Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Quei visionari dello spazio che cambiarono il mondo… (prima parte)

La Corsa allo Spazio è nata grazie a due ingegneri visionari e geniali, von Braun e Korolev, che sapevano come influenzare le burocrazie e i leader dei propri paesi. Questo articolo racconta del perfetto gioco di squadra eseguito dai due, senza ma incontrarsi né scambiarsi una parola. E così la Terra entrò in una nuova era. (RF)

vonbraunSaturn5Nel mezzo della guerra più distruttiva della storia, Wernher von Braun fu incaricato di farla diventare anche peggiore costruendo un missile balistico da far piovere su Londra: il razzo V-2. Sfortunatamente per i suoi capi, le ambizioni di von Braun erano un tantino differenti. Egli riconobbe che il razzo aveva la potenzialità di raggiungere l’orbita terrestre trasportandovi il  primo satellite artificiale della storia, ma ogni volta che propose questa idea, i suoi superiori delle SS dichiararono (in toni via via più minacciosi) che il Führer voleva un’arma, non un giocattolo fantascientifico.

(Foto 1 – von Braun e il Saturno 5)

L’astuta insubordinazione di von Braun, cioè sottrarre risorse dal bilancio delle armi principali per proseguire la ricerca sui voli spaziali, facendo comunque abbastanza progressi con la V-2 da rimanere credibile di fronte ai suoi superiori, fu un atto di alto funambolismo. Ogni giorno rischiava sempre più la vita, e presto divenne chiaro che le SS intendevano uccidere alla fine gli scienziati della V-2 per impedire che gli americani o i russi ne acquisissero le competenze. Solo intuendo il momento giusto e fuggendo con dei documenti falsi, von Braun riuscì a consegnarsi agli americani insieme a un certo numero di membri della sua équipe.

vonbraun3foto 2 – von Braun a una riunione di ufficiali)

Sotto un vessillo votato alla distruzione, con i più stretti ordini di concentrarsi solo sulle applicazioni militari, un solo uomo riuscì in un modo o nell’altro a costruire, nel giro di pochi anni, le fondamenta per decenni di pacifica esplorazione spaziale, sopravvivendo per spiegare le sue ragioni alla storia. Il sogno di von Braun non ebbe il minimo impatto sulla pazzia del Terzo Reich, ma formò una spora virulenta che sarebbe sopravvissuta per infettare con la sua tecnologia ambedue le superpotenze.

Dal momento in cui gli Stati Uniti e l’URSS entrarono in possesso del materiale V-2, entrambi gli stati videro solo l’arma strategica che i Nazisti volevano sviluppare, e per più di un decennio non ne colsero, o ignorarono, il potenziale più profondo.  Di fronte alla possibilità di lasciare la Terra, il pensiero banale dei militari e dei burocrati poté soltanto concepirne un ritorno esplosivo sulle teste dei propri nemici.

Korolev+Sputnik

(foto 3  – Sergei Korolev con la sua prima creazione: lo Sputnik)

Von Braun, che allora lavorava per gli Stati Uniti, non era più costretto a nascondere le sue ambizioni più alte ma stava ben attento a non inimicarsi i suoi nuovi ospiti militari apparendo troppo entusiasta per idee che essi non avevano ancora compreso. Loro lo vedevano come uno strano secchione dalle fissazioni eccentriche che, se adeguatamente manipolato, poteva dar loro un vantaggio strategico sugli armamenti sovietici; e lui, a sua volta, li vedeva come sempliciotti da parrocchia che dovevano essere condotti per mano fino a comprendere ciò che era del tutto ovvio rispetto alla tecnologia in loro possesso. Lo scienziato tedesco veniva trattato con sufficienza per i suoi sogni, ma questi erano tollerati come manie personali.

Gagarin+Korolev(foto 4: – Korolev con Gagarin)

Nel frattempo i sovietici furono costretti a setacciare il loro vasto e segreto impero alla ricerca di qualcuno che avesse le competenze necessarie per capire e replicare il lavoro di Von Braun, e il migliore che trovarono fu Sergei Korolev – un uomo che aveva passato molti degli ultimi anni faticando nei gulag siberiani per colpa di false accuse. Negli ultimi anni del programma V-2 l’indole e l’esperienza di Korolev furono stranamente simmetriche a quelle di von Braun. Il suo governo chiedeva missili intercontinentali, minacciando le più severe conseguenze personali se avesse fallito, e non comprese, ignorò o guardò con sospetto qualsiasi idea non ortodossa, come il volo spaziale.

Korolev tenne un basso profilo finché non fu in grado di mostrare risultati, si costruì una credibilità e un’influenza nel governo, e ricercò sinergie tra ciò che l’Armata Rossa pretendeva e i razzi spaziali che egli voleva costruire. Il suo ruolo nel programma missilistico sovietico divenne così centrale e il suo talento così apprezzato che la sua stessa identità divenne un segreto di stato al massimo livello e lui sarebbe stato conosciuto fino alla sua morte semplicemente come il “Capo Progetto”.

Fu solo grazie a questa posizione privilegiata che egli riuscì faticosamente a sussurrare con discrezione alle orecchie dell’alto comando sovietico il suggerimento di usare le loro armi per il volo spaziale. I sovietici avevano a portata di mano un momento storico, disse loro, se solo il Politburo lo avesse permesso, un momento che avrebbe scatenato l’invidia e il desiderio di emulazione del mondo intero, senza il rimorso  di aver fatto qualcosa di ingiusto o di guerrafondaio. In caso di fallimento tutto quello che rischiavano era un banale imbarazzo, ma se invece avessero avuto successo il mondo sarebbe stato pervaso da un’incredula ammirazione.

korolevpostale

(foto 5: Korolev in un francobollo commemorativo)

Grazie a un misto di argomenti razionali e di quelli che oggi potremmo chiamare “giochetti mentali da cavaliere Jedi”, riuscì alla fine a convincerli, insinuando che gli americani stavano per lanciare (ma non era vero) e persuadendo i suoi superiori che erano stati loro a concepire la brillante idea del lancio nello spazio, mentre lui la stava soltanto realizzando. I suoi detrattori nell’Ufficio Razzi, che volevano concentrarsi sulla versione militare della missilistica, furono a poco a poco dipinti come dissidenti del Programma, piuttosto che come i suoi difensori dall’agenda estremista di Korolev. Improvvisamente una superpotenza totalitarista grande quanto un continente si impegnò nel volo spaziale, laddove dove prima d’allora vi si era dedicato solo un manipolo di visionari.

Rispetto a Korolev, Von Braun aveva molto meno accesso ai centri decisionali del potere, così le sue idee vennero trattate come opinioni interessate e non come suggerimenti urgenti e documentati. Inoltre, negli Stati Uniti l’immagine prevalente che si aveva dell’Unione Sovietica era quella di uno stato tecnologicamente arretrato. L’idea che Buck Rogers potesse indossare la Stella Rossa non trovava posto nell’immaginario americano, perciò il lancio dello Sputnik fu ancora più scioccante di quanto ci si possa oggi rendere conto. Fu così che il volo spaziale si trasformò da concetto vagamente interessante, ma di scarsa importanza, a urgente necessità nazionale, e Von Braun da dissidente a saggio.

vonbraunKennedy

(foto 6: von Braun a braccetto con Kennedy)

La strana simmetria tra von Braun e Korolev si ripeté di nuovo quando von Braun, dall’alto della sua nuova credibilità, convinse i leader americani che non sarebbe bastato semplicemente uguagliare gli obiettivi dei sovietici mano a mano che li raggiungevano, ma occorreva piuttosto che gli Stati Uniti li superassero drasticamente nel più breve tempo possibile. Le menti più fredde e pragmatiche obiettarono sulla necessità stessa di andare nello spazio, proprio come fanno oggi, ma furono del tutto ignorate nell’entusiasmo contagioso del momento. Altri, più modestamente, pensavano che sarebbe bastato lanciare il proprio satellite per salvare le apparenze, salvo poi lasciar perdere tutta la faccenda.

