Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Cosa può succedere se li incontriamo davvero?

Il Mongai-pensiero e l’influsso della letteratura aliena: Massimo Mongai è il padre della fantascienza umoristica italiana, e probabilmente lo scrittore che risente di più dell’influsso della fantascienza aliena. In questo scritto senile si confronta con Paul Gilster sullo spinoso problema del primo contatto e in generale sui pericoli derivanti dall’incontro con specie aliene (RF).

1stcontactBUn paio di settimane fa ho tradotto un articolo di Paul Gilster sul SETI e su un eventuale incontro fra noi e gli alieni. Articolo che molto tipicamente presenta alcune prospettive fosche e cupe su questo eventuale incontro. Non sono del tutto d’accordo. La questione vera riguarda tecnologia e cattiveria.

 

Una piccolissima premessa, tratta da Wiki.

 «(…)L’alternativa antropica all’ipotesi del progetto è statistica. Gli scienziati invocano la magia dei grandi numeri. È stato stimato che esistono tra i 30 e i 100 miliardi di pianeti nella galassia, e circa 100 miliardi di galassie nell’universo. Scartandone un po’ per prudenza, si giunge ad una stima conservativa di un miliardo di miliardi di pianeti disponibili nell’universo. Si supponga che l’origine della vita, la comparsa spontanea di qualcosa equivalente al DNA, sia veramente un evento altamente improbabile. Si supponga inoltre che sia così improbabile che accada solo una volta in un miliardo di pianeti. (…) Si sta parlando di probabilità di una in un miliardo. Eppure … anche con probabilità così remote, la vita sarebbe comparsa in un miliardo di pianeti – tra i quali è ovviamente compresa la Terra. La conclusione è così sorprendente che la enuncerò nuovamente. Se le probabilità che la vita sorga spontaneamente in un pianeta sono di un miliardo contro una, ciononostante questo evento stupefacente si verificherebbe su un miliardo di pianeti.» (Richard Dawkins, L’illusione di Dio).

Quindi il rischio c’è! E concreto anche. LORO sono là fuori.

Ma il punto non è solo se ci sono. Secondo me ci sono eccome. Ma esiste davvero il pericolo di cui parla Gister? In che termini è?

Come sono gli alieni, com’è la loro o le loro culture?

Non lo possiamo sapere, allo stato attuale, in nessun modo. Nemmeno sappiamo davvero-davvero se c’è anche solo la vita là fuori, non ancora, non scientificamente! Sappiamo che è estremamente probabile, dati i numeri, che ce ne sia ed anche molta. Ma finché non la troviamo non possiamo dirlo: serve almeno un altro esempio reale di vita, se no statistiche scientifiche vere non se ne possono fare, per quel che ne sappiamo con certezza scientifica, in tutto questo enorme universo potremmo essere i soli. Triste, ma possibile. Alla faccia di qualunque dio.

1stvulcanGilster dice che occorre guardare nella storia per valutare le conseguenze degli incontri fra civiltà diverse. E la superiorità tecnologica implica sempre una superiorità culturale? E viceversa?

Sì e no.

I popoli che i Romani sottomisero erano tecnologicamente pari o inferiori a loro: Galli, Iberici, Britanni, Traci, Cartaginesi.

Almeno uno era culturalmente superiore: i Greci. Se non fosse stato vero i Romani (Orazio) non avrebbero detto “Graecia capta ferum victorem cepit” ed il greco non sarebbe diventato la lingua di patrizi, imperatori, intellettuali in tutto l’Impero.

Ma qual’era la superiorità dei romani sugli altri popoli? Sostanzialmente quella organizzativo-militare: i legionari romani erano gli unici a non essere guerrieri ma “soldati”, che “ricevano un soldo” e la loro organizzazione militare era impagabile, dalla produzione standardizzata degli armamenti all’addestramento, alle tecniche di combattimento; quando le legioni sono state sconfitte è stato quasi sempre per errori dei comandanti; il che però era la conseguenza di una serie di caratteristiche culturali, ad esempio l’essere una società schiavista, per altro spietata. Ma anche aperta al nuovo, anzi tanto aperta che man mano che si espandeva progrediva, ma anche si indeboliva: progressiva estensione della cittadinanza romana a tutti i popoli dell’impero, imperatori iberici, nordafricani, mobilità sociale reale, ad esempio i liberti, cioè ex-schiavi che potevano diventare oltre che liberi, ricchi e potenti, eccetera.

E ricchezza. E decadenza.

Perché questa civiltà cede nel quinto secolo alle invasioni barbariche? Non per superiorità tecnologica dei barbari, né per inferiorità culturale propria, anzi: i barbari erano sempre barbari, gli stessi che solo un secolo prima erano stati militarmente e culturalmente sconfitti.

Il fatto era che la civiltà romana era entrata in crisi, stava finendo, morendo se preferite, capita alle civiltà come agli esseri viventi. Cresci, migliori e poi peggiori e muori.

I Mongoli di Gengis Khan che conquistano la Cina (e mezzo mondo) nel XIII secolo erano militarmente e tecnologicamente pari ai cinesi e culturalmente inferiori. Barbari. Perché hanno vinto? Stessi motivi della crisi dell’impero romano probabilmente: quella civiltà cinese era alla fine ed i Mongoli erano più numerosi, forti e cattivi. Cattivi più o meno come i Romani. O i Cinesi.

Sia chiaro: le tre civiltà più crudeli di questo pianeta.

Però in nessun caso mai sul nostro pianeta una civiltà tecnologicamente inferiore ha preso il sopravvento su un’altra tecnologicamente superiore. E’ sempre successo il contrario. Vedi l’impero Azteco contro Corzez, asce di ossidiana contro spade di acciaio, fucili e cavalli.

Ma potrebbe funzionare allo stesso modo con una civiltà molto ma molto diversa, quasi aliena?

Agli europei che conquistano le Americhe o alle potenze coloniali che colonizzano l’India o la Cina (molto ma molto aliene da loro), delle differenze o del rispetto culturale non gliene poteva importare meno.

Il fatto era che avevano armi da fuoco molto più efficienti ed erano strutturalmente e statualmente molto più cattivi. Ed organizzati in conseguenza: armati, cattivi, predatori ed organizzatissimi. Una delle differenze culturali era il nascente capitalismo, una specie di motore turbo applicato alla cattiveria. Alla spietatezza.

Cina e India erano civiltà castali e schiaviste le cui classi dominanti si tenevano al potere con la forza ma sono crollate dinanzi a una civiltà, quella occidentale talmente più cattiva di loro da utilizzare spietatamente al meglio e meglio di loro cose inventate da loro, prima fra tutte la polvere da sparo.

1st2001Ed altro. Li chiamiamo numeri arabi, compreso il concetto di zero e di numero posizionale, mentre in realtà sono indiani del V o forse II secolo avanti cristo, portati in Europa dagli arabi nel medioevo.

Ma li ha diffusi al mondo la civiltà colonialista occidentale, come il concetto di democrazia (qualunque cosa significhi nella realtà) o la parola “polizia” pressoché identica in tutte le lingue (perfino in turco: “polis” che oltretutto vuol dire città in greco, chissà se se ne rendono conto loro che ce l’hanno tanto contro i greci).

Ma allora forse il punto è: si può essere buoni se si sviluppano armi da fuoco e/o astronavi interstellari?

O forse la domanda po/dovrebbe essere un’altra: per sviluppare armi da fuoco e/o astronavi interstellari è meglio essere buoni o cattivi?

Piramidi, Colosseo e Grande Muraglia sono state costruite da schiavi non da macchine. E le armi da fuoco da popoli “cattivi”.

Però i colonialisti europei del XVI secolo non erano più colti degli indiani o dei cinesi e forse nemmeno più cattivi. Ma più efficienti tecnologicamente sì. E pur avendo società classiste, non avevano (più) caste o schiavi. In realtà erano più “buoni”. E poi semmai erano “cattivi” i colonialisti ma anche i colonizzati, anzi, questi, le vittime, di più. E almeno nel caso dei cinesi, cattivissimissimi anzi, ed erano pure loro ad aver inventato la polvere da sparo. Ma gli europei ne hanno sviluppato l’uso molto meglio. Carlo Magno era più o meno cattivo del suo collega imperatore cinese? E Carlo VII? Chi aveva i migliori torturatori? Tradizione vuole siano stati i cinesi.

Secondo me possiamo eliminare subito la possibilità che sia meglio essere cattivi: perché se è così, LORO sono là fuori che ci aspettano per farci ben altro che metterci in crisi. Piangiamo sulla nostra fine come razza/specie/cultura autonoma e divertiamoci finché dura. E’ meglio proprio non pensarci.

Speriamo che sia vero che le astronavi non si costruiscono con gli schiavi.

Supponiamo sia meglio essere buoni. Pace sul proprio pianeta, sviluppo armonico di tutto quello che deve svilupparsi armonicamente, grande impulso al progresso scientifico fino ad arrivare alle astronavi interstellari.

Bene. Nel frattempo, forse, ci raggiungono loro, parliamo del più e del meno (ah, toh!? anche la vostra tavola degli elementi periodici è come la nostra? Beh, però ce lo aspettavamo e sì, certo anche lo spostamento verso il rosso dello spettro e il secondo principio della termodinamica, e lo zero assoluto ma è ovvio!, come lo chiamate voi?) e ci spiegano come hanno fatto loro ad arrivare lì dove li abbiamo incontrati.

Non subito-subito però. Perché buoni sì, ma scemi no.

Noi NON siamo buoni, almeno fino adesso non lo siamo stati. E se ci possono raggiungere, viene da pensare, forse lo hanno già fatto. Mettiamo l’ipotesi addirittura che questo contatto sia avvenuto anche più volte.

Di sicuro, in passato leggende a parte, non potevamo accorgercene. Pericle aveva i radar? No, neanche Pitagora o Serse o Adriano. O Napoleone: i radar ci sono da una sessantina d’anni.

Sia chiaro, io non sono favorevole ai deliri degli Ufologi. Ma obiettivamente se succedesse ora, forse ce ne accorgeremmo.

Ma mettiamo che ci siano e mettiamo che ci raggiungano e si possano nascondere in modo tale che noi non li vediamo. E’ possibile e plausibile.

Che faremmo noi al posto loro, cosa si può logicamente fare essendo tecnologicamente superiori e buoni?

Osservare. Per forza.

1stklaatuE cosa possono vedere?

Un pianeta sovrappopolato, inquinato, con spaventose ed indegne disparità di reddito e di qualità della vita, milioni di morti per fame, guerre, abusi, perfino uso di armi nucleari sulla superficie del pianeta e la fissione nucleare come massimo sviluppo tecnologico.

Dato che sono buoni, per necessità di ipotesi, non ci si filano di pezza come si dice a Roma. Ci lasciano fare.

Sono là fuori, ci stanno guardando scuotendo la testa (se hanno una testa, o una sola) e si dicono, aspettiamo ancora, che vuoi fare? Se la devono cavare da soli! Devono venire loro qui, un po’ stile “Monolite sulla Luna”, avete presente?

Questa storia della crisi di contatto, oddio vi abbiamo rotto la civiltà, beh, se la sappiamo noi, non possono non saperla anche loro. Cos’è, non ci leggono? E se sono buoni non può non importargli.

Perché non si fanno vivi e non ci danno una mano?

A parte il fatto che sarebbe pericoloso per noi, ma perché dovrebbero farlo?

Cosa abbiamo da dargli? Informazioni su di noi? Ma quelle le possono avere comunque, a distanza. Se ne stanno per i fatti loro, ci controllano dall’alto, se ci sono veramente tecnologicamente superiori non ce ne accorgeremo mai. E non abbiamo niente di veramente interessante da dargli.

In sostanza: o miglioriamo fino al punto di essere tecnologicamente, moralmente e culturalmente superiori a come siamo ora o non li incontreremo mai: noi non ce la faremo a raggiungerli e loro non si faranno vivi. Insomma quella della crisi di contatto è un falso problema.

