Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

eso7. attribuire un nome

eso7 VenetiaC’era una volta …

Venetia Burney, una ragazzina di 11 anni, viveva a Oxford, nella casa del nonno Madan Falconer, ex-direttore della prestigiosa Bodleian Library. Quel giorno, il 14 marzo 1930, durante la prima colazione, Venetia stava raccontando ai commensali cosa aveva imparato nel corso della passeggiata virtuale attraverso il Sistema Solare organizzata dalla sua maestra nel parco dell’università il giorno prima. Ma il vocione del nonno interruppe le parole di Venetia: “Proprio a fagiolo!”, esclamò il vegliardo, dispiegando sul tavolo una copia del Times fresca di stampa, dove si annunciava la scoperta del nono pianeta del Sistema Solare e la necessità di attribuirgli un nome. Venetia, appassionata di mitologia greco-romana, colse l’attimo e disse forte e chiaro: “Perché non lo chiamano Plutone? Il dio degli Inferi vive nell’oscurità e indossa un elmo che lo rende invisibile: ciò spiegherebbe il fatto che ci son voluti 84 anni per scoprirlo”. Al colmo dell’entusiasmo nonno Madan si precipitò dal suo buon amico Herbert Turner, ex Astronomo Reale, per mettere in moto la procedura che il primo maggio successivo impose il nome Plutone al nuovo pianeta.

eso7 - zombi planet

Migliaia di candidati

Quasi un secolo dopo quegli avvenimenti, la comunità scientifica è in subbuglio di fronte a un problema analogo, ma di dimensioni molto maggiori: dare un nome alle migliaia di esopianeti che sono stati scoperti negli ultimi 20 anni, stabilendo regole chiare e univoche. Il primo passo è stata la conferma dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) come unico organismo in grado di gestire tale operazione. L’IAU, una ONG costituita da un grande numero di astronomi professionisti, ha quindi annunciato la creazione del concorso NameExoWorlds, da tenersi entro la fine di ottrobre 2015, dove, dopo aver vagliato un gruppo di 305 tra stelle ed esopianeti scoperti prima del 31 dicembe 2008, a 15 stelle e 32 esopianeti verrà assegnato un nome che figurerà accanto alle loro designazioni alfanumeriche nel catalogo ufficiale. Il nuovo regolamento prevede che le associazioni e i club di astrofili, debitamente registrati, si occupino di proporre rose di nomi candidati, e che l’accesso al voto sia consentito a chiunque, una volta installati opportuni algoritmi che impediscano, dallo stesso computer, di inoltrare più di un voto per ogni corpo celeste candidato. Sarà solo l’inizio, perché la lista d’attesa è già pronta e conta, per il momento, oltre 2000 candidati, solo tra gli esopianeti, che saranno presi in considerazione nei prossimi concorsi.

eso7 Epsilon_Eridani_bTutti hanno diritto al voto

Sempre che tutto vada bene. Infatti la temperatura tra IAU e Uwingu, una società che offre servizi di denominazione, nella fattispecie nomi per gli esopianeti e i crateri di Marte, stava arrivando al calor bianco. La querelle era esplosa nel 2006, nel bel mezzo della tempesta scoppiata per la retrocessione di Plutone a pianeta nano, ad opera dell’IAU. La decisione era stata contestata, con varie motivazioni, da un gruppo eterogeneo di space enthusiasts e di ricercatori, tra i quali anche Alan Stern, Principal Investigator della missione New Horizons. La contestazione si era estesa in un lampo a tutta l’attività della IAU, puntando principalmente sulla durezza del regolamento delle denominazioni, considerato troppo restrittivo. La Uwingu, da parte sua, non scherzava: chiedeva 9,99 dollari per proporre un nome e 1000 voti da 0,99 dollari ciascuno per rendere quel nome eleggibile. In cambio dava un artistico certificato e nient’altro, e certamente non il riconoscimento della IAU. Alan Stern, circonfuso di gloria e all’apice della carriera dopo il flyby di Plutone, saprà condurre la sua Uwingu a un ragionevole compromesso con la IAU? Affari loro, intanto New Horizons fila veloce sempre più addentro alla Cintura di Kuiper, in cerca di nuove scoperte e nuovi corpi celesti a cui attribuire un nome.

Noi space enthusiasts non perderemo certo questa occasione per votare, sperando che sia la prima di molte altre.

di ROBERTO FLAIBANI  

 editing STEPHEN P. BIANCHINI

Le illustrazioni: (dall’alto verso il basso): Venetia Burney, Fomalhaut b (zombie planet), Epsilon Eridani b

FONTI:

  • To Play or not to Play The Exoplanet Name Game?”, by Lee Billings

    pubblicato da Scientific American il 14 agosto 2015

  • The Hunt for Planet X” by Govert Schilling

    Springer – 2007

Credits: NASA, JPL, CalTech, ESA, Hubble, Springer, G. Schilling

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10 settembre 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Scienze dello Spazio | , , , , , | Lascia un commento

Dal Panopticon al Sinopticon

Democrazia liberale e dittatura

Mai epoca della storia è stata più sorvegliata di quella delle democrazie liberaldemocratiche. Mai cittadino è stato più oggetto della osservazione occulta di quella vissuta dopo la sconfitta delle dittature del Novecento. E’ un dato di fatto, non una opinione. Il problema non si pone soltanto sul fronte della sicurezza (un po’ meno libertà individuale per una maggiore sicurezza generale: il che potrebbe anche essere spiegabile se non proprio giustificabile), ma soprattutto sul piano della vita comune, di ogni giorno. Le dittature del Novecento sono state definite antidemocratiche per il voler controllare ossessivamente il singolo cittadino, indipendentemente dal suo essere un criminale o un oppositore di fatto o in potenza. Vengono condannate per questo, per aver limitato la libertà e i diritti fondamentali individuali. Oggi, se si giunge a tanto è per il bene dei cittadini stessi, per proteggerli dal terrorismo e dalla criminalità violenta, da altri reati efferati, non per prevenire o reprimere il dissenso politico.

