Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Mappa dei corpi solidi del Sistema Solare

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Ultimamente abbiamo fatto amicizia con il cordialissimo Stephen P. Bianchini, uno studioso di statistica e scienze sociali, appassionato di fantascienza, che vive nella zona di Edimburgo. Stephen collabora con Serious Wonder e con Amazing Stories e ha uno splendido blog tutto suo chiamato The Earthian Hivemind. Per quanto riguarda la collaborazione tra noi (resa più semplice dal perfetto bilinguismo di Stephen) abbiamo deciso di rendere i rispettivi archivi vicendevolmente accessibili, perciò vedrete tra breve i migliori articoli del Tredicesimo apparire, tradotti in inglese, su The Earthian Hivemind, e viceversa. Cominciamo noi proponendovi questo pezzo sulla stupefacente Mappa dei corpi solidi del Sistema Solare (RF)

Questo XKCD è davvero un sito meraviglioso (se ancora non lo conoscete andateci subito, non ve ne pentirete). Ogni tanto qualcuna delle loro realizzazioni grafiche appare dotata di una particolare potenza concettuale, come questa mappa “vecchio stile” che mette insieme tutti i corpi solidi del Sistema Solare.

Non ci sorprende che il nostro pianeta risulti primo, in fondo stiamo parlando di pianeti solidi, ricordatelo, perciò niente giganti gassosi o ghiacciati. Mentre Venere, gemello minore della Terra, è secondo per un soffio. Ganimede, nel sistema di Giove, è la luna più grande del Sistema Solare, e con i suoi 5262 chilometri di diametro è più grande anche di Mercurio e all’incirca della taglia di Marte. La nostra Luna, seppure più piccola di altre, raggiunge comunque una stazza considerevole, specie se paragonata per dimensioni alla Terra (e questo ha provocato la presentazione di una serie di ipotesi riguardo alla sua formazione). Altre lune sono altrettanto impressionanti per diverse ragioni, come il bellissimo Titano (un’altra bella fetta della mappa) o la strana Miranda (vedere questo articolo se si vuole saperne di più).

Nella parte bassa della mappa c’è una sorta di regione residuale, che raccoglie tutto il resto del materiale solido del Sistema, come le lune minori, le comete e così via. Alcune delle lune minori sono davvero piccole, e non solo le grandi lune possono avere le loro lunette (e le maltrattano pure, come Giapeto che potrebbe aver usato la propria per creare le sue montagne), ma possono anche altri piccoli corpi celesti come gli asteroidi. Un esempio? L’asteroide Ida, diametro massimo 30 chilometri, ha una lunetta in orbita intorno a se: è lunga quasi un chilometro e mezzo e la chiamano Dactyl. E’ così minuscola che solo la sonda Galileo nel 1993, sfilandole accanto a 9600 chilometri di distanza, fu in grado di scoprirla.

Qualche altra cifra può interessare: il Sole da solo si aggiudica il 99% della massa del nostro sistema planetario. Dei rimanenti corpi celesti, Giove è di gran lunga il maggiore (il suo raggio è pari al 10% di quello del Sole). Potrebbe contenere circa 1321 Terre e pare che nel corso della sua evoluzione abbia inghiottito un rivale più piccolo, il che giustificherebbe la sua stazza.

solar_system_no_sunPer concludere, solo una breve nota finale. La sonda “New Horizons” raggiungerà Plutone all’inizio dell’estate e a lugliio sarà alla distanza minima prevista dal pianeta nano. Voglio calcare la mano sull’aggettivo “piccolo” mentre voi osservate la mappa. Il diametro di Plutone è pari a soli 2368 chilometri, circa la metà della distanza che separa la California dal Maine. Ma non mi sento di raccomandarvela come scampagnata in macchina.

traduzione di ROBERTO FLAIBANI

editing STEPHEN P. BIANCHINI

DONATELLA LEVI

Titolo originale “Solid Bodies in the Solar System – a great map”

pubblicato il 3 gennaio 2015 da The Earthian Hivemind.

Creedits: XKCD, NASA-JPL

23 febbraio 2015 Posted by | Astrofisica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , , , , | Lascia un commento

Quei visionari dello spazio che cambiarono il mondo…(seconda parte)

La prima parte di questo imperdibile articolo sui grandi visionari dell’astronautica era dedicata a Wernher von Braun e Sergei Korolev. La seconda parte, che vi proponiamo qui di seguito, è dedicata a Elon Musk e SpaceX, e alla ISS, con le sue caratteristiche innovative e le potenzialità per il futuro dell’astronautica commerciale. Come traduttore, posso dire che è stato uno dei lavori più appaganti e divertenti che abbia mai fatto, come space-enthusiast raccomando ai lettori di favorire al massimo la sua diffusione. Non può venirne che del bene. (RF)

 

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Negli Stati Uniti, a dispetto dei tagli di bilancio e delle false promesse elettorali che colmano il vuoto lasciato da leader visionari come von Braun, lo spirito della Corsa allo Spazio rimane scolpito nel codice genetico stesso del paese. Possiamo comprenderlo ancora più chiaramente se immaginiamo il corso che avrebbe preso la storia senza von Braun e Korolev. (nell’immagine: Elon Musk)

Supponiamo che la V-2 fosse stata considerata esclusivamente un armamento missilistico, senza che nemmeno un po’ del lavoro venisse destinato al volo spaziale. Supponiamo anche che i sovietici, invece di Korolev, avessero scelto un ingegnere dalla mentalità meno aperta per elaborare i dati della V-2 e costruire una flotta di missili intercontinentali, tale che non avrebbero più potuto esserci ripensamenti a favore del volo spaziale. Niente Sputnik, niente Gagarin, niente “I Magnifici Sette” del Progetto Mercury, nessun progetto Gemini o Apollo, nessuna flotta di sonde robotiche a percorrere per anni il Sistema Solare. E nemmeno i satelliti per le comunicazioni, e nessuna delle tante ricadute scientifiche di cui godiamo al giorno d’oggi. Tutt’al più potemmo supporre che ci sarebbero aerei-spia stratosferici e palloni sonda, e vasti silos di missili intercontinentali dal grilletto facile, con tutto il denaro investito nella Corsa allo Spazio deviato verso il Pentagono.

È uno scenario grigio e deprimente, incapace di darci un presente migliore dell’attuale, ammesso che ci fosse stato un presente e non delle rovine radioattive fumanti. Questo è ciò da cui il sogno di von Braun e Korolev potrebbe averci salvato, quanto meno ci ha portato un’esistenza più interessante rispetto al graduale sviluppo che si sarebbe probabilmente verificato nel corso degli anni 40.

Ma, lasciate da parte le congetture, abbiamo visto la stagnazione che ha seguito la scomparsa di Von Braun e Korolev dal mondo post-Apollo: i progetti d’avanguardia coraggiosi e anche pericolosi verso frontiere inesplorate sono stati sostituiti dai timidi disegni dei burocrati. Da parte americana, un ambizioso nuovo satellite, voluto dai politici per alimentare il sistema dei fondi neri congressuali piuttosto che le necessità del volo spaziale è finito in nulla; da parte sovietica, una serie di stazioni spaziali in bassa orbita terrestre ha accumulato record di durata nello spazio e poco più. L’ispirazione e l’avventura dello spazio sono state divorate da contabili della scienza, che volevano una serie di insignificanti esperimenti controllati piuttosto che una frontiera da penetrare e sperimentare con audacia.

Musk4A dispetto dell’inattività delle istituzioni, il contagio del sogno spaziale non è andato però perduto. Anzi, si è diffuso nel tessuto dei programmi spaziali nazionali e profondamente radicato nei cuori di milioni di persone in tutto il mondo grazie a quello che avevano visto: in particolare in un bambino sudafricano, e futuro immigrante negli Stati Uniti, che rispondeva al nome di Elon Musk (nell’immagine qui accanto) .

Come multimilionario informatico di fine secolo, nessuno negava che fosse un brillante imprenditore, ma il suo obiettivo di colonizzare Marte, dichiarato nel 2002 (quando lanciò SpaceX), venne accolto con un sorriso indulgente e non riscosse alcun credito. Non era il timoniere del settore tecnologico d’avanguardia di una superpotenza, come furono Korolev e Von Braun, ma solo un tizio con un po’ di soldi, e nemmeno abbastanza da essere classificato come uno dei più ricchi fra i suoi colleghi della Silicon Valley.

Così, quando nella prima metà del decennio scorso fu messo in discussione al Congresso il programma della NASA chiamato COTS (Commercial Orbital Transportation Services), era improbabile che SpaceX ed Elon Musk sarebbero stati nominati. Infatti, al di là di alcuni illustri portabandiera, il Congresso era più o meno indifferente all’idea, e l’approvò soprattutto perché piaceva la retorica del mercato libero che era stata appiccicata al progetto nel momento in cui fu messo in discussione, dando l’impressione che non ci fosse pericolo per le vacche sacre di nessuno.

Senza riguardo per ciò che la NASA aveva immaginato per COTS, (in realtà a dispetto di quanto essa avesse mai prefigurato o realizzato sotto qualsiasi programma), l’interesse complessivo del congressisti nelle attività della NASA consisteva giusto nel preoccuparsi che il massimo dei finanziamenti federali entrasse nei rispettivi stati e distretti, e da lì nei loro fondi elettorali. Per loro, dunque, COTS era semplicemente un’altra voce di bilancio che, grazie a uno schema operativo appena differente, poteva portare denaro a Lockheed Martin, Boeing o alle altre aziende ben introdotte.

SpaceX(nell’immagine: un missile della SpaceX)

Invece, un piano che non aveva quasi alcuna importanza per il Congresso fu fatto proprio con entusiasmo dalla NASA come un modo per ridurre leggermente i costi di una parte del suo programma, e fu poi “dirottato” da Elon Musk, alterando in modo radicale e definitivo la struttura economica e il progresso del volo spaziale. Musk sfruttò ogni sinergia che riuscì a trovare tra i modesti obiettivi della NASA e quelli propri ben più radicali, spingendo l’evoluzione della tecnologia di SpaceX e la rapida crescita della sua infrastruttura. E nessuno l’aveva visto arrivare…

I notevoli risultati di SpaceX rivitalizzarono tutto il sistema, spingendo la NASA a essere più ambiziosa e i sostenitori del COTS nel Congresso a promuovere il programma per il volo con equipaggi privati. Solo a quel punto le forze conservatrici all’interno del Congresso cominciarono a osservare con preoccupazione SpaceX, pur senza considerarlo ancora una minaccia. Dopo tutto trasportare carichi commerciali era una cosa, ma di sicuro i voli con equipaggio erano ancora al di là delle loro possibilità. Gli uomini di Boeing e Lockheed si rassicuravano l’un l’altro dicendo che questo programma sarebbe stato un punto a favore per le loro società, e che SpaceX sarebbe potuto diventare tutt’al più un socio di minoranza nel sistema.

Tanta fiducia, comunque, svanì rapidamente di fronte ai progressi sempre più veloci e drastici di SpaceX, che offriva prezzi molto al di sotto di semplici vantaggi competitivi e sviluppava continuamente hardware che non era  nemmeno allo stadio iniziale di ideazione da parte dei principali appaltatori. Prima che questi politicanti se ne accorgessero, e grazie all’assistenza tecnica e finanziaria della NASA, una compagnia di cui qualche anno prima avevano a malapena sentito parlare, cominciava ora a minacciare l’esistenza stessa di grandi società multimiliardarie attive da molti anni, con relazioni nel Congresso solide come la roccia.

Prese dal panico, le più potenti fra loro hanno ripetutamente tentato di far diminuire i finanziamenti ai progetti commerciali assegnati a SpaceX e cercato di convincere le agenzie governative a creare ostacoli per impedire che Musk ne trovasse altri. Ma la popolarità di SpaceX e il suo peso politico sono cresciuti ancor più in fretta delle sue capacità tecniche, e sembra che nel giro di pochi anni si trasformerà dall’ultimo arrivato a essere semplicemente il Programma dei Record.

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(nell’immagine: la Stazione Spaziale Internazionale – ISS)

Proprio come von Braun si era impadronito di un’arma cinica e crudele per inseguire un sogno di meraviglia e di pace; come Korolev aveva stornato lo stesso programma militare stupido e privo di ingegno per il suo stesso popolo verso realizzazioni che saranno ricordate a lungo dopo che il nome dell’Unione Sovietica sarà stato dimenticato; e proprio come von Braun aveva risvegliato un potere timido e pragmatico per arrivare sulla Luna “perché è difficile”; così pare che presto (toccando legno) Elon Musk potrebbe avere fatto crescere un programma commerciale di trasporto merci, che aveva il banale obiettivo di consegnare ciarpame a una stazione spaziale a un costo leggermente più basso di prima, in una rivoluzione senza fine, aprendo le vie del cosmo all’Umanità.