Noi qui e loro lì.

Sperando che siano buoni. Se no sono guai. Certo se siamo rispetto a loro come le “cargo-cultures” di cui parlava Paul Gister, stiamo messi male. Ma è possibile?

Ma, ripeto, con gli schiavi si costruiscono le Piramidi, non le astronavi. Loro, se sono lì fuori a guardarci, secondo me sono più buoni di noi, per questo aspettano. Alle stelle non ci arrivi se non smetti di litigare con il tuo vicino di casa.

Un’altra considerazione.

Chiunque siano, qualunque sia il modo in cui “pensano”, qualunque sia la loro cultura e comunque sia fatta, PRIMA di arrivare qui, non possono non aver pensato anche loro: “Ma c’è vita là fuori? E se sì, c’è vita intelligente? E in tal caso come sono fatti, come pensano, cosa pensano, come vivono?”.

Se se lo sono raccontato in qualche modo l’un l’altro hanno fatto due tipi di racconto: uno, con ipotesi scientifiche: relazioni, rapporti, informazioni molto formali, statistiche, tipo: “loro” sono così e così, i dati sono questi, queste le ipotesi; i pianeti adatti sono quelli con un clima tale da avere l’acqua nelle tre forme, liquida, solida gassosa, le temperature queste sono, la distanza dal sole primario tot chilometri (o quel che usano loro), si sa il carbonio è l’elemento che meglio si combina con tutti gli altri elementi…

1stETMa è possibile che qualcuno cominci, o meglio, abbia cominciato con ipotesi un po’ più azzardate?

Oppure con ipotesi non proprio pienamente scientifiche.

E cioè di fantasia.

Quindi se ci sono, anche loro hanno probabilmente la loro “fantascienza”. Che riguarda noi.

O no?

Se sono là fuori a guardarci sanno come siamo. Ma prima, cosa pensavano di noi? Come pensavano sarebbe andato l’incontro con noi o gli altri?

Quando li incontreremo avremo anche questo ulteriore e strano specchio per capirli e capirci: la loro fantascienza.

Com’è fatto l’Isaac Asimov Alieno che vive e scrive o fa quel che fa sull’ipotetico pianeta abitato che ruota intorno a Deneb e cosa pensa lui di me?

Mi pensa? E se sì, perché non mi chiama?

Io sono buono. Giuro. :-).

MASSIMO MONGAI

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17 settembre 2013 Posted by | Fantascienza, SETI | , | 5 commenti

Diffusione culturale e SETI

rlightfootChe cosa ci può succedere se i nostri sforzi con il programma SETI daranno dei risultati? Numerosi scenari vengono in mente, e sono tutti speculativi, ma la gamma di risposte mostrate in Contact di Carl Sagan potrebbe essere qualcosa di molto simile al risultato reale, con persone di tutti i tipi che leggono in un messaggio proveniente da molto lontano qualunque cosa vogliano sentire. Robert Lightfoot (del South Georgia State College – vedi foto) ha deciso di guardare a scenari di contatto di cui sappiamo qualcosa di più, quelli che sono realmente accaduti qui sulla Terra. La sua presentazione ad Huntsville, in occasione del Tennessee Valley Interstellar Workshop, portava il titolo “Scusateci, Non Volevamo Rompervi La Cultura.”

Conosciuto come “Sam” dagli amici, Lightfoot è un uomo grande e grosso, amichevole, con l’occhio di un antropologo per la natura umana. Il suo discorso ha chiarito che, se abbiamo intenzione di pianificare una possibile ricezione SETI, dovremmo guardare a ciò che accade quando gruppi molto distanti entrano in contatto. La diffusione culturale può avvenire in due modi, ed il primo richiede lo scambio di oggetti materiali. Nel caso SETI, tuttavia, la diffusione non materiale delle idee è il risultato più probabile. Lightfoot si riferisce a “oggetti di distruzione culturale” in entrambe le categorie, notando l’effetto distorsivo che questi possono avere su una società quando effetti inattesi appaiono invariabilmente.

Considerazione l’introduzione della Spam (NdT: nome commerciale di un tipo di carne inscatolata spalmabile) nelle le isole del Pacifico a seguito della seconda guerra mondiale. I livelli di obesità, cancro e diabete aumentarono enormemente in culture che si erano affidate in larga misura alla caccia, all’agricoltura e alla pesca quando si trovarono a disposizione un’abbondanza di nuove provviste. I visitatori di alcune di queste isole notano ancora oggi con curiosità che si può trovare lo Spam sui menù di molti ristoranti. Oggi più della metà degli abitanti di tutte le isole del Pacifico sono obesi, e uno su quattro ha il diabete. Sull’isola di Tonga, il 69 per cento della popolazione è considerato obeso.

Lightfoot ha menzionato Tonga nel suo discorso, ma io ho tratto le cifre di cui sopra dalla World Diabetes Foundation. Possiamo collegare i costanti problemi di salute della regione alla Spam? Sicuramente è stato uno dei fattori scatenanti, ma possiamo anche aggiungere che l’industrializzazione su larga scala di queste isole non è cominciata fino al 1970. Il cibo importato e la conversione di attività agricole in attività minerarie (Nauru, è l’esempio classico, con la sua superficie quasi interamente dedicata all’estrazione di fosfati) ha significato un cambiamento di stile di vita che è stato improvviso e ha avuto enormi conseguenze per la salute.

Gli “oggetti di distruzione culturale” (ODC), mostrano i loro effetti devastanti in tutto il mondo. I popoli Sami della Finlandia hanno avuto a che fare con l’introduzione di motoslitte, che si penserebbe essere una benedizione per questi pastori di renne. Ma il risultato è stata la capacità di raccogliere mandrie molto più grandi rispetto al passato, il che a sua volta ha portato a gravi problemi di eccesso nella richiesta di nuovi pascoli. O considerate la noce moscata, una volta considerata in Europa come una cura per la peste, provocando un incremento del suo valore superiore a quello dell’oro. Considerata anche un afrodisiaco, la noce moscata ha portato alla violenza contro i coltivatori indigeni in quella che è oggi l’Indonesia ed ha giocato un ruolo nella creazione della Compagnia delle Indie Orientali.

(cargo-cult1Immagine: i culti del cargo hanno reagito alla tecnologia avanzata, cercando di emularla con i propri strumenti, un perfetto promemoria dei pericoli di contatto tra culture molto diverse.) Ma dato che gli effetti del SETI probabilmente saranno non-materiali, Lightfoot fa riferimento a precedenti simili, come i “culti del cargo del Pacifico” che sorsero quando alcuni isolani cercarono di imitare ciò che avevano visto fare agli occidentali, fabbricando “radio di legno”, costruendo “piste di atterraggio” per chiedere rifornimenti. In Sud Africa, un equivoco sugli insegnamenti religiosi missionari, ha portato i popoli Xhosa ad uccidere il loro bestiame, anche se la loro società era basata sulla pastorizia questi animali. In attesa di un miracolo dopo le uccisioni, un centinaio di migliaia di persone hanno cominciato a morire di fame. Lightfoot dice:  “Pensate ad un contatto con una civiltà extraterrestre in questa ottica. Ci saranno nuove idee a bizzeffe, anche la possibilità di nuovi oggetti – piante, animali, gioielli di valore. Uno o tutti questi potrebbe essere destabilizzante per la nostra cultura. E proprio come potrebbero destabilizzare noi, noi potremmo contaminare loro.”

Penso che il messaggio più potente del discorso di Lightfoot sia che questo tipo di destabilizzazione può venire da dove meno te l’aspetti, e avere risultati irrevocabili. Il tabacco, un tempo utilizzato come parte di cerimonie rituali nelle culture in cui è cresciuto, è diventato un oggetto di distruzione culturale e sanitaria nella nostra società molto più ricca. Anche qualcosa di innocuo come il tulipano, una volta divenne l’oggetto di una speculazione economica così intensa da creare una bolla economica nel 17 ° secolo in Olanda ed un conseguente panico economico.

Cosa fare? Lightfoot ha detto al pubblico di cercare nella storia le lezioni che contiene circa le culture che si incontrano per la prima volta. Abbiamo bisogno di vedere quando e perché le cose sono andate male nella speranza di evitare situazioni simili. Se il contatto con una cultura extraterrestre arriverà un giorno, avremo bisogno di un approccio multidisciplinare per identificare le aree in cui è più probabile che il problema si verifichi. Il successo di una ricezione SETI potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione filosofica e scientifica, o potrebbe mentre tentiamo di riposizionare il nostro pensiero sul Cosmo, essere l’araldo del declino culturale,

 traduzione di MASSIMO MONGAI

Titolo originale: “Cultural Diffusion and SETI” di Paul Gilster, pubblicato su Centauri Dreams il 13 febbraio 2013

19 agosto 2013 Posted by | Scienze dello Spazio, SETI | , , | 3 commenti

Mathematical SETI, non solo radiotelescopi

Prefazione foto 1-bisSul finire dell’agosto 2012, appare per la prima volta, in lingua inglese ad opera dell’editore Springer, il volume “Mathematical SETI”, dove Claudio Maccone raccoglie e aggiorna il suo ventennale lavoro sull’algoritmo per le telecomunicazioni KLT, la missione FOCAL, il progetto PAC, e finalmente la sua ultima fatica, la completa revisione delle basi matematiche del SETI e la conseguente rivalutazione degli aspetti sociologici della nuova Formula di Drake. Un libro difficile, a detta dell’autore stesso, diretto agli scienziati, ai ricercatori, difficilmente reperibile al di fuori dell’ambito accademico. Forse per fare ammenda col vasto pubblico degli space enthusiast, Maccone ha voluto scrivere una lunga prefazione, dove, con un linguaggio non specialistico, tenta di spiegare i concetti più importanti del suo lavoro. Vi presentiamo qui la traduzione della prima parte, dedicata agli aspetti matematico-sociologici del SETI. (RF)

copertina libroSETI (Search for Extra Terrestrial Intelligence), la moderna ricerca di un’intelligenza extraterrestre, iniziò nel 1959 con la pubblicazione dell’articolo pionieristico “Searching for Interstellar Communications”, di Giuseppe Cocconi (1914-2008) e Philip Morrison (1915-2005), pubblicato su Nature, Vol. 184, n° 4690, pp. 844-846, 19 settembre 1959. Appena un anno dopo, nel 1960, Frank Drake iniziò il radio SETI sperimentale con il progetto Ozma, in cui per la prima volta cercò di captare possibili segnali extraterrestri vicino alla frequenza radio di 1420 megahertz, la riga di emissione dell’idrogeno neutro. Vide così la luce il moderno radio SETI, tuttora in piena attività grazie agli enormi progressi compiuti nel settore delle strumentazioni elettroniche e degli algoritmi matematici elaborati dai computer per rilevare i segnali alieni. Solo qualche anno dopo, nell’incontro su SETI presso L’Osservatorio Nazionale di Radio Astronomia di Green Bank, West Virginia, Frank Drake offrì un altro contributo fondamentale, conosciuto attualmente sotto il nome di “equazione di Drake”. Tale equazione viene descritta nel Capitolo 1 del libro, insieme alla sua estensione per l’equazione che comprende probabilità e statistiche, scoperta da questo autore nel 2007 e presentata per la prima volta nel 2008. Quest’analisi occupa i primi 11 capitoli di questo libro.

PARTE I – STATISTICHE SETI. Questa prima parte del libro è composta da 11 capitoli.