La telematica e il controllo sociale

Ma le cose non stanno ormai più così. Il controllo e l’intrusione nelle vite private della gente comune ormai lo si effettua quotidianamente, e neanche da parte di apparati statali, segreti o meno, ma per il semplice fatto che questa gente comune usa ormai regolarmente strumenti che la tecnoscienza ha messo a sua disposizione da un bel pezzo e a cui tutti sono abituati. La posta elettronica, le telefonate cellulari ad esempio sono controllate senza dover ricorrere al supersistema USA Echelon. Ci si può individuare per ogni dove, basta ricorrere alla mappatura satellitare. L’uso di carte magnetiche in autostrada, in banca, al supermercato, in albergo, in qualsiasi negozio lascia una traccia di quel che abbiamo fatto. Visitare siti internet, blog, gruppi di chat imprime nella Rete la nostra impronta telematica quasi indelebilmente. I nostri dati, volenti o nolenti, passando di mano in mano senza che lo si sappia, vengono accumulati per ricostruire il nostro profilo umano, ideologico, commerciale (seguono nell’ordine foto e immagini di McLuhan, Bentham e Orwell).


mcluhan-cardsTutto ciò non lo mette in atto una qualsiasi polizia segreta di una bieca dittatura del passato, ma una serie di gruppi sociali, commerciali, politici, anche singole e oscure persone mosse sia dalla pura e semplice curiosità sia da peggiori intenzioni. La tecnologia informatica, e la diffusione capillare di essa a portata di mano di chiunque, ha trasformato il pianeta non solo nel villaggio globale di cui parlava McLuhan, ma addirittura nel “grande cortile” di un condominio planetario e pettegolo in cui tutti possono, volendo, sapere tutto di tutti. Un esito che sicuramente gli ideatori dei satelliti di telecomunicazioni, della Rete, del telefonino mai avrebbero immaginato. 

Jeremy BenthamVi aveva pensato invece, come spesso accade, la narrativa dell’immaginario, anche senza arrivare alla descrizione dei sofisticati marchingegni di oggi. L’ossessione della sorveglianza totale e diuturna era venuta in mente, pensate un po’, ad un filosofo liberale inglese come Jeremy Bentham (1748-1832) che ideò un carcere modello chiamandolo Panopticon, dove un unico guardiano poteva controllare un intero complesso circolare di celle (il saggio con questo titolo è stato tradotto molti anni fa da Marsilio). Uno che controlla molti.

 

Orwell2

Così come un secolo e più dopo un altro inglese, George Orwell,ne aveva immaginato uno sviluppo tecnologico nel suo mai troppo ricordato 1984 (1949): qui c’è il beneamato dittatore di Oceania, il Big Brother, che ormai traduciamo tutti Grande Fratello ma che si dovrebbe più esattamente intendere come il Fratello Grande, il fratello maggiore di età, quello che ci sorveglia e ci protegge e in cui noi confidiamo. Grande Fratello che controlla tutti attraverso milioni di telecamere installate dappertutto, anche nei singoli appartamenti. Anche qui uno – anonimo, perché nessuno conosce il suo vero volto – controlla tutti.

L’invisibilità ai media contro il controllo sociale capillare

Ma l’invasione del privato, la violazione della riservatezza, – questo ipocrita tabù del nostro tempo, tanto invocato quanto violato – non è ormai solo “politica”. La fantascienza più critica e avveduta ha da sempre messo in guardia nei confronti della pubblicità pervasiva: nell’America degli anni Cinquanta, che subiva il primo massiccio attacco della pubblicità mediatica e si parlava per la prima volta dei persuasori occulti, uscirono opere significative che purtroppo oggi non si ristampano più per rimarcarne la preveggenza: da I mercanti dello spazio di Pohl e Kornbluth (1953) le cui eco si riverberano sino al film Blade Runner di Ridley Scott (1982), a Il verde millennio di Fritz Leiber (1953) con le pareti delle abitazioni che fungono da schermi pubblicitari. Meriterebbe una ristampa anche Simulacron 3 di Daniel Galouye che cinquant’anni fa (il romanzo è del 1964) immaginava una società fasulla creata dal computer per simulare ricerche di mercato: una anticipazione del Truman Shaw e di Second Life.

L’assurdo della situazione attuale è che quanto una volta era considerato antidemocratico (la violazione della riservatezza personale, della intimità di ognuno) messo in opera da bieche dittature, è oggi un sistema diffuso a tutti i livelli, accettato implicitamente o che non suscita l’allarme sociale che dovrebbe, ed al quale è impossibile opporre rimedio, a meno di non rinunciare a quasi tutto quanto lo sviluppo tecnologico ha messo a nostra disposizione ormai da parecchi anni: computer, internet, telefonini, carte di credito e compagnia bella. Non usare tutto ciò significherebbe diventare praticamente invisibili alla società informatizzata, ma significherebbe anche, sotto alcuni aspetti, essere impossibilitati a vivere una vita considerata oggi “normale”, ad avere un certo tipo di relazioni sociali, professionali e commerciali.

E’ l’era del Sinopticon, come l’ha definita David Lyon, dove molti controllano molti… quasi quasi tutti sorvegliano tutti.

Gianfranco De Turris

8 settembre 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti, News | , , , | 1 commento

eso3 – Pianeti extrasolari fotogenici

Domani finisce il nostro breve test. I colonnini, intesi come metodo di lettura alternativo del blog, rimarranno di sicuro, mentre le modalità di presentazione saranno probabilmente rivoluzionate. Ma… tempo al tempo.(RF)

La distanza conta, non se ne discute. Ho già accennato all’importanza della Zona Abitabile, che ovviamente è in relazione con la distanza del pianeta dal suo sole. La Terra è un buon esempio di un pianeta né troppo vicino, né troppo lontano, che quindi gode di condizioni favorevoli alla vita. Nel caso del Sistema Solare abbiamo una certa varietà in termini di distanza dal Sole. È comunque sorprendente che queste non siano le distanze più estreme che possono esistere in un sistema solare anche supponendo che nel sistema ci sia un’unica stella.

eso3 tabella

Infatti se si trattasse di un sistema doppio (o multiplo) le cose potrebbero cambiare drasticamente. Circa un anno fa, dei ricercatori dell’Università di Montréal, conquistarono l’attenzione della stampa identificando un pianeta sorprendente, di massa pari a molte volte quella di Giove, lontano 2000 Unità Astronomiche (UA) dal suo sole. Tanto per farsi un’idea, 40 o 50 volte la distanza di Plutone dal Sole (sì, anche le distanze possono variare). Sorprendente, considerando che oggetti celesti così distanti sfidano tutte le teorie correnti sulla formazione dei pianeti. GU Psc b, tale è il nome di questa piccola meraviglia, è così lontana dalla stella da cui ha avuto origine, che il telescopio Gemini, a sua volta un’altra meraviglia, è stato in grado di fotografarla senza l’aiuto di alcuna ottica adattiva, e i lettori dovranno leggere l’intera storia per capire veramente quanto essa è sorprendente. Oppure credermi sulla parola.