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( nell’immagine: attività extraveicolari nei pressi della ISS)

Tutti i più radicali progressi nello spazio non sono venuti dagli ordini arbitrari di qualche politico coraggioso, o dalla diligente politica dei piccoli passi di un burocrate, e nemmeno dal cieco perseguire il profitto da parte di un uomo d’affari, bensì dall’irresistibile capacità di un visionario di utilizzare ogni strumento a sua disposizione, reindirizzando qualsiasi grande progetto o istituzione verso la propria causa e convertendo al proprio modo di pensare qualsiasi mente non ancora completamente ottenebrata dal bigottismo e dalla miopia. Questo suggerisce qualcosa di sorprendente e che fa ben sperare per il futuro: che a prescindere da quale sia il programma, le persone che condividono il sogno dello spazio possono impadronirsene per conseguire obiettivi straordinari.

Se von Braun può trasformare un’arma di terrore nella speranza dell’Umanità, perfino con una pistola puntata alla testa; se Korolev può convincere dei criminali militari e dei paranoici uomini d’apparato del Politburo che girare in orbita intorno alla Terra è meglio che farla saltare in aria, con il gulag sempre pronto per lui se avesse sbagliato; se Musk può quasi mandarsi in bancarotta, tentando di trasformare un piccolo programma della NASA nel seme di un programma per il volo spaziale commerciale a costi bassissimi finendo comunque per nuotare nei quattrini, allora forse ci sono altri programmi “inutili”, o “distruttivi” o comunque dismessi che possono essere trasformati in qualcosa di stupefacente se portati avanti con la mentalità giusta.

ISS3(nell’immagine: una parte dell’area pressurizzata della ISS)

Si consideri la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), originariamente poco più che un gesto diplomatico dal costo sbalorditivo, che la maggior parte dei critici dei voli spaziali attaccarono definendolo senza valore. Cosa sta diventando ora, che l’obiettivo si va allargando, e l’industria privata sta cominciando a essere coinvolta? Cosa diventerà nel tempo, quando aziende del livello di Bigelow Aerospace, per esempio, cominceranno a mettere in funzione i propri impianti? Cosa diventerà non appena la ricerca e la produzione basate nello spazio si intensificheranno? Quali saranno i suoi sviluppi in tutte le direzioni, sia letteralmente che figuratamente, mentre crescerà oltre il cinismo delle sue origini, che la voleva come semplice scusa per mantenere in volo lo Shuttle? Magari non farà niente di tutto ciò, e sarà semplicemente sostituita e fatta rientrare dall’orbita, ma il potenziale c’è tutto.

Di fatto, esiste sempre il potenziale di prendere qualsiasi cosa uno abbia e ricavarne qualcosa di più grande… molto molto più grande. Von Braun, Korolev e Musk ci offrono una semplice lezione di buon senso che, ironicamente, si vede di rado messa in pratica: parti da dove sei, e usa gli strumenti a tua disposizione per andare oltre. Aspettare un deus ex-machina che consegni il programma perfetto, immaginando dirigenti che si prenderanno cura di te e comprenderanno le tue speranze, e che il denaro ti pioverà in grembo, tutto ciò non porta da nessuna parte.

ISS4(nell’immagine: la Cupola della ISS)

I nazisti, i sovietici e l’apparato militare americano stavano costruendo dei sistemi missilistici, non dei veicoli spaziali, ma quei missili vennero trasformati in veicoli spaziali dalla diligenza e dalle capacità visionarie di von Braun e Korolev. La ISS voleva solo fornire una giustificazione razionale per mantenere operativo lo Space Shuttle dopo che era già divenuto obsoleto, ma ora la stazione sta diventando il nucleo di partenza di un sistema manifatturiero e commerciale nello spazio. Si pensava che il COTS avrebbe ridotto leggermente i costi del trasporto delle merci sulla ISS grazie all’utilizzo di piccoli appaltatori specializzati, ma è stato invece usato come trampolino per una rivoluzione generalizzata della struttura economica del volo spaziale.

E allora, quale sarà la prossima rivoluzione gentile che ci attende nascosta dietro l’angolo? (fine)

Traduzione ed editing di

ROBERTO FLAIBANI e DONATELLA LEVI

 

Titolo originale: “The strange contagion of a dream” di Brian Altmeyer

pubblicato il 6 ottobre 2014 da The Space Review

Credit: NASA, SpaceX Inc.

16 febbraio 2015 Posted by | Astronautica, Epistemologia, Scienze dello Spazio, Senza categoria | , , | Lascia un commento

Supereroi e superproblemi

A3 poster:Layout 1Dall’arrivo in Italia ormai sei anni fa di The Watchmen (I Guardiani, o i Vigilanti), il film di Zach Snyder, regista dell’innovativo 300, è ritornato in primo piano il motivo per cui questi personaggi dei fumetti, grazie anche alla completa digitalizzazione delle pellicole che consentono di far diventare realtà verosimile ogni cosa impossibile, siano così gettonati dalle case produttrici anche a discapito della fantascienza classica, quella scritta e non disegnata. E’ un po’ lo stesso problema postosi con la nuova grande popolarità del Vampiro che non è più quello di Stoker o di Murnau. Superman, Batman, Spiderman, i Fantastici 4, gli X Men, Ironman, i Watchmen, in una sequenza di episodi che non sembrano voler concludersi: perché?

Intanto, si può cominciare a dire una cosa politicamente scorretta: che tutte queste vecchie-nuove figure che s’impongono all’Immaginario Collettivo giovanile e non solo hanno fatto mettere da parte la famigerata frase di Bertold Brecht, per tanto tempo slogan dell’intellighenzia più ideologizzata e faziosa soprattutto in Occidente durante la Guerra Fredda, quel “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” (perché – sottinteso – l’eroe è un prototipo “fascista”) che si può ormai benissimo sostituire con “beati quei popoli che sentono il bisogno di supereroi”. Lo ha capito benissimo un giovane filosofo controcorrente, Simone Regazzoni, che ha pubblicato così Sfortunato il paese che non ha eroi (Ponte alle Grazie, 2012) che negli anni Dieci del XXI secolo ha il coraggio di scrivere un “elogio dell’eroismo”, come recita il sottotitolo, rivolgendosi ad un mondo che non sa più a cosa credere esattamente.

The-Dark-KnightLa risposta è semplicemente perché l’eroe, mortale o semidivino, è uno degli archetipi dell’umanità, uno dei miti-base di tutte le civiltà, quindi anche della nostra così cinica, incredula e disincantata. E’ un simbolo, una figura di riferimento, un fondatore di storia, realtà e società. Un eroe che, per assolvere queste “funzioni”, non era quasi mai confinato in un empireo inaccessibile, ma viceversa molto, molto vicino alla normale umanità con tutti i suoi pregi e difetti, pur possedendo una sua diversità ontologica di fondo, e questo sin dalle più lontane origini: si pensi al sumerico Gilgamesh con la sua superbia, al celtico Cuchulainn con la sua ira, ai greci Achille e Ettore, a semidei come Ercole, ma anche a eroi cavallereschi come Lancillotto: tutti hanno le loro cadute, tutti sono succubi di sentimenti positivi e negativi (invidia, gelosia, vendetta, tradimento, irriconoscenza), tutti commettono dei falli. Ma tutti alla fine superano se stessi, risorgono e portano a termine la loro missione in favore della società o dell’umanità che rappresentano, tutti restano punti di riferimento, da imitare.

L’eroe del tutto distaccato dai sentimenti e dagli umori della gente qualsiasi paradossalmente rinacque a livello popolare negli Stati Unti degli anni Trenta e Quaranta: tutto iniziò da un supereroe con superpoteri come Superman (giugno 1938) e da un supereroe senza superpoteri come Batman (maggio 1939).Siamo alla vigilia del più spaventoso conflitto militare della storia. Ma la stirpe che da essi vide la luce entrò in crisi negli anni Ottanta quando, mutati tempi e costumi, ebbero tutti bisogno di un restyling. Ecco allora apparire sui comic books nuove versioni di tutti i personaggi classici della DC Comics e della Marvel Comics: basti pensare a The Dark Knight di Frank Miller, oggi diventato film, che fece rinascere il mito di Batman. La scoperta del “lato oscuro della Forza” per dirla alla Guerre stellari. Ecco allora i “supereroi con superproblemi” come si disse a partire dal nevrotico Uomo Ragno.

XmenFacciamo un esempio per tutti, un fumetto/film uguale e diverso dagli altri con protagonisti i supereroi. I Watchmen sono di questo tipo, anzi hanno un paio di caratteristiche in più: sono nevrotici non per colpa loro ma perché emarginati da una società che prima li ha sfruttati e poi li ha messi al bando quasi come i criminali che essi combattevano per difenderla (il che è avvento purtroppo anche nella nostra realrà); la loro vicenda si svolge in un mondo alternativo al nostro in cui la storia americana ha avuto un corso diverso non essendoci stato lo scandalo Watergate e avendo vinto gli Stati Uniti la guerra in Vietnam. Duplice interesse quindi per un’unica risposta di fronte al loro successo presso un pubblico che non è più soltanto quello adolescenziale ma anche adulto, di quegli adulti che erano ragazzi negli anni Settanta e Ottanta del Novecento ed oggi vivono in una società di cui francamente vorrebbero fare a meno, di cui sono profondamente insoddisfatti.

ironmanLa presenza di supereroi che non sono iperuranici ma che hanno pregi e difetti, sentimenti e istinti come uno qualsiasi dei loro lettori o spettatori, e in cui quindi è possibile identificarsi senza troppe difficoltà, e la descrizione di un mondo simile al nostro ma non esattamente uguale, dimostra semplicemente che la voglia di evasione/cambiamento è sempre più diffusa e più forte, e si leggono romanzi o fumetti o si vanno a vedere film proprio perché storie alternative alla Realtà ci vengono proposte.

Anche se questo presente alternativo o questo futuro sono quasi quasi peggiori di quanto ci circonda? Sì, anche in questo caso perché una delle caratteristiche dell’ucronia, il non-tempo, è proprio quella dello spaesamento e della possibilità di instillare il dubbio che il Reale avrebbe potuto essere diverso sia in meglio sia, più spesso, in peggio. Purché una modifica del Fatto Compiuto avvenga si è quasi disposti ad accettare qualunque risultato.

Che poi, come in The Watchmen, i supereroi (e gli eroi) possano essere considerati una specie di nemici della società, visti con sospetto e ostilità dalle forze dell’ordine e dai politici, anche qui nulla di veramente nuovo sotto il sole. L’eroe è sempre ritenuto un Outsider, un Fuori-posto, nella società: esso infatti non rispetta quasi mai le regole cui la gente comune è obbligata: non lo erano forse non solo Robin Hood o Zorro, ma anche gli eroi della classicità con il loro rompere le regole? La nuova immagine degli odierni supereroi americani dei fumetti e dei film accentua queste caratteristiche e le vela di oscurità. Nel caso esaminato i Vigilanti, per difendersi, diventano violenti e amorali e credono più a se stessi che a Dio.

spidermanCome al solito, su questi prodotti della modernità, anzi della post-modernità, si riverbera una eredità ancestrale che spesso si stenta (o si ha paura, chissà perché) di riconoscere, mentre allo stesso tempo essi rispecchiamo l’ambiguità dei tempi attuali. Un’epoca la nostra in cui non esiste più, purtroppo, un chiaro spartiacque fra Bene e Male, ed anche il Bene può risultare inquinato, in cui anche i supereroi non sono immuni da pecche spirituali, morali, civili. Non per questo però non hanno spazio e successo gli eroi ed i supereroi senza macchia e senza paura, quelli per i quali è possibile usare l’accetta o il filo della spada per dividere il lato luminoso e il lato oscuro: si pensi alla continuità del successo degli eroi di Tolkien o al revival sotto forma di fumetti, DVD e libri dei personaggi giapponesi, da Mazinga a Jeeg Robot a Goldrake, rivisitazione ipertecnologica dei samurai difensori dei deboli e dell’imperatore. I tempi odierni sono tali, con la loro atmosfera di crisi incombente, che ognuno apprezza, ama e fa vivere o rivivere decretandone un successo mediatico ogni tipo di eroe. Purché al fondo, nonostante qualche magagna, resti tale come intenzioni e scopi.

GIANFRANCO de TURRIS

9 febbraio 2015 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , | 1 commento

La Scienza della Fantascienza – intervista all’autore

SCdFS coverLa Scienza della Fantascienza è un libro eccezionale.

