Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Fantascienza, una questione etimologica

E’ del poeta il fin la meraviglia,

parlo dell’eccellente e non del goffo,

chi non sa far stupir, vada alla striglia!

(La Murtoleide: Fischiate del cav. Marino)

 

 220px-Félix_Nadar_1820-1910_portraits_Jules_VerneSpesso nell’epoca classica per risolvere un problema di senso e significato ci si affidava alla filologia, o meglio alla etimologia: si pensi solo ai venti libri delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia del VI secolo che tanta influenza ebbero nel Medio Evo. Oggi questo è un sistema desueto e non più praticato, però, quando necessario, non inutile

(nella foto: Jules Verne).

Prendiamo il termine della lingua inglese science fiction. Lo ideò nel 1929 il lussemburghese naturalizzato emigrato in America Hugo Gernsback, su una delle sue riviste, Wonder Stories. In precedenza, a partire dal 1926, aveva prima coniato il neologismo scientific fiction e quindi scientifiction, entrambi derivati da scientific romance come si definivano certe opere dell’Ottocento sulla scia di Wells. Dal 1926, perché allora mandò in edicola ad aprile il mensile Amazing Stories, storie straordinarie, una rivista che, come scriveva nel suo editoriale, pubblicava racconti e romanzi che avevano tre numi tutelari: Verne, Wells e Poe, un francese, un inglese e un americano ritenuti unanimemente i “padri” letterari di questo genere di narrativa.

Ma che genere di narrativa? Ecco appunto l’etimologia: una narrativa scientifica o, più precisamente, a sfondo scientifico, di ispirazione scientifica: storie che prendendo spunto dalla scienza in atto o in divenire ci ricamavano su, ci speculavano su, ci estrapolavano, la divulgavano presso un pubblico popolare e non troppo acculturato, soprattutto giovani: “per il 75 per cento letteratura e per il 25 per cento scienza”, spiegava Gernsback. Uno dei tanti pulp magazines, le pubblicazioni stampate su carta povera – la polpa di legno – e quindi a poco prezzo, come ne esistevano già a dozzine negli Stati Uniti, ognuna dedicata ad un argomento diverso, dai più doffusi ai più spcialistici.

La narrativa pubblicata da allora sino alla fine degli anni Quaranta era sostanzialmente simile, a parte l’impulso speculativo impressogli da John Campbell allorché nel 1937 divenne direttore di Astounding Science Fiction: invenzioni straordinarie, viaggi spaziali, scienziati pazzi, catastrofi, guerre future, altre dimensioni, esplorazioni di pianeti eccetera. Nel 1949 però apparve nelle edicole Magazine of Fantasy and Science Fiction che affiancò il fantastico non scientifico a quello scientifico, e nel 1950 uscì Galaxy Science Fiction che invece diede spazio ad una speculazione futuribile che non necessariamente si basava sul fatto tecnico-scientifico, ma, diciamo approssimativamente, anche al fatto umano dando vita a quella che sarebbe stata definita la social science fiction, spesso con toni critici e/o satirici

Luna 1In quegli stessi anni, e precisamente nel 1952, questa narrativa approdò in Italia, e ovviamente si pose il problema della sua definizione dato che allora, a differenza di oggi, non si accettavano acriticamente e svogliatamente le parole straniere, ma le si cercava di tradurre. E così science fiction ebbe due traduzioni: nell’aprile del 1952 uscì il mensile Scienza Fantastica, il cui l’editore e direttore Lionello Torossi così rese il termine. A ottobre uscì il “bimensile” I romanzi di Urania dove il suo curatore, Giorgio Monicelli, usò la traduzione “fantascienza” (inizialmente con il trattino di divisione). Scienza Fantastica era una vera e propria rivista e chiuse dopo sette fascicoli all’inizio del 1953. I romanzi di Urania, poi dal 1957 semplicemente Urania, era una collana di romanzi, esce ancora e si avvia a compiere sessant’anni. Il prevalere di questa seconda, edita di Mondadori, impose la formula romanzi su quella della rivista e il termine “fantascienza” su quello di “scienza fantastica”.

Come è stato più volte notato, nessuno dei due rende in pieno il termine originario, sintetico come è tipico dell’inglese, e forse la traduzione che più gli si avvicina fu quella ideata nel 1957 da Armando Silvestri per il quindicinale di narrativa e astronautica Oltre il Cielo da lui pubblicato e diretto: “fantasia scientifica”. Però erano già trascorsi cinque anni e “fantascienza” si era consolidato e la rivista di Silvestri occupò sino al 1975 un posto di nicchia ancorché autorevole e non riuscì ad imporre la propria soluzione.

Conclusione. Utilizzando il sistema filologico-etimologico sappiano che in questo genere di narrativa c’è uno stretto legame fra la storia raccontata e l’elemento tecnologico-scientifico: scienze esatte, scienze fisiche, quindi anche e soprattutto per un certo tempo astronautica, voli spaziali, esplorazione di pianeti, navigazione nel cosmo, imperi e guerre stellari e così via.

Coloro i quali hanno una visione diciamo così “ortodossa” della science fiction pensano che essa sia tale solo in questa ottica. L’esistenza di un novum secondo quanto teorizzato dal critico Darko Suvin: se non c’è questo, anche in senso lato, non c’è vera fantascienza. Ma le cose stanno oggi veramente così?

An_Experiment_of_Autobiography_Photo(nella foto: Herbert G. Wells) Basti ricordarsi dei tre numi tutelari citati da Gernsback – Verne, Wells, Poe – per capire che non è proprio così e che questa ipotesi è troppo ristretta. Poe, infatti, è quel geniale scrittore che ha dato origine moderna ai molti filoni della letteratura che oggi definiamo “di genere”: non soltanto una fantascienza apocalittica o satirica o paradossale, ma anche il filone poliziesco, quello dell’orrore sovrannaturale e psicologico, della storia simbolica e raccapricciante con le sue visioni metapsichiche e occulte. Alle origini quindi della science fiction novecentesca, quella che uscì sui pulp magazines di Gernsback e dei suoi imitatori e continuatori fra la metà degli anni Venti e la fine degli anni Quaranta del secolo scorso c’è allora anche questo aspetto: non solo scienza ma anche parascienza; non solo fisica ma anche metafisica; non solo razionalismo ma anche irrazionalismo; non solo speculazioni sulla realtà futura ma anche speculazioni su ciò che sta accanto alla realtà; non solo avventure nella spazio extraterrestre, nel tempo e nelle dimensioni, ma anche avventure nello spazio, nel tempo e nelle dimensioni interiori; non solo l’outer space, quindi, ma anche l’inner space teorizzato da J.G.Ballard con un “manifesto” del 1962.