Capitolo 1 – L’equazione statistica di Drake. Questo capitolo mostra come la classica equazione di Drake, il prodotto di sette numeri positivi, possa essere sostituita dal prodotto di sette variabili positive casuali, che prende il nome di “equazione statistica di Drake”. Questa modalità è scientificamente più consistente in quanto ogni valore in entrata (input) della classica equazione di Drake è accompagnato ora dal segno che contraddistingue l’approssimazione (~)In altre parole, gli input puramente numerici della classica equazione di Drake diventano ora i valori medi delle corrispondenti variabili casuali, ai quali dovrà essere addizionata o sottratta una certa deviazione standard (che dovrà essere trovata sperimentalmente), come è d’uso in ogni serio articolo scientifico. Le conseguenze matematiche di questa trasformazione vengono spiegate, dimostrando che la nuova variabile casuale N, relativa al numero di civilizzazioni della Galassia in grado di comunicare, deve seguire la distribuzione di probabilità lognormale qualora si permetta che il numero dei fattori nell’equazione di Drake aumenti a piacere. Questo risultato offre la possibilità di inserire nell’equazione di Drake un numero sempre maggiore di fattori, consentendole di essere più rappresentativa della realtà fisica: per esempio, la fine di una civiltà in seguito all’impatto di un asteroide era assente nella formulazione di Drake del 1961, probabilmente perché fu solamente nel 1980 che la scomparsa dei dinosauri come conseguenza dell’impatto di un asteroide fu accettata dalla comunità scientifica. Il Capitolo 1 ricava anche un’altra distribuzione di probabilità chiamata “distribuzione di Maccone” da Paul Davies e altri), che fornisce la funzione di densità di probabilità (pdf) della distanza tra due qualsiasi civiltà vicine nella Galassia. Questo è di importanza capitale per SETI, in quanto spiega come difficilmente si possa sperare di localizzare forme di civiltà aliene a una distanza inferiore a 500 anni luce. La spiegazione più naturale per l’apparente fallimento di 50 anni di ricerca SETI (1960-2010) è che il motivo per cui non le abbiamo individuate dipende semplicemente dal fatto che i nostri attuali radiotelescopi non arrivano a una distanza sufficiente, poiché si possono spingere al massimo a distanze di 100-200 anni luce.

Capitolo 2 – Lasciare che sia Maxima a fare i calcoli. Questo capitolo introduce gli studenti e i giovani ricercatori al piacere di poter fare a meno dei calcoli scritti ricorrendo a Maxima, un programma di algebra liberamente scaricabile. In pratica il lettore troverà in appendice ai vari capitoli tutti quei codici Maxima che l’autore ha dovuto ricavare da solo per dimostrare le diverse equazioni fornite per la prima volta nel libro. Si tratta di un’assoluta novità per il genere di libri fortemente matematici come questo: non soltanto non ci vergogniamo di dimostrare ai nostri lettori la bellezza di SETI, dell’astrofisica e dell’elaborazione dei segnali, ma insegniamo loro come ricavare importanti nuovi risultati grazie a Maxima e Mathcad. Un paio di esempi come dimostrazione: nelle Appendici 2.A e 2.B deriviamo le proprietà statistiche della distribuzione lognormale, di importanza centrale per l’equazione statistica di Drake illustrata nel Capitolo 1, e, come dimostrazione delle notevoli capacità di Maxima nel calcolo tensoriale, ricaviamo l’universo chiuso di Einstein del 1917 (fondamentale per la cosmologia), le equazioni di Friedman del 1924, e il conseguente numero di protoni dell’universo, il famoso 1080 ricavato da Dirac nel 1937 (cosmologia di Dirac).

Capitolo 3 – Quanti pianeti per l’uomo e per gli alieni? Questo capitolo presenta al lettore l’equazione di Dole (1964). Da un punto di vista matematico quest’equazione è uguale a quella di Drake, ma si applica al numero di pianeti abitabili della Galassia, piuttosto che al numero di civiltà della Galassia in grado di comunicare. Estendendo dunque il nostro studio alla classica equazione di Dole del 1964 arriviamo alla conclusione che nella Galassia dovrebbero esistere all’incirca 100 milioni di pianeti abitabili dall’uomo, più una deviazione standard di 200 milioni. Non male per la futura espansione del genere umano nella Galassia, sempre che si sopravviva ai molti pericoli che dovremo affrontare nei secoli a venire, quali le avversità fisiche e l’opposizione da parte degli alieni. Avendo trovato nel Capitolo 1 la distribuzione di probabilità della distanza fra due civiltà aliene, nel Capitolo 3 scopriamo che la stessa distribuzione di probabilità si applica alla distanza tra due pianeti vicini abitabili – dopo aver cambiato i numeri (ma non le equazioni), ovviamente.

Capitolo 4 – Paradosso statistico di Fermi e viaggi intergalattici. Questo capitolo affronta il tema della possibile espansione nella Galassia di una civiltà, umana o aliena che sia. L’idea centrale è che la quantità di tempo richiesta per l’espansione nello spazio sia determinata sostanzialmente da due fattori: (1) la velocità dei veicoli spaziali utilizzati per saltare da un pianeta abitabile al successivo; (2) il tempo necessario per colonizzare un nuovo pianeta da zero trasformandolo in una base da cui partire per i successivi viaggi spaziali. Assumiamo che la prima variabile (la velocità della nave spaziale) sia essenzialmente deterministica, e non richieda un’elaborazione statistica. Assumiamo anche, però, che la seconda variabile (il tempo di colonizzazione) segua la distribuzione lognormale, di nuovo come conseguenza del fatto che il numero dei fattori sconosciuti è così grande da avvicinarsi all’infinito. Viene qui usato il Teorema Centrale del Limite della statistica, come si è fatto rispettivamente nel Capitolo 1 per trovare la distribuzione di N e nel Capitolo 3 quella di NHab. Partendo da questi presupposti, il modello statistico per la crescita dei coralli nel mare applicato all’espansione di una civiltà nella Galassia ci permette di determinare la distribuzione di probabilità del tempo complessivo necessario a una data civiltà per espandersi attraverso l’intera Galassia. I calcoli diventano piuttosto complicati, e soltanto un uso assennato di Maxima ci ha permesso di trovare le distribuzioni di probabilità pertinenti. Si tratta ovviamente di un ampliamento statistico del famoso paradosso di Fermi, fino ad ora affrontato dagli altri autori in contesti banalmente deterministici.

Capitolo 5 – Quanto a lungo può vivere una civiltà? Questo capitolo cerca di affrontare il valore totalmente sconosciuto dell’ultimo termine dell’equazione di Drake: quanto a lungo potrebbe sopravvivere una civiltà tecnologica? Poiché nessuno lo sa – dato che siamo noi stessi siamo l’unico esempio a disposizione – in questo capitolo la discussione si limita alle variazioni del numero N a seconda che si tratti di civiltà di lunga piuttosto che di breve durata. Gli esempi numerici offerti in questo capitolo sono l’estensione statistica dei corrispondenti valori deterministici dati da Carl Sagan nel suo libro (e serie TV) Cosmos (1980).

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Prefazione foto 3

Capitolo 6 – Modelli matematici che abbracciano tutta la vita, tramite funzioni b-lognormali finite. Questo capitolo contiene del materiale profondamente innovativo, considerato dall’autore uno dei migliori modelli matematici concepiti da lui fino ad ora, nei suoi 64 anni di vita. L’idea è la seguente. Tutti gli esseri viventi sono nati, ciascuno al suo momento (t = b = birth (nascita)), poi sono cresciuti durante l’adolescenza (t = a = adolescenza), poi hanno raggiunto il loro punto più alto nel picco (t = p = picco), seguito dalla senilità (t = s = senilità), e infine dal decesso (t = d = death (morte)). Esiste una funzione finita della densità di probabilità che ha un simile comportamento nel tempo? Sì, esiste, e si chiama b-lognormale. Cos’è una b-lognormale? E’ semplicemente una ordinaria lognormale (μ,σ) che comincia per un valore positivo del tempo, cioè t = b > 0 piuttosto che t = 0. La sua equazione richiede lo scivolamento del valore d’inizio verso un nuovo istante positivo t = b > 0, che noi chiamiamo b-lognormale, perché questa funzione della densità di probabilità sembra non avere ancora un nome. Ma gli altri quattro punti nel tempo menzionati sopra hanno invece un immediato significato matematico: (1) il tempo dell’adolescenza (t = a) è l’ascissa del punto di flessione ascendente; (2) il picco (t = P) è ovviamente l’ascissa del punto massimo; (3) il tempo della senilità (t = s) è l’ascissa del punto di flessione discendente; (4) il tempo della morte (t = d) è l’ascissa del punto in cui la tangente alla senilità incrocia l’asse del tempo, e questo trucchetto matematico ci permette di sbarazzarci dell’estremità finita a destra, rimpiazzandola con un ovvio punto finito. Tali sono, quindi, le b-lognormali. Ora, il Capitolo 6 è interamente dedicato a scoprire nuove equazioni matematiche che esprimano i due parametri sconosciuti (μ,σ) come funzioni di qualcuno dei valori di input noti, come il momento della nascita (t = b), più due delle quattro variabili di input rimanenti (a, p, s, d). L’autore è stato in grado di scoprire alcune equazioni finite di questo tipo, e probabilmente ne esistono ancora altre sconosciute, ma quello che è stato in grado di scoprire è stato sufficiente per scrivere i Capitoli 7 e 8, di centrale importanza rispettivamente per la “storia matematica” e per la “evoluzione matematica darwiniana”. In chiusura l’autore deriva un’espressione per la funzione di densità di probabilità finita delle b-lognormali per normalizzare di nuovo a 1, invece della costante ordinaria di normalizzazione delle lognomrali ordinarie.L’insieme di questi nuovi risultati è un importante passo in avanti che ci permette di rimpiazzare la montagna di parole utilizzate al giorno d’oggi per descrivere l’evoluzione darwiniana e la storia matematica con un semplice insieme di distribuzioni statistiche in accordo con l’equazione statistica di Drake e SETI.

Capitolo 7 – Civiltà storiche come b-lognormali finite. Applichiamo i risultati del Capitolo 6 alla storia matematica. Calcoliamo e confrontiamo le b-lognormali finite di otto civiltà che hanno influito maggiormente sulla storia del mondo negli ultimi 3.000 anni: la Grecia antica (600 a.C.-30. a.C.), la Roma antica (753 a. C.–476 d. C.), l’Italia rinascimentale (1250–1600), il Portogallo (1419–1974), la Spagna (1492–1898), la Francia (1524–1962), la Gran Bretagna (1588–1974), e gli Stati Uniti (1898–c. 2050). Si potrà obiettare che tutte queste civiltà appartengono al cosiddetto mondo occidentale, ciò nonostante è in Occidente che negli ultimi 3.000 anni troviamo le civiltà più avanzate. È altamente probabile che in futuro l’Asia sostituisca l’Occidente alla guida dell’umanità, ma allo stato attuale, nel 2012, si tratta di un’eventualità ancora incerta. Così queste otto [funzioni] b-lognormali sono confrontate sullo stesso grafico dove emerge chiaramente una sorta di “inviluppo superiore”: si tratta di una curva esponenziale che, più o meno, abbraccia tutte le b-lognormali come luogo geometrico dei loro picchi! Il risultato principale è in questo caso il fatto che nel b-lognormali diventano sempre più strette con il passare del tempo (cioè, i loro picchi diventano sempre più elevati) e questo rivela il progresso (cioè, un crescente grado di civilizzazione). Per rendere questo risultato quantitativo, piuttosto che solamente qualitativo, abbiamo bisogno di una nuova unità di misura per la “quantità di evoluzione” raggiunta da una data civiltà in un dato momento, proprio come i metri misurano la lunghezza, i secondi misurano il tempo, i coulomb misurano la carica elettrica, eccetera. Chiamiamo questa nuova unità di evoluzione “darwin”, e la introduciamo nel capitolo successivo, che si occupa dell’evoluzione darwiniana. Il motivo per cui lo facciamo è perché nella scienza “misurare vuol dire capire”.