Ne abbiamo già parlato qui sul Tredicesimo Cavaliere, dando ampio spazio all’indice di quella edizione, sempre utile per farsi un’idea dei contenuti. Io personalmente l’ho fatto anche sulle pagine di “Nigralatebra” un mio sito di qualche anno fa. Definire questo libro è molto difficile, dato che non è un saggio strettamente scientifico, nè in senso stretto letterario, dato che si occupa di quella specifica realtà che è la scienza inventata dagli scrittori di fantascienza, e quindi di una invenzione semi o para-scentifica che scienza non è eppure non è negazione della scienza, giacché è cosa nota, nella fantascienza non c’è spazio per la magia, ergo tutto quello che vi accade deve essere “scientificamente possibile” per quanto improbabile.

Sono questi argomenti scottanti sui quali gli appassionati si scontrano da sempre. Dopo la riedizione, la terza in più di 30 anni di questo libro, le occasioni per discutere sono ovviamente aumentate, con armi a disposizione di qualunque schieramento. Il che è bene, ovviamente, almeno le discussioni saranno più documentate e più divertenti.(Massimo Mongai)

 

intervista esclusiva all’autore, Renato Giovannoli

realizzata da Massimo Mongai

 

 

massimo-mongai2(MM)Cominciamo dalle edizioni. Il libro è stato edito una prima volta dall’Espresso nei primi anni ’80 e successivamente da Bompiani in due diverse edizioni. Questa è quindi la quarta, arricchita e con una veste grafica più prestigiosa di quelle del passato: rilegatura, copertina rigida, controcopertina con una stupenda illustrazione fantascientifica d’antan. L’editore ha investito molto in un libro così specifico e relativo ad un genere letterario considerato morente a livello editoriale, un libro che sta facendo la sua strada da oltre 35 anni. Come mai, perché, qual è la sua forza segreta, il suo superpotere? E’ radioattivo, un mutante letterario?

Renato Giovannoli 2(RG) Il libro è stato completamente riscritto due volte (la seconda “edizione” Bompiani era solo una ristampa corretta) e ogni volta è cresciuto di circa duecento pagine. Quindi, sì, è un mutante, e questo probabilmente lo ha aiutato nella lotta per la sopravvivenza. Però è un mutante che è restato se stesso, infatti non ha mai cambiato titolo, e le sue mutazioni erano già in potenza nel suo DNA. Così mi piacerebbe poter pensare che la sua fortuna è dovuta al suo particolare approccio alla fantascienza. Poiché fin dall’inizio era un tentativo di ricostruire il sistema della scienza della fantascienza – e quindi le relazioni tra le varie teorie fantascientifiche e i dibattiti epistemologici tra i diversi autori – ha forse una coerenza interna che altre compilazioni enciclopediche non hanno e ha finito per diventare quasi l’enciclopedia scientifica di un mondo parallelo. Ecco, forse la sua forza segreta è di essere non solo un saggio sulla fantascienza, ma anche un libro un po’ fantascientifico, un’opera di metafantascienza.

(MM) Per quel che ne ha capito lei, da chi è fatto il Fandom della FS? Chi sono, che tipi sono i lettori, gli appassionati, i maniaci? Gli scrittori? Hanno un qualche tipo di genus di riferimento?

(RG) Conosco poco il Fandom. L’idea che me ne sono fatta, e questo vale anche per la comunità degli scrittori di fantascienza, è che sia appunto una comunità. Siamo tutti anime in cerca di altre anime con cui comunicare. Una passione in comune è la base di ogni amicizia.

(MM) Il Fandom conosce ma conosce poco il suo libro. Eppure a me è sempre sembrato e tuttora sembra un libro fondamentale per chi si voglia occupare di FS. E’ così? Ha secondo lei valenze e possibilità di suggeritore per gli autori? Oppure è un libro per critici, addetti ai lavori, semiot-semiol-qualcosa?

(RG) Certo, essendo anche un catalogo delle idee fantascientifiche, “La scienza della fantascienza” può anche essere utilizzato come un manuale per scrittori. Ma soprattutto è un libro per chiunque nella letteratura cerchi idee, e non solo storie. Indubbiamente è un libro per spiriti speculativi.

(MM) lettori di FS in Italia sono pochi mentre i film (tutti americani) di FS sono numerosi, un paio al mese, e campioni di incasso. Il cinema di FS è quasi l’unico genere rimasto, il “giallo” si traveste da qualcos’altro, la FS no. Che sia neopositivista o critica, è di fatto pura FS. Perché secondo lei?

(RG) Si, è vero. La fantascienza resta sempre fantascienza. Il poliziesco ha un forte aspetto sociale, e per questo si adegua ai mutamenti della società. La fantascienza da questo punto è più libera, anche quando si sente costretta ad adeguarsi al progresso scientifico. La migliore fantascienza è un frutto della libera immaginazione, per questo è sempre pura fantascienza. Anticipa, non segue, il progresso scientifico e l’evoluzione o l’involuzione sociale, e poco importa se fallisce le sue previsioni, che in ogni caso si saranno realizzate in qualche universo parallelo.

(MM) Io sostengo da tempo che il segreto vero della FS (qualcosa in più da capire per lo meno, forse solo l’ultima) ormai risiede nel capire perché le donne non leggono FS. Sbaglio?

(RG) Le donne, in compenso, leggono i polizieschi. Forse perché sono più concrete e meno speculative degli uomini. E anche meno infantili. Bisogna essere restati un po’ bambini, lo dico con orgoglio naturalmente, per appassionarsi alla fantascienza.

(MM) FS e Jazz hanno molto in comune: entrambe nascono in America negli anni ’20, entrambe sono all’inizio un genere popolarissimo e poi diventano quasi un prodotto d’élite, entrambe si sono evolute verso forme “classiche” e lì si sono fermate; in entrambe contano le idee più dei personaggi e forse l’improvvisazione del Jazz è anche quella della FS. Mi sbaglio, deliro?

(RG) Io ho sempre pensato che il jazz avesse un rapporto più stretto con il poliziesco, e non solo perché ha fornito tante colonne sonore a film polizieschi. Sono in parte d’accordo sul fatto che ci siano delle analogie tra i due generi, ma mi paiono per lo più, come dire, analogie “esterne”, relative cioè ai loro pubblici e alla loro fruizione più che alla loro logica interna. La band della taverna di “Star Wars” è una trovata divertente, ma il dixieland che suona non è veramente fantascientifico, e in effetti lì Lucas sta facendo il verso al poliziesco hard boiled.

(MM) Quasi 550 pagine! Un mattone, praticamente. Leggibilissimo tutto. Non è che ha divagato un po’?

(RG) Ho divagato abbastanza raramente. Le 550 pagine erano necessarie per descrivere il sistema della fantascienza, e anzi ho cercato di non dilungarmi troppo. E poi, insomma, volevo scrivere l’enciclopedia scientifica di un mondo parallelo, e le dimensioni del libro sono anche funzionali alla sua vocazione cosmologica.

(MM) Un padre nobile all’origine, Umberto Eco, curatore della prima collana se non sbaglio. Com’è andata? Vi conoscevate, siete stati presentati?

(RG) Eco, che era anche il curatore della seconda collana, gli Strumenti Bompiani, è stato mio professore e relatore di tesi all’università. Era un professore molto generoso, capace di stabilire rapporti di amicizia con gli allievi. Poi negli anni seguenti, anche se con discontinuità, l’amicizia è continuata. C’è da dire anche che Eco è sempre stato un lettore appassionato di fantascienza, ha scritto sulla fantascienza e ha scritto fantascienza. Vada a rileggere il “Diario minimo” e mi dica se non è un libro di fantascienza. Negli anni Settanta ci scambiavamo informazioni sulla fantascienza di argomento semiotico e linguistico: tutta la sezione del libro sulle lingue aliene deriva da quell’interesse comune. Inoltre il libro è nato, verso il 1980, nel corso di un suo seminario universitario. Avevo presentato una comunicazione in cui tentavo un’analisi delle strutture narrative della fantascienza non in base a strutture di “attanti”, come si dice nel gergo semiotico, cioè di personaggi-tipo, o di “funzioni”, cioè di eventi tipo, ma di “macchine astratte” – avevo rubato il termine ai filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari – di natura logica in cui i personaggi e le loro azioni hanno un ruolo del tutto marginale. Queste strutture logiche sono per l’appunto quelle che sostengono le scienze della fantascienza. Alla fine della lezione, Eco mi chiese di fargli un indice del libro che avrei scritto per la collana “Espresso Strumenti”.

(MM) Lo sto leggendo di nuovo e con più attenzione, stavolta con il marker. Ma al confronto degli indici, sembra che la struttura non sia cambiata. Quali le novità più significative, se ci sono e se sono concentrate in qualche parte del libro?

(RG) Il libro è stato riscritto completamente, quindi di novità ce n’è ad ogni pagina. Anche la struttura in realtà è cambiata, anche se forse non moltissimo rispetto alla precedente edizione Bompiani. Soprattutto, in questa edizione ci sono interi paragrafi del tutto nuovi. Per esempio, ho ricostruito la storia della fortuna della Semantica Generale di Alfred Korzybski nell’ambiente degli scrittori di “Astounding Science-Fiction” sulla base dell’epistolario di Heinlein, dimostrando come Dianetics e Scientology – Ron Hubbard era anche lui uno scrittore della rivista – ne siano una volgarizzazione che deve non poco alla fantascienza superomistica di Van Vogt. Anche la sezione sull’iperspazio e sui wormholes è in buona parte nuova: l’ho aggiornata tra l’altro sulla base della ricca bibliografia scientifica e divulgativa degli ultimi anni, tenendo conto dell’ultima generazione di wormholes, quelli artificiali. C’è poi un paragrafo nuovo sui motori a curvatura, uno sull’intelligenza artificiale, uno sulla quarta dimensione in Wells… Avevo sospettato già nelle precedenti edizioni che il linguista Charles Hockett dovesse qualcosa a Robert Sheckley, ma non sapevo che Hockett fosse un lettore di fantascienza, né che avesse scritto, anche lui per “Astounding” un articolo di linguistica aliena. Adesso anche queste influenze e molte altre sono documentate. Spesso, poi, nelle precedenti edizioni avevo citato testi di seconda mano: grazie a internet mi è stato possibile risalire alle fonti prime. Sempre grazie a internet ho poi curato la bibliografia, citando sistematicamente le prime edizioni dei racconti e dei romanzi in rivista.

(MM) Lei dice che l’altro suo libro, “Elementare, Wittgenstein!”, costituisce con questo un dittico. Perché?

(RG) Perché anche la detective story, in quanto metafora della ricerca scientifica, è una sorta di fantascienza e pone notevolissimi problemi epistemologici. In “Elementare, Wittgenstein!” racconto la storia del poliziesco, come nella “Scienza della fantascienza” ho fatto per la fantascienza, come la storia di una serie di rivoluzioni scientifiche che hanno visto in competizione paradigmi diversi. Infine fantascienza e poliziesco hanno molti autori e alcuni temi narrativi in comune. Anche su questo aspetto della questione si troverà qualcosa in entrambi i libri.

(MM) Cosa sa della FS italiana, cosa ne pensa?

(RG) Confesso di conoscere molto poco la fantascienza italiana. La mia impressione è che non vi sia una vera tradizione fantascientifica italiana, e che gli scrittori italiani siano un po’ a rimorchio della fantascienza americana. Dovrebbero darsi da fare per fare il salto verso l’autonomia che il poliziesco italiano è invece riuscito a fare. Però sto parlando senza conoscere veramente ciò di cui parlo… I miei interessi sono piuttosto rivolti a una fantascienza italiana che gli scrittori italiani di fantascienza ignorano. Sapeva che Montale ha scritto delle poesie di fantascienza? Nel libro ne cito due, una sulle polizie del tempo e una sulle controparti di ogni individuo negli universi paralleli. Qualche anno fa ho poi curato una raccolta dei racconti di fantascienza di Antonio Rubino, il famoso illustratore. Sono davvero belli. Pubblicati agli inizi degli anni ’30 nel “Corriere dei Piccoli” superano in fantasia e ironia filosofica la produzione americana della stessa epoca.

(MM) A me piace pensare che quando (non se, quando) incontreremo degli alieni veri, avremo più probabilmente un rapporto stile “Star Trek” che non “Alien”. E questo perché secondo me (l’ho scritto qui sul Tredicesimo Cavaliere) solo una democrazia può costruire astronavi ultraluce. Quando li incontreremo quindi ci sarà uno scambio culturale e secondo me loro avranno pensato e scritto qualcosa su di noi. E’ corretto pensare che questa potrebbe essere la loro fantascienza? Qual è comunque il futuro della FS secondo Renato Giovannoli?