Ritenere nel secondo decennio del XXI secolo che con la parola italiana “fantascienza” – dato che negli Stati Uniti col tempo si sono affiancati altri termini alla parola science fiction – si debba intendere solo e soltanto quella alla Verne, Wells e loro continuatori contemporanei ancorché ottimi scrittori, sembra essere limitativo, anche perché l’ingresso delle scienze umane, della estrapolazione sociologica, dell’ inner space di cui si è detto,avevano già enormemente dilatato il senso della science fiction delle origini al punto che nelle discussioni che ne derivarono ci fu chi affermò che “fantascienza è tutto quello che viene definito fantascienza”, tautologico ma efficace per uscire da un impasse concettuale.

E allora che senso dare oggi al termine? Partendo dalla affermazione che ormai risale al 1959 (introduzione a Le meraviglie del possibile) del poeta e critico Sergio Solmi secondo cui la fantascienza è “la fiaba dell’era atomica”, si potrebbe benissimo affermare, come è stato fatto, che la science fiction e quindi la italica fantascienza deve essere caratterizzata essenzialmente dal sense of wonder, cioè il “senso del meraviglioso” o della meraviglia. La sua lettura deve provocare, come appunto le favole classiche e le fiabe moderne, un senso di stupefazione, di stupore, al punto tale da farci uscire dalla realtà oggettiva del lettore che legge una storia per entrare in quella del lettore che vive la storia in un’altra dimensione temporale. Cioè passare dalla “volontaria e momentanea sospensione della incredulità” di Coleridge al “mondo secondario” di Tolkien. La sensazione di meraviglia di fronte alle descrizioni e alle invenzioni anche scientifiche di questa narrativa devono quindi provocare nel lettore tali effetti. E c’è chi addirittura, come il professor Cornel Robu nel 1988 lo paragona al concetto di “sublime” così come teorizzato da Edmund Burke, la sensazione di “piacevole orrore” provocato in noi dall’immensità della natura. Non sempre dunque la fantascienza ci presenta un novum tecnologico-scientifico, sempre però dovrebbe essere caratterizzata dal sense of wonder.

Edgar_Allan_Poe_2_-_edit1(Nela foto Edgar  A. Poe) Del resto, si pensi agli aggettivi che accompagnavano le vecchie riviste popolari americane: amazing, astounding, astonishing, wonder, fantastic, thriller, startling e così via, che trovano un diretto riscontro negli aggettivi che le riviste popolari italiane sin dall’inizio del Novecento davano a un certo tipo racconti o che erano indicati nei sottotitoli dei romanzi: “avventure straordinarie”, “viaggi meravigliosi”, “racconti stupefacenti”, “storie fantastiche” o “misteriose” o “incredibili” o “spaventose” o “sorprendenti”. Gli aggettivi sono sempre gli stessi, e i romanzi di Verne non facevano tutti parte dei “viaggi straordinari”? Fuori dall’ordinario conosciuto per rientrare in un ordinario nuovo e più affascinante. E così quando negli Stati Uniti si cominciarono a rivalutare i pulp magazines di fantascienza con quelle copertine così naives in contrapposizione alla nuova fantascienza degli anni Cinquanta e Sessanta, dalla semplice nostalgia si passò proprio ad una categoria, quella appunto identificata dalla locuzione sense of wonder, resa popolare da uno dei primi storici della fantascienza e del fandom americani, Sam Moskowitz, nel suo The Immortal Storm del 1974.

Questo significato essenziale supererebbe allora anche la famosa e abusata affermazione secondo cui ormai “la realtà supera la fantascienza”: vale a dire, la tecnoscienza corre così velocemente da asciarsi alle spalle le trovate degli scrittori di science fiction. Così fosse veramente la fantascienza, in quanto narrativa a sfondo o base scientifica, poco alla volta scomparirebbe travolta dalla scienza stessa. Considerandola come tale, cioè come narrativa che in passato poteva predire gli sviluppi della tecnologia, tutte le sue mancate previsioni le sarebbero ritorte contro (ad esempio la Rete, i telefoni cellulari, le mai costruite colonie lunari, lo sbarco su Marte eccetera). Non considerandola invece limitata a questa funzione, simili critiche lascerebbero il tempo che trovano e non inciderebbero sul valore essenziale da darle non basandosi esso esclusivamente sulla speculazione tecnico-scientifica.

Gianfranco de Turris

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29 aprile 2013 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , , | 5 commenti

Il Trofeo RiLL: un viaggio inaspettato nel fantastico

copertina finaleUn mese fa Gianfranco De Turris ha raccontato su queste pagine come nacque il “moderno fantastico italiano”, ripercorrendo l’esperienza del premio di narrativa fantastica J.R.R. Tolkien e della casa editrice Solfanelli. Visto che quell’articolo si concludeva arrivando ai primi anni ’90, Roberto Flaibani mi ha chiesto di raccontare su questo blog la storia del Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, che guarda caso prende le mosse dal 1993 (giungendo sino a oggi).

Essere chiamato a continuare un discorso iniziato da un esperto come Gianfranco De Turris non è facile, ma a Roberto Flaibani non posso dire di no, quindi… cominciamo dall’inizio!

 Nei primi anni ’90 la letteratura fantastica non era solo letta o scritta: era già (seppure molto meno di oggi) nell’immaginario, almeno dei più giovani. C’erano infatti i film della prima trilogia di “Guerre Stellari” (e molti altri usciti successivamente), i videogiochi, i fumetti, i libri-gioco e… i giochi di ruolo.

 Cosa è un gioco di ruolo?

Per farla molto semplice, il gioco di ruolo è quel gioco in cui i partecipanti, seduti intorno a un tavolo, giocano a creare insieme una storia, partendo da un canovaccio di base, proposto dall’arbitro (Master, se volete essere tecnici).

Nel mondo di Guerre Stellari, per esempio, i giocatori potrebbero essere un gruppo di ribelli in missione su Tatooine, incaricati di raggiungere il vecchio Obi-Wan-Kenobi, per portargli un messaggio. Come arrivare da lui, una volta sbarcati? A chi rivolgersi per trovare supporto? Come essere certi di non essere seguiti da qualche spia dell’Impero? Come evitare disavventure su quello sperduto pianeta? Questi sono solo alcuni dei problemi tipici che i giocatori di questa partita a un gioco di ruolo dovrebbero affrontare… O meglio, che i personaggi da loro “interpretati” nella finzione ludica dovranno affrontare.

