Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

La fantascienza umanista di Ray Bradbury

Pian piano – è una legge naturale ma poco accettabile – la generazione che ha fatto grande la fantascienza se ne va. Sono gli autori che abbiano letto e amato negli anni Sessanta e Settanta dell’ormai secolo scorso e che ci hanno appassionato e formato ad un genere di science fiction, fantasy ed heroic fantasy che non si scrive più (e non si tratta della nostalgia di un diversamente giovane, ma un fatto oggettivo). L’elenco è lunghissimo: da Simak a Williamson, da van Vogt a Heinlein, da Asimov a Clarke, da Dick a Sturgeon, da Anderson a del Rey, da Farmer a de Camp e così via. Ultimo e, credo più anziano di tutti, Jack Vance, morto a 96 anni il 26 maggio scorso. Vero creatore di mondi fantastici, specialista di personaggi e invenzioni paradossali, dotato di un suo speciale umorismo. Resta, credo, ormai soltanto Frederick Pohl, classe 1919. Vance se n’è andato a quasi un anno dalla scomparsa di un altro grande, anzi grandissimo, Ray Bradbury.

Bradbury(nella foto: Ray Bradbury) Parlare di Bradbury per ricordarlo dodici mesi dopo e quando Mondadori sta approntando alcuni libri nuovi su di lui, vuol dire far correre immediatamente il pensiero ai suoi due capolavori, Cronache marziane (1950) e Fahrenheit 451 (1953), anche se lo scrittore, scomparso il 5 giugno 2012 a Los Angeles a quasi 92 anni (li avrebbe compiuti il 22 agosto), ha avuto una carriera lunghissima, di oltre settant’anni avendo esordito ventunenne nel 1941 su Weird Tales, nel corso della quale ha pubblicato storie di tutti i generi, e non solo quel particolare tipo di fantascienza che a suo tempo si definì “umanistica”: dal fantastico all’orrore, dal giallo al thriller, dal gotico alla semplice suspense, comunque tutti caratterizzati da quel suo tocco personale, da quel suo stile unico, evocativo, dalla singolare aggettivazione, che avvolge il lettore senza che se ne accorga.

Pochi lo sapevano ma dopo un ictus che lo aveva colpito nel 1999 era bloccato su una sedia a rotelle, continuava però a scrivere con regolarità pur se per interposta persona: ogni mattina per tre ore dettava telefonicamente alla figlia Alexandra, perché non poteva più usare la sua vecchia macchina da scrivere meccanica a causa di un braccio inutilizzabile. Ora che non c’è più lo si potrebbe ricordare degnamente in Italia, come da tempo chiedo, non solo con le novità, ma soprattutto con una “edizione critica” dei due suoi capolavori dato che quelle che si trovano in circolazione sono semplici ristampe tali e quali che io sappia: aggiornando le traduzioni del tutto invecchiate di Giorgio Monicelli e aggiungendo introduzioni e note adatte alla bisogna. Da Mondadori ci sono gli esperti per farlo.

Vance(nella foto: Jack Vance)A suo tempo, negli anni Cinquanta-Settanta, quando qui da noi si conobbero anche le antologie dei suoi racconti dopo i capolavori che Carlo Fruttero presentò nel memorabile Le meraviglie del possibile (Einaudi, 1959), ciò che colpiva di Bradbury era la visione malinconica e tragica del destino dell’uomo contemporaneo e futuro preda della massificazione totale, dello sradicamento dell’Io individuale e della sua personalità umana, succube di una macchinificazione della vita, intendendo per questo non solo i marchingegni meccanici e robotizzati, ma anche la virtualità che in America si stava già imponendo a metà del Novecento, mentre da noi ci si sarebbe accorti di tutto questo soltanto a partire dagli anni Ottanta con il moltiplicarsi dei canali televisivi.

Non c’è dunque da meravigliarsi che negli ultimi tempi lo scrittore se la sia presa con gli aggeggi elettronici che hanno invaso la nostra vita e la condizionano al punto tale che molti psicologi e sociologi affermano che il loro uso intensivo ci sta facendo diventare più stupidi (fa diventare soprattutto le nuove generazioni più stupide, dato che le vecchie ormai sono quelle che sono…).Insomma, la Rete come una TV all’ennesima potenza, per di più con la possibilità di poter interagire con l’utente, come in realtà proprio lui aveva ipotizzato in Fahrenheit 451 mettendo in guardia contro l’incultura e il condizionamento.

Clarke(nella foto: Arthur Clarke)“Abbiamo troppi telefonini. Troppo internet. Dobbiamo liberarci di quelle macchine”, ha detto in una intervista per il suo novantesimo compleanno al Los Angeles Times nrl 2010. Perché meravigliarsene come fece a suo tempo qualcuno? E’ la logica conseguenza delle critiche che alle “macchine”, anche se di altro tipo, Bradbury ha fatto in tutte le sue opere specialmente in Fahrenheit 451: anche cellulari, iPhone, iPod, lettori elettronici, smartphone lo sono e producono conseguenze. Delle chat e di facebook ha detto: “Perché tanta fatica per chiacchierare con un cretino col quale non vorremmo avere a che fare se fosse in casa nostra?”. La sua crociata contro i deficienti e l’incultura risale sin dai primordi della sua carriera.

Tutto sta in quel capolavoro antiutopico che è appunto Fahrenheit 451 che come si sa indica la temperatura di autocombustione della carta (236 gradi centigradi). Un libro che è l’esaltazione dell’uomo e della cultura vera dell’uomo, quella trasmessa dai libri e non (allora) dalle finzioni virtuali della televisione. Già nel 1951-1953 – sessant’anni fa – Bradbury immaginava schermi grandi come una parete e la vita falsa che trasmettevano tramite quelle che oggi si chiamano sitcom e vanno avanti per decenni quasi fosse una realtà parallela a quella del telespettatore, o reality show dove la gente comune diventa protagonista attiva. Tema questo, della commistione reale/virtuale o del virtuale che diviene reale, presente in Fahrenheit 451, ma anche di molti suoi tragici racconti il cui più noto è La settima vittima, ed il più tragico è Il veldt.

Asimov(nella foto: Isaac Asimov) E’ contro la pandemia televisiva ieri, e quella internettica oggi, che lo scrittore si scaglia in difesa di un altro tipo di cultura che questa cercava di sommergere ed annullare, e non aveva affatto di mira il senatore McCarthy o una specifica dittatura parafascista o paranazista come volevano dare a intendere certi critici e lettori impegnati soprattutto nell’Italia politicizzata degli anni Settanta (nell’equivoco è caduto banalmente ancora Siegmund Ginzberg ne La Repubblica del 7 giugno 2012). Fu lo stesso scrittore, con grande delusione di certi suoi fans, a confermarlo: nel 2007, sempre in una intervista al Los Angeles Times (che peraltro è un giornale conservatore), affermò che il suo famoso romanzo non si doveva interpretare come una critica alla censura o a una dittatura o specificatamente al senatore McCarthy, perché era piuttosto una critica alla televisione e al tipo di (in)cultura che essa trasmette. “La televisione ti dice quando è nato Napoleone, non chi era (…) Ti riempiono con un sacco di roba priva di vera informazione finché non ti senti pieno”.

