nell’arco degli anni e mi sono documentato in Rete. Ed ho trovato informazioni molto in contrasto fra di loro.

Qui sotto troverete solo ancuni dei link che ho consultato.

TOROCi sono delle vere perle, come quella che per assolvere le mucche dice che una mucca produce una piccola quantità di metano ogni giorno, mentre un elefante lo fa 20 volte di più. Il che mi pare a dir poco stupido considerando che su tutto il pianeta ci sono in tutto 50.000 elefanti mentre 50.000 vacche sono quelle che sono anche solo nel Lazio probabilmente.

In realtà ci sono alcuni dati che non ho visto presi in considerazione.

Il primo è che tutti i dati si concentrano sulle mucche. E va bene che sono tante e che ci sono gli hamburger degli americani eccetera. Ma i fatto è che il metano viene prodotto anche da conigli, polli e soprattutto maiali, e nessuno ha fatto ricerche a riguardo. E’ vero i polli sono piccoli, ma sono tanti! Ed i maiali sono anche loro tanti e grossi.

Il secondo dato è che nessuna delle ricerche citate ha preso in considerazione l’aumento di consumo di carne da parte dei cinesi. Cinesi che al loro volta sono aumentati talmente tanto che in realtà lo stesso governo cinese ha solo una idea approssimativa di quanti siano: 1.200 milioni, 1.300? Davvero, la cifra esatta non la sanno, è quasi ammesso ufficialmente, sia per l’estensione del loro territorio, sia perché un grandissimo numero di “secondi” figli vengono o sono stati sottratti all’anagrafe ufficiale perché proibiti: la legge pare sia stata modificata recentemente, ma appunto pare, e per altro è stata in vigore per decenni, ergo il secondo figlio veniva nascosto; e sono aumentati gli aborti selettivi di bambine. Aggiungeteci quindi che il numero delle donne in Cina è significativamente inferiore a quello degli uomini, tradizionalmente più carnivori delle donne e cercate di farvi un’idea di quanto possano essere sballate le cifre attuali.

Il discorso fatto per la Cina vale anche per l’India (più di un miliardo di abitanti) e in realtà per tutto il mondo “povero”, per almeno due terzi della popolazione mondiale quindi. L’aumento dei consumi e del benessere porta inevitabilmente ad un aumento del consumo di carne, quindi ad un maggiore allevamento di questo alimento, e quindi ad un aumento del metano prodotto.

MUCCHIAltro dato non preso in considerazione: gran parte del sotto-prodotto dell’allevamento delle mucche è il latte e quindi il formaggio. Che i per fortuna Cinesi NON POSSONO MANGIARE, perché privi di uno specifico enzima; credo sia un enzima, ma comunque è una caratteristica specifica della loro fisiologia, del loro metabolismo: non digeriscono latte, latticini e formaggi, tant’è vero che nella pur vastissima e millenaria cucina cinese il formaggio non c’è sotto nessuna forma (e per cortesia non citate il tofu! Vegetale al 100% e in realtà non vedo come considerarlo una cosa commestibile). E meno male, direi.

Ripeto: non è cosa che sta per succedere fra cinque o dieci anni, ma questa è una aggravante, quando sarà successa ci vorranno ancora più anni per tornare indietro, anni nei quali dovremo, pardon, dovranno vivere con le conseguenze della cosa letteralmente per decenni. Per quanto contraddittori i dati, sarebbe il caso di cominciare a pensarci seriamente ora.

Pronti per i nostri lettori, ecco alcuni documenti o parti di documenti, di sicuro in interesse. Avrei potuto metterne dieci volte tanti e non meno contraddittori fra di loro.

Pagina indice dei documenti sull’alimentazione

 

MASSIMO MONGAI

5 maggio 2015 Posted by | News, Senza categoria | , , , | Lascia un commento

OGGI SONO 5 ANNI DI BLOG !

Il Tredicesimo Cavaliere compie 5 anni e per questo giorno di festa vi presentiamo un documento forse poco conosciuto in Italia. Siamo riusciti a rintracciarlo solo  grazie a Stephen Bianchini e ai suoi  contatti con l’impareggiabile Connie Radar.
Quel 20 luglio del 69, lassù sul Mare della Tranquillità, non c’erano solo Armstrong e Aldrin. Questo breve, drammatico cortometraggio ristabilisce la verità. Per realizzarlo, Connie ha avuto l’appoggio del Media Design School e della Comicbook Factory che ringraziamo per la disponibilità dimostrata anche nei nostri confronti.