Eh sì, perché “gioco di ruolo” è la traduzione dall’inglese “role-playing games” e, come noto, in inglese il verbo “to play” indica tanto il giocare quanto l’interpretare…

Insomma, negli anni ’90 c’erano i giochi di ruolo, che avevano ambientazioni fantastiche: l’horror di ispirazione lovecraftiana de “Il richiamo di Cthulhu”, il fantasy dark di “Stormbringer” (che riprendeva le opere di Moorcock), il futuro fantascientifico di “Cyberpunk 2020” o quello cinematografico di “Guerre Stellari”… e ovviamente chi amava quel tipo di storie, lette in qualche libro o viste sul grande schermo, spesso finiva per provare i giochi di ruolo, e diventarne appassionato, dato che erano un modo per ritrovare quelle atmosfere e vivere (anzi, ancora meglio: inventare) mille avventure.

Per me, che sono nato nella seconda metà degli anni ’70, andò esattamente così.

Il gioco di ruolo più famoso è da sempre “Dungeons & Dragons” (D&D, per gli amici), di ambientazione fantasy. Per molto tempo è stato anche l’unico presente sul mercato italiano, tradotto dall’Editrice Giochi. Per questo un’intera generazione di giocatori di ruolo italiani (quelli della mia età, più o meno) si è “formata” su D&D, e a D&D si sfidava almeno una volta all’anno, in occasione del Campionato Nazionale di quel gioco, bandito all’epoca dall’associazione Agonistika (che è sempre farina del sacco del buon Roberto, di cui sopra).

FMIE, complice proprio quella farina, nacque il Trofeo RiLL.

 Nacque il Trofeo RiLL perché, nel lontano mondo pre-internet, gli appassionati di giochi di ruolo comunicavano fra loro dando vita a fanzine (riviste amatoriali), dedicate appunto alla propria passione ludica, ma anche ai temi collegati (racconti e libri fantasy o di fantascienza, film di genere…), che venivano poi spedite in giro per i pochi negozi del settore sparsi lungo la Penisola.

Dopo una partecipazione particolarmente fortunata al Campionato Nazionale di D&D, con alcuni amici decidemmo di creare una fanzine tutta nostra: RiLL, acronimo di Riflessi di Luce Lunare, il nome della nostra squadra al Campionato.

 Di lì a qualche numero lanciammo un concorso letterario: il Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, che dura ancora oggi (è in corso la diciannovesima edizione) e che è “sopravvissuto” felicemente alla nostra fanzine (che ha invece cessato le pubblicazioni nel 2000).

Prima di spiegare perché ho (non a caso) usato l’avverbio “felicemente”, vorrei soffermarmi su alcuni tratti distintivi del Trofeo RiLL, che lo hanno reso (e forse lo rendono tutt’ora) un concorso un po’ diverso rispetto ad altri del settore.

 In primis: perché il racconto e perché fantastico?

La risposta è semplice: se si fa una rivista di 8, 16, o 32 pagine, come noi facevamo all’epoca, non si può che guardare alle storie brevi, per rimpolpare il sommario.

Inoltre, se la reclamizzazione si basa sul più assoluto passaparola, e se si vuole avere un numero decente di iscritti fra cui scegliere cosa premiare e pubblicare, non si può che essere il più generici possibile, quanto al tema del concorso. Di qui la decisione di bandire un concorso per racconti “fantastici”; senza porre, cioè, steccati tra storie fantasy, horror, di fantascienza o “semplicemente” non realistiche.

 Questa seconda scelta è stata a lungo decisamente peculiare, e considerata “strana”. Il Premio Tolkien, ad esempio, era rivolto a storie fantastiche, ma non fantascientifiche. Lo stesso valeva per il premio Lovecraft, mentre il premio Alien era dedicato ai soli racconti di fantascienza. E sto parlando, sia chiaro, di concorsi seri, sotto ogni punto di vista.

 Il fatto è che tutti i premi letterari cui ho accennato erano un prodotto del fandom letterario. Il Trofeo RiLL è invece un premio letterario che nasce nel mondo degli appassionati di gioco di ruolo. Ed è (o almeno era) tutto un altro mondo.

 Molti altri potrebbero raccontarlo meglio di me, ma insomma, in due parole: la letteratura fantastica, in Italia, non ha a lungo avuto molto spazio. Infatti chi scriveva fantasy e fantascienza non poteva contare su un gran supporto dal mondo dell’editoria. Carlo Fruttero, che con Lucentini dirigeva la collana Urania di Mondadori, disse una volta che “un’astronave non potrebbe mai atterrare a Lucca”, per dire che la fantascienza non era roba da italiani. Di fatto, una bella pietra tombale su chi nel nostro paese amava quel genere, e voleva magari scriverne.

 Ecco, tutto questo background fra gli appassionati di gioco di ruolo non esisteva.

Se ti piace giocare a D&D è OVVIO che hai letto e apprezzato “Il Signore degli Anelli”, o le storie di Conan il Barbaro, o magari la serie della Dragon Lance. Mutatis mutandis, se giochi a “Guerre Stellari” o “Cyberpunk 2020” amerai la fantascienza e i suoi autori. Ancora, se sei un vero giocatore appassionato, è probabile che tu non giochi solo a D&D, ma anche a qualche altro gioco di ruolo, di qualche altra ambientazione, passando quindi dal fantasy alla fantascienza, o all’horror.

È un caso, ma una di quelle casualità molto ironiche del destino, che sia proprio Lucca la città che ospita (dal 1994) la principale fiera italiana dedicata al Gioco e quindi all’immaginario fantastico (fantascienza inclusa).

 Quindi: il Trofeo RiLL nasce come concorso aperto a qualunque storia che sia “al di là” del reale, per esigenze editoriali spicciole ma anche per una sostanziale non conoscenza delle dinamiche del mondo letterario e, se vogliamo, della stessa critica (quella che, decidete voi se a ragione o a torto, distingue il fantastico dalla fantascienza).

 Dall’origine ludica del Trofeo RiLL deriva poi un malinteso che a lungo ci ha perseguitato: che per partecipare al concorso fosse necessario essere un giocatore di ruolo. Non è mai stato così: ci siamo sempre rivolti alla generalità degli appassionati, qualunque fossero la provenienza, il sesso, il lavoro, le opinioni politiche, la religione… e chi più ne ha più ne metta.

Naturalmente, per un certo tempo il grosso degli iscritti erano giocatori di ruolo, ma possiamo dire di essere stati abbastanza presto oggetto delle attenzioni di tanti altri appassionati (che ringraziamo).

 Allo stesso modo, non ci siamo mai posti il problema della “italianità” delle storie. Ci bastava (e pretendevamo, ovviamente!) che fossero belle… l’ambientazione era un aspetto successivo, seppure non secondario.

