Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Del ritorno dello Hobbit

hobbit4Non si dice nulla di nuovo ricordando che J.R.R.Tolkien a 120 anni dalla nascita e a 40 dalla morte è l’autore forse più famoso dell’orbe terraqueo – cosa che mai e poi mai avrebbe potuto immaginarsi – con le sue 80 milioni di copie vendute del Signore degli Anelli, tradotto in oltre 50 lingue, le più varie e improbabili. Un vero e proprio autore “cattolico”, ma intendendo il termine secondo l’etimologia originale, greca: katholikòs, vale a dire, appunto, universale. Perché il senso mitico-simbolico ed i valori archetipici dei suoi personaggi e degli eventi descritti, dei sentimenti che lo pervadono sono validi per tutte le culture del mondo e affondano nell’intimo dell’animo umano.

E pensare che lui, il mite professore di Oxford che amava i draghi e si sentiva in tutto e per tutto uno hobbit eccetto che per l’altezza, aveva pensato di scrivere la sua opera complessiva – dalla cosmologia del Silmarillion al romanzo per l’infanzia Lo Hobbit al monumentale seguito per tutte le età Il Signore degli Anelli – con uno scopo nobile e impossibile allo stesso tempo: fornire di una mitologia di riferimento la sua patria, la Gran Bretagna, che, a differenza di altre nazioni europee, a suo giudizio ne era priva. Mitologia, quindi: epica, epopea, saga. Ci riuscì egregiamente ma, così facendo, non si rese conto di aver scritto un qualcosa adatto a tutti i Paesi, non solo la Gran Bretagna e l’Occidente, almeno quelli che, attraverso i loro lettori, si riconoscevano e si rispecchiavano nella “visione del mondo” espressa esplicitamente e implicitamente nella sua intera opera. Tolkien ha scritto, infatti, qualcosa che nella letteratura del Novecento occidentale era assente da secoli. Una storia epica, che più epica non si può, le cui radici affondano nei grandi poemi dell’umanità, nelle epopee degli indoeuropei, nelle grandi saghe nordiche, nella “materia di Bretagna” e nelle storie cavalleresche.

Ma c’era anche un altro intento, non meno fondamentale per la sua mentalità e il suo carattere: quello di dare un volto, un nome, una fisicità, un retroterra culturale e sacro alle lingue che andava inventando sin da ragazzino. Quello che in un famoso saggio, illuminante e autoironico, definì il suo “vizio segreto” (ora in Il medioevo e il fantastico Bompiani), un vizio da nascondere anche quando era diventato un apprezzato filologo. Chi parlava il quenya e il sindarin? Che aspetto aveva? Insomma, non più nomina sunt consequentia rerum, ma viceversa res sunt consequentia nominarum! Come in ogni mito cosmogonico che si rispetti: nominare le cose conferisce loro l’esistenza. E poi quella parola: hobbit. Sul retro bianco del compito di uno dei suoi allievi aveva scribacchiato, nel 1928/1930, una frase: “In a hole in the ground there lived a hobbit” (In un buco nella terra viveva uno hobbit): ma chi era mai? come si presentava? Com’era fatto?

Quando i suoi figli erano piccoli iniziò a raccontare la storia di questo “mezzouomo”, poi la mise per iscritto, poi il testo passò tramite un’amica nelle mani di una redattrice del’editore Unwin: la apprezzò molto e la propose per la pubblicazione. Il libro uscì nel 1937, ottenne un bel successo e buone recensioni, anche un premio come miglior libro per ragazzi. Ma ci fu anche chi, nell’ambiente accademico e tra la citica “militante”, lo accusò di “fuga dalla realtà”. Vecchia storia che si ripete ancora oggi. La sua conferenza del 1939 On fairy-stories (Sulle fiabe, anch’essa in Il medioevo il fantastico) fu la sua risposta con l’apologia della fiaba e della storia fantastica, la teorizzazione del Mondo Secondario di cui lo scrittore è una specie di demiurgo, un sotto-dio che ne crea tutti i particolari come Dio ha creato il Mondo Primario, il nostro, e la famosissima distinzione fra la condannabile “fuga del disertore” di fronte al nemico e encomiabile “evasione del prigioniero” dal carcere della Realtà che lo circonda.