doppio click per ingrandire

Prefazione foto 4

Capitolo 8 – Un modello matematico per l’evoluzione e SETI. L’“inviluppo esponenziale” che era appena accennato nel precedente capitolo, ora si delinea chiaramente come il collegamento tra l’evoluzione darwiniana e la famiglia di b-lognormali vincolata tra l’esponenziale e l’asse temporale. Innanzitutto definiamo l’evoluzione darwiniana semplicemente come la crescita esponenziale del numero di specie viventi sulla Terra che ha caratterizzato gli ultimi 3,5 miliardi di anni di vita sulla terra. In altre parole, presumiamo che 3,5 miliardi di anni fa apparve il primo e unico organismo vivente (RNA?) e tracciamo una curva esponenziale che collega quel punto alle attuali circa 500.000 specie viventi. Questa curva esponenziale è dunque il luogo geometrico dei massimi della famiglia, con un solo parametro, di b-lognormali (il parametro variabile della famiglia è il tempo b di nascita di una qualsiasi nuova specie) tenendo conto della cladistica (cioè la moderna teoria dell’evoluzione che si basa rigorosamente su quando una nuova specie appare nel corso dell’evoluzione, e non su asserzioni tassonomiche rudimentali e semplicistiche). Detto ancora in altro modo, ogni nuova specie è una curva esponenziale, in leggero aumento o diminuzione nel tempo, che si diparte dall’ “esponenziale principale” (l’inviluppo complessivo) quando una nuova specie ha origine. Come ulteriore nuovo risultato, ricaviamo anche la distribuzione di probabilità “NoEv” o “Non Evoluzione” per una data specie, vale a dire la funzione della densità di probabilità (pdf) che si applica quando una data specie non subisce alcun cambiamento per un lunghissimo tempo (cioè quando i suoi membri nascono, crescono, si accoppiano, invecchiano e muoiono per milioni o miliardi di anni senza che il loro numero aumenti o diminuisca in modo significativo). Stranamente questa nuovissima distribuzione di probabilità risultante dalla nostra teoria non è più un lognormale o un b-lognormale. È qualcosa di nuovo, come una legge statica dell’evoluzione, e il fatto che l’articolo che affronta appunto la tematica “NoEv” sia stato pubblicato in una rivista come OLEB (Origine della Vita ed Evoluzione delle Biosfere) significa che non stiamo parlando di assurdità.

Capitolo 9 – Statistiche sociali secondo l’equazione statistica di Drake. Questo capitolo si occupa di una nuova possibilità risultante dall’equazione statistica di Drake, ovverossia come derivare matematicamente nuovi risultati statistici relativi ad argomenti precedentemente sconosciuti da dati statistici già noti. L’argomento sconosciuto in questo caso è la “componente sociale” dell’equazione di Drake (cioè il prodotto dei suoi ultimi tre termini fi·fc·fL). Questi tre termini corrispondono rispettivamente a: (1) fi la probabilità che su un pianeta già brulicante di vita possa nascere la vita intelligente (cioè superiore alle scimmie), come è accaduto nel caso della storica evoluzione dell’umanità sin dalla sua apparizione sulla Terra circa 7 milioni di anni fa fino alla scoperta delle onde radio, le quali rendono possibile la comunicazione tra civiltà aliene diverse nella Galassia (l’esistenza delle onde radio fu compresa matematicamente per la prima volta nel 1864 da James Clerk Maxwell come soluzioni sinusoidali per le sue appena scoperte equazioni di Maxwell); (2) fc corrisponde alla fase in cui una civiltà è in grado di comunicare utilizzando strumenti radio, laser o persino neutrini, fase che per gli esseri umani è storicamente iniziata nel 1864 e continua tutt’oggi; (3) fL corrisponde alla durata di vita complessiva di una civiltà, dal suo inizio fino alla sua fine (ad esempio come risultato dell’impatto di un asteroide, della vicina esplosione di una supernova, di una stella o di un pianeta vaganti che alterano la stabilità gravitazionale del sistema stellare interessato, o anche a causa di guerre nucleari tra gli alieni), di cui non sappiamo assolutamente nulla. Detto questo, il Capitolo 9 suggerisce che potremmo sapere qualcosa (vale a dire una distribuzione statistica) relativa alla “componente sociale” fi . fc . fL riscrivendola come il rapporto fi .fc . fL = N/(Ns . fp . ne . fl) = N/NHab Poiché le distribuzioni di probabilità di N e NHab sono entrambe note (lognormali rispettivamente delle equazioni di Drake e di Dole) tutto si riduce a calcolare la nuova distribuzione di probabilità del rapporto fra due lognormali, che non è un lognormale ma un’altra distribuzione più generale ricavata da noi nel Capitolo 9.

Capitolo 10 – Equazioni cubiche di ripresa storica. Carl Sagan nel suo libro (e serie TV) Cosmos illustra con chiarezza i mille anni di progresso perduti dall’umanità tra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d. C.) e la fase di ripresa del Rinascimento Italiano (circa 1400 d. C.). Nel Capitolo 10 trasformiamo tutto ciò in una semplice (forse semplicistica) curva matematica: una cubica (cioè un’equazione algebrica di terzo grado come funzione del tempo). Mostriamo come i suoi valori numerici corrispondano abbastanza bene al progresso storico nei seguenti campi: (1) astronomia dal 1000 a. C. al 2000 d. C., (2) SETI tra il 1450 e il 2000, (3) ricerca di esopianeti tra il 1950 e il 2010, (4) unificazione dell’Europa tra il 1750 e il 2010, (5) aspettativa di vita umana tra il 10000 a. C. e il 2000 d. C. estrapolata fino al 3000 d. C. e il 10000 d. C. Tutti questi risultati sono presentati come semplici modelli matematici di ciò che appare essere una “legge della ripresa storica” delle civiltà umane, che si potrebbe forse estendere anche ad altre civiltà aliene… naturalmente solo se SETI ha successo.

Capitolo 11- L’evoluzione esponenziale nel tempo come moto geometrico browniano. L’equazione statistica di Drake, descritta nel capitolo 1 e successivi, è statica (non cambia nel tempo). Fu solo l’8 gennaio 2012 che questo autore si rese conto che la sua equazione di Drake statistica statica altro non era che una istantanea di un processo probabilistico molto importante chiamato “moto geometrico browniano” (GBM), che assomigliava piuttosto a un film che a una istantanea. Ma GBM è un processo probabilistico molto importante, probabilmente il più importante di tutti: in effetti è stato dimostrato nel 1973 che si tratta dell’equazione chiave nel modello matematico “Black-Scholes”, oggi usato quotidianamente nella matematica finanziaria. Robert C.Merton fu il primo a pubblicare una relazione scientifica che espandeva la comprensione matematica del modello “option-pricing” e coniò il termine “modello Black-Scholes di option-pricing”. Merton e Scholes ricevettero il premio Nobel per l’economia nel 1997 e per quanto non designabile per il premio perchè deceduto nel 1995, Black fu menzionato dall’Accademia Svedese per il suo contributo. Detto questo, noi dimostriamo nel capitolo 11 che il GBM è in realtà lo stesso numero N(t), che aumenta esponenzialmente, delle civiltà in grado di comunicare nella Galassia, soggetto comunque all’incertezza. In altre parole: come l’intelligenza e la tecnologia continuano a evolvere, il sopracitato numero N(t) di civiltà exterrestri nella Galassia aumenta esponenzialmente, ma col rischio che alcune civiltà possano sparire improvvisamente a causa di un impatto asteroidale, l’esplosione di una supernova vicina, pianeti o stelle vagabondi che distruggono la stabilità gravitazionale del sistema stellare al quale si avvicinano, o perfino a causa di guerre nucleari tra extraterrestri. Perciò, il valor medio di N(t) cresce esponenzialmente nel come N(t) = N0eµt , ma N(t) stesso è un processo casuale con massimi e minimi, dato in sostanza da: formula corta

cioè un GBN, essendo B(t) il moto Browniano standard (0, 1). Fin qui tutto bene, ma dopo questa scoperta siamo andati avanti: abbiamo scoperto la funzione della densità di probabilità (pdf) del processo stocastico della distanza (“processo Maccone”?) data da:

formula lunga

Questa ovviamente si riduce alla distribuzione di distanza “Maccone” tra due qualsiasi civiltà ET discussa nel Capitolo 1 per il caso statico, il che è anche la distribuzione della distanza tra due pianeti abitabili vicini (con quantità diverse) come dimostrato nel Capitolo 3. Perciò, in conclusione, crediamo che il Capitolo 11 sia il capitolo più importante di questo libro perché apre la strada a future considerazioni statistiche riguardo agli ET e le loro distanze nella Galassia.

Traduzione DONATELLA LEVI

Editing FABRIZIO BERNARDINI

23 aprile 2013 Posted by | Astrofisica, Astronautica, missione FOCAL, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI, Volo Interstellare | , , , , , , , , | 3 commenti

Fisico, matematico, visionario

Avesse avuto due vite, una l’avrebbe dedicata alla matematica, l’altra all’astrofisica. Dovendo accontentarsi, s’è votato a entrambe con tantissima passione e, ça va sans dire, pochissimo tempo libero.

 Il dott. Claudio Maccone, nel corso del Congresso Internazionale di Astronautica svoltosi recentemente a Napoli, è stato eletto Presidente del Comitato Permanente SETI in seno alla IAA. Sostituisce Seth Shostak, presidente per due mandati, ed è il primo italiano, anzi il primo non-americano a ricoprire tale carica.

 Laureato in fisica e matematica col massimo dei voti, Maccone nel 1980 ha ottenuto un dottorato in matematica al King’s College di Londra, con una tesi sulla Trasformata di Karhunen-Loeve (KLT). Si tratta di un algoritmo in uso nelle telecomunicazioni, estremamente utile in ambito SETI, perché rende possibile evidenziare con grande accuratezza eventuali segnali captati da un radiotelescopio, isolandoli dal rumore cosmico di fondo e da qualsiasi disturbo elettromagnetico. Ancora oggi, però, la quasi totalità dei ricercatori SETI sta utilizzando, per l’analisi dei dati, l’antiquata Trasformata Veloce di Fourier (FFT), che prende in esame solo dati in banda stretta e a grande velocità. KLT invece garantisce maggior sensibilità e lavora in banda larga, ma richiede tempi di elaborazione molto più lunghi. Maccone è oggi uno dei più convinti sostenitori dell’implementazione della KLT ovunqe si faccia SETI.

 A partire dal 1985, Maccone ha lavorato a lungo presso l’azienda aerospaziale Aeritalia (oggi Thales Alenia Space) alla progettazione di satelliti artificiali, come il QUASAT e il Tethered Satellite. Nel 1993 propone provocatoriamente all’ESA di realizzare la cosidetta missione FOCAL, ambizioso progetto per lo studio e l’utilizzo della cosidetta Lente Gravitazionale del Sole, un fenomeno naturale di grande potenza. In pratica, la gravità solare deflette e mette a fuoco la luce dei corpi celesti occultati dal Sole, ottenendo, nel fuoco, magnificazioni di enorme entità. Il fuoco si trova però alla distanza di 550 Unità Astronomiche (UA), ben oltre i confini del Sistema Solare. Si tratta quindi di un’impresa lunga e rischiosa, ai limiti dell’attuale tecnologia, che però darebbe all’Uomo il controllo su uno strumento di straordinaria potenza.

 Nel 2010 la IAA lo chiama a ricoprire l’incarico di Direttore Tecnico per l’Esplorazione Scientifica dello Spazio. Inoltre è responsabile del progetto “Lunar Farside Radio Lab/PAC Project”, e in questa veste nel giugno 2010 ha elevato formale richiesta all’ONU, perchè un’area situata sulla faccia nascosta della Luna, denominata Cerchio Antipodale Protetto (PAC), venga permanentemente mantenuta nello stato di radio-quiete in cui si trova attualmente. Infatti il corpo stesso della Luna esercita un effetto schermante contro l’inquinamento elettromagnetico proveniene dalla Terra, e in futuro ciò permetterà di disporre del PAC come località ideale dove costruire grandi radiotelescopi.

