Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

INDIA1 – Gli Indiani nello spazio, a modo loro.

Era da tempo che volevo mettere nero su bianco qualcosa a proposito del programma spaziale dell’India, e stavo raccogliendo documentazione quà e là. Fin dalle prime letture mi era diventato chiaro che la visione indiana dello Spazio era diversa da qualsiasi altra e meritava l’attenzione del pubblico più vasto possibile. E non si trattava solo di sottolineare, per esempio, che la sonda indiana lanciata verso Marte era costata sensibilmente meno degli equivalenti americani o europei. Il nocciolo della questione riguardava i metodi e le scelte politiche (o meglio, la filosofia) con cui gli Indiani andavano nello Spazio.

indiaminiUn programma spaziale per i cittadini

L’India è uno dei pochissimi paesi in via di sviluppo che ha dato inizio a un proprio programma spaziale qualcosa come 50 anni fa, e lo ha sempre sostenuto con fedeltà e coerenza di fronte alle acrobazie dei politici che, nella democrazia più grande del mondo, non sono state poca cosa, come ci insegna la cronaca. Fin dal suo inizio, il programma è stato rivolto in gran parte verso obiettivi civili, lasciando ai militari una fetta minore della torta dei finanziamenti, quella riguardante le comunicazioni. E i militari hanno accettato, fino ad oggi, di mantenere un basso profilo, cosa che proprio non si può dire sia successa nel resto del mondo. Così la Indian Space Research Organization (ISRO), una specie di NASA indiana, può oggi ostentare orgogliosamente dozzine di missioni compiute con successo sopratutto nel settore del monitoraggio delle risorse, pianificazione delle infrastrutture, meteorologia, gestione delle catastrofi naturali e salute, educazione e formazione. L’ISRO controlla, tra l’altro, una flotta di satelliti che eseguono il telerilevamento passivo (imaging) e quello attivo remoto (radar ad apertura sintetica), una rete GPS locale che copre tutta l’India, e una rete terrestre di radio e televisioni che riceve e ridistribuisce sul territorio i dati elaborati.

bandiera indianaIl governo e i privati finanziano le infrastrutture

Il governo, inoltre, ha favorito generosamente la costruzione delle infrastrutture necessarie al lancio e al monitoraggio di un veicolo spaziale in volo, nonché ovviamente la costruzione dei missili vettori. Uno dei più importanti successi ottenuti dall’ISRO in campo missilistico è rappresentato dal PSLV (Polar Satellite Launch Vehicle), sistema grazie al quale sono stati lanciati, fino ad oggi, 35 satelliti indiani e 45 di altri paesi. Così oggi l’ISRO è in grado di competere a pieno titolo e con una tecnologia proprietaria, in quasi tutti i segmenti tecnologici in cui si articola una missione spaziale, offrendo al cliente soluzioni “chiavi in mano” a prezzi molto competitivi.

Il miglior partner dell’ISRO è stato, da sempre, il governo. Sotto la sua costante pressione e controllo, coinvolgendo anche centinaia di piccole e medie aziende locali con contratti PPP, cioè di partenariato tra pubblico e privato, gli uomini dell’ISRO contano di portare a compimento entro due o tre anni una buona parte del mazzo di 170 progetti richiesti dal Primo Ministro Narendra Modi il giorno dopo la sua elezione nel giugno 2014 con lo slogan “il solo limite è il cielo”, per promuovere l’adozione della tecnologia spaziale nella vita quotidiana, e aumentare la qualità della vita dei cittadini. L’immagine qui sotto ne rappresenta una lista parziale.

India committments

I tempi cambiano….

Ma pur restando il benessere del cittadino la prima cura dell’ISRO, nuove sfide si aprono incessantemente. Nella sua nuova veste di potenza spaziale di primo livello, l’India deve assumersi ora la sua parte dei costi della ricerca pura e dello sviluppo di nuove aree dello Spazio: mi riferisco all’esplorazione del Sistema Solare che sta procedendo verso i pianeti esterni, i nuovi progetti di missione verso gli asteroidi più vicini alla Terra a scopo di estrazione mineraria e difesa contro eventuali pericoli di impatto planetario, nonché il rinnovato interesse registrato per la Luna, lo spazio cislunare e quello orbitale terrestre. Infine, di fronte ai solidissimi i bilanci della ISRO e alla completa fiducia (a volte perfino l’entusiasmo) dimostrato dai contribuenti, ai militari è sembrato ormai giunto il momento di portare all’incasso la cambiale ricevuta tanti anni prima. L’ISRO è sensibile a queste tematiche, ovviamente, e quindi prepara i suoi piani. Ci potete scommettere: avremo tra breve nello Spazio una presenza stabile e numerosa di personale con il simbolo del Chakra, la ruota della vita. Ma questo sarà tema per successivi articoli.

di ROBERTO FLAIBANI

FONTI:

di Narayan Prasad e Prateep Basu

Renewing India’s space vision: a necessity or luxury?

pubblicato su The Space Review  – lunedì 4 maggio 2015

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di Mayank Aggarwa and Nikita Mehta

Govt partners Isro on 170 projects to use space technology

pubblicato su Live Mint – mercoledì 9 settembre 2015

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21 settembre 2015 Posted by | Astronautica, Difesa Planetaria, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , , , , , , | Lascia un commento

eso7. attribuire un nome

eso7 VenetiaC’era una volta …

Venetia Burney, una ragazzina di 11 anni, viveva a Oxford, nella casa del nonno Madan Falconer, ex-direttore della prestigiosa Bodleian Library. Quel giorno, il 14 marzo 1930, durante la prima colazione, Venetia stava raccontando ai commensali cosa aveva imparato nel corso della passeggiata virtuale attraverso il Sistema Solare organizzata dalla sua maestra nel parco dell’università il giorno prima. Ma il vocione del nonno interruppe le parole di Venetia: “Proprio a fagiolo!”, esclamò il vegliardo, dispiegando sul tavolo una copia del Times fresca di stampa, dove si annunciava la scoperta del nono pianeta del Sistema Solare e la necessità di attribuirgli un nome. Venetia, appassionata di mitologia greco-romana, colse l’attimo e disse forte e chiaro: “Perché non lo chiamano Plutone? Il dio degli Inferi vive nell’oscurità e indossa un elmo che lo rende invisibile: ciò spiegherebbe il fatto che ci son voluti 84 anni per scoprirlo”. Al colmo dell’entusiasmo nonno Madan si precipitò dal suo buon amico Herbert Turner, ex Astronomo Reale, per mettere in moto la procedura che il primo maggio successivo impose il nome Plutone al nuovo pianeta.