Insomma, Bradbury ce l’aveva e ce l’ha avuta sino all’ultimo, contro la pseudo-informazione, la pseudo-vita, gli pseudo-fatti, quelli che Gillo Dorfles ha battezzato fattoidi, e che sono ormai la “normalità” delle TV di tutto il mondo, ma in specie in Italia, e che con l’avvento del Web sono diventati talmente diffusi e abitudinari da assurgere a Verità incontestabile. La parola scritta contro l’immagine, il libro contro l’effimera virtualità. Gli uomini-libro che conoscono a memoria un intero testo contro la banalità corrente. E in un’altra intervista ha detto: “I libri e le biblioteche sono davvero una parte importante della mia vita, perciò l’idea di scrivere Fahrenheit 451 è stata naturale. Io sono una persona nata per vivere nelle biblioteche”.

Dick(nella foto: Philip Dick) Scoramento profondo, quindi, di tutti i suoi lettori e analizzatori progressisti: nessuna motivazione politica e/o ideologica dietro il famoso romanzo strumentalizzato in tal senso per decenni, anche se, leggendo bene quel che Bradbury scriveva a suo tempo, non era affatto impossibile afferrarlo. Sicché è ovvio che sia stato scritto in un sito internet: “Delusione per intere generazioni cresciute nel mito di Fahrenheit 451. La condanna non era per i regimi che bruciano i libri, ma per la superficialità della tv. Lo ha voluto precisare lo stesso Bradbury”. A parte che si deve capire a quali “generazioni” ci si riferisce, sarebbe francamente da chiedersi: di chi la colpa? dell’autore o dei suoi lettori e critici ideologizzati? Era sufficiente saper analizzare senza paraocchi e non farsi condizionare dai propri punti di vista politici. Tanto è vero che spesso, negli Stati Uniti, Bradbury si è platealmente irritato quando qualcuno gli voleva spiegare quel che aveva scritto, le sue vere intenzioni (“quei tizi che mi vogliono sempre spiegare di che cosa parlano i miei libri”), come peraltro avviene anche in Italia. Delusione che era iniziata nel 2004 allorché Bradbury se la prese aspramente con il regista Michael Moore che aveva intitolato un suo film revisionista e complottista sulla catastrofe delle Torri Gemelle Fahrenheit 9/11: e al regista che gli telefonò per scusarsi ma precisando che ormai non poteva cambiare il titolo, lo scrittore disse: “Bravo coglione!” e gli sbatté la cornetta in faccia. Per di più si fece fotografare alla Casa Bianca con il presidente Bush e signora che un sito di delusi fantascientisti italiani così definisce: “Un presidente che non sarà certo ricordato per il suo contributo alla democrazia, ai diritti civili e alla libertà di informazione”…

Come si vede la tanto apprezzata e semplicistica equazione fantascienza/progressista e fantastico/reazionario è una solenne sciocchezza, anche se purtroppo ancora qualcuno ci crede, magari forzando le tesi espresse dagli scrittori nelle loro opere. Bradbury è stato un sostenitore da sempre di una cultura umanistica e ci ha dato una fantascienza di questo genere con veri e propri capolavori: ma non sta scritto da nessuna parte che ciò sia sinonimo di progressismo ideologico e politico. Come lo definiamo oggi chi preferisce un libro di carta ad un libro elettronico che si “sfoglia” su una “tavoletta”?

Simak(nella foto: Clifford Simak) Bradbury in realtà è stato sempre contro il “politicamente corretto” che oggi detta legge, anche se negli anni Cinquanta del Novecento non si chiamava ancora così: basti pensare al famoso dialogo tra Montag, il pompiere-incendiario di Fahrenheit 451, e il suo capo Beatty che lo vuole catechizzare, e che lo stesso autore riassume così: “Il capo dei pompieri spiega che bruciano i libri perché i contenuti di alcuni di essi offendono le minoranze, perché altri causano infelicità. E l’uso del termine ‘minoranze’ non è legato ai temi razziali, ma a tutti. Ognuno di noi è parte di qualche minoranza per gusti, passioni, professione o interesse, quindi ognuno di noi può essere ‘offeso’ dal contenuto di un libro”… Sembra che descriva la situazione di oggi…

Bradbury confessò a Ernesto Assante che lo riporta su La Repubblica del 7 giugno 2012: “Sono uno scrittore di miti e i miti non muoiono mai. I miti greci e romani, il Vecchio e il Nuovo Testamento sono metafore nelle quali la gente si riconosce facilmente”, e aggiunse che gli piaceva pensare che “ogni libro che ho scritto sia il frutto di una vita spesa a catturare metafore in fuga”. Anche se il termine esatto avrebbe dovuto essere “simboli”, quanto sostiene Bradbury non può che confermare quale sia la vera e indistruttibile sostanza dell’Immaginario, di cui fantascienza, fantastico e orrore fanno parte, e che li rende generi letterari in sé non caduchi: il mito personale e collettivo, dal mito dell’infanzia perduta al mito della conquista dello spazio, di una terra incognita del passato o al di là delle stelle.

GIANFRANCO DE TURRIS

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3 giugno 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, News | , , , , , , | 2 commenti

Arthur Clarke, dallo spazio alle spezie: un apprezzamento e una testimonianza

Comincia  con questo contributo la collaborazione con Gianfranco De Turris, che lo porterà ad apparire con regolarità sulle nostre pagine con articoli d’argomento fantascientifico, provenienti dal suo archivio personale.

Sulla Luna hanno messo piede per primi gli inglesi. Le astronavi, per i lunghi viaggi nello spazio, hanno bisogno di motori atomici. Su Marte ci sono piante e animali. I mari della Luna sono immensi bacini di polvere. Intorno alla Terra ruotano immense stazioni spaziali, vere isole nel cielo con a bordo centinaia di persone. Nel 2001 si raggiunge il nostro satellite regolarmente, si progetta un viaggio su Giove e le astronavi sono dirette da supercomputer senzienti… Sono tutte affascinanti “previsioni” contenute in libri di Arthur C. Clarke, e ovviamente non realizzate. E’ vero, accanto ad esse vi sono anche molte altre previsioni che abbiamo visto avverarsi, compresa quella, clamorosa, dell’impiego di satelliti artificiali in orbita geostazionaria per le telecomunicazioni, contenuta peraltro non in un suo racconto, ma in un articolo divulgativo.

E’ vero anche che tutto questo apparato parascientifico era proprio ciò che ci colpiva da ragazzi, e costituiva la pezza d’appoggio principale per difendere, negli anni Sessanta e Settanta dell’ahimè secolo scorso, la dignità del nostro genere letterario contro la critica togata, incline a supportare la famigerata battuta della buonanima di Mike Bongiorno, che infelicemente in tv lo definì “fantascemenza” (e ancor brucia il ricordo, in nostra tarda età). All’epoca, accanto a chi si basava proprio sui contenuti scientifici per sostenere che l’amata fantascienza era “una cosa seria”, c’era anche chi s’affannava ad additarne i magnanimi lombi in Platone, Luciano, Dante, Ariosto eccetera eccetera.

Poi, il tempo e l’ampliamento degli orizzonti culturali ci hanno fatto capire che l’importanza del nostro genere letterario non sta affatto nella “previsione tecnico-scientifica”. Non ha molta importanza se abbia o non abbia, ad esempio, previsto nei particolari la bomba atomica prima dell’esplosione di Alamogordo nel 1945, se abbia previsto le astronavi quando non c’erano neppure gli aerei di linea. Fosse veramente così – come ormai scriviamo da un bel pezzo – i risultati della tecnoscienza che viviamo ai giorni nostri e sulla nostra pelle, dovrebbero farci gettare il 90 per cento della fantascienza nella discarica delle delusioni letterarie: i cellulari e la Rete non se li è mai sognati, ad esempio, eppure deliziano e ossessionano i nostri giorni. Di personal computer non ha mai parlato, eppure ne stiamo usando uno per scrivere queste righe.