 Numerosi i riconoscimenti ricevuti, tra cui il prestigioso “Giordano Bruno Award” con la suggestiva e significativa menzione: “ […] Dr. Maccone is, significantly, the first Italian to win the Bruno award, which was established in 1995 and is dedicated to the memory of Giordano Bruno, the Italian monk burned at the stake in 1600 for postulating the multiplicity of inhabited worlds”.

 Instancabile anche nella sua attività divulgativa, il nostro ha scritto oltre 70 articoli tecnici e scientifici, perlopiù pubblicati nella rivista “Acta Astronautica”, nonché quattro libri in lingua inglese, due per IPI Press: Telecommunications, KLT and Relativity e The Sun as a Gravitational Lens: Proposed Space Missions, e due per Springer: Deep Space Flight and Communications (2009), e Mathematical SETI (2012).

 Nel suo ultimo libro, in uscita proprio in questi giorni, Maccone riprende e aggiorna i suoi temi più conosciuti, ossia la missione FOCAL e l’algoritmo KLT, ma sopratutto presenta un progetto molto ambizioso al quale sta lavorando da anni, cioè la revisione dell’intero impianto matematico del SETI. Maccone ha riformulato in chiave statistica sia la famosa equazione di Drake, che fornisce il numero di civiltà extraterrestri presenti nella Galassia, sia quella di Dole, che fornisce il numero dei pianeti abitabili. Un primo, importante risultato è la scoperta di una nuova curva di distribuzione che il noto fisico Paul Davies ha battezzato “La distribuzione di Maccone”, dalla quale si evince che la probabilità di trovare una civiltà aliena a una distanza dal Sole inferiore a 500 anni-luce è virtualmente pari a zero. Ma i nostri attuali radiotelescopi sono in grado di rilevare eventuali segnali d’origine artificiale a una distanza massima di 200 anni-luce: ecco perché il SETI non ha potuto registrare, fino a oggi, alcun risultato positivo.

 “Si tratta di un libro dedicato a un pubblico di esperti, non è assolutamene un’opera a carattere divulgativo – dice lo stesso Maccone – ma è qualcosa di cui la comunità scientifica internazionale ha davvero bisogno. E’ un tentativo di connettere discipline scientifiche considerate fino a oggi indipendenti tra di loro: l’astronomia, l’evoluzione della vita sulla Terra e altrove nell’Universo, l’astronautica (sopratutto per quanto riguarda i viaggi interstellari a velocità relativistiche), e la storia matematica. Combinare tutto questo in una sorta di descrizione matematica unificata, era qualcosa che andava fatto.”

 Claudio Maccone viene considerato oggi uno dei più importanti scienziati SETI a livello mondiale. In suo onore, l’International Astronomical Union (IAU) ha battezzato col suo nome l’asteroide 11264.

ROBERTO FLAIBANI

 

13 ottobre 2012 Posted by | Astrofisica, Astronautica, missione FOCAL, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , , , , | 8 commenti

Appunti semiseri di un organizzatore

Si è concluso il Quarto Congresso del Comitato Permanente SETI in seno alla IAA , intitolato “Searching for Life Signatures“. L’interpretazione degli avvenimenti è piuttosto complessa, perciò presenterò non uno, ma tre consuntivi, uno per ciascuno dei soggetti della coalizione che ha dato vita all’evento: la IAA, i blog carnevalisti, e San Marino Scienza, marchio creato ad hoc per rappresentare il motore organizzativo della manifestazione a livello nazionale e non solo: ne facevano parte i rappresentanti del CVB, i presidenti di IARA, FOAM13, SETI ITALIA, e professionisti come Gianni Boaga, nella funzione di webmaster, e io stesso (ufficio stampa, eccetera).

1.

Un paio di dozzine di relatori provenienti da mezzo mondo, tra i quali dei grossi calibri come Harp (direttore del SETI Institute) e Garrett (direttore di ASTRON), una star del mondo scientifico come Denise Herzing (amatissima per i suoi studi sul linguaggio dei delfini), un certo interesse dimostrato dalla stampa periodica e locale, una chilometrica intervista da parte dell’ANSA, e il bombardamento virtuale di 45 blogger carnevalisti sul tema del Congresso. Il tutto tra i marmi del Centro Congressi Kursaal e i merli delle storiche mura di San Marino, e poi l’ambiente chic del Grand Hotel, le cene di gala, le gite turistiche…… Claudio Maccone, Direttore Tecnico della IAA per l’Esplorazione Scientifica dello Spazio, patron della manifestazione, non poteva sperare di più: il SETI non è certo la NASA.

2.

73 articoli sul tema del Congresso (Cercando Tracce di Vita nell’Universo), scritti da 45 blogger per il primo Carnevale scientifico unificato, vedi contributi di Chimica – vedi contributi di Fisica. Un successo senza precedenti! L’idea mi era venuta mentre stavo fantasticando su come organizzare una copertura mediatica per il Congresso. Ne parlai con Gianni Boaga, blogger di “Storie di Scienza”, con cui avevo già collaborato in precedenza, e poi con Claudio Pasqua di Gravità Zero, per il Carnevale della Fisica. Claudio si disse interessato all’idea, purchè fosse a costo zero per i blog, e suggerì di cooptare, per il Carnevale della Chimica, l’associazione Chimicare, nei panni del suo serafico presidente, Franco Rosso. Così, mentre Claudio diradava il suo impegno, e Gianni era assorbito dai suoi doveri di webmaster e da una serie di vicissitudini familiari, Franco e io, dopo un negoziato lungo e difficile, riuscivamo ad accordarci su un contratto che prevedeva un semplice scambio di servizi tra le parti, senza movimento di denaro. Il quadro si completava con l’arrivo di Annarita Ruberto, puntuale come il Settimo Cavalleria in “Ombre Rosse”. Così Scientificando sostituiva Il Tredicesimo Cavaliere nella funzione di blog ospitante i contributi di Fisica, sollevandomi da un incarico che a fatica sarei riuscito a svolgere senza l’aiuto di Claudio o Gianni, e di sicuro non al livello a cui è arrivata Annarita. A ben vedere, sono proprio loro, quei 45 blog carnevalisti, con il loro entusiamo e disponibilità, i veri “vincitori” della manifestazione.

3.

Ho lavorato a questo progetto a mezzo tempo e in totale autonomia per quasi otto mesi. Ho dovuto occuparmi un po’ di tutto: dai rapporti con la stampa alla ricerca di espositori e sponsor, dalle relazioni con le organizzazioni degli astrofili e degli space enthusiasts alla raccolta di indirizzi per la costruzione di mailing list. Ciò mi ha consentito di avere una visione d’insieme che mi ha ispirato qualche buona idea. Ciononostante, e a dispetto degli sforzi fatti a tutti i livelli, la partecipazione del pubblico è stata nulla: alla reception del Kursaal si sono presentati 6 spettatori, non uno di più. Le motivazioni di una simile catastrofe sono molte, prima fra tutte la scelta di tenere il Congresso in giorni feriali, anziché nel week-end. Paradossalmente, la ricchezza del programma e l’alto livello scientifico dei relatori possono aver innescato un sentimento di inadeguatezza se non tra i blogger più colti, almeno tra gli space enthusiast più giovani. Si è fatto un uso perfino “punitivo” dell’inglese rispetto all’italiano, giungendo a livelli assurdi: l’esistenza del servizio di traduzione simultanea verso l’italiano non è stata segnalata nemmeno nel programma ufficiale, ovviamente redatto in inglese. La copertura dell’evento da parte delle testate giornalistiche tradizionali (cartacee o radiotelevisive) è stata scarsa, salvo qualche lodevole eccezione. A parte “l’evento blog” e una retrospettiva cinematografica, non siamo riusciti ad organizzare nemmeno un evento in italiano, perchè tutte le associazioni e i gruppi a cui ci eravamo rivolti avevano declinato l’invito. Valga per tutti la comunicazone giuntaci dallo STIC: “Per quel che riguarda la nostra partecipazione fattiva, non siamo interessati a organizzare qualcosa, contando sul fatto che eventuali nostri Soci interessati all’iniziativa troveranno già molto da vedere all’interno della vostra manifestazione”. La lista potrebbe continuare, ma fermiamoci qui a meditare.

(nella foto: Franco Rosso, Roberto Flaibani, Paolo Gifh)

Questa mancata risposta del pubblico italiano potrebbe avere l’effetto di spegnere l’interesse del CVB per qualsiasi manifestazione di carattere scientifico. Se si chiudono spazi per la divulgazione, non è mai un bene. Invece il successone dei blog rilancia ogni iniziativa a carattere virtuale, sia essa un webinar o qualcosa ancora da inventare. In merito all’invisibile pubblico italiano, al di là di quanto detto finora, ritengo che ci siano un centinaio di assenti ingiustificati, persone cioè che avrebbero potuto comunque comprendere il significato e l’eccezionalità dell’evento, e quindi parteciparvi ugualmente. Mi riferisco ai soci del FOAM13, la crema degli astrofili italiani, che col SETI fanno pranzo e cena, e contano nel loro organigramma Claudio Maccone in persona; a quei 45 blogger carnevalisti, la crema dei blogger scientifici italiani, che hanno dato il loro contributo sul tema della vita nell’Universo; a un imprecisato numero di assatanati di Star Trek, la crema degli space enthusiast, che incendiano ogni giorno il forum dello STIC su Facebook, dimostrando di avere un cervello che funziona, oltre che una buona cultura scientifica generale. A tutti costoro dico: “Io c’ero. Invece voi a casa, a guardarvi l’ombelico!”

 ROBERTO FLAIBANI

6 ottobre 2012 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Chimica, Carnevale della Fisica, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , , | 1 commento

Denise Herzing: una vita con i delfini

Comunicato Stampa n.10

(21/09/12 – prot.10/12/ez)

La chiamano la Jane Goodall dei delfini ed è lei stessa a suggerire il paragone quando spiega che il sogno della sua vita sarebbe quello di vivere nella natura, per poter studiare una società di animali selvatici dall’interno, come hanno fatto appunto Jane Goodall con gli scimpanzé o Dian Fossey con i gorilla. L’obiettivo della biologa Denise Herzing è però, se possibile, più complicato, visto che l’oggetto del suo interesse non sono i primati, ma i delfini atlantici maculati che oltretutto vivono in un ambiente a noi sfavorevole. Dopo essersi laureata in Zoologia marina nel 1979 , nel 1985 ha creato il Wild Dolphin project, un progetto di ricerca per raccogliere informazioni sulla storia naturale dei delfini, compresi i comportamenti, la struttura sociale, di comunicazione e di habitat, che va avanti ancora oggi con ottimi risultati, grazie anche ai finanziamenti di una ONG fondata sempre da lei proprio per sostenere questo suo progetto. Ciò non le ha impedito di continuare a studiare per migliorare ulteriormente il suo livello di specializzazione (nel 1988 ha conseguito un Master in biologia comportamentale e nel 1993 la laurea specialistica in Biologia comportamentale e ambientale). Né le ha fatto dimenticare l’importanza di diffondere il proprio sapere e i risultati delle proprie ricerche. Oltre a numerosi articoli scientifici e pubblicazioni nel campo della biologia delle balene, della comunicazione animale, e della coscienza umana, di cui è autore o co-autore, la professoressa Herzing ha scritto anche due libri per parlare del suo progetto e raccontare la sua vita con i delfini, che sono rintracciabili tramite il suo sito web .

Cosa c’entra tutto questo con SETI? È presto detto: i delfini hanno un cervello sviluppato, personalità diverse e, se messi davanti a uno specchio, sono in grado di riconoscersi e indicare se stessi, una caratteristica comune solo a pochi animali oltre all’uomo. Inoltre, si costituiscono in società dalla struttura sociale complessa, formano delle alleanze, si dividono i compiti. Tutte caratteristiche che gli studiosi si aspettano di trovare anche negli alieni, qualora ci fossero. Imparare a comunicare con questi splendidi animali è come allenarsi a parlare, un giorno, con forme di vita extra-terrestri. Il Wild Dolphin Project è il primo progetto di ricerca che mira a stabilire una comunicazione bidirezionale con la natura. La biologa Herzing ha già creato uno schema per la comunicazione composto da suoni, simboli e ambienti ideali in cui comunicare con l’obiettivo di creare una lingua condivisa, primitiva, che consenta a delfini e umani di interagire. E, giura, “tra 5 anni saremo in grado di farlo”. Denise parlerà mercoledì 26 alle ore 10:00 sul tema: Clicks, whistles and pulses: passive and active signal use in dolphin communication” e terrà alle 20:30 un secondo intervento a proposito dell’intelligenza dei delfini.