Eccolo qui, un piccolo punto indipendente di luce infrarossa separato dalla sua stella. Ciò è fondamentale per una serie di ragioni, come per esempio mettere alla prova il modello computerizzato di meccanica della formazione dei pianeti, anche tenendo conto delle sue caratteristiche fisiche come massa e temperatura, di solito difficili o impossibili da valutare correttamente a causa della presenza della stella.

Passiamo invece alla situazione opposta. Qual è la distanza minima di un pianeta da una stella se vogliamo evitare che ne venga divorato? Non parliamo per metafore, accade davvero e ne abbiamo le prove. Ma di questo parleremo in un altro articolo. La domanda, invece, è una di quelle a cui al momento è impossibile rispondere: quanto più il pianeta è vicino alla stella, tanto più è difficile rilevarlo. Possiamo solo affidarci a teorie e modelli matematici – quegli stessi che GU Psc b ha gia’ dimostrato essere inaccurati, quando non completamente sbagliati. C’è invece un’altra domanda a cui possiamo rispondere: qual è l’esopianeta più vicino al Sistema Solare? In effetti abbiamo un ottimo candidato in Epsilon Eridani b, il quale orbita intorno a una graziosa stella simile al Sole ad appena 10,5 anni luce dalla Terra. La porta accanto, in termini astronomici, ma alla portata dei nostri telescopi. Chissà che un giorno o l’altro non ne avremo qualche buona fotografia.

STEPHEN p BIANCHINI

traduzione di ROBERTO FLAIBANI  e DONATELLA LEVI

19 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

eso2 – Si faccia avanti Matusalemme

Il primo test, svoltosi ieri, ha avuto risultati interessanti e inattesi. La faccenda si complica. Ma è troppo presto per parlarne. Diamo inizio al secondo test, s’avanzi Matusalemme….

Nell’articolo precedente ho parlato dell’incredibile varietà degli esopianeti che abbiamo appena incominciato a scoprire. Ho anche menzionato cosa troviamo normalmente e cosa ci possiamo aspettare di trovare in accordo con l’astrofisica, inclusi gli obiettivi più desiderabili, per esempio i pianeti nella Zona Abitabile. D’ora in poi mi occuperò specificamente di questa categoria, e porterò come esempi alcune cose veramente strane … tutta roba buona per gli scenari di fantascienza. Il prescelto: Matusalemme, il pianeta più antico.

Si, ma quanto più antico? Per avere un’idea dell’età degli oggetti celesti è bene ricordare che l’anno zero, altrimenti noto come Big Bang, è avvenuto circa 13,78 GY fa (1 GY = un miliardo di anni), milione più milione meno, in accordo con il modello cosmologico standard Lambda-CDM. L’età della nostra galassia, la Via Lattea, è di 13,2 GY ma tra le stelle che la compongono ve ne sono alcune di gran lunga più giovani. Il Sistema Solare, per esempio, ha appena 4,60 GY, e tutti i pianeti, Terra compresa, 4,54 GY circa.

Si faccia avanti Matusalemme

Scoperto nel 1994, questo pianeta non va confuso con la stella HD140283 che ha lo stesso appellativo ma differente posizione, ed è noto tra gli astronomi come PSR B1620-26 b. Ha un’età stimata di 12,7 GY e una massa almeno doppia di quella di Giove. Questo gigante gassoso si trova a 5600 anni luce da noi, in un antico ammasso globulare nella costellazione dello Scorpione. Percorre la sua orbita in un sistema doppio formato da una nana bianca e una pulsar, e, considerata la sua età, ci sono forti possibilità che eventi stellari violenti come l’esplosione di una supernova, o altri, abbiano interessato la sua evoluzione. E’ difficile immaginare che una qualsiasi forma di vita possa essersi sviluppata in un simile ambiente. Scrittori di fantascienza: provateci!

Se il caso di Matusalemme vi ha messo in una buona predisposizione verso le anticaglie, potreste dare un’occhiata alla già menzionata, e recentemente scoperta HD140283, un apparente paradosso e di per se uno strano oggetto. Questo video è un buon punto di partenza:

Vi piacciono i più giovani, invece? Provate con LkCa 15 b, che a quanto si dice ha meno di un milione di anni. Su scala cosmica, appena un bambino

 STEPHEN p.BIANCHINI

traduzione di ROBERTO FLAIBANI

e DONATELLA LEVI

18 agosto 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

Dear Mr. President

Barak Obama

Questo è un momento di grande entusiasmo,  mentre la sonda New Horizons continua a spedire i dati raccolti su Plutone e una nuova, ancor più importante missione ha ricevuto i primi finanziamenti in un coro unanime di consensi sia da parte del Congresso degli Stati Uniti che della pubblica opinione americana e internazionale. Si tratta del volo verso la luna di Giove chiamata Europa, per la prima volta, dichiaratamente e senza mezzi termini, alla ricerca della vita fuori della Terra. E proprio in questo momento, mentre il bilancio generale della NASA è in crescita, quello della sua Divisione per le Scienze Planetarie subisce, per il quarto anno consecutivo, una erosione ad opera dela Casa Bianca.

In questo frangente  la Planetary Society, organizzazione non govenativa ben nota ai nostri lettori, ha deciso di dare inizio a una di quelle campagne di sensibilizzazione e supporto per le quali va famosa: si tratta di una petizione rivolta direttamente al Presidente Obama per la difesa e l’incremento degli stanziamenti diretti alle Scienze Planetarie. Il testo proposto non è una richiesta di finanziamenti a favore della Planetary Society, anzi è del tutto condivisibile da parte di chiunque abbia a cuore la causa dell’esplorazione dello spazio, al di là di interessi nazionalistici e di parte, ed è inoltre parzialmente modificabile secondo i desideri del singolo proponente.