 

 

Ebbene sì, oggi sono  5 anni di blog.  Ma per me  vogliono dire oltre 200 articoli pubblicati e l’arrivo, scaglionato nel tempo, di quelli che sarebbero diventati collaboratori regolari e buoni amici: senza il loro apporto Il Tredicesimo Cavaliere non esisterebbe. Sono Massimo Mongai e Gianfranco de Turris, esperti di fantascienza e fidati consiglieri, Simonetta Ercoli e Luca di Bitonto, ciascuno nei suoi settori scientifici di competenza , e Donatella Levi, editor molto professionale, ma non solo. Inoltre, da qualche settimana possiamo contare sull’intrepido Stephen Bianchini da Edimburgo, che definirei piuttosto un socio e un alleato. E poi i tanti collaboratori saltuari con i quali manteniamo rapporti di amicizia, ne cito solo alcuni perché l’intera lista sarebbe troppo lunga: Gianvittorio Fedele, Luigi Fontana, Valentina Bozzolan, Franco Masotti e Filippo Ortolani

Con l’occasione segnalo al nostro pubblico che tra breve disporremo del software necessario per la creazione di sottotitoli, e magari  di un’opzione per  pubblicare le strip di Connie in lingua italiana. Serve, ovviamente, personale volontario che ci aiuti in questo lavoro. Ricevuto?

ROBERTO FLAIBANI

28 aprile 2015 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti, News | , , , | Lascia un commento

L’ipotesi del bidone al magnetoplasma

VASIMR VX-200-570 second prototypeLa guerra delle correnti (1880 – 1893 circa) fu condotta negli Stati Uniti allo scopo di determinare con quale tecnologia dovesse essere distribuita la corrente elettrica al pubblico e alle aziende americani. I contendenti erano General Electric di Thomas Edison, l’operatore storico con una serie di impianti produttivi e distributivi che comprendevano anche città come New York e Philadelphia, che promuoveva l’uso della corrente continua (DC). Il gruppo concorrente era la Westinghouse Electric Corporation, che si avvaleva di brevetti rilasciati a Nikola Tesla e Galileo Ferraris, e proponeva l’uso della corrente alternata (AC). Fu uno scontro lungo e senza esclusione di colpi, sopratutto a livello mediatico, che si polarizzò subito intorno alle figure di Tesla ed Edison, e si concluse con l’assegnazione alla Westinghouse dell’incarico di unico fornitore di energia elettrica alla Worlds Chicago Fair e alla zona di Chicago, Buffalo, Niagara Falls e Grandi Laghi, un’area altamente popolata e industrializzata.

(nell’immagine  sopra il prototipo VASIMR  VX-200-SS)

 

velamagnetica

( qui a sinistra una vela solare-magnetica)

Qualcosa di simile alla guerra delle correnti si sta sviluppando oggi a proposito della propulsione per lo spazio profondo. Infatti i razzi a propellente chimico attualmente in uso in realtà non sono i più adatti alle missioni con equipaggio dirette verso Marte e la Luna, che prevedono lunghe permanenze nello spazio, e, a dire il vero, non bastano più nemmeno più alle sonde automatiche. Figuriamoci per le distanze ancor più grandi a cui si trovano i pianeti del Sistema Solare esterno (e le loro interessantissime lune!), per non parlare della Fascia di Kuiper con i suoi pianeti nani (vedi Plutone), e l’estrema periferia del Sistema con la sconfinata Nube di Oort.

Dicevamo che una nuova guerra delle correnti è in atto per quanto riguarda l’assegnazione dei fondi pubblici e privati per realizzare un balzo tecnologico che ci metta in grado di superare e abbandonare la propulsione chimica, che resterebbe confinata all’unico uso per cui non si trova, almeno per il momento, niente di meglio: quello del lanciatore dalla superficie terrestre verso l’orbita bassa (LEO). Ma una volta arrivati in orbita, alle porte dello spazio interplanetario, i sistemi di propulsione alternativi non mancano: le vele solari (fotoniche o magnetiche) e i motori elettrici a ioni sono quelli più promettenti.

F Chang Diaz

(nella foto a fianco Franklin Chang-Diaz)

Tanto per fare un esempio, un motore a ioni è attualmente in servizio sulla sonda Dawn, che da anni sta validamente esplorando alla Cintura degli Asteroidi. Ma esiste anche il motore elettrico al plasma, derivato da quello a ioni, ma molto più potente e versatile, specie nella versione dotata di un reattore nucleare a fissione. Si chiama VASIMR (Variable Specific Impulse Magnetoplasma Rocket), ed è stato presentato nel 2011 a Roma, preso l’ASI, nel corso di una conferenza stampa a cui ho avuto il piacere di partecipare e di riferire in un breve articolo. L’incontro si concluse con un augurio: cioè che entro il 2014 la NASA avrebbe concretizzato il suo interesse per il VASIMR, dando il via libera all’installazione di un prototipo a bordo della ISS, che avrebbe generato la spinta necessaria per effettuare le frequenti correzioni d’orbita di cui la stazione spaziale aveva bisogno.

