Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Philip K. Dick, o del complotto universale

attodiforzaQuando il Dick fantascientificamente maturo venne “scoperto” nell’Italia della fine anni Sessanta-inizio anni Settanta del Novecento dal mensile da edicola Galassia e dalla collana di libri rilegati Science Fiction Book Club de La Tribuna e dalla collana Cosmo della Nord (i suoi romanzi degli anni Cinquanta erano già apparsi, pur se tagliati, su Urania), lo si volle presentare come un tipico esempio di intellettuale progressista, liberal, accusatore implacabile dell’establishment culturale e politico conservatore, del militarismo yankee, della Casa Bianca, della FBI, della CIA ecc. ecc. ecc. Un’icona dura a morire, che pur aveva qualche fondamento nel lato più esteriore e superficiale della sua produzione, nel suo essere contro le dittature (contro ogni dittatura peraltro, non solo il nazismo ma anche il comunismo, ma il particolare veniva tralasciato proprio come fu per altri scrittori americani, Bradbury in primis). Una speculazione un po’ provinciale, se vogliamo, ma quasi obbligatoria in anni in cui la vita italiana era funestata dalla “contestazione”, dagli “anni di piombo”, da una contrapposizione frontale destra/sinistra, quando essere appunto conservatori o di destra era quasi una “colpa”, qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere, comunque da condannare e sempre da tenere d’occhio mantenendo alta la “vigilanza democratica”. Meno male allora che nella patria del più bieco capitalismo, gli Stati Uniti, ci fosse chi non la pensava come quei semi-dittatori che abitavano alla White House, quei guerrafondai (in Vietnam e altrove), quei repressori di ogni devianza. Una icona dura a morire lo si è detto, se si pensa come ogni traduzione anche recente di Dick, richiami paginate di recensioni sulle testate della sinistra dall’Unità a Repubblica dal defunto Liberazione al Manifesto: tutti a esaltare Dick anche per i mediocrissimi e spesso imbarazzanti testi realistici tirati fuori a rate nell’arco di trent’anni dai suoi cassetti, ma che pur sempre erano stati scritti da un autore de sinistra… grande proprio perché tale e non per la straordinaria qualità dei suoi romanzi e racconti fantascientifici… Perché altrimenti invece di sfruttare la sua fama postuma, meglio sarebbe stato mantenere nell’oblio questi testi che gli vennero rifiutati da tutti gli editori allorché cercò di esordire nel mainstream ventenne o giù di lì non in quanto socialmente critici e politicamente “ rivoluzionati”, ma semplicemente in quanto proprio brutti…. Avrebbero anche evitato la fatica dei presentatori e recensori italiani di giustificarli arrampicandosi sugli specchi…

bladerunnerMa le cose non stavano affatto così: Dick era tutt’altro che un intellettuale politicizzato, come anche all’epoca si tentò di dire: era soltanto un grandissimo scrittore che esteriorizzava le sue idee, i suoi fantasmi interiori, le sue paure, le sue allucinazioni,le sue ossessioni, la sua paranoia man mano incombente nei romanzi che scrisse e pubblicò sino al 2 marzo 1982, l’anno della morte per infarto a 64 anni non compiuti e alla vigilia del successo di Blade Runner che lo avrebbe consacrato presso il grande pubblico. Fosse vissuto oggi, Dick avrebbe viste confermate tutte le sue ossessioni e paranoie: prevalenza della Virtualità sulla Realtà; controllo tutti i santi giorni da parte di migliaia di telecamere; finedel “privato” nel la nostra vita, giacché ci lasciamo sempre dietro “tracce elettroniche”. Per di più lo scandalo del giugno scorso con la rivelazione che la National Security Agency americana controlla illegalmente (ma con l’avallo presidenziale) e passa al setaccio a scopo antiterrorismo ogni tipo di messaggio (dai cellulari alle email) e addirittura cataloga i cittadini attraverso il loro DNA senza che lo sappiano, gli avrebbe dato la prova provata della sua sacrosanta ragione. E che il Potere è il Potere e basta, indipendentemente da chi lo esercita, fosse anche un presidente usa colorato e progressista…

Paradossalmente dobbiamo ringraziare quel misto di schizofrenia/paranoia di cui era affetto potenziato da alcol e droga perché sicuramente non gli avrebbe permesso di scrivere i suoi capolavori basati sul’idea che la Realtà non è quella che appare, che noi siamo del burattini manipolati da altri,che dietro una verità ce ne sono altre quasi stratificate e nessuna definitiva, che tutto è un Complotto Universale, sino a quella che saccentemente è stata definita la “deriva mistica”, la Trilogia di Valis, con cui concluse la sua carriera. Peccato che questi aspetti i suoi laudotores ideologizzati italiani non li prendano quasi mai in considerazione. Così come anche uno sconcertante aspetto politico della sua vita: ad esempio, quando denunciò un complotto comunista di scrittori di fantascienza alla FBI. Sarà pure un lato antipatico e poco edificante, ma certo demolisce il mito di un Dick progressista e anti-americano come lo si voleva far passare a suo tempo.