A von Braun, tuttavia, non importava affatto l’agitazione geopolitica del momento, o chi uguagliasse cosa, o quali vantaggi temporanei  si potessero ottenere. Lui voleva semplicemente promuovere il volo spaziale e, come Korolev sapeva suonare le menti del Politburo come strumenti musicali, così lui sfruttò ogni posizione di potere alla sua portata per far sì che ciò si realizzasse. Il giorno prima dello Sputnik le sue considerazioni in favore di un satellite americano erano ritenute premature e irrealistiche; il giorno dopo, le sue argomentazioni per portare l’Uomo sulla Luna venivano considerate serie e credibili.

vonbraun2(foto 7: von Braun illustra il progetto di una stazione spaziale)

Da quell’improvviso scossone avvenuto negli Stati Uniti, Korolev poté  trovare giustificazioni per le sue posizioni, spingendo i sovietici verso nuovi e più grandi impegni. Senza mai essersi incontrati  o aver scambiato una singola parola, von Braun e Korolev sfruttarono l’inimicizia tra i rispettivi governi a vantaggio del proprio sogno comune. Nacque così la Corsa allo Spazio, non  per una naturale tendenza delle due superpotenze, che avrebbero forse preferito tenere un comportamento cauto e pragmatico, ma grazie a ingegneri visionari che sapevano come mettere fuori gioco le burocrazie e fare il lavaggio del  cervello ai propri leader.

Mentre tutto questo accadeva, il solipsismo per il quale “ci sono cose migliori da fare quaggiù”  – quello che come tema dominante rende la maggior parte della storia monotona e priva di importanza – venne sopraffatto e ignorato, riducendosi a patetico rumore di fondo incapace di ostacolare in modo significativo la Corsa allo Spazio. Coloro che erano contrari, seppure numerosi, non venivano considerati ragionevoli o persuasivi, le loro opinioni suonavano pusillanimi ed egocentriche, se non piene di risentimento per qualcosa di così importante da far sembrare le loro preoccupazioni futili e fugaci. Chi invece era favorevole poteva vedere, forse per la prima volta nella vita, una visione dell’Umanità positiva e unificante, nella rincorsa pacifica di una frontiera estrema da parte di nemici mortali.

I semplici sogni innocenti di un bambino che guarda in su verso  le stelle avevano sopravanzato  la corsa verso l’ Armageddon nucleare nel momento più alto di pericolo globale. È perlomeno ragionevole chiedersi se la Corsa allo Spazio sia stata davvero il motivo per il quale la terza  guerra mondiale non è scoppiata. A partire da quel nuovo, elevato punto di vista, la visione di von Braun e Korolev pervase ogni recesso dei programmi spaziali delle due nazioni, e da allora decenni di scarsi finanziamenti e risultati di poco conto non sono riusciti a far rientrare il genio nella bottiglia.

vonbraunmarte(foto 8: progetti futuri….)

Né la fine del programma Apollo, né la mancanza di ricadute di qualche valore nei decenni successivi, nemmeno il totale collasso della stessa Unione Sovietica, sono riusciti a cancellare i programmi di volo spaziale delle due superpotenze, o ad annullare la convinzione generale che tali attività siano parte del carattere fondamentale di una grande nazione. Nel caso dell’Unione Sovietica, il programma spaziale è stato letteralmente più duraturo della nazione che lo aveva creato, dimostrando di avere radici in qualcosa di ben più profondo di un credo politico o del nazionalismo.

(continua….)

traduzione ed editing:

ROBERTO FLAIBANI

DONATELLA LEVI

Titolo originale: “The strange contagion of a dream” di Brian Altmeyer

pubblicato il 6 ottobre 2014 da The Space Review

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27 gennaio 2015 Posted by | Astronautica, Epistemologia, News | , , , , , , , , | 2 commenti

Astroingegneria, nuova frontiera del SETI

L’anno scorso il programma New Frontiers in Astronomy & Cosmology, creato dalla John Templeton Foundation per distribuire borse di studio, ne ha assegnate tre con un orientamento che Clément Vidal definirebbe Zen-SETI.

Kardashev( nella foto: Nikolai Kardashev, astronomo russo)

L’idea di cercare tra i dati astronomici già disponibili e fare nuove osservazioni per rilevare possibili segni di una civiltà extraterrestre al lavoro non è nuova, e nell’articolo precedente abbiamo dato un’occhiata al contributo anticipatore di Freeman Dyson. Carl Sagan and Josif Shklovskii fanno anch’essi parte di una discendenza che possiamo estendere all’indietro almeno fino agli inizi del ventesimo secolo.

Questi ultimi riconoscimenti dimostrano una tendenza crescente affinché il SETI allarghi i suoi orizzonti verso nuove direzioni. La squadra di Jason Wright (Pennsylvania State University), alla quale si aggiungono  i colleghi  Steinn Sigurðsson and Matthew Povich, sta per dare inizio ad una ricerca per le Sfere di Dyson che, se osservate in una lontana galassia colonizzata da una civiltà di tipo Kardashev III, dovrebbero mandare un’inequivocabile firma nell’infrarosso. Potremmo rintracciare un dato simile fra quelli ricevuti  dal WISE, il satellite per l’osservazione dell’infrarosso, attualmente operativo in orbita terrestre?

E riguardo a Kepler, quali novità? Lucianne Walkowicz, della Princeton University, ha vinto una delle tre borse di studio in palio nel 2013 per la sua ricerca di indizi di origine tecnologica o almeno artificiale attorno a stelle lontane. Il terzo vincitore è stato il cacciatore di pianeti extrasolari Geoff Marcy (UC-Berkeley), che ha lavorato con Andrew Howard (University of Hawaii) and John Johnson (Caltech) sui dati di Kepler. Quando Clément Vidal scrive del SETI come di un programma dedicato all’osservazione piuttosto che alle comunicazioni (in The Beginning and the End, Springer, 2014), egli dà una forte spinta ai principi che stanno dietro a queste ricerche.

Quello di Vidal è un libro ricco e densamente costruito, ecco perché in questi ultimi giorni ho tentato  di estrarne alcune idee chiave fra quelle più attinenti con ciò che facciamo a Centauri Dreams. I primi capitoli sono dedicati soprattutto a costruire una punto di vista che sia coerente con le ultime tendenze della cosmologia, e Vidal fa congetture non solo sulle teorie del “multiverso”, ma anche su un ruolo per la vita nel cosmo che includa la cosmogenesi, cioè la creazione di nuovi universi. Viene subito in mente Olaf Stapledon, perché l’ambiziosa fuga in avanti di Vidal verso nuovi ambiti intellettuali mi ricorda tanto lo scrittore inglese. Questi si sarebbe sentito a casa con le idee di Vidal di una selezione cosmologica artificiale, che si rifanno, estendendole, a idee proposte originariamente da un altro pensatore profondamente creativo, Lee Smolin.