Da tutto ciò si può capire anche il motivo per cui Tolkien e la sua opera siano sempre più apprezzati (anche se qualcuno ci ha ripensato, come si vedrà): la Realtà si fa viepiù insopportabile e lui propone in contrasto un Mondo Secondario in cui vigono valori alternativi non-materialistici, non-economicisti, decisamente anti-moderni ancora adesso messi al bando dall’ufficialità.. Essendo la sua opera, come venne definita, “la fiaba più lunga del mondo”,ne ha tutte le caratteristiche e sviluppa tutte le funzioni di questo nobile genere letterario.

hobbit1L’occasione del primo dei tre film che Peter Jackson ha tratto da Lo Hobbit, e giunto in Italia a metà dicembre 2012, riporterà alla ribalta tutti gli altri del professore oxoniense, anche se non hanno bisogno di alcun “rilancio” vendendosi essi sempre regolarmente senza alcuna pubblicità, veri e propri long-sellers, ormai veri e propri classici letti da tutti e dappertutto. Tanto più che il regista ha avuto l’intelligente idea di sottolineare, con aggiunte opportune e non incongrue, il collegamento fra Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli presentandolo come vero prologo di quest’ultimo (il che risulterà evidentissimo nel terzo film del 2014), cosa cui ovviamente Tolkien non pensava nel 1937, accentuandone anche la carica epico-avventurosa.

Però l’occasione ha consentito alla Bompiani di quasi completare una operazione iniziata dieci anni fa quando, in concomitanza con la trilogia di Peter Jackson, pubblicò dopo trent’anni, la prima vera revisione della storica traduzione rusconiana del 1970. Furono oltre 500 gli emendamenti ne Il Signore degli Anelli a cura della Società Tolkieniana Italiana (STI) anche se diversi altri se ne dovrebbero fare). Oggi, grazie alla nuova traduzione di Caterina Ciuferri e alla supervisione di Paolo Paron, fondatore della STI e attuale suo presidente onorario, anche per Lo hobbit è stata effettuata la medesima operazione dato che la vecchia traduzione adelphiana del 1973, giusto quaranta anni fa, risultava ormai incongrua: l’incipit ad esempio non è più “In una caverna sotto terra viveva uno hobbit”, ma quello riportato in precedenza: “In un buco nella terra…”. E poi non ci sono più i ridicoli “orchetti” ma veri e propri orchi, non più “Uomini Neri” ma spaventosi Troll e così via. E anche lo stile generale risulta adesso più adeguato all’originale tolkieniano. Peccato, lo si deve dire con rammarico, che questa operazione sia stata limitata al romanzo in sé, vale a dire al volume de Lo hobbit, è non invece al preziosissimo Lo hobbit annotato, a cura di Douglas Anderson, anch’esso ristampato, che comprende oltre alla nuova traduzione della Ciuferri un imponente e definitivo apparato critico che, ahinoi, non è stato affatto curato a dovere e così contiene parecchi refusi (es. Dogdson per Dodgson, 1948 per 1848), imprecisioni di traduzione (es. classificava per ordinava) e incongruenze di termini rispetto alla ormai consolidata vulgata tolkieniana (ed. Sulle storie di fate per Sulle fiabe). Inoltre, il formato piccolo, rispetto a quello grande e ampio deIla precedente edizione dell’opera (1991) ne penalizza alquanto la lettura specie nelle didascalie e nelle note parecchio aumentate e valorizza poco le moltissime e importanti immagini. Comprensibile la decisione di offrire ad un basso prezzo l’opera in occasione del film, ma è veramente auspicabile che a tempo debito i due testi siano ripresentati nel formato conforme della collana maggiore che ospita tutte le altre opere del professore, elegante, ben curata, ottimamente leggibile, in modo da aver così un corpus unico.

Film e libri ovviamente hanno provocato tutta una serie di opinioni e commenti in merito. Uno in particolare mi sembra adatto per una messa a punto che potremmo definire “filologica”. Commenti e opinioni che sono comunque il sintomo del trascorrere del tempo e di come, per questo inevitabile aspetto della vita, emergano punti di vista quasi riassuntivi di una intera generazione.

