Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

La terraformazione di Marte

“Terraformare” è un procedimento di ingegneria planetaria diretto a migliorare la capacità di un ambiente extraterrestre di sostenere la vita come noi la conosciamo. La terraformazione avviene per gradi e trasformare l’ambiente originario in una biosfera perfettamente abitabile dagli esseri umani sarebbe, se effettivamente praticabile, solo l’ultimo di una serie di passaggi. Sebbene Marte si presenti oggi come un deserto freddo e inospitale, nel Sistema Solare sembra essere il miglior candidato per una terraformazione almeno parziale. Infatti le caratteristiche di base del Pianeta Rosso, come densità, gravità, dimensioni, parametri orbitali, ecc, sono comunque biocompatibili.

Primo livello: ecopoiesis

Nato negli anni ’40 in ambito fantascientifico, il concetto di terraformazione è entrato a far parte del vocabolario scientifico a partire dagli anni ’70. In quel periodo, infatti, in seguito ai successi delle sonde Mariner e Viking, Carl Sagan e altri pionieri avevano creato i primi modelli matematici computerizzati dell’atmosfera e del clima marziani, utili anche per simulare il processo di terraformazione. Grazie all’enorme mole di dati raccolta nelle successive missioni, oggi possiamo disporre di modelli così dettagliati di Marte da non avere nulla da invidiare agli analoghi terrestri.

Oggi Marte può quasi certamente essere considerato un pianeta sterile. Di sicuro è un ambiente estremo, del tutto inadatto a ospitare la vita, almeno in superficie. La sua tenue atmosfera, composta quasi esclusivamente da anidride carbonica, e l’assenza di un campo magnetico, rendono impossibile difendersi dai raggi cosmici e dalla radiazione ultravioletta proveniente dal Sole. Inoltre il freddo intenso confina l’acqua in grandi riserve sotterranee e ai poli, sotto forma di ghiaccio. Gli scienziati sono d’accordo sul fatto che il primo livello di terraformazione potrà dirsi raggiunto quando la massa atmosferica sarà accresciuta tanto da ridurre significativamente l’entità delle radiazioni che giungono al suolo, l’acqua allo stato liquido sarà disponibile in superficie, e la temperatura al suolo sarà aumentata di circa 60 gradi. In pratica, le condizioni di Marte assomiglierebbero a quelle della Terra nel periodo pre-Cambriano: una biosfera completa e autonoma, capace di sostenere la vita di microrganismi anaerobici. Questo primo livello di terraformazione viene chiamato ecopoiesis e potrebbe essere raggiunto nel volgere di 100 – 200 anni.

(nell’immagine a sinistra: i numeri di Marte in valore assoluto e comparato a quello della Terra). Per un colono umano vivere in un ambiente del genere piuttosto che in quello attuale presenterebbe indubbi vantaggi, basti pensare che l’acqua allo stato liquido presente in superficie in grande quantità, potrebbe soddisfare tutte le necessità di un insediamento permanente ed essere utilizzata anche per generare energia elettrica. I coloni potrebbero muoversi in esterni senza tuta spaziale, basterebbe un semplice respiratore. La creazione di una agricoltura marziana è stata oggetto di indagine da parte del neozelandese Michael Mautner della Lincoln University. Egli ha dimostrato che colture di tessuti di asparago e patata possono effettivamente crescere su un terreno composto da meteoriti di origine marziana finemente triturate. Non solo alcune piante possono prosperare in un terreno di laboratorio analogo al regolite marziano, ma possono farlo anche certi microrganismi: dopo essere stati gli antesignani della vita sulla Terra, potrebbero ricoprire lo stesso ruolo anche su Marte.