Maccone

(nella foto Claudio Maccone, Chair of the IAA SETI Permanent Committee, lo scienziato italiano più influente in ambito SETI)

 

I Buchi Neri e il loro uso

Cosa possiamo dire, ad esempio, dei buchi neri in un contesto SETI? Prima di tutto offrono l’opportunità di avvalersi di una delle più potenti lenti gravitazionali esistenti. Claudio Maccone ha scritto a proposito del potenziale dei buchi neri  posizionati nel centro delle galassie simili alla Via Lattea, che vengono circondati da sciami di stazioni d’osservazione allineate con bersagli sparsi in tutto l’universo. Del resto, l’effetto che ha la lente gravitazionale sulle radiazioni elettromagnetiche nei pressi di un buco nero è così intenso che si potrebbe allestire un apposito canale di comunicazione intergalattico su lunghissime distanze (aspettare le risposte sarà tutt’altra faccenda).
Ma i buchi neri offrono ben altro. Nella loro qualità di oggetti più densi tra quelli noti nell’universo, essi possono soddisfare le esigenze di una civiltà di tipo Kardashev III posta di fronte alla continua necessità di sostenere i propri consumi energetici. Vidal esamina la letteratura sull’argomento cominciando da Roger Penrose, che immaginava l’estrazione dell’energia di rotazione di  un buco nero tramite l’iniezione di materia, e proseguendo con altri scienziati che elaborarono i dettagli di come estrarre energia da buchi neri roteanti (la bibliografia è vasta e abbastanza buona). Ma ecco un’altra possibilità: raccogliere energia dalle onde gravitazionali generate dalla collisione fra buchi neri o addirittura manipolare la fusione di alcuni dei più piccoli. In tempi recenti Louis Crane ha studiato i piccoli buchi neri come fonte di energia, perché questi oggetti convertono materia in energia (la radiazione di Hawking) ad alti livelli di efficienza.

Ci sono anche usi computazionali per i buchi neri  che ci spingono fino ai confini dell’informatica con la teoria degli “ipercomputer”, i quali ricorrono ad effetti relativistici per dilatare il tempo in prossimità dei buchi neri. Le idee filosofiche di Vidal a proposito di una selezione cosmologica artificiale partono dall’ipotesi che una civiltà di tipo Kardashev III possa imparare ad usare i buchi neri per creare interi universi nuovi di zecca. Comunque si veda la questione, l’idea che  se ne trae è che, per una varietà di ragioni, i buchi neri dovrebbero essere una sorta di calamita per l’intelligenza. Vidal vuole sapere come si potrebbero presentare le manifestazioni osservabili di questi utilizzi. Si riuscirebbe a rilevarli?

Sorgenti di energia per civiltà avanzate

Ma non dobbiamo limitare la nostra ricerca ai soli buchi neri. Se estrarre energia dal sottile disco di accrescimento attorno a un buco nero rotante potrebbe essere una delle più efficienti fonti di energia che si possa immaginare, possiamo anche cercare simili configurazioni attorno a stelle di neutroni o nane bianche. Ecco quindi una domanda chiave: potrebbe una civiltà imbrigliare l’energia della propria stella a un livello di efficienza che si avvicini alla densità dei buchi neri? L’interessante famiglia dei sistemi binari chiamati “stelle doppie a raggi X”, per via della loro caratteristica emissione elettromagnetica, meriterebbe, secondo Vidal, la nostra attenzione come un possibile segno di un sistema astrofisico artificiale. Ce ne sono altre, inclusa una grande varietà di stelle doppie a contatto dove le stelle scambiano tra loro materia ed energia in modi complicati. Vidal presuppone che queste binarie siano oggetti naturali, ma non vuole escludere la possibilità che almeno in qualcuna di loro potremmo vedere qualcos’altro in azione. E qui vorrei citare direttamente l’autore:

Wise(nell’immagine: il telescopio orbitale WISE)

“L’accrescimento è un processo astrofisico nella formazione dei pianeti e delle galassie che si verifica dovunque, quindi si potrebbe obiettare che tutti i sistemi binari potrebbero semplicemente essere sempre naturali. Ma lasciate che vi presenti un’analogia. La fissione si trova nei processi naturali così come la fusione, che è uno dei processi energetici di base nell’evoluzione stellare. Eppure l’uomo cerca di copiarle entrambe, e sicuramente trarrebbe grande beneficio se potesse averle sempre sotto controllo. Quindi non è perché sia noto che un certo processo possa verificarsi in natura, che il suo uso in un dato caso non possa essere sotto controllo intelligente. In effetti, la questione potrebbe essere ancora più complessa. La formazione di lampi a raggi-X potrebbe essere naturale, ma gli extraterrestri potrebbero assumerne il controllo successivamente, proprio come un fiume che scorre giù da una montagna è una sorgente di energia gravitazionale che gli uomini possono imbrigliare con impianti idroelettrici.“
In altre parole, c’è un’ampia varietà di sistemi stellari binari, in cui troviamo dischi di accrescimento che potrebbero fornire utili fonti di energia a una civiltà avanzata. Vidal ha creato il termine “stellivoro“ per descrivere una civiltà che potrebbe “cibarsi“ delle stelle. Più precisamente:

“Si tratta di una civiltà extraterrestre in grado di usare l’energia stellare (e quindi del tipo Kardashev II), nella configurazione di una binaria lenta, (non-conservative transient) con disco di accrescimento… in cui la primaria densa… sia un pianeta, una nana bianca, una stella di neutroni o un buco nero”.

E infatti Vidal cita il romanzo di Stapledon Star Maker per dimostrare che l’idea di estrarre energia da un sistema binario non è nuova. E un giorno la nostra civiltà potrebbe proprio dirigersi  verso uno scenario ipotetico di questo tipo. Man mano che le nostre tecnologie funzionano secondo scale sempre più piccole e dense e noi avanziamo lungo la progressione di Kardashev, usando così sempre più energia, alla fine ci troveremo in debito di energia anche se dovessimo coprire tutta la superficie terrestre con pannelli solari. Così portiamo la Terra più vicina al Sole (è una nozione di Stapledon) per ottenere più energia, mentre i nostri discendenti si trasformano in esseri postbiologici. Ma abbiamo bisogno di ancor più energia, così gli ingegneri stellari costruiscono un disco di accrescimento attivo dal Sole trasformando quello che era stata la specie umana in una civiltà stellivora. La densità della Terra evoluta ora si avvicina a quella di una nana bianca, e il nuovo sistema binario assomiglia a quello che nei nostri dati vediamo come una variabile cataclismica, un sistema binario con una nana bianca come componente. Vidal:

clement-vidal2(nella foto: Clément Vidal)

“ Se tali sistemi binari sono stellivori, allora dovremmo trovare che le loro versioni primitive estraggono energia da una stella accoppiata ad un pianeta che non è denso se paragonato  a una nana bianca, a una stella di neutroni o a un buco nero. Ciò avverrebbe a un tasso di accrescimento più contenuto, così l’accrescimento planetario è una delle predizioni concrete derivabili dall’ipotesi stellivora (e in effetti di recente sono state scoperte interazioni tra stelle e pianeti).”

L’ipotesi di Vidal dell’esistenza delle stellivore ci lascia intravvedere un’astrofisica delle alte energie da un punto di vista astrobiologico. Solo congetture? Certo, ma Vidal è un filosofo per il quale giocare con le idee è coinvolgente come il fluire delle note in una fuga di Bach. Piuttosto che rivendicare l’esistenza di civiltà stellivore, egli offre dati su un’ampia varietà di sistemi binari e la possibilità di estrarne energia, fornendo previsioni su cosa potremmo vedere se tali civiltà esistessero. Viene presentata un’agenda dell’astrobiologia delle alte energie che propone specifiche ricerche (…..).

Per concludere, l’idea della stellivora è il modo in cui Vidal descrive la nuova direzione del SETI, un esempio concreto di come possiamo studiare dei corpi celesti di cui possediamo i dati cercandovi tracce di ingegneria extraterrestre. Costruire un robusto bagaglio teorico per tali ricerche è il fulcro di The Beginning and The End, i cui principi sono espressi e messi a punto dalle ricerche SETI ancora in corso menzionate all’inizio di questo articolo. Come nel caso del Progetto Ozma dei primi tempi del SETI, noi non possiamo sapere cosa troveremo finché non diamo il via alla ricerca effettiva. Trovare culture del tipo Kardashev II o III, o ciò che ne rimane, ci mostrerebbe quello di cui la vita intelligente è capace, facendo al contempo sorgere la domanda ormai familiare su quanto a lungo una specie tecnologica possa sperare di sopravvivere.

traduzione ed editing di ROBERTO FLAIBANI e DONATELLA LEVI

Titolo originale: A Test Case for Astroengineering di Paul Gilster

pubblicato su Centauri Dreams il 30 ottobre 2014

19 gennaio 2015 Posted by | Astrofisica, Fantascienza, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , | 2 commenti

I Mutanti sul grande schermo: il Ragazzo Invisibile di Salvatores

Il vocabolario del mio MacBookAir dice che “mutante” vuol dire:

mutantemutànte
s.m. e f.

