Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Inedite riflessioni sulle Onde Gravitazionali

Non  è stato  semplice  trovare qualcosa di non banale da pubblicare sulle onde gravitazionali, dopo che tutta la stampa mondiale se n’era occupata estesamente per giorni e giorni. Noi speriamo di esserci riusciti traducendo questo articolo di Paul Gilster, a  mio avviso uno dei più grandi divulgatori e commentatori scientifici del nostro tempo. Articolo che abbiamo intenzione di arricchire nei giorni successivi con alcune schede tecniche.

Einstein Gernsback astronomia LIGO VIRGO RALPH124C41+

Nella foto sono riprodotte le registrazioni dell’evento che ha generato le onde gravitazionali captate dal LIGO. Come si può vedere i primi due tracciati riportano il tracciato dello stesso evento percepito nei due impianti. La terza registrazione è la sovrapposizione delle prime due.

I letttori noteranno quanto frequentemente nell’articolo è citato Kip Thorne: lo è perché, come Gilster, lo stesso  Thorne è tra quelli che da una vita cercano una nuova scienza che possa condurre un giorno l’Uomo  alle stelle. Fisica “esotica” l’hanno chiamata quelli del 100YSS, il movimento interstellare la cui nascita è stata formalizzata nel 2011, nel corso di uno storico meeting. E un’altra delle idee cardine del movimento interstellare, che accomuna Thorne e Gilster, è il riconoscimento alla fantascienza di ricoprire un ruolo che va oltre quello usuale di mera  predizione di eventi futuri, ma che riguarda la creazione di nuove idee e scenari di carattere scientifico, tecnologico, sociale, filosofico.  Non a caso Thorne è stato il principale consulente scientifico del regista Christopher Nolan sul set di Interstellar, e il motto del blog di Gilster suona come “Immaginare e pianificare l’esplorazione interstellare“. Sarà la scoperta delle onde gravitazionali il primo mattone del nuovo edificio della Fisica “esotica”? Nessuno lo sa. Di certo la previsione, o meglio l’augurio, del 100YSS che aveva fissato tra cento anni la data ultima per ottenere un completo business-plan dellla prima nave interstellare, ora appare meno difficile da realizzare.(RF)

“Einstein sarebbe raggiante

Così ha detto France Córdova, direttrice della National Science Foundation, mentre dava inizio alla conferenza stampa sulla scoperta delle onde gravitazionali. E non potrei non essere d’accordo, dal momento che questa scoperta ci fornisce l’ennesima conferma dell’attendibilità della Relatività Generale. Kip Thorne del Caltech (California Institute of Technology ndr.), che ha parlato di fusione di buchi neri già nel lontano 1994 nel suo libro Buchi Neri e salti temporali. L’eredità di Einstein  ha detto nella stessa conferenza stampa che Einstein doveva essersi sentito frustrato dalla mancanza di tecnologie disponibili in grado di rilevare le onde gravitazionali ipotizzate nella sua teoria, una mancanza colmata dopo un secolo grazie al contributo di LIGO.

Thorne è convinto che se Einstein avesse avuto a disposizione gli strumenti giusti avrebbe fatto egli stesso la rilevazione. Ma naturalmente gli strumenti non c’erano! Comunque sia, quel pensiero ha prodotto una strana risonanza per molti decenni dalla comparsa della Relatività Generale (RG), fatto che mostra quanto essa abbia cambiato la natura della nostra visione dell’universo. Nel 1911, appena quattro anni prima che Einstein pubblicasse la RG, Hugo Gernsback iniziò a parlare di onde gravitazionali. Questi, futuro direttore della prima vera rivista di fantascienza Amazing Stories, pubblicò il suo romanzo Ralph 124C 41+ proprio nel 1911, in una rivista chiamata Modern Electrics.

Ecco come, nel periodo di poco antecedente la pubblicazione della Relatività Generale, Gernsback ha parlato delle onde gravitazionali, mentre l’eroe del romanzo, Ralph, rifletteva sul suo ultimo dispositivo:

Si sapeva che alcune correnti ad alta frequenza originerebbero un’interferenza con le onde gravitazionali, poiché nella prima parte di questo secolo era stato provato che la gravitazione era effettivamente una forma d’onda, come quelle luminose o radio. Quando questa interferenza tra i due tipi di onde, ovvero le gravitazionali e le elettriche, è stata scoperta, si è riscontrato che uno schermo metallico caricato da onde elettriche ad alta frequenza in effetti annullerebbe in una certa misura la gravitazione…