Sicché, si potrebbe esclamare dopo tanti anni: così va il mondo! Da giovani – appunto otto lustri fa – si compra Lo Hobbit edito da Adelphi e ci si innamora del mondo creato da Tolkien al punto da chiamare il proprio cane “Bilbo”, poverino (lo hobbit non il cane). Ma il tempo, ahinoi, passa inesorabile, s’invecchia, si hanno resipiscenze senili, ci si pente e adesso il fantasy di Tolkien viene talmente in uggia che “inquieta”, “continua a non piacere” dato che non è affatto vero fantastico..

Questa sorprendente confessione è apparsa su Panorama del 9 gennaio 2013 e la firma Roberto Barbolini che di un certo fantastico inquietante e criptico ha permeato alcune sue opere narrative. Il film di Jackson non ha scatenato le polemiche idiote, al limite del demenziale, di dieci anni fa all’epoca del Signore degli Anelli, ma ha invece portato alla luce inaspettati problemi personali. All’inizio degli anni Duemila ci furono nomi della cultura di sinistra che ammettevano alfine la “colpa” di aver letto di nascosto le “opere proibite” del professore di Oxford nonostante i tassativi divieti dei collettivi (*); ora emergono le meditate perplessità di altri insospettati. Che nascono però da equivoci e da fraintendimenti sul senso del fantastico come sistema immaginativo e genere letterario. (*)[nota dell’editore: l’autore si riferisce alle posizioni assunte sia dai collettivi studenteschi romani che dalla sinistra ufficiale nei primi anni ’70. Queste posizioni furono presto abbandonate negli ambienti movimentisti. Allora, come oggi, l’autore e io avevamo idee politiche di segno opposto. Durante l’occupazione della Sapienza nel 1977 frequentavo il collettivo di lettere e ricordo bene che Tolkien era conosciuto, letto e apprezzato.]

hobbit6E’ infatti di questo che si deve parlare in generale, dato che il termine fantasy, di cui si abusa, non è qualcosa di autonomo: prima del 1970 infatti nel lessico specialistico italiano non veniva utilizzato al posto di fantastico (c’erano invece specifici heroic fantasy, science fantasy ecc,) e venne inizialmente ripreso dall’inglese nelle pubblicità editoriali per poi entrare nell’uso comune come sinonimo, o al posto di fantastico. La contrapposizione fantasy/fantastico è quindi artificiosa e artificiale, lessicale non contenutistica anche se col tempo qui in Italia il primo termine si tende a riferirlo alla narrativa non solo di Tolkien, ma di tutti gli autori che a lui si ispirano creando mondi alternativi, mentre il secondo lo si vuol riferire alla narrativa di tipo “classico”.

Questo è tanto vero che negli Stati Uniti tale differenza non esiste: una rivista che si chiamava The Magazine of Fantasy and Science Fiction, nata nel 1949, intendeva per fantasy tutto quel che non era pura fantascienza e vi comprendeva una congerie di temi che andavano dal Mondo Secondario (anche se allora non lo chiamavano ancora così) di Newhon creato da Fritz Leiber alle storie di fantasmi o “insolite”. E negli anni Sessanta L.Sprague de Camp inventò la definizione di heroic fantasy per riferirsi alle storie fantastiche ambientate in mondi medievaleggianti o barbari “alla Conan” (lo stesso Leiber propose anche sword and sorcery). E dopo il successo de Il Signore degli Anelli non mi pare proprio che venne coniato un termine specifico, ed heroic fantasy gli si adatterebbe benissimo perché proprio di questo si tratta..

In realtà, la vera differenza sta nelle varie modulazioni del fantastico stesso, che non è uniforme, ma “fantastico” resta sempre.