VASIMR accensione

(VASIMR: test di accensione)

 

Quello di Roma non era un evento isolato, ma faceva parte di una campagna che Franklin Chang-Diaz (l’ideatore del VASIMR) aveva tenuto all’epoca nei paesi rilevanti dal punto di vista spaziale. I media fornirono una buona copertura, colpiti dai toni iperbolici usati da Chang-Diaz e da certe sue argomentazioni che fecero invece andare su tutte le furie Robert Zubrin, un altro opinionista di cose spaziali, noto per la sua vis polemica, ma ancor più per aver messo l’esplorazione di Marte al centro della sua vita professionale. Il lettore avrà già capito che, messo Chang-Diaz al posto di Westinghouse e Zubrin in quello di Edison, gli elementi per una nuova guerra delle correnti (mutatis mutandis) c’erano tutti.

zubrin

(nella foto a fianco: Robert Zubrin)

E infatti la guerra del plasma esplose di lì a poco: Zubrin reagì alla campagna mediatica e alle iperboli di Chang-Diaz quando quest’ultimo osò affermare che, grazie al suo propulsore, si sarebbe potuto raggiungere Marte in 39 giorni, ridicolizzando il progetto Mars Direct di Zubrin, che prevedeva un viaggio di 180 giorni, con l’uso di vecchie tecnologie ben collaudate e naturalmente gli attuali razzi a propulsione chimica. “Ma il VASIMR – ricorda Zubrin – per fornire le prestazioni indicate da Chang- Diaz, ha bisogno di essere abbinato a un reattore nucleare a fissione capace di sprigionare 200kw di potenza, molti di più di quelli prodotti da qualsiasi impianto satellitare prodotto fino a oggi. “Il VASIMR – grida Zubrin – è un bidone, perché, sebbene si tratti di una tecnologia ancora largamente sperimentale, viene usato come fumo negli occhi per mettere in ombra il mio Mars Direct che invece potrebbe essere operativo in pochi mesi”. La polemica infuriò per qualche settimana e terminò con Zubrin che sfidava Chang-Diaz a singolar tenzone nella pubblica piazza. Chang-Diaz non raccolse la provocazione e il pubblico nemmeno, disertando l’incontro. Sembrava finita, eppure quasi quattro anni più tardi, ai giorni nostri, siamo stati attoniti spettatori di una breve guerriglia mediatica sul VASIMR, in puro stile Edison – Westinghouse, di cui abbiamo fatto una sintesi ad uso e sollazzo dei nostri lettori. Sembra fiction, ma è pura realtà.

CostaRicaStar12 marzo 2015: Altolà! Chi va là? Lo sviluppo del VASIMR è ormai in fase avanzata ma stranamente non arriva dalla NASA nessun segnale positivo a proposito dell’installazione di un prototipo del motore sulla ISS, che sembrava ormai cosa certa. Il 12 marzo Jaime Lopez, giornalista del Costa Rica Star, riferisce di recenti contatti avuti con l’ufficio per il commercio e gli investimenti esteri di Londra e lo scienziato inglese Stephen Harrison dell’agenzia spaziale britannica a proposito della collaborazione tra l’industria inglese e la Ad Astra Rocket Company (‘azienda costruttrice del VASIMR), diretta e controllata da Chang-Diaz. In quella sede si fa riferimento a generici ostacoli posti di recente allo sviluppo del futuristico propulsore.

SEN nasa NIXESLa bomba esplode il 17 marzo con un comunicato stampa dello Space Exploration Network a firma di Irene Klotz, che titola “La NASA nega ad Ad Astra Rocket Company il test a bordo della stazione spaziale” e riferisce a proposito di un email ufficiale della NASA, in cui si legge che “la stazione spaziale non era la piattaforma ideale per dare dimostrazioni sul livello di efficienza del motore” e cita gli alti consumi di elettricità e la troppo breve durata dei test come motivi per la cancellazione del tanto atteso esperimento a bordo della ISS. Eppure solo pochi anni prima, nel dicembre 2008, Chang-Diaz e la NASA avevano firmato un accordo in cui si dava atto dell’esecuzione di studi congiunti e perizie a sostegno del test sulla ISS, che avevano portato inoltre alla realizzazione del prototipo denominato VF-200. Si registrano incredulità e proteste tra gli addetti ai lavori e gli space enthusiasts.

MailOnlinePrimo aprile 2015, Mail Online UK alza i toni, ma non è un pesce! Anzi, riprende la dichiarazione di Chang-Diaz che quattro anni fa scatenò maggiormente le ire di Zubrin, ovvero: “Con VASIMR Su Marte in 39 giorni!” Un articolo di Jonathan O’ Callaghan annuncia i piani della NASA per ottenere significativi avanzamenti tecnologici in 12 settori, tra cui la propulsione, grazie al programma NextStep (Next Space Technologies for Exploration Partnership). Viene annunciato anche un nuovo prototipo del VASIMR, chiamato VX-200-SS.

YIBADA2/4/2015 l’agenzia Yibada titola: “ll fantastico motore stellare VASIMR porterà gli astronauti su Marte in 39 giorni”, ma precisa che il motore dovrà essere collegato a un generatore elettronucleare a fissione molto più potente di quelli costruiti fino ad oggi.
La confusione è totale: VASIMR è un “oak” (un bidone – come dice Zubrin), o rappresenta un vero balzo in avanti tecnologico nel settore della propulsione spaziale? Chang-Diaz è un simpatico cialtrone che si è appropriato per anni dei contributi federali, usando la NASA per i suoi scopi, oppure è una specie di eroe moderno, a un tempo astronauta, fisico dalle idee rivoluzionarie, stratega finanziario e manager, un secondo Elon Musk? Tutto è pronto per la seconda deflagrazione, che infatti arriva puntuale il giorno dopo.