E così via. Gernsback fece del suo meglio (e forse perfino troppo), ma come avrebbero potuto i suoi poteri di previsione far fronte alle onde gravitazionali? Dopo tutto, la sua epoca era abituata a trattare i fenomeni elettromagnetici. La Relatività Generale avrebbe presupposto una radiazione gravitazionale che, come le onde elettriche da lui menzionate, viaggiasse attraverso lo spazio alla velocità della luce. Ma le onde gravitazionali sono esse stesse distorsioni, increspature, nello stesso spazio-tempo. Aver rilevato onde gravitazionali, quindi, significa che abbiamo avuto un’altra prova a favore della Relatività Generale in una sorta di radiazione diversa da qualsiasi altra Gernsback avrebbe potuto immaginare.

Finalmente la scoperta

Come per le fluttuazioni di espansione e contrazione dello spazio-tempo, possiamo pensare alle onde gravitazionali come un movimento di compressione e stiramento dello spazio. L’accelerazione dei corpi dovrebbe produrre queste increspature, ma solo gli eventi più vasti – l’esplosione di una supernova, una coppia di stelle di neutroni in fusione, o addirittura la collisione tra due buchi neri – sarebbero sufficienti a produrre onde che siamo in grado di rilevare. L’esperimento condotto presso il Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (LIGO) è stato finalizzato alla ricerca di queste onde per più di un decennio, con un Advanced LIGO più aggiornato in uso dallo scorso settembre e di gran lunga più sensibile rispetto al suo predecessore.

LIGO è impegnato dal 2002 nella ricerca delle onde gravitazionali e ha coinvolto nel lavoro circa 1000 scienziati. L’apparato laser interferometrico, installato presso gli osservatori di Hanford nello Stato di Washington e Livingston in Louisiana, si basa sul fatto che il passaggio di un’onda gravitazionale dovrebbe modificare lo stesso dispositivo, riducendo o ampliando lo spazio tra i due oggetti.

Un singolo fascio laser viene separato in due fasci gemelli, inviati su percorsi diversi perpendicolari tra loro dentro canali sotto vuoto lunghi quattro chilometri, fatti rimbalzare su specchi lungo il percorso e alla fine fatti ricombinare, di nuovo allineati. Il passaggio di un’onda gravitazionale attraverso l’esperimento dovrebbe essere in grado di variare la distanza dei due percorsi, il che significa che i fasci non sarebbero più in allineamento, in breve non si annullerebbero più a vicenda. Le variazioni risultano essere poco più di una piccola frazione dell’ampiezza di un nucleo atomico, ma si sono dimostrate rilevabili.

Una data da ricordare

Ora sappiamo che le prime onde gravitazionali sono state rilevate il 14 settembre 2015 alle 5:51 ora legale orientale (09:51 secondo l’ ora universale, quella del meridiano di Greenwich) in entrambi i siti LIGO. La fusione di un buco nero di 36 masse solari ed un altro di 29 volte la massa del Sole ha creato evidentemente un buco nero di Kerr (buco nero rotante) di 62 masse solari. Si pensa che le tre masse solari perse siano state convertite in energia e rilasciate sotto forma di onde gravitazionali in una frazione di secondo, con un picco di potenza, secondo questo comunicato stampa della National Science Foundation, circa 50 volte superiore a quello di tutto l’universo visibile. Il rivelatore di Livingston ha registrato l’evento 7 millisecondi prima di Hanford.

I due buchi neri si sono scontrati circa 1,3 miliardi di anni fa, in una zona del cielo che può essere determinata solo in modo impreciso, perché abbiamo solo due siti di rilevamento. Ciò nonostante, Gabriela Gonzalez (della Luisiana State University), una portavoce per la partnership LIGO, è stata in grado di indicare il cielo del sud nella regione della Grande Nube di Magellano. C’è da tenere presente che ci sono altri aiuti in arrivo – l’interferometro italiano VIRGO, che sarà vicino alla sensibilità di rilevazione di LIGO entro la fine dell’anno, i rivelatori in preparazione al Japanese Kamioka Gravitational Wave Detector (Kagra) e un altro rivelatore in via di realizzazione a LIGO- India (che potrebbe essere operativo entro il 2022). È da ricordare, inoltre, il satellite LISA Pathfinder (Laser Interferometer Space Antenna) che, lanciato nel mese di dicembre, ha ormai raggiunto il punto di Lagrange L1 Sole – Terra.

buchi neri Einstein Gernsback

Nell’immagine: simulazione di due buchi neri che si stanno fondendo davanti alla Via Lattea. nel suo insieme. Credit: SXS Collaboration.