La NASA è la più solerte tra le agenzie spaziali nel rendere di pubblico dominio i dati raccolti nel corso delle proprie missioni, dando il buon esempio perfino all’ESA, spesso vittima delle baronie universitarie, che tendono a rallentare la diffusione dei risultati delle ricerche per i più vari motivi. E invece parere largamente condiviso che anche in Europa e in Italia esistano personalità e strutture che potrebbero raccogliere il testimone della Planetary Society e dar vita a un forte servizio di advocacy. Invitiamo i lettori, oltre a firmare la petizione diretta al Presidente Obama, a commentare questo articolo e farci conoscere le loro opinioni in merito all’organizzazione di un simile servizio.

 

ROBERTO FLAIBANI

4 agosto 2015 Posted by | Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

I pianeti extrasolari e un nuovo modo di leggere il vostro blog preferito

planetspianetiextrasola

Cercavamo da tempo di avvicinarci alla tematica dei pianeti extrasolari (esopianeti), ma la materia è vastissima e complicata, e sinceramente non sapevamo da che parte incominciare, quando il nostro nuovo alleato Stephen Bianchini ci ha segnalato il successo di una serie di piccoli articoli dedicati all’argomento, apparsi sul suo blog The Earthian Hivemind, con la scusa di raccogliere materiale utile agli scrittori di fantascienza per la creazione di nuove ambientazioni. Abbiamo colto l’invito al volo: Stephen è un buon divulgatore e un eccellente tutor, non potevamo proprio chiedere di meglio.

Ma c’è di più. I lettori più attenti ricorderanno senz’altro un breve articolo apparso su queste pagine il 6 marzo scorso, intitolato Decisioni, in cui si presentava un progetto, possiamo dire, di ringiovanimento del blog. Da allora ci siamo scervellati invano per trovare il materiale, il tema che si adattasse meglio alle nostre esigenze di “decollo dolce”, finché non è arrivato Mastro Stephen con i suoi regali e tutti i pezzi del puzzle sono andati a posto.

Ecco quello che faremo: inauguriamo oggi la formula dei cosiddetti colonnini, con un primo poker di articoli introduttivi sugli esopianeti, gentilmente offerti da The Earthian Hivemind, del quale noi siamo i traduttori. Potete vederli qui a fianco. Seguirà, il mese successivo, un nuovo poker di articoli sugli esopianeti, ma qui cominceremo ad offrire elaborazioni nostre, svincolandoci poco a poco dal sostegno dell’ottimo Bianchini. E siamo a settembre: un altro balzo in avanti degli astrononni (tra non molto cryptocyborg), che dedicheranno la quaterna dei colonnini del mese all’apertura verso un settore nuovo per noi e difficilissimo: la geopolitica planetaria, e più precisamente all’arrivo dell’India nel novero delle nazioni maggiormente impegnate nell’esplorazione dello spazio. E vorremmo continuare così, aggiornando i colonnini ogni mese, ma con la segreta ambizione di arrivare a farlo, in futuro, una volta ogni quindici giorni. Chissà.

ROBERTO FLAIBANI

20 luglio 2015 Posted by | News | , | 3 commenti

Missione “Asteroid Redirect”: tra scetticismo ed entusiasmo

Quanto segue è la traduzione fedele di un articolo pubblicato su The Space Review nemmeno due mesi fa. Si tratta di un testo lungo e pieno di riferimenti a molte teorie e tecnologie spaziali. I lettori si preparino quindi a una lettura impegnativa che non abbiamo voluto suddividere in due puntate  per non perderne il pathos. E’ già in preparazione una scheda di aggiornamento zeppa di link e di info pertinenti, anche video, che verrà messa online tra qualche giorno. Per il momento possiamo offrirvi il trailer del film Disaster Playground, che non mancherà di suscitare l’attenzione di chi ancora non lo conosce. (RF)

Quasi due anni fa la NASA ha annunciato un progetto conosciuto oggi come Asteroid Redirect Mission, o ARM. L’idea base, presentata nella richiesta di bilancio dell’Agenzia per l’anno fiscale 2014, prevedeva l’invio di una missione robotica su un asteroide vicino alla Terra con l’obiettivo di catturarlo e trascinarlo nell’orbita lunare. Gli astronauti avrebbero poi raggiunto l’asteroide per raccogliere campioni e dimostrare la validità di tecnologie che la NASA considerava fondamentali per le future missioni umane oltre l’orbita terrestre.

ARM4(nel collage fotografico sono mostrati alcuni dei più conosciuti asteroidi vicini alla Terra)

Questo progetto audace – mutare l’orbita di un asteroide – ha faticato a vincere lo scetticismo dimostrato da molti sia nell’industria, che nella comunità scientifica, che nel Congresso. Ci si chiedeva fino a che punto una missione del genere fosse davvero il passo successivo più logico nel lungo cammino verso Marte. Attualmente ARM ha assunto una forma diversa, un cambiamento di cui molti non si sono sorpresi, ma che non sembra probabile possa far cambiare idea a quelli che criticano la missione.

Opzione B per il masso

La NASA aveva previsto di annunciare a dicembre quale di due opzioni avesse scelto per la parte robotica di ARM. Una, conosciuta come opzione A, era in sostanza l’idea base originale: inviare un velivolo spaziale su un asteroide con un diametro fino a dieci metri, afferrarlo (avvolgendolo forse in un “sacco”), e poi reindirizzarlo in un’orbita lunare. Un progetto simile a quello pubblicato nel 2012 dal Keck Institute for Space Studies del Caltech.

La NASA aveva anche cercato un’alternativa chiamata, logicamente, opzione B. Invece di spostare un intero asteroide, l’opzione B prevedeva l’invio di una navicella verso un asteroide più grande, forse di diverse centinaia di metri di diametro, con la superficie cosparsa di massi. Una volta lì, la navicella sarebbe atterrata afferrando un masso dal diametro di circa quattro metri per poi tornare nell’orbita lunare.

ARM5aDopo un incontro a metà dicembre presso la sede della NASA, l’agenzia ha però annunciato che avrebbe ritardato la decisione (vedi “Deferred decision”, The Space Review, 22 dicembre 2014), con la motivazione che voleva avere più tempo a disposizione per studiare le due opzioni.