MI2012_copMi piace pensare che, da questo punto di vista, i tempi siano ormai cambiati rispetto a quelli evocati da Gianfranco De Turris nel suo articolo, visto che il racconto che ha vinto il XVIII Trofeo RiLL si intitola “Il Carnevale dell’Uomo Cervo” (lo ha scritto il torinese Luigi Musolino) e prende ispirazione dall’omonima festa popolare di Castelnuovo al Volturno, in provincia di Isernia.

 In ogni caso, in diciotto anni di Trofeo RiLL abbiamo premiato racconti di ogni tipo: storie ambientate su astronavi, su mondi fantasy dilaniati da guerre, nell’antica Roma, durante la Rivoluzione Francese, in imprecisate dimensioni parallele, alla fine del mondo, e poi racconti umoristici, racconti ambientati ai giorni nostri, nel futuro, o in presenti alternativi a quello che tutti conosciamo (in Italia o in qualunque altra parte della Terra).

 Di certo, poi, il Trofeo RiLL è cresciuto: dai 37 racconti della prima edizione (1994), siamo passati ai 226 di quella del 2012, con testi provenienti dall’Italia ma anche da Australia, Giappone e Stati Uniti.

In giuria sono passati scrittori come Franco Cuomo, Valerio Evangelisti, Luca Di Fulvio e Carlo Lucarelli, e oggi possiamo vantare la stabile collaborazione di autori come Giulio Leoni, Massimo Mongai, Massimo Pietroselli e Sergio Valzania (e Donato Altomare, che è uno dei tanti scrittori vincitori del premio Tolkien).

 Il fatto che noi RiLLini abbiamo smesso, a un certo punto della nostra vita, di essere dei giocatori di ruolo “abituali” ci ha portato a concentrare le energie sul concorso letterario. La storia del Trofeo RiLL degli ultimi dieci anni ci conforta sulla bontà di quella scelta… e non solo per la crescita del numero degli iscritti (che pure fa piacere).

Dal 2003, ogni anno, abbiamo curato un’antologia di racconti “dal Trofeo RiLL e dintorni”, con i racconti migliori dell’annata del concorso e racconti di scrittori membri della giuria. La collana “Mondi Incantati” è realizzata senza alcun contributo da parte degli autori pubblicati ed è patrocinata dal festival Lucca Comics & Games (che è un po’ la casa del Trofeo RiLL, dato che da sempre lì si svolge la nostra cerimonia di premiazione). Dal 2011 l’editore è la Wild Boar, una casa editrice di giochi di ruolo che punta particolarmente sul connubio giochi di ruolo/ narrativa fantastica.

 Negli anni RiLL ha affiancato altri concorsi al Trofeo RiLL: SFIDA (riservato dal 2006 agli autori già finalisti del Trofeo RiLL), il premio Rudy Turturro (del 2007, per racconti di fantascienza umoristica) e, nell’estate 2012, Un Racconto in Mostra (il concorso per micro-racconti fantastici che abbiamo bandito per festeggiare i vent’anni di attività della nostra associazione).

E molte sono state le manifestazioni cui abbiamo partecipato: da Ludika 1243 a Roma Comics & Games, e poi le fiere letterarie Più Libri Più Liberi (di Roma) e BUK (di Modena).

 Il “moderno fantastico italiano” non si esaurisce, ovviamente e per fortuna, nell’esperienza del gruppo RiLL (e del Trofeo RiLL). Di sicuro, se confronto tutta la strada fatta rispetto a quella che mi potevo aspettare all’inizio, non posso che definire la storia di RiLL un “viaggio inaspettato”.

Ed essere felice di avere contribuito a scriverla.

 P.S.: scusate se faccio reclame: le iscrizioni al XIX Trofeo RiLL sono aperte sino al prossimo 20 marzo. Per saperne di più: http://www.rill.it e trofeo@rill.it

 XIX TROFEO RiLL – Bando di Concorso

 ALBERTO PANICUCCI

28 gennaio 2013 Posted by | Fantascienza, Giochi | , , | Lascia un commento

IRRETITI

 L’agente di Pubblica Sicurezza Agatino Catarella, gregario del Commissario Montalbano, è uno dei personaggi più spassosi usciti dalla penna di Andrea Camilleri. Dotato di limitate capacità intellettive, parla un ridicolo e improbabile linguaggio tutto suo, misto tra italiano e dialetto siculo. Ed è con calcolato disprezzo che Camilleri fa proprio di lui l’esperto di informatica della squadra di Montalbano. Camilleri è infatti uno dei più noti “antipatizzanti” di tutto ciò che è digitale, una canuta schiera che dispone di solidi argomenti, almeno in apparenza. Il nostro Gianfranco De Turris ce ne presenta un ben documentato elenco nell’articolo che segue. Fornisce anche un’utile lista di libri da  leggere e conclude chiedendo una pausa di riflessione…. ma la Rete sta già silenziosamente allargando le sue maglie a tutto il Sistema Solare e i teorici cominciano a progettare l’architettura delle telecomunicazioni interstellari. Mi auguro che i nostri lettori, la maggioranza dei quali appartiene alla tribù dei Nativi Digitali o comunque è sopravvissuta allo Shock del Futuro, non si facciano scappare un’occasione così ghiotta per polemizzare su queste pagine.(RF)

 INTERNET2Che il mondo sia caduto nella Rete non ci sono dubbi. Che (quasi) tutti noi per volontà, necessità o obbligatorietà si sia irretiti è palese. Che la “rivoluzione informatica” iniziata pian piano negli anni Ottanta abbia ormai trasformato la nostra vita è sotto gli occhi di tutti. E che questa trasformazione non riguardi soltanto il mondo pratico ma anche il nostro modo di essere, pensare, ragionare ce ne stiamo accorgendo un poco alla volta. Ovviamente, mi riferisco a tutto quanto è “elettronico”, o “telematico” o “digitale”: dal computer al telefonino. Ogni minuto, ha calcolato la Shangai Web Designer, tra le altre cose vengono inviate in tutto il mondo collegato 168 milioni di email, sono effettuate 694.445 ricerche su Google, si caricano oltre 600 filmati su Youtube e sono registrati circa 70 domini sul Web. Un fenomeno di tale ampiezza che a mia memoria nessuna storia di fantascienza “sociologica” aveva immaginato.