Ingegneria planetaria applicata

Dunque, come realizzare l’ecopoiesis sul Pianeta Rosso? Con un galoppante effetto serra, è stata la risposta della maggioranza degli esperti dell settore, cioè liberando la grande quantità di anidride carbonica presente nella regolite che copre tutto il pianeta. Robert Zubrin e Christopher McKay hanno presentato nel 1993 un modello matematico secondo il quale si instaura il seguente ciclo, innescato da un intervento di ingegneria planetaria:

  1. intervento umano

  2. aumento della temperatura

  3. gassificazione dell’anidride carbonica

  4. aumento della massa atmosferica

  5. aumento della pressione atmosferica —> 2

E’ un circolo virtuoso in grado di autoalimentarsi fino all’esaurimento delle riserve di anidride carbonica. A seconda dell’entità di tali riserve, alla fine del processo si ottiene una pressione compresa tra 800 millibar e 3 bar, in corrispondenza di una temperatura compresa tra -23 e +7 gradi Celsius e oltre.

(nell’immagine a sinistra: l’effetto serra su Marte). La scelta del metodo migliore per innescare l’effetto serra appena descritto è un problema sul quale si registra tra gli scienziati una grande difformità di opinioni, e quindi sono allo studio molti progetti diversi. Inoltre va sottolineato che nessuna delle tecnologie esposte qui di seguito è oggi pienamente disponibile, ma è ragionevole pensare che alcune lo saranno al più tardi entro la fine del secolo. Non stiamo quindi lasciando il metodo scientifico per il mondo della fantasia, ma speculando sul futuro prossimo di una scienza giovane, la terraformazione.

L’astronomo inglese Paul Birch ha ideato un progetto per “l’accensione” dell’effetto serra che non esiterei a definire ciclopico. Si tratta di costruire uno specchio di 125 km di raggio, capace di innalzare la temperatura del polo sud marziano di 4 gradi, sufficiente a rendere di nuovo gassosa l’anidride carbonica lì imprigionata sotto forma di ghiaccio secco. Lo specchio, se posizionato sullo zenit del polo sud a 214.000 km dal pianeta, non in orbita, bensì nella cosìdetta posizione “pole sitter”, potrebbe riscaldare la calotta sferica del pianeta a partire dai 70 gradi di latitudine. L’enorme speccho sarà costruito in tessuto Mylar da 4 micron di spessore, come una vela solare, e rivestito in alluminio per complessive 200.000 tonnellate. Le dimensioni e il peso di un simile oggeto ne rendono la costruzione sulla Terra del tutto impensabile, quindi per realizzarlo si dovrà attendere di poter disporre di impianti estrattivi e manifatturieri nello spazio, magari sulla Luna. E da come fervono i preparatvi per una nuova “Moon Race”, zeppa di nuovi protagonisti (Cinesi, Giapponesi, Indiani, Europei, compagnie private) potremmo non dover aspettare troppo a lungo.

L’anidride carbonica non è il solo gas serra, né il più efficiente. C’è, per esempio, la grande famiglia dei clorofluorocarburi (CFC), messi fuori legge negli anni ’80 perché riconosciuti responsabili del “buco nell’ozono” che colpì l’atmosfera sopra l’Antartide. I CFC, come gas-serra, sono molto più efficienti dell’anidride carbonica, e, da uno studio di Lovelock e Allaby del 1984, ripreso nel ’93 da McKay, apprendiamo che, grazie a essi, l’effetto serra planetario potrebbe essere innescato in soli 20 anni, ma a costi oggi improponibili, perché richiederebbe la costruzione di fabbriche per la produzione dei gas serra direttamente sul suolo marziano.

Fin qui ho esaminato i due più noti metodi per dare inizio alla terraformazione di Marte, ma ne voglio citare un terzo, un metodo ibrido, che potrebbe servire a tagliare i tempi per raggiungere l’ecopoiesis, a costi accessibili. Una volta che il mega-specchio o i CFC fossero riusciti a far apparire un po’ d’acqua in superficie, si potrebbero spargere due tipi di batteri, segnalati per la prima volta da Sagan e Pollack neli anni 60. I batteri del primo tipo sono in grado di ottenere ammoniaca da acqua e azoto (si pensa che grandi quantità di azoto siano imprigionate nella regolite marziana, come accade all’anidride carbonica). L’altro tipo di batterio, invece, usa acqua e anidride carbonica per ottenere metano. I due gas così ottenuti offrono protezione contro i raggi UV, e sono anche gas serra molto efficienti. Spargere questi batteri su un terreno umido di estensione pari all’1% della superfice del pianeta, basterà a produrre ammoniaca e metano in quantità sufficiente a riscaldare il pianeta di 10 gradi in 30 anni.