TheCitizen3/4/2015 Questa volta il più svelto è The Citizen che titola: “La Clear Lake Rocket Company vince un importante contratto NASA”. I cronisti balzano dalla sedia: “ Clear Lake Rocket Company?! – e chi diavolo sono questi ?!” Niente, niente, falso allarme. L’azienda che ha vinto è Ad Astra Rocket Company, con base a Webster, Texas. A Clear Lake (un’altra località texana) si trova la camera a vuoto di proprietà della stessa azienda, un’impianto molto costoso usato per i test avvenuti nel 2013, che probabilmente guadagnarono al VASIMR il primo posto nel settore propulsione del NextStep. Il premio vale 10 milioni di dollari in tre anni.

Motley FoolMa allora che succede? Chang-Diaz vince o perde? Ma naturalmente vince, vince, vince! 10 milioni valgono bene un test sulla ISS! Al quale Chang-Diaz, si badi bene, non ha mai ammesso di voler rinunciare. Nei giorni seguenti si registrano altri interventi che però non aggiungono niente di sostanziale a quanto già detto: il 4/4 Huffpost Science (The Huffington Post), l’ 8/4 Deccan Chronicle, e il18/4 buon ultimo l’impareggiabile The Motley Fool, che titola: “Niente motore a curvatura per la NASA, ma abbiamo qui il miglior nuovo propulsore”.

La polemica si spegne tanto velocemente quanto era avvampata. Change-Diaz e VASIMR continuano la loro corsa verso Marte e (forse) la gloria. E Zubrin? Questa volta non si è fatto proprio sentire…. Chissà.

 

ROBERTO FLAIBANI

27 aprile 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Scienze dello Spazio | , , , , , | 3 commenti

Dio e il computer

Uno dei pericoli nei cui confronti la fantascienza e l’antiutopia hanno da sempre messo in guardia è lo strapotere delle “macchine” (in senso lato) sull’uomo, il fatto che ad esse potesse venire delegato tutto con due possibilità negative: da un lato che, presa coscienza di se stesse, alla fine imponessero il loro volere sugli esseri in carne ed ossa, e dall’altro che, pur non diventando “coscienti”, divenissero così indispensabili da portare l’umanità ad una crisi mortale nel caso di un loro generale non funzionamento.
Si pensi che quest’ultima ipotesi critica risale addirittura al 1909 quando E. M. Forster, in seguito divenuto famoso col suo Passaggio in India (1924), scrisse un lungo racconto intitolato Quando le macchine si fermano che era una critica alla società razionalizzata al massimo descritta da Wells nel suo Una utopia moderna (1904).

dio1Si pensi cosa succederebbe oggi se all’improvviso tutti i computer del mondo per cause misteriose smettessero di funzionare: la società globale collasserebbe integralmente perché, in genere, non si sono previste alternative durature ad un loro blocco: attualmente i computer governano e gestiscono praticamente tutte le attività complesse: trasporti aerei, ferroviari, autostradali; banche e finanza; comunicazioni di tutti i tipi, mass mdia, giornali e televisione; industrie; politica; grande distribuzione alimentare. Sarebbe il crollo di una intera civiltà. E.M. Forster un secolo fa immaginava una umanità che, delegata ogni e qualsiasi cosa alle macchine, si rifugia nel sottosuolo, ogni umano in un suo cubicolo servito da mille accessori, che non ha più contatti diretti con gli altri. Nel momento in cui “le macchine si fermano”, la società implode, va in malora e si salvano soltanto i pochi che ancora vivono da soli sulla superficie del pianeta, considerati dei matti, degli eversivi o degli stravaganti.
Uno scrittore americano, noto a torto soprattutto per i suoi racconti fulminanti con capovolgimento di scena finale, Fredric Brown, oltre all’imitatissimo Sentinella, ne ha scritto un altro, La risposta (1954) in cui uno scienziato allo scopo di sapere se Dio veramente esiste effettua il collegamento fra tutti i computer del mondo ed una volta posta la fatale domanda ed abbassata la leva del collegamento fra essi, la leva si blocca e non si può più alzare, e contemporaneamente arriva la risposta: “Adesso dio esiste!”. Un anno prima Arthur Clarke ne I nove miliardi di nomi di dio  fa calcolare questo numero ad un computer ma, appena conclusa l’operazione, l’uomo ha esaurito il suo compito, non c’è altro da fare e inevitabilmente avviene la fine del mondo. Questo si ammoniva già sessanta anni fa, quando quello che allora si chiamava “cervello elettronico” era agli esordi…