Verso una nuova astronomia

In altre parole, stiamo per entrate nell’era dell’astronomia delle onde gravitazionali. A partire da questa rilevazione di LIGO, abbiamo già imparato che esistono i buchi neri binari e che essi possono fondersi. Un metodo verificato per rilevare le onde gravitazionali dovrebbe portarci a comprendere le basi di diversi fenomeni astronomici. È difficile accertare quanto diversi perché, come spesso il paragone con il primo strumento di Galileo ci ricorda, cose inaspettate saltano fuori ogni volta che si comincia a osservare con nuovi strumenti. Le onde gravitazionali ci forniscono un modo di vedere nei primissimi momenti dell’universo. E ci offrono sicuramente la via d’accesso dentro processi violenti quali le fusioni tra buchi neri e tra stelle di neutroni, e le esplosioni delle supernove. Così ci muoviamo al di là delle lunghezze d’onda elettromagnetiche – luce visibile, raggi X, raggi infrarossi – in una nuova era.

Ha detto Kip Thorne alla conferenza stampa:

Alla lunghezza d’onda del visibile siamo in grado di vedere l’universo come un luogo tranquillo, come guardare l’oceano in una giornata di bonaccia. Ma il 14 settembre tutto è cambiato. Ora vediamo un oceano di onde che si infrangono nella violenta tempesta creata dai buchi nel tessuto dello spazio e del tempo.

Thorne ha continuato parlando del tipo di scoperte che saranno possibili con i progressi nell’astronomia delle onde gravitazionali, non solo i buchi neri, le stelle di neutroni e le supernove precedentemente menzionati, ma anche la possibile individuazione di stringhe cosmiche provenienti attraverso le diverse parti del cosmo, create dal processo d’inflazione nei primi momenti dell’universo.

Aggiunge Thorne:

Con questa scoperta noi esseri umani ci stiamo imbarcando in un nuovo viaggio meraviglioso, che si propone di esplorare l’aspetto curvo dell’universo, oggetti e fenomeni generati dallo spazio-tempo curvo. La collisione tra i buchi neri e le onde gravitazionali sono i nostri primi bellissimi esempi. 

La distanza temporale tra il primo racconto di Gernsback e la Relatività Generale di Einstein era di quattro anni. Quella tra la rilevazione delle onde gravitazionali e la RG è stata di un secolo, un arco di tempo in cui i fondamenti della Relatività Generale sono entrati a far parte del tessuto della cultura scientifica di base. È utile, come esperimento mentale, proiettarci di nuovo in quell’epoca pre-RG e riflettere su quanto drammatico debba essere stato il cambiamento concettuale provocato da Einstein.

 

Hugo Gernsback obituary photograph published in November 1967 issue of his Radio-Electronics magazine.


Immagine: Ritratto dell’editore di riviste Hugo Gernsback (1884-1967), di Fabian Bachrach (1917-2010). Credit: Wikimedia Commons

Un  esperimento mentale antico

L’esperimento mentale è un modo per vedere come i preconcetti possono essere ribaltati in modo drammatico, che è il motivo per cui a volte ritorno a vecchie storie fuori moda come Ralph 124C 41+ di Gernsback. Si tratta di un romanzo famoso negli annali della fantascienza, ma di lettura ampollosa. Brian Aldiss una volta lo descrisse come un “racconto di cattivo gusto per analfabeti” e il suo autore considerava evidentemente la sua trama come poco più di un trampolino per il suo vero scopo, la descrizione di meraviglie tec iche futuristiche. Gernsback non era un Einstein, ma poi, chi era costui? Era un inventore, un editore con un’ampia gamma di riviste, i cui contributi alla fantascienza furono così grandi da far intitolare il Premio Hugo annuale a suo nome. Era inoltre famoso per pagare ai suoi autori compensi molto bassi (Howard Phillips Lovecraft lo chiamava ‘Hugo il Ratto’). Pochi appassionati di fantascienza oggi hanno letto Ralph 124C 41+, ma quel gusto degli inizi del XX secolo per le previsioni straordinarie di stampo tecnologico trasse impulso da quel libro, stimolando un genere emergente e vivace.