Come ormai riportato dalle sue biografie Philip Dick il 2 settembre 1974 (quindi proprio all’epoca della sua “scoperta” italiana) scrisse alla polizia federale, la demoniaca FBI, perché si era convinto che un gruppo di intellettuali complottasse contro la fantascienza americana e contro l’America: “Accludo la lettera del professor Darko Suvin per proseguire con le informazioni che vi ho già mandato in precedenza (…) Legati a lui ci sono tre marxisti sui quali vi ho già inviato notizie: Peter Fitting, Fredric Jameson e Franz Rottensteiner, l’agente di Stanislaw Lem nel mondo occidentale (…) La cosa più importante non è che queste persone siano marxiste o che abbiano contatti all’estero. La cosa importante è che sono anelli di una catena di comando al vertice della quale c’è Stanislaw Lem, scrittore polacco e funzionario del Partito comunista”.

minorityreportChe Jameson, docente universitario e critico letterario statunitense (Le narrazioni magiche, Lerici, 1978), sia tuttora marxista è esatto. Che lo sia anche Darko Suvin, professore di letteratura comparata in Canada, autore di un Le metamorfosi della fantascienza (Il Mulino, 1985) ed oggi residente in Italia, a Lucca, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, sua patria di origine, pure. In più, aggiunge Dick soggiacendo alle sue sindromi, Lem potrebbe non essere una persona reale ma più di una, un gruppo, autore dei suoi romanzi: e questo “comitato chiamato Stanislaw Lem”, egli scrive alla FBI, intende “guadagnare una posizione di monopolio con la quale controllare l’opinione pubblica attraverso la critica letteraria e la pedagogia”. Conclusione: “Un gruppo di persone residente a Cracovia, in Polonia, potrebbe un giorno controllare completamente la cultura americana”. Ovviamente Lem, che viveva appunto a Cracovia e morto nel 2006, non era un “nome collettivo”…

Il parto di una mente esaltata e turbata, certo, di una persona che soffriva di mania di persecuzione, che si sentiva sorvegliato da forze occulte, per il quale la Realtà e la Verità non sono quelle certezze che appaiono a prima vista, ma risulta assai singolare che invece di denunciare un complotto che aveva lo scopo di “controllare completamente la cultura americana” di matrice militarista, reazionaria, capitalista e magari fascista e nazista, Dick ne abbia denunciato uno di matrice marxista le cui origini erano in un Paese oltre quella che allora si chiamava la “cortina di ferro”, la Polonia. E grottesco il fatto che questi eventi, conosciuti ovviamente solo parecchio tempo dopo, siano avvenuti proprio all’inizio degli anni Settanta, allorché i giovani, baldanzosi, politicizzatissimi appassionati e critici italiani lo portavano in palmo di mano additandolo ai loro lettori come perfetto scrittore anti-sistema americano, tenuto d’occhio dai servizi segreti USA. Lui che ormai era in procinto di trasformarsi in attivista anti-alcol, anti-droghe, anti-aborto, patriottico e religioso al limite del misticismo, anche se di una religiosità tutta sua, gnostica come è stata definita, proprio lui che aveva parlato e descritto la “morte di Dio”.

guardinidestinoE’ inelegante e poco signorile ricordare certe cose? E perché mai se si tratta della verità? E perché mai visto che altri non si sarebbero peritati a farlo se si fosse trattato di un’altra, opposta, opzione “politica” considerandolo un dovere? Il fatto è, ricordiamolo ancora, che negli anni Settanta e Ottanta ci fu una strumentalizzazione selvaggia di autori di science fiction e fantasy e anche horror che poi – vera e propria nemesi della storia fantascientifica – alla fine si sono rivelati ben diversi. E allora bisogna raccontare come sono andate le cose e come esse sono veramente.Dick è stato un autore immenso e, riprendendo quel che sopra abbiano accennato, se non fosse stato soggetto a tante e molteplici sindromi non avrebbe scritto quel che ha poi scritto: fosse stato “normale” sarebbe stato uno scrittore di fantascienza originale sì, ma non geniale. Come Poe: se non fosse stato traumatizzato dalla morte della giovanissima moglie e se non fosse stato un alcolizzato, non avrebbe scritto quel che ha scritto… Di Dick all’epoca poco mi piacevano i suoi “finali aperti” e quindi poco concludenti, e che invece adesso rivelano il loro senso: è la Realtà stessa ad essere “aperta” ad essere “inconcludente”. Fosse vissuto altri dieci anni, con l’avvento definitivo del virtuale e la dittatura del computer e internet, Philip Dick avrebbe potuto dire: “Avevo ragione io!”

Gianfranco de Turris

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1 luglio 2013 - Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , , , ,

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