Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

La terraformazione di Marte

“Terraformare” è un procedimento di ingegneria planetaria diretto a migliorare la capacità di un ambiente extraterrestre di sostenere la vita come noi la conosciamo. La terraformazione avviene per gradi e trasformare l’ambiente originario in una biosfera perfettamente abitabile dagli esseri umani sarebbe, se effettivamente praticabile, solo l’ultimo di una serie di passaggi. Sebbene Marte si presenti oggi come un deserto freddo e inospitale, nel Sistema Solare sembra essere il miglior candidato per una terraformazione almeno parziale. Infatti le caratteristiche di base del Pianeta Rosso, come densità, gravità, dimensioni, parametri orbitali, ecc, sono comunque biocompatibili.

Primo livello: ecopoiesis

Nato negli anni ’40 in ambito fantascientifico, il concetto di terraformazione è entrato a far parte del vocabolario scientifico a partire dagli anni ’70. In quel periodo, infatti, in seguito ai successi delle sonde Mariner e Viking, Carl Sagan e altri pionieri avevano creato i primi modelli matematici computerizzati dell’atmosfera e del clima marziani, utili anche per simulare il processo di terraformazione. Grazie all’enorme mole di dati raccolta nelle successive missioni, oggi possiamo disporre di modelli così dettagliati di Marte da non avere nulla da invidiare agli analoghi terrestri.

Oggi Marte può quasi certamente essere considerato un pianeta sterile. Di sicuro è un ambiente estremo, del tutto inadatto a ospitare la vita, almeno in superficie. La sua tenue atmosfera, composta quasi esclusivamente da anidride carbonica, e l’assenza di un campo magnetico, rendono impossibile difendersi dai raggi cosmici e dalla radiazione ultravioletta proveniente dal Sole. Inoltre il freddo intenso confina l’acqua in grandi riserve sotterranee e ai poli, sotto forma di ghiaccio. Gli scienziati sono d’accordo sul fatto che il primo livello di terraformazione potrà dirsi raggiunto quando la massa atmosferica sarà accresciuta tanto da ridurre significativamente l’entità delle radiazioni che giungono al suolo, l’acqua allo stato liquido sarà disponibile in superficie, e la temperatura al suolo sarà aumentata di circa 60 gradi. In pratica, le condizioni di Marte assomiglierebbero a quelle della Terra nel periodo pre-Cambriano: una biosfera completa e autonoma, capace di sostenere la vita di microrganismi anaerobici. Questo primo livello di terraformazione viene chiamato ecopoiesis e potrebbe essere raggiunto nel volgere di 100 – 200 anni.

(nell’immagine a sinistra: i numeri di Marte in valore assoluto e comparato a quello della Terra). Per un colono umano vivere in un ambiente del genere piuttosto che in quello attuale presenterebbe indubbi vantaggi, basti pensare che l’acqua allo stato liquido presente in superficie in grande quantità, potrebbe soddisfare tutte le necessità di un insediamento permanente ed essere utilizzata anche per generare energia elettrica. I coloni potrebbero muoversi in esterni senza tuta spaziale, basterebbe un semplice respiratore. La creazione di una agricoltura marziana è stata oggetto di indagine da parte del neozelandese Michael Mautner della Lincoln University. Egli ha dimostrato che colture di tessuti di asparago e patata possono effettivamente crescere su un terreno composto da meteoriti di origine marziana finemente triturate. Non solo alcune piante possono prosperare in un terreno di laboratorio analogo al regolite marziano, ma possono farlo anche certi microrganismi: dopo essere stati gli antesignani della vita sulla Terra, potrebbero ricoprire lo stesso ruolo anche su Marte.

Ingegneria planetaria applicata

Dunque, come realizzare l’ecopoiesis sul Pianeta Rosso? Con un galoppante effetto serra, è stata la risposta della maggioranza degli esperti dell settore, cioè liberando la grande quantità di anidride carbonica presente nella regolite che copre tutto il pianeta. Robert Zubrin e Christopher McKay hanno presentato nel 1993 un modello matematico secondo il quale si instaura il seguente ciclo, innescato da un intervento di ingegneria planetaria:

  1. intervento umano

  2. aumento della temperatura

  3. gassificazione dell’anidride carbonica

  4. aumento della massa atmosferica

  5. aumento della pressione atmosferica —> 2

E’ un circolo virtuoso in grado di autoalimentarsi fino all’esaurimento delle riserve di anidride carbonica. A seconda dell’entità di tali riserve, alla fine del processo si ottiene una pressione compresa tra 800 millibar e 3 bar, in corrispondenza di una temperatura compresa tra -23 e +7 gradi Celsius e oltre.