eso7 - zombi planet

Migliaia di candidati

Quasi un secolo dopo quegli avvenimenti, la comunità scientifica è in subbuglio di fronte a un problema analogo, ma di dimensioni molto maggiori: dare un nome alle migliaia di esopianeti che sono stati scoperti negli ultimi 20 anni, stabilendo regole chiare e univoche. Il primo passo è stata la conferma dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) come unico organismo in grado di gestire tale operazione. L’IAU, una ONG costituita da un grande numero di astronomi professionisti, ha quindi annunciato la creazione del concorso NameExoWorlds, da tenersi entro la fine di ottrobre 2015, dove, dopo aver vagliato un gruppo di 305 tra stelle ed esopianeti scoperti prima del 31 dicembe 2008, a 15 stelle e 32 esopianeti verrà assegnato un nome che figurerà accanto alle loro designazioni alfanumeriche nel catalogo ufficiale. Il nuovo regolamento prevede che le associazioni e i club di astrofili, debitamente registrati, si occupino di proporre rose di nomi candidati, e che l’accesso al voto sia consentito a chiunque, una volta installati opportuni algoritmi che impediscano, dallo stesso computer, di inoltrare più di un voto per ogni corpo celeste candidato. Sarà solo l’inizio, perché la lista d’attesa è già pronta e conta, per il momento, oltre 2000 candidati, solo tra gli esopianeti, che saranno presi in considerazione nei prossimi concorsi.

eso7 Epsilon_Eridani_bTutti hanno diritto al voto

Sempre che tutto vada bene. Infatti la temperatura tra IAU e Uwingu, una società che offre servizi di denominazione, nella fattispecie nomi per gli esopianeti e i crateri di Marte, stava arrivando al calor bianco. La querelle era esplosa nel 2006, nel bel mezzo della tempesta scoppiata per la retrocessione di Plutone a pianeta nano, ad opera dell’IAU. La decisione era stata contestata, con varie motivazioni, da un gruppo eterogeneo di space enthusiasts e di ricercatori, tra i quali anche Alan Stern, Principal Investigator della missione New Horizons. La contestazione si era estesa in un lampo a tutta l’attività della IAU, puntando principalmente sulla durezza del regolamento delle denominazioni, considerato troppo restrittivo. La Uwingu, da parte sua, non scherzava: chiedeva 9,99 dollari per proporre un nome e 1000 voti da 0,99 dollari ciascuno per rendere quel nome eleggibile. In cambio dava un artistico certificato e nient’altro, e certamente non il riconoscimento della IAU. Alan Stern, circonfuso di gloria e all’apice della carriera dopo il flyby di Plutone, saprà condurre la sua Uwingu a un ragionevole compromesso con la IAU? Affari loro, intanto New Horizons fila veloce sempre più addentro alla Cintura di Kuiper, in cerca di nuove scoperte e nuovi corpi celesti a cui attribuire un nome.

Noi space enthusiasts non perderemo certo questa occasione per votare, sperando che sia la prima di molte altre.

di ROBERTO FLAIBANI  

 editing STEPHEN P. BIANCHINI

Le illustrazioni: (dall’alto verso il basso): Venetia Burney, Fomalhaut b (zombie planet), Epsilon Eridani b

FONTI:

  • To Play or not to Play The Exoplanet Name Game?”, by Lee Billings

    pubblicato da Scientific American il 14 agosto 2015

  • The Hunt for Planet X” by Govert Schilling

    Springer – 2007

Credits: NASA, JPL, CalTech, ESA, Hubble, Springer, G. Schilling

10 settembre 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Scienze dello Spazio | , , , , , | Lascia un commento

eso6. Esopianeti, una sfilata di stranezze spaziali

Prima di tutto facciamo un aggiornamento del numero dei pianeti extra-solari individuati, che tende a cambiare nel tempo, grazie a nuove scoperte, osservazioni, e così via. Al 9 aprile 2015, risultavano localizzati oltre 1900 pianeti extra-solari. Le ultime statistiche davano 1953 pianeti in 1210 sistemi. Di questi, 480 sono sistemi planetari multipli come il nostro. Se avete voglia di stare al passo con loro, mettete un segnalibro alla pagina exoplanet.eu/catalog, che si può consultare anche per categoria o utilizzando le caratteristiche planetarie. Dopo aver navigato nel database utilizzando le più importanti chiavi di lettura (vedi eso1-5) in questo articolo presenteremo alcuni corpi celesti decisamente bizzarri.

Strani corpi celesti

Avevo menzionato il pianeta di diamante nell’articolo precedente come valida introduzione a questa galleria. Ora che solo caratteristiche non comuni sono state incluse nell’articolo di oggi, il posto in galleria è confermato. Inoltre ho trovato un breve video su questo pianeta eccezionale, che includo qui.

La faccenda si fa tanto più pazza quanto più si consulta il database per valori anomali. Prendiamo per esempio il già noto HAT-P-1, che altri non è se non Il Pianeta Vaporoso, per ottimi motivi. La sua massa è pari a metà di quella di Giove, ma è 1,76 volte più grande, più ancora di quanto previsto dalla nostra attuale teoria sulla formazione dei pianeti.

Pianeti inclinati e altre bizzarrie

Altrettanto intrigante è anche la varietà dei cosidetti pianeti “inclinati”. Inclinati cioè non solo rispetto ai loro assi, come Urano, ma anche rispetto all’equatore della loro stella di riferimento, come XO-3b, la cui inclinazione è di circa 37 gradi. Qualcosa di così insolito è stato fino ad oggi rilevato solo con Plutone, ritenuto dai ricercatori non più un pianeta, lo sappiamo, ma la missione New Horizons potrebbe cambiare anche questo. Sono state formulate delle teorie per spiegare come questo sia accaduto, date un’occhiata qui per maggiori informazioni.