Ad altro, dunque, bisogna guardare per valorizzare la fantascienza e i suoi autori più importanti. Jean Baudrillard da tempo sostiene chel’immaginario fantascientifico è giunto a “ricoprire tutta la realtà”, per cui non è più possibile costruire dell’immaginario partendo dal mondo come oggi lo conosciamo e viviamo: il cosiddetto “genere del futuro” non avrebbe più insomma alcun futuro. Una posizione certo estrema ed eccessiva (la realtà offre ancora infiniti spunti per ipotesi futuribili), ma che in sostanza pone un problema: ci deve pur essere qualcosa d’altro, al di là dell’immaginare “previsioni scientifiche”, tale da poter far sopravvivere la fantascienza ad infinitum.

Prendiamo allora come esempio Arthur C. Clarke, che è come dire l’icona della fantascienza in Italia. E’ stato proprio lui, infatti, a far spalancare gli occhi e la mente dei ragazzi e degli adulti del 1952 sugli spazi sconfinati oltre la realtà del quotidiano (il quotidiano del dopoguerra, della ricostruzione, del Piano Marshall): intanto con i due alieni tentacolati sulla copertina del primo fascicolo di Scienza Fantastica che nell’aprile 1952 illustravano il suo racconto Missione di soccorso, e poi la città sotto la cupola e il razzo fusiforme sulla copertina del romanzo Le sabbie di Marte sul primo fascicolo de I romanzi di Urania del 10 ottobre 1952. Se c’è un nome con cui identificare la science fiction, per noi italiani, è proprio il suo.

Allo stesso tempo, però, voler misurare Clarke solo con il solo metro della previsione scientifica, cucendogli addosso l’abito dell’anticipatore par excellence, come si è spesso fatto e si continua a fare (magari insieme a Isaac Asimov), non solo è un errore ma anche una grave ingiustizia nei suoi confronti. Tutte le cosiddette “anticipazioni scientifiche” presenti nelle sue opere sono infatti niente altro che puri espedienti narrativi, e lui stesso (lo ha confermato personalmente a Sebastiano Fusco, che ha avuto la ventura d’incontrarlo) era il primo a dubitare che fossero corrette o che potessero realizzarsi mai. Lo spessore della figura di Clarke come scrittore e soprattutto come genio visionario si fonda su ben altri valori. Si fonda sulla grandiosità delle sue concezioni, sulla vastità della sua immaginazione e soprattutto sulla portata etico-morale del suo insegnamento. Insomma, su quello che in America, patria d’elezione del nostro genere letterario, è stato efficacemente definito sense of wonder, quel senso del meraviglioso che ti afferrava nel 1952 leggendo i primi “romanzi di Urania” e che non sempre – purtroppo – oggi ti prende ancora leggendo la fantascienza contemporanea (e non si tratta di una questione d’età)…

Questo, in effetti, è vero per tutta la fantascienza nel suo complesso. E’ riduttivo considerarla semplicemente come “narrativa d’anticipazione” soltanto perché tratta, come diceva Edgar Allan Poe, di mellonta tauta, “cose che avverranno”. Prevedere cose che si potrebbero verificare non è poi molto difficile (anche Gianfranco de Turris nei suoi racconti di ventenne lo ha fatto, benché del tutto alieno da una cultura scientifica): basta fare centomila predizioni, e qualcuna di esse si avvererà per forza. Una letteratura che camminasse su queste sole gambe, andrebbe ben poco lontano. In realtà la fantascienza, come disse un altro intellettuale francese, Maurice Blanchot, è una mirabile manifestazione della funzione profetica.

Qui bisogna intendersi.

Il termine “profeta”, oggi, ha assunto il significato di “persona che conosce il futuro”. Un tempo, non era così. Indovinare l’avvenire non era compito dei profeti, bensì degli indovini: genìa di trista fama, usi smerciare le loro dubbie capacità in cambio di moneta, e non molto apprezzati perché in genere non ci azzeccavano o erano soliti nascondere la loro ignoranza dietro discorsi fumosi, come fanno oggi gli astrologi da rotocalco. I profeti biblici, o i vati della classicità (per non parlare degli oracoli, che erano diretta manifestazione di un dio), avevano tutt’altra funzione: loro compito era lanciare ammonimenti dal profondo significato morale, avvertendo interi popoli, o culture, o la stirpe umana nel suo complesso, che se avesse deviato dall’insegnamento divino, o dalle leggi etiche, o dai princìpi morali, o dal semplice buon senso, il destino avrebbe avuto in serbo per loro eventi assai poco piacevoli. O, di converso, ricordare che la speranza nel futuro riposa nell’osservazione dei precetti divini o dei retti giudizi umani (il che, se vogliamo, come insegnava Socrate è la stessa cosa).

Per fare questo, vati e profeti impiegavano visioni grandiose espresse in linguaggio lussureggiante, ricolme di simboli e allegorie. La biblica visione d’Ezechiele, o i sogni di Daniele, ne sono esempi. Non è un caso che siano stati presi come spunto per divagazioni fantascientifiche: l’avvento di creature aliene, il sorgere di nuove civiltà, e se ne siano azzardate financo ricostruzioni “astronautiche”.

Non è un caso, appunto perché la fantascienza, come ha acutamente osservato Blanchot, non prevede: ammonisce. Ci avverte, per esempio, che l’uso della scienza senza coscienza ci porterà alla rovina (e ce ne accorgiamo ora, che viviamo nell’incubo nucleare, nella paura del disastro ecologico, della penuria d’energia e chi più ne ha più ne metta). Ci mostra e dimostra che gli esperimenti sociali attuati a beneficio di una sola classe, quale che essa sia, aprono la strada alla tirannide. Che l’assopirsi della creatività dietro realizzazioni stultificanti porta al rimbecillimento culturale. Che manipolare la natura umana intervenendo sulle sue origini senza un preciso rigore etico a guidarci può portare alla perdita della nostra stessa identità. D’altro canto, c’insegna anche che la scienza usata rettamente può aprirci le porte dell’universo. Che la concordia è la chiave d’ogni progresso. Che l’uomo è perfettibile, ma deve trovare in se stesso la spinta all’elevazione. Gli esempi al riguardo, nella narrativa fantascientifica, sono infiniti: non faremo torto alle conoscenze dei lettori di Urania andando a indicare loro degli esempi, li conoscono già benissimo. Ne citiamo uno soltanto, per rendere omaggio al ricordo di un autore amatissimo, nostro amico per cinquant’anni, di recente scomparso: Ray Bradbury, che con Fahrenheit 451 ha profetizzato l’annichilimento della cultura se insisteremo a volerla sostituire con le sitcom e a demonizzare la libertà di pensiero espressa nei libri (di carta).