(nell’immagine a sinistra: l’effetto serra su Marte). La scelta del metodo migliore per innescare l’effetto serra appena descritto è un problema sul quale si registra tra gli scienziati una grande difformità di opinioni, e quindi sono allo studio molti progetti diversi. Inoltre va sottolineato che nessuna delle tecnologie esposte qui di seguito è oggi pienamente disponibile, ma è ragionevole pensare che alcune lo saranno al più tardi entro la fine del secolo. Non stiamo quindi lasciando il metodo scientifico per il mondo della fantasia, ma speculando sul futuro prossimo di una scienza giovane, la terraformazione.

L’astronomo inglese Paul Birch ha ideato un progetto per “l’accensione” dell’effetto serra che non esiterei a definire ciclopico. Si tratta di costruire uno specchio di 125 km di raggio, capace di innalzare la temperatura del polo sud marziano di 4 gradi, sufficiente a rendere di nuovo gassosa l’anidride carbonica lì imprigionata sotto forma di ghiaccio secco. Lo specchio, se posizionato sullo zenit del polo sud a 214.000 km dal pianeta, non in orbita, bensì nella cosìdetta posizione “pole sitter”, potrebbe riscaldare la calotta sferica del pianeta a partire dai 70 gradi di latitudine. L’enorme speccho sarà costruito in tessuto Mylar da 4 micron di spessore, come una vela solare, e rivestito in alluminio per complessive 200.000 tonnellate. Le dimensioni e il peso di un simile oggeto ne rendono la costruzione sulla Terra del tutto impensabile, quindi per realizzarlo si dovrà attendere di poter disporre di impianti estrattivi e manifatturieri nello spazio, magari sulla Luna. E da come fervono i preparatvi per una nuova “Moon Race”, zeppa di nuovi protagonisti (Cinesi, Giapponesi, Indiani, Europei, compagnie private) potremmo non dover aspettare troppo a lungo.

L’anidride carbonica non è il solo gas serra, né il più efficiente. C’è, per esempio, la grande famiglia dei clorofluorocarburi (CFC), messi fuori legge negli anni ’80 perché riconosciuti responsabili del “buco nell’ozono” che colpì l’atmosfera sopra l’Antartide. I CFC, come gas-serra, sono molto più efficienti dell’anidride carbonica, e, da uno studio di Lovelock e Allaby del 1984, ripreso nel ’93 da McKay, apprendiamo che, grazie a essi, l’effetto serra planetario potrebbe essere innescato in soli 20 anni, ma a costi oggi improponibili, perché richiederebbe la costruzione di fabbriche per la produzione dei gas serra direttamente sul suolo marziano.

Fin qui ho esaminato i due più noti metodi per dare inizio alla terraformazione di Marte, ma ne voglio citare un terzo, un metodo ibrido, che potrebbe servire a tagliare i tempi per raggiungere l’ecopoiesis, a costi accessibili. Una volta che il mega-specchio o i CFC fossero riusciti a far apparire un po’ d’acqua in superficie, si potrebbero spargere due tipi di batteri, segnalati per la prima volta da Sagan e Pollack neli anni 60. I batteri del primo tipo sono in grado di ottenere ammoniaca da acqua e azoto (si pensa che grandi quantità di azoto siano imprigionate nella regolite marziana, come accade all’anidride carbonica). L’altro tipo di batterio, invece, usa acqua e anidride carbonica per ottenere metano. I due gas così ottenuti offrono protezione contro i raggi UV, e sono anche gas serra molto efficienti. Spargere questi batteri su un terreno umido di estensione pari all’1% della superfice del pianeta, basterà a produrre ammoniaca e metano in quantità sufficiente a riscaldare il pianeta di 10 gradi in 30 anni.