Un’altra stranezza è quando un pianeta ruota così vicino alla sua stella d’origine che il suo moto orbitale – un anno terrestre in paragone – è più rapido di un giorno sulla Terra. Impossibile? Figuriamoci. Distante solo 3.400.000 km. dal suo sole, un anno su SWEEPS-10 dura 10 ore. E questo pianeta non è un caso isolato, anzi appartiene ad una categoria di mondi nota come “zippy planets”, o se volete “ultra short period planets” (USPPs) tutti con periodo orbitale pari a meno di un giorno terrestre.

I pianeti “tipo Star Wars”, luoghi di fantasia descritti nei film e nei racconti di fantascienza, e fino ad oggi ritenuti tali, cioè pura fantascienza, sono stati anch’essi trovati, e non solo pianeti parte di sistemi doppi o tripli o perfino multipli (per adesso il massimo che abbiamo trovato è uno stupefacente sistema quadruplo); sembra che esistano anche mondi la cui superficie è completamente ricoperta d’acqua, come GJ1214b, un pianeta tre volte la Terra, dotato di atmosfera (dato confermato).

 

 

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Il caso del pianeta divorato

E che dire di un mondo in bilico sul bordo di un tragico epilogo? L’attrazione gravitazionale del suo sole sarebbe infine capace di inghiottirlo. E’ il caso di WASP-18, che i ricercatori tengono attualmente sotto stretto controllo per rilevare qualsiasi cambiamento nei dati orbitali che confermi, o smentisca, il suo destino. Anche peggio il fato annunciato per WASP-12b, sulla strada di essere letteralmente “divorato” sotto i nostri occhi. Conosciuto anche per essere il più caldo pianeta della Via Lattea, questo sfortunato corpo celeste è in procinto di essere spogliato della sua materia, come lo Spettrografo delle Origini Cosmiche (COS), strumento con cui è equipaggiato il telescopio spaziale Hubble, ha recentemente rivelato. Come è spiegato sul sito della NASA, la sua storia è affascinante: “Il pianeta è così vicino alla sua stella (simile al sole) che viene surriscaldato fino a temperature altissime, e praticamente “sdraiato” sulla sua orbita fino ad assumere la forma di una palla da rugby, a causa delle enormi forze di marea a cui è soggetto. L’atmosfera è aumentata a dismisura fino a 3 volte il raggio di Giove, e sta facendo fuoriuscire materiale in direzione della stella. Il pianeta è del 40% più grande di Giove. Questo effetto di scambio di materia tra due corpi celesti di natura stellare si vede comunemente nei sistemi binari, specie quelli ravvicinati, ma è la prima volta che il fenomeno è stato osservato così chiaramente per un pianeta. Si vede una grande nube di materiale intorno al pianeta, che sta tentando di allontanarsi, ma sarà invece catturata dalla stella. Abbiamo anche identificato elementi chimici mai visti prima su pianeti extra-solari”. In base alle valutazioni della NASA, WASP-12b esisterà ancora per altri 10 milioni di anni, più che abbastanza per qualche bella foto.

 

di  STEPHEN P. BIANCHINI

traduzione ed editing di ROBERTO FLAIBANI e DONATELLA LEVI

Pubblicato per la prima volta da The Earthian Hivemind il 16 aprile 2015

Titolo originale: Exoplanet series – strange creatures

Credits: NASA, JPL, CalTech, ESA, Hubble

31 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

eso5. Massa e dimensioni planetarie influiscono nell’ospitare la vita

Grazie a Stephen Bianchini, autore del presente articolo, dei precedenti quattro e dei prossimi tre (otto in tutto) avremo coperto, anche se un po’ sommariamente, un settore importantissimo, quello sui pianeti extrasolari. Dopo aver esaminato quattro importanti caratteristiche utili per classificare gli esopianeti, e cioè abitabilità, età, distanza e temperatura, questo articolo è dedicato alla massa e alle dimensioni. (RF)

eso5-a_moon-size_line_up1Nell’aprile 2014, la scoperta di un pianeta di dimensioni paragonabili alla Terra nella zona di abitabilità della sua stella ha provocato un sacco di entusiasmo nella comunità scientifica. Per ottimi motivi: oltre a trovarsi nella zona abitabile, con tutte le conseguenze del caso, la dimensione è l’altra variabile che viene subito a mente quando si pensa a un pianeta che potrebbe ospitare la vita. Una massa scarsa provoca una insufficiente attrazione gravitazionale, e quindi niente atmosfera. Se capitasse il contrario, probabilmente registreremmo l’accumulo di grosse quantità di idrogeno ed elio, come nei giganti gassosi Giove e Saturno, cioè un ambiente non proprio accogliente per la vita come noi la conosciamo. Ma i pianeti di dimensioni simili alla Terra, sebbene siano risultati più numerosi di quanto ci si aspettasse, sono in realtà solo una frazione di quanti ne esistono realmente, mentre alcuni presentano dimensioni così estreme da farci dubitare se possano essere considerati o meno degli esopianeti.

 

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Cominciamo dai più piccoli

Partendo dal fondo della lista, ci sono alcuni “più piccoli”; basandosi sui criteri che ispirano questa selezione, in termini assoluti di massa il titolo di pianeta più piccolo  sembra appartenere a un mondo roccioso chiamato Kepler-37b (nell’immagine artistica qui a sinistra), che ha un raggio di poco superiore a quello della Luna ed è leggermente più piccolo di Mercurio (ma più vicino al Sole. La sua pazzesca temperatura è di circa 400°C.)

 

 eso5509304main_kepler_rocky_planet_fullPrima che Kepler-37b fosse localizzato nel 2013, il titolo era detenuto da Kepler-10b (nell’illustrazione qui a sinistra) appena 1,4 volte più grande della Terra. Scoperto nel 2011, è stato anche il primo esopianeta roccioso confermato da Kepler utilizzando i dati raccolti tra il maggio 2009 e l’inizio di gennaio del 2010.