Barbolini cita Roger Caillois e fa bene. Caillois è un teorico-chave per capire come si debba correttamente intendere il fantastico: altro che Todorov! Soltanto che la definizione del sociologo francese secondo cui il fantastico nasce quando un qualcosa di Inaudito, Inammissibile, Impensabile fa irruzione nella Realtà e la scardina e sconvolge, non è il solo “fantastico” esistente. Il vampiro, lo spettro, il revenant, il lupo mannaro, il mostro una volta, ma anche l’entità di Lovecraft, lo zombi, l’alieno e addirittura Mary Poppins oggi, “contestano”, se così si può dire, la Realtà presentandone una alternativa parziale, sommovendola settorialmente. Ma vi è anche un altro aspetto del fantastico, quello totalizzante: la creazione di un intero mondo d’immaginazione (che, come si è ricordato in precedenza, il nostro filologo definì Secondary World rispetto a quello vero che è il Mondo Primario) che proprio in quanto tale si pone come alternativa complessiva alla nostra realtà, la “cointesta” tutta, integralmente, radicalmente: non solo la Terra di Mezzo, ma anche l’Era Hyboriana di Howard, Gormenghast di Peake e Narnia di Lewis – anche se questi hanno contatti col nostro mondo – e tutti gli altri Mondi Secondari inventati con maggiore o minore originalità dagli scrittori angloamericani dagli anni Settanta in poi su ispirazione di Tolkien.

E’ questo l’equivoco in cui Barbolini cadde: ritenere che il fantasy non sia vero “fantastico”: “Non sopporto il fantasy perché è il contrario del fantastico come crepa salutare del reale”, mentre “il mondo di Tolkien è preciso come un orologio svizzero”, “mai una smagliatura”, addirittura “plumbea armatura di certezze filologiche applicate a un’epica immaginaria, ambientata in un mondo dove tutto, sino al minimo dettaglio è assolutamente esatto”. Questa precisione, questa assenza di ”smagliature” per Barbolini appaga il lettore: “l’immaginario si sostituisce monoliticamente al reale invece di metterlo salutarmente in crisi”. Da qui, per lo scrittore, il suo successo planetario pluridecennale.

L’errore di fondo del ragionamento sta in questa concezione. E’ invece proprio il fantastico radicale e totalizzante del professore oxoniense che di per se stesso mette in crisi l’intero Reale che conosciamo perché è alternativo ad esso non solo materialmente ma soprattutto in quei valori che il mondo di oggi, così come quello in cui Tolkien scriveva, ha respinto, rigettato, sbeffeggiato, calunniato e che invece i lettori di ieri o odierni ancora chiedono e cercano, proprio come nelle fiabe migliori. E riemergono da quell’essersi calati in una lettura senza tempo (acronologica, quindi mitica, diceva Eliade) ritemprati idealmente e rinvigoriti moralmente come già notava trent’anni fa Franco Cardini. Ecco il motivo profondo del successo in specie del Signore degli Anelli, motivo ancor oggi difficile da accettare per certuni.

hobbit2E del resto, chi ha detto che nella precisamente e minuziosamente ricostruita Terra di Mezzo dove tutto è come un “orologio svizzero”, non esistono quel “tarlo”, quella “faglia limbica”, quella “crepa”, quella “smagliatura” invocati da Barbolini qualì segni distintivi del fantastico vero, tali quindi da incrinare la “realtà” dell’ immaginariio mondo ideato da Tolkien? Mondo vero, peraltro, come egli stesso affermava. E proprio perchétutto questo elemento perturbante (per usare il termine freudiano) che incrina la sua realtà c’è, esiste, econme… Sauron, Saruman, i Nazgul, gli orchi, Shelob, i troll: essi vogliono scardinare, aprire una falla, una crepa, perturbare appunto, la concreta trama di quel mondo, irrompendo con la loro alterità malvagia in esso, così cercando d’imporre un nuovo ordine di terrore ed orrore da sostituirsi alla normalità.

Non esiste allora, a mio parere, alcuna dicotomia sostanziale tra fantasy e fantastico, ma semplicemente si deve intendere il fantastico nei sue due aspetti fondamentali: quello parziale dell’irruzione dell’Inaspettato, e quello totale della sostituzione integrale di un mondo alternativo al Reale che conosciamo.

Certo, può esistere come per ogni fenomeno di costume e genere letterario anche un “conformismo” del fantastico che lo rende alla fine stucchevole e ripetitivo, ma questo nasce dalla sua mercificazione e mistificazione, che non sono nemmeno nate con film, videogiochi e internet come ritiene Barbolini: già se ne parlava negli anni Ottanta quando le imitazioni letterarie di Tolkien dilagavano e pochissimi sapevano essere originali.