Tuttavia, Robert Lightfoot, l’amministratore associato della NASA a capo del progetto ARM, ha fatto capire che l’opzione B sembrava l’approccio migliore. “Se da un lato c’è la complessità associata con lo spostamento del masso fuori dall’asteroide, dall’altro c’è lo sviluppo tecnologico che se ne ricaverebbe, e che offrirebbe una grande flessibilità operativa”, ha detto 17 dicembre annunciando il ritardo. Se la NASA fosse riuscita a gestire questa complessità e gli ulteriori costi economici – l’opzione B costa circa 100 milioni di dollari in più rispetto all’opzione A – l’agenzia sembrava disposta a sceglierla.

In dicembre sembrava che tale ritardo dovesse durare poche settimane, facendo pensare che una decisione sarebbe arrivata verso metà gennaio. Ma gennaio e febbraio sono passati senza un annuncio. Ai primi di marzo l’amministratore della NASA, Charles Bolden, a una domanda sullo stato di ARM, ha dichiarato che una decisione sarebbe arrivata il mese successivo, precisando, “Stiamo solo facendo un esame approfondito, per essere certi di aver pensato a tutto”.

ARM1Finalmente la settimana scorsa la decisione è arrivata. Il 25 marzo, in una teleconferenza con i media, e con un preavviso di poche ore, Lightfoot ha annunciato che la NASA ha completato la verifica dell’idea base della missione ARM scegliendo di procedere con l’opzione B.

Lightfoot ha spiegato che le tecnologie offerte dall’opzione B, tra cui la possibilità di atterrare sull’asteroide e afferrare dei massi, offrivano una maggiore flessibilità operativa in vista di future esplorazioni rispetto all’opzione A. “Sappiamo che è questo il genere di cose di abbiamo bisogno quando andiamo su un altro corpo celeste”, ha dichiarato, “e questo per me era fondamentale”.

Ha inoltre spiegato che un altro fattore a favore dell’opzione B era la maggiore possibilità di successo della missione. Una delle difficoltà, in particolare per l’opzione A, consisteva nel numero limitato di asteroidi bersaglio. È difficile rilevare asteroidi così piccoli, come anche assicurarsi che siano di possibili dimensioni e forma adeguate. Con l’opzione A la NASA correva il rischio di mandare un veicolo spaziale robotico su un asteroide, per poi magari scoprire che era troppo grande perché la navicella lo potesse reindirizzare.

ARM2bCon l’opzione B i potenziali obiettivi si conoscono meglio. Le ricognizioni fatte da veicoli spaziali su asteroidi di questa classe di dimensione indicano che le loro superfici sono ricoperte di piccoli massi, consentendo agli operatori della navicella di scegliere l’asteroide migliore – o di trovarne un altro se per qualche motivo la prima scelta si fosse dimostrata inadatta. “Ho intenzione di avere più obiettivi possibili quando arrivo lì. Il tutto si riduce sostanzialmente a questo”, ha detto Lightfoot.

L’opzione B consente anche di mettere alla prova una tecnologia di difesa planetaria denominata “rimorchiatore gravitazionale” (Gravity Tractor). Una volta afferrato il masso e ripartito, il rimorchiatore si manterrà vicino all’asteroide, causando con la sua gravità una variazione molto lieve, ma rilevabile, nell’orbita dell’asteroide. Tale progetto è stato proposto in passato come un modo per deviare eventuali asteroidi pericolosi senza la necessità di colpirli con proiettili o servirsi di esplosivi nucleari.

L’opzione B costa ancora circa 100 milioni in più rispetto all’opzione A, ma Lightfoot ha aggiunto che rientra in un tetto di spesa di 1,25 miliardi dollari, la metà del costo stimato dello studio originale del Keck Institute. Questa cifra, però, non include il costo del lancio della missione robotica, né il costo della successiva missione con equipaggio una volta che il masso viene portato su un’orbita lunare alta.

ARM6Per ora la NASA sta usando come obiettivo teorico l’asteroide 2008 EV5. Questo asteroide vicino alla terra, di circa 400 metri di diametro, non è stato visitato da altri veicoli spaziali, ma Lightfoot ha detto che, sulla base delle osservazioni fatte su asteroidi di dimensioni simili, si aspetta che la sua superficie abbia un gran numero di massi idonei. Questo asteroide è stato proposto come un obiettivo per altre missioni, tra cui la giapponese Hayabusa 2 e la missione europea Marco Polo-R.

Secondo il programma attuale della NASA, la missione robotica ARM verrebbe lanciata nel dicembre 2020, raggiungendo l’asteroide circa due anni più tardi. Lightfoot ha osservato che la NASA poteva aspettare al più tardi fino al 2019 per selezionare una destinazione per la missione, qualora decidesse di non andare su 2008 EV5. Una volta arrivata sull’asteroide, la navicella vi trascorrerebbe tra i 200 e i 400 giorni, raccogliendo il masso ed eseguendo test di trazione gravitazionale. La navicella e il masso raggiungerebbero l’orbita lunare verso la fine del 2025.

La NASA svilupperà stime più dettagliate di costi e tempi per la missione robotica ARM come parte del lavoro sulla “fase A” del progetto, formalmente iniziata la settimana scorsa con il completamento della revisione dell’idea base di missione. Lightfoot ha dichiarato che la NASA effettuerà nel mese di luglio 2015 una riunione strategica per determinare quali parti della missione l’agenzia dovrebbe sviluppare internamente e quali possono essere procurate commercialmente.

Un trampolino di lancio alternativo verso Marte

Alla teleconferenza con i media Lightfoot ha spiegato che nell’opzione B c’era un maggiore interesse commerciale. “Abbiamo pensato che l’opzione B ci avrebbe offerto maggiori opportunità di coinvolgere persone del settore commerciale”, ha affermato.

ARM2L’opzione B, ha sostenuto in seguito, sembrava anche offrire maggiori opportunità di partenariati internazionali. Il giorno dopo l’annuncio, parlando a un convegno a Washington, Lightfoot ha detto che diversi paesi, che non ha nominato, avevano mostrato un forte interesse a partecipare ad ARM in un modo o nell’altro.