 

 

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 HAT-P-11b, (nell’illustrazione qui a fianco) recentemente scoperto, vanta circa le dimensioni del nostro gigante di ghiaccio Nettuno, quindi rapidamente etichettato come Eso-Nettuno. Si trova a 120 anni luce di distanza nella costellazione del Cigno ma, a differenza del suo pianeta di riferimento (Nettuno) orbita molto più vicino alla sua stella madre. 

L’altra estremità della gamma 

Esistono mondi enormi. Tuttavia, qui il problema è quando un esopianeta smette di essere tale e diventa una nana bruna, vale a dire una stella mancata. Dopo tutto, le nane brune sono molto vicine ai giganti gassosi in quanto a composizione. Tant’è che il pianeta più massiccio registrato nell’archivio NASA, DENIS-P J082303.1-491201 b, con circa 30 volte la massa di Giove, probabilmente è qualificabile più come una nana bruna. CT Cha, citato nella lista del Laboratorio di Abitabilità Planetaria, con il massimo raggio e con circa 17 volte la massa di Giove, è un altro esempio.

eso5-070806_big_exoplanet_02Un caso interessante di pianeta massiccio è TrES-4, un pianeta davvero strano (immagine a sinistra). Perché? Perché è enorme in termini di dimensioni (70% più grande di Giove), ma meno denso, e sfida tutte le teorie correnti sui pianeti giganti surriscaldati. Si trova nella costellazione di Ercole, e orbita intorno a una stella che è più grande e più calda del Sole ma solo 10 volte più grande del pianeta stesso. Tutti questi fattori fanno sì che una piccola frazione della sua atmosfera esterna riesca a sfuggire al pozzo gravitazionale del pianeta e formi una specie di coda di cometa intorno al pianeta. Strano davvero.

TrES-4 e la sua minore densità sono un promemoria per segnalare che questa variabile è rilevante anche nella classificazione esopianeti. E se consideriamo la densità (cioè il rapporto tra massa e volume) ci accorgiamo facilmente che nel Sistema Solare i giganti gassosi variano molto da questo punto di vista… con Saturno che dovrebbe galleggiare su un ipotetico oceano, essendo meno denso dell’acqua stessa (tecnicamente parlando, però, questo non succede).

eso5-081006-exo-02Uno dei più densi esopianeti conosciuti fino ad oggi è un remoto corpo celeste chiamato COROT-exo-3b.(immagine a sinistra) Fa circa le dimensioni di Giove, ma più di 20 volte la sua massa, il che lo rende due volte più denso del piombo. Un altro buon candidato per il nostro catalogo delle nane brune.

Per quanto compatto possa essere, COROT-exo-3b non è nemmeno lontanamente denso come PSR J1719-1438 b, quest’ultimo senza alcun dubbio tra gli oggetti più fantastici mai rilevati in questa categoria. Conosciuto anche come il “pianeta pulsar”, ha una massa che è quasi la stessa di Giove, ma solo il 40% delle dimensioni di quest’ultimo. È uno strano mondo, largamente composto di carbonio cristallino, ma con una densità molto maggiore del diamante. È così: un pianeta enorme fatto di diamante.

 

di  STEPHEN P. BIANCHINI

traduzione ed editing di ROBERTO FLAIBANI e DONATELLA LEVI

Pubblicato per la prima volta da The Earthian Hivemind il 25 novembre 2014

Titolo originale: Does size matter for life? Giant and tiny exoplanets

Credits: NASA, JPL, CalTech, ESA, Hubble

29 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | 1 commento

eso4 – supercaldo o ultrafreddo?

Eccoci infine al quarto e conclusivo episodio del nostro piccolo esperimento ferragostano. Se qualcuno fosse interessato a conoscerne i risultati, può segnalarcelo nei commenti. Le pubblicazioni riprenderanno lunedì prossimo con un articolo del nostro Mongai  su due novità cinematografiche interessanti: Ant Man e Ex Machina (RF)

Fra le variabili sin qui considerate, l’abitabilità, l’età e la distanza dei pianeti sono state fin qui in primo piano. Questa volta parlerò di un altro fattore, la temperatura, soprattutto perché ha un impatto diretto sull’abitabilità. Ci sono alcuni pianeti freddi che abbiamo rilevato grazie a Kepler e altri telescopi, ma questo li batte tutti. Il suo nome è OGLE-2005-BLG-390L b (OGLE per gli amici): spero davvero che nella gara continua per la nomina degli esopianeti venga prodotto qualcosa di più fantasioso.

OGLE è stato scoperto nel 2005 dal telescopio danese dell’ESO (1,54m), situato a La Silla in Cile. La sua stella di riferimento è una nana rossa lontana 28mila anni luce, più vicina di noi al centro della Via Lattea. Il pianeta ha una massa pari a 5,5 volte quella della Terra. Una rivoluzione dura circa 10 anni, e si suppone che abbia una superficie rocciosa. Inoltre, con una temperatura in superficie di -220 gradi Celsius, è imbattuto come il più freddo mondo alieno scoperto fino ad oggi.

Ci sono altre cose che vale la pena segnalare a proposito di questo pianeta. Ad esempio, OGLE è solo il terzo pianeta extrasolare scoperto fino a oggi grazie alle ricerche di microlensing, dice Jean-Philipe-Beaulieu (Institut d’Astrophisique de Paris, France). “Mentre gli altri due pianeti scoperti in questo modo hanno massa pari ad alcune volte quella di Giove, la scoperta di un pianeta la cui massa è solo cinque volte quella della Terra (benché molto più difficile da rilevare di quelli più massicci) fa pensare che questi corpi celesti di massa più piccola siano molto comuni”.

È anche il caso di osservare che mentre la distanza dei pianeti dalla stella di riferimento ha una diretta relazione con la loro temperatura, cosa prevedibile, questo però non è sempre vero. Qualche volta i pianeti lontani sono relativamente “più caldi”. Questa non dovrebbe del tutto sorprendere, perché la temperatura è funzione di numerose variabili.