Per informazioni e supporto contattare San Marino Scienza, o mandare una email

Con il patrocinio di: Segreteria di Stato per il Turiso e lo Sport; Segreteria di Stato per la Cultura; Università degli Studi – Repubblica di San Marino. INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica.  COSPAR – Committee on Space Research.

Organizzatori: San Marino Scienza.  CVB – Convention & Visitors Bureau – San Marino.  IAA – International Academy of Astronautics.

Collaboratori scientifici: UAI – Unione Astrofili Italiani. Radiotelescopi di Medicina. SETI ITALIA – Team G. Cocconi. IARA – Italian Amateur Radio Astronomy. FOAM13 – Fondazione Osservatorio Astronomico Messier 13.  Carnevale della Fisica.  Scientificando. Associazione Culturale Chimicare. Carnevale della Chimica. Il Tredicesimo Cavaliere.

Sponsor: Banca Agricola Commerciale – San Marino.  Asset Banca – San Marino.

The picture of Denise Herzing shown on this page is courtesy of explore.org

22 settembre 2012 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, SETI | , | Lascia un commento

Viaggio al fuoco della Lente Gravitazionale del Sole

Comunicato Stampa n.9

Il dott. Gregory Matloff è Professore Emerito al Dipartimento di Fisica del New York City College of Technology, CUNY, a Brooklyn, New York, USA. E’ inoltre membro dell’Accademia Internazionale di Astronautica (IAA) e della British Interplanetary Society (BIS). Greg ha pubblicato più di 100 relazioni scientifiche e tecniche, mentre come autore o co-autore ha firmato 9 libri di astronomia e astronautica, incluso The Starflight Handbook (Wiley, 1989) e Solar Sails (Springer 2008). Tra il 1999 e il 2007 ha collaborato con il Marshall Space Flight Center della NASA come consulente per la propulsione spaziale e la Difesa Planetaria dall’impatto di asteroidi. Il dott. Matloff interverrà mercoledì 26 alle 12:00 con una relazione dal titolo “A Solar/Nuclear Mission to the Sun’s Inner Gravity Focus”, dove si prospetta la possibilità di raggiungere il fuoco della Lente Gravitazionale del Sole con una sonda automatica a propulsione mista nucleare/solare. Si tratta dell’ormai nota missione FOCAL, proposta dal nostro dott. Claudio Maccone.

La Lente Gravitazionale è un fenomeno naturale di grande potenza che ha effetto sull’intero spettro elettromagnetico. La Lente Gravitazionale del nostro sole  (GLS) potrebbe diventare in futuro lo strumento principe per l’osservazione astronomica e le telecomunicazioni interstellari. Da molti anni a questa parte, il dottor Claudio Maccone è il massimo studioso di questo fenomeno e propugnatore della missione FOCAL, che ha come primo obiettivo di raggiungere il cosidetto fuoco del “sole nudo”,  situato a 550 Unità Astronomiche (UA) dal Sole, ben oltre l’orbita di Plutone (40 UA). Da lì la sonda continuerà ad allontanarsi lungo l’asse focale fino alla distanza di 1000 UA, sfruttando per le sue osservazioni le prestazioni della GLS. Niente di costruito dall’Uomo è mai arrivato così lontano, nemmeno l’intramontabile Voyager 1, che ha da poco superato le 110 UA. Ma varrebbe davvero la pena di andarci, perchè le prestazioni promesse dalla GLS sono assolutamente eccezionali. La Natura ci offre, a poco più di tre giorni-luce dalla Terra (a tanto equivale, infatti, la distanza di 550 UA) uno strumento d’indagine di ineguagliabile potenza.  In questi ultimi anni la comunità scientifica ha finalmente dato segno di aver preso coscienza delle potenzialità della GLS e del valore dal lavoro di Maccone, tant’è che FOCAL viene ora considerata la più importante tra le cosiddette missioni antesignane del volo interstellare.

Joseph Breeden ha ottenuto il dottorato di ricerca dall’università dell’Illinois per il suo lavoro sulla Teoria del Caos in Astrofisica, con ricerche specifiche sulle dinamiche caotiche degli ammassi globulari di stelle. Nella sua carriera ha utilizzato le dinamiche non-lineari e l’analisi dei dati per molte applicazioni scientifiche e finanziarie inclusa la “dendrocronologia” (l’analisi dei cerchi di accrescimento annuale degli alberi), le proiezioni sul numero dei partecipanti per il SETI@home, le previsioni sulla crisi dei mutui negli Stati Uniti e le previsioni sull’andamento dei raccolti. Nel 2010 ha pubblicato il libro intitolato Reinventing Retail Lending Analytics e oggi guida la Prescient Models. L’intervento di Joe Breeden si terrà mercoledì 26 alle 12:20 e avrà per titolo: “Gravity Assist via Near-Sun Chaotic Trajectories of Binary Objects”

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Con il patrocinio di: Segreteria di Stato per il Turiso e lo Sport; Segreteria di Stato per la Cultura; Università degli Studi – Repubblica di San Marino. INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica.  COSPAR – Committee on Space Research.

Organizzatori: San Marino Scienza.  CVB – Convention & Visitors Bureau – San Marino.  IAA – International Academy of Astronautics.

Collaboratori scientifici: UAI – Unione Astrofili Italiani. Radiotelescopi di Medicina. SETI ITALIA – Team G. Cocconi. IARA – Italian Amateur Radio Astronomy. FOAM13 – Fondazione Osservatorio Astronomico Messier 13.  Carnevale della Fisica.  Scientificando. Associazione Culturale Chimicare. Carnevale della Chimica. Il Tredicesimo Cavaliere.

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17 settembre 2012 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Astrofisica, Astronautica, missione FOCAL, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI, Volo Interstellare | , , , , , , , , | 3 commenti

Un professore tra le antenne

Comunicato Stampa n.8

2/9/2012 – prot 08/12/rf

 Si può ben dire che la carriera di Michael (“Mike”) Garrett si sia svolta tra le antenne dei più grandi radiotelescopi del mondo! Dopo essersi laureato a Glasgow nell’86, è all’ombra della grande parabola del Lovell Telescope dell’Osservatorio di Jodrell Bank che ottiene il dottorato, quattro anni dopo.

Oggi Mike Garrett è professore di tecnica radioastronomica all’Università di Leiden e Direttore Generale e Scientifico di ASTRON, l’Istituto Olandese di Radioastronomia, che controlla il modernissimo LOFAR (LOw Frequency ARray), considerato il più potente radiotelescopio oggi in servizio. Lo strumento opera nella banda delle frequenze radio comprese tra 90 e 250 MHz e si compone di 25.000 antenne, ciascuna con delle dimensioni di 2 metri, raccolte in 50 stazioni, di cui 36 dislocate in Olanda, 5 in Germania e 3 ciascuna nel Regno Unito, Francia e Svezia, tutte collegate fra loro tramite cavi in fibra ottica da 10 gigabit al secondo. LOFAR è totalmente digitale, senza parti mobili, è gestito da un supercomputer IBM BlueGene/P, e offre prestazioni pari a quelle di una ipotetica parabola di 1000 km di diametro.

Ma prima di arrivare ad ASTRON, Mike Garrett ha ricoperto altri incarichi prestigiosi: è stato direttore del JIVE (Joint Institute for the Very Long Baseline Interferometry in Europe) e presidente del SSEC (Square Kilometer Array (SKA) Science & Engineering Committee). L’esperienza maturata dev’essere stata importante per Mike, perchè, nonostante gli onerosi incarichi assunti con ASTRON e l’Università di Leiden, ha accettato di entrare a far parte del Consiglio di Amministrazione di SKA.

Lo Square Kilometer Array è un progetto internazionale da 1,5 miliardi di euro che prevede la costruzione di uno strumento in grado di coprire le frequenze da 70MHz a 10GHz, estendibile fino a 30GHz in una fase successiva. Per coprire una gamma di frequenze così ampia si dovranno utilizzare antenne diverse, dai dipoli, in uso al LOFAR, ai piatti parabolici stile ATA, l’Allen Telescope Array del SETI Institute in California. L’impianto sarà suddiviso in due parti: l’una, operativa nelle frequenze più alte e costituita da 2500 antenne, sarà ospitata dal Sud Africa, mentre l’altra si articola in 280 stazioni per antenne con sensori a bassa frequenza e sarà costruita in Australia. Lo SKA, inoltre, integrerà due piccoli radiotelescopi “precursori”, il MeerKAT in Sud Africa e l’ASKAP in Australia, che stanno per iniziare la loro attività di ricerca e collaudo delle tecnologie che dovrebbero essere usate nello SKA in seguito. L’inizio dei lavori è previsto per il 2019 e la consegna del radiotelescopio “chiavi in mano” nel 2025.

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Mike Garrett interverrà martedì 25/9 alle ore 10:00 con un discorso dal titolo:

“How SETI can benefit from the transformation of Radio Astronomy.”

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3 settembre 2012 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Astrofisica, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , | Lascia un commento

Volo spaziale e leggende: dialogo con Michael Michaud

Scriveva Paul Gilster su “Centauri Dreams” del 16 dicembre 2011: ”Ho sperato di pubblicare un dialogo con Michael Michaud sin da quando ho avuto occasione di parlare con lui al congresso “100 Year StarShip 2011” (100YSS)e poi di riflettere sul documento da lui presentato, Long-Term Perspectives on Interstellar Flight. I lettori di Centauri Dreams conoscono Michael come autore dell’imperdibile Contact with Alien Civilizations: Our Hopes and Fears about Encountering Extraterrestrials (Springer, 2006), e ricorderanno certamente i suoi contributi precedenti su queste pagine. Direttore in passato del U.S. State Department’s Office of Advanced Technology, ha coordinato presso l’Accademia Internazionale di Astronautica i gruppi di lavoro su tematiche SETI, oltre ad aver pubblicato numerosi articoli e saggi sulle implicazioni degli eventuali contatti con civiltà aliene. In questo dialogo ho preso alcuni elementi del suo intervento al congresso, usandoli come base di partenza per esaminare quali possono essere i modi per orientare l’attenzione dell’umanità verso le stelle”.

(Paul Gilster). Michael, ho letto con grande interesse il documento che hai presentato al congresso “100 Year StarShip 2011”, è pieno zeppo d’idee! Vorrei però iniziare questa conversazione dalla citazione con la quale hai concluso il tuo intervento. È tratta da un libro di G. Edward Pendray intitolato The Coming Age of Rocket Power (1945), e tu la utilizzi per far notare come i primi rivoluzionari ideatori dei viaggi spaziali fossero spesso spinti dalla percezione impellente di uno scopo, e da una visione quasi incendiaria. Ecco quello che dice Pendray:

Quelli tra noi che hanno speso anni e anni nello studio e nello sviluppo dei razzi provano ormai nei loro confronti un’emozione quasi religiosa. Ci sentiamo in qualche modo privilegiati, come se in quegli anni ci fossimo trovati a un oscuro crocevia della storia, e avessimo visto il mondo cambiare. Non sappiamo esattamente cosa abbiamo liberato sulla terra, non diversamente da Gutenberg con i suoi caratteri mobili, o De Forest con il suo tubo per la radio, ma sentiamo nel profondo dell’anima che si tratta di qualcosa di stupendo e grandioso, e che la razza umana ne risulterà in futuro sicuramente arricchita”.