  • In biologia, individuo o gene che ha subito una mutazione e presenta quindi un nuovo carattere ereditario.

  • Nella fantascienza, essere o specie che abbia acquisito, non necessariamente in seguito a una o più mutazioni,  caratteristiche completamente anomale e eccezionali.

ETIMOLOGIA P. pres. di mutare
DATA 1958.

RagInv 2Il Ragazzo Invisibile di Salvatores, ambientato in una pallida e slava Trieste (che comprende ed ospita la parte slava dell’anima degli Italiani) è un perfetto mutante perché (piccolo spoiler) ha ereditato anni prima una mutazione acquisita dai suoi genitori per via di una catastrofe nucleare in prossimità di una città sovietica: quindi è mutante figlio di mutanti. Anche se non viene detto esplicitamente, la città cui si allude potrebbe essere Cernobyl, ma è possibile si tratti in realtà di qualcosa di più antico, dati i tempi e le età dei personaggi. Però poco conta ai fini della storia che come sempre nei film ben fatti è una scusa per passare alla scena successiva.
Salvatores è l’unico regista italiano che abbia avuto il coraggio di fare film di fantascienza per le sale (l’altro è Nirvana) e bisogna dargli atto che ci vuole coraggio a scendere in campo contro le megaproduzioni americane, ché solo quelle sono sul mercato. Scende, combatte e combatte bene, il film sta andando per la sua strada, meno trionfalmente di Interstellar, ma comunque con discreti incassi. Detto fra noi, sembra un film pensato molto anche per il mercato estero e forse per un pubblico adolescenziale, ma è ben costruito per qualunque appassionato di FS.
RagInv 4La storia del film è una tipica storia di FS anni ’50 e ’60, per come è raccontata, per come è strutturata, per mille altri particolari che non riveleremo. Godibilissima a dir poco.
E soprattutto per un particolare molto fantascientifico e al limite della plausibilità scientifica. I racconti sui mutanti dotati di poteri paranormali o se volete eccezionali superpoteri sono una tematica tipica della FS di quelle due decadi, MAI trattati prima del 1945, ed il motivo è semplice. Le riviste scientifiche prima ed i mass-media poi cominciarono subito dopo Hiroshima e Nagasaki a parlare delle mutazioni indotte dalle radiazioni negli animali sia in laboratorio sia nelle zone giapponesi (e non) contaminate dalle radiazioni. Moltissimi di questi articoli parlavano dell’aumento delle dimensioni degli animali ma non sottolineavano mai come si trattasse di microorganismi, di amebe o batteri. Gli organismi di tipo superiore non mutavano, morivano e basta. In realtà non ci sono mai stati topi giganti o se per questo nemmeno ragni giganti o formiche o piovre.
Però agli scrittori di FS la cosa piacque molto e da lì vennero fuori tutti i primi racconti e soprattutto i film degli anni ’50 con uomini, donne e animali giganti. E a seguire mutazioni di tutti i tipi vedi tutta la serie dei mutanti della Marvel, dai Fantastici 4 su su fino all’Uomo Ragno, gli X-Men e altro.

RagInv 3In realtà quel tipo di mutazioni sono scientificamente e quindi fantascientificamente, praticamente impossibili. E dico “praticamente” solo perché voglio fortissimamente continuare a leggere i fumetti di quando avevo 11 anni ed anche a godermi film come Il Ragazzo Invisibile. Pur sapendo che sono “quasi” impossibili.
Prima di tutto una dose massiccia di radiazioni non “muta” l’aspetto e le caratteristiche esteriori di un individuo adulto, lo uccide e basta. Una dose minore gli altera diverse funzioni metaboliche e quasi sicuramente gli stravolge il sistema riproduttivo rendendolo sterile o facendogli mettere al mondo mutanti sì, ma quasi (ah, che bella parola “quasi”!) sicuramente sterili, non in grado di sopravvivere e pure bruttarelli (diciamolo: mostriciattoli).
Questa concentrazione sugli effetti meravigliosi delle mutazioni indotte allontana la coscienza delle masse (!) dalle mutazioni reali che sono piccole, minuscole, se non microscopiche ma numerosissime; che non si notano ed hanno più facilmente a che vedere con il metabolismo che non con i superpoteri; e che (meravigliosamente!) sono continue, ininterrotte, costanti, per lo più non notate da nessuno. Per quel che ne sapete voi potreste essere portatore di una di queste piccole mutazioni e trasmetterla ai vostri discendenti e questa, più altre, chissà quali, ricombinate fra loro potrebbero, potranno determinarne una più grossa e significativa, come ad esempio il pollice opponibile che solo noi abbiamo fra tutti i Primati.  O la capacità di digerire sostanze attualmente indigeribili. O quella di vedere nella gamma dell’infrarosso.

RagInv 1Che ci facciamo? E che ne sai? Per dare una risposta dovrei scrivere un racconto in cui sulla Terra per l’inquinamento cala bruscamente la luminosità, non si può più coltivare quasi niente e occorre mangiare direttamente la corteccia degli alberi o i rami: sopravvivrebbero solo quelli che hanno subito quelle tali mutazioni. Per dire.
Il film è godibilissimo comunque, non fatevi distrarre dalle sciocchezze para-scientifiche che ho indicato in questo articolo. Sono sostanzialmente vere, ma lasciate perdere. Tanto i mutanti ci sono e sono tutt’intorno a noi. Solo che non hanno le ali, epperò digeriscono anche i sassi. Forse.

MASSIMO MONGAI

15 gennaio 2015 Posted by | Fantascienza, News | , , , | Lascia un commento

Il ghiaccio nel Sistema Solare

Il ghiaccio svolge un ruolo importante nell’evoluzione dei pianeti e nella regolazione del clima: sulla Terra la quantità di ghiaccio è un importante indicatore dei cambiamenti climatici. Su tutti i pianeti, in base alla loro distanza dal Sole e di conseguenza alla loro temperatura superficiale, si trovano diversi tipi di ghiaccio, come quelli di anidride carbonica, di miscele di metano e azoto nei corpi più esterni del sistema solare o, nel caso di Io, di anidride solforosa! Ghiaccio è stato osservato su tutti i grandi corpi solidi, compresi i crateri in ombra di Luna e Mercurio, ed è un componente abbondante degli oggetti oltre l’orbita di Giove. Recentemente, la scoperta di un getto di vapore acqueo su Cerere conferma l’ipotesi da tempo formulata che questo pianeta nano sia ricoperto da un involucro ghiacciato. Anche Venere, nonostante il suo clima infernale, mostra tracce della possibile presenza di ghiaccio.

Giaccio foto 01Fig. 1: la calotta polare meridionale di Marte è costituita per la maggior parte di acqua ghiacciata sovrapposto da un permanente strato di anidride carbonica congelata, o ghiaccio secco, spesso 8 metri. L’orbiter Mars Express dell’Agenzia Spaziale Europea ha catturato questa immagine a infrarossi.