dio2Tutto questo immaginario fantascientifico ritorna con prepotenza alla mente guardando intorno quanto avviene e che è stato anche denunciato da alcuni scienziati che non seguono il conformismo generale: la pratica di affidarsi per le comunicazioni esclusivamente a internet e alla posta elettronica contribuisce ad annullare i contatti personali e chiude gli utenti in una specie di bozzolo che comunica soltanto attraverso le macchine Inoltre, riduce e rende sempre più elementari e concise le comunicazioni. Non “apre al mondo” come si suol dire, ma viceversa chiude al mondo, con tanti saluti per chi vede, al contrario, nella Rete il massimo della “socialità”.In Giappone, dove tutto ciò è stato portato al parossismo, esiste una sindrome che colpisce soprattutto i ragazzi condannandoli ad una specie di autismo. Sindrome studiata da psicologi e sociologi.

dio3Non solo, ma – come esclusivamente negli Stati Uniti poteva accadere – sembra che stia nascendo e diffondendosi una nuova religione “tecnologica” che ha per divinità…. Google! Da adorare, cui rendere tributi e devozione. Perché? Ma semplicemente perché il più famoso motore di ricerca esistente ha assunto pian piano agli occhi dei suoi utenti gli attributi della divinità: l’onniscienza e l’onnipresenza, almeno. Quanto all’onnipotenza ci manca poco e di sicuro avverrà! Il Dio Google sta dappertutto ed in ogni luogo: a Lui si può accedere da ogni terminale che puoi trovare ovunque, a Lui si può far ricorso e chiedere un aiuto da ogni dove. Il Dio Google sa tutto, offre una risposta ad ogni domanda, sempre che gli si pongano domande adeguate, soddisfa ogni richiesta di informazioni e di documentazione, anche troppe spesso e volentieri. Il Dio Google è anche un po’ oracolo: come l’oracolo di Delfi devi sapere come interpretare per bene le Sue riposte che possono essere di molteplice significato, perché molteplice è il materiale di risposta che ti offre. Se sbagli a capire in fondo è colpa tua, Lui ti ha detto tutto… Ma il Dio Google può essere anche un dio falso e bugiardo: infatti, ti può fornire soltanto le risposte che Lui ritiene meglio poter selezionare. Il Dio Google potrebbe essere quindi una divinità fasulla, un oracolo volutamente fallace, come documenta un gruppo di giornalisti che, sotto la firma complessiva di Erik Gunnar Tryo, ha pubblicato tempo fa l’intrigante GoogleCrazia per le Edizioni Leconte.

dio4Non sappiamo se al Dio Google, all’Oracolo della Rete, i devoti rechino offerte casalinghe da depositare la sera, prima di andare a dormire o prima di porre le proprie domande, se Gli rivolgano devozioni quotidiane nel salotto o nello studio dove il computer è sistemato, se accendano lumini intorno a Lui, oppure se si arrivi al punto di fare sacrifici cruenti…. Magari gli rivolgeranno le “litanie elettroniche” immaginate da Robert Silverberg nel suo Violare il cielo (1967)

 

GIANFRANCO de TURRIS

14 aprile 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , | Lascia un commento

Un sottomarino su Titano

Titan-6Che Titano, una luna di Saturno, sia uno dei posti più interessanti del Sistema Solare, lo sanno tutti. Possiede un’atmosfera, oceani liquidi e montagne che portano nomi tratti dal Signore degli Anelli. Inoltre si discute sulla possibiltà di trovare laggiù perfino indizi dell’esistenza della vita. Nel frattempo, le agenzie spaziali si danno da fare con qualcos’altro, per esempio un sottomarino che ne esplori gli oceani.

L’idea di base sel sottomarino viene dopo anni di fly-by eseguiti nel corso della missione Cassini-Huygens e dopo l’atterraggio, nel gennaio 2005, del lander europeo Huygens, che rivelò le incredibili  caratteristiche di Titano. Quando verrà il  turno di questa esplorazione marina? Evidentemente dopo Marte ed Europa. La NASA ha dichiarato che il primo sottomarino potrebbe essere trasportato sulla luna di Saturno dopo il 2040 nel corso di una missione senza equipaggio.

L’idea originale e il progetto sono stati sviluppati dal COMPASS TEAM del Centro Glenn della NASA e dal Laboratorio di Fisica Applicata (il video allegato ne illustra abbastanza bene le idee base). Il sommergibile peserà circa una tonnellata, sarà dotato da un sistema di propulsione tradizionale e pronto per una missione di 90  giorni nell’oceano artico di Titano. Si attendono difficoltà non tanto nell’atterraggio (Cassini-Huygens ha fornito così tanti dati in questo senso) ma per la missione in se stessa. Non si sa niente dell’ambiente sub-superficiale, anche se sono state rilevate maree e correnti. Inoltre, dato che la gravità è assai minore che sulla Terra (intorno a 0,14 g.), alla profondità di oltre 500 metri nel Mare Kranken (il più vasto bacino polare di Titano), la condensazione dell’azoto e il freddo creeranno molte barriere tecnologiche.