Parole da cui trarre ispirazione, specialmente se consideriamo che, all’epoca in cui Pendray stava scrivendo, la missilistica era associata nella mente comune soprattutto alla distruzione fatta piovere sulla Gran Bretagna dal razzo V2. Pendray guarda più in là, verso una illuminante visione di lungo periodo di quello che lo spazio avrebbe potuto significare in futuro, proprio come von Braun avrebbe guardato oltre il V2 verso la Luna e persino verso Marte. Hegel ha detto “Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”. E tu qui affermi che i fautori del volo interstellare devono continuare a impegnarsi affinché l’esplorazione dello spazio profondo appaia non solo ipotizzabile ma anche necessaria per il bene della nostra specie. Come dunque instillare questo tipo di passione?

Nel tuo intervento ti riferisci ai pionieri del nostro attuale programma spaziale dicendo che hanno creato una “leggenda a proposito di eventi che non erano ancora avvenuti” e che questa leggenda si era poi trasformata in aspettative. Venendo ai viaggi interstellari, abbiamo un certo numero di scienziati che ne stanno elaborando i fondamenti teoretici. Uno è ovviamente Robert Forward, poi ci sono Alan Bond, e Greg Matloff e i numerosi altri da te citati. A che punto ci troviamo oggi nel creare una leggenda legata ad eventi dell’esplorazione interstellare che permetta a quest’idea di far presa sul pubblico? Perché sono le idee che instilliamo mentre vengono poste le basi teoriche che aiuteranno a promuovere il progetto e ad alimentare quella passione.

(Michael Michaud). In un certo senso, Paul, per primi rivoluzionari ideatori dei voli spaziali il compito di inventare una leggenda a proposito di eventi non ancora avvenuti è stato più facile. La disposizione fisica del nostro sistema solare offriva una serie di obiettivi tangibili: il raggiungimento dell’orbita, la stazione orbitale, la Luna, e Marte. Nel caso dell’esplorazione interstellare una progressione graduale è meno ovvia.

Per il volo interstellare esistono ovviamente obiettivi a lungo termine, quali ad esempio trovare indicazioni di una vita intelligente al di fuori del sistema solare, e individuare una possibile futura seconda casa per l’umanità. Ci sono anche motivazioni meno razionali: condividere l’eccitazione dell’esplorazione e della scoperta, fare appello a speranze e aspettative inespresse, e suggerire una via di fuga dai nostri attuali limiti. Senza eventi significativi che non siamo in grado di prevedere, tali motivazioni potrebbero non essere sufficienti per rendere il volo interstellare un compito avvertito come necessario dalle attuali generazioni.

Suggerisco che si cominci concentrandoci sul sistema solare esterno. Esplorare le regioni più distanti dell’impero del Sole potrebbe essere un passo in avanti interlocutorio verso il volo interstellare.

La nostra presenza in quella regione trova una sua giustificazione generalmente riconosciuta nella necessità di proteggere il pianeta da possibili collisioni con asteroidi e nuclei di comete. Numerosi esperti hanno sostenuto che questo tipo di difesa ha bisogno di strumenti di preavviso e di deviazione nel sistema solare esterno, in modo da avere il tempo di identificare e agire contro un oggetto in avvicinamento.

Dobbiamo conoscere meglio il potenziale pericolo costituito dai corpi celesti presenti nella Fascia di Kuiper e nella Nube di Oort. Non sappiamo quasi nulla di quella nube, che è estremamente vasta e non è limitata al piano dell’eclittica. Alcuni ipotizzano che il bordo esterno della Nube di Oort potrebbe sovrapporsi al bordo esterno dell’analoga nube di una stella vicina.

Potremmo avere bisogno di spingerci oltre il sistema solare che conosciamo. Gli astronomi hanno già scoperto degli oggetti a distanze interstellari che sono più piccoli e meno luminosi dei tipi di stelle a noi più familiari. Stelle nane, relitti di stelle esaurite e pianeti oscuri espulsi dal proprio sistema d’origine potrebbero vagare attraverso lo spazio interstellare, forse più vicino della più vicina stella conosciuta. Sia che un oggetto di tal genere costituisca o meno un potenziale pericolo, potrebbe comunque fornire un obiettivo intermedio per l’esplorazione interstellare più facilmente raggiungibile delle stelle conosciute.

Per incoraggiare un approccio mentale fuori dagli schemi, ho ipotizzato nella mia relazione che gli astronomi che stanno studiando il nostro Sole potrebbero scoprire che la nostra stella si sta modificando più rapidamente di quanto non si pensasse, riducendo il tempo tra il momento attuale e una Terra inabitabile. Forse non accadrà mai, ma questo ci ricorda che non possiamo prevedere tutti i pericoli o tutte le opportunità che potrebbero motivare un’esplorazione interstellare.

Vi sono modi di affrontare la questione che potrebbero suscitare un maggiore interesse tra gli scienziati e gli ingegneri. Uno di questi modi, di cui si sta già occupando la “comunità interstellare” è l’ideazione di motori che consentano a un’astronave di viaggiare a velocità utili. Una svolta decisiva nel sistema di propulsione potrebbe avere delle ricadute sulla tecnologia energetica ben al di là del volo interstellare.

Una sonda interstellare che viaggia per decenni, e che una volta giunta a destinazione si troverà ad affrontare delle operazioni complesse, deve necessariamente includere a bordo un’intelligenza artificiale altamente sofisticata, che non farà mai più ritorno sulla Terra. Vorrei suggerire agli scienziati e agli ingegneri di cogliere questa opportunità per creare l’intelligenza artificiale più autonoma che sia stata mai costruita, inviandola là dove costituirà il minor pericolo per l’Umanità.

Forse tu o i tuoi lettori potranno suggerire una leggenda migliore di eventi non ancora avvenuti. Dimmi cosa ne pens­­­­­­­­­­­­­

PG: So che abbiamo bisogno di leggende, perché nella tua relazione riconosci che, mentre alcuni accettano – rispetto ai concetti di esplorazione ed espansione – quelli che tu chiami “i paradigmi rivolti all’esterno”, per la maggior parte delle persone non è così. Penso che la domanda che molti di quest’ultimi si porrebbero è se l’idea stessa di viaggio interstellare non sia decisamente troppo ambiziosa, considerate le distanze inimmaginabili e la relativa incapacità della nostra tecnologia ad affrontarle. Se vogliamo creare le premesse per un futuro interstellare, dobbiamo trovare le motivazioni di lungo termine che risveglino l’interesse e suscitino l’entusiasmo della gente, in modo da essere certi che sosterrà quest’impresa.

Ma capisco il tuo punto di vista, Michael. Il volo interstellare è qualcosa di radicalmente diverso dalle idee interplanetarie di von Braun. Per queste ultime l’aspettativa era che potessero realizzarsi nel giro di pochi decenni. Se seguiamo il tuo suggerimento e prendiamo come base di partenza il sistema solare esterno, allora queste missioni precorritrici possono assumere una funzione trainante, specialmente in quanto collegate alla necessità percepita di una difesa planetaria. In tutto ciò si inserisce bene la tua idea di una IA: siamo in grado di produrre un veicolo spaziale guidato dalla più sofisticata intelligenza artificiale mai creata e mandarlo laggiù, come avanguardia dei nostri sforzi per costruire un’infrastruttura in grado di affrontare gli spazi profondi?

Potremmo considerarla una leggenda per il prossimo futuro, in quanto i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale potrebbero diventare interessanti per questo obiettivo nel giro di pochi decenni. Nel frattempo, stiamo cominciando a testare la tecnologia delle vele solari, che potrebbero servire da propulsione in una missione precorritrice volta a studiare le regioni più esterne del sistema solare, aiutandoci inoltre a mettere a punto le diverse opzioni in termini di propulsori in grado di raggiungere eventuali oggetti pericolosi mentre sono ancora lontani dalla Terra. Il grande progetto Marte di von Braun si sviluppò in un’epoca in cui le tensioni provocate dalla Guerra Fredda erano elevate, e quindi la nozione di pericolo ebbe facile presa sul pubblico. In questo caso, la minaccia non è di natura militare bensì naturale, sotto forma di oggetti vaganti potenzialmente distruttivi. Ciò che dà forma alla minaccia è proprio quanto poco sappiamo non solo sulla Fascia di Kuiper ma anche, come affermi, sulla dinamica della nube di comete che circonda il sistema solare.

Dunque forse questa è la nostra leggenda. Abbiamo bisogno di qualcosa come l’Esploratore Interstellare Innovativo di Ralph McNutt, una missione precorritrice messa a punto come banco di prova sia per il sistema di propulsione che per l’intelligenza artificiale. La nostra leggenda comporterebbe di continuare sulla strada delle vele solari, proprio come la leggenda di von Braun prevedeva di costruire razzi a propulsione chimica ancora più grandi. Includerebbe inoltre telescopi spaziali per identificare i potenziali pericoli, mettendo in campo la passione tipica dell’uomo per l’esplorazione, man mano che spingiamo le nostre sonde sempre più nelle profondità del Sistema Solare. Il nostro jolly potrebbe essere l’identificazione di una nana bruna più vicina delle stelle di Alpha Centauri.

Ma c’è un problema. Nel tuo documento fai una serie di raccomandazioni su come la comunità interstellare dovrebbe procedere. Siamo entrambi d’accordo su quella più eclatante: lasciare gli esseri umani fuori dall’equazione. Sono convinto che a breve termine siano fuori questione missioni verso il sistema solare esterno guidate dall’uomo, ma la necessità di una difesa per il nostro pianeta non aspetterà. Se i viaggi nello spazio profondo utilizzeranno soltanto gli strumenti della robotica, riusciremo a rendere appetibile questo concetto presso il grande pubblico? Forse la presa che von Braun ha avuto così a lungo sulla gente sta nel fatto che immaginò l’atterraggio di uomini in carne e ossa nei vasti deserti di un pianeta Marte come quello dipinto da Bonestell?

MM: Hai ragione, Paul, quando affermi che il fascino di von Braun risiedeva nella visione di un atterraggio umano su un pianeta Marte simile a quello illustrato da Bonestell. È ancora così.

Quando ci riferiamo alle leggende di eventi non ancora avvenuti, dovremmo includere le aspettative su ciò che la nostra astronave esplorativa potrebbe trovare. Le immagini prodotte dai pionieri della cosiddetta “arte spaziale” e dagli altri illustratori hanno svolto un ruolo importante nel creare le aspettative su quanto le prime missioni spaziali avrebbero scoperto. Chesley Bonestell (e prima di lui Lucien Rudaux) ci hanno raffigurato gli altri mondi del nostro sistema solare molto prima che le nostre tecnologie vi arrivassero. Mentre alcune di queste immagini erano basate su presupposti sbagliati (ad esempio i canali di Marte), esse stimolarono un’intensa curiosità. Io stesso all’inizio ho tratto ispirazione dal libro del 1949 di Willy Ley La conquista dello spazio, illustrato da Bonestell. Al giorno d’oggi artisti e illustratori possiedono strumenti di gran lunga più sofisticati per creare le loro affascinanti raffigurazioni. Possiamo già osservare con quale varietà creativa gli artisti stiano immaginando i pianeti che orbitano intorno ad altre stelle, cioè i presunti obiettivi delle nostre sonde interstellari.

Uno dei fattori che attrasse molta gente verso l’esplorazione spaziale di prima generazione fu la potenza dei razzi, che era alla base della visione di von Braun. Oggi riconosciamo tutti che la propulsione chimica non sarà sufficiente per le missioni fuori dal nostro sistema solare. Mentre le vele solari hanno indubbiamente una forte attrazione estetica, esse rimangono comunque un mezzo di trasporto lento. Abbiamo bisogno di un altro paradigma di potenza, forse basato sulla fusione.