Circa ventiquattro tipi di ghiaccio sono stati osservati o ne è stata ipotizzata l’esistenza all’interno dei corpi del sistema solare, ultra freddi e ultra compatti, composti puri o miscele ghiacciate di più tipi di composti. La maggior parte di essi presentano una struttura cristallina, ma si trovano anche esempi di ghiaccio allo stato “amorfo”, generatosi in conseguenza ad un repentino congelamento, che non ha dato alle molecole abbastanza tempo per organizzarsi. Sotto le pressioni presenti negli strati più profondi dei satelliti ghiacciati, quali Titano o Ganimede, il ghiaccio cristallino diventa sempre più compatto e mostra una grande varietà di strutture. A pressioni estremamente alte, le molecole di ghiaccio possono anche organizzarsi intorno a molecole di gas formando una struttura chiamata “clatrati idrati”. Non è necessario viaggiare fino alla periferia del sistema solare per trovare questo materiale: clatrati idrati si trovano in abbondanza anche sul pavimento dei mari terrestri, dove le molecole ghiacciate vengono intrappolate dal metano. Si potrebbe accendere un fiammifero vicino ad essi e vedere così il “ghiaccio ardente”!

Perché studiamo il ghiaccio?

Il ghiaccio rappresenta un termometro del Sistema Solare primitivo. Quando questo si stava formando, il Sole era incorporato in una spessa nuvola di gas molto caldo che formava la nebulosa proto-solare. Con il passare del tempo le condizioni di temperatura e pressione variarono e raggiunsero valori compatibili con il raffreddamento del gas , che iniziò a cristallizzare in minerali simili a neve, separandosi dalla nebulosa originaria. Vicino al Sole il materiale condensò per lo più privo di acqua; mentre più lontano da esso, l’acqua e una varietà di altre sostanze volatili divennero stabili e formarono più del 50 per cento del contenuto dei corpi planetari. Qualche milione di anni più tardi, il palcoscenico per la formazione del ghiaccio era pronto: ghiaccio d’acqua e ghiaccio di composti volatili in minor quantità, come l’ammoniaca, si formarono nella cintura principale di asteroidi, circa a metà della fascia in una zona di confine, detta linea della neve. Tuttavia questa situazione non rimase stabile a lungo perché i moti orbitali dei pianeti giganti non erano costanti e la modellizzazione di tali movimenti indica che le interazioni dinamiche tra Giove e Saturno portarono ad un rimpasto delle grandi cinture planetesimali, quali ad esempio quelle di comete e asteroidi associate ai pianeti giganti. Questa teoria sui primi stadi di evoluzione del Sistema Solare si chiama Modello di Nizza ed è stata introdotta circa una decina di anni fa. In essa si ipotizza che durante il processo di formazione, un rilevante numero di planetesimi migrò verso il Sistema Solare interno, arricchendolo in acqua; mentre altri serbatoi di ghiaccio, quali la fascia di Kuiper e la nube di Oort, si formarono ed organizzarono oltre l’orbita di Nettuno. Per comprendere cosa sia accaduto nel passato, gli scienziati lavorano allo stesso modo dei detective, utilizzando la composizione dei corpi planetari come indizi per scoprire la natura del sistema primitivo. Tramite la loro composizione elementare e la mineralogia i ghiacci hanno conservato tracce dell’ambiente in cui si sono formati, pertanto il loro campionamento lungo tutto il Sistema Solare e la successiva analisi della composizione forniscono un valido mezzo per decifrarne la storia dei primi momenti di formazione e capirne lo sviluppo fino alla sua attuale architettura.

Dove c’è il ghiaccio, ci può essere la vita.

Quando i corpi ricchi di ghiaccio sono grandi diverse centinaia di chilometri, la modellizzazione della loro evoluzione termica mostra che le temperature interne potrebbero diventare sufficientemente calde da consentire ad una parte del ghiaccio di fondere. Le missioni spaziali hanno rilevato la presenza di oceani di acqua al di sotto della superficie di molti oggetti, come i satelliti di Giove, Europa, Ganimede e Callisto, e le lune di Saturno, Titano ed Encelado.

Giaccio foto 1(Fig.2: le osservazioni delle missioni spaziali hanno rilevato ghiaccio d’acqua e oceani nel sottosuolo di Callisto, Ganimede e Europa. Anche Io presenta ghiaccio, nella forma di anidride solforosa congelata.)

Gli scienziati ritengono che altri oggetti avrebbero posseduto per una parte della loro evoluzione un oceano profondo, poi scomparso per il persistere di prolungati periodi a temperature troppo basse per il liquido. Sembra che questo possa essere il caso della luna di Saturno Tethys, o degli oggetti di 100 chilometri di diametro della fascia di Kuiper. La presenza di impurità volatili agisce come antigelo e svolge un ruolo fondamentale nella conservazione a lungo termine dei corpi liquidi profondi all’interno di questi oggetti, nello stesso modo in cui i sali aiutano la conservazione a lungo termine dei laghi sepolti in Antartide, come il Lago di Vostok.
Giaccio foto 3

Fig.3: Questa immagine raccolta dal satellite rivela una zona di copertura di ghiaccio liscio del Lago Vostok in Antartide, che si trova sepolto sotto 4 km (circa 2,5 miglia) di ghiaccio. Impurità volatili mantengono i mari sotterranei
in altri mondi in uno stato liquido, allo stesso modo in cui i sali agiscono per preservare il lago Vostok. Qualsiasi conferma della presenza di vita in Vostok potrebbe rafforzare la prospettiva di vita in simili corpi liquidi sulle lune ghiacciate.

La prova di acqua liquida in profondità arriva dallo studio della composizione della superficie e della storia geologica dei corpi ghiacciati. Gli scienziati possono ricostruire questa storia e dedurre i limiti di presenza, profondità e composizione dell’acqua liquida dalle caratteristiche visualizzate sulle loro superfici ghiacciate. Le tecniche geofisiche, quali le misure della gravità e del campo magnetico, possono anche sondare la profondità interna. Ad esempio l’esistenza di oceani profondi in Europa, Ganimede e Callisto sono stati tutti desunti dalla presenza di acqua salata rilevata dal magnetometro della sonda Galileo. Modelli recenti dell’interno, ricavati dal confronto tra la superficie di Europa e le caratteristiche che si trovano in Antartide, suggeriscono che sacche di acqua possono essere presenti all’interno del guscio ghiacciato di questo satellite di Giove.

Il tempo dei corpi ghiacciati

I prossimi due anni saranno favorevoli all’esplorazione dei corpi ghiacciati. L’orbiter Cassini continuerà il suo giro nel sistema di Saturno con 24 flyby su Titano e tre su Enceladus. Ci saranno, inoltre, tre missioni che sveleranno i segreti di corpi planetari mai esplorati prima.
La missione Rosetta (……)
Dopo la sua spettacolare indagine su Vesta, la sonda Dawn raggiungerà il suo secondo obiettivo, Cerere, nella primavera del 2015, per effettuare un’ampia mappatura della sua superficie e studiarne le caratteristiche geologiche e della composizione. Dawn utilizzerà uno strumento in grado di misurare gli elementi espulsi dalla superficie di Cerere come una conseguenza di raggi gamma impattanti e mapperà la distribuzione e la profondità di acqua sul pianeta nano.
Infine, nel luglio del 2015, la missione New Horizons, lanciata nel gennaio 2006, raggiungerà il sistema di Plutone. Questo pianeta nano presenta un’eccellente varietà di ghiacci sulla sua superficie e la navicella trasporta strumenti capaci di misurarne accuratamente la composizione. La più grande luna di Plutone, Caronte, è circa delle stesse dimensioni di Cerere, il che offre la prospettiva di interessanti confronti tra questi due corpi, simili per molti aspetti ma con ambienti di evoluzione molto diversi.
Queste prossime missioni apriranno nuovi orizzonti per la nostra comprensione dell’evoluzione dei nano pianeti e la loro potenzialità di ospitare un ambiente favorevole alla vita.