La lista dei possibili interventi di “accensione” è ancora lunga, quindi mi limiterò a elencarne le voci, per la curiosità dei lettori: 1) Cambiare l’eccentricità dell’orbita di Marte 2) Cambiare l’inclinazione dell’asse di rotazione 3) Cambiare il ciclo di precessione 4) Incanalare nell’atmosfera nuclei cometari ricchi di elementi volatili 5) Allo scopo di diminuire l’albedo del terreno sottostante, irrorare le calotte polari con grani di polvere scura che assorbono il calore, oppure introdurre piante bioingegnerizzate 6) introdurre microrganismi bioingegnerizzati per alterare la composizione dell’atmosfera.

Una volta raggiunta la piena ecopoiesis, sappiamo che i vantaggi per i futuri coloni saranno già molto rilevanti. Il passo successivo verso la totale terraformazione consisterebbe nella radicale trasformazione dell’atmosfera, iintroducendo ossigeno e azoto, ed eliminando anidride carbonica. Si tratta evidentemente del ben noto processo della fotosintesi clorofilliana, grazie al quale le piante della Terra forniscono ossigeno al mondo animale. Può il ciclo della fotosintesi essere instaurato anche su Marte, e il suo siluppo accelerato in modo da ottenere risultati tangibili in tempi umani e non geologici? A questa e ad altre domande i lettori potranno trovare risposta attingendo all’ampia documentazione disponibile in linea. Noi passiamo ad altri argomenti, non prima però di aver consigliato la lettura dell’imperdibile “The Case for Mars – La questione Marte” di Robet Zubrin e Richard Wagner, nell’edizione italiana realizzata da Mars Society Italy.

Quattro scuole di pensiero

Nel corso degli anni 70, concluso il Progetto Apollo, acquistarono una certa popolarità le proposte di Gerard K. O’Neill. Professore di fisica a Princeton e inventore di successo, era noto per i suoi progetti di insediamenti orbitanti intorno alla Terra, alla Luna, e al punto di librazione EML-5. Nel corso del dibattito che si sviluppò intorno alle sue proposte, per la prima volta l’opinione pubblica fu messa di fronte a problemi di etica ambientale relativi ad insediamenti nello spazio, sebbene a un livello piuttosto superficiale. Ma ben presto fu chiaro che la NASA non avrebbe mai dato alcun supporto alla causa di O’Neill e l’interesse del pubblico, nel corso del decennio successivo, si spostò su Marte, attirato dal successo del programma Viking e dal fatto che in questo caso si trattava di discutere sugli aspetti etici di un intervento di ingegneria ambientale su un intero pianeta. Marte poteva essere considerato come una potenziale proprietà immobiliare, oppure come un patrimonio ambientale unico, che doveva essere preservato? E quali diritti andavano riconosciuti a una forma di vita marziana, magari dei microrganismi, o a una ipotetica biosfera? Il dibattito ha profondamente coinvolto la comunità scientifica e sono emerse quattro scuole di pensiero:

  • Antropocentrismo. E’ una rivisitazione in chiave ambientalista dell’omonimo sistema filosofico e religioso che trova origine nel mondo antico. Solo gli esseri umani hanno diritti, perchè sono gli unici membri della biosfera a essere in grado di pensare razionalmente e agire moralmente. La natura è semplicemente una risorsa da sfruttare, a disposizione esclusiva dell’Uomo che può farne ciò che vuole. Animali, piante, l’intera biosfera non hanno alcun valore se non quello di essere utili all’Uomo. E Marte? Se è più utile come seconda casa che come deserto arido e freddo, allora venga pure terraformato, sarà per una giusta causa.