Volete un esempio che vi suoni familiare? Prendete il nostro Sistema Solare: l’atmosfera planetaria più fredda non appartiene a Nettuno, ma a Urano che si trova a circa 19,2 AU dal Sole, mentre Nettuno si trova a 30 AU. Con una temperatura minima di -216 °C oppure -224 °C, (le fonti di informazione differiscono su questo punto – qui sto citando NASA e BBC), Urano appare come il più freddo tra i mondi completamente sviluppati. Plutone è stato declassato qualche anno fa alla condizione di pianeta-nano, e quindi non lo abbiamo considerato in questa statistica.

Perché succede questo? Ci sono differenti teorie, una delle quali fa riferimento alla strana inclinazione del suo asse polare. Se ne fosse stato responsabile un impatto gigantesco avvenuto molto tempo fa, questo avrebbe anche potuto causare la fuoriuscita nello spazio di calore dall’interno del nocciolo. Inoltre Urano manca della interazione mareale che Nettuno ha con la sua luna Tritone, fenomeno che si traduce alla fine in calore. Tanto per chiarire, i pianeti non sono affatto gli oggetti più freddi dell’Universo. Il luogo più freddo mai trovato dagli astronomi è una nebulosa di spettrale bellezza, la Nebulosa Boomerang, che si trova a 5000 anni luce da noi, nella costellazione del Centauro. Con i suoi glaciali-272 °C, è perfino più fredda dello spazio circostante.

E cosa dire del contrario – del più caldo esopianeta finora conosciuto? È cognizione comune che anche in questo caso la distanza non è il solo fattore importante, e infatti Venere, grazie alla sua densa atmosfera, è più calda di Mercurio. Ma nello spazio profondo, questo record appartiene ad un pianeta chiamato WASP-12b, situato a 870 anni luce da noi. Con i suoi 2200 °C, una composizione gassosa di massa pari a una volta e mezza quella di Giove, e il doppio della sua stazza, è il pianeta più caldo mai scoperto.

Inoltre, con la durata di una sua rivoluzione pari a un solo giorno terrestre, e una distanza dalla sua stella di riferimento di poco più di 3 milioni di kilometri, è il pianeta dall’orbita più stretta mai trovato. Non è però destinato a rimanere così a lungo. Già, perché è così vicino alla sua stella di riferimento che le forze di marea che ne derivano stanno trasformando la sua forma in quella di un uovo, e disperdendo la sua atmosfera.

Mentre parliamo la sua stella se lo sta letteralmente cannibalizzando, e la NASA ha dato al povero pianeta soltanto una decina di milioni d’anni prima che sia divorato completamente. Ma lascerò le storie di horror galattico per un altro articolo

STEPHEN p BIANCHINI

traduzione di ROBERTO FLAIBANI  e DONATELLA LEVI

20 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia, Scienze dello Spazio, Volo Interstellare | , , | Lascia un commento

eso2 – Si faccia avanti Matusalemme

Il primo test, svoltosi ieri, ha avuto risultati interessanti e inattesi. La faccenda si complica. Ma è troppo presto per parlarne. Diamo inizio al secondo test, s’avanzi Matusalemme….

Nell’articolo precedente ho parlato dell’incredibile varietà degli esopianeti che abbiamo appena incominciato a scoprire. Ho anche menzionato cosa troviamo normalmente e cosa ci possiamo aspettare di trovare in accordo con l’astrofisica, inclusi gli obiettivi più desiderabili, per esempio i pianeti nella Zona Abitabile. D’ora in poi mi occuperò specificamente di questa categoria, e porterò come esempi alcune cose veramente strane … tutta roba buona per gli scenari di fantascienza. Il prescelto: Matusalemme, il pianeta più antico.

Si, ma quanto più antico? Per avere un’idea dell’età degli oggetti celesti è bene ricordare che l’anno zero, altrimenti noto come Big Bang, è avvenuto circa 13,78 GY fa (1 GY = un miliardo di anni), milione più milione meno, in accordo con il modello cosmologico standard Lambda-CDM. L’età della nostra galassia, la Via Lattea, è di 13,2 GY ma tra le stelle che la compongono ve ne sono alcune di gran lunga più giovani. Il Sistema Solare, per esempio, ha appena 4,60 GY, e tutti i pianeti, Terra compresa, 4,54 GY circa.

Si faccia avanti Matusalemme

Scoperto nel 1994, questo pianeta non va confuso con la stella HD140283 che ha lo stesso appellativo ma differente posizione, ed è noto tra gli astronomi come PSR B1620-26 b. Ha un’età stimata di 12,7 GY e una massa almeno doppia di quella di Giove. Questo gigante gassoso si trova a 5600 anni luce da noi, in un antico ammasso globulare nella costellazione dello Scorpione. Percorre la sua orbita in un sistema doppio formato da una nana bianca e una pulsar, e, considerata la sua età, ci sono forti possibilità che eventi stellari violenti come l’esplosione di una supernova, o altri, abbiano interessato la sua evoluzione. E’ difficile immaginare che una qualsiasi forma di vita possa essersi sviluppata in un simile ambiente. Scrittori di fantascienza: provateci!

Se il caso di Matusalemme vi ha messo in una buona predisposizione verso le anticaglie, potreste dare un’occhiata alla già menzionata, e recentemente scoperta HD140283, un apparente paradosso e di per se uno strano oggetto. Questo video è un buon punto di partenza:

Vi piacciono i più giovani, invece? Provate con LkCa 15 b, che a quanto si dice ha meno di un milione di anni. Su scala cosmica, appena un bambino

