Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Contattare civiltà aliene: i pro e i contro del METI

Il giornalista di Tau Zero  Larry Klaes si è appassionato al SETI — e alla sua diramazione METI (Messaging to Extraterrestrial Intelligence) — già da molto tempo. Qui fa un passo indietro per esaminare il METI nel suo insieme, offrendoci un esame dei vantaggi che comporta inviare segnali verso le stelle e dei rischi corrispondenti. Sulle  pagine di Centauri Dreams, dal suo esordio on line nel 2004, abbiamo potuto leggere diverse opinioni sull’argomento. Ma forse Larry è riuscito a trovare la chiave che permette di rispondere sia alle argomentazioni dei favorevoli che a quelle dei contrari. C’è qualcosa nella natura umana che rende il METI più o meno inevitabile? (Paul Gilster)

Il SETI – Search for Extraterrestrial Intelligence (Ricerca di Intelligenza Extraterrestre) – è stato gestito da una serie di scienziati, professionisti e dilettanti, a partire dal 1960, o dal 1924 se vogliamo contare una campagna di quell’anno che cercava di captare eventuali messaggi radio lanciati da presunti marziani. L’attività principale del SETI consiste nell’ascolto passivo o nella ricerca di trasmissioni provenienti da civiltà aliene. Gli ultimi programmi del SETI hanno avuto anche l’obiettivo di rilevare le attività tecnologiche di società molto avanzate all’interno della nostra galassia e fuori di essa, o l’eventuale presenza di sonde che si aggirerebbero  furtivamente  nel  Sistema Solare per tenere sotto controllo il genere umano.

Immagine: Il radiotelescopio e radar planetario RT-70 nel Centro per le comunicazioni nello Spazio Profondo di Eupatoria, Ucraina. Fonte: S. Korotkiy.

Il nostro attuale livello di tecnologia spaziale non ci consente di esplorare direttamente neppure il sistema stellare più vicino.  I numerosi, seppure saltuari, programmi del SETI attuati qua e là sul nostro pianeta e addirittura al di là di esso negli ultimi cinquant’anni, trovano giustificazione nella possibilità che una società aliena ci invii deliberatamente  segnali o che noi si riesca per caso a  captare una  loro trasmissione. Considerato infine che la Via Lattea è composta da centinaia di miliardi di sistemi stellari, alcuni scienziati sono diventati fautori di un approccio meno passivo alle indagini per scoprire se la Terra è o non è l’unico pianeta con vita intelligente nel Cosmo.

Battezzato METI (da Messaging to Extraterrestrial Intelligences) ma conosciuto anche come “Active SETI”, questo concetto implica la trasmissione di nostri messaggi e segnali nella galassia, per avvisare le società aliene della presenza degli esseri umani, per aiutarli a trovarci, a rispondere e contraccambiare più facilmente. Come è ovvio, è molto discutibile se il METI sia il modo giusto per l’umanità di trovare intelligenze aliene o se servirà solo a informare una specie malvagia dell’esistenza della Terra come obiettivo di conquista e distruzione. Per chiarire se il METI è la via che permetterà di far diventare l’umanità una parte produttiva e progredita della comunità galattica o l’inizio della nostra rovina, esaminiamone ora i pro e i contro.

La natura dell’universo

La Via Lattea è un’immensa galassia a spirale che contiene 400 miliardi di sistemi solari disseminati su 100.000 anni luce e la maggior parte degli ipotetici residenti stellari di questa isola cosmica si trovano mediamente a molti anni luce di distanza uno dall’altro. Per dare al lettore l’idea della vastità della Via Lattea, se tutta la nostra galassia si riducesse in scala al punto in cui una persona potesse tenere l’intero  Sistema Solare nel palmo della mano, la Via Lattea sarebbe comunque grande come l’America del Nord.

Immagine: Il centro stesso della galassia, a lunghezze d’onda visibili, è completamente coperto dalla striscia di polvere che divide la Via Lattea per gran parte della sua lunghezza. La pista  di polvere è visibile soltanto perché oscura le stelle che si trovano in secondo piano. Incastonate nella polvere si vedono molte regioni dove si formano nuove stelle, che appaiono come nebulose a emissione color rosso vivo. (Fonte: Anglo-Australian Observatory).