(RG) Dubito che gli alieni della fantascienza abbiano qualcosa a che fare con i veri alieni, ammesso che esistano. Penso piuttosto che siano delle proiezioni della psiche umana, delle immagini più o meno distorte dell’uomo stesso e delle sue ossessioni. Mi trova in disaccordo anche sull’idea che solo una democrazia possa costruire astronavi più veloci della luce: io le immaginerei piuttosto come lo scopo di un impero dispotico, l’unico governo che potrebbe costringere l’umanità a fornire l’enorme quantità di energia fisica e mentale necessaria a realizzarlo. Però la fantascienza degli alieni è un bellissimo argomento per dei racconti di fantascienza… Se non l’ha già fatto, potrebbe venirne fuori una bella serie. Il futuro della fantascienza? Una tesi implicita del mio libro è che la fantascienza nasca dalla filosofia e che i migliori racconti di fantascienza siano racconti filosofici e anzi “esperimenti mentali” filosofici. Credo che la fantascienza avrà un futuro nella misura in cui saprà essere filosofica e nello stesso tempo divertente.

2 febbraio 2015 Posted by | Fantascienza, NON Carnevale della Fisica, Scienze dello Spazio | , | Lascia un commento

Quei visionari dello spazio che cambiarono il mondo… (prima parte)

La Corsa allo Spazio è nata grazie a due ingegneri visionari e geniali, von Braun e Korolev, che sapevano come influenzare le burocrazie e i leader dei propri paesi. Questo articolo racconta del perfetto gioco di squadra eseguito dai due, senza ma incontrarsi né scambiarsi una parola. E così la Terra entrò in una nuova era. (RF)

vonbraunSaturn5Nel mezzo della guerra più distruttiva della storia, Wernher von Braun fu incaricato di farla diventare anche peggiore costruendo un missile balistico da far piovere su Londra: il razzo V-2. Sfortunatamente per i suoi capi, le ambizioni di von Braun erano un tantino differenti. Egli riconobbe che il razzo aveva la potenzialità di raggiungere l’orbita terrestre trasportandovi il  primo satellite artificiale della storia, ma ogni volta che propose questa idea, i suoi superiori delle SS dichiararono (in toni via via più minacciosi) che il Führer voleva un’arma, non un giocattolo fantascientifico.

(Foto 1 – von Braun e il Saturno 5)

L’astuta insubordinazione di von Braun, cioè sottrarre risorse dal bilancio delle armi principali per proseguire la ricerca sui voli spaziali, facendo comunque abbastanza progressi con la V-2 da rimanere credibile di fronte ai suoi superiori, fu un atto di alto funambolismo. Ogni giorno rischiava sempre più la vita, e presto divenne chiaro che le SS intendevano uccidere alla fine gli scienziati della V-2 per impedire che gli americani o i russi ne acquisissero le competenze. Solo intuendo il momento giusto e fuggendo con dei documenti falsi, von Braun riuscì a consegnarsi agli americani insieme a un certo numero di membri della sua équipe.

vonbraun3foto 2 – von Braun a una riunione di ufficiali)

Sotto un vessillo votato alla distruzione, con i più stretti ordini di concentrarsi solo sulle applicazioni militari, un solo uomo riuscì in un modo o nell’altro a costruire, nel giro di pochi anni, le fondamenta per decenni di pacifica esplorazione spaziale, sopravvivendo per spiegare le sue ragioni alla storia. Il sogno di von Braun non ebbe il minimo impatto sulla pazzia del Terzo Reich, ma formò una spora virulenta che sarebbe sopravvissuta per infettare con la sua tecnologia ambedue le superpotenze.

Dal momento in cui gli Stati Uniti e l’URSS entrarono in possesso del materiale V-2, entrambi gli stati videro solo l’arma strategica che i Nazisti volevano sviluppare, e per più di un decennio non ne colsero, o ignorarono, il potenziale più profondo.  Di fronte alla possibilità di lasciare la Terra, il pensiero banale dei militari e dei burocrati poté soltanto concepirne un ritorno esplosivo sulle teste dei propri nemici.

Korolev+Sputnik

(foto 3  – Sergei Korolev con la sua prima creazione: lo Sputnik)

Von Braun, che allora lavorava per gli Stati Uniti, non era più costretto a nascondere le sue ambizioni più alte ma stava ben attento a non inimicarsi i suoi nuovi ospiti militari apparendo troppo entusiasta per idee che essi non avevano ancora compreso. Loro lo vedevano come uno strano secchione dalle fissazioni eccentriche che, se adeguatamente manipolato, poteva dar loro un vantaggio strategico sugli armamenti sovietici; e lui, a sua volta, li vedeva come sempliciotti da parrocchia che dovevano essere condotti per mano fino a comprendere ciò che era del tutto ovvio rispetto alla tecnologia in loro possesso. Lo scienziato tedesco veniva trattato con sufficienza per i suoi sogni, ma questi erano tollerati come manie personali.

Gagarin+Korolev(foto 4: – Korolev con Gagarin)

Nel frattempo i sovietici furono costretti a setacciare il loro vasto e segreto impero alla ricerca di qualcuno che avesse le competenze necessarie per capire e replicare il lavoro di Von Braun, e il migliore che trovarono fu Sergei Korolev – un uomo che aveva passato molti degli ultimi anni faticando nei gulag siberiani per colpa di false accuse. Negli ultimi anni del programma V-2 l’indole e l’esperienza di Korolev furono stranamente simmetriche a quelle di von Braun. Il suo governo chiedeva missili intercontinentali, minacciando le più severe conseguenze personali se avesse fallito, e non comprese, ignorò o guardò con sospetto qualsiasi idea non ortodossa, come il volo spaziale.

Korolev tenne un basso profilo finché non fu in grado di mostrare risultati, si costruì una credibilità e un’influenza nel governo, e ricercò sinergie tra ciò che l’Armata Rossa pretendeva e i razzi spaziali che egli voleva costruire. Il suo ruolo nel programma missilistico sovietico divenne così centrale e il suo talento così apprezzato che la sua stessa identità divenne un segreto di stato al massimo livello e lui sarebbe stato conosciuto fino alla sua morte semplicemente come il “Capo Progetto”.

Fu solo grazie a questa posizione privilegiata che egli riuscì faticosamente a sussurrare con discrezione alle orecchie dell’alto comando sovietico il suggerimento di usare le loro armi per il volo spaziale. I sovietici avevano a portata di mano un momento storico, disse loro, se solo il Politburo lo avesse permesso, un momento che avrebbe scatenato l’invidia e il desiderio di emulazione del mondo intero, senza il rimorso  di aver fatto qualcosa di ingiusto o di guerrafondaio. In caso di fallimento tutto quello che rischiavano era un banale imbarazzo, ma se invece avessero avuto successo il mondo sarebbe stato pervaso da un’incredula ammirazione.

korolevpostale

(foto 5: Korolev in un francobollo commemorativo)

Grazie a un misto di argomenti razionali e di quelli che oggi potremmo chiamare “giochetti mentali da cavaliere Jedi”, riuscì alla fine a convincerli, insinuando che gli americani stavano per lanciare (ma non era vero) e persuadendo i suoi superiori che erano stati loro a concepire la brillante idea del lancio nello spazio, mentre lui la stava soltanto realizzando. I suoi detrattori nell’Ufficio Razzi, che volevano concentrarsi sulla versione militare della missilistica, furono a poco a poco dipinti come dissidenti del Programma, piuttosto che come i suoi difensori dall’agenda estremista di Korolev. Improvvisamente una superpotenza totalitarista grande quanto un continente si impegnò nel volo spaziale, laddove dove prima d’allora vi si era dedicato solo un manipolo di visionari.

Rispetto a Korolev, Von Braun aveva molto meno accesso ai centri decisionali del potere, così le sue idee vennero trattate come opinioni interessate e non come suggerimenti urgenti e documentati. Inoltre, negli Stati Uniti l’immagine prevalente che si aveva dell’Unione Sovietica era quella di uno stato tecnologicamente arretrato. L’idea che Buck Rogers potesse indossare la Stella Rossa non trovava posto nell’immaginario americano, perciò il lancio dello Sputnik fu ancora più scioccante di quanto ci si possa oggi rendere conto. Fu così che il volo spaziale si trasformò da concetto vagamente interessante, ma di scarsa importanza, a urgente necessità nazionale, e Von Braun da dissidente a saggio.

vonbraunKennedy

(foto 6: von Braun a braccetto con Kennedy)

La strana simmetria tra von Braun e Korolev si ripeté di nuovo quando von Braun, dall’alto della sua nuova credibilità, convinse i leader americani che non sarebbe bastato semplicemente uguagliare gli obiettivi dei sovietici mano a mano che li raggiungevano, ma occorreva piuttosto che gli Stati Uniti li superassero drasticamente nel più breve tempo possibile. Le menti più fredde e pragmatiche obiettarono sulla necessità stessa di andare nello spazio, proprio come fanno oggi, ma furono del tutto ignorate nell’entusiasmo contagioso del momento. Altri, più modestamente, pensavano che sarebbe bastato lanciare il proprio satellite per salvare le apparenze, salvo poi lasciar perdere tutta la faccenda.

A von Braun, tuttavia, non importava affatto l’agitazione geopolitica del momento, o chi uguagliasse cosa, o quali vantaggi temporanei  si potessero ottenere. Lui voleva semplicemente promuovere il volo spaziale e, come Korolev sapeva suonare le menti del Politburo come strumenti musicali, così lui sfruttò ogni posizione di potere alla sua portata per far sì che ciò si realizzasse. Il giorno prima dello Sputnik le sue considerazioni in favore di un satellite americano erano ritenute premature e irrealistiche; il giorno dopo, le sue argomentazioni per portare l’Uomo sulla Luna venivano considerate serie e credibili.

vonbraun2(foto 7: von Braun illustra il progetto di una stazione spaziale)

Da quell’improvviso scossone avvenuto negli Stati Uniti, Korolev poté  trovare giustificazioni per le sue posizioni, spingendo i sovietici verso nuovi e più grandi impegni. Senza mai essersi incontrati  o aver scambiato una singola parola, von Braun e Korolev sfruttarono l’inimicizia tra i rispettivi governi a vantaggio del proprio sogno comune. Nacque così la Corsa allo Spazio, non  per una naturale tendenza delle due superpotenze, che avrebbero forse preferito tenere un comportamento cauto e pragmatico, ma grazie a ingegneri visionari che sapevano come mettere fuori gioco le burocrazie e fare il lavaggio del  cervello ai propri leader.

Mentre tutto questo accadeva, il solipsismo per il quale “ci sono cose migliori da fare quaggiù”  – quello che come tema dominante rende la maggior parte della storia monotona e priva di importanza – venne sopraffatto e ignorato, riducendosi a patetico rumore di fondo incapace di ostacolare in modo significativo la Corsa allo Spazio. Coloro che erano contrari, seppure numerosi, non venivano considerati ragionevoli o persuasivi, le loro opinioni suonavano pusillanimi ed egocentriche, se non piene di risentimento per qualcosa di così importante da far sembrare le loro preoccupazioni futili e fugaci. Chi invece era favorevole poteva vedere, forse per la prima volta nella vita, una visione dell’Umanità positiva e unificante, nella rincorsa pacifica di una frontiera estrema da parte di nemici mortali.

I semplici sogni innocenti di un bambino che guarda in su verso  le stelle avevano sopravanzato  la corsa verso l’ Armageddon nucleare nel momento più alto di pericolo globale. È perlomeno ragionevole chiedersi se la Corsa allo Spazio sia stata davvero il motivo per il quale la terza  guerra mondiale non è scoppiata. A partire da quel nuovo, elevato punto di vista, la visione di von Braun e Korolev pervase ogni recesso dei programmi spaziali delle due nazioni, e da allora decenni di scarsi finanziamenti e risultati di poco conto non sono riusciti a far rientrare il genio nella bottiglia.

vonbraunmarte(foto 8: progetti futuri….)

Né la fine del programma Apollo, né la mancanza di ricadute di qualche valore nei decenni successivi, nemmeno il totale collasso della stessa Unione Sovietica, sono riusciti a cancellare i programmi di volo spaziale delle due superpotenze, o ad annullare la convinzione generale che tali attività siano parte del carattere fondamentale di una grande nazione. Nel caso dell’Unione Sovietica, il programma spaziale è stato letteralmente più duraturo della nazione che lo aveva creato, dimostrando di avere radici in qualcosa di ben più profondo di un credo politico o del nazionalismo.