  • Zoocentrismo. Pochi potrebbero negare oggi che gli animali dotati di sistema nervoso e cervello evoluti, come i mammiferi e i primati, siano dotati di coscienza individuale e capaci di provare piacere e dolore. Gli zoologisti chiedono che gli animali più evoluti vengano considerati esseri senzienti al pari degli Umani, e siano quindi riconosciuti loro almeno dei diritti di base. Su Marte non sono state trovate forme di vita animale evoluta, quindi gli zoologisti dovrebbero essere sfavorevoli a progetti di terraformazione.

  • Ecocentrismo. La vita è sacra in tutte le sue forme, anche le più umili, e gli esseri umani non sono visti come esseri superiori, ma come membri paritari di un ecosistema, e il loro progresso scientifico e tecnologico viene guardato con sospetto. Anzi, gli ecocentristi chiedono che l’attuale civiltà basata sui consumi venga trasformata in senso ecosostenibile, la popolazione venga ridotta, e si adotti uno stile di vita in armonia con la natura. Nessuna obiezione di principio alla terraformazione di un pianeta sterile come Marte, ma interesse per la creazione di una nuova biosfera.

  • Preservazionismo. La natura deve essere rispettata per quello che è, senza dare importanza al contesto. Il cosmo ha un suo valore intrinseco, che gli conferisce il diritto di essere presevato da ogni interferenza umana. L’esplorazione dello spazio andrebbe fatta in punta ddi piedi, con un sacro rispetto per l’unicità di ogni cosa, in uno stato di meditazione contemplativa, dimenticando progetti di terraformazione e insediamenti extraterrestri.

Per completezza, ho raccolto qui di seguito l’opinione degli autori di una parte delle fonti di cui mi sono servito per questo articolo.

Robert H. Haynes, genetista e biofisico canadese, è stato il primo a rendersi conto che la terraformazione di Marte poteva essere l’arena ideale in cui dar vita a una nuova etica cosmocentrica, e si è schierato a favore, a condizione che Marte fosse risultato sterile. In caso contrario, ha proposto che gli esseri umani debbano “impegnarsi in attività tecnologiche atte ad aumentare le capacità di sopravvivenza di qualsiasi organismo indigeno, e promuovere cambiamenti globali che avrebbero permesso di massimizzare la ricchezza e la diversità delle forme di vita marziane.”

Robert Zubrin, fondatore della Mars Society: ”Direi che un fallimento nella terraformazione di Marte costituirebbe un fallimento nel far onore alla nostra natura umana e un tradimento della nostra responsablità in quanto membri della comunità stessa della vita. Oggi la biosfera vivente (della Terra, ndr) ha la capacità di espandere la sua portata per andare a comprendere un intero nuovo mondo.”

Martin Beech, La Regina University, Canada: “La scoperta di microrganismi su Marte dovrebbe o comunque potrebbe cambiare il nostro punto di vista rispetto all’esplorazione e alla terraformazione del pianeta? Ricoscendo che sull’argomento esistono molte opinioni diverse, tutto ciò che si può fare è mettere le carte in tavola, e la risposta sarà: non fermatevi, continuate a esplorare.”

Martyn J. Fogg, astrofisico, esperto in ingegneria planetaria, Londra: “Non c’è nessuna obiezione morale fondamentale a che la vita sia portata su Marte, piuttosto che abbia avuto origine lì, o vi sia arrivata accidentalmente. Se la vita comincia quando Marte si trova nella sua mezza età geologica, piuttosto che nella sua giovinezza, è una questione di tempismo piuttosto che di morale. La vita può cambiare Marte, ma non togliergli la sua unicità. Con questo non voglio dire che non esistono problemi morali insiti nella creazione di insediamenti spaziali, ma c’è modo e modo di agire in proposito.”