Orbene, di questo tipo di fantascienza “profetica”, la più nobile, una delle più grandi realizzazioni della letteratura, Arthur Clarke era l’indiscusso campione. Come detto, lui stesso per primo si rendeva conto che l’elemento “anticipatore”, la semplice previsione tecnologica, non andava visto come il centro della narrazione, ma come l’innesco per visioni più ampie, di portata autenticamente cosmica. Per questo, come disse a Sebastiano Fusco nel corso dell’incontro già citato, e su cui torneremo, scelse come “io narrante” di Preludio allo spazio, il romanzo in cui raccontava della conquista della Luna, non uno scienziato, un tecnico che aveva partecipato in prima persona alla realizzazione dell’impresa, bensì uno storico: ovvero un umanista, non un tecnocrate. Una persona che sapesse cogliere il senso dell’inizio dell’astronautica come il manifestarsi di una nuova sfida destinata al progresso dell’umanità non soltanto sul piano scientifico, ma soprattutto su quello etico e morale. Un testimone: ed è questa una delle funzioni precipue dei profeti, l’essere testimoni dei propri tempi. Non conta che la conquista dello spazio, malgrado le previsioni, sia ancora lungi dall’essere realizzata: ciò che conta è la rappresentazione dell’ansia faustiana che spinge l’uomo verso le stelle.

Quest’incombere del futuro, questo senso di sgomento di fronte ai destini dell’umanità, sempre in bilico tra l’elevazione e la rovina (e quanti esempi al riguardo ci fornisce la storia!) è presente in molti altri scrittori, ovviamente, non soltanto in Clarke. Ma quanti di loro hanno saputo raggiungere una tale grandiosità di visioni? Quanti una tale profondità di ammaestramento? Ci viene in mente un solo esempio, un autore stranamente da noi poco frequentato, anch’egli inglese: Olaf Stapledon. Poi, in parte, Philip K. Dick, in parte Robert A. Heinlein, in parte Isaac Asimov e A.E. van Vogt, e ben poco altro.

Quanti hanno saputo concepire una visione così elevata e rarefatta come quella diLa città e le stelle, uno dei capolavori di Clarke? Un romanzo nel quale è tracciata non soltanto la diagnosi del male futuro, ovvero l’asservimento dell’uomo alla stessa tecnologia da lui creata, ma anche la terapia, ovvero il recupero della spiritualità attraverso la ribellione dell’artista verso il conformismo. Quale immagine simbolica dell’incombere del futuro è pari a quella dell’immensa torre alta trentaseimila chilometri di Le fontane del paradiso? Una struttura sconvolgente alla cui ombra l’umanità vale meno di una formica, e il cui unico parallelo si trova non nella tecnologia ma nell’arte, ovvero i mirabili affreschi tracciati nell’amata isola di Ceylon da un remoto e dimenticato maestro delle immagini. La vicenda scorre su due piani paralleli, il lontano passato e il lontano futuro, e racconta con plastica simbolicità una vicenda di elevazione e caduta: un’allegoria del cammino umano che sembra non dar luogo alla speranza, ma che ha in sé i germi della rigenerazione. All’antico artista vennero troncate le mani perché non potesse ripetere una seconda volta, per un altro re, un’opera così alta. All’umanità, rimane comunque il miraggio delle stelle.

E che dire dello straordinario soggetto di 2001: Odissea nello spazio, in cui si sono fusi gli ingegni di due fra i più grandi visionari del secolo scorso, Clarke e il creatore d’immagini Stanley Kubrik? Al di là delle anticipazioni tecnologiche (ben poco realizzate) ciò che conta nella vicenda è la mirabile conclusione (per molti criptica e oscura, mentre non lo è affatto), in cui emerge con grande potenza allegorica il sogno alchemico della coincidentia oppositorum, la fusione del microcosmo umano con il macrocosmo divino. Il germe dell’uomo che innesca il germe dell’universo. Il finale della pellicola riecheggia in modo suggestivo un antico testo chiamato Tavola di Smeraldo attribuito a Ermete Trismegisto, in cui viene narrata simbolicamente l’origine del Tutto. Fusco accennò a questa simmetria con Clarke, nel corso del suo incontro, chiedendogli se avesse mai letto la Tavola. Lo scrittore confessò di non averla mai sentita nominare. Quando Fusco gliela recitò (è molto breve, dodici frasi in tutto, tra cui famosissima la prima: “Ciò che è in alto è come ciò che è in basso, e ciò che è in basso è come ciò che è in alto per fare il miracolo della Cosa Unica”), Clarke ne fu impressionato e disse che gli sembrava un resoconto preciso dell’origine del cosmo, da parte di qualcuno che, chissà come, in epoche remote (la più antica testimonianza della Tavola risale al settimo/ottavo secolo di questa era) aveva compreso la necessità della Grande Unificazione, il Santo Graal della fisica, ovvero una formula in grado di unificare la Teoria della Relatività (il macrocosmo) con la fisica quantistica (il microcosmo). Per uno che di alchimia non si era mai interessato, è una straordinaria intuizione.

Chiudiamo con un ultimo ricordo personale, legato all’incontro con Fusco cui si è già accennato. Risale a una quindicina d’anni fa. Essendosi recato in India per questioni di lavoro, Fusco non sì fece sfuggire l’occasione di recarsi anche nello Sri Lanka, a trovare Clarke nella sua villa, situata su una collina a cui si arriva per una strada piuttosto scoscesa. Fusco era già da molti anni in corrispondenza con Clarke, ed anzi, poco più che ragazzetto, gli aveva inviato una lettera avvertendolo che in Italia i suoi libri erano apparsi, fino ad allora (parliamo dell’inizio degli anni Sessanta) in traduzioni pesantemente massacrate da tagli ed equivoci. Clarke se ne infuriò e mandò una lettera all’editore intimando che le ristampe eventuali dei suoi libri fossero corrette, come poi avvenne. Anche per questo, lo scrittore fu lieto di conoscere di persona il suo corrispondente.

(nella foto: Arthur C. Clarke)

Bene, Clarke era come lo si poteva immaginare: un inglese che più inglese non si può, di una cortesia che più cortesi non si può, e di una conversazione incredibilmente spiritosa. Dopo un’oretta di piacevoli chiacchiere, invitò Fusco a un giro nel giardino della sua villa: un itinerario incantato tra profumi esotici, piante lussureggianti, fiori enormi dagli splendidi colori. Giunto al centro, si fermò e con un ampio gesto della mano e un sorrisetto ironico, esclamò: “Odissea nelle spezie” (in inglese: A spice odyssey). La battuta doveva piacergli molto, perché a quanto pare la ripeteva praticamente ad ogni suo ospite. Comunque sia, questa è l’immagine di Arthur Clarke che ci è più cara: un gentile e ironico profeta nel giardino del paradiso.

GIANFRANCO DE TURRIS e SEBASTIANO FUSCO

Questo articolo è apparso per la prima volta nel numero 1587 di Urania ed è qui riprodotto per
gentile concessione della Arnoldo Mondadori Editore.

13 novembre 2012 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , | 3 commenti

Le astronavi-arca: un’intervista con Greg Matloff

La prima conferenza dedicata dalla British Interplanetary Society esclusivamente al tema delle astronavi-arca ci è sembrata una buona occasione per fare il punto della situazione con Gregory Matloff, che avevo descritto quando scrivevo Centauri Dreams (il libro) come ‘l’uomo rinascimentale degli studi interstellari.’ Forse più noto per il suo continuo lavoro sulle vele solari, è comunque un uomo dai molteplici interessi. Ha portato a un pubblico più vasto il problema della propulsione nello spazio profondo con il suo libro The Starflight Handbook (1989), che copre l’intera gamma delle opzioni interstellari, ma per oltre trent’anni ha continuato a produrre testi scientifici su temi che spaziano dai Collettori di Bussard alle missioni con propulsione a fasci di microonde. Di recente si è interessato all’espansione della biosfera umana nello spazio, un argomento trattato in libri quali Paradise Regained: The Regreening of Earth (Springer, 2009) e Biosphere Extension: Solar System Resources for the Earth, scritto con C. Bangs, di prossima pubblicazione. Questi ultimi titoli indicano che il suo interesse nei confronti delle astronavi-arca, che Matloff aveva per la prima volta coltivato in studi pubblicati sul  JBIS (Journal of British Interplanetary Society) nei primi anni ’80, continua a essere molto vivo, come l’intervista che segue confermerà (Paul Gilster, 17 agosto 2011).