La lista dei possibili interventi di “accensione” è ancora lunga, quindi mi limiterò a elencarne le voci, per la curiosità dei lettori: 1) Cambiare l’eccentricità dell’orbita di Marte 2) Cambiare l’inclinazione dell’asse di rotazione 3) Cambiare il ciclo di precessione 4) Incanalare nell’atmosfera nuclei cometari ricchi di elementi volatili 5) Allo scopo di diminuire l’albedo del terreno sottostante, irrorare le calotte polari con grani di polvere scura che assorbono il calore, oppure introdurre piante bioingegnerizzate 6) introdurre microrganismi bioingegnerizzati per alterare la composizione dell’atmosfera.

Una volta raggiunta la piena ecopoiesis, sappiamo che i vantaggi per i futuri coloni saranno già molto rilevanti. Il passo successivo verso la totale terraformazione consisterebbe nella radicale trasformazione dell’atmosfera, iintroducendo ossigeno e azoto, ed eliminando anidride carbonica. Si tratta evidentemente del ben noto processo della fotosintesi clorofilliana, grazie al quale le piante della Terra forniscono ossigeno al mondo animale. Può il ciclo della fotosintesi essere instaurato anche su Marte, e il suo siluppo accelerato in modo da ottenere risultati tangibili in tempi umani e non geologici? A questa e ad altre domande i lettori potranno trovare risposta attingendo all’ampia documentazione disponibile in linea. Noi passiamo ad altri argomenti, non prima però di aver consigliato la lettura dell’imperdibile “The Case for Mars – La questione Marte” di Robet Zubrin e Richard Wagner, nell’edizione italiana realizzata da Mars Society Italy.

Quattro scuole di pensiero

Nel corso degli anni 70, concluso il Progetto Apollo, acquistarono una certa popolarità le proposte di Gerard K. O’Neill. Professore di fisica a Princeton e inventore di successo, era noto per i suoi progetti di insediamenti orbitanti intorno alla Terra, alla Luna, e al punto di librazione EML-5. Nel corso del dibattito che si sviluppò intorno alle sue proposte, per la prima volta l’opinione pubblica fu messa di fronte a problemi di etica ambientale relativi ad insediamenti nello spazio, sebbene a un livello piuttosto superficiale. Ma ben presto fu chiaro che la NASA non avrebbe mai dato alcun supporto alla causa di O’Neill e l’interesse del pubblico, nel corso del decennio successivo, si spostò su Marte, attirato dal successo del programma Viking e dal fatto che in questo caso si trattava di discutere sugli aspetti etici di un intervento di ingegneria ambientale su un intero pianeta. Marte poteva essere considerato come una potenziale proprietà immobiliare, oppure come un patrimonio ambientale unico, che doveva essere preservato? E quali diritti andavano riconosciuti a una forma di vita marziana, magari dei microrganismi, o a una ipotetica biosfera? Il dibattito ha profondamente coinvolto la comunità scientifica e sono emerse quattro scuole di pensiero:

  • Antropocentrismo. E’ una rivisitazione in chiave ambientalista dell’omonimo sistema filosofico e religioso che trova origine nel mondo antico. Solo gli esseri umani hanno diritti, perchè sono gli unici membri della biosfera a essere in grado di pensare razionalmente e agire moralmente. La natura è semplicemente una risorsa da sfruttare, a disposizione esclusiva dell’Uomo che può farne ciò che vuole. Animali, piante, l’intera biosfera non hanno alcun valore se non quello di essere utili all’Uomo. E Marte? Se è più utile come seconda casa che come deserto arido e freddo, allora venga pure terraformato, sarà per una giusta causa.

  • Zoocentrismo. Pochi potrebbero negare oggi che gli animali dotati di sistema nervoso e cervello evoluti, come i mammiferi e i primati, siano dotati di coscienza individuale e capaci di provare piacere e dolore. Gli zoologisti chiedono che gli animali più evoluti vengano considerati esseri senzienti al pari degli Umani, e siano quindi riconosciuti loro almeno dei diritti di base. Su Marte non sono state trovate forme di vita animale evoluta, quindi gli zoologisti dovrebbero essere sfavorevoli a progetti di terraformazione.