La fantascienza attuale, con tutti i suoi sottogeneri, prende la Relatività Generale come punto di partenza per il futuro, continuando a impicciarsi di come la teoria potrebbe essere estesa in modo utile sia per la scienza che per la trama. È anche possibile che, entro i prossimi cento anni, attraverso l’astronomia delle onde gravitazionali potremmo trovare qualcosa che è profondamente difforme dal pensiero corrente quanto la Relatività Generale lo è stata ai suoi tempi. Quando abbiamo progredito verso la RG non abbiamo abbandonato la fisica newtoniana, l’abbiamo semplicemente messa in un contesto più ampio. Apri una nuova porta sull’universo e le cose accadono. Possiamo solo chiederci che aspetto avranno la scienza, e la fantascienza, tra un secolo a partire da oggi.

L’articolo di riferimento è “Observation of Gravitational Waves from a Binary Black Hole Merger,” Physical Review Letters 116 (11 febbraio 2016) 061102. Si veda anche questo utile riferimento dalla rivista online Physics, dell’American Physical Society: Berti, “Viewpoint: The First Sounds of Merging Black Holes”.

Traduzione di Simonetta Ercoli

Editing di Donatella Levi

 

Titolo originale: “Pondering Gravitational Waves” di Paul Gilster, pubblicaato l’11 febbraio 2016 su Centauri  Dreams

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23 febbraio 2016 Posted by | Astrofisica, Fantascienza, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , | 2 commenti

Come il passato sognava il futuro

Troverete qui a seguire due articoli, uno di Fabrizio Carli ed uno di Antonio Pumilia che in realtà è un mio pseudonimo. Entrambi furono pubblicati su Nigralatebra un blog che curavo qualche anno fa. A parte qualche riferimento temporale non chiarissimo, abbiamo ritenuto di pubblicarli come erano a dimostrazione che prevedere il futuro è un “tricky business” come dicono gli americani, cioè un compito problematico. Noi, io e Carli, non tentavamo di prevedere il futuro, parlavamo di come avevano tentato di farlo altri, per altro sbagliando ma lui in compenso aveva scritto un libro imperniato sulla “nostalgia del futuro che non c’è mai stato”. E questa nostalgia (si noti che l’etimologia del termine è “il dolore del ritorno” in cui il ritorno è la memoria) fa riferimento agli anni 50/60, quando il futuro lo si immaginava prospero, felice, e ricco di invenzioni miracolose, soprattutto nei trasporti.

Quel futuro è arrivato ma non ha portato con sé nulla di quella tecnologia, anche se ne ha portata altra, all’epoca impensabile, quella informatica e delle telecomunicazioni: un qualunque “smartphone” oggi permette di comunicare con qualunque altro telefono sul pianeta, ospita da solo molta più tecnologia e memoria dei “mega cervelli elettronici” che allora avevano solo gli americani nei loro megalaboratori segreti e costa poche decine di euro, moneta che all’epoca era non sognata e inconcepibile anche perché è la prima moneta unica comune in tutta Europa dopo il sesterzio dell’Impero Romano! Per non parlare di Internet. A dire: il futuro, nel bene o nel male, arriva sempre inatteso, almeno tecnologicamente parlando. (Massimo Mongai)

 

RETROMEZZI

di Fabrizio Carli

 

img1(fig. 1)

Ricordo una pubblicità (non ricordo di cosa) con un uomo al centro di una strada deserta che, sguardo alla telecamera, proferiva irritato queste parole (non proprio queste ma il senso era questo): dove sono le auto volanti? Ci avevano promesso automobili senza ruote! Dove sono?

Tutto ciò accadeva pressappoco un anno fa e la prima volta che vidi lo spot mi dissi: è vero! Forse mai come questa volta una pubblicità riusciva a rappresentare, in maniera così adeguata, una mia irritazione assopita.

Negli anni Ottanta ero un adolescente. A quell’epoca per me non esistevano compromessi: il futuro erano macchine volanti o, ancora più avveniristicamente, automobili su cuscinetti ad aria e questo non perché avessi visto film come Metropolis o Thing to Come ma perché l’idea di futuro era trasmessa mediante l’immagine dei mezzi di trasporto. Tutt’al più, per la mia esperienza televisiva, il riferimento iconico era rappresentato dai rover lunari di Spazio 1999 che le ruote le avevano ma ne avevano sei per cui tutto “quadrava”.