Oltre al gran numero di stelle e all’incredibile distanza che le separa, i ricercatori del SETI si devono anche confrontare con il naturale brusio radio di sottofondo del cosmo, che soffoca tutti i segnali artificiali tranne i più forti. E anche la polvere interstellare, che si insinua nella nostra galassia, nasconde molti segnali elettromagnetici e intere regioni della Via Lattea alla nostra vista.
Al momento l’umanità non ha reali capacità di realizzare il volo interstellare. Le poche sonde spaziali che sono state inviate  su rotte dirette al di fuori del nostro sistema solare impiegherebbero 77.000 anni a raggiungere il meno distante dei vicini stellari della Terra, il sistema di Alfa Centauri. Nessuno degli esploratori robotici attualmente attivi funzionerebbe per più di una semplice frazione di tutto questo tempo prima di esalare l’ultimo respiro. Ora è vero che la nostra civiltà sta producendo da oltre un secolo una “bolla” di segnali elettromagnetici artificiali, che ha formato nella galassia una sfera ampia 200 anni luce, con la Terra al centro. Ma la maggior parte di queste trasmissioni erano dirette solo ai residenti del nostro pianeta e perciò spesso avevano come involontario obiettivo, per breve tempo,  zone casuali del cielo. Si trattava in genere di segnali piuttosto deboli, che avrebbero richiesto un ricevitore molto grande e sofisticato per essere rilevati anche solo a pochi anni luce dalla Terra. In breve, l’umanità non occupa un ruolo di spicco nel grande schema cosmico delle cose.

Perché il METI aiuterà l’umanità

Per combattere tutto quello che potrebbe impedire il successo del SETI, noi umani dobbiamo cominciare a trasmettere la nostra parola nello spazio, prendendo come obiettivo specifico particolari sistemi solari e altri luoghi della Via Lattea in cui riteniamo più probabile trovare qualche vicino spaziale. Potremmo usare trasmissioni molto semplici, per esempio un segnale che appaia chiaramente artificiale o una presentazione dettagliata di noi e del nostro mondo. O, in alternativa,  si potrebbero trasmettere, con continuità  e per lunghi periodi, segnali interstellari in grado di coprire la maggior porzione del cielo possibile, dal momento che ignoriamo del tutto la posizione di eventuali società aliene e da quanto tempo potrebbero aver messo in atto i loro personali programmi SETI.

Immagine: Aleksandr Leonidovich Zaitsev, sostenitore del METI e radioastronomo, autore delle ‘Cosmic Calls’ inviate nel 1999 e 2003 da Evpatoria. Fonte: Wikimedia Commons.

Un’intelligenza extraterrestre in grado di trovarci attraverso i nostri programmi METI e di risponderci sarebbe molto probabilmente più avanzata di noi, avrebbe maggiori conoscenze e sarebbe in grado di intraprendere attività attualmente fuori della portata della nostra specie. Potremmo quindi imparare nuove cose in molti campi e progredire sia socialmente che tecnologicamente. Anche le civiltà aliene, a loro volta, potrebbero trarre beneficio dalle informazioni che condivideremmo con loro.

Per quanto riguarda il timore di rendere nota la nostra presenza a specie che potrebbero nuocerci,  Carl Sagan ha affermato una volta  di ritenere molto probabile che le società ostili si distruggano o degenerino prima ancora di scoprire il volo interstellare. Questo significherebbe che gli ETI in grado di individuarci e di mettersi in contatto con noi sarebbero amichevoli o quanto meno neutrali, con l’ulteriore garanzia di sicurezza data dalla loro enorme distanza da noi.

Se ci fossero ETI minacciosi per la nostra esistenza e in grado di viaggiare tra le stelle,  potremmo individuarli attraverso le prove delle loro attività e le loro trasmissioni, o tramite altri ETI al corrente della minaccia. Essi metterebbero in guardia le società con cui sono in contatto contro i pericoli galattici ai quali sono esposte. E, una volta avvisati, potremo avere la possibilità di difenderci o magari di elaborare un piano di salvataggio in collaborazione con questi nostri nuovi alleati, per combattere la minaccia imminente e gettare le basi per future relazioni tra i rispettivi mondi.
I viaggi interstellari, soprattutto quelli che possono raggiungere velocità relativistiche, potrebbero essere ancora più difficili di quanto pensiamo. E certo non sarebbe evidente dalla Terra se ci fossero flotte di grandi navi spaziali che sfrecciano regolarmente attraverso la galassia. L’enorme distanza tra i  vari sistemi stellari quanto meno  dovrebbe offrirci una qualche protezione. E il METI rappresenterebbe il sistema per metterci in contatto con le sofisticate culture della Via Lattea e comunicare, conoscersi, esplorare e commerciare, ciascuna dalla relativa sicurezza del suo mondo natale.