(continua….)

traduzione ed editing:

ROBERTO FLAIBANI

DONATELLA LEVI

Titolo originale: “The strange contagion of a dream” di Brian Altmeyer

pubblicato il 6 ottobre 2014 da The Space Review

27 gennaio 2015 Posted by | Astronautica, Epistemologia, News | , , , , , , , , | 1 commento

Astroingegneria, nuova frontiera del SETI

L’anno scorso il programma New Frontiers in Astronomy & Cosmology, creato dalla John Templeton Foundation per distribuire borse di studio, ne ha assegnate tre con un orientamento che Clément Vidal definirebbe Zen-SETI.

Kardashev( nella foto: Nikolai Kardashev, astronomo russo)

L’idea di cercare tra i dati astronomici già disponibili e fare nuove osservazioni per rilevare possibili segni di una civiltà extraterrestre al lavoro non è nuova, e nell’articolo precedente abbiamo dato un’occhiata al contributo anticipatore di Freeman Dyson. Carl Sagan and Josif Shklovskii fanno anch’essi parte di una discendenza che possiamo estendere all’indietro almeno fino agli inizi del ventesimo secolo.

Questi ultimi riconoscimenti dimostrano una tendenza crescente affinché il SETI allarghi i suoi orizzonti verso nuove direzioni. La squadra di Jason Wright (Pennsylvania State University), alla quale si aggiungono  i colleghi  Steinn Sigurðsson and Matthew Povich, sta per dare inizio ad una ricerca per le Sfere di Dyson che, se osservate in una lontana galassia colonizzata da una civiltà di tipo Kardashev III, dovrebbero mandare un’inequivocabile firma nell’infrarosso. Potremmo rintracciare un dato simile fra quelli ricevuti  dal WISE, il satellite per l’osservazione dell’infrarosso, attualmente operativo in orbita terrestre?

E riguardo a Kepler, quali novità? Lucianne Walkowicz, della Princeton University, ha vinto una delle tre borse di studio in palio nel 2013 per la sua ricerca di indizi di origine tecnologica o almeno artificiale attorno a stelle lontane. Il terzo vincitore è stato il cacciatore di pianeti extrasolari Geoff Marcy (UC-Berkeley), che ha lavorato con Andrew Howard (University of Hawaii) and John Johnson (Caltech) sui dati di Kepler. Quando Clément Vidal scrive del SETI come di un programma dedicato all’osservazione piuttosto che alle comunicazioni (in The Beginning and the End, Springer, 2014), egli dà una forte spinta ai principi che stanno dietro a queste ricerche.

Quello di Vidal è un libro ricco e densamente costruito, ecco perché in questi ultimi giorni ho tentato  di estrarne alcune idee chiave fra quelle più attinenti con ciò che facciamo a Centauri Dreams. I primi capitoli sono dedicati soprattutto a costruire una punto di vista che sia coerente con le ultime tendenze della cosmologia, e Vidal fa congetture non solo sulle teorie del “multiverso”, ma anche su un ruolo per la vita nel cosmo che includa la cosmogenesi, cioè la creazione di nuovi universi. Viene subito in mente Olaf Stapledon, perché l’ambiziosa fuga in avanti di Vidal verso nuovi ambiti intellettuali mi ricorda tanto lo scrittore inglese. Questi si sarebbe sentito a casa con le idee di Vidal di una selezione cosmologica artificiale, che si rifanno, estendendole, a idee proposte originariamente da un altro pensatore profondamente creativo, Lee Smolin.

Maccone

(nella foto Claudio Maccone, Chair of the IAA SETI Permanent Committee, lo scienziato italiano più influente in ambito SETI)

 

I Buchi Neri e il loro uso

Cosa possiamo dire, ad esempio, dei buchi neri in un contesto SETI? Prima di tutto offrono l’opportunità di avvalersi di una delle più potenti lenti gravitazionali esistenti. Claudio Maccone ha scritto a proposito del potenziale dei buchi neri  posizionati nel centro delle galassie simili alla Via Lattea, che vengono circondati da sciami di stazioni d’osservazione allineate con bersagli sparsi in tutto l’universo. Del resto, l’effetto che ha la lente gravitazionale sulle radiazioni elettromagnetiche nei pressi di un buco nero è così intenso che si potrebbe allestire un apposito canale di comunicazione intergalattico su lunghissime distanze (aspettare le risposte sarà tutt’altra faccenda).
Ma i buchi neri offrono ben altro. Nella loro qualità di oggetti più densi tra quelli noti nell’universo, essi possono soddisfare le esigenze di una civiltà di tipo Kardashev III posta di fronte alla continua necessità di sostenere i propri consumi energetici. Vidal esamina la letteratura sull’argomento cominciando da Roger Penrose, che immaginava l’estrazione dell’energia di rotazione di  un buco nero tramite l’iniezione di materia, e proseguendo con altri scienziati che elaborarono i dettagli di come estrarre energia da buchi neri roteanti (la bibliografia è vasta e abbastanza buona). Ma ecco un’altra possibilità: raccogliere energia dalle onde gravitazionali generate dalla collisione fra buchi neri o addirittura manipolare la fusione di alcuni dei più piccoli. In tempi recenti Louis Crane ha studiato i piccoli buchi neri come fonte di energia, perché questi oggetti convertono materia in energia (la radiazione di Hawking) ad alti livelli di efficienza.

Ci sono anche usi computazionali per i buchi neri  che ci spingono fino ai confini dell’informatica con la teoria degli “ipercomputer”, i quali ricorrono ad effetti relativistici per dilatare il tempo in prossimità dei buchi neri. Le idee filosofiche di Vidal a proposito di una selezione cosmologica artificiale partono dall’ipotesi che una civiltà di tipo Kardashev III possa imparare ad usare i buchi neri per creare interi universi nuovi di zecca. Comunque si veda la questione, l’idea che  se ne trae è che, per una varietà di ragioni, i buchi neri dovrebbero essere una sorta di calamita per l’intelligenza. Vidal vuole sapere come si potrebbero presentare le manifestazioni osservabili di questi utilizzi. Si riuscirebbe a rilevarli?

Sorgenti di energia per civiltà avanzate

Ma non dobbiamo limitare la nostra ricerca ai soli buchi neri. Se estrarre energia dal sottile disco di accrescimento attorno a un buco nero rotante potrebbe essere una delle più efficienti fonti di energia che si possa immaginare, possiamo anche cercare simili configurazioni attorno a stelle di neutroni o nane bianche. Ecco quindi una domanda chiave: potrebbe una civiltà imbrigliare l’energia della propria stella a un livello di efficienza che si avvicini alla densità dei buchi neri? L’interessante famiglia dei sistemi binari chiamati “stelle doppie a raggi X”, per via della loro caratteristica emissione elettromagnetica, meriterebbe, secondo Vidal, la nostra attenzione come un possibile segno di un sistema astrofisico artificiale. Ce ne sono altre, inclusa una grande varietà di stelle doppie a contatto dove le stelle scambiano tra loro materia ed energia in modi complicati. Vidal presuppone che queste binarie siano oggetti naturali, ma non vuole escludere la possibilità che almeno in qualcuna di loro potremmo vedere qualcos’altro in azione. E qui vorrei citare direttamente l’autore:

Wise(nell’immagine: il telescopio orbitale WISE)

“L’accrescimento è un processo astrofisico nella formazione dei pianeti e delle galassie che si verifica dovunque, quindi si potrebbe obiettare che tutti i sistemi binari potrebbero semplicemente essere sempre naturali. Ma lasciate che vi presenti un’analogia. La fissione si trova nei processi naturali così come la fusione, che è uno dei processi energetici di base nell’evoluzione stellare. Eppure l’uomo cerca di copiarle entrambe, e sicuramente trarrebbe grande beneficio se potesse averle sempre sotto controllo. Quindi non è perché sia noto che un certo processo possa verificarsi in natura, che il suo uso in un dato caso non possa essere sotto controllo intelligente. In effetti, la questione potrebbe essere ancora più complessa. La formazione di lampi a raggi-X potrebbe essere naturale, ma gli extraterrestri potrebbero assumerne il controllo successivamente, proprio come un fiume che scorre giù da una montagna è una sorgente di energia gravitazionale che gli uomini possono imbrigliare con impianti idroelettrici.“
In altre parole, c’è un’ampia varietà di sistemi stellari binari, in cui troviamo dischi di accrescimento che potrebbero fornire utili fonti di energia a una civiltà avanzata. Vidal ha creato il termine “stellivoro“ per descrivere una civiltà che potrebbe “cibarsi“ delle stelle. Più precisamente:

“Si tratta di una civiltà extraterrestre in grado di usare l’energia stellare (e quindi del tipo Kardashev II), nella configurazione di una binaria lenta, (non-conservative transient) con disco di accrescimento… in cui la primaria densa… sia un pianeta, una nana bianca, una stella di neutroni o un buco nero”.

E infatti Vidal cita il romanzo di Stapledon Star Maker per dimostrare che l’idea di estrarre energia da un sistema binario non è nuova. E un giorno la nostra civiltà potrebbe proprio dirigersi  verso uno scenario ipotetico di questo tipo. Man mano che le nostre tecnologie funzionano secondo scale sempre più piccole e dense e noi avanziamo lungo la progressione di Kardashev, usando così sempre più energia, alla fine ci troveremo in debito di energia anche se dovessimo coprire tutta la superficie terrestre con pannelli solari. Così portiamo la Terra più vicina al Sole (è una nozione di Stapledon) per ottenere più energia, mentre i nostri discendenti si trasformano in esseri postbiologici. Ma abbiamo bisogno di ancor più energia, così gli ingegneri stellari costruiscono un disco di accrescimento attivo dal Sole trasformando quello che era stata la specie umana in una civiltà stellivora. La densità della Terra evoluta ora si avvicina a quella di una nana bianca, e il nuovo sistema binario assomiglia a quello che nei nostri dati vediamo come una variabile cataclismica, un sistema binario con una nana bianca come componente. Vidal:

clement-vidal2(nella foto: Clément Vidal)

“ Se tali sistemi binari sono stellivori, allora dovremmo trovare che le loro versioni primitive estraggono energia da una stella accoppiata ad un pianeta che non è denso se paragonato  a una nana bianca, a una stella di neutroni o a un buco nero. Ciò avverrebbe a un tasso di accrescimento più contenuto, così l’accrescimento planetario è una delle predizioni concrete derivabili dall’ipotesi stellivora (e in effetti di recente sono state scoperte interazioni tra stelle e pianeti).”

L’ipotesi di Vidal dell’esistenza delle stellivore ci lascia intravvedere un’astrofisica delle alte energie da un punto di vista astrobiologico. Solo congetture? Certo, ma Vidal è un filosofo per il quale giocare con le idee è coinvolgente come il fluire delle note in una fuga di Bach. Piuttosto che rivendicare l’esistenza di civiltà stellivore, egli offre dati su un’ampia varietà di sistemi binari e la possibilità di estrarne energia, fornendo previsioni su cosa potremmo vedere se tali civiltà esistessero. Viene presentata un’agenda dell’astrobiologia delle alte energie che propone specifiche ricerche (…..).

Per concludere, l’idea della stellivora è il modo in cui Vidal descrive la nuova direzione del SETI, un esempio concreto di come possiamo studiare dei corpi celesti di cui possediamo i dati cercandovi tracce di ingegneria extraterrestre. Costruire un robusto bagaglio teorico per tali ricerche è il fulcro di The Beginning and The End, i cui principi sono espressi e messi a punto dalle ricerche SETI ancora in corso menzionate all’inizio di questo articolo. Come nel caso del Progetto Ozma dei primi tempi del SETI, noi non possiamo sapere cosa troveremo finché non diamo il via alla ricerca effettiva. Trovare culture del tipo Kardashev II o III, o ciò che ne rimane, ci mostrerebbe quello di cui la vita intelligente è capace, facendo al contempo sorgere la domanda ormai familiare su quanto a lungo una specie tecnologica possa sperare di sopravvivere.

traduzione ed editing di ROBERTO FLAIBANI e DONATELLA LEVI

Titolo originale: A Test Case for Astroengineering di Paul Gilster

pubblicato su Centauri Dreams il 30 ottobre 2014

19 gennaio 2015 Posted by | Astrofisica, Fantascienza, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , | 2 commenti

I Mutanti sul grande schermo: il Ragazzo Invisibile di Salvatores

Il vocabolario del mio MacBookAir dice che “mutante” vuol dire:

mutantemutànte
s.m. e f.

  • In biologia, individuo o gene che ha subito una mutazione e presenta quindi un nuovo carattere ereditario.