Nel mestiere di sceneggiatore per “plasticità” si intende qualcosa come “far vedere” piuttosto che raccontare. Questa è una regola d’oro per chi scrive per la televisione o il cinema. Lo sceneggiatore deve, in sostanza, mostrare qualcosa che, nella maniera più rapida possibile, conduca lo spettatore ad “acclimatarsi” nel contesto di un film. Accade spesso nei film di fantascienza che questa acclimatizzazione avvenga visualmente tra8mite l’immagine di automobili dalle forme futuribili o da più o meno fantasiosi mezzi di trasporto. Si potrà obiettare che questo rappresenta, con ogni probabilità, uno dei mezzi più banali per introdurre una storia di fantascienza. Ciò è probabile, tuttavia resta valida l’osservazione che vuole, come linea prevalente di tendenza, che il futuro si rappresenti a partire dai mezzi di trasporto, forse perché pensare il futuro significa, in un certo senso, andarci, muoversi verso di esso.

img2(fig. 2)

E’ comunque fin troppo evidente il nesso (traiettoriale) esistente tra l’idea di futuro e quella del viaggio e quindi del mezzo di trasporto. E’ interessante, ad esempio, l’analisi che compiono T. W. Adorno e M. Horkeimer nel loro Dialettica dell’illuminismo del viaggio di Odisseo come rappresentazione dell’umana liberazione prima dalle leggi di natura e, in seguito, dalla gerarchia dell’olimpo. Il viaggio di Odisseo diviene prima di tutto viaggio dell’umanità verso un futuro razionale: per Adorno e Horkheimer, infatti, l’Odissea rappresenta la metafora della sedimentazione dell’agire razionale.

Ma questa è tutta un’altra storia.

Perdonatemi un’altra piccola premessa: il futuro non è mai come ce lo aspettiamo. Ciò è tanto più vero quanto più scientifico è il tentativo di fare previsioni su di esso. La buona notizia è che la specie umana è fortunata perché ciò che l’aspetta è più vario di quanto essa possa immaginare; la cattiva notizia è che questa imprevedibilità vale anche per i mezzi di trasporto e che quindi se volessimo tentare di fare qualche previsione sul futuro, con ogni probabilità, falliremmo come chi ci ha preceduto.

Vorrei iniziare parlando proprio di quest’ultimo aspetto che altrove ho definito “del futuro che non c’è mai stato”. Si tratta di una prospettiva a mio modo di vedere molto feconda sia per la fantascienza che per la scienza. Di fatto, il presente poteva essere diverso da quello che è (Massimo Mongai mi ha suggerito il concetto esatto: ucronia) e di conseguenza noi potevamo esser altro pur essendo noi stessi.

La fantascienza è piena di questi casi. Per dare dei riferimenti fin troppo noti direi che questa condizione e’ ben espressa dall’ipotetica fusione del Fattore Invisibile di Connie Willis (tendenze storiche, processi di catalizzazione che viaggiano in certe direzioni) e Vedere un altro orizzonte di P. Dick (sviluppo parallelo della storia e della tecnologia, eccetera). Per un altro verso la ricerca compiuta dalla storia della tecnologica sviluppa questo discorso prendendo in considerazione variabili storiche, politiche ed economiche (si veda ad esempio La bicicletta e altre innovazioni di Bijker). Il risultato di queste analisi, sia da parte della fantascienza che della scienza, mi è sembrato convergere, mai esplicitamente, su di un punto: alcuni oggetti del passato attraverso un certo profilo tecnologico più o meno simulato prefigurano un futuro che, in realtà, non c’è mai stato.

Quando dal presente guardiamo questi oggetti, reperendoli in cantine o nei circuiti economici dell’usato e del “seconda mano”, essi ci parlano di come quel mondo si rispecchiava nella propria prefigurazione del futuro. Ancora più interessante, essi raccontano come ad un certo punto della storia si sia prodotta una crepa, un bivio e di come la storia abbia selezionato un percorso piuttosto che un altro. Tuttavia nell’esistere al presente di questi oggetti del passato troviamo tracce di un altro presente, non sviluppato, mai maturato. Ciò ci dice anche un’altra cosa, ovvero che ogni presente è in realtà una compresenza gerarchica di sviluppi “evolutivi” (tutto ciò è fin troppo dickiano, ma a mio modo di vedere è proprio nell’attenzione per gli oggetti che risiede gran parte del fascino della narrativa dickiana). Insomma, ognuno tragga le proprie conclusioni più o meno visionarie, noi per il momento abbiamo l’esigenza di ricongiungere questo discorso con quello che riguarda i mezzi di trasporto.

img3(fig. 3)

Dato il rapporto tra rappresentazione del futuro e mezzi di trasporto quest’ultimi possono essere considerati come caso esemplare di quanto appena sostenuto a proposito degli oggetti in generale (in realtà ritengo gli elettrodomestici un’altra categoria particolarmente rappresentativa).