Perché il METI potrebbe distruggere l’umanità

Il principale aspetto negativo del METI è noto anche ai non addetti ai lavori grazie ai mezzi di comunicazione più popolari: segnalare la nostra presenza nella galassia a un’intelligenza aliena avanzata potrebbe indurre quest’ultima a interagire con noi in modi dannosi o distruttivi per la nostra società e la nostra specie. Gli storici e gli altri studiosi citano i molti esempi nella storia dell’umanità in cui l’incontro tra due culture con livelli tecnologici diversi ha portato alla riduzione o alla distruzione della società meno sofisticata, anche se dotata di una popolazione numericamente molto superiore all’altra.

Immagine: Lo scrittore di fantascienza David Brin, uno dei più irriducibili critici del METI. Nel suo articolo  “The Great Silence” del 1983 offre una delle prime analisi del paradosso di Fermi e delle sue implicazioni per il SETI. Fonte: Contrary Brin.

Anche quando l’incontro storico non si è risolto in una conquista o in uno sterminio,  altri fattori hanno comunque contribuito alla fine della popolazione nativa. Un esempio per tutti: in molti casi le malattie sconosciute introdotte tra gli indigeni hanno fatto più vittime delle stesse armi. Le iniziative dei missionari e la loro diffusione casuale hanno alterato le società interessate e, anche se non le hanno eliminate, le hanno assimilate alla cultura dominante al punto da snaturarle quasi completamente.
Sono questi, tra gli altri, gli scenari che vengono evocati e temuti quando si parla di rendere nota la presenza dell’umanità nella galassia. L’affermazione che qualsiasi ETI dotato di sufficienti strumenti astronomici  potrebbe già essere informata dell’esistenza della Terra e dei suoi occupanti attraverso la dispersione elettromagnetica o addirittura le nostre firme biologiche, è stata confutata dal fatto che la maggior parte dei nostri segnali radio televisivi è troppo debole su scala stellare e può essere captata solo da apparecchiature estremamente potenti. Persino gli apparati radar militari e i radartelescopi,  che emettono segnali molto più potenti, non sono diretti verso punti specifici dello spazio al di là del nostro sistema solare, il che riduce la possibilità che vengano notati dagli ETI.
Mentre ci agitiamo al pensiero dei potenziali pericoli provenienti dall’universo, c’è anche la possibilità che i nostri sforzi METI possano causare un danno simile a intelligenze aliene che potrebbero non essere pronte a gestire quello che abbiamo da dire o addirittura la nostra stessa esistenza. Speriamo che un ETI capisca che siamo una società relativamente giovane, ancora alle prese con i suoi problemi interni, con molte questioni ancora da risolvere, e ci lasci in pace finché non saremo abbastanza maturi da poter interagire adeguatamente con altri abitanti della galassia. Ma è comunque possibile che una mente aliena non sia in grado di riconoscerci come una specie ancora ingenua e in via di espansione e sfrutti le nostre debolezze o ci complichi la vita cercando di “aiutarci”.

L’inutilità di combattere la natura umana

C’è una cosa certa, che si ripete già da diverso tempo: benché sarebbe prudente pensarci due volte prima di spedire nella Via Lattea qualsiasi tipo di informazione su di noi, c’è sempre chi sfida le regole anche solo per il gusto di farlo.
Ci sono attualmente cinque sonde spaziali (e l’ultimo stadio dei loro razzi vettori) che  si stanno dirigendo verso la galassia profonda, oltre il nostro sistema solare.

Immagine: la famosa targa installata a bordo di Pioneer 10 e 11. Fonte: Wikipedia.