Poiché il mondo è stato già globalizzato da questi strumenti, prima che dalla economia e dalla politica, quanto accade in un singolo luogo si ripercuote per l’orbe terracqueo, nel bene e nel male. E poiché tutti questi strumenti sono collegati fra loro, un evento (come un guasto) che si verifica localmente interessa l’intero sistema. Ci vengono i brividi quando entrando ad esempio in una banca ci sentiamo dire “terminali bloccati”: tutto si ferma e nessuno può più lavorare singolarmente come un tempo. Quel che è successo a giugno 2011 alle Poste italiane quando il nuovo sistema IBM ha fatto i capricci per ben tre giorni ne è un esempio eclatante. Se si verificasse una apocalisse informatica l’intero sistema mondiale andrebbe a rotoli dato che ormai tutto si muove attraverso i computer: dalle poste e le banche, appunto, alle comunicazioni, alla borsa, alle autostrade, ferrovie e aeroporti, ai ministeri, ai sistemi di difesa ecc. ecc. Anche questo un bel tema fantascientifico.

Ma, dall’altro punto di vista la Rete può trasmettere anche bufale cui tutti credono senza verifica: la dissidente siriana, per di più lesbica, perseguitata dal regime di Assad, con tanto di foto sul Web, e a cui tutti i mass media mondiali hanno creduto, era solo uno “scherzo” di due coniugi americani in vacanza, che si sono meravigliati del bailamme suscitato a tutti i livelli. Le foto taroccate, considerate la perfezione cui può giungere il ritocco digitale tramite Photoshop, sono un altro esempio di come si possono ingannare non solo le persone comuni, ma anche giornalisti e politici e creare casi mondiali, non sempre riassorbiti quando si scopre la verità.

INTERNET1E invece non c’è più nulla da meravigliarsi. Perché la Rete e soprattutto i sistemi di ricerca automatica come Google sono ormai non tanto come il mitico “manuale delle giovani marmotte” – così lo definisce Edoardo Segantini (Corriere della Sera, 12 giugno 2011) – quanto piuttosto come la Lampada di Aladino: uno strumento fantastico capace di esaudire ogni tuo desiderio, magicamente (perché il 99 per cento degli utenti non sa in fondo esattamente come esso funzioni dal punto di vista tecnico: ne accetta i risultati e basta, come in fondo accade anche per la tecnologia più banale di cui non ci preoccupiamo mai di come essa funzioni ma soltanto dei suoi effetti).

Irretiti dunque in un sistema “magico” che sta allevando una generazione che pensa e quindi agisce in modo del tutto diverso dai suoi genitori: se già i ragazzi degli anni Settanta e Ottanta si sono trovati in mezzo alla rivoluzione informatica, quelli dagli anni Novanta in poi, che adesso sono maggiorenni e anche meno, dal momento dell’uso di ragione (e forse prima) hanno vissuto in una rivoluzione avviata e consolidata. Non conoscono quindi il mondo di prima, cioè un mondo senza cellulari, computer, smartphone, Ipod, facebook, youtube, twitter, tablet ecc. ecc. Sono quelli che Paolo Ferri definisce Nativi digitali (Mondadori).

Insomma, come dicono molti specialisti, sta avvenendo, in parte è già avvenuta, una mutazione antropologica in cui il modo di apprendere si è velocizzato al massimo, ma anche semplificato e banalizzato. Basti pensare a come, non solo dagli studenti, ma anche da giornalisti e addirittura docenti e studiosi, viene percepito e utilizzato uno strumento come Wikipedia, quasi fosse la Bocca della Verità, mentre dovrebbe essere usato con cautela, cercando controlli e confronti.

INTERNET4In realtà Wikipedia è il contrario della vera Cultura dato il modo con cui si forma e alimenta: pretende di essere una enciclopedia “aperta”, formata “dal basso”, costituita “da tutti e da nessuno”, insomma “democratica”. Si tratta invece di un luogo in cui la quantità in genere scaccia la qualità: dove una affermazione viene accettata a maggioranza anche se falsa, dato che spesso vige una censura ideologica e certe cose non si possono accettare e quindi scrivere anche se sono la verità (forti polemiche in merito sono rimbalzate sulla stampa). E chi non si conforma, dopo una specie di processo popolare viene allontanato e gli si proibisce di scrivere! E’ come se si fosse costituita, scrive Ferri, una “intelligenza collettiva”, come se i suoi utenti fossero animati da un “sistema nervoso digitale”. Molto oltre il Grande Fratello orwelliano!

E’ il falso mito della Democrazia della Rete che ha creato molti delusi e molti pentiti, come una serie di libri recenti sta dimostrando. In genere si dice che una macchina, uno strumento, sono neutri e dipende da come li si usa se producono poi effetti positivi o negativi. Ma in realtà la macchina ha un potere transitivo, come affermava Ernst Jünger, e pian piano trasforma chi la utilizza acriticamente, senza rendersi conto di quel che fa. E se questo era valido quando lo scrittore tedesco esponeva le sue tesi nel saggio Der Arbeiter che è del 1932 (L’Operaio, Guanda, 1991) e la “macchina” era di un certo tipo, figuriamoci oggi dopo ottant’anni. Nel caso della Rete tramite computer o cellulare, siamo di fronte ad uno strumento per comunicare o apprendere e non per realizzare alcunché di concreto come appunto all’epoca di Jünger e, tutto sommato sino a vent’anni fa. Quindi la possibilità di modificazione mentale, psicologica, di abitudini e modi di fare è assai più facilmente realizzabile. Kevin Kelly, un super-esperto fondatore della rivista Wired, ha portato alle estreme conseguenze questo ragionamento nel suo Quello che vuole la tecnologia (Codice) affermando che il rapporto fra essere umano e tecnologia digitale ha creato quello che lui definisce il technium. Vale a dire una specie di entità a sé che quasi non è più controllabile dall’uomo ed in cui si sta manifestando la “comparsa del sé”. Un Sé che è addirittura fantascientificamente “immortale” in quanto formato da idee! Insomma la Rete sta diventando autonoma e si svincola dal controllo umano. Siamo ben oltre i robot di Asimov che prendono coscienza e dei replicanti di Dick che sentono di essere uomini e donne! Infatti, per Kelly sta nascendo un vero e proprio “superorganismo”, che ci assommerebbe poco alla volta tutti sin a diventare quasi una entità sacra… Siamo al racconto di Brown, in cui una volta collegati tutti i calcolatori elettronici del mondo (così si chiamavano negli anni Sessanta), nasce Dio.

INTERNET3La machina è stata considerata un mezzo per aiutare l’essere umano. Poi si è trasformata in un prolungamento dei suoi organi, poi ancora del proprio Sé. Quando la machina è diventata medium e da concreta è diventata astratta, come oggi è la Rete, ecco che l’espansione del nostro Io si è trasformata in virtuale e si è estesa in tutto il mondo: Internet, con tutti i suoi derivati, è, come dice Nicholas Carr, ormai un “medium universale” che ci impedisce di fuggire dalla Rete.