Fonti:
R. Zubrin, R. Wagner “The Case of Mars – La questione Marte” Aldebran Ed.
M. Beech, “Terraforming: the Creating of Habitable Worlds” Springer Ed.
Robert H. Haynes, “How Might Mars Become a Home for Humans?” Articolo
Martyn J. Fogg, “Terraforming Mars: a Review of Research” Articolo
Martyn J. Fogg, “The Ethical Dimensions of Space Settlement” Documento

Per le  immagini si ringraziano Martyn J. Fogg, Praxis Ed, Aldebran Ed.

Questo articolo rappresenta il nostro contributo a “Il Carnevale della Fisica” #19

28 Mag 2011 Posted by | Carnevale della Fisica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | 8 commenti

Dopo Ikaros, dove? Future missioni per le vele solari

Mentre Ikaros (figura a sinistra) ha dimostrato di saper catturare la radiazione solare e di accelerare sotto la sua pressione, ed è ora impegnato in una lunga serie di test di navigazione, dalla Planetary Society giungono notizie confortanti sul Progetto Lightsail. L’assemblaggio della prima delle tre vele procede nei tempi stabiliti, anche se non c’è ancora una data di lancio ufficiale. Comunque, se i voli di collaudo in orbita terrestre di Lightsail-1 e 2 dovessero rivelarsi dei successi senza ombre, allora si potrebbe installare su Lightsail-3 un’adeguata strumentazione per condurre ricerche e osservazioni del Sole, e inviarlo al punto L1 Sole – Terra. Ben più ambiziosa, invece, la missione prevista per Ikaros-2: raggiungere e studiare i cosidetti “Asteroidi Troiani”, situati ai punti L4 e L5 Sole – Giove. L’orbita del gigante gassoso viene considerata il limite operativo per le vele solari, al di là del quale la pressione della radiazione solare sarebbe insufficente a garantire buone prestazioni. Perciò il secondo Ikaros sarà molto diverso dal primo: la vela avrà un diametro di 50 metri e forma floreale (la cosidetta configurazione “heliogyro”) e la sonda sarà dotata anche di un motore a ioni, alimentato dall’energia elettrica generata dalla stessa pellicola fotovoltaica che viene sperimentata oggi sul primo Ikaros. Ma, dato che l’attenuazione della radiazione solare ridurrà l’efficienza della pellicola a solo il 4%, basterà questo a far funzionare il motore a ioni? Si vedrà, il lancio è previsto negli ultimi mesi del 2010 (leggi: intorno al 2019 – addendum 06/02/11). Si noti infine che la decisione di inviare sia Lightsail che Ikaros a posizionarsi su dei punti lagrangiani non è affatto casuale. Tali punti, infatti, sono tutt’altro che stabili, e la loro posizione può cambiare sotto l’influsso di forze diverse, obbligando eventuali sonde che volessero mantenersi in librazione a frequenti correzioni di posizione. Strutturalmente libere da ogni problema relativo al propellente, le vele solari sono quindi candidate ideali per missioni dirette ai punti lagrangiani.