Giaccio foto 4(fig.4) Il Modello di Nizza. Mentre la nebulosa proto-solare si condensava, l’acqua e altri gas volatili che si trovavano lontano dal giovane Sole poterono rimanere stabili. Milioni anni più tardi, cominciarono a formarsi i vari tipi di ghiaccio e le comete e i planetesimi trasportarono quest’acqua fin nei dintorni del Sistema Solare appena nato. Nello stesso tempo, oltre l’orbita di Nettuno, enormi riserve di ghiaccio si formarono nel vasto disco composto di nuclei di comete di breve e medio periodo chiamato Cintura di Kuiper. Altri andarono a formare la Nube di Oort, un’immensa, sferica conchiglia di corpi ghiacciati che circonda l’intero Sistema Solare

Qual è il futuro per corpi ghiacciati?

Nel 2016, la missione Juno entrerà in orbita attorno a Giove ed effettuerà misurazioni che possono aiutare gli scienziati a capire se Giove possiede un nucleo al suo interno. Nel 2017, la sonda Cassini farà uno spettacolare tuffo all’interno degli anelli di Saturno e attiverà le prime osservazioni da vicino. Ma dopo il 2017 la mappa per l’esplorazione dei corpi ghiacciati rimarrà vuota per qualche anno. Sebbene molte fantastiche missioni siano in fase di sviluppo, l’esplorazione dei corpi ghiacciati entrerà in stallo. Allo scopo di completare la campionatura di ghiacci e corpi ghiacciati lungo tutto il sistema solare, l’attenzione viene rivolta a diverse mete. Una di queste è la fascia principale di asteroidi più esterni, che ospita la maggiore zona di corpi cometari e Themis 24, il primo asteroide in cui ghiaccio d’acqua e molecole di composti organici sono stati rilevati dalle osservazioni astronomiche, ed ancora i gruppi di asteroidi che si trovano lungo l’orbita di Giove nella regione chiamata “Nube dei Troiani”. Si stima che questa area contenga un milione di corpi, probabilmente catturati dal grande rimpasto delle prime fasi del sistema solare, come prevede il Modello di Nizza, menzionato sopra. L’origine di questi oggetti può essere desunta dalla valutazione della loro composizione chimica, usando il ghiaccio come un termometro. Data l’importanza scientifica dei Troiani, quale confine tra l’interno ed esterno del sistema solare, è stata approvata una missione dall’attuale sezione di Valutazione Decennale delle Scienze Planetarie del National Research Council’s, che precisa le domande chiave e le priorità per l’esplorazione dello spazio da qui ai primi anni del 2020. Altra nuova importante missione, riconosciuta dalla comunità per le scienze planetarie, è dedicata al sistema di Urano che, al tempo delle missioni Voyager, ha sollevato alcuni grandi misteri, quali le inusuali caratteristiche geologiche di Miranda e Ariel. Queste strane strutture mostrano la molteplicità delle forme prese dal materiale ghiacciato in funzione della composizione e del contesto geologico e, nel caso di Ariel, anche un probabile criovulcanismo.
Nel 2030 la missione Jupiter Icy Moons Explorer (JUICE), in fase di preparazione da parte dell’Agenzia Spaziale Europea e il cui lancio è previsto nel 2022, seguirà le tracce della sonda Galileo per un’osservazione ravvicinata di Giove, Ganimede, Callisto ed Europa. L’Europa Clipper, che recentemente ha ricevuto il via libera per lo sviluppo preliminare, potrebbe lasciare la Terra tra circa un decennio e effettuerebbe una vasta mappatura e una valutazione di abitabilità di Europa.

Conclusione

Le origini dei ghiacci del sistema solare e l’evoluzione dei corpi ghiacciati sono i temi di esplorazione planetaria di maggiore interesse. Le osservazioni in remoto e in-situ dei corpi ghiacciati possono aiutare gli scienziati a tornare indietro nel tempo alle prime condizioni del solare sistema e comprendere le principali dinamiche che hanno caratterizzato i nostri vicini planetari come li conosciamo oggi. Spingere l’esplorazione verso le parti più lontane ha portato anche alla scoperta di molteplici corpi che possono ospitare condizioni favorevoli allo sviluppo di forme di vita. Una maggiore conoscenza dell’ambiente del nostro sistema solare, sia vicino che lontano, a sua volta aiuterà ad individuare regioni in sistemi di esopianeti che favoriscano lo sviluppo del Santo Graal dell’esplorazione spaziale: la vita.

 

traduzione di  SIMONETTA ERCOLI

Titolo originale: Ice In the Solar System, Deciphering Clues to Planetary Origins and Habitability by Julie Castillo-Rogez

L’articolo è stato pubblicato su The Planetary Report vol. 34 n.2 – giugno 2014

JULIE CASTILLO-ROGEZ è una studiosa di geofisica planetaria, specializzata in lune ghiacciate e piccoli corpi celesti. E’ stata uno dei fondatori del Laboratorio di Fisica del Ghiaccio presso il JPL. Ha preso parte alla pianificazione degli esperimenti scientifici delle missioni Cassini-Huygens e Dawn, ed è stata membro del Science Definition Team del Titan-Saturn System Mission Study

12 gennaio 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

Gli appunti di Gianfranco su Interstellar

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Avevamo detto e ridetto che non avremmo pubblicato altro su “Interstellar”, dopo che se ne è parlato e riparlato per ben due mesi. Ma poi Gianfranco mi ha passato questi suoi appunti. Si tratta,  a parer mio, di un ottimo articolo che affianca il film alle opere di Bradbury, in una nuova e inedita prospettiva. Non potevamo certo ignorarlo: ecco quindi le riflessioni di Gianfranco de Turris su “Interstellar”. (RF)

Bradbury1(nella foto: Ray Bradbury).

Ho visto Interstellar, anzi sono stato indotto a vederlo, sotto la suggestione di una raccolta di interviste di Ray Bradbury: dodici nell’arco di sessant’anni che escono a gennaio da Bietti col titolo Siamo noi i marziani! che ho curato e introdotto.

In effetti, alla luce di quanto afferma il grande scrittore morto nel 2012, il film di Christopher Nolan si rivela del tutto “bradburyano”. L’ho visto in questa ottica tralasciando le polemiche che lo hanno coinvolto e su cui dirò a conclusione di questi appunti.

Interstellar parla di una umanità su una Terra morente confinata in mezzo al “fango” (come dice il protagonista) perché ha rinunciato volutamente allo spazio, alle stelle: alcuni disastri e il considerare i finanziamenti alla NASA come soldi sprecati costringono addirittura l’ente alla macchia, alla clandestinità. Il protagonista, Cooper, un ex pilota spaziale, deve affrontare chi a livello scolastico non crede che si sia mai giunti sulla Luna in base a note teorie complottistiche, riscrivendo i libri di testo.
Già questi sono due temi alla Bradbury, che nelle interviste critica sia la “dittatura delle minoranze” che fa correggere i libri, sia  la riduzione dei fondi alla NASA, l’interruzione dei voli, la fine di un sogno nato negli anni Sessanta, quando nel 1986 dopo il disastro del Challenger una ossessiva campagna mediatica mandò in crisi il progetto. Cosa che si sta ripetendo oggi se, come pare, nell’estate del 2014 la NASA ha annullato il programma per far ritornare l’uomo sulla Luna.

Il nostro destino, scrive il famoso autore di fantascienza, sono le stelle: la nuova frontiera dove verremo messi alla prova, dove si svilupperà una nuova religiosità, perché l’uomo ha bisogno di miti. Nel film si vede proprio questo: l’equipaggio dell’astronave va in cerca della “nuova frontiera”: un pianeta abitabile per ospitare gli emigrati dalla Terra morente. E l’esodo dell’umanità è un altro tema tipico di Bradbury, basti pensare a Cronache marziane. Bradbury critica il politicamente corretto, il buonismo e l’ipocrisia: quella che potrebbe causare il disastro della missione, con la figura del dottor Mann che dice di aver trovato un pianeta abitabile, mentre non è vero e pensa a salvare solo se stesso.