L’automobile ha modificato il nostro modo di spostarci. Il telefono il nostro modo di comunicare a distanza. Già la vita degli anni Venti era molto diversa da quella di fine Ottocento, ma in fondo non moltissimo diversa. Il telefono mobile e il PC, che ci portiamo ormai senza problemi appresso, hanno invece radicalmente modificato l’approccio: noi siamo raggiungibili, e possiamo essere raggiunti, sempre e dovunque, a meno di non lasciare il cellulare a casa o togliergli la batteria. E’ il terribile Always Connected , il Sempre Collegati, il Sempre Irretiti. Per di più, con l’ormai accertata e confermata possibilità di essere anche Sempre Rintracciati, Sempre Localizzati. Non solo da parte delle forze dell’ordine se abbiamo commesso reati, ma anche se siamo persone perbene che reati non ne hanno compiuti. Il Sistema, i gestori sanno – se lo vogliono –come rintracciarci sempre. E questo in un mondo ipocrita che della riservatezza, la cosiddetta privacy, ha costituito un totem. E infatti, lo ha denunciato ufficialmente il 23 giugno 2011 il professor Francesco Pizzetti, all’epoca presidente dell’Autorità per la protezione dei dati personali, che ha usato la metafora di Pollicino: usando certi strumenti noi lasciamo alle nostre spalle gli attuali “sassolini bianchi per segnare gli spostamenti”, vere e proprie “tracce tecnologiche”.

Ma ci faccia il piacere, avrebbe detto Totò.

INTERNET5Quindi ben vengano libri che su tutto questo ci facciano pensare, anche se dalla Rete non si uscirà mai più a meno di una catastrofe tecnologica universale: almeno si potrà dire che c’era chi ci ha messo in guardia, che ci ha avvertiti di come si potrebbe essere più prudenti e non cadere nei troppo facili entusiasmi di coloro che di una nuova invenzione vedono soltanto la faccia positiva (che ovviamente c’è, basti pensare a come sono state facilitate alcune ricerche, o tutto il patrimonio bibliografico che si può trovare su Internet ecc.). Sicché opere come Internet ci rende stupidi? di Nicholas Carr (Raffaello Cortina), Zero comments di Geert Lovink (Bruno Mondadori), Identità fredde di Eva Illouz (Feltrinelli), Tu non sei un gadget di Jaron Lanier (Mondadori), Dilettanti.com di Andrew Keen (De Agostini), Surplus cognitivo di Clay Shirky (Codice), ci possono mettere in guardia, senza toni apocalittici, ma certamente allarmati, su quante illusioni “politiche” si siano fatte su Internet, di come l’uso di certi strumenti stia modificando cervelli e sentimenti, come anche le identità personali possano cadere in crisi, di come i blogger non siano affatto rivoluzionari ecc. ecc.

Insomma, è il momento di fare una pausa di riflessione.

GIANFRANCO DE TURRIS

10 dicembre 2012 Posted by | by G. de Turris, Ciberspazio | , | 2 commenti

Arthur Clarke, dallo spazio alle spezie: un apprezzamento e una testimonianza

Comincia  con questo contributo la collaborazione con Gianfranco De Turris, che lo porterà ad apparire con regolarità sulle nostre pagine con articoli d’argomento fantascientifico, provenienti dal suo archivio personale.

Sulla Luna hanno messo piede per primi gli inglesi. Le astronavi, per i lunghi viaggi nello spazio, hanno bisogno di motori atomici. Su Marte ci sono piante e animali. I mari della Luna sono immensi bacini di polvere. Intorno alla Terra ruotano immense stazioni spaziali, vere isole nel cielo con a bordo centinaia di persone. Nel 2001 si raggiunge il nostro satellite regolarmente, si progetta un viaggio su Giove e le astronavi sono dirette da supercomputer senzienti… Sono tutte affascinanti “previsioni” contenute in libri di Arthur C. Clarke, e ovviamente non realizzate. E’ vero, accanto ad esse vi sono anche molte altre previsioni che abbiamo visto avverarsi, compresa quella, clamorosa, dell’impiego di satelliti artificiali in orbita geostazionaria per le telecomunicazioni, contenuta peraltro non in un suo racconto, ma in un articolo divulgativo.

E’ vero anche che tutto questo apparato parascientifico era proprio ciò che ci colpiva da ragazzi, e costituiva la pezza d’appoggio principale per difendere, negli anni Sessanta e Settanta dell’ahimè secolo scorso, la dignità del nostro genere letterario contro la critica togata, incline a supportare la famigerata battuta della buonanima di Mike Bongiorno, che infelicemente in tv lo definì “fantascemenza” (e ancor brucia il ricordo, in nostra tarda età). All’epoca, accanto a chi si basava proprio sui contenuti scientifici per sostenere che l’amata fantascienza era “una cosa seria”, c’era anche chi s’affannava ad additarne i magnanimi lombi in Platone, Luciano, Dante, Ariosto eccetera eccetera.

Poi, il tempo e l’ampliamento degli orizzonti culturali ci hanno fatto capire che l’importanza del nostro genere letterario non sta affatto nella “previsione tecnico-scientifica”. Non ha molta importanza se abbia o non abbia, ad esempio, previsto nei particolari la bomba atomica prima dell’esplosione di Alamogordo nel 1945, se abbia previsto le astronavi quando non c’erano neppure gli aerei di linea. Fosse veramente così – come ormai scriviamo da un bel pezzo – i risultati della tecnoscienza che viviamo ai giorni nostri e sulla nostra pelle, dovrebbero farci gettare il 90 per cento della fantascienza nella discarica delle delusioni letterarie: i cellulari e la Rete non se li è mai sognati, ad esempio, eppure deliziano e ossessionano i nostri giorni. Di personal computer non ha mai parlato, eppure ne stiamo usando uno per scrivere queste righe.

Ad altro, dunque, bisogna guardare per valorizzare la fantascienza e i suoi autori più importanti. Jean Baudrillard da tempo sostiene chel’immaginario fantascientifico è giunto a “ricoprire tutta la realtà”, per cui non è più possibile costruire dell’immaginario partendo dal mondo come oggi lo conosciamo e viviamo: il cosiddetto “genere del futuro” non avrebbe più insomma alcun futuro. Una posizione certo estrema ed eccessiva (la realtà offre ancora infiniti spunti per ipotesi futuribili), ma che in sostanza pone un problema: ci deve pur essere qualcosa d’altro, al di là dell’immaginare “previsioni scientifiche”, tale da poter far sopravvivere la fantascienza ad infinitum.