 STEPHEN p.BIANCHINI

traduzione di ROBERTO FLAIBANI

e DONATELLA LEVI

18 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

eso1- I pianeti extrasolari, imparare le basi

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Nella settimana dopo Ferragosto il blog registra da sempre il più basso numero di visitatori, e noi ne approfittiamo per realizzare un esperimento. Il 20 luglio scorso  abbiamo proposto ai lettori,  con il lancio di un apposito pacchetto, quattro brevi articoli sui pianeti extrasolari, e un nuovo modo di leggere il Tredicesimo Cavaliere. La cosa ha avuto risultati contrastanti: il post di presentazione è stato accolto benissimo, non così  i quattro articoli. Forse ai nostri lettori non interessa la tematica dei pianeti extrasolari? Inverosimile. Noi riteniamo invece che  la nuova modalità di lettura non sia stata ben recepita, e siamo pronti, dopo lo svolgimento del test che inizia oggi, ad effettuare le opportune modifiche. Il test consiste semplicemente nella riproposizione degli articoli sopra citati, in formato post, per vedere se si verificano variazioni di rilievo nel comportamento dei lettori. (RF) 

Avevo già parlato qualche volta della sfida che l’arte della costruzione di mondi rappresenta nella FS, in termini di progettazione di sistemi planetari effettivamente funzionanti, sia se dotati di una stella singola o doppia. E la sfida si estende all’immaginare corpi celesti dove la vita sia almeno teoricamente possibile. Tuttavia fin dal 1991, quando è stato individuato il primo esopianeta, le notizie di nuove scoperte stanno diventando via via sempre più frequenti.

L’ultima volta che ho controllato i dati (maggio 2014) presso The Extrasolar Planets Encyclopaedia, erano citati 1106 sistemi planetari, 1786 pianeti e 460 sistemi planetari multipli. La gran parte dei dati proviene dal cacciatore di pianeti Kepler,  l’ormai famosissima missione della NASA. Grandi quantità di dati, di una stupefacente varietà in termini di caratteristiche fisiche, composizione chimica e moto. Ciò rende la vita di un attento scrittore di fantascienza molto più facile: dovrete solo guardarvi intorno e impadronirvi di qualche idea. Almeno sarete sicuri che il vostro pianeta potrà volteggiare nello spazio, seguendo una certa orbita senza implodere o disintegrarsi perché qualche elementare legge fisica era stata ignorata. 

Ma vediamo cosa abbiamo qui. Sapete che potete aspettarvi giganti gassosi tipo Giove, o ghiacciati tipo Nettuno, oppure qualche pianeta piccolo e roccioso (come la Terra, ndt).

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Siete anche consapevoli del fatto che i pianeti nella Zona Abitabile   potrebbero probabilmente ospitare qualche forma di vita, e trovarsi intorno non ad una, ma a due stelle, data la relativa abbondanza di stelle doppie nell’Universo. Ma c’è ben di meglio: nello spazio profondo esistono cose talmente strane da superare tutta la creatività che potreste mettere in campo.

Prima di parlare delle creature più strane che si aggirano fuori, comincerò con quelle normali, per esempio quelle più simili alla Terra per forme e caratteristiche. Ci sono alcuni pianeti candidati per il titolo di “Gemello della Terra” , e L’Indice di Similarità terrestre (ESI) ne fornisce una buona misura sintetica.

Tenete buona nota che il sistema stellare Gliese581 ospita alcuni pianeti adatti. Uno di questi, Gliese 581 d, potrebbe essere il mondo alieno più potenzialmente abitabile conosciuto fino ad oggi. La sua massa è pari a 8 volte quella della Terra, è dotato di atmosfera, ed esistono le condizioni perché l’acqua possa scorrere sulla sua superficie. , l’acqua è un ingrediente indispensabile per la vita come noi la conosciamo. La stella Gliese 581 è una nana rossa relativamente vicina al nostro sistema, circa 20-22 anni luce nella costellazione della Lira, con 4 pianeti accertati e 6 ipotizzati.

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Sembra inoltre che un pianeta perfino più adatto di Gliese581 d sia stato trovato da Kepler meno di un anno fa. Si tratta di Kepler-186f, con un diametro di quasi 14000 chilometri, diciamo un 10% più grande della Terra, e ben dentro la Zona Abitabile. Comunque, situato com’è a 490 anni luce dalla Terra, di sicuro sarà difficile intravvedere qualche immagine diretta, così non siamo sicuri su quale dei due si qualifichi meglio, almeno per il momento.

A cura della redazione di Space. com,* Qui * potete trovare una serie di  video e documentari sui pianeti extrasolari

Per adesso niente di strano, vero?

Calma e gesso, nel prossimo articolo strani oggetti entreranno in scena ……

STEPHEN P. BIANCHINI

traduzione:  ROBERTO FLAIBANI E DONATELLA LEVI

 

17 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , | 2 commenti

Dear Mr. President

Barak Obama

Questo è un momento di grande entusiasmo,  mentre la sonda New Horizons continua a spedire i dati raccolti su Plutone e una nuova, ancor più importante missione ha ricevuto i primi finanziamenti in un coro unanime di consensi sia da parte del Congresso degli Stati Uniti che della pubblica opinione americana e internazionale. Si tratta del volo verso la luna di Giove chiamata Europa, per la prima volta, dichiaratamente e senza mezzi termini, alla ricerca della vita fuori della Terra. E proprio in questo momento, mentre il bilancio generale della NASA è in crescita, quello della sua Divisione per le Scienze Planetarie subisce, per il quarto anno consecutivo, una erosione ad opera dela Casa Bianca.

In questo frangente  la Planetary Society, organizzazione non govenativa ben nota ai nostri lettori, ha deciso di dare inizio a una di quelle campagne di sensibilizzazione e supporto per le quali va famosa: si tratta di una petizione rivolta direttamente al Presidente Obama per la difesa e l’incremento degli stanziamenti diretti alle Scienze Planetarie. Il testo proposto non è una richiesta di finanziamenti a favore della Planetary Society, anzi è del tutto condivisibile da parte di chiunque abbia a cuore la causa dell’esplorazione dello spazio, al di là di interessi nazionalistici e di parte, ed è inoltre parzialmente modificabile secondo i desideri del singolo proponente.

La NASA è la più solerte tra le agenzie spaziali nel rendere di pubblico dominio i dati raccolti nel corso delle proprie missioni, dando il buon esempio perfino all’ESA, spesso vittima delle baronie universitarie, che tendono a rallentare la diffusione dei risultati delle ricerche per i più vari motivi. E invece parere largamente condiviso che anche in Europa e in Italia esistano personalità e strutture che potrebbero raccogliere il testimone della Planetary Society e dar vita a un forte servizio di advocacy. Invitiamo i lettori, oltre a firmare la petizione diretta al Presidente Obama, a commentare questo articolo e farci conoscere le loro opinioni in merito all’organizzazione di un simile servizio.