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(nella foto: Matthew McConaughey e Christofer Nolan)

Una delle tematiche di fondo di Bradbury è la famiglia. Interstellar è una sua difesa, con il padre ex astronauta che si occupa dei figli dopo la morte della moglie e li difende, e con i figli che restano in contatto con il padre ad anni-luce di distanza con il tempo che passa per loro velocemente e per il padre lentamente. Il figlio Tom si scoraggerà ma la figlia Murphy pur non avendo più avuto notizie da lui si batte, laureandosi in  fisica e lavorando alla NASA, per trovare il modo di risolvere una equazione gravitazionale fondamentale per capire i paradossi del viaggio galattico. E la scena finale col padre che incontra la figlia centenaria è un’altra prova di questo legane che supera lo spazio-tempo.

Uno dei temi principali di Bradbury sono gli alieni “buoni”, e alle spalle delle sorti dell’umanità e dell’astronave che parte verso l’ignoto vegliano proprio questi alieni (“Loro”) che forse hanno creato addirittura il buco spaziotemporale (il wormhole) e nella parte finale del film, trovano la soluzione. Sono forse gli uomini d un lontanissimo futuro, come pensa Cooper? In tal caso non cambierebbe molto: è l’idea di una entità che sorveglia e protegge l’umanità che qui conta… Questa soluzione è un’altra tematica cara allo scrittore: il viaggio nel tempo. Ma, attenzione, il colpo di genio di soggettisti, sceneggiatori e  regista è che questo viaggio nel tempo è indietro non avanti, e andando indietro esso non serve a modificare il futuro, ma a crearlo, a realizzarlo senza successive interferenze, dandogli il là, facendo cadere i libri e indicando la direzione della sede nascosta della NASA. Poi suggerendo a Murphy come risolvere la famosa equazione irrisolvibile e permettendo all’uomo di viaggiare (ed emigrare) fra le stelle.
Ciò avviene grazie alle cinque dimensioni del tessaratto ed ha come centro una biblioteca, crocevia dimensionale e temporale del sapere, una specie di Aleph borgesiano, altro luogo-simbolo essenziale per Bradbury, e che come realizzazione visiva fa pensare ai mondi matematici di Escher.

amazing-storiesEcco perché definisco Interstellar un film “bradburyano”, forse  indipendentemente dalle intenzioni dei suoi autori. Non privo inoltre di omaggi ai classici  della fantascienza filmica, da 2001 odissea nello spazio (con il computer CASE che assomiglia di certo e in meglio a HAL 9000) e a Guerre stellari (con il tipo di navetta con cui il protagonista parte per andare a cercare la sua bella e avendo alle sue spalle nella cabina di pilotaggio TARS, la parte mobile del computer).

Il film ha avuto critiche, quelle cui accennavo all’inizio, per la sua poca verosimiglianza scientifica, anzi i suoi errori. Verrebbe voglia di dire: embè? Anzi: chissenefrega!
E’ una vecchia storia questa: intanto noi stiano vedendo un film (o leggendo un romanzo) e non stiano vedendo un documentario scientifico o leggendo un saggio di Hawking (che pure lui non è il Vangelo e su certe sue teorie ci ha ripensato). E’ cinematografia o narrativa di fantascienza non un trattato di astronomia.

La fantascienza, come dice la parola italiana ha dunque una parte fanta: dove sta allora lo scandalo? Ma il termine originale, si dirà, è science fiction, vale a dire narrativa scientifica o meglio a sfondo scientifico, che narra fatti scientifici. Ma è la stessa cosa, e in merito ho pubblicato un articolo su Urania (scusate l’autocitazione).
Il fatto che molti dimenticano è che il “padre della fantascienza”, Hugo Gernsback che pubblicò nel 1926  la prima rivista specializzata, Amazing Stories (storie sorprendenti, meravigliose, e non certo scientifiche) nel suo “manifesto programmatico” fa riferimento a tre ispiratori del nuovo genere letterario: Verne, Wells, Poe, un francese, un inglese e un americano, autori di storie simili e diverse fra loro, soprattutto Poe che di vera e propria scienza nei suoi racconti e nel suo unico romanzo non ce ne metteva né tanta né ortodossa, anzi al contrario sconfinava nel fantastico, nel’onirico, nella metapsichica (oggi parapsicologia), nell’occulto, nel sovrannaturale. Tutte cose che farebbero storcere il naso (anzi inorridire) i fantascientisti ortodossi di oggi, ma che, ma guarda un po’, Gernsback poneva tra i “padri fondatori” del genere.

Bradbury2La conclusione era che, a mio giudizio, se si vuole ridurre la fantascienza a una narrativa di stretta divulgazione scientifica o di sola previsione del futuro, di estrapolazione sullo sviluppo delle scienze esatte si fa un madornale errore. Non solo ponendoci il problema: e se poi non ci azzecca che si fa? Ma anche  costringendoci alla fine a non considerare come vera fantascienza la quasi totalità della produzione che va sotto questa etichetta. La vera caratteristica della fantascienza è quel sense of wonder, quel senso del meraviglioso che gli appassionati americani vedevano in quella fra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, e che si può estendere a tutto il genere. Non solo quella delle origini o della giovinezza di molti lettori presi dalla nostalgia deve suscitare quelle sensazioni, ma tutta. Una narrativa più o meno a sfondo scientitico-tecnologico che non suscita un senso del meraviglioso  nei lettori o negli spettatori ha fallito il suo scopo.

A mio modesto parere Interstellar lo suscita di certo indipendentemente dal fatto che alcune idee spettacolari del regista come il pianeta sull’orlo del Buco Nero non siano cose scientificamente plausibili, e indipendentemente da alcune lungaggini della trama.
Io concluderei con un’alzata di spalle.

 

GIANFRANCO de TURRIS

8 gennaio 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Volo Interstellare | , , | 1 commento

I presupposti teorici del SETI

ZenSetiLibro Questo articolo fa seguito al precedente  Lo Zen del SETI e porta avanti l’esame dei principi teorici del SETI, che si concluderà tra breve con un terzo post sull’astroingegneria e i buchi neri.(RF)

Se tentassimo di ampliare i confini della ricerca di vita extraterrestre intelligente, come dovremmo procedere? Avere una mente speculativa è essenziale, e una delle gioie della fantascienza è la capacità di muoversi senza porsi dei limiti attraverso uno spazio immaginario, elaborando le possibili conseguenze dei più diversi scenari. Ma occorre stabilire delle priorità, ed è per questo che Freeman Dyson concepì l’idea di cercare esempi cospicui di tecnologie create da intelligenze extraterrestri. Non ci stupisce dunque che il termine “Dysonian SETI” sia usato per descrivere il metodo con il quale tale ricerca può procedere.

La cosiddetta “Sfera di Dyson” ne è un esempio. Immaginiamo una civiltà enormemente più antica e tecnologicamente più avanzata della nostra che decida di ottimizzare la quantità di energia estraibile da una stella. Sebbene la Sfera sia talvolta descritta come una sorta di guscio che circonda completamente una stella, l’idea di Dyson è meglio raffigurabile come uno sciame di ordigni che assorbono dalla stella quanta più energia possibile. Tra le diverse varianti spicca il “ringworld”  immaginato da Larry Niven nel romanzo che porta lo stesso nome. Un’opera di mega-ingegneria come questa emetterebbe una firma astronomica caratteristica. Perfino una stella completamente racchiusa in un guscio potrebbe essere rilevata grazie alle sue emissioni nella gamma dell’infrarosso, ed è qui infatti che in passato sono state condotte le ricerche delle Sfere di Dyson.