“Sono i nostri partner internazionali che partecipano insieme a noi alla Stazione Spaziale Internazionale e ad alcune delle nostre missioni scientifiche”, ha detto al convegno, organizzato dalla Universities Space Research Association e dal George Washington University’s Space Policy Institute. “Hanno offerto di rendere disponibili al progetto questo genere di competenze.”

Questo partenariato, ha affermato, potrebbe coprire alcuni dei costi della NASA. “C’è il costo della missione e poi c’è il prezzo della missione”, ha detto. “Se ci sono altri disposti a entrare come partner, questo controbilancia il prezzo complessivo che l’ agenzia deve pagare.”
Ma mentre l’opzione B sembrava offrire maggiori possibilità commerciali e internazionali, non ha fatto cambiare idea agli scettici sull’idea base complessiva della missione. “Non capisco in che modo un masso possa aiutarci ad arrivare su Marte”, ha detto al convegno della scorsa settimana il professore di scienze planetarie del MIT Richard Binzel.

ARM3bBinzel aveva già criticato ARM in passato. La scorsa estate, durante una riunione del Small Bodies Assessment Group, ha definito ARM una “bravata”, affermando che somigliava a qualcosa che ha illustrato con una buffa diapositiva su una missione immaginaria chiamata Far Away Robotic sandCastle Experiment – FARCE (L’esperimento robotico lontano di castelli di sabbia – FARSA) (vedi “Feeling strongARMed“, The Space Review, 4 agosto 2014). Ora che la NASA ha chiarito l’opzione prescelta non è stato più gentile nei confronti di ARM al convegno della scorsa settimana.

Binzel ha detto che non è contrario al fatto che degli astronauti si rechino su asteroidi vicini alla Terra come un passo verso Marte. “Se vogliamo arrivare un giorno su Marte dobbiamo essere in grado di uscire dal sistema Terra-Luna,” ha affermato. Gli asteroidi vicini alla Terra, a suo avviso, possono servire come “trampolini di lancio” verso successive missioni su Marte.

Ha sostenuto, però, che aveva più senso inviare astronauti verso asteroidi vicini alla Terra nelle loro orbite originali, rilevando che gli astronomi avevano catalogato solo una piccola frazione di asteroidi che potrebbero essere accessibili da missioni umane. “Lo spazio prossimo è, in effetti, molto accessibile, e non è un salto gigantesco dal sistema Terra-Luna a un asteroide.”

Binzel ha proposto che ciò che la NASA sta attualmente spendendo per l’intero progetto asteroide -circa 220 milioni di dollari nella sua proposta di bilancio per l’anno fiscale 2016, tra cui ARM e attività connesse – venga dirottato sullo sviluppo di un telescopio spaziale di ricognizione che aiuti a scoprire un numero maggiore di asteroidi che possano diventare potenziali obiettivi per successive missioni umane.

ARM7“Al centro del progetto asteroide dovrebbe essere una ricognizione” ,ha detto, suggerendo che una missione di tal genere potrebbe mettersi in competizione con altre proposte già esistenti nei settori pubblico e privato, con un costo probabilmente simile a quello delle missioni planetarie di media portata del programma New Frontiers della NASA, che hanno un tetto di spesa dell’ordine di 1 miliardo di dollari.
Scopo di tale missione sarebbe non solo di rilevare potenziali obiettivi per successive missioni di esplorazione umana, ma anche di aiutare a completare una ricognizione, autorizzata dal Congresso, di oggetti potenzialmente pericolosi di almeno 140 metri di diametro, così come di trovare oggetti che potrebbero avere interesse commerciale. “Immaginate se potessimo avere un catalogo dei 100 o 1000 asteroidi più accessibili vicini alla Terra,” ha detto. “È la porta d’ingresso per l’utilizzo delle risorse situate nello spazio”.

Binzel ha riconosciuto che questo approccio rimanderebbe agli anni 2030 la data di una missione umana verso un asteroide. Altri in effetti hanno espresso la preoccupazione che non aver implementato una missione come ARM entro la metà del 2020, intorno al periodo in cui è probabile che la Stazione Spaziale Internazionale chiuda i battenti, potrebbe danneggiare il volo umano nello spazio in generale.

“Se entro la metà degli anni 2020 la NASA non sarà riuscita ad inviare astronauti nello spazio profondo, e si può dire che ARM lo consente, temo che a causa di questi rinvii la gente perderà interesse”, ha detto l’ex astronauta Tom Jones.

ARM3c“A forza di eliminare progetti la gente si abituerà al fatto che tutto quello che abbiamo è una stazione spaziale ormai vicina alla sua fine, e niente più ambizioso”, ha avvertito, “perché Marte sarà ancora troppo lontano.”

Binzel ha tuttavia sostenuto che rinviare una missione umana su un asteroide non significa che la NASA non possa fare altre missioni umane nello spazio cislunare, fra cui testare alcune delle tecnologie previste per ARM. La NASA potrebbe, ad esempio, usare la propulsione solare-elettrica – una delle principali tecnologie che secondo la NASA ARM dovrebbe mettere alla prova – per collocare nell’orbita lunare un modulo di rifornimento, raggiungibile dagli astronauti.

Negli ultimi mesi alcuni funzionari della NASA hanno fatto inoltre capire che, anche se la navicella non dovesse deviare un asteroide nell’orbita lunare, ARM potrebbe essere considerato ugualmente un successo grazie alla dimostrazione di tali tecnologie. Questo ha fatto sì che anche altri, compreso il gruppo di consulenti dell’agenzia, suggerissero alla NASA di cancellare del tutto ARM.
“Se hai intenzione di spendere 1,25 miliardi dollari, più i costi del lancio, per fare qualcosa,” ha detto a gennaio Squyres, presidente dell’Advisory Council della NASA, in una riunione del consiglio, “e raggiungi gli obiettivi più importanti senza correre dietro a una roccia, allora non correre dietro alla roccia.”

ARM3aBolden, discutendo di ARM con il consiglio in quella stessa riunione, è stato messo sulla difensiva da questo genere di commenti. “Lasciatemi in pace!”, ha detto. “Stiamo cercando di fare un sacco di cose diverse, e di soddisfare un sacco di persone che vogliono che facciamo un sacco di cose diverse, e avevamo pensato di aver trovato il modo per riunire molte di quelle cose prima scollegate fra loro.”