Il campo magnetico terrestre fa da scudo al pianeta contro i raggi cosmici e il vento solare. Oltre ad essere dannoso per gli organismi viventi in superficie, nei periodi di intensa attività del Sole, i cui picchi si verificano ogni 11 anni circa, il vento solare può causare seri problemi a qualsiasi impianto non schermato e ai satelliti in orbita geostazionaria. Il campo si estende nello spazio formando la magnetosfera (figura a sinistra), che presenta una forma allungata, orientata costantemente verso il Sole, compressa nella zona giorno e molto allungata nella zona notte, e un’intensità sempre variabile. La magnetosfera è attualmente oggetto di studio della missione Cluster dell’ESA, composta da 4 sonde che volano in formazione, lanciate nel 2000 e operative almeno fino al 2012, e della sonda cinese Double Star. Geosail è il nome della missione ESA che dovrebbe proseguire le ricerche sulla magnetosfera, quando la costellazione Cluster non sarà più operativa, e nello stesso tempo costituire un completo test di collaudo per una vela solare. Un lanciatore posizionerà la sonda in orbita geostazionaria, dove la vela verrà dispiegata, e darà inizio a un lento processo di modifica della traettoria. In 6-18 mesi Geosail si trasferirà su un’orbita fortemente ellittica con perigeo a 70.000 km e apogeo a 147.000 e l’asse maggiore allineato con quello della magnetosfera, in direzione del Sole. E non basta: a causa del moto di rivoluzione della Terra, l’asse della magnetosfera cambia continuamente direzione per mantenere l’allineamento col Sole. Per mantenersi a sua volta in asse con la magnetosfera, Geosail dovrà compensare tali variazioni modificando la propria orbita in ragione di 1 grado al giorno circa. Una simile missione sarebbe improponibile per una sonda equipaggiata con motori a razzo, ma sembra invece tagliata su misura per una vela solare di modeste dimensioni, diciamo tra i 30 e i 50 metri di diametro, e una massa tra gli 80 e i 200 kg, uno scherzo a confronto dei 1200 kg di un Cluster, di cui la metà era rappresentata dal carico di carburante (fig sinistra: orbita Geosail)

Lo studio della magnetosfera viene considerato uno dei settori di punta della ricerca spaziale e Geosail non è l’unico progetto dedicato a esso. Una valida alternativa potrebbe essere, sempre in ambito ESA, il Progetto Constellation, che prevede di popolare la magnetosfera con ben 35 aquiloni solari di forma quadrata (figura a destra),con superfice pari a 25 mq e un carico utile di peso inferiore al kilo, comprendente un magnetometro, un sensore per le polveri spaziali, e rilevatori del plasma e dei protoni del vento solare. Piazzati nei punti strategici, gli aquiloni realizzeranno una rete in grado di monitorare costantemente la magnetosfera nei suoi valori di base, in tempo reale.

L’eclittica è l’orbita che la Terra percorre intorno al Sole, e l’equatore terrestre è inclinato rispetto ad essa di circa 23°. Quando si lancia un veicolo spaziale, generalmente il razzo vettore viene programmato per allinearsi col piano dell’equatore o con quello dell’eclittica. Se si vuole che il veicolo entri in orbita terrestre, sarà più economico sceglierne una a bassa inclinazione rispetto al piano equatoriale, per consentire al veicolo di utilizzare a proprio vantaggio il moto di rotazione della Terra. E’ convenzione, infatti, definire a inclinazione zero l’orbita che giace esattamente sul piano equatoriale, mentre il veicolo spaziale che la percorre si muove nel senso di rotazione del pianeta. Analogamente, se la destinazione si trova al di fuori del campo gravitazionale terrestre, muoversi sul piano dell’eclittica consentirà al veicolo di utilizzare a proprio vantaggio il moto di rivoluzione della Terra, per raggiungere la velocità di fuga. L’orbita con inclinazione pari a 90° viene chiamata Orbita Polare, mentre le orbite con inclinazione maggiore di 90° sono definite retrogade. L’aspetto interessante dell’Orbita Polare è che il satellite, mentre si muove tra i due poli, vede passare sotto di se letteralmente tutta la superfice del pianeta (figura a sinistra). Sebbene non possano esistere orbite polari geostazionarie, è certamente possibile piazzare dei satelliti al di sopra dei poli, anche se a grande distanza dal pianeta, e poi “compensare” con la vela in modo da mantenere invariata la posizione (missione Pole Sitter). Da lì si può controllare tutto l’emisfero corrispondente in tempo reale: niente di meglio per chi si occupa del monitoraggio delle risorse naturali, delle previsioni del tempo, della raccolta dati per qualsiasi operazione di mappatura e naturalmente per l’intelligence militare e quant’altro. Purtroppo però l’Orbita Polare è la più costosa da raggiungere: quei 90 gradi di inclinazione sul piano equatoriale annullano completamente il vantaggio dato dalla rotazione terrestre. Il problema può essere elegantemente risolto utilizzando il lanciatore per raggiungere un’orbita equatoriale di “parcheggio”, e da lì servirsi di una vela solare per regolare a piacere, e a costo zero, l’inclinazione dell’orbita.