  • Ecocentrismo. La vita è sacra in tutte le sue forme, anche le più umili, e gli esseri umani non sono visti come esseri superiori, ma come membri paritari di un ecosistema, e il loro progresso scientifico e tecnologico viene guardato con sospetto. Anzi, gli ecocentristi chiedono che l’attuale civiltà basata sui consumi venga trasformata in senso ecosostenibile, la popolazione venga ridotta, e si adotti uno stile di vita in armonia con la natura. Nessuna obiezione di principio alla terraformazione di un pianeta sterile come Marte, ma interesse per la creazione di una nuova biosfera.

  • Preservazionismo. La natura deve essere rispettata per quello che è, senza dare importanza al contesto. Il cosmo ha un suo valore intrinseco, che gli conferisce il diritto di essere presevato da ogni interferenza umana. L’esplorazione dello spazio andrebbe fatta in punta ddi piedi, con un sacro rispetto per l’unicità di ogni cosa, in uno stato di meditazione contemplativa, dimenticando progetti di terraformazione e insediamenti extraterrestri.

Per completezza, ho raccolto qui di seguito l’opinione degli autori di una parte delle fonti di cui mi sono servito per questo articolo.

Robert H. Haynes, genetista e biofisico canadese, è stato il primo a rendersi conto che la terraformazione di Marte poteva essere l’arena ideale in cui dar vita a una nuova etica cosmocentrica, e si è schierato a favore, a condizione che Marte fosse risultato sterile. In caso contrario, ha proposto che gli esseri umani debbano “impegnarsi in attività tecnologiche atte ad aumentare le capacità di sopravvivenza di qualsiasi organismo indigeno, e promuovere cambiamenti globali che avrebbero permesso di massimizzare la ricchezza e la diversità delle forme di vita marziane.”

Robert Zubrin, fondatore della Mars Society: ”Direi che un fallimento nella terraformazione di Marte costituirebbe un fallimento nel far onore alla nostra natura umana e un tradimento della nostra responsablità in quanto membri della comunità stessa della vita. Oggi la biosfera vivente (della Terra, ndr) ha la capacità di espandere la sua portata per andare a comprendere un intero nuovo mondo.”

Martin Beech, La Regina University, Canada: “La scoperta di microrganismi su Marte dovrebbe o comunque potrebbe cambiare il nostro punto di vista rispetto all’esplorazione e alla terraformazione del pianeta? Ricoscendo che sull’argomento esistono molte opinioni diverse, tutto ciò che si può fare è mettere le carte in tavola, e la risposta sarà: non fermatevi, continuate a esplorare.”

Martyn J. Fogg, astrofisico, esperto in ingegneria planetaria, Londra: “Non c’è nessuna obiezione morale fondamentale a che la vita sia portata su Marte, piuttosto che abbia avuto origine lì, o vi sia arrivata accidentalmente. Se la vita comincia quando Marte si trova nella sua mezza età geologica, piuttosto che nella sua giovinezza, è una questione di tempismo piuttosto che di morale. La vita può cambiare Marte, ma non togliergli la sua unicità. Con questo non voglio dire che non esistono problemi morali insiti nella creazione di insediamenti spaziali, ma c’è modo e modo di agire in proposito.”

Fonti:
R. Zubrin, R. Wagner “The Case of Mars – La questione Marte” Aldebran Ed.
M. Beech, “Terraforming: the Creating of Habitable Worlds” Springer Ed.
Robert H. Haynes, “How Might Mars Become a Home for Humans?” Articolo
Martyn J. Fogg, “Terraforming Mars: a Review of Research” Articolo
Martyn J. Fogg, “The Ethical Dimensions of Space Settlement” Documento

Per le  immagini si ringraziano Martyn J. Fogg, Praxis Ed, Aldebran Ed.

Questo articolo rappresenta il nostro contributo a “Il Carnevale della Fisica” #19

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28 maggio 2011 Posted by | Carnevale della Fisica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | 8 commenti

Elogio del Cyborg

Il programma di ricerca umana (Human Research Program) della NASA è tutto dedicato alla riduzione dei rischi e studia modi per combattere l’affaticamento e mitigare i danni da radiazioni, due tra i possibili problemi legati ai viaggi nello spazio. Ma come starebbero le cose se fosse stato sviluppato un tipo di programma diverso? Dopo tutto, negli anni Sessanta, l’agenzia studiava la questione, molto più ampia, di come rendere l’essere umano adatto allo spazio. Il concetto era emerso in un articolo del 1960 di Manfred Clynes e Nathan Kline intitolato “Cyborgs and Space,” dove gli autori sostenevano che l’opzione di ricreare l’ambiente della Terra a bordo di un veicolo spaziale non era efficace quanto quella di adattare, almeno parzialmente, un essere umano alle condizioni che si sarebbe trovato ad affrontare.