PG: Greg, so che tu hai un intervento in lista per la conferenza sulle astronavi-arca che la British Interplanetary Society organizza a Londra, anche se non ti è possibile partecipare di persona. E so anche che sei stato scelto dai fratelli  Benford per fare un intervento nel quadro del “100 Year Starship Symposium”. Quando, nel 2004, ho cominciato a fare ricerche in questo campo per il mio libro Centauri Dreams, ho scoperto che sei stato uno dei primi a diffondere questa affascinante nozione, l’idea che una nave spaziale potrebbe diventare un immenso habitat in grado trasportare migliaia, o addirittura centinaia di migliaia di persone tra le stelle. (Nell’immagine: Gregory Matloff).

GM: Sono stato uno dei primi scrittori scientifici ad occuparsi dell’argomento. L’idea in sé risale agli anni ’30 o addirittura prima. Astronavi-arca sono citate in un saggio filosofico di J. D. Bernal, The World the Flesh and the Devil (1929). C’è poi uno straordinario romanzo di fantascienza di Olaf Stapledon intitolato Starmaker (1937). L’autore non solo parla di astronavi-arca, ma lascia intendere che le stelle stesse siano dotate di coscienza.

PG: Gli anni ’30 sono stati un periodo eccezionalmente produttivo sia per la scienza che per la fantascienza.

GM: Estremamente produttivo. C’era un gruppo letterario all’Università di Oxford che è diventato giustamente famoso. Ne facevano parte C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien, e il lavoro di Stapledon era spesso oggetto di discussione. Mi sarebbe molto piaciuto esserci e ascoltare quei ragazzi mettere in giro le loro idee poco prima della II guerra mondiale, un periodo in cui tutti sapevano che cosa sarebbe successo da lì a poco. Doveva essere fantastico. L’idea dell’astronave-arca poi scompare, benché Tsiolkovsky la citi parlando di serre spaziali e cose del genere. Ma non la sviluppa veramente e, a quanto ne so, nessuno l’ha mai tirata fuori fino agli anni ’70.

(Nell’immagine John Desmond Bernal, fisico e cristallografo inglese, nel suo The World, The Flesh & The Devil (1929) ha studiato la presenza umana in astronavi-arca e ha esaminato la possibilità delle vele solari molto prima che diventasse pane quotidiano per gli articoli scientifici.)

Prima che Gerard O’Neill entrasse in scena, venne Dandridge Cole che parlava di “macrolife” e della possibilità di scavare asteroidi con lo scopo di creare habitat dove poter lavorare. Lo stesso Gerard O’Neill è importante perché riprende l’idea e la concretizza. O’Neill aveva persone importanti che lavoravano per lui, come per esempio l’astronauta Brian O’Leary, e Thomas Heppenheimer, che divenne un noto scrittore di tematiche spaziali, ed Eric Drexler, che diventò il co-fondatore del campo della nanotecnologia. Erano tutte persone molto brillanti e lavorarono con O’Neill sul tema delle colonie spaziali. Sull’argomento O’Neill ha citato Stapledon, che Arthur Clarke considera un vero e proprio visionario della fantascienza, riferendosi a Starmaker.

PG: Le astronavi-arca rappresentano ancora un tema nella fantascienza d’oggi?

GM: Negli ultimi trent’anni ho trovato riferimenti forse in un paio di brani. In  Heart of the Comet (1986), di Greg Benford e David Brin, c’è gente che  scava nella cometa di Halley per renderla abitabile. Il libro ipotizza inoltre la possibilità di  caricare l’essenza umana in un computer e cose del genere. La fantascienza sembra aver fatto molti passi indietro rispetto a quella degli anni ’20 e ’30. Sì è andati nella direzione di una fantascienza militare da una parte e del fantasy dall’altra. Entro in libreria a cercare fantascienza, ben disposto a comprare, ma difficilmente c’è qualcosa che mi attira, persino da Barnes & Noble. Trovo la cosa piuttosto deprimente.

Guardarsi dentro: prospettive e conseguenze

PG: Tutto questo sembra molto lontano dall’intensa visione degli anni ’30.

GM: Proprio così. Probabilmente ora faremo esplorazione verso l’interno invece che verso l’esterno. Un libro che abbiamo acquistato di recente è How the Hippies Saved Physics, di David Kaiser (2011). Parla di persone che hanno cominciato ad applicare la meccanica quantistica alla coscienza umana. E’ venuto fuori che C (la moglie di Matloff – n.d.e.) e io conoscevamo bene uno di loro, Evan Harris Walker,  scomparso qualche anno fa. Era molto preso da questo approccio. Credo che quello che è successo è che l’esplorazione interiore, probabilmente a causa degli anni ’70, ha sostituito l’esplorazione esterna nella mente di molte persone. Potrebbe avere un senso: infatti negli anni ’70 si pensava che si potesse fare esplorazione prendendo una pillola o qualcosa del genere. In seguito imparare a farlo attraverso la meditazione e lo yoga è sembrato più facile che finanziare un progetto da miliardi di dollari per lanciare un gruppetto di persone nello spazio profondo.

PG: Proprio come è più facile configurare un sistema di realtà virtuale. Forse stiamo andando sempre nella stessa direzione.

GM: Penso di sì. Effettivamente, circa due anni fa, nell’ottobre del 2009, C e io siamo andati a un incontro di singularity people (i seguaci  dello scrittore Vernor Vinge, che ritene l’Umanità muoversi in direzione di una “singolarità digitale”, dove i computer sono diventati così intelligenti che gli Umani non riescono più a capire cosa fanno e le macchine delle prossime generazioni saranno completamente al di là della loro comprensione – n.d.e.). Eravamo ospiti di Greg Benford. Era molto interessante sentire quei brillanti matematici che parlavano di realtà virtuale infilandoci dentro la coscienza umana. E’ un pensiero attraente. Ma è più attraente del SETI? E’ più attraente dell’idea di andare veramente a colonizzare nuovi mondi o di estendere la biosfera al di là della Terra — non saprei! E’ un argomento che affronto continuamente con gli studenti. Alcuni sono molto più interessati all’esplorazione interiore che a quella esterna e io non ho nessuna risposta al problema, tranne che spero che estenderemo la biosfera, perché, a  mio avviso, si tratta di un obiettivo di consapevolezza tecnologica. E’ una cosa che possiamo fare e dovremmo farla piuttosto che lasciare tutti quanti continuare a vivere dentro a una scatoletta. Ma magari verrà fuori che io e te siamo in minoranza su questo argomento.

(Nell’immagine Olaf Stapledon, un punto di riferimento fondamentale per C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien. Influenzò le successive opere di Lewis, che infatti furono scritte in parte come risposta alle idee dello stesso Stapledon).

Le ragioni per costruire un’astronave-arca nel breve periodo

PG: Può darsi, ma penso che il concetto di astronave-arca sia in qualche modo l’espansione della biosfera portata alle estreme conseguenze. Perché si tratta di navi gigantesche. Ma quanto sono grandi concretamente?