Prendiamo allora come esempio Arthur C. Clarke, che è come dire l’icona della fantascienza in Italia. E’ stato proprio lui, infatti, a far spalancare gli occhi e la mente dei ragazzi e degli adulti del 1952 sugli spazi sconfinati oltre la realtà del quotidiano (il quotidiano del dopoguerra, della ricostruzione, del Piano Marshall): intanto con i due alieni tentacolati sulla copertina del primo fascicolo di Scienza Fantastica che nell’aprile 1952 illustravano il suo racconto Missione di soccorso, e poi la città sotto la cupola e il razzo fusiforme sulla copertina del romanzo Le sabbie di Marte sul primo fascicolo de I romanzi di Urania del 10 ottobre 1952. Se c’è un nome con cui identificare la science fiction, per noi italiani, è proprio il suo.

Allo stesso tempo, però, voler misurare Clarke solo con il solo metro della previsione scientifica, cucendogli addosso l’abito dell’anticipatore par excellence, come si è spesso fatto e si continua a fare (magari insieme a Isaac Asimov), non solo è un errore ma anche una grave ingiustizia nei suoi confronti. Tutte le cosiddette “anticipazioni scientifiche” presenti nelle sue opere sono infatti niente altro che puri espedienti narrativi, e lui stesso (lo ha confermato personalmente a Sebastiano Fusco, che ha avuto la ventura d’incontrarlo) era il primo a dubitare che fossero corrette o che potessero realizzarsi mai. Lo spessore della figura di Clarke come scrittore e soprattutto come genio visionario si fonda su ben altri valori. Si fonda sulla grandiosità delle sue concezioni, sulla vastità della sua immaginazione e soprattutto sulla portata etico-morale del suo insegnamento. Insomma, su quello che in America, patria d’elezione del nostro genere letterario, è stato efficacemente definito sense of wonder, quel senso del meraviglioso che ti afferrava nel 1952 leggendo i primi “romanzi di Urania” e che non sempre – purtroppo – oggi ti prende ancora leggendo la fantascienza contemporanea (e non si tratta di una questione d’età)…

Questo, in effetti, è vero per tutta la fantascienza nel suo complesso. E’ riduttivo considerarla semplicemente come “narrativa d’anticipazione” soltanto perché tratta, come diceva Edgar Allan Poe, di mellonta tauta, “cose che avverranno”. Prevedere cose che si potrebbero verificare non è poi molto difficile (anche Gianfranco de Turris nei suoi racconti di ventenne lo ha fatto, benché del tutto alieno da una cultura scientifica): basta fare centomila predizioni, e qualcuna di esse si avvererà per forza. Una letteratura che camminasse su queste sole gambe, andrebbe ben poco lontano. In realtà la fantascienza, come disse un altro intellettuale francese, Maurice Blanchot, è una mirabile manifestazione della funzione profetica.

Qui bisogna intendersi.

Il termine “profeta”, oggi, ha assunto il significato di “persona che conosce il futuro”. Un tempo, non era così. Indovinare l’avvenire non era compito dei profeti, bensì degli indovini: genìa di trista fama, usi smerciare le loro dubbie capacità in cambio di moneta, e non molto apprezzati perché in genere non ci azzeccavano o erano soliti nascondere la loro ignoranza dietro discorsi fumosi, come fanno oggi gli astrologi da rotocalco. I profeti biblici, o i vati della classicità (per non parlare degli oracoli, che erano diretta manifestazione di un dio), avevano tutt’altra funzione: loro compito era lanciare ammonimenti dal profondo significato morale, avvertendo interi popoli, o culture, o la stirpe umana nel suo complesso, che se avesse deviato dall’insegnamento divino, o dalle leggi etiche, o dai princìpi morali, o dal semplice buon senso, il destino avrebbe avuto in serbo per loro eventi assai poco piacevoli. O, di converso, ricordare che la speranza nel futuro riposa nell’osservazione dei precetti divini o dei retti giudizi umani (il che, se vogliamo, come insegnava Socrate è la stessa cosa).

Per fare questo, vati e profeti impiegavano visioni grandiose espresse in linguaggio lussureggiante, ricolme di simboli e allegorie. La biblica visione d’Ezechiele, o i sogni di Daniele, ne sono esempi. Non è un caso che siano stati presi come spunto per divagazioni fantascientifiche: l’avvento di creature aliene, il sorgere di nuove civiltà, e se ne siano azzardate financo ricostruzioni “astronautiche”.

Non è un caso, appunto perché la fantascienza, come ha acutamente osservato Blanchot, non prevede: ammonisce. Ci avverte, per esempio, che l’uso della scienza senza coscienza ci porterà alla rovina (e ce ne accorgiamo ora, che viviamo nell’incubo nucleare, nella paura del disastro ecologico, della penuria d’energia e chi più ne ha più ne metta). Ci mostra e dimostra che gli esperimenti sociali attuati a beneficio di una sola classe, quale che essa sia, aprono la strada alla tirannide. Che l’assopirsi della creatività dietro realizzazioni stultificanti porta al rimbecillimento culturale. Che manipolare la natura umana intervenendo sulle sue origini senza un preciso rigore etico a guidarci può portare alla perdita della nostra stessa identità. D’altro canto, c’insegna anche che la scienza usata rettamente può aprirci le porte dell’universo. Che la concordia è la chiave d’ogni progresso. Che l’uomo è perfettibile, ma deve trovare in se stesso la spinta all’elevazione. Gli esempi al riguardo, nella narrativa fantascientifica, sono infiniti: non faremo torto alle conoscenze dei lettori di Urania andando a indicare loro degli esempi, li conoscono già benissimo. Ne citiamo uno soltanto, per rendere omaggio al ricordo di un autore amatissimo, nostro amico per cinquant’anni, di recente scomparso: Ray Bradbury, che con Fahrenheit 451 ha profetizzato l’annichilimento della cultura se insisteremo a volerla sostituire con le sitcom e a demonizzare la libertà di pensiero espressa nei libri (di carta).