  • Nella fantascienza, essere o specie che abbia acquisito, non necessariamente in seguito a una o più mutazioni,  caratteristiche completamente anomale e eccezionali.

ETIMOLOGIA P. pres. di mutare
DATA 1958.

RagInv 2Il Ragazzo Invisibile di Salvatores, ambientato in una pallida e slava Trieste (che comprende ed ospita la parte slava dell’anima degli Italiani) è un perfetto mutante perché (piccolo spoiler) ha ereditato anni prima una mutazione acquisita dai suoi genitori per via di una catastrofe nucleare in prossimità di una città sovietica: quindi è mutante figlio di mutanti. Anche se non viene detto esplicitamente, la città cui si allude potrebbe essere Cernobyl, ma è possibile si tratti in realtà di qualcosa di più antico, dati i tempi e le età dei personaggi. Però poco conta ai fini della storia che come sempre nei film ben fatti è una scusa per passare alla scena successiva.
Salvatores è l’unico regista italiano che abbia avuto il coraggio di fare film di fantascienza per le sale (l’altro è Nirvana) e bisogna dargli atto che ci vuole coraggio a scendere in campo contro le megaproduzioni americane, ché solo quelle sono sul mercato. Scende, combatte e combatte bene, il film sta andando per la sua strada, meno trionfalmente di Interstellar, ma comunque con discreti incassi. Detto fra noi, sembra un film pensato molto anche per il mercato estero e forse per un pubblico adolescenziale, ma è ben costruito per qualunque appassionato di FS.
RagInv 4La storia del film è una tipica storia di FS anni ’50 e ’60, per come è raccontata, per come è strutturata, per mille altri particolari che non riveleremo. Godibilissima a dir poco.
E soprattutto per un particolare molto fantascientifico e al limite della plausibilità scientifica. I racconti sui mutanti dotati di poteri paranormali o se volete eccezionali superpoteri sono una tematica tipica della FS di quelle due decadi, MAI trattati prima del 1945, ed il motivo è semplice. Le riviste scientifiche prima ed i mass-media poi cominciarono subito dopo Hiroshima e Nagasaki a parlare delle mutazioni indotte dalle radiazioni negli animali sia in laboratorio sia nelle zone giapponesi (e non) contaminate dalle radiazioni. Moltissimi di questi articoli parlavano dell’aumento delle dimensioni degli animali ma non sottolineavano mai come si trattasse di microorganismi, di amebe o batteri. Gli organismi di tipo superiore non mutavano, morivano e basta. In realtà non ci sono mai stati topi giganti o se per questo nemmeno ragni giganti o formiche o piovre.
Però agli scrittori di FS la cosa piacque molto e da lì vennero fuori tutti i primi racconti e soprattutto i film degli anni ’50 con uomini, donne e animali giganti. E a seguire mutazioni di tutti i tipi vedi tutta la serie dei mutanti della Marvel, dai Fantastici 4 su su fino all’Uomo Ragno, gli X-Men e altro.

RagInv 3In realtà quel tipo di mutazioni sono scientificamente e quindi fantascientificamente, praticamente impossibili. E dico “praticamente” solo perché voglio fortissimamente continuare a leggere i fumetti di quando avevo 11 anni ed anche a godermi film come Il Ragazzo Invisibile. Pur sapendo che sono “quasi” impossibili.
Prima di tutto una dose massiccia di radiazioni non “muta” l’aspetto e le caratteristiche esteriori di un individuo adulto, lo uccide e basta. Una dose minore gli altera diverse funzioni metaboliche e quasi sicuramente gli stravolge il sistema riproduttivo rendendolo sterile o facendogli mettere al mondo mutanti sì, ma quasi (ah, che bella parola “quasi”!) sicuramente sterili, non in grado di sopravvivere e pure bruttarelli (diciamolo: mostriciattoli).
Questa concentrazione sugli effetti meravigliosi delle mutazioni indotte allontana la coscienza delle masse (!) dalle mutazioni reali che sono piccole, minuscole, se non microscopiche ma numerosissime; che non si notano ed hanno più facilmente a che vedere con il metabolismo che non con i superpoteri; e che (meravigliosamente!) sono continue, ininterrotte, costanti, per lo più non notate da nessuno. Per quel che ne sapete voi potreste essere portatore di una di queste piccole mutazioni e trasmetterla ai vostri discendenti e questa, più altre, chissà quali, ricombinate fra loro potrebbero, potranno determinarne una più grossa e significativa, come ad esempio il pollice opponibile che solo noi abbiamo fra tutti i Primati.  O la capacità di digerire sostanze attualmente indigeribili. O quella di vedere nella gamma dell’infrarosso.

RagInv 1Che ci facciamo? E che ne sai? Per dare una risposta dovrei scrivere un racconto in cui sulla Terra per l’inquinamento cala bruscamente la luminosità, non si può più coltivare quasi niente e occorre mangiare direttamente la corteccia degli alberi o i rami: sopravvivrebbero solo quelli che hanno subito quelle tali mutazioni. Per dire.
Il film è godibilissimo comunque, non fatevi distrarre dalle sciocchezze para-scientifiche che ho indicato in questo articolo. Sono sostanzialmente vere, ma lasciate perdere. Tanto i mutanti ci sono e sono tutt’intorno a noi. Solo che non hanno le ali, epperò digeriscono anche i sassi. Forse.

MASSIMO MONGAI

15 gennaio 2015 Posted by | Fantascienza, News | , , , | Lascia un commento

Il ghiaccio nel Sistema Solare

Il ghiaccio svolge un ruolo importante nell’evoluzione dei pianeti e nella regolazione del clima: sulla Terra la quantità di ghiaccio è un importante indicatore dei cambiamenti climatici. Su tutti i pianeti, in base alla loro distanza dal Sole e di conseguenza alla loro temperatura superficiale, si trovano diversi tipi di ghiaccio, come quelli di anidride carbonica, di miscele di metano e azoto nei corpi più esterni del sistema solare o, nel caso di Io, di anidride solforosa! Ghiaccio è stato osservato su tutti i grandi corpi solidi, compresi i crateri in ombra di Luna e Mercurio, ed è un componente abbondante degli oggetti oltre l’orbita di Giove. Recentemente, la scoperta di un getto di vapore acqueo su Cerere conferma l’ipotesi da tempo formulata che questo pianeta nano sia ricoperto da un involucro ghiacciato. Anche Venere, nonostante il suo clima infernale, mostra tracce della possibile presenza di ghiaccio.

Giaccio foto 01Fig. 1: la calotta polare meridionale di Marte è costituita per la maggior parte di acqua ghiacciata sovrapposto da un permanente strato di anidride carbonica congelata, o ghiaccio secco, spesso 8 metri. L’orbiter Mars Express dell’Agenzia Spaziale Europea ha catturato questa immagine a infrarossi.

Circa ventiquattro tipi di ghiaccio sono stati osservati o ne è stata ipotizzata l’esistenza all’interno dei corpi del sistema solare, ultra freddi e ultra compatti, composti puri o miscele ghiacciate di più tipi di composti. La maggior parte di essi presentano una struttura cristallina, ma si trovano anche esempi di ghiaccio allo stato “amorfo”, generatosi in conseguenza ad un repentino congelamento, che non ha dato alle molecole abbastanza tempo per organizzarsi. Sotto le pressioni presenti negli strati più profondi dei satelliti ghiacciati, quali Titano o Ganimede, il ghiaccio cristallino diventa sempre più compatto e mostra una grande varietà di strutture. A pressioni estremamente alte, le molecole di ghiaccio possono anche organizzarsi intorno a molecole di gas formando una struttura chiamata “clatrati idrati”. Non è necessario viaggiare fino alla periferia del sistema solare per trovare questo materiale: clatrati idrati si trovano in abbondanza anche sul pavimento dei mari terrestri, dove le molecole ghiacciate vengono intrappolate dal metano. Si potrebbe accendere un fiammifero vicino ad essi e vedere così il “ghiaccio ardente”!

Perché studiamo il ghiaccio?

Il ghiaccio rappresenta un termometro del Sistema Solare primitivo. Quando questo si stava formando, il Sole era incorporato in una spessa nuvola di gas molto caldo che formava la nebulosa proto-solare. Con il passare del tempo le condizioni di temperatura e pressione variarono e raggiunsero valori compatibili con il raffreddamento del gas , che iniziò a cristallizzare in minerali simili a neve, separandosi dalla nebulosa originaria. Vicino al Sole il materiale condensò per lo più privo di acqua; mentre più lontano da esso, l’acqua e una varietà di altre sostanze volatili divennero stabili e formarono più del 50 per cento del contenuto dei corpi planetari. Qualche milione di anni più tardi, il palcoscenico per la formazione del ghiaccio era pronto: ghiaccio d’acqua e ghiaccio di composti volatili in minor quantità, come l’ammoniaca, si formarono nella cintura principale di asteroidi, circa a metà della fascia in una zona di confine, detta linea della neve. Tuttavia questa situazione non rimase stabile a lungo perché i moti orbitali dei pianeti giganti non erano costanti e la modellizzazione di tali movimenti indica che le interazioni dinamiche tra Giove e Saturno portarono ad un rimpasto delle grandi cinture planetesimali, quali ad esempio quelle di comete e asteroidi associate ai pianeti giganti. Questa teoria sui primi stadi di evoluzione del Sistema Solare si chiama Modello di Nizza ed è stata introdotta circa una decina di anni fa. In essa si ipotizza che durante il processo di formazione, un rilevante numero di planetesimi migrò verso il Sistema Solare interno, arricchendolo in acqua; mentre altri serbatoi di ghiaccio, quali la fascia di Kuiper e la nube di Oort, si formarono ed organizzarono oltre l’orbita di Nettuno. Per comprendere cosa sia accaduto nel passato, gli scienziati lavorano allo stesso modo dei detective, utilizzando la composizione dei corpi planetari come indizi per scoprire la natura del sistema primitivo. Tramite la loro composizione elementare e la mineralogia i ghiacci hanno conservato tracce dell’ambiente in cui si sono formati, pertanto il loro campionamento lungo tutto il Sistema Solare e la successiva analisi della composizione forniscono un valido mezzo per decifrarne la storia dei primi momenti di formazione e capirne lo sviluppo fino alla sua attuale architettura.

Dove c’è il ghiaccio, ci può essere la vita.

Quando i corpi ricchi di ghiaccio sono grandi diverse centinaia di chilometri, la modellizzazione della loro evoluzione termica mostra che le temperature interne potrebbero diventare sufficientemente calde da consentire ad una parte del ghiaccio di fondere. Le missioni spaziali hanno rilevato la presenza di oceani di acqua al di sotto della superficie di molti oggetti, come i satelliti di Giove, Europa, Ganimede e Callisto, e le lune di Saturno, Titano ed Encelado.

Giaccio foto 1(Fig.2: le osservazioni delle missioni spaziali hanno rilevato ghiaccio d’acqua e oceani nel sottosuolo di Callisto, Ganimede e Europa. Anche Io presenta ghiaccio, nella forma di anidride solforosa congelata.)

Gli scienziati ritengono che altri oggetti avrebbero posseduto per una parte della loro evoluzione un oceano profondo, poi scomparso per il persistere di prolungati periodi a temperature troppo basse per il liquido. Sembra che questo possa essere il caso della luna di Saturno Tethys, o degli oggetti di 100 chilometri di diametro della fascia di Kuiper. La presenza di impurità volatili agisce come antigelo e svolge un ruolo fondamentale nella conservazione a lungo termine dei corpi liquidi profondi all’interno di questi oggetti, nello stesso modo in cui i sali aiutano la conservazione a lungo termine dei laghi sepolti in Antartide, come il Lago di Vostok.
Giaccio foto 3

Fig.3: Questa immagine raccolta dal satellite rivela una zona di copertura di ghiaccio liscio del Lago Vostok in Antartide, che si trova sepolto sotto 4 km (circa 2,5 miglia) di ghiaccio. Impurità volatili mantengono i mari sotterranei
in altri mondi in uno stato liquido, allo stesso modo in cui i sali agiscono per preservare il lago Vostok. Qualsiasi conferma della presenza di vita in Vostok potrebbe rafforzare la prospettiva di vita in simili corpi liquidi sulle lune ghiacciate.

La prova di acqua liquida in profondità arriva dallo studio della composizione della superficie e della storia geologica dei corpi ghiacciati. Gli scienziati possono ricostruire questa storia e dedurre i limiti di presenza, profondità e composizione dell’acqua liquida dalle caratteristiche visualizzate sulle loro superfici ghiacciate. Le tecniche geofisiche, quali le misure della gravità e del campo magnetico, possono anche sondare la profondità interna. Ad esempio l’esistenza di oceani profondi in Europa, Ganimede e Callisto sono stati tutti desunti dalla presenza di acqua salata rilevata dal magnetometro della sonda Galileo. Modelli recenti dell’interno, ricavati dal confronto tra la superficie di Europa e le caratteristiche che si trovano in Antartide, suggeriscono che sacche di acqua possono essere presenti all’interno del guscio ghiacciato di questo satellite di Giove.