Titan-2“Da molti punti di vista un sottomarino su Titano presenta requisiti di autonomia comparabili con uno terrestre e le considerazioni d’ordine propulsivo e idrodinamico sono simili. Comunque, la trasmissione diretta di un proficuo ammontare di dati attraverso mlioni di km fino alla Terra richiede una grande antenna, installata come una pinna dorsale ultrasonica”.(Lorenz et. al, 2015, at the 46th Lunar and Planetary Science Conference)

“Si suppone che il veicolo esegua l’ammaraggio nel centro di Kraken-1, un posto sicuro. Dopo qualche test di tipo marino, il veicolo si dirigerà verso nord per osservare il flusso della marea passare attraverso il labirinto di Ligeia-Kraken, e forse rilevare il liquido maggiormente ricco di metano fluire da Ligeia verso l’equatore. L’imbarcazione quindi volgerà la sua rotta verso occidente per esplorare la linea di costa di  Kraken e indagare sul flusso di marea nella strozzatura” (Lorenz et. al, 2015, at the 46th Lunar and Planetary Science Conference).

 

traduzione di ROBERTO FLAIBANI

 

Per saperne di più:

Titano, un mondo a parte

Esplorare i laghi polari  di Titano

 

edizione originale di Stephen P. Bianchini

apparso per la prima volta sul blog Serious Wonder il 13 Febbraio 2015.

 

 

 

 

 

 

7 aprile 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia | , , , , | 2 commenti

Il gigante gassoso e la sua corte

gioveLa congiuntura economica sfavorevole sembra essere alle nostre spalle, e negli Stati Uniti le spese per le Scienze dello Spazio tendono ad aumentare, specialmente quelle relative all’esplorazione del Sistema Solare. C’è nell’opinione pubblica, ed ancor più nel Congresso, una forte curiosità per Europa, la luna di Giove, suscitata dalla presenza (assai probabile) di un grande oceano d’acqua all’interno di essa, che potrebbe ospitare un’intera biosfera e forme di vita complesse. Il bilancio preventivo per il 2016 della NASA, infatti, è aumentato di oltre mezzo miliardo di dollari rispetto a quello corrente, e si prevede che la tendenza continui almeno fino al 2019. Tra i più attenti a cogliere il momento positivo e ad interpretare glli umori dell’opinione pubblica, è stato il gruppo di esperti lobbisti della Planetary Society, che si sono battuti fieramente a favore dell’aumento dei fondi destinati alla NASA, risultando determinanti in svariate occasioni. E devono veramente aver fatto breccia nel cuore della gente se hanno incassato proprio in questi giorni, loro che lavorano esclusivamente grazie a contributi volontari e all’autofinanziamento, il più cospicuo regalo della loro storia offerto da una singola persona, pari a 4,2 milioni di dollari!

juno+Ah, l’America …. I nostri paperoni, che pure ci sarebbero, non vanno oltre le Cayman.

Ecco dunque spiegato il frenetico attivismo in cui la Planetary Society si è lanciata nelle ultime settimane, con parecchie nuove assunzioni nel Quartier Generale di Pasadena, e il tentativo di costruire una vera rete di sostenitori in tutto il mondo. Da parte sua, il Tredicesimo Cavaliere non ha tardato a farsi sentire, mettendo a disposizione della Society tutta la potenza delle sue bocche da fuoco. La sua Santa Barbara, secondo il più recente inventario, risulta costituita da una scatola di fiammiferi controvento e quattro petardi natalizi. La Society ha immediatamente risposto offrendo il posto di correttori di bozze per i sottotitoli italiani del loro materiale audiovisivo, posizione che l’equipaggio degli astrononni (nessuno ha meno di 50 anni, salvo “il pivello”) ha entusiasticamente accettato. Per aspera ad astra, incrementis.

 La NASA suddivide le sue missioni in tre categorie, definite in base al limite di spesa:

Discovery (limite di spesa 450 milioni di dollari) molto popolari tra gli ingegneri e gli scienziati dell’Agenzia per la velocità con cui possono essere ideate, assemblate e lanciate anche se a scapito della completezza dei dati scientifici ottenuti. Le missioni Discovery sono di esclusiva competenza della NASA, dalla individuazione dell’obbiettivo fino al termine del ciclo operativo. Questo profilo è stato definito e ufficializzato nel 1992, ed è stato utilizzato in 28 missioni, di cui 7 dirette verso Venere, 9 verso asteroidi o comete, e le altre da dividersi tra Luna e Marte. Il limite di spesa imposto a questa classe di missioni ne ha limitato fino ad oggi il raggio d’azione al Sistema Solare interno. Ma la comunità scientifica è preoccupata per la mancanza quasi totale di missioni attive nel Sistema Solare esterno che si verificherà nel prossimo decennio a causa dei tagli del bilancio NASA effettuati negli anni scorsi. Il metodo migliore per mitigare il danno sembra essere quello di favorire al massimo l’accesso al Sistema Solare esterno delle missioni di classe Discovery. La NASA ha compiuto un gesto concreto decretando che, da subito, nel bilancio di missione tutte le spese che cadono sotto la voce “operazioni”, vengano conteggiate a parte, e senza concorrere più, come già quelle relative al lancio e alla messa in orbita, al raggiungimento del tetto di spesa prefissato. Gli scienziati hanno risposto presentando dei progetti di classe Discovery di concezione radicalmente nuova: IVO, ELF, Kuiper e LIFE. In questo articolo parleremo di IVO, lasciando gli altri a una prossima occasione.