Siamo in grado di prevedere quali eventi potrebbero aiutare o frenare l’idea di viaggio interstellare? Il più ovvio sarebbe la scoperta di un pianeta simile alla Terra orbitante intorno a una stella vicina. Un altro potrebbe apparire a prima vista negativo: la riduzione dei finanziamenti a lungo termine per le agenzie spaziali e di ricerca. Questi tagli potrebbero portare a una riduzione delle missioni sia in termini di dimensioni che di numero, con un allungamento dei tempi tra l’una e l’altra.

Suggerisco di guardare alla questione da un’altra angolazione. Gli ideatori delle missioni e gli ingegneri che progettano le astronavi ne trarrebbero un potente incentivo a dotare le loro macchine di una durata di vita e di utilizzo molto più lunga. Invece di tre anni, perché non venti? E chi utilizzerà queste astronavi (proprio come i ricercatori responsabili dei progetti) dovrebbe adottare una prospettiva a lungo termine. Questi piccoli passi verso le profondità del tempo saranno necessari quando cominceremo l’esplorazione interstellare.

A te.

PG: Mi fa sempre piacere parlare con qualcuno che capisce come fare di necessità virtù. Penso che sia un approccio positivo a un problema ineludibile: se siamo costretti dai budget e dalle economie ad avere missioni meno numerose e più piccole, allora cerchiamo di imparare come rendere le astronavi di prossima di generazione abbastanza robuste da essere operative per periodi più lunghi. Se come risultato i responsabili dei progetti faranno propria una visione strategica proiettata in un futuro lontano – se cominciamo a pensare a una missione in termini non di 40 anni al massimo, ma di 50 o 60 – allora tanto di guadagnato.

Nella relazione che hai presentato al congresso “100 Year Starship 2011”, hai osservato che in qualsiasi momento possono accadere eventi fortuiti in grado di produrre importanti ricadute positive. Quando la Seconda Guerra Mondiale stava volgendo al termine pochi avrebbero pensato che sarebbero seguiti decenni di Guerra Fredda, tuttavia i fattori geopolitici hanno avuto un ruolo fondamentale nel volgere l’attenzione delle superpotenze verso la conquista dello spazio, considerata come motivo di prestigio nazionale. E la scoperta continua di pianeti al di fuori del sistema solare sta avvicinando nuovamente il pubblico all’idea dei viaggi interstellari. In effetti, quando mi vengono rivolte domande a proposito di un qualche pianeta extrasolare (esopianeta), invariabilmente la domanda successiva è: “Quando saremo in grado di arrivarci?”.

Non sappiamo cosa accadrà nel futuro, ma l’esempio dei due Voyager ci mostra che nell’esplorazione spaziale è già in atto una continuità di lungo periodo. Il Voyager ci dice che siamo in grado di costruire veicoli che durino a lungo, e che l’idea di una missione stellare protratta per decenni, se non addirittura per un secolo, non può essere cassata sulla base di un’inaffidabilità dell’equipaggiamento. Ho il sospetto che qualora SETI fallisse nei suoi tentativi di individuare una civiltà extraterrestre, e allo stesso tempo si scoprisse un mondo abitabile entro 20 anni luce dal Sole – ammesso che tale mondo esista (e dall’analisi statistica di Claudio Maccone sembrerebbe scarsamente probabile) – questo favorirebbe enormemente la costruzione di un consenso pubblico verso una prospettiva interstellare. Il tipo di consenso che potrebbe un giorno portare a una missione.

Dopo tutto, potrebbe essere necessaria una sonda per dare una volta per tutte una risposta alla domanda se c’è una vita là fuori. Un pianeta con tutte le caratteristiche in grado di consentire una vita come la conosciamo noi, e che mostri una possibile firma biologica, potrebbe essere la nostra migliore possibilità di trovare forme di vita completamente aliene, sia pure non intelligenti. La curiosità generata dalle scoperte astronomiche, SETI, e il nostro bisogno di esplorare possono insieme generare quella che tu definisci “una grande strategia inarticolata” che dia forma al nostro posto nell’universo, nell’ambito della quale il nostro comune interesse verso la sopravvivenza della specie può giocare un ruolo importante.

Ti lascio le ultime battute, Michael, ringraziandoti per i tuoi stimolanti suggerimenti. Possiamo concludere con questa domanda: hai scritto che – in una prospettiva temporale di lunghissimo periodo – il volo interstellare potrebbe essere il modo in cui l’intelligenza riesce a sfuggire all’evoluzione stellare. Se non dovessimo mai scoprire un’altra civiltà fra le stelle, potremmo considerare il volo interstellare come un obbligo morale al fine di assicurare la sopravvivenza dell’intelligenza nella galassia?

MM: Benché io sia uno dei tanti che appoggiano la ricerca scientifica di un’intelligenza extraterrestre, dovremmo riconoscere che le ricerche basate su strumenti scientifici situati sulla superficie terrestre, potrebbero non riuscire a scoprire prove evidenti dell’esistenza di un’altra civiltà in un prevedibile futuro. Questo non proverebbe che un’intelligenza non sia presente da un’altra parte, ma potrebbe scoraggiare coloro che sperano di trarre ispirazione o assistenza da una fonte extraterrestre. Anche se davvero esistessero delle civiltà aliene da qualche parte nella galassia, la nostra incapacità a trovarle con le tecnologie esistenti ci potrebbe lasciare di fatto da soli. Dovremmo risolvere i nostri problemi per assicurare il nostro futuro. Questo potrebbe aiutare a resuscitare l’antropocentrismo che SETI ha messo in discussione per mezzo secolo.

Sono d’accordo con la tua idea che il fallimento di SETI unito alla scoperta di un pianeta abitabile entro 20 anni luce potrebbe generare un radicale spostamento verso quello che potremmo definire un antropocentrismo con uno scopo. Farci carico del nostro futuro potrebbe includere, in una prospettiva lontana, la colonizzazione di un altro mondo.

Questa leggenda di eventi non ancora avvenuti esiste già tra gli amanti della fantascienza e nell’ambito della speculazione sui futuri possibili. Scrittori e cineasti ci hanno già offerto numerose visioni di una umanità espansa, anche se non tutte felici.

Non sappiamo se altri esseri senzienti sfuggono all’evoluzione delle loro stelle. Forse pochi ci riescono. Potremmo costituire un’eccezione, ma soltanto se facciamo i passi necessari in questa direzione.

Noi due non vivremo abbastanza a lungo da vedere il lancio della prima sonda interstellare, tantomeno la prima astronave con equipaggio umano. Scommetto, però, che entrambi sentiamo la responsabilità di fare del nostro meglio per migliorare le prospettive dei nostri discendenti. Incoraggiare il più vasto consenso possibile affinché si cominci a lavorare per tempo a un veicolo interstellare è un contributo piccolo ma necessario.

L’obbligo morale di assicurare la sopravvivenza dell’intelligenza non ci viene imposta da dei o profeti, ma dalle nostre scelte. Chiamatelo pure antropocentrismo, se volete. Io preferisco pensare a noi stessi come agenti morali indipendenti, forse gli unici della galassia. Fino a quando, e a meno che, non scopriamo un’altra civiltà tecnologica, abbiamo una responsabilità eccezionale: quella di imporre le nostre scelte al caso.

Traduzione di DONATELLA  LEVI

Titolo originale: “Spaceflight and Legends: A Dialogue with Michael Michaud” scritto da Paul  Gilster e pubblicato su Centauri Dreams il 16 dicembre 2011.

17 agosto 2012 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Fisica, Volo Interstellare | , , | Lascia un commento

In arrivo a San Marino i nuovi cercatori di civiltà aliene

Comunicato stampa n.6
10/08/12 – prot. 06/12/rf

Dicono che Gerry Harp conservi perennemente una bottiglia di champagne in ghiaccio, per ogni evenienza. L’attuale uomo di punta del SETI Institute conferma che ogni due anni la bottiglia viene bevuta per festeggiare i risultati conseguiti fino ad allora, e sostituita con una nuova. Nato professionalmente come fisico dei semiconduttori, si è occupato con successo di meccanica quantistica e di olografia. La conversione alla radioastronomia e al SETI deriva dall’incontro con la leggendaria Jill Tarter, di cui è diventato assiduo collaboratore, e che pochi mesi fa ha sostituito nel prestigioso incarico di Direttore delle Ricerche del SETI Institute.

Per Harp non saranno rose e fiori. Di finanziamento pubblico non si parla più da anni. Paul Allen, co-fondatore di Microsoft, dopo aver finanziato la nascita del radiotelescopio ATA (Allen Telescope Array, appunto), si è ritirato dall’impresa quando poco più del 10% dell’impianto era stato costruito. Unico strumento al mondo a essere stato progettato specificatamente per la ricerca di segnali di provenienza extraterrestre, una volta completato l’ATA non sarà costituito da un unico piatto, ma da un insieme di 350 elementi che potrebbe rivaleggiare con un piatto di 100 metri di diametro. Ma la vera forza dell’ATA sta nella sua elasticità di utilizzo, che gli consente di lavorare anche con solo 42 elementi disponibili (seppure a prestazioni ridotte), e alle sue grandi qualità come interferometro. “L’attività di ricerca che stiamo facendo oggi non è nemmeno paragonabile con quella che si faceva 35 anni fa – ha dichiarato Harp in una recente intervista rilasciata a IEEE Spectrum – Stiamo passando al vaglio un mucchio di segnali in più, e monitoriamo milioni e milioni di frequenze contemporaneamente. La ricerca continua a espandersi a un ritmo esponenziale, il doppio di quello previsto dalla legge di Moore.” Con Harp il SETI sta entrando in una nuova era.

Quando gli chiesero dove aveva lavorato prima di venire alla Berkeley, rispose: “A letto, con il mio computer portatile”. Andrew Siemion fa parte della nuova leva di astronomi che frequentano il SETI Institute, e, nonostante la giovane età, possiede già un ragguardevole curriculum. Due delle tante relazioni pubblicate in passato sembrano maggiormente in grado di presentare il lavoro di questo giovane scienziato all’attenzione degli space enthusiasts e degli astrofili italiani.

 L’attuale e la futura strumentazione SETI in gamma radio e ottica, dove Siemion firma per primo, insieme ad altri 15 scienziati. L’articolo descrive il “Search for Extraterrestrial Emissions from Nearby Developed Intelligent Populations Spectrometer (SERENDIP V.v)”, recentemente entrato in servizio, e due strumenti in via di sviluppo: il “Heterogeneous Radio SETI Spectrometer” (HRSS) per osservazioni in gamma radio, e l’ “Optical SETI Fast Photometer” (OSFP), per quelle in gamma ottica.

L’identificazione dei segnali “candidati” e la rimozione delle interferenze in seti@home . Ad aprile 2010, i numerosissimi volontari del progetto avevano rilevato oltre 4,2 miliardi di potenziali “segnali” nei dati raccolti dal telescopio di Arecibo a partire dal 1999. Anche se è molto probabile che tutti questi candidati non siano altro che rumori casuali e radiointerferenze, esiste ancora una pur minima possibilità che in quell’enorme quantità di dati sia effettivamente nascosta la registrazione di una trasmissione extraterrestre. L’articolo descrive il processo di rimozione delle interferenze e i metodi in uso per identificare i segnali candidati meritevoli di ulteriori investigazioni.

Per informazioni contattare San Marino Scienza
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Organizzatori: San Marino Scienza.  CVB – Convention & Visitors Bureau – San Marino.  IAA – International Academy of Astronautics.

Collaboratori scientifici: UAI – Unione Astrofili Italiani. Radiotelescopi di Medicina. SETI ITALIA – Team G. Cocconi. IARA – Italian Amateur Radio Astronomy. FOAM13 – Fondazione Osservatorio Astronomico Messier 13.  Carnevale della Fisica.  Associazione Culturale Chimicare. Carnevale della Chimica. Il Tredicesimo Cavaliere. Storie di Scienza.

Sponsor: Banca Agricola Commerciale – San Marino.  Asset Banca – San Marino.

11 agosto 2012 Posted by | 4th Symposium IAA - SETI, Astrofisica, Carnevale della Chimica, Carnevale della Fisica, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , | Lascia un commento

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