L’idea era piuttosto audace per quei tempi, come si vede da questo estratto (il testo evidenziato è in corsivo nell’originale):

L’operazione di adattare il corpo umano a un ambiente a sua scelta, di qualsiasi tipo esso sia, sarebbe facilitata da una maggiore conoscenza del funzionamento omeostatico, i cui aspetti cibernetici solo adesso cominciano ad essere compresi e studiati. In passato, è stata l’evoluzione a determinare la modificazione delle funzioni fisiologiche per l’adattamento ad ambienti diversi. Da ora in poi sarà possibile raggiungere lo stesso obiettivo in qualche misura senza alterazioni del patrimonio ereditario attraverso opportune modificazioni biochimiche, fisiologiche ed elettroniche dell’attuale modus vivendi dell’essere umano.

Alterare la fisiologia per adattarsi allo spazio

Da qui l’idea di alterare la biologia (e, indubbiamente, la psicologia) umana per adattarla a questo ambiente decisamente estremo. La stessa che lo storico della NASA Roger Launius (Smithsonian National Air and Space Museum) esamina in un recente articolo in cui offre la sua personale esperienza di uso di dispositivi medici per mantenersi in vita come esempio di una trasformazione di questo tipo. Launius è un cyborg? Lui si definisce tale, forse un po’ per scherzo, ma certamente anche per dimostrare che mentre gli umani non possono sopravvivere nello spazio per più di un minuto e mezzo senza un aiuto molto consistente, le missioni nello spazio profondo richiederanno una serie di adattamenti che ci consentiranno di resistere a viaggi tanto lunghi.

Questo articolo di Astrobiology Magazine si inserisce nella discussione riportando la convinzione di Stephen Hawking che il futuro a lungo termine delle specie umane è nello spazio. Se e quando individueremo un qualche modo per raggiungere le stelle più vicine, la colonizzazione dei pianeti che vi troveremo sarà estremamente impegnativa:

Launius afferma che, perché gli uomini possano colonizzare altri pianeti, potrebbe essere necessario uno “stadio successivo dell’evoluzione umana” per creare una presenza umana distinta in cui le famiglie vivranno e moriranno su quel pianeta. In altri termini non sarebbe esattamente l’Homo sapiens sapiens quello che abiterebbe nelle colonie, ma piuttosto un cyborg— un organismo vivente con una combinazione di parti organiche ed elettromeccaniche— o, più semplicemente, in parte uomo e in parte macchina.

E lo stesso Launius fa notare il grande numero di persone con evidenti ritocchi come pacemaker e impianti acustici cocleari che incontriamo tutti i giorni per la strada. Quante persone sopravvivono proprio grazie agli interventi tecnologici realizzati nel loro corpo? Il concetto di cyborg, pertanto, dovrebbe in realtà essere meno inquietante di quello che sembra, ma ho l’impressione che la reazione del pubblico nei confronti di un essere umano modificato quasi completamente per poter sopravvivere in una biosfera aliena sarebbe assai diversa. Un essere del genere solleva problemi etici che ci fanno pensare più al Frankenstein di Mary Shelley che a 2001: Odissea nello spazio.

Bioingegnerizzazione: un passo troppo azzardato?

E’ stato il testo di Clynes e Kline che ha usato per la prima volta il termine ‘cyborg,’ seguito nel 1963 dalla NASA con ‘The Cyborg Study: Engineering Man for Space’, in cui si discutevano temi quali la sostituzione di organi e l’ibernazione per i viaggi nello spazio profondo per poi concludere che le tecnologie necessarie erano troppo avanzate per quei tempi. Però, mentre navigavo in cerca di notizie su questi argomenti, ho trovato per caso un articolo precedente nel sito dell’Astrobiology Magazine:

Lo sviluppo degli organi artificiali non ha fatto molti progressi rispetto ai tempi in cui la NASA ha commissionato il suo studio sui cyborg. Benché il cuore e i polmoni artificiali siano ora più compatti e meglio funzionanti, vengono usati soprattutto come sostituti temporanei per aiutare i pazienti a sopravvivere in attesa degli organi di un donatore compatibile. I reni artificiali (le macchine per la dialisi) hanno creato maggior difficoltà, in parte a causa della necessità di filtrare grandi quantità di fluido. Negli anni 60, questi macchinari avevano le dimensioni di un frigorifero.