 

ROBERTO FLAIBANI

4 agosto 2015 Posted by | Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

I Congiurati di Plutone 2.0

 Scienziati festeggiano NHIn qualità di astrononni ci piace poco rincorrere la cronaca, tanto più se fila alla bellezza di 16 km al secondo. Preferiamo metterci in retroguardia, ragionare e lasciare spazio al nostro istinto di segugi. Così capita di ritrovare nei cestini della carta straccia di editori (professionali o amatoriali) infinitamente più grandi e ambiziosi di noi, delle perle perdute. Ne parleremo nelle prossime settimane. Mentre indaghiamo, però, non possiamo non essere coinvolti dalla frenesia del momento storico, e vogliamo esserci anche noi per la foto di gruppo. Vi proponiamo quindi “I Congiurati di Plutone 2.0”, versione appena rinfrescata di un articolo che quando uscì, ormai più di 2 anni fa, piacque a molti … (RF)

(nella foto: esultano i soci fondatori della lobby dei Congiurati di Plutone –  da sinistra a destra: Cathy Olkin, Jason Cook, Alan Stern, Will Grundy, Casey Lisse, and Carly Howett. Foto di Michael Soluri.

 Sebbene il cielo sia assolutamente terso, cade una neve leggera: è il freddo estremo della sera che fa solidificare il metano e l’anidride carbonica della tenue atmosfera del pianetino. I cristalli ricoprono il terreno gelato, e consentono a un piccolo gruppo di sportivi di muoversi sui loro sci riscaldati (per favorire la sublimazione del ghiaccio secco e aumentare la scivolosità) e concedersi qualche ora di sci di fondo nel morbido paesaggio notturno. Più tardi, per niente affaticati da una forza di gravità molto inferiore a quella terrestre, volta la direzione di marcia verso le luci lontane dell’avamposto, vedranno il Sole sorgere sulle colline, anonima stellina un po’ più brillante delle altre. Quanto basta però per innalzare la temperatura al suolo di un paio di gradi e dare inizio al processo di sublimazione su larga scala, che riporta metano e anidride carbonica in forma aerea. Mentre i terrestri ripongono gli sci e si apprestano al loro turno di lavoro, qualche volta, specie in estate, a grande altezza si formano pochi, pallidi cirri che tingono il nero cielo di Plutone con morbidi toni di giallo, bianco e rosa. Dopo 85 anni dalla sua scoperta, dopo essere stato declassato a pianeta nano e aver ricevuto il numero asteroidale 134340, il 14 luglio 2015 Plutone sarà raggiunto e sorvolato alla distanza di circa 10.000 km. dalla sonda New Horizons.

Plutone SistemaSiete liberi di non crederci, ma ormai è un fatto storico comprovato: la lobby scientifica conosciuta come “I Congiurati di Plutone”, fu costituita nel maggio 1989 a Baltimora, in un piccolo ristorante italiano, consumando pizza e vino rosso. C’erano Alan Stern, vero padre del progetto, del Southwest Research Institute di Boulder in Colorado, oggi Principal Investigator della missione New Horizons, e una decina tra planetologi, esperti di asteroidi e qualche ingegnere. I Congiurati si diedero il compito di convincere la NASA a organizzare una missione diretta al sistema di Plutone nel minor tempo possibile. L’iniziativa ebbe dapprima buona accoglienza e il progetto dei Congiurati, chiamato Pluto 350 (il numero si riferiva al peso della sonda in kg) fu sottoposto a studi più approfonditi. Negli anni successivi, però, lo stesso Alan Stern, nella sua qualità di presidente del Gruppo Scientifico di Lavoro sui Pianeti Esterni, accantonò Pluto 350 preferendogli il Pluto Fast Flyby, un progetto che si basava su una coppia di veicoli spaziali gemelli del peso di soli 75 kg ciascuno, ideati da Robert Staehle e Stacy Weinstein del Jet Propulsion Laboratory (JPL) di Pasadena. Stern, inoltre, aggregò all’impresa l’Istituto russo di Ricerca spaziale (IKI), che si offrì di fornire due piccoli lander destinati a Plutone, e l’economico razzo vettore Proton. Il nome della missione fu cambiato in Pluto Express, si era nel 1995.

Cintura KuiperNegli anni che seguirono il progetto fu sottoposto a feroci critiche di carattere economico e a nulla valse l’ampliamento della missione ad alcuni oggetti transnettuniani. Nell’autunno del 2000, la NASA tentò perfino di cancellare la missione, ma Ted Nichols, uno studentello di liceo, raccolse su Internet, in una sola settimana, ventimila firme in calce a una petizione di protesta, e l’Agenzia dovette fare un passo indietro, garantendo la fattibilità della missione, purché non costasse più di 500 milioni di dollari. Fu indetta una gara dalla quale emerse vincitore il progetto New Horizons così com’è oggi. Nel 2003, infine, la missione dovette essere difesa da un altro tentativo di siluramento, questa volta a opera della Casa Bianca, sotto pressione a causa della crisi economica.

La sonda venne lanciata il 19 gennaio 2006, giusto in tempo per sfruttare, alla fine di febbraio 2007, l’effetto fionda gravitazionale di Giove che generò un incremento della sua velocità di 4 km/s, indispensabile per presentarsi al flyby con Plutone, nel 2015, alla velocità residuale di ben 16km/s. Dopo il flyby, infatti, la sonda continuerà il suo viaggio di esplorazione addentrandosi nella Fascia di Kuiper per una decina d’anni, finchè il piccolo generatore termico a radioisotopi (RTG) con cui è equipaggiata sarà funzionante. La NASA ha già pronte nuove possibili destinazioni. A chi chiede come mai non sia stato previsto che New Horizons entrasse in orbita intorno a Plutone, per una esplorazione più approfondita, i responsabili della missione rispondono che ciò è dovuto proprio all’alta velocità con cui la sonda si muove: la frenata che sarebbe necessaria per effettuare tale manovra comporterebbe un enorme consumo di carburante.