GIANFRANCO DE TURRIS

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27 febbraio 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , , | Lascia un commento

Quando nacque il fantastico italiano

Nel 2012 sono ricorsi i 60 anni della fantascienza in Italia. Occasione anche per pubblicare l’edizione raddoppiata di un saggio collettaneo del 2002: Cartografia dell’Inferno – 50 anni di fantascienza in Italia 1952-2002, che in 500 pagine riunisce 38 saggi di 30 autori diversi. L’ha pubblicata la casa editrice Elara di Bologna. Ecco uno dei saggi, dedicato ai pionieri della letteratura fantastica italiana.

 Dimensione cosmica AMa quando nacque il moderno fantastico italiano? Tutto ebbe inizio con una pubblicazione semiprofessionale, qualcosa di più di un fanzine e qualcosa di meno di una rivista, Dimensione cosmica, che uscì a Chieti nel maggio 1978 per iniziativa di Michele Martino: pubblicazione battagliera e aperta al fantastico, in contatto con una casa editrice, quella di Marino Solfanelli,  attivissima in ambito locale e a livello universitario, che poco dopo la stampò. Nel 1979, Dimensione cosmica dedicò un numero speciale a J.R.R.Tolkien e Martino, insieme al figlio dell’editore, Marco Solfanelli, mi chiese di diventare presidente di un Premio di narrativa fantastica J.R.R.Tolkien dedicato a storie italiane inedite: a quella prima edizione giunsero 72 racconti di 64 autori diversi e i vincitori furono proclamati a Pescara il 6 gennaio 1980: giunse primo Gianluigi Zuddas, con una storia di heroic fantasy nel suo stile vivace e ironico, secondo fu un racconto horror di Luigi De Pascalis, terzo un racconto di ambiente cavalleresco di Franco Cardini, il noto medievista. In tal modo s’indicavano già le linee del concorso: nonostante fosse intitolato all’autore de Il Signore degli Anelli, non chiedeva una sua imitazione. E così in effetti fu: gli autori che parteciparono alle sue tredici edizioni (racconti, romanzi brevi, romanzi) spaziarono in tutti gli ambiti del’Immaginario, fantascienza esclusa ovviamente, mostrando una autonomia ed una originalità notevolissime.

Il concorso promosse e consolidò il fantastico “italiano” (vale a dire con ambientazione, sfondi, personaggi e soprattutto riferimenti storici, mitici, leggendari italiani), fece emergere molti nomi nuovi, sollecitò ad interessarsi di fantasy scrittori che sino a quel momento si erano occupati soltanto di science fiction: purtroppo gli anni Ottanta non brillavano per grandi possibilità editoriali e spesso gli autori migliori e più originali vedevano frustrate le loro potenzialità e dopo aver partecipato con successo a due o tre edizioni del premio ritornavano nell’anonimato.

Il Premio Tolkien costituiva l’apice della visibilità per la casa editrice di Chieti, il cui settore fantastico e fantascientifico era stato affidato a Marco Solfanelli che gli aveva dato un forte impulso con la creazione di tutta una serie di collane, ognuna con una sua ben chiara caratterizzazione, praticamente tutte tese alla promozione della produzione italiana contemporanea e alla riscoperta di autori del passato o di classici stranieri dimenticati. In quindici anni di attività, la Solfanelli ha pubblicato oltre cento titoli e di certo più testi di autori italiani di tutti gli altri editori operanti nel settore fino a quel momento.

Si può dire con un certo orgoglio che nella teorizzazione e nella pratica il fantastico “italiano” è nato insieme alle e per le iniziative promosse dalla Solfanelli: grazie anche alle sollecitazioni personali, allo sprone del Premio Tolkien, ai contatti diretti con gli esordienti che spesso sono divenuti anche amici con i quali si è rimasti in rapporto personale e letterario. E questo in un momento di totale riflusso, allorché le velleità fantascientifiche del decennio precedente, con il loro strascico di inutili e forzate polemiche, si erano dissolte scontrandosi con la dura realtà del mercato editoriale e della vita di tutti i giorni.