Insomma c’è ancora molta strada da fare prima di poter raggiungere il tipo di bioingegnerizzazione che questo tipo di adattamento richiederebbe. Ma il lavoro non si ferma, anzi va sempre più veloce:

Oggi i congegni di piccole dimensioni non sono ancora impiantabili, ma c’è un prototipo recente che può essere indossato come una cintura porta attrezzi molto voluminosa. Vengono normalmente sviluppati organi artificiali come ossa, sangue, pelle occhi e addirittura nasi, e ciascuno di essi potrebbe aiutare l’uomo a sopportare le condizioni dello spazio. Fintanto che l’entità risultante mantiene un cervello umano, può essere considerata un cyborg piuttosto che un androide (un robot dall’aspetto umano).

Etica cyborg

Da un punto di vista etico dobbiamo anche esaminare i vantaggi della bioingegnerizzazione di tipo cyborg rispetto ad altre possibilità. Supponendo che finalmente trovassimo un pianeta in grado di supportare la vita umana, che riuscissimo a raggiungerlo e che non vi abitasse nessun’altra specie senziente, quale sarebbe la scelta moralmente preferibile: 1) terraformare l’intero mondo per adeguarlo al nostro stile di vita; o 2) bioingegnerizzare i nostri coloni così da adattarli all’ambiente in cui si trovano?

Il problema potrebbe essere risolto in un modo diverso. E’ sempre possibile che il viaggio interstellare si riveli così insidioso e lungo per gli esseri biologici che la nostra espansione nella galassia dovrà essere gestita dall’intelligenza artificiale. Torna di nuovo in mente il libro di Paul Davies The Eerie Silence (L’inquietante silenzio): “Penso che sia molto probabile – anzi inevitabile – che l’intelligenza biologica sia solo un fenomeno transitorio, una fase passeggera nell’evoluzione dell’universo. Se mai dovessimo incontrare intelligenze extraterrestri, sono quasi certo che sarebbero di natura post-biologica.

Prima di concludere non posso fare a meno di ricordare il parere su questo tema che Freeman Dyson ha esposto in Disturbing the Universe (New York: Harper & Row, 1979), p. 234:

A lungo termine, l’unica soluzione al problema della diversità è, a mio avviso, l’espansione del genere umano nell’universo attraverso la tecnologia verde. La tecnologia verde ci spinge nella direzione giusta, opposta al Sole e verso gli asteroidi e i pianeti giganti e oltre, dove lo spazio è illimitato e le frontiere aperte all’infinito. La tecnologia verde significa non vivere di cose belle e pronte ma adattare le nostre piante, i nostri animali e noi stessi per vivere allo stato naturale nell’universo così come lo troviamo. I nomadi della Mongolia hanno sviluppato una pelle coriacea e occhi a fessura per sopportare i freddi venti dell’Asia. Se alcuni dei nostri discendenti nascessero con una pelle ancora più resistente e occhi ancora più sottili potrebbero affrontare a volto scoperto i venti di Marte. La domanda che deciderà il nostro destino non è se ci espanderemo nello spazio, ma se saremo una sola specie o un milione. Un milione di specie non esauriranno le nicchie ecologiche che attendono l’arrivo dell’intelligenza.

Titolo originale:Bioengineered Future in Deep Space scritto da Paul Gilster e pubblicato in Centauri Dreams il 16 settembre 2010. Traduzione italiana di Beatrice Parisi, editing di Roberto Flaibani. Questo articolo segna la nostra partecipazione al Carnevale della Chimica, quarta edizione, e prosegue una fase di collaborazione con Centauri Dreams, che ci auguriamo lunga e fruttuosa. Fonte: l’articolo di Clynes e Kline è “Cyborgs and Space,” Astronautics September 1960, pp. 29-33.


23 aprile 2011 Posted by | Astronautica, Carnevale della Chimica, Scienze dello Spazio | , , | 5 commenti

   

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