New Horizons dettagliLa sonda pesa 481 kg, di cui 30 costituiti da strumentazione scientifica (vedi foto a sinistra) e monta un’antenna a disco di 2,5 metri per tenere i contatti con la Terra. Il viaggio viene effettuato per la maggior parte del tempo in condizione di “ibernazione elettronica” per risparmiare energia; condizione da cui esce per brevi periodi programmati, allo scopo di verificare la rotta, il funzionamento dei sistemi di bordo e per caricare gli aggiornamenti del software. Costo della missione: 650 milioni di dollari.

ROBERTO FLAIBANI

Per concludere forniamo qui di seguito alcuni link che saranno utili a chi vorrà seguire l’evento in diretta:

sito ufficiale

Planetary Society

MISSIONE NEW HORIZONS – PLUTONE-CARONTE (in italiano)

Fonti:

I Congiurati di Plutone” –  versione origiinale

Molte grazie a Wikipedia, Michael Soluri, NASA, JPL

13 luglio 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Planetologia | , , , | Lascia un commento

Sprite: sonda spaziale ultraminiaturizzata

MasonPeck_NASA02Mason Peck (nella foto qui accanto), professore di ingegneria meccanica e aerospaziale della Cornell University era già noto per aver fondato lo Space Systems Design Studio e per il suo avveniristico lavoro sui dispositivi di aggancio magnetico per uso spaziale. Durante le sue ricerche sulla miniaturizzazione, creò la cosidetta “polvere intelligente”, sistemi di piccoli di sensori microelettromeccanici, in grado di misurare luce e temperatura, di registrare il movimento e la posizione, e perfino di rilevare sostanze chimiche e biologiche.

Il più recente dei suoi progetti si chiama Sprite, che Peck ama definire la sua personale astronave da tasca. Ma quando la produzione degli Sprite sarà a piena forza, il loro peso andrà dai 5 ai 50 milligrammi (mg) a seconda del modello e su un unico chip potranno trovare spazio, realizzati con materiali semiconduttori, tutti gli elementi necessari per una vera, anche se minimale, sonda spaziale da esplorazione: una radio, celle solari per l’alimentazione, condensatori per l’immagazzinamento dell’energia, sensori di carico per misurare l’impatto di particelle, sensori chimici, semplici spettrometri e telecamere CMOS, e tutta la capacità di memoria e la potenza di calcolo che si possono immaginare.

Pur non potendo ospitare un motore, né tanto meno stivare il propellente, lo Sprite può comunque navigare nello spazio. Infatti l’attuale tecnologia ci permette di costruire chip ultrasottili, nei quali il rapporto tra superficie e volume è tale che il momentum della radiazione solare può essere sfruttato vantaggiosamente. Sulla carta uno Sprite potrebbe raggiungere una velocità pari a 10 volte quella di Ikaros, la vela solare giapponese lanciata nel 2010.

sciame di sprites (Gruppo di Sprite in orbita terrestre)

Ma questa non è la sola forma di propulsione che potrebbe essere disponibile per gli Sprite. Se fossero dotati di carica elettrica, e Peck ha concreti progetti in questo senso, potrebbero manovrare in tutto il Sistema Solare come colonie di plancton spazzate dalle correnti oceaniche. avvalendosi della forza di Lorentz, che regola il movimento nei campi magnetici, nel nostro caso quelli che circondano i pianeti. E ancora: l’enorme campo magnetico di Giove, di intensità pari a 20000 volte quello terrestre, potrebbe essere usato per impartire ad una pattuglia di Sprite una velocità sufficiente a raggiungere Alpha Centauri in poche centinaia di anni. Infine, un’altra possibilità per lo Sprite di navigare all’interno del Sistema sarebbe quella di avvalersi dei campi gravitazionali dei pianeti, anziché dei loro campi magnetici, percorrendo la cosidetta Superautostrada Interplanetaria

Anche gli Sprite hanno i loro punti deboli. Il maggiore risiede probabilmente nella bassa potenza dei segnali radio che è in grado di emettere, e ciò si risolverà in una notevole lentezza delle comunicazioni con la Terra. Aumenterà probabilmente la possibilità di errori di trasmissione, anche per la difficoltà di rintracciare un debole segnale in mezzo al fragore delle interferenze naturali e artificiali. Inoltre sarà difficile creare tra gli Sprite una rete di comunicazione così efficiente da rendere loro possibile operare come sciami.

Sprite visione naturaleLo Sprite (eccolo nella foto accanto) è un piccolo oggetto sottoposto nello spazio a sollecitazioni di ogni tipo e intensità: radiazioni, temperature estreme, stress gravitazionali, chimici e termici, e non si intravvedono difese di nessun tipo adattabili ad esso. L’unica difesa risiede forse in ciò che appare proprio come il suo più grande pregio: il basso prezzo di produzione e i costi di lancio molto contenuti. Quindi la possibilità di fare largo uso della ridondanza: ad una previsione di forti perdite si risponde con l’invio di un numero di unità largamente superiore al necessario.

Tutto è piccolo negli Sprite, salvo il loro numero, che rende possibile costruire grandi reti composte da migliaia, ma anche milioni di sensori, capaci di produrre istantanee 3D dello spazio-tempo, qualcosa che nessuna grande sonda o apparato presente nel Sistema Solare è oggi in grado di fare.

Un primo tentativo di portare in orbita un set di Sprite è fallito  un anno fa, ma si sta preparando un secondo tentativo. Guardate il video Kicksat.org per maggiori informazioni.

ROBERTO FLAIBANI

 

 

FONTI:

Titolo originale: “Exploring Space with Chip-sized Satellites” by Mason Peck – published  July 28, 2011 on IEEE Spectrum

Titolo originale: “Sprites: A Chip-Sized Spacecraft Solution” by Paul Gilster – published July 17, 2014 on Centauri Dreams

 

28 giugno 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Scienze dello Spazio, Volo Interstellare | , , , , | 2 commenti

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