GM: Ci sono varie stime per quanto riguarda le dimensioni di una astronave-arca. Se parliamo di un’arca interstellare, che è un po’ come vivere in un sottomarino, allora potrebbe avere le dimensioni di un sottomarino. Questo lo diceva Edward Gilfillan negli anni ’70 autore di Migration to the Stars, 1975). Era un professore emerito del MIT. Ma le colonie di O’Neill hanno molto più senso. Le più piccole peserebbero sulla Terra quasi mezzo milione di tonnellate. Potrebbero accogliere intorno a diecimila persone e avrebbe la dimensione massima di circa un chilometro. Volendo costruirne una più grande, in grado di ospitare una popolazione di centomila unità, si parlerebbe di qualcosa con una massa tra i 5 e i 50 milioni di tonnellate. Ho dimenticato il numero esatto, ma si tratta del modello 3 di O’Neill, una cosa di circa dieci chilometri di lunghezza, vale a dire approssimativamente le dimensioni di Manhattan.

PG: Si tratta effettivamente di costruzioni enormi. Ma quali sono le motivazioni che ci potrebbero indurre a realizzarle?

GM: Secondo O’Neill (nell’immagine: Gerard K. O’Neill) il motivo principale sarebbe stato la possibilità di approvvigionare la Terra di energia. Pensava che saremmo dovuti partire per scavare miniere sulla Luna, e anche sugli asteroidi più vicini, per procurarci il  materiale per costruire satelliti dedicati a raccogliere energia solare e spedirla sulla Terra. Ed è proprio quello che farebbe la popolazione di questi habitat spaziali molto prima di migrare altrove. Purtroppo, la tecnologia lo ha in un certo senso superato in questo campo. O’Neill ha progettato i suoi habitat negli anni ‘70, quando i moduli fotovoltaici avevano un’efficienza forse del dieci percento e uno spessore di circa un millimetro o qualcosa del genere. Per realizzarli sarebbe servito un sacco di materiale. Ora l’efficienza è salita al 30 percento e parliamo di circa 10 o 20 micron. Sulla vela solare giapponese IKAROS si stanno mettendo alla prova alcuni di questi moduli fotovoltaici ultrasottili. Qui si parla di qualcosa che è spesso circa 20 micron e ha un’efficienza di certo superiore al 10 percento.

PG: E i test hanno avuto successo.

GM: Sì, un grande successo, e naturalmente si spera che poi non venga fuori che  i materiali si degradano con il tempo. Il capo del gruppo giapponese IKAROS ha fatto un intervento ad Aosta, ma purtroppo non aveva ancora dati sulla degradazione di queste vele. E’ vero che è passato solo un anno, ma finora stanno funzionando alla perfezione. Quindi potrebbero funzionare benissimo in ambiente interplanetario. Dal punto di visto dell’energia questa è un’ottima cosa, perché significa che, in particolare con il Falcon 9 Heavy, se le cifre di Elon Musk sono esatte, potremmo riuscire a lanciare satelliti per raccogliere energia solare in orbita geosincrona persino se sono stati costruiti direttamente qui sulla Terra. E che questi, se hanno una durata considerevole e una buona efficienza, potrebbero addirittura rivelarsi remunerativi. Vedremo come si mettono le cose. Tutto ciò è ottimo dal punto di vista dell’energia terrestre, ma in un certo senso rappresenta una battuta d’arresto per le colonie di O’Neill. Nel frattempo sta nascendo qualcosa di totalmente inatteso: il turismo spaziale. A guardarlo bene è un fenomeno molto interessante. Già qualche migliaio di persone si sono prenotate per la Spaceship II di Richard Branson, spendendo  circa 150.000 dollari a testa per sperimentare dieci o quindici minuti di assenza di peso. Altri, non ho idea di quanti siano, si stanno prenotando, al costo di un milione di dollari, con Robert Bigelow, che vorrebbe costruire un hotel spaziale attraverso la sua Bigelow Aerospace. A questo punto qualcuno potrebbe osservare che se si prende un hotel spaziale e lo si vuole gestire in maniera efficiente ed economica al di sopra dell’orbita bassa, bisogna aggiungerci una serra per coltivare almeno una parte del cibo. E forse bisognerebbe studiare qualche maniera per proteggerlo dai raggi cosmici al di là della magnetosfera, usando campi magnetici oppure schermature massicce. Se così fosse, i moduli gonfiabili di Bigelow o gli hotel dello spazio potrebbero cominciare ad avvicinarsi alle dimensioni di una astronave-arca.

PG: Pensiamo sempre alle astronavi-arca come a una realtà che sarà possibile tra moltissime generazioni, ma quello di cui stiamo parlando in realtà non è poi così distante.

GM: No, tutte queste cose stanno succedendo a notevole velocità. E, secondo me, molti ne sono scontenti perché hanno in mente il vecchio modello di sviluppo spaziale, in cui tutto è in mano al governo, con pochissimi benefici per il volgo. Ma è sempre possibile che un singolo individuo, molto ricco e in cima alla scala economica, decida di finanziare questa impresa così come i ricchi  finanziarono il Rinascimento 500 anni fa.

Trasferirsi nel cosmo

(Nell’immagine: l’interno di Rama, un’astronave-arca aliena, descritta da Arthur Clarke nell’omonimo romanzo. Appare in tutto e per tutto simile al Cilindro di O’Neill modello 3).

PG: E’ un’idea affascinante. E quindi è di crescita organica che stiamo parlando. Quando ci avventuriamo nello spazio per qualsiasi ragione, cominciamo a costruire in piccolo quel tipo di habitat che potrebbe alla fine diventare piuttosto grande, delle dimensioni delle strutture di O’Neill. E poi si giunge a un punto in cui la gente è stata in uno di questi habitat abbastanza a lungo da considerarlo un modo di vita privilegiato. C’è la possibilità allora che qualcuno dica: “restiamocene nel nostro habitat e andiamo a esplorare le stelle”?

GM: Gli studi fatti sulle astronavi-arca nei primi anni ’80 da gente come Alan Bond, Tony Martin, o io stesso, indicano che possiamo parlare di viaggi millennari, che durano un paio di migliaia di anni usando motori a impulso di fusione o vele solari ad alto rendimento che vengono dispiegate vicino ai soli. E forse ci sono altri sistemi da prendere in considerazione, per esempio la vela elettrica. Naturalmente, una volta che c’è una popolazione che abita lassù o è abituata a vivere nello spazio profondo, un gruppo di individui senza legami con la Terra, qualcuno a un certo punto potrebbe anche decidere di traslocare ad Alpha Centauri, o a Tau Ceti o in qualsiasi altro posto. Gli abitanti delle astronavi-arca potrebbero diventare un inedito genere di migranti, che viaggiano tra le stelle e scelgono di non abitare in nessuno dei pianeti con cui entrano in contatto, limitandosi a fare rifornimento e proseguire. E’ uno scenario che ricorda la fantascienza degli anni ’70, per esempio gli Esterni di Larry Niven, una delle razze aliene del suo Ciclo dello Spazio Conosciuto. Gli Esterni fanno esattamente questo: si spostano in astronavi-arca, e trovano poco elegante viaggiare a una velocità superiore di uno o due percento a quella della luce.

PG: Questo mi piace moltissimo, perché è un capovolgimento totale del modo di pensare comune. Cerchiamo tutti di andare più veloci possibile e, al tempo stesso, abbiamo tutti la percezione degli orizzonti a breve termine. Qui invece si dice: perché tanta fretta? Se non ci arriviamo in questa generazione, forse potremo arrivarci nella prossima, o forse tra un centinaio di generazioni.