Tentare di ricostruire “il futuro che non c’è mai stato” a partire dai mezzi di trasporto è opera che sopravanza di gran lunga le dimensioni e lo sforzo di questo intervento. Tuttavia è possibile soffermarsi su qualche caso particolare. Per ragioni analoghe privilegeremo i mezzi di trasporto utilizzati all’interno delle metropoli senza soffermarci su tecnologie più “complesse”.

Quello in fig.1 è un super scooter della seconda metà degli anni Quaranta. A ben vedere non presenta caratteristiche tecniche di rilievo che lo differenziano da un qualunque altro scooter. Tuttavia l’illusione ottica che esso produce è particolarmente rilevante ai fini del nostro discorso. La simulata sparizione delle ruote in gomma ha una funzione essenzialmente prefigurativa che restituisce l’immagine di un scooter sollevato da terra mediante qualche forma di energia antigravitazionale. Il profilo tecnologico messo in scena da questo oggetto lascia prefigurare un’evoluzione dei mezzi di trasporto che non si è mai prodotta al pari dell’idea delle automobili volanti. Queste infatti annunciavano uno sviluppo metropolitano non tanto ipotizzato a partire dai procedimenti architettonici quanto ispirato allo “spirito dell’epoca” che giustapponeva il concetto di aerodinamica a quello di futuro e a quello ancora più rischioso di progresso.

img4(fig. 4)

Tuttavia l’idea di una locomozione quotidiana senza ruote non si esaurisce nelle forme emulative. Quello in fig. 2 è l‘aeroscooter. Il progetto è della fine degli anni Cinquanta. In sostanza si trattava di accomodarsi su di un gigantesco ventilatore in modo da scivolare sulla diffusione di aria da esso prodotta. Il lungo paraurti anteriore segnala una certa difficoltà nelle frenate rapide. L’idea che soggiace a questo prototipo è ancor riconducibile all’idea di locomozione aerea delle città così come è, ad esempio, efficacemente mostrata nei cartoni animati dei Jetson. A questo punto occorre farsi un’idea di quelle che dovevano essere i prototipi mentali della metropoli. In questo caso non occorre guardare troppo lontano. Per chi come il sottoscritto abita a Roma, ma il tutto è abbastanza replicabile in qualunque grande città italiana, basta osservare la sopraelevata di fig. 3 per farsi una idea realistica di questa proiezione. Personalmente resto affascinato ogni qualvolta osservo quest’opera architettonica del punto di vista delle tensioni che esprime verso il futuro. Sulla sua capacità di prevedere lo sviluppo della locomozione cittadina sarei più cauto vista la tendenza alla demolizione di tutte le sopraelevate costruite negli anni Sessanta in Italia (per la cronaca c’è un progetto di abbattimento di un tratto di quella romana).

Come catalizzatore di tutte le tensioni alla realizzazione di mezzi di trasporto del futuro utilizzerei la famosa automobile volante in fig. 4 progettata da Hugo Gernsback intorno alla fine degli anni Quaranta.  Quest’automobile è un concentrato di tutte le tensioni dell’epoca e di quelle di almeno due decenni a venire.

Un discorso a parte merita la Dymaxion Car in fig. 5 progettata nel 1933 dal poliedrico creatore R. B. Fuller (inventore, tra le altre cose, delle cupole geodetiche, quelle strutture utilizzate nell’immensa serra inglese dell’Eden Project oppure immaginate come elementi di base nei progetti di terraforming extra-terrestre, data la loro capacità di isolare ecosistemi). Questo prototipo di auto a tre ruote anticipa di almeno vent’anni tutta una serie di soluzioni tecniche in campo automobilistico. Tuttavia per Fuller il progetto Dymaxion è qualcosa di ben più complesso che coinvolge tutti gli aspetti della progettazione quotidiana in una concezione ecosistemica riassunta nel concetto di “astronave terra” di sua stessa creazione. Tale concetto è importante perché meritevole di una precocissima anticipazione dell’esigenza di interazione tra l’organico e il macchinico. La storia della “filosofia” Dymaxion costituisce un’eccezione al discorso fin qui svolto; in un certo senso potremo dire che Fuller è uno dei pochi pensatori la cui idea di futuro si è, in un certo senso, realizzata. Tuttavia tra breve diverrà più chiaro il perché di questo breve accenno.