Orbene, di questo tipo di fantascienza “profetica”, la più nobile, una delle più grandi realizzazioni della letteratura, Arthur Clarke era l’indiscusso campione. Come detto, lui stesso per primo si rendeva conto che l’elemento “anticipatore”, la semplice previsione tecnologica, non andava visto come il centro della narrazione, ma come l’innesco per visioni più ampie, di portata autenticamente cosmica. Per questo, come disse a Sebastiano Fusco nel corso dell’incontro già citato, e su cui torneremo, scelse come “io narrante” di Preludio allo spazio, il romanzo in cui raccontava della conquista della Luna, non uno scienziato, un tecnico che aveva partecipato in prima persona alla realizzazione dell’impresa, bensì uno storico: ovvero un umanista, non un tecnocrate. Una persona che sapesse cogliere il senso dell’inizio dell’astronautica come il manifestarsi di una nuova sfida destinata al progresso dell’umanità non soltanto sul piano scientifico, ma soprattutto su quello etico e morale. Un testimone: ed è questa una delle funzioni precipue dei profeti, l’essere testimoni dei propri tempi. Non conta che la conquista dello spazio, malgrado le previsioni, sia ancora lungi dall’essere realizzata: ciò che conta è la rappresentazione dell’ansia faustiana che spinge l’uomo verso le stelle.

Quest’incombere del futuro, questo senso di sgomento di fronte ai destini dell’umanità, sempre in bilico tra l’elevazione e la rovina (e quanti esempi al riguardo ci fornisce la storia!) è presente in molti altri scrittori, ovviamente, non soltanto in Clarke. Ma quanti di loro hanno saputo raggiungere una tale grandiosità di visioni? Quanti una tale profondità di ammaestramento? Ci viene in mente un solo esempio, un autore stranamente da noi poco frequentato, anch’egli inglese: Olaf Stapledon. Poi, in parte, Philip K. Dick, in parte Robert A. Heinlein, in parte Isaac Asimov e A.E. van Vogt, e ben poco altro.

Quanti hanno saputo concepire una visione così elevata e rarefatta come quella diLa città e le stelle, uno dei capolavori di Clarke? Un romanzo nel quale è tracciata non soltanto la diagnosi del male futuro, ovvero l’asservimento dell’uomo alla stessa tecnologia da lui creata, ma anche la terapia, ovvero il recupero della spiritualità attraverso la ribellione dell’artista verso il conformismo. Quale immagine simbolica dell’incombere del futuro è pari a quella dell’immensa torre alta trentaseimila chilometri di Le fontane del paradiso? Una struttura sconvolgente alla cui ombra l’umanità vale meno di una formica, e il cui unico parallelo si trova non nella tecnologia ma nell’arte, ovvero i mirabili affreschi tracciati nell’amata isola di Ceylon da un remoto e dimenticato maestro delle immagini. La vicenda scorre su due piani paralleli, il lontano passato e il lontano futuro, e racconta con plastica simbolicità una vicenda di elevazione e caduta: un’allegoria del cammino umano che sembra non dar luogo alla speranza, ma che ha in sé i germi della rigenerazione. All’antico artista vennero troncate le mani perché non potesse ripetere una seconda volta, per un altro re, un’opera così alta. All’umanità, rimane comunque il miraggio delle stelle.

E che dire dello straordinario soggetto di 2001: Odissea nello spazio, in cui si sono fusi gli ingegni di due fra i più grandi visionari del secolo scorso, Clarke e il creatore d’immagini Stanley Kubrik? Al di là delle anticipazioni tecnologiche (ben poco realizzate) ciò che conta nella vicenda è la mirabile conclusione (per molti criptica e oscura, mentre non lo è affatto), in cui emerge con grande potenza allegorica il sogno alchemico della coincidentia oppositorum, la fusione del microcosmo umano con il macrocosmo divino. Il germe dell’uomo che innesca il germe dell’universo. Il finale della pellicola riecheggia in modo suggestivo un antico testo chiamato Tavola di Smeraldo attribuito a Ermete Trismegisto, in cui viene narrata simbolicamente l’origine del Tutto. Fusco accennò a questa simmetria con Clarke, nel corso del suo incontro, chiedendogli se avesse mai letto la Tavola. Lo scrittore confessò di non averla mai sentita nominare. Quando Fusco gliela recitò (è molto breve, dodici frasi in tutto, tra cui famosissima la prima: “Ciò che è in alto è come ciò che è in basso, e ciò che è in basso è come ciò che è in alto per fare il miracolo della Cosa Unica”), Clarke ne fu impressionato e disse che gli sembrava un resoconto preciso dell’origine del cosmo, da parte di qualcuno che, chissà come, in epoche remote (la più antica testimonianza della Tavola risale al settimo/ottavo secolo di questa era) aveva compreso la necessità della Grande Unificazione, il Santo Graal della fisica, ovvero una formula in grado di unificare la Teoria della Relatività (il macrocosmo) con la fisica quantistica (il microcosmo). Per uno che di alchimia non si era mai interessato, è una straordinaria intuizione.

Chiudiamo con un ultimo ricordo personale, legato all’incontro con Fusco cui si è già accennato. Risale a una quindicina d’anni fa. Essendosi recato in India per questioni di lavoro, Fusco non sì fece sfuggire l’occasione di recarsi anche nello Sri Lanka, a trovare Clarke nella sua villa, situata su una collina a cui si arriva per una strada piuttosto scoscesa. Fusco era già da molti anni in corrispondenza con Clarke, ed anzi, poco più che ragazzetto, gli aveva inviato una lettera avvertendolo che in Italia i suoi libri erano apparsi, fino ad allora (parliamo dell’inizio degli anni Sessanta) in traduzioni pesantemente massacrate da tagli ed equivoci. Clarke se ne infuriò e mandò una lettera all’editore intimando che le ristampe eventuali dei suoi libri fossero corrette, come poi avvenne. Anche per questo, lo scrittore fu lieto di conoscere di persona il suo corrispondente.

(nella foto: Arthur C. Clarke)

Bene, Clarke era come lo si poteva immaginare: un inglese che più inglese non si può, di una cortesia che più cortesi non si può, e di una conversazione incredibilmente spiritosa. Dopo un’oretta di piacevoli chiacchiere, invitò Fusco a un giro nel giardino della sua villa: un itinerario incantato tra profumi esotici, piante lussureggianti, fiori enormi dagli splendidi colori. Giunto al centro, si fermò e con un ampio gesto della mano e un sorrisetto ironico, esclamò: “Odissea nelle spezie” (in inglese: A spice odyssey). La battuta doveva piacergli molto, perché a quanto pare la ripeteva praticamente ad ogni suo ospite. Comunque sia, questa è l’immagine di Arthur Clarke che ci è più cara: un gentile e ironico profeta nel giardino del paradiso.

GIANFRANCO DE TURRIS e SEBASTIANO FUSCO

Questo articolo è apparso per la prima volta nel numero 1587 di Urania ed è qui riprodotto per
gentile concessione della Arnoldo Mondadori Editore.

13 novembre 2012 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , , , | 3 commenti

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