Si aveva una idea ben chiara in mente, ed era quella teorizzata nei volumi della Fanucci curati nei dieci anni precedenti e con la Solfanelli portata sul piano pratico: il fantastico come derivazione del mito. Di conseguenza, un certo tipo di fantasy e heroic fantasy tradizionale veniva privilegiata e promossa, ma senza alcun settarismo o partigianeria (che alla fin fine sarebbero risultati perdenti). Così, fra i libri della Solfanelli trovarono posto tutti i generi dell’Immaginario, fantascienza compresa: lo stesso dicasi del Premio Tolkien ed è sufficiente dare uno sguardo ai vincitori. Quel che interessava soprattutto a me, era dare una impronta nostra a quanto si scriveva, non fare una mera opera di copiatura dei modelli esteri, vale a dire soprattutto americani. All’epoca questo esplicito intento, teorizzato anche in articoli, introduzioni e interventi pubblici, ebbe praticamente tutti gli esponenti della critica specializzata contro perché veniva considerato un atteggiamento “nazionalista”, se non addirittura “revanscista” (sic!), ma in seguito praticamente tutti hanno ammesso che l’unico modo per essere veramente originali era fare riferimento non solo alla nostra realtà, ma anche alle nostra storia, alle nostre leggende, al nostro folklore, ai nostri miti. E questo non soltanto nel fantastico, ma anche nella fantascienza, nel giallo, nello spionaggio, nel thriller e nell’horror. Nessuno ama più ricordare quelle antiche polemiche e nessuno ama ricordare chi avesse ragione e chi torto, chi avesse cercato questa “nuova” via e chi vi si opponeva: ma sta di fatto che tutto quel che oggi si scrive nella narrativa “di genere” ha una impronta nostra. Meglio tardi che mai.

La Solfanelli indusse scrittori specializzati in fantascienza come Anna Rinonapoli, Lino Aldani, Piero Prosperi e Renato Pestriniero a cimentarsi con il fantastico e l’orrore; stampò romanzi di grande interesse che autori come Gianluigi Zuddas, Antonio Bellomi e Gustavo Gasparini avevano nel cassetto per scarsità di sbocchi editoriali; riscoprì autori contemporanei che avevano scritto piccoli classici come Virgilio Martini e Gianni Vicario; valorizzò nomi del fandom come Miriam Poloniato, Marco Perello e Mario Leoncini; scoprì e valorizzò nomi nuovi come Adolfo Morganti, Tullio Bologna, Marco De Franchi, Nicola Verde, Gabriele Marconi, Errico Passaro, Giuliana Cutore, Roberto Genovesi, Dario Tonani, Giuseppe Magnarapa, molti dei quali sono in attività ed hanno fatto importanti passi avanti nella narrativa e nella saggistica; ospitò firme del mainstream come Italo Moscati, Gabriele La Porta, Franco Cuomo, Angelo Mainardi, Riccardo Reim; recuperò al fantastico autori italiani della nostra letteratura fra Otto e Novecento come Giovanni Magherini Graziani, Gabriele d’Annunzio, Luigi Capuana, Grazia Deledda, Domenico Ciampoli, Luigi Antonelli, Edoardo Calandra, Luigi Pirandello.

Accanto alla narrativa non mancò una vasta opera di teorizzazione del fantastico non solo nelle innumerevoli introduzioni, e negli articoli, recensioni e polemiche ospitate sulle pagine della rivista L’Altro Regno, dove molti giovani critici si fecero le ossa, ma anche in libri come Dal mito alla fantasia (1983) e in saggi del sottoscritto e di Sebastianio Fusco, di Carlo Bordoni, di Adolfo Morganti e di Franco Salerno.

Marco Solfanelli(nella foto, Marco Solfanelli)

Insomma, un modo d’intendere il fantastico (soprattutto “all’italiana”) sviluppatosi nell’arco di un quindicennio, che ha rivelato e promosso vari autori, che ha creato un modo di scrivere fantasy. Forse tutto ciò a qualcuno non è piaciuto e non piace ancora, per motivi sia letterari che contenutistici, ma non si può negare che l’esperienza della casa editrice Solfanelli e del Premio Tolkien ha costituito un momento centrale e positivo della narrativa “di genere” scritta da italiani, anche perché funzionò, come raramente accade, come spontaneo punto di riferimento di chi amava il genere fantasy, indipendentemente dalle idee che personalmente professava.

GIANFRANCO DE TURRIS

 

7 gennaio 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , | Lascia un commento

   

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