Il tempo dei corpi ghiacciati

I prossimi due anni saranno favorevoli all’esplorazione dei corpi ghiacciati. L’orbiter Cassini continuerà il suo giro nel sistema di Saturno con 24 flyby su Titano e tre su Enceladus. Ci saranno, inoltre, tre missioni che sveleranno i segreti di corpi planetari mai esplorati prima.
La missione Rosetta (……)
Dopo la sua spettacolare indagine su Vesta, la sonda Dawn raggiungerà il suo secondo obiettivo, Cerere, nella primavera del 2015, per effettuare un’ampia mappatura della sua superficie e studiarne le caratteristiche geologiche e della composizione. Dawn utilizzerà uno strumento in grado di misurare gli elementi espulsi dalla superficie di Cerere come una conseguenza di raggi gamma impattanti e mapperà la distribuzione e la profondità di acqua sul pianeta nano.
Infine, nel luglio del 2015, la missione New Horizons, lanciata nel gennaio 2006, raggiungerà il sistema di Plutone. Questo pianeta nano presenta un’eccellente varietà di ghiacci sulla sua superficie e la navicella trasporta strumenti capaci di misurarne accuratamente la composizione. La più grande luna di Plutone, Caronte, è circa delle stesse dimensioni di Cerere, il che offre la prospettiva di interessanti confronti tra questi due corpi, simili per molti aspetti ma con ambienti di evoluzione molto diversi.
Queste prossime missioni apriranno nuovi orizzonti per la nostra comprensione dell’evoluzione dei nano pianeti e la loro potenzialità di ospitare un ambiente favorevole alla vita.

Giaccio foto 4(fig.4) Il Modello di Nizza. Mentre la nebulosa proto-solare si condensava, l’acqua e altri gas volatili che si trovavano lontano dal giovane Sole poterono rimanere stabili. Milioni anni più tardi, cominciarono a formarsi i vari tipi di ghiaccio e le comete e i planetesimi trasportarono quest’acqua fin nei dintorni del Sistema Solare appena nato. Nello stesso tempo, oltre l’orbita di Nettuno, enormi riserve di ghiaccio si formarono nel vasto disco composto di nuclei di comete di breve e medio periodo chiamato Cintura di Kuiper. Altri andarono a formare la Nube di Oort, un’immensa, sferica conchiglia di corpi ghiacciati che circonda l’intero Sistema Solare

Qual è il futuro per corpi ghiacciati?

Nel 2016, la missione Juno entrerà in orbita attorno a Giove ed effettuerà misurazioni che possono aiutare gli scienziati a capire se Giove possiede un nucleo al suo interno. Nel 2017, la sonda Cassini farà uno spettacolare tuffo all’interno degli anelli di Saturno e attiverà le prime osservazioni da vicino. Ma dopo il 2017 la mappa per l’esplorazione dei corpi ghiacciati rimarrà vuota per qualche anno. Sebbene molte fantastiche missioni siano in fase di sviluppo, l’esplorazione dei corpi ghiacciati entrerà in stallo. Allo scopo di completare la campionatura di ghiacci e corpi ghiacciati lungo tutto il sistema solare, l’attenzione viene rivolta a diverse mete. Una di queste è la fascia principale di asteroidi più esterni, che ospita la maggiore zona di corpi cometari e Themis 24, il primo asteroide in cui ghiaccio d’acqua e molecole di composti organici sono stati rilevati dalle osservazioni astronomiche, ed ancora i gruppi di asteroidi che si trovano lungo l’orbita di Giove nella regione chiamata “Nube dei Troiani”. Si stima che questa area contenga un milione di corpi, probabilmente catturati dal grande rimpasto delle prime fasi del sistema solare, come prevede il Modello di Nizza, menzionato sopra. L’origine di questi oggetti può essere desunta dalla valutazione della loro composizione chimica, usando il ghiaccio come un termometro. Data l’importanza scientifica dei Troiani, quale confine tra l’interno ed esterno del sistema solare, è stata approvata una missione dall’attuale sezione di Valutazione Decennale delle Scienze Planetarie del National Research Council’s, che precisa le domande chiave e le priorità per l’esplorazione dello spazio da qui ai primi anni del 2020. Altra nuova importante missione, riconosciuta dalla comunità per le scienze planetarie, è dedicata al sistema di Urano che, al tempo delle missioni Voyager, ha sollevato alcuni grandi misteri, quali le inusuali caratteristiche geologiche di Miranda e Ariel. Queste strane strutture mostrano la molteplicità delle forme prese dal materiale ghiacciato in funzione della composizione e del contesto geologico e, nel caso di Ariel, anche un probabile criovulcanismo.
Nel 2030 la missione Jupiter Icy Moons Explorer (JUICE), in fase di preparazione da parte dell’Agenzia Spaziale Europea e il cui lancio è previsto nel 2022, seguirà le tracce della sonda Galileo per un’osservazione ravvicinata di Giove, Ganimede, Callisto ed Europa. L’Europa Clipper, che recentemente ha ricevuto il via libera per lo sviluppo preliminare, potrebbe lasciare la Terra tra circa un decennio e effettuerebbe una vasta mappatura e una valutazione di abitabilità di Europa.

Conclusione

Le origini dei ghiacci del sistema solare e l’evoluzione dei corpi ghiacciati sono i temi di esplorazione planetaria di maggiore interesse. Le osservazioni in remoto e in-situ dei corpi ghiacciati possono aiutare gli scienziati a tornare indietro nel tempo alle prime condizioni del solare sistema e comprendere le principali dinamiche che hanno caratterizzato i nostri vicini planetari come li conosciamo oggi. Spingere l’esplorazione verso le parti più lontane ha portato anche alla scoperta di molteplici corpi che possono ospitare condizioni favorevoli allo sviluppo di forme di vita. Una maggiore conoscenza dell’ambiente del nostro sistema solare, sia vicino che lontano, a sua volta aiuterà ad individuare regioni in sistemi di esopianeti che favoriscano lo sviluppo del Santo Graal dell’esplorazione spaziale: la vita.

 

traduzione di  SIMONETTA ERCOLI

Titolo originale: Ice In the Solar System, Deciphering Clues to Planetary Origins and Habitability by Julie Castillo-Rogez

L’articolo è stato pubblicato su The Planetary Report vol. 34 n.2 – giugno 2014

JULIE CASTILLO-ROGEZ è una studiosa di geofisica planetaria, specializzata in lune ghiacciate e piccoli corpi celesti. E’ stata uno dei fondatori del Laboratorio di Fisica del Ghiaccio presso il JPL. Ha preso parte alla pianificazione degli esperimenti scientifici delle missioni Cassini-Huygens e Dawn, ed è stata membro del Science Definition Team del Titan-Saturn System Mission Study

12 gennaio 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

Gli appunti di Gianfranco su Interstellar

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Avevamo detto e ridetto che non avremmo pubblicato altro su “Interstellar”, dopo che se ne è parlato e riparlato per ben due mesi. Ma poi Gianfranco mi ha passato questi suoi appunti. Si tratta,  a parer mio, di un ottimo articolo che affianca il film alle opere di Bradbury, in una nuova e inedita prospettiva. Non potevamo certo ignorarlo: ecco quindi le riflessioni di Gianfranco de Turris su “Interstellar”. (RF)

Bradbury1(nella foto: Ray Bradbury).

Ho visto Interstellar, anzi sono stato indotto a vederlo, sotto la suggestione di una raccolta di interviste di Ray Bradbury: dodici nell’arco di sessant’anni che escono a gennaio da Bietti col titolo Siamo noi i marziani! che ho curato e introdotto.

In effetti, alla luce di quanto afferma il grande scrittore morto nel 2012, il film di Christopher Nolan si rivela del tutto “bradburyano”. L’ho visto in questa ottica tralasciando le polemiche che lo hanno coinvolto e su cui dirò a conclusione di questi appunti.

Interstellar parla di una umanità su una Terra morente confinata in mezzo al “fango” (come dice il protagonista) perché ha rinunciato volutamente allo spazio, alle stelle: alcuni disastri e il considerare i finanziamenti alla NASA come soldi sprecati costringono addirittura l’ente alla macchia, alla clandestinità. Il protagonista, Cooper, un ex pilota spaziale, deve affrontare chi a livello scolastico non crede che si sia mai giunti sulla Luna in base a note teorie complottistiche, riscrivendo i libri di testo.
Già questi sono due temi alla Bradbury, che nelle interviste critica sia la “dittatura delle minoranze” che fa correggere i libri, sia  la riduzione dei fondi alla NASA, l’interruzione dei voli, la fine di un sogno nato negli anni Sessanta, quando nel 1986 dopo il disastro del Challenger una ossessiva campagna mediatica mandò in crisi il progetto. Cosa che si sta ripetendo oggi se, come pare, nell’estate del 2014 la NASA ha annullato il programma per far ritornare l’uomo sulla Luna.

Il nostro destino, scrive il famoso autore di fantascienza, sono le stelle: la nuova frontiera dove verremo messi alla prova, dove si svilupperà una nuova religiosità, perché l’uomo ha bisogno di miti. Nel film si vede proprio questo: l’equipaggio dell’astronave va in cerca della “nuova frontiera”: un pianeta abitabile per ospitare gli emigrati dalla Terra morente. E l’esodo dell’umanità è un altro tema tipico di Bradbury, basti pensare a Cronache marziane. Bradbury critica il politicamente corretto, il buonismo e l’ipocrisia: quella che potrebbe causare il disastro della missione, con la figura del dottor Mann che dice di aver trovato un pianeta abitabile, mentre non è vero e pensa a salvare solo se stesso.

Interstellar2

(nella foto: Matthew McConaughey e Christofer Nolan)

Una delle tematiche di fondo di Bradbury è la famiglia. Interstellar è una sua difesa, con il padre ex astronauta che si occupa dei figli dopo la morte della moglie e li difende, e con i figli che restano in contatto con il padre ad anni-luce di distanza con il tempo che passa per loro velocemente e per il padre lentamente. Il figlio Tom si scoraggerà ma la figlia Murphy pur non avendo più avuto notizie da lui si batte, laureandosi in  fisica e lavorando alla NASA, per trovare il modo di risolvere una equazione gravitazionale fondamentale per capire i paradossi del viaggio galattico. E la scena finale col padre che incontra la figlia centenaria è un’altra prova di questo legane che supera lo spazio-tempo.

Uno dei temi principali di Bradbury sono gli alieni “buoni”, e alle spalle delle sorti dell’umanità e dell’astronave che parte verso l’ignoto vegliano proprio questi alieni (“Loro”) che forse hanno creato addirittura il buco spaziotemporale (il wormhole) e nella parte finale del film, trovano la soluzione. Sono forse gli uomini d un lontanissimo futuro, come pensa Cooper? In tal caso non cambierebbe molto: è l’idea di una entità che sorveglia e protegge l’umanità che qui conta… Questa soluzione è un’altra tematica cara allo scrittore: il viaggio nel tempo. Ma, attenzione, il colpo di genio di soggettisti, sceneggiatori e  regista è che questo viaggio nel tempo è indietro non avanti, e andando indietro esso non serve a modificare il futuro, ma a crearlo, a realizzarlo senza successive interferenze, dandogli il là, facendo cadere i libri e indicando la direzione della sede nascosta della NASA. Poi suggerendo a Murphy come risolvere la famosa equazione irrisolvibile e permettendo all’uomo di viaggiare (ed emigrare) fra le stelle.
Ciò avviene grazie alle cinque dimensioni del tessaratto ed ha come centro una biblioteca, crocevia dimensionale e temporale del sapere, una specie di Aleph borgesiano, altro luogo-simbolo essenziale per Bradbury, e che come realizzazione visiva fa pensare ai mondi matematici di Escher.

amazing-storiesEcco perché definisco Interstellar un film “bradburyano”, forse  indipendentemente dalle intenzioni dei suoi autori. Non privo inoltre di omaggi ai classici  della fantascienza filmica, da 2001 odissea nello spazio (con il computer CASE che assomiglia di certo e in meglio a HAL 9000) e a Guerre stellari (con il tipo di navetta con cui il protagonista parte per andare a cercare la sua bella e avendo alle sue spalle nella cabina di pilotaggio TARS, la parte mobile del computer).