Quattro di questi veicoli automatici hanno a bordo un set adeguato di informazioni, mentre l’ultimo membro di questo esclusivo club, New Horizons, porta oboli meno sofisticati da offrire all’Universo, con l’eccezione di una parte delle ceneri di Clyde Tombaugh, l’uomo che nel 1930 scoprì Plutone, il pianeta nano di cui  la sonda tenterà un breve flyby nel  2015. Le targhe incise e i cd  realizzati in oro e pieni di informazioni sulla Terra piazzati a bordo rispettivamente delle sonde gemelle Pioneer e Voyager, sono stati voluti e costruiti da persone in gran parte esterne alle istituzioni spaziali, colmando così il vuoto di lungimiranza dimostrato da progettisti e costruttori. Il team del New Horizons, invece, ha evitato accuratamente qualsiasi progetto del genere, trattando gli oggetti  imbarcati sulla sonda come se fossero destinati al cassettone dei ricordi di una piccola città.
Per quanto riguarda il METI nel campo delle onde radio, messaggi intenzionali sono stati inviati verso la galassia a partire dal 1962 con una breve trasmissione in alfabeto Morse da parte dell’Unione Sovietica, quindi nel 1974 con il più noto messaggio di Arecibo, indirizzato verso l’ammasso globulare M13. Da allora sono state messe in atto diverse imprese METI del genere. Un certo numero di esse, tra cui una serie di trasmissioni dal complesso di Eupatoria, in Crimea, erano cose serie, ma altre sono state più che altro delle trovate pubblicitarie. La maggior parte delle persone coinvolte in questi progetti non ha mostrato grande preoccupazione riguardo alle possibili conseguenze del rivelare al cosmo la nostra presenza. Questo atteggiamento è ancora più marcato quando si parla della dispersione elettromagnetica che la nostra civiltà produce ormai da oltre un secolo, per quanto di debole intensità a livello cosmico.
Alcuni gruppi e singoli individui, sentendosi poco o per nulla rappresentati dai messaggi e dalle precedenti imprese METI, hanno lanciato messaggi personali nella galassia, suscitando un gran numero di proteste. Uno dei più noti tra loro è Aleksandr Zaitsev, che ha sfruttato la propria posizione di scienziato capo dell’Institute of Radio Engineering and Electronics della Russian Academy of Science per inviare trasmissioni dettagliate verso diversi sistemi stellari vicini attraverso il radiotelescopio di Eupatoria. Zaitsev continua a effettuare e a sostenere queste azioni METI a dispetto delle proteste che hanno provocato in vari settori. Ad esse Zaitsev controbatte che  tali azioni sono proprio quello di cui l’umanità ha bisogno se vuole sopravvivere e maturare come specie.
In conclusione, anche se dobbiamo essere prudenti sul se e come presentare noi stessi a quel vasto ignoto che  è il resto dell’universo, ci sarà sempre chi sfiderà leggi e regole, che sia per senso del dovere nei confronti dell’intera umanità o semplicemente come atto di ribellione contro la società. La domanda successiva è: esiste qualcuno nella galassia che pensi e agisca allo stesso nostro modo? Una trasmissione di questo genere è già in viaggio verso la  Terra? E, se così fosse, quali sarebbero le conseguenze? Ci farebbe finalmente crescere come specie o causerebbe panico e distruzione? Qualsiasi vostra riflessione su questo importante tema sarà bene accetta.

Titolo originale: “The Pros and Cons of METI”  scritto da Larry Klaes e pubblicato in Centauri Dreams il 6 maggio 2011. Traduzione italiana di Beatrice Parisi e Roberto Flaibani. Questo articolo prosegue una fase di collaborazione con Centauri Dreams, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.

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6 ottobre 2011 - Posted by | Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , ,

2 commenti »

  1. L’umanità a mio avviso non è ancora pronta al dialogo con civiltà extraterrestri tecnologicamente avanzate. In caso dovessero esistere e rappresentano il modello citato all’inizio, l’avrebbero già capito. Io, personalmente, non avrei nessun interesse a comunicare con un civiltà meno avanzata e per giunta molto egocentrica.
    Sempre supponendo che esistano civiltà extraterrestri tecnologicamente avanzate, perchè comunicare con noi se già conoscono (sempre supponendo) altre civiltà pari al loro livello tecnologico?
    Chi mai si metterebbe a parlare con un cane?
    I metodi di comunicazione differiscono di troppo. Non possiamo essere sicuri dell’esistenza di un modello “semplice” di comunicazione galattica.

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    Commento di Gabriele | 7 ottobre 2011 | Rispondi

    • Ehi, andiamoci piano, mica esistono solo scienza e tecnologia.
      Sulla Terra, anche società pre-tecnolgiche sono state capaci di produrre meraviglie che varrebbe la pena di “esportare”: musica, pitttura, scultura, architettura, e molto altro. Certo, gli alieni potrebbero avere organi sensoriali molto diversi dai nostri, o semplicemente altri gusti. Non lo sappiamo. Ma ricordiamoci che la nostra musica piace a cani, gatti, cavalli, delfini, vacche e perfino ai serpenti. E’ già qualcosa.
      In quanto alla possibilità di elaborare un linguaggio comune, finchè due più due fa quattro in tutto l’universo, non penso che avremo troppi problemi.

      Mi piace

      Commento di outsidertheblog | 12 ottobre 2011 | Rispondi


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