Non sembra, però, che basterà scegliere un’opzione per la parte robotica di ARM perché le critiche, nel Congresso o altrove, lascino in pace Bolden o il resto della Agenzia. Questa dovrà ancora spiegare in che modo ARM, quale che dovesse essere la sua forma, sia la scelta più ragionevole come passo successivo della NASA nel lungo viaggio degli esseri umani verso Marte.

 

Titolo originale: “Asteroid redirect – NASA rearms in its battle with mission skeptics”
di Jeff Foust
Pubblicato su The Space Review il 30 marzo 2015

traduzione di DONATELLA LEVI

25 Mag 2015 Posted by | Astronautica, Difesa Planetaria, News, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

T’amo pio bove, però…

BUFALO

Fantascienza ed ecologia sono temi naturalmente connessi, specialmente quando a prendere la scena sono gli scenari, generalmente apocalittici, di una Terra del futuro alle prese con problemi di inquinamento, sovrappopolamento e cambiamenti climatici. E’ impossibile qui dare una
panoramica della letteratura in materia (che pero’ puo’ essere consultata a questo link  per una accurata sintesi).
Basti solo menzionare che autori presenti e passati molto rispettati nel settore ne hanno trattato a vario titolo, a partire da J G Ballard con The
Drowned World (1962) e Hal Clement con The Nitrogen Fix (1980) fino a David
Brin, con Earth (1990). Altri, come Kim Stanley Robinson con la sua serie sulla colonizzazione di Marte, hanno analizzato recentemente temi e problemi legati alla presenza umana su altri pianeti.

Anche il cinema non ha trascurato questo particolare aspetto della fantascienza, come la rassegna di film presentata in questa galleria  prova abbondantemente. 

Stephen P. Bianchini

MUCCA1Forse lo avete sentito dire: i peti delle vacche inquinano e contribuiscono al buco dell’ozono.  La cosa positiva è che questo non è vero. I peti sono formati sostanzialmente da gas più o meno inerti e solo in parte da metano ed il metano al buco dell’ozono non gli fa niente. Ma il metano è un gas che contribuisce all’effetto serra e quindi se aumenta il metano aumenterà l’effetto serra, la temperatura media del pianeta si alzerà, il clima ne verrà sconvolto, con cicloni a Ostia, ed i ghiacci polari che inizieranno a sciogliersi più velocemente di quanto non facciano già, con conseguente innalzamento dei mari e quindi il mare che arriverà alle porte di Roma, tipo all’Eur, ma aMilano no. Venezia affonderà a meno che le barriere del Mose non vengano rifatte eccetera.

La buona notizia è che ci vorrà tempo, non è cosa che succederà davvero prima di alcuni decenni; la brutta è che ci vorranno ancora più decenni per arrestare e soprattutto far recedere il processo.

Come vedere poche certezze e soprattutto informazioni in contrasto fra di loro.

Ma è proprio così! Per lo meno su Internet è così. E’ che il fenomeno è troppo complesso.

Per scrivere questo articolo ho deciso di verificare le informazioni che avevo, per lo più tratte da quotidiani e riviste nell’arco degli anni e mi sono documentato in Rete. Ed ho trovato informazioni molto in contrasto fra di loro.

Qui sotto troverete solo ancuni dei link che ho consultato.

TOROCi sono delle vere perle, come quella che per assolvere le mucche dice che una mucca produce una piccola quantità di metano ogni giorno, mentre un elefante lo fa 20 volte di più. Il che mi pare a dir poco stupido considerando che su tutto il pianeta ci sono in tutto 50.000 elefanti mentre 50.000 vacche sono quelle che sono anche solo nel Lazio probabilmente.

In realtà ci sono alcuni dati che non ho visto presi in considerazione.

Il primo è che tutti i dati si concentrano sulle mucche. E va bene che sono tante e che ci sono gli hamburger degli americani eccetera. Ma i fatto è che il metano viene prodotto anche da conigli, polli e soprattutto maiali, e nessuno ha fatto ricerche a riguardo. E’ vero i polli sono piccoli, ma sono tanti! Ed i maiali sono anche loro tanti e grossi.

Il secondo dato è che nessuna delle ricerche citate ha preso in considerazione l’aumento di consumo di carne da parte dei cinesi. Cinesi che al loro volta sono aumentati talmente tanto che in realtà lo stesso governo cinese ha solo una idea approssimativa di quanti siano: 1.200 milioni, 1.300? Davvero, la cifra esatta non la sanno, è quasi ammesso ufficialmente, sia per l’estensione del loro territorio, sia perché un grandissimo numero di “secondi” figli vengono o sono stati sottratti all’anagrafe ufficiale perché proibiti: la legge pare sia stata modificata recentemente, ma appunto pare, e per altro è stata in vigore per decenni, ergo il secondo figlio veniva nascosto; e sono aumentati gli aborti selettivi di bambine. Aggiungeteci quindi che il numero delle donne in Cina è significativamente inferiore a quello degli uomini, tradizionalmente più carnivori delle donne e cercate di farvi un’idea di quanto possano essere sballate le cifre attuali.

Il discorso fatto per la Cina vale anche per l’India (più di un miliardo di abitanti) e in realtà per tutto il mondo “povero”, per almeno due terzi della popolazione mondiale quindi. L’aumento dei consumi e del benessere porta inevitabilmente ad un aumento del consumo di carne, quindi ad un maggiore allevamento di questo alimento, e quindi ad un aumento del metano prodotto.

MUCCHIAltro dato non preso in considerazione: gran parte del sotto-prodotto dell’allevamento delle mucche è il latte e quindi il formaggio. Che i per fortuna Cinesi NON POSSONO MANGIARE, perché privi di uno specifico enzima; credo sia un enzima, ma comunque è una caratteristica specifica della loro fisiologia, del loro metabolismo: non digeriscono latte, latticini e formaggi, tant’è vero che nella pur vastissima e millenaria cucina cinese il formaggio non c’è sotto nessuna forma (e per cortesia non citate il tofu! Vegetale al 100% e in realtà non vedo come considerarlo una cosa commestibile). E meno male, direi.