Una civiltà potente costruirebbe davvero oggetti simili? È una domanda chiave e, come fece notare Clément Vidal nel suo libro The Beginning and the End (Springer 2014), il documento di Dyson del 1966 sull’argomento partì dal presupposto che un’intelligenza aliena si servirebbe di una tecnologia che noi saremmo in grado di comprendere. L’idea è stata giustamente tacciata di antropocentrismo, e perfino lo stesso Dyson la definì “totalmente irrealistica” . Ma dobbiamo pur fissare un qualche punto di partenza, accettando la prospettiva assai realistica che una civiltà davvero avanzata opererebbe secondo modalità che imitano i processi naturali. Sviluppare criteri basati su ciò che effettivamente comprendiamo ci offre almeno una chiave per studiare cose che vediamo nei nostri dati astronomici e che potrebbero segnalare la presenza di opere di astroingegneria. Siamo limitati dal nostro livello di conoscenza scientifica, ma dobbiamo comunque usarlo.

Come ho detto in passato, il SETI Dysioniano (oppure lo Zen SETI di Vidal), non  è in conflitto con i precedenti metodi di ricerca SETI (radio e ottico).  Cercando nei nostri dati astronomici segni evidenti di tecnologia al lavoro, lo Zen SETI abbandona del tutto l’idea del SETI come tentativo di intercettare comunicazioni intenzionali, cercando invece di identificare anomalie su vasta scala che ci possano mostrare un’altra civiltà in azione. Questa forma di SETI ci permette di dirigere le nostre indagini non solo verso la nostra galassia, ma anche verso qualsiasi oggetto astronomico osservabile con i nostro telescopi. Come detto in precedenza, tutto questo somiglia un po’ all’archeologia, con possibili scoperte che potrebbero essere vecchie di migliaia di anni.

Così, mentre il SETI tradizionale prosegue con la sua ricerca pur sempre valida, nuove forme di SETI allargano lo spazio di ricerca e ci danno modo di interrogarci sulle basi filosofiche dei nostri assunti. Dovremmo, per esempio, dare per scontato che stiamo cercando forme di vita basate sul carbonio e l’acqua? Vidal segnala una definizione della vita del 1980, dovuta a Gerard Feinberg e Robert  Shapiro (in Life Beyond Earth, ed. Morrow), che descrive la vita stessa come una serie di sistemi altamente ordinati di materia ed  energia “caratterizzati da cicli complessi che conservano o aumentano gradualmente l’ordine del sistema attraverso lo scambio di energia con l’ambiente.”

clement-vidal2(nella foto: Clément Vidal)

Commenta Vidal: “Si noti l’estrema genericità di tale definizione. Carbonio, acqua e DNA non sono nemmeno nominati. Ciò che rimane sono scambi energetici che portano a un incremento di ordine. Liberi da presupposti limitanti (come l’acqua e il carbonio), i due autori immaginano esseri che vivono in colate laviche, nel magma terrestre, o sulla superficie di una stella di neutroni, un’idea, quest’ultima, che fu  esplorata non  solo dagli scrittori di fantascienza… ma anche dallo scienziato Frank Drake.”

Il riferimento alla fantascienza allude a Dragon’s Egg di Robert Forward (Ballantine, 1980), un intenso racconto condotto con l’abituale passione dall’autore. Meno conosciuto è l’articolo di Drake, Life on a  Neutron Star, (uscito in Astronomy – vol.1, n.5 –  1973), che si trova ancora sepolto tra pile di vecchie riviste in un armadio qui in ufficio. Lo ricordo volentieri come uno di quegli scritti che ti aprono la mente e ti fanno vedere il mondo in modo differente; ti rendi conto di quanto tu sia un prodotto del tuo stesso ambiente, e allora ti metti a pensare a quanti ambienti ci sono là fuori…

Il campo che si apre alle congetture è vasto. Robert Freitas ha scritto perfino che potrebbero esistere metabolismi di sistemi viventi basati sulle quattro forze fisiche fondamentali, cioè l’interazione nucleare debole, quella forte, l’elettromagnetismo e la gravitazione. Dovremmo anche considerare la possibilità (o la probabilità?) che una civiltà avanzata sia composta in buona parte da esseri postbiologici. Vidal ci ricorda quante generazioni di computer si sono succedute nel corso delle nostre vite, con il computer molecolare tridimensionale come possibile successore degli attuali circuiti integrati. E si chiede come si muoverebbe un ricercatore informatico degli anni ‘40 nel mondo digitale di oggi. Sarebbe in grado di riconoscere e comprendere gran parte della nostra tecnologia?

Vidal aggiunge: “La morale della storia è che nel SETI la materia non ha poi così (tanta ) importanza. Ciò che conta è l’abilità nel manipolare l’energia della materia e l’informazione, non il substrato materiale in sé. La tesi a favore dell’ipotesi postbiologica è alquanto plausibile….. Abbandonare l’ipotesi che gli extraterrestri usino un substrato biologico come carbonio, acqua, molecole del DNA o proteine permette di concentrarci sulla teoria dei sistemi funzionali, che punta a essere indipendente da uno specifico substrato materiale. Ciò rende questa  teoria dei sistemi il campo di ricerca interdisciplinare per eccellenza e anche uno strumento indispensabile in astrobiologia e nel SETI.”

Forse questi estratti danno un’idea di quanto provocatorio sia questo studio densamente scritto, e quanto spesso esso metta in discussione i presupposti della astrobiologia. Vidal ritiene in effetti che un’analisi stringente del SETI  possa contribuire a liberarci da quei presupposti che si applicano solo alla vita terrestre così da tentare di scoprire quali siano le caratteristiche essenziali della vita in quanto tale. Egli è alla ricerca di concetti relativi ai sistemi viventi, e magari anche intelligenti, che possano essere validi anche in ambiti extraterrestri, mentre noi rendiamo i nostri criteri sempre più aderenti allo studio dei dati astronomici anomali.

Freeman_Dyson(nella foto: Freeman Dyson)

Quali tipi di scoperte possiamo sperare di fare qualora esista davvero un qualcosa come un’astroingegneria su scala interstellare? Oltre alle già menzionate Sfere di Dyson , potremmo rilevare vasti scavi minerari nelle cinture di asteroidi di sistemi esoplanetari? E che dire delle stelle anomale, di gran lunga troppo giovani per stare nelle regioni dove le abbiamo trovate, oppure di quelle che mostrano spettri non abituali, possibili indicatori di civiltà che cercano di prolungare il ciclo della fusione dell’idrogeno nel proprio sole? Come ho già detto, i lettori possono vedere un sommario delle recenti idee sull’argomento nel mio articolo intitolato Distant ruins, apparso su Aeon.

Tra breve concluderò la discussione su [questa parte di] The Beginning and the End con l’opinione di Vidal sul possibile candidato per quella che possiamo definire “astrobiologia delle alte energie”, un fenomeno abbastanza interessante da richiamare l’attenzione dei teorici del SETI dysoniano. Vorrei però subito chiarire che il valore di questo libro non è in uno specifico candidato SETI, ma nel contesto molto più vasto che Vidal offre alla ricerca umana di altre civiltà, un contesto che sfida i lettori a mettere in discussione il proprio punto di vista su quale sia il posto degli esseri intelligenti nell’Universo.

 

traduzione ed editing  ROBERTO FLAIBANI

DONATELLA LEVI

FONTI:

Original Title:  “Examining SETI Assumptions” written by Paul Gilster on October 28, 2014 and published on Centauri Dreams. The original Dyson paper covering a broadened search for ETI is “The Search for Extraterrestrial Technology,” in Marshak, R.E. (ed.) Perspectives  in Modern Physics (Wiley, 1966), pp. 641-655.

 

5 gennaio 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Fantascienza, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI, Volo Interstellare | , , , | 2 commenti

   

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