img5(fig.5)

Altrove ho sostenuto la tesi per cui la tensione alla progettazione aerodinamica (in particolar modo quella statunitense dello Streamline Decade) possa essere considerata come uno degli “affluenti” dello sviluppo della emozione ufologica degli anni Quaranta – Cinquanta. Non ho intenzione di addentrarmi nella problematica, tuttavia c’è un aspetto di questa disciplina che torna utile a questo discorso: la tecnologia e la propulsione aliena. E’ interessante infatti notare che la “supremazia” tecnologica attribuita da testimoni e dai ricercatori alle astronavi aliene risiede in un’integrazione completa tra energia biologica e potenzialità macchinica. Una nave aliena sarebbe, in sostanza, un “amplificatore” di energie biologiche e gravitazionali; in questo senso lo stesso concetto di propulsione verrebbe meno. Ripeto di non essere interessato al piano di verità di quanto sostenuto dall’ufologia ma al tipo di tensioni espresse. Anticiperò alcune delle mie considerazioni finali facendo notare come le meccaniche di queste tecnologie aliene ricordano una tecnologia a noi fin troppo familiare: la bicicletta. Di fatto, in questo approccio genealogico (contrapposto a quello cronologico) allo sviluppo tecnologico può accadere che la bicicletta, la sua capacità di amplificare l’energia biologica, si scopra antica parente dei dischi volanti.

Conclusione. Tempo fa fui contattato da Massimo Mongai che mi chiese se avessi seguito la storia di Ginger e se avessi voglia di scrivere qualcosa su questo “enigma” tecnologico. Inizialmente la cosa mi suonò assolutamente nuova. Solo dopo qualche giorno sfogliando il mio “archivio” di articoli tratti dalle più svariate riviste mi accorsi di aver ritagliato da un “Newton” dell’aprile del 2001 un articolo dal titolo Il mistero di nome Ginger. All’epoca catalogai questo articolo come “beffa tecnologica” e nonostante l’indubbio interesse dell’articolo in sé di fatto me ne dimenticai. Nel frattempo l’attenzione su Ginger era esponenzialmente cresciuta. Ma cosa è Ginger? Esistono due modi di rispondere alla domanda; i due modi sono solo apparentemente antitetici

img6

(fig. 6)

1) Ginger è una tecnologia rivoluzionaria (vedi fig. 6), un mezzo di trasporto che ricorda un monopattino. Tuttavia si tratta di un concentrato tecnologico di altissimo profilo (basato sull’utilizzo di giroscopi) che elimina molte delle interfacce oggi utilizzate per condurre un mezzo di trasporto a vantaggio di un’interazione più completa tra corpo e veicolo. Ginger promette di integrare le funzionalità dei più moderni mezzi di trasporto con la flessibilità e la maneggevolezza di una bicicletta.

2) Ginger è un “oggetto non identificato” prodotto residuale di tensioni appartenenti al secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. Ginger è una ingegnosa macchina comunicazionale capace di fare leva su un pubblico generazionalmente trasversale. Lo fa coniugando fantasmi e tensioni mai del tutto scomparse. Ginger è un artificio linguistico capace di giocare su quella compresenza gerarchica di sviluppi “evolutivi” di cui si è parlato all’inizio. Ginger è il sogno della casa elettroautomatizzata e dei tapis-roulant disposti lungo tutta la superficie stradale della metropoli. In Ginger troviamo un po’ dell’auto volante di Gernsback, della Dymaxion car di Fuller e anche un po’ della bicicletta ma solo nella misura in cui in quest’ultima si può rintracciare un certo grado di parentela genealogica con i dischi volanti.

Non ho voluto esaminare gli aspetti tecnologici di Ginger: nessuno lo può fare dato che si tratta realmente di un mistero comunicato solo attraverso fascinazioni e suggestioni. Allo stesso modo non ho elementi per giudicarlo dal punto di vista del piano di verità e di fatto allo stato dell’arte questo è forse l’aspetto meno urgente. Ginger resta un evento mediale al pari delle luci non identificate che periodicamente attraversano i cieli terrestri. Al pari di queste, Ginger affascina in quanto fantasma di un futuro che non c’è mai stato. Niente di nuovo quindi? Non proprio. Confesso di volerci credere e non solo per motivi di ecocompatibilità ma soprattutto perché Ginger potrebbe essere una risposta seppur parziale alle tensioni rievocate da quello spot di cui ho parlato all’inizio. In sostanza mi piace pensare a Ginger come al riemergere di un presente momentaneamente dimenticato che in questi anni ha lavorato sotterraneamente “rosicchiando” porzioni sempre più evidenti di realtà.