ganymedeNew Frontiers, (limite di spesa 1000 milioni di dollari). Le missioni vengono scelte e finanziate con un curioso meccanismo di divisione delle responsabilità tra Governo, Congresso e NASA, ma pagate con fondi provenienti dal bilancio di quest’ultima. Questo programma ha avuto inizio nel 2006 e ha dato vita fino a oggi a tre missioni: New Horizons, ormai in vista del suo principale obiettivo, Plutone; JUNO, che orbiterà intorno a Giove a partire dal 2016 per studiarne la magnetosfera; OSIRIS-REX, data di lancio prevista 2016, che studierà in maniera intensiva e riporterà a Terra dei campioni prelevati da alcuni asteroidi ricchi di materiale organico. La NASA sembra decisa ad emettere un nuovo bando nel 2016, che consentirebbe di avere le sonde pronte al lancio nel 2023.

Flagship, nessun limite di spesa. Si tratta di sofisticate missioni dotate di numerose, grandi e complesse apparecchiature atte a compiere ricerche ed esperimenti estesi e approfonditi. Hanno tempi di realizzazione lunghi, che possono risentire dei sentimenti dell’opinione pubblica e di tendenze macroeconomiche. Se ne può realizzare una ogni dieci anni, se va bene. Gli obiettivi che si pongono sono di livello strategico, e vengono decisi su delega presidenziale da un gruppo di super-esperti chiamato Planetary Science Decadal Survey. Il finanziamento grava interamente sul bilancio federale, sotto il controllo del Presidente. Gli esempi più recenti e indimenticabili di questa classe sono state le missioni Galileo e Cassini.

fiondamejoConsegnata la palma di missione Flagship (in pectore) a Europa Clipper per ovazione popolare, e riconosciuti i limiti della classe Discovery , appare chiaro che saranno le missioni classe New Frontiers quelle a cui saranno assegnati i compiti più importanti nei prossimi dieci o vent’anni. Il luogo più affollato negli anni ’30 sarà senza dubbio il Sistema Gioviano. Al centro del sistema c’è naturalmente il gigante gassoso, che emette più energia di quanta ne riceva dal Sole, con grave pericolo per la strumentazione che deve essere adeguatamente schermata, e il suo poderoso campo di gravità che rende possibile un energico giro di fionda gravitazionale alle astronavi in transito nel caso volessero cambiare rotta e/o aumentare velocità. Intorno al gigante ruotano la bellezza di 67 satelliti naturali, e lungo la sua orbita, nei punti di librazione L4 e L5 del sistema Sole-Giove, sono ospitati oltre 6000 asteroidi cosidetti Troiani. I quattro satelliti maggiori, ovvero Io, Europa, Callisto e Ganimede, completano il quadro offerto ai ricercatori.

europaIl primo robot terrestre in arrivo, come sappiamo, sarà JUNO nel 2016, il secondo veicolo della classe New Frontiers. Tra il 2028 e il 2032 circa, sarà la volta dell’europeo JUICE, che indagherà su Europa, Callisto e sopratutto Ganimede, il più grande dei satelliti di Giove e di tutto il Sistema Solare, sospettato di contenere anch’esso un oceano d’ acqua, proprio come Europa. Si tratta di un veicolo di classe L (large – limite di spesa 900 milioni di euro) che dimostra quanto l’Europa sia interessata a giocare le sue carte in questa assemblea scientifico-tecnologica.

Un’altra missione classe New Frontiers, chiamata Trojan Tour & Rendezvous, è attesa nelle zone degli asteroidi Troiani, che percorrono la stessa orbita di Giove. La composizione chimica e geologica di questi piccoli corpi celesti costituisce un caso scientifico ancora irrisolto: potrebbero essere composti di metallo e roccia e quindi essere simili a Ceres e agli altri asteroidi della Cintura Principale, che sono stati validamente sottoposti a indagine dalla sonda Dawn in questi ultimi mesi. Oppure potrebbero essere composti di rocce porose, gas volatili e acqua, come le comete. Conoscere la risposta sarebbere di grande aiuto per i ricercatori che cercano di scrivere la storia del Sistema Solare. I Troiani sono così ambiti come oggetti di ricerca, che nella zona dovrebbe presentarsi anche un’ospite illustre da tempo annunciato: la sonda giapponese erede di Ikaros, per l’occasione equipaggiata da una vela solare più grande e da un motore a ioni.