La missione Solo-Sail (Solar Orbiter) mi sembra una delle più audaci tra quelle considerate realizzabili con l’attuale livello tecnologico della vela solare. In sintesi, dopo un volo diretto Terra – Sole della durata di 37 mesi, la sonda si inserisce in un’orbita molto ravvicinata (0,172 UA; 1UA=distanza Sole-Terra), in sincronia con l’equatore solare. Da lì, con un ulteriore volo di circa 20 mesi, Solo si sposta in orbita polare, quella definitiva. Per offrire le prestazioni richieste, la vela sarà di forma quadrata, con ciascun lato lungo 167 metri. Siccome in prossimità del Sole la vela dovrà operare a temperature vicine ai 300°C, limite operativo per molti materiali plastici, parte di essa dovrà ricevere un trattamento al cromo, per garantire il controllo della temperatura. In realtà esiste una “vera” missione Solar Orbiter, un confronto tra le due può essere istruttivo.

Vorrei precisare che tutti i dati qui riportati per illustrare le ipotetiche missioni ESA “sail propelled” provengono da una mia ricerca effettuata su materiale di pubblico dominio messo a disposizione dall’Agenzia stessa. Purtroppo ciò non significa che le missioni ne risultino a loro volta in qualche modo “ufficializzate”. Con l’eccezione di Geosail, che sta effettivamente in fase di studio, posso affermare di non avere né dati, né indizi che possano far pensare a un intervento concreto dell’Agenzia nel settore della vela solare prima del 2015. Ovviamente sarei lieto di essere smentito! E comunque annuncio fin d’ora la pubblicazione a breve termine di un secondo articolo sul tema del dopo Ikaros.

Per concludere, voglio presentare un libro che ho letto e riletto e che rappresenta per me un’abituale fonte di ispirazione. Si tratta di “Solar Sails – A novel approach to interplanetary travel”, di Giovanni Vulpetti, Les Johnson, Gregory L. Matloff, pubblicato in coedizione da Copernicus Books e Praxis Publishing Ltd. Il libro si rivolge a un pubblico non specializzato ed è scritto quindi in uno stile discorsivo, evitando, per quanto possibile, di utilizzare formalismi matematici, o cadere nel gergo tecnico-scientifico. Ho riportato qui di seguito l’indice del libro, sperando di fare cosa gradita ai lettori.

Parte Prima: motori spaziali passato e presente. 1) un’introduzione storica alla propulsione spaziale; 2) il razzo: come funziona nello spazio; 3) il razzo : problemi e limitazioni; 4) propulsione spaziale non a razzo; 5) l’opzione vela solare dall’oceano allo spazio

Parte Seconda: missioni per le vele solari. 6) principi di navigazione spaziale a vela; 7) cos’è una nave spaziale a vela; 8- vele contro razzi; 9) esplorare lo spazio con la vela solare; 10) cavalcare un raggio di luce

Parte Terza: costruzione di un astronave a vela. 11) progettare una vela solare; 12) costruire una astronave a vela; 13) progressi recenti; 14) progetti futuri

Parte Quarta: a vela nello spazio, alcuni aspetti tecnici 15) Sorgenti di luce nello spazio; 16) Utilizzare la spinta prodotta dalla pressione della radiazione eletromagnetica; 17) Traiettorie delle astronavi a vela;18) Vele nello spazio

Fonti e mmagini, courtesy ESA, NASA, The Planetary Society, JAXA

19 luglio 2010 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Scienze dello Spazio | , , , , , , , | 5 commenti

   

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