 

GINGER, AUTO E FS

previsioni azzeccate o meno

di Antonio Pumilia

ging5(fig.7): Ginger

Facciamo un parziale seguito all’articolo di Carli su fantascienza e mezzi di trasporto. A parte le foto di Ginger, le foto che vedete in questo articolo sono tratte da un libro del 1962, Automobili: ieri oggi e domani di Enzo Anelucci, disponibile (di sicuro) presso la BNCR, ossia la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Si tratta di un perfetto esempio di quanto Carli dice quando parla della “nostalgia di un futuro che non c’è stato” come sentimento ispiratore del design degli elettrodomestici degli anni della prima metà del secolo XX. Le foto illustrano il capitolo finale del libro, quello in cui si parla, appunto del “domani” dell’auto. E fa previsioni sballate, come nel 99% dei casi di chi prova a fare previsioni sui comportamenti futuri della gente, compresi gli esperti di Teoria del Caos.
Ad esempio, prevede come estremamente comuni e diffuse, auto a tre o a sei ruote; oppure auto a turbina; oppure auto con le ruote messe non ai quattro angoli di un rettangolo (come sono tutte da sempre in tutti i veicoli a quattro ruote da 3000 anni) ma ai quattro vertici di un rombo.

Tutte cose che non sono mai andate al di là della pura e semplice sperimentazione, ammesso e non concesso che siano state sperimentate. Non solo non ha previsto “Ginger”. Questo non è niente di strano. Nessuno ha previsto né Ginger né niente di simile.

auto1Ma soprattutto all’inizio del capitolo, l’autore dice:”…per immaginare il domani dell’automobile, vicino o lontano che sia,si possono seguire due vie, quella della più libera immaginazione, della “fantascienza” o quella delle deduzioni basate su quanto il tecnico di oggi ha già sperimentato e studiato per il domani.Qui si è preferita la seconda soluzione”

Toppando alla grande, dico io. In altre parole , di nuovo, la fantascienza usata per definire cose improbabili se non impossibili, casomai fantasiose e gradevoli, ma assolutamente poco serie e poco futuribili. Poco male anche qui. Noi che amiamo la FS sappiamo benissimo che non è questo che conta, che non è l’aderenza delle previsioni alla realtà che caratterizza realmente la FS. E che essere seri non vuol dire essere seriosi.

Serioso invece è stato l’autore. Il quale dichiarando di non voler fare previsioni “fantascientifiche” ma “tecnicamente serie”, ha toppato alla grande. Nulla di quanto previsto da lui si è realizzato, mentre lui non ha previsto che il futuro dell’automobile sarebbe stato caratterizzato non da novità tecnologiche ma dalla diffusione di massa delle automobili. Il motore a scoppio è sostanzialmente lo stesso di 150 anni fa. Mentre già dal 1962 al 1972 il fenomeno più significativo per il mondo dell’automobile è stata la diffusione dell’automobile come oggetto necessario, non voluttuario e di massa.

Nei primi anni 60 forse non lo si poteva prevedere; ma le automobili erano destinate a diventare una delle principali cause di morte degli italiani, per lo meno la principale se non quasi l’unica (attentati a parte!) causa di morte violenta. Per non parlare dei cancri alle vie respiratorie provocati dall’inquinamento.

auto2E questo il serioso e scientifico “tecnico” del 1962 non lo ha saputo prevedere. Tanto valeva dichiarare possibili le macchine volanti di tanta fantascienza! Qual’è il futuro di Ginger? Ah, saperlo! Auto volanti ad antigravità per il 2102, fra cento anni? Se saranno meno inquinanti, ben vengano.

Ecco il punto: più che il futuro realmente possibile dovremmo augurarci il futuro più desiderabile.

E lavorarci su…

Per chi voglia approfondire su Ginger:

Sito ufficiale Segway Italia

Archivio La Repubblica

 

1 aprile 2014 Posted by | Fantascienza | , , , , , , , | Lascia un commento

   

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