Il film ha avuto critiche, quelle cui accennavo all’inizio, per la sua poca verosimiglianza scientifica, anzi i suoi errori. Verrebbe voglia di dire: embè? Anzi: chissenefrega!
E’ una vecchia storia questa: intanto noi stiano vedendo un film (o leggendo un romanzo) e non stiano vedendo un documentario scientifico o leggendo un saggio di Hawking (che pure lui non è il Vangelo e su certe sue teorie ci ha ripensato). E’ cinematografia o narrativa di fantascienza non un trattato di astronomia.

La fantascienza, come dice la parola italiana ha dunque una parte fanta: dove sta allora lo scandalo? Ma il termine originale, si dirà, è science fiction, vale a dire narrativa scientifica o meglio a sfondo scientifico, che narra fatti scientifici. Ma è la stessa cosa, e in merito ho pubblicato un articolo su Urania (scusate l’autocitazione).
Il fatto che molti dimenticano è che il “padre della fantascienza”, Hugo Gernsback che pubblicò nel 1926  la prima rivista specializzata, Amazing Stories (storie sorprendenti, meravigliose, e non certo scientifiche) nel suo “manifesto programmatico” fa riferimento a tre ispiratori del nuovo genere letterario: Verne, Wells, Poe, un francese, un inglese e un americano, autori di storie simili e diverse fra loro, soprattutto Poe che di vera e propria scienza nei suoi racconti e nel suo unico romanzo non ce ne metteva né tanta né ortodossa, anzi al contrario sconfinava nel fantastico, nel’onirico, nella metapsichica (oggi parapsicologia), nell’occulto, nel sovrannaturale. Tutte cose che farebbero storcere il naso (anzi inorridire) i fantascientisti ortodossi di oggi, ma che, ma guarda un po’, Gernsback poneva tra i “padri fondatori” del genere.

Bradbury2La conclusione era che, a mio giudizio, se si vuole ridurre la fantascienza a una narrativa di stretta divulgazione scientifica o di sola previsione del futuro, di estrapolazione sullo sviluppo delle scienze esatte si fa un madornale errore. Non solo ponendoci il problema: e se poi non ci azzecca che si fa? Ma anche  costringendoci alla fine a non considerare come vera fantascienza la quasi totalità della produzione che va sotto questa etichetta. La vera caratteristica della fantascienza è quel sense of wonder, quel senso del meraviglioso che gli appassionati americani vedevano in quella fra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, e che si può estendere a tutto il genere. Non solo quella delle origini o della giovinezza di molti lettori presi dalla nostalgia deve suscitare quelle sensazioni, ma tutta. Una narrativa più o meno a sfondo scientitico-tecnologico che non suscita un senso del meraviglioso  nei lettori o negli spettatori ha fallito il suo scopo.

A mio modesto parere Interstellar lo suscita di certo indipendentemente dal fatto che alcune idee spettacolari del regista come il pianeta sull’orlo del Buco Nero non siano cose scientificamente plausibili, e indipendentemente da alcune lungaggini della trama.
Io concluderei con un’alzata di spalle.

 

GIANFRANCO de TURRIS

8 gennaio 2015 Posted by | Fantascienza, Volo Interstellare | , , | 1 commento

I presupposti teorici del SETI

ZenSetiLibro Questo articolo fa seguito al precedente  Lo Zen del SETI e porta avanti l’esame dei principi teorici del SETI, che si concluderà tra breve con un terzo post sull’astroingegneria e i buchi neri.(RF)

Se tentassimo di ampliare i confini della ricerca di vita extraterrestre intelligente, come dovremmo procedere? Avere una mente speculativa è essenziale, e una delle gioie della fantascienza è la capacità di muoversi senza porsi dei limiti attraverso uno spazio immaginario, elaborando le possibili conseguenze dei più diversi scenari. Ma occorre stabilire delle priorità, ed è per questo che Freeman Dyson concepì l’idea di cercare esempi cospicui di tecnologie create da intelligenze extraterrestri. Non ci stupisce dunque che il termine “Dysonian SETI” sia usato per descrivere il metodo con il quale tale ricerca può procedere.

La cosiddetta “Sfera di Dyson” ne è un esempio. Immaginiamo una civiltà enormemente più antica e tecnologicamente più avanzata della nostra che decida di ottimizzare la quantità di energia estraibile da una stella. Sebbene la Sfera sia talvolta descritta come una sorta di guscio che circonda completamente una stella, l’idea di Dyson è meglio raffigurabile come uno sciame di ordigni che assorbono dalla stella quanta più energia possibile. Tra le diverse varianti spicca il “ringworld”  immaginato da Larry Niven nel romanzo che porta lo stesso nome. Un’opera di mega-ingegneria come questa emetterebbe una firma astronomica caratteristica. Perfino una stella completamente racchiusa in un guscio potrebbe essere rilevata grazie alle sue emissioni nella gamma dell’infrarosso, ed è qui infatti che in passato sono state condotte le ricerche delle Sfere di Dyson.

Una civiltà potente costruirebbe davvero oggetti simili? È una domanda chiave e, come fece notare Clément Vidal nel suo libro The Beginning and the End (Springer 2014), il documento di Dyson del 1966 sull’argomento partì dal presupposto che un’intelligenza aliena si servirebbe di una tecnologia che noi saremmo in grado di comprendere. L’idea è stata giustamente tacciata di antropocentrismo, e perfino lo stesso Dyson la definì “totalmente irrealistica” . Ma dobbiamo pur fissare un qualche punto di partenza, accettando la prospettiva assai realistica che una civiltà davvero avanzata opererebbe secondo modalità che imitano i processi naturali. Sviluppare criteri basati su ciò che effettivamente comprendiamo ci offre almeno una chiave per studiare cose che vediamo nei nostri dati astronomici e che potrebbero segnalare la presenza di opere di astroingegneria. Siamo limitati dal nostro livello di conoscenza scientifica, ma dobbiamo comunque usarlo.

Come ho detto in passato, il SETI Dysioniano (oppure lo Zen SETI di Vidal), non  è in conflitto con i precedenti metodi di ricerca SETI (radio e ottico).  Cercando nei nostri dati astronomici segni evidenti di tecnologia al lavoro, lo Zen SETI abbandona del tutto l’idea del SETI come tentativo di intercettare comunicazioni intenzionali, cercando invece di identificare anomalie su vasta scala che ci possano mostrare un’altra civiltà in azione. Questa forma di SETI ci permette di dirigere le nostre indagini non solo verso la nostra galassia, ma anche verso qualsiasi oggetto astronomico osservabile con i nostro telescopi. Come detto in precedenza, tutto questo somiglia un po’ all’archeologia, con possibili scoperte che potrebbero essere vecchie di migliaia di anni.

Così, mentre il SETI tradizionale prosegue con la sua ricerca pur sempre valida, nuove forme di SETI allargano lo spazio di ricerca e ci danno modo di interrogarci sulle basi filosofiche dei nostri assunti. Dovremmo, per esempio, dare per scontato che stiamo cercando forme di vita basate sul carbonio e l’acqua? Vidal segnala una definizione della vita del 1980, dovuta a Gerard Feinberg e Robert  Shapiro (in Life Beyond Earth, ed. Morrow), che descrive la vita stessa come una serie di sistemi altamente ordinati di materia ed  energia “caratterizzati da cicli complessi che conservano o aumentano gradualmente l’ordine del sistema attraverso lo scambio di energia con l’ambiente.”

clement-vidal2(nella foto: Clément Vidal)

Commenta Vidal: “Si noti l’estrema genericità di tale definizione. Carbonio, acqua e DNA non sono nemmeno nominati. Ciò che rimane sono scambi energetici che portano a un incremento di ordine. Liberi da presupposti limitanti (come l’acqua e il carbonio), i due autori immaginano esseri che vivono in colate laviche, nel magma terrestre, o sulla superficie di una stella di neutroni, un’idea, quest’ultima, che fu  esplorata non  solo dagli scrittori di fantascienza… ma anche dallo scienziato Frank Drake.”

Il riferimento alla fantascienza allude a Dragon’s Egg di Robert Forward (Ballantine, 1980), un intenso racconto condotto con l’abituale passione dall’autore. Meno conosciuto è l’articolo di Drake, Life on a  Neutron Star, (uscito in Astronomy – vol.1, n.5 –  1973), che si trova ancora sepolto tra pile di vecchie riviste in un armadio qui in ufficio. Lo ricordo volentieri come uno di quegli scritti che ti aprono la mente e ti fanno vedere il mondo in modo differente; ti rendi conto di quanto tu sia un prodotto del tuo stesso ambiente, e allora ti metti a pensare a quanti ambienti ci sono là fuori…

Il campo che si apre alle congetture è vasto. Robert Freitas ha scritto perfino che potrebbero esistere metabolismi di sistemi viventi basati sulle quattro forze fisiche fondamentali, cioè l’interazione nucleare debole, quella forte, l’elettromagnetismo e la gravitazione. Dovremmo anche considerare la possibilità (o la probabilità?) che una civiltà avanzata sia composta in buona parte da esseri postbiologici. Vidal ci ricorda quante generazioni di computer si sono succedute nel corso delle nostre vite, con il computer molecolare tridimensionale come possibile successore degli attuali circuiti integrati. E si chiede come si muoverebbe un ricercatore informatico degli anni ‘40 nel mondo digitale di oggi. Sarebbe in grado di riconoscere e comprendere gran parte della nostra tecnologia?

Vidal aggiunge: “La morale della storia è che nel SETI la materia non ha poi così (tanta ) importanza. Ciò che conta è l’abilità nel manipolare l’energia della materia e l’informazione, non il substrato materiale in sé. La tesi a favore dell’ipotesi postbiologica è alquanto plausibile….. Abbandonare l’ipotesi che gli extraterrestri usino un substrato biologico come carbonio, acqua, molecole del DNA o proteine permette di concentrarci sulla teoria dei sistemi funzionali, che punta a essere indipendente da uno specifico substrato materiale. Ciò rende questa  teoria dei sistemi il campo di ricerca interdisciplinare per eccellenza e anche uno strumento indispensabile in astrobiologia e nel SETI.”

Forse questi estratti danno un’idea di quanto provocatorio sia questo studio densamente scritto, e quanto spesso esso metta in discussione i presupposti della astrobiologia. Vidal ritiene in effetti che un’analisi stringente del SETI  possa contribuire a liberarci da quei presupposti che si applicano solo alla vita terrestre così da tentare di scoprire quali siano le caratteristiche essenziali della vita in quanto tale. Egli è alla ricerca di concetti relativi ai sistemi viventi, e magari anche intelligenti, che possano essere validi anche in ambiti extraterrestri, mentre noi rendiamo i nostri criteri sempre più aderenti allo studio dei dati astronomici anomali.

Freeman_Dyson(nella foto: Freeman Dyson)

Quali tipi di scoperte possiamo sperare di fare qualora esista davvero un qualcosa come un’astroingegneria su scala interstellare? Oltre alle già menzionate Sfere di Dyson , potremmo rilevare vasti scavi minerari nelle cinture di asteroidi di sistemi esoplanetari? E che dire delle stelle anomale, di gran lunga troppo giovani per stare nelle regioni dove le abbiamo trovate, oppure di quelle che mostrano spettri non abituali, possibili indicatori di civiltà che cercano di prolungare il ciclo della fusione dell’idrogeno nel proprio sole? Come ho già detto, i lettori possono vedere un sommario delle recenti idee sull’argomento nel mio articolo intitolato Distant ruins, apparso su Aeon.

Tra breve concluderò la discussione su [questa parte di] The Beginning and the End con l’opinione di Vidal sul possibile candidato per quella che possiamo definire “astrobiologia delle alte energie”, un fenomeno abbastanza interessante da richiamare l’attenzione dei teorici del SETI dysoniano. Vorrei però subito chiarire che il valore di questo libro non è in uno specifico candidato SETI, ma nel contesto molto più vasto che Vidal offre alla ricerca umana di altre civiltà, un contesto che sfida i lettori a mettere in discussione il proprio punto di vista su quale sia il posto degli esseri intelligenti nell’Universo.

 

traduzione ed editing  ROBERTO FLAIBANI

DONATELLA LEVI

FONTI:

Original Title:  “Examining SETI Assumptions” written by Paul Gilster on October 28, 2014 and published on Centauri Dreams. The original Dyson paper covering a broadened search for ETI is “The Search for Extraterrestrial Technology,” in Marshak, R.E. (ed.) Perspectives  in Modern Physics (Wiley, 1966), pp. 641-655.

 

5 gennaio 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Fantascienza, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI, Volo Interstellare | , , , | 1 commento

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