GM: Proprio così. Ed è quello che fanno. Se ricordo bene, la ragione per la quale i terrestri avevano sviluppato l’hyperdrive in quelle storie, è che si tratta di un oggetto di scambio. Gli Esterni non sono interessati a cose del genere,  ma le scambiano per ottenere quello che veramente desiderano. Indubbiamente l’hyperdrive è una tecnica interessante; permette a chi lo vuole di andare più veloce, ma per noi il viaggio in sé è quello che davvero conta.

PG: Mi piacciono molto le storie di Niven di quell’epoca. Adesso che mi ci fai pensare mi viene voglia di rileggerne alcune.

GM: Certo! Sono fantastiche. E più ci penso e più la fantascienza è signficativa per la scienza. La fantascienza visionaria è molto, molto importante. Gente come Clarke, Asimov, Stapledon. Asimov afferma che le prime migrazioni dalla Terra avvengono grazie alle astronavi-arca, che lui chiama interstellar arks.

PG: In quali libri?

GM: Nel Ciclo della Fondazione dice che le rovine di alcune di queste arche sono scoperte vicino a pianeti in orbita intorno a varie stelle, tra cui uno o due pianeti nel sistema di Alpha Centauri, e non sanno da dove queste provengano. Una delle ipotesi è che fossero originarie di Sol, 50.000 anni prima. Ma la documentazione è andata smarrita.

L’astronave-arca e la vela

(Nell’immagine:: una vela solare fotonica in formato “eliogiro” a sezioni indipendenti)

PG: Greg, anche se non vai a Londra per la conferenza sulle astronavi-arca, so che un vi verrà presentato un tuo articolo sul tema della propulsione a mezzo di vele. Puoi dirci qualcosa sull’argomento?

GM: Per quanto riguarda le vele le cose stanno così: ora sappiamo che le vele solari sono l’unico tra i sistemi di propulsione per i viaggi interstellari suggeriti fino ad ora che può essere usato per accelerazione, decelerazione e schermatura dai raggi cosmici strada facendo, perché le vele semplicemente si possono avvolgere intorno all’astronave. Quindi è uno strumento con triplice funzione, cosa che nessuno degli altri metodi possiede. E nel mio testo passo in rassegna molta della letteratura in cui si tratta di accelerazione e decelerazione e spiego che, al momento, il materiale più studiato per le vele è il berillio. A quelli della NASA proprio non va giù.

Les Johnson [NASA MSFC] era presente alla conferenza di Aosta, non ricordo se è quella in cui c’eri anche tu, e quando ho descritto come funziona una vela al berillio ha fatto una perfetta imitazione di Indiana Jones esclamando, “Oh no, perché proprio il berillio?” E non aveva tutti i torti. Se la NASA vuole costruire una sonda per la Nube di Oort, che sarà una piccola arca del ventunesimo secolo (e da qui a cinquanta o sessanta anni potrebbe realmente costruire un prototipo di veicolo spaziale capace di realizzare tanto un volo interstellare, quanto  l’esplorazione della Nube di Oort) ora come ora il berillio è l’unico candidato come materiale per la vela, ma purtroppo è anche altamente tossico. Secondo Les, se usiamo questo materiale dovremo affrontare enormi perdite e gravissimi problemi di sicurezza. Io ho capito il suo ragionamento, ma la tecnologia cambia molto in fretta. Ci sono oggi materiali come i nanotubi di carbonio e più recentemente il grafene. Sono interessanti perché il loro spessore può essere misurato in nanometri (cioè dell’ordine di un paio di molecole). Vele così costruite avrebbero riflettanza o assorbanza finite, cioè sarebbero molto robuste, anche se di massa minima. Si tratta naturalmente di vele fotoniche, quindi si può certamente immaginare di ridurre il tempo della traversata interstellare con la vela a qualcosa come un millennio, o forse ancora meno. Non so. Esiterei a dire che abbiamo scoperto già tutto.

PG: A dire il vero ricordo che Les diceva questo a proposito del berillio due anni fa ad Aosta. Ma tu sostieni che questi nuovi materiali saranno molto più sottili di tutto quello che si potrebbe fare con il berillio?

(Nell’immagine Les Johnson mostra un campione di materiale al carbonio per le vele solari del futuro)

GM: Penso che saranno al tempo stesso più sottili e più robusti di quello che stiamo facendo con il berillio e che potrebbero non essere tossici durante la lavorazionee . Ora come ora sono costosissimi. Procurarsi la quantità di grafene sufficiente a coprire un francobollo costerebbe qualcosa come 75 milioni di euro. E, di conseguenza, costruire un’intera astronave manderebbe in rovina il pianeta, anche se il pagamento fosse dilazionato per un secolo intero. Quindi il prezzo del grafene deve scendere, e di parecchio. Uno dei partecipanti al congresso di Aosta sosteneva che questo non è impossibile, anzi che è proprio quello che è successo all’alluminio. Quando venne per la prima volta riconosciuto come un metallo con grandi potenzialità commerciali, direi un secolo e mezzo fa, l’alluminio era notevolmente costoso. Ma poi furono sviluppati diversi processi commerciali e il prezzo cominciò a scendere vertiginosamente. E mentre scendeva vennero trovate sempre più applicazioni che contribuirono ad abbassarlo ulteriormente.

PG: Che tipo di missione prevederesti? Possiamo parlare di un passaggio vicino al Sole (per sfruttare l’effetto fionda gravitazionale n.d.e.), ma i nostri colonizzatori non sembrano avere una grande fretta, no?

GM: Effettivamente no. Utilizzando il grafene si potrebbe partire direttamente dall’orbita terrestre per arrivare a destinazione in un migliaio di anni. Perché è molto, molto sottile, dipende da come la sua riflettanza o assorbanza variano con la temperatura. In realtà non sappiamo ancora molto su questo materiale. Ma per il momento non possiamo fare ancora nulla di concreto: è un materiale nuovo di zecca, con cui è molto difficile lavorare. E’ costosissimo e ci sono solo una manciata di laboratori in tutto il pianeta in grado di produrlo. Quindi, ora come ora, è un materiale scientifico e non un materiale ingegneristico.

La vita all’interno del colosso

PG: Quando si parla di viaggi millenari entrano in gioco enormi questioni di ordine sociologico.

(Nell’immagine: Robert Heinlein)