Ci sarà infine una missione dedicata all’osservazione di Io, e qui le cose si complicano. Di sicuro quel corpo celeste merita parecchia attenzione: appena più grande della nostra Luna, è in rapporto di risonanza orbitale 4:2:1 con Ganimede ed Europa, e il suo nucleo ferroso interagisce fortemente con la potente magnetosfera del gigante. Ma è l’attrazione gravitazionale integrata di questi tre attori che provoca i maggiori sconvolgimenti sulla piccola luna, che, sottoposta a contiui stress, dà origine a sempre nuove bocche vulcaniche e colate laviche sulla superficie, per la necessità di dar sfogo alle enormi pressioni e temperature createsi all’interno, scaricando in tutto il Sistema Giovano tonnellate e tonnellate dei materiali più diversi. Ebbene, se osserviamo i programmi delle classi New Frontiers e Discovery scopriamo che ambedue propongono missioni dedicate all’osservazione di Io. Nel primo caso si parla di un veicolo denominato Io Observer, che risiederà in un’orbita larga intorno al gigante svolgendo la maggior pare delle indagini in una situazione di relativa sicurezza rispetto all’intensa emissione di radiazioni provenienti da Giove. Periodicamente la sonda si lancerà in profondi quanto veloci flyby di Io per integrare le osservazioni effettuate dall’orbita.

ioMa dicevamo che è stato presentato anche un progetto per una missione di classe Discovery, sempre dedicata a Io. La missione Io Volcano Observer (IVO) dovrebbe operare da un’orbita polare gioviana, effettuando anch’essa periodici flyby di Io. La sonda conterrà non più di cinque apparecchi: due telecamere, una camera termografica all’infrarosso, un magnetometro e uno spettrometro di massa. L’apparato radio in dotazione controllerà anche la velocità del veicolo, e a bordo verrà installato un sistema ottico di trasmissione dati di nuova concezione. L’attenzione dei ricercatori sarà concentrata sulle sorgenti e l’estensione dell’attività vulcanica di Io e gli effetti della dispersione nell’ambiente gioviano del materiale proveniente dall’interno della luna. La durata della missione è fissata in 22 mesi, ma potrebbe essere prolungata fino 6 anni, in caso di necessità.

Tra il 2027 e il 2032, probabilmente, farà il suo ingresso nello spazio gioviano l’ammiraglia di questa flotta di esploratori, Europa Clipper, a cui oggi sono demandate le maggiori speranze di trovare finalmente la vita nel Sistema Solare.

A meno che JUICE….

ROBERTO FLAIBANI

FONTI

31 marzo 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | Lascia un commento

Ma gli androidi mangiano Spaghetti Elettrici ?

BladeRunnerMangiaEatalian Sci-Fi, più Italian Institute for the Future, più gli Androidi…

Se riconoscete la citazione insita nel titolo dell’articolo e dell’antologia siete degli appassionati di FS veri, di quelli che sanno che “Blade Runner” è un film tratto dal racconto di P.K.Dick intitolato “Gli androidi sognano pecore elettriche?” (sottinteso la sera prima di addormentarsi), titolo italiano “Il Cacciatore di Androidi”.

Grande film, cult movie eccetera.

Noi (chi scrive, più Francesco Grasso Marco Minicangeli, ottimi scrittori di FS) siamo i curatori di questa antologia di ben 18 racconti di autori italiani di fantascienza gastronomica, ossia di racconti di vera fantascienza aventi per tematiche il rapporto con il cibo dei singoli, dell’umanità, sostanzialmente nel prossimo futuro, il tutto come iniziativa nel quadro delle attività della EXPO 2015.

L’antologia contiene ottimi racconti e le tematiche trattate sono a dir poco alla moda, “sensibili” e fra ottimismo e pessimismo. Perché se si parla di cibo e di futuro non ci si può non fare molte domande, e le risposte a volte sono inquietanti o peggio non ci sono proprio. Eppure la EXPO sta per iniziare e verrà frequentata da venti milioni di persone, diconsi 20.000.000 e scusate se è poco. Diventerà fra poco una onnipresente tematica su tutti i media, in tutte le salse, dallo spettacolo fine a se stesso fino alle analisi scientifiche.

Cover_FiuggiSeguite questo link per leggere la prefazione alla antologia, scritta da Roberto Paura dell’Italian Insitute for the Future, interessantissimo gruppo di giovani menti che da Napoli riflettono sulle implicazioni del futuro in Italia e nel Mondo, mentre qui troverete il blog del “gruppo” di Eatalian Sci-Fi che ha dato vita all’antologia.

Nell’antologia ci sono quattro racconti scritti da donne, il che la rende la prima antologia in assoluto con un così alto numero di scrittrici. Perché le donne non scrivono fantascienza, dato che non la leggono. Dite di no? Ne riparleremo, comunque in coda alla raccolta c’è un articolo dal titolo: “In cauda venenum: perché le donne non leggono (e non scrivono) fantascienza?

C’è da preoccuparsi per il futuro del cibo dell’umanità?

Sì.

Massimo Mongai

26 marzo 2015 Posted by | Fantascienza, News | , , , | Lascia un commento

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