GM: E’ vero: l’equipaggio dovrebbe affrontare interessanti questioni sociologiche. Come diventare una società capace di restare intatta così a lungo? Era interessante che Arthur C. Clarke non fosse ottimista per quanto riguarda la sociologia, mentre lo era per quanto riguarda la tecnologia. In un ciclo di romanzi iniziato con Incontro con Rama (1972), Rama è una astronave-arca aliena che arriva nel Sistema Solare e invita i terrestri a lanciare un’astronave e viverci con alcuni degli alieni. Alla fine alcune migliaia di terrestri accettano e devono decidere come vivranno sulla astronave-arca. Decidono che la loro sarà una società con molti eventi sportivi e quindi costruiscono varie strutture per ospitarli. Ma uno dei giocatori più bravi decide di prendere il potere. E organizza una squadra di individui che lavorano per lui e che riducono in schiavitù o massacrano tutti gli altri maschi mentre le donne diventano giocattoli sessuali, dando vita uno stato fascista di cui diventa il capo. Ma poi una delle donne si ribella e riesce a stabilire un contatto con l’intelligenza che controlla l’astronave-arca, che è l’intelligenza suprema dell’universo, ottiene aiuto e riesce a scatenare una rivoluzione coronata dal successo. Sì, d’accordo. In ogni circostanza quello che ci presenta nei suoi libri è pessimismo nei confronti della sociologia, come d’altra parte anche Heinlein in Universe e Common sense nei primi anni ’40. C’è una astronave-arca che viaggia tra la Terra e Proxima Centauri, ma tutte le strutture sociali si sfasciano, e col passar del tempo i viaggiatori si convincono che l’universo sia l’astronave-arca stessa. Queste due storie sono poi confluite nel romanzo Orphans of the Sky (in italiano Universo N.d.T.), pubblicato con questo titolo nel 1963. E’ una storia molto ben congegnata e quindi a un certo punto i protagonisti riescono a entrare nel sancta sanctorum, la stanza del controllo, vedono che cosa sono le stelle, scoprono la verità riguardo all’universo e proprio mentre stanno attraversando un sistema solare che probabilmente è il sistema di Proxima Centauri dove, guarda caso, c’è un pianeta abitabile. In qualche modo la navetta da sbarco può essere manovrata anche da non addetti ai lavori quindi riescono ad atterrare. Ok, Heinlein stava facendo l’impossibile per dare un lieto fine alla sua storia, ma in ogni caso la sociologia sarà un elemento di grande peso, perché non abbiamo mai avuto piccole comunità umane isolate per un periodo di tempo così lungo. Ci sono arrivate dal passato notizie a proposito di alcune esperienze di questo tipo, che hanno avuto esiti non proprio felici.

Una delle esperienze è stata quella dei Vichinghi che erano arrivati nel Vinland (l’odierna Groenlandia n.d.e.) e vi avevano insediato una piccola colonia (la vicenda è raccontata nella Saga of the Greenlanders). Una delle donne è Freydis, la figlia di Erik il Rosso, che decide che gli inverni sono troppo freddi. Vuole avere più caldo: perché deve avere solo un maschio da cui farsi fare le coccole? Quindi massacra tutte le sue sorelle in modo da avere tutti gli uomini per sé. Vivono in una piccola colonia e non hanno niente a che fare con gli altri abitanti della zona, cioè i nativi americani, che chiamano Skraelings. Questo potrebbe forse essere un esempio di colonia spaziale in cui le cose sono andate male e che si sta trasformando in tragedia.

PG: D’altra parte penso che una potenziale ragione di ottimismo sarebbe che una astronave-arca sufficientemente grande avrà una popolazione piuttosto numerosa, quindi una maggiore diversificazione può forse giocare in favore della sopravvivenza. Ma io credo che la cosa più giusta che hai detto è esattamente in sintonia con la conferenza dell’astronave dei cent’anni, e cioè che, mentre comunemente si pensa al volo interstellare come se fosse un problema di propulsione, un tale campo di ricerca richiede  in realtà un approccio multidisciplinare.

(Nell’immagine, l’interno di un cilindro di O’Neill modello 3, progettato come colonia spaziale per ospitare 100.000 persone).

GM: Verissimo. Hai detto bene, è importante avere una popolazione numerosa e credo che O’Neill ipotizzasse che un habitat spaziale, per essere autosufficiente, dovesse avere una popolazione di circa un centinaio di migliaia di unità, o almeno di svariate decine di migliaia. A questo punto bisogna chiedersi come la gente passerà il tempo. Se abbiamo una popolazione così numerosa, che cosa faranno tutti in mezzo alle stelle? Forse bisogna progettare una nave in modo tale che  la nave stessa non sia mai del tutto finita. Forse l’ecosistema ha sempre bisogno di aggiustamenti per poter funzionare. O forse si potrebbe lanciare una seconda nave piena di materiali da utilizzare al bisogno. Uscire fuori e andare a lavorare sulla seconda nave diventerebbe uno dei periodici episodi eroici di questa cultura chiusa. Penso al fatto che sembriamo sempre aver bisogno di eroi, se non in guerra, almeno nello sport. Guarda il numero di sport che il mondo industrializzato e sviluppato pratica oggi, e solo per mantenersi in salute. Questo potrebbe essere anche un modo per dare un ruolo nella società a coloro che altrimenti rischierebbero di trasformarsi in criminali.

Uno studio multidisciplinare

PG: Tutto ciò ci spinge a tener conto di sociologia, filosofia e storia, per osservare il comportamento umano in scenari ambientati in luoghi remoti.

GM: Sì. Mi piacerebbe moltissimo conoscere la storia degli inizi della civiltà minoica nei luoghi dove si trova la moderna Gaza. O quando  le popolazioni  minoico-micenee colonizzarono Mileto in Asia Minore. Mileto divenne una sorta di progenitore della Russia e di molti paesi dell’Europa dell’est, perché proprio da Mileto, circa dal 1000 a.C. in poi, cominciarono a partire coloni in gran numero, che costruirono insediamenti in tutta l’area del Mar Nero. Vorrei tanto sapere quanti di loro ebbero successo e quanti fallirono, che tipo di interazione c’era. Si facevano la guerra tra di loro? Combattevano contro le popolazioni indigene? Mi affascina molto anche la storia degli antichi Etruschi. Erano, ovviamente, fortemente influenzati dalla civiltà minoico-micenea, ma in che modo questo avveniva? Erano una colonia diretta? Probabilmente non lo sapremo mai. O erano popolazioni indigene che  si davano da fare per cercare di costruire le loro proprie città?

PG: Hai menzionato la possibilità di avere una seconda nave contenente risorse che la prima potrebbe sfruttare. Quella della seconda nave è comunque una buona idea perché proprio la natura umana ci dice che abbiamo bisogno di un vicino, un eventuale “altro da noi”.

(Nell’immagine: un libro da non perdere)

GM: C’è la possibilità di inviare una piccola flotta, invece di singole navi, soprattutto se si sta usando qualcosa come una vela solare fotonica o addirittura una vela elettrica, perchè la propulsione è sempre a costo zero, e la possibilità di partire potrebbe essere garantita a tutti quelli che lo richiedono. Potrebbero commerciare tra di loro, forse potrebbero organizzare competizioni politiche o atletiche, o addirittura alcune forme di guerra fortemente ritualizzate, come sappiamo che succedeva anticamente presso le popolazioni native americane. Potremo mettere alla prova qualsiasi tipo di modello sociale tramandatoci dalla storia.

PG: Questa discussione ci riporta a quella meravigliosa conferenza del 1983 intitolata “Interstellar Migration and the Human Experience” (le migrazioni interstellari e l’esperienza umana), in cui tu gestivi un gruppo multidisciplinare che si radunava per esaminare questo tipo di questioni, per esempio eventi quali la colonizzazione delle isole del Pacifico.

GM: Sì, è proprio quello che ha fatto Ben Finney. Purtroppo io in realtà non ero presente a quella conferenza, tenutasi a Los Alamos a 1983, e mi dispiace moltissimo. Non ho mai incontrato Ben Finney e vorrei molto farlo.

Titolo originale: “Worldships: A Interview with Greg Matloff”  scritta da Paul Gilster e pubblicata in Centauri Dreams il 17 agosto 2011. Traduzione italiana di Beatrice Parisi e Roberto Flaibani. Questo articolo prosegue una fase di collaborazione con Centauri Dreams, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.

21 novembre 2011 Posted by | Astronautica, Scienze dello Spazio, Volo Interstellare | , , , , , , , , , , | 8 commenti

   

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