Ripeto: non è cosa che sta per succedere fra cinque o dieci anni, ma questa è una aggravante, quando sarà successa ci vorranno ancora più anni per tornare indietro, anni nei quali dovremo, pardon, dovranno vivere con le conseguenze della cosa letteralmente per decenni. Per quanto contraddittori i dati, sarebbe il caso di cominciare a pensarci seriamente ora.

Pronti per i nostri lettori, ecco alcuni documenti o parti di documenti, di sicuro in interesse. Avrei potuto metterne dieci volte tanti e non meno contraddittori fra di loro.

Pagina indice dei documenti sull’alimentazione

 

MASSIMO MONGAI

5 Mag 2015 Posted by | News, Senza categoria | , , , | Lascia un commento

OGGI SONO 5 ANNI DI BLOG !

Il Tredicesimo Cavaliere compie 5 anni e per questo giorno di festa vi presentiamo un documento forse poco conosciuto in Italia. Siamo riusciti a rintracciarlo solo  grazie a Stephen Bianchini e ai suoi  contatti con l’impareggiabile Connie Radar.
Quel 20 luglio del 69, lassù sul Mare della Tranquillità, non c’erano solo Armstrong e Aldrin. Questo breve, drammatico cortometraggio ristabilisce la verità. Per realizzarlo, Connie ha avuto l’appoggio del Media Design School e della Comicbook Factory che ringraziamo per la disponibilità dimostrata anche nei nostri confronti.

 

 

Ebbene sì, oggi sono  5 anni di blog.  Ma per me  vogliono dire oltre 200 articoli pubblicati e l’arrivo, scaglionato nel tempo, di quelli che sarebbero diventati collaboratori regolari e buoni amici: senza il loro apporto Il Tredicesimo Cavaliere non esisterebbe. Sono Massimo Mongai e Gianfranco de Turris, esperti di fantascienza e fidati consiglieri, Simonetta Ercoli e Luca di Bitonto, ciascuno nei suoi settori scientifici di competenza , e Donatella Levi, editor molto professionale, ma non solo. Inoltre, da qualche settimana possiamo contare sull’intrepido Stephen Bianchini da Edimburgo, che definirei piuttosto un socio e un alleato. E poi i tanti collaboratori saltuari con i quali manteniamo rapporti di amicizia, ne cito solo alcuni perché l’intera lista sarebbe troppo lunga: Gianvittorio Fedele, Luigi Fontana, Valentina Bozzolan, Franco Masotti e Filippo Ortolani

Con l’occasione segnalo al nostro pubblico che tra breve disporremo del software necessario per la creazione di sottotitoli, e magari  di un’opzione per  pubblicare le strip di Connie in lingua italiana. Serve, ovviamente, personale volontario che ci aiuti in questo lavoro. Ricevuto?

ROBERTO FLAIBANI

28 aprile 2015 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti, News | , , , | Lascia un commento

Il gigante gassoso e la sua corte

gioveLa congiuntura economica sfavorevole sembra essere alle nostre spalle, e negli Stati Uniti le spese per le Scienze dello Spazio tendono ad aumentare, specialmente quelle relative all’esplorazione del Sistema Solare. C’è nell’opinione pubblica, ed ancor più nel Congresso, una forte curiosità per Europa, la luna di Giove, suscitata dalla presenza (assai probabile) di un grande oceano d’acqua all’interno di essa, che potrebbe ospitare un’intera biosfera e forme di vita complesse. Il bilancio preventivo per il 2016 della NASA, infatti, è aumentato di oltre mezzo miliardo di dollari rispetto a quello corrente, e si prevede che la tendenza continui almeno fino al 2019. Tra i più attenti a cogliere il momento positivo e ad interpretare glli umori dell’opinione pubblica, è stato il gruppo di esperti lobbisti della Planetary Society, che si sono battuti fieramente a favore dell’aumento dei fondi destinati alla NASA, risultando determinanti in svariate occasioni. E devono veramente aver fatto breccia nel cuore della gente se hanno incassato proprio in questi giorni, loro che lavorano esclusivamente grazie a contributi volontari e all’autofinanziamento, il più cospicuo regalo della loro storia offerto da una singola persona, pari a 4,2 milioni di dollari!

juno+Ah, l’America …. I nostri paperoni, che pure ci sarebbero, non vanno oltre le Cayman.

Ecco dunque spiegato il frenetico attivismo in cui la Planetary Society si è lanciata nelle ultime settimane, con parecchie nuove assunzioni nel Quartier Generale di Pasadena, e il tentativo di costruire una vera rete di sostenitori in tutto il mondo. Da parte sua, il Tredicesimo Cavaliere non ha tardato a farsi sentire, mettendo a disposizione della Society tutta la potenza delle sue bocche da fuoco. La sua Santa Barbara, secondo il più recente inventario, risulta costituita da una scatola di fiammiferi controvento e quattro petardi natalizi. La Society ha immediatamente risposto offrendo il posto di correttori di bozze per i sottotitoli italiani del loro materiale audiovisivo, posizione che l’equipaggio degli astrononni (nessuno ha meno di 50 anni, salvo “il pivello”) ha entusiasticamente accettato. Per aspera ad astra, incrementis.

 La NASA suddivide le sue missioni in tre categorie, definite in base al limite di spesa:

Discovery (limite di spesa 450 milioni di dollari) molto popolari tra gli ingegneri e gli scienziati dell’Agenzia per la velocità con cui possono essere ideate, assemblate e lanciate anche se a scapito della completezza dei dati scientifici ottenuti. Le missioni Discovery sono di esclusiva competenza della NASA, dalla individuazione dell’obbiettivo fino al termine del ciclo operativo. Questo profilo è stato definito e ufficializzato nel 1992, ed è stato utilizzato in 28 missioni, di cui 7 dirette verso Venere, 9 verso asteroidi o comete, e le altre da dividersi tra Luna e Marte. Il limite di spesa imposto a questa classe di missioni ne ha limitato fino ad oggi il raggio d’azione al Sistema Solare interno. Ma la comunità scientifica è preoccupata per la mancanza quasi totale di missioni attive nel Sistema Solare esterno che si verificherà nel prossimo decennio a causa dei tagli del bilancio NASA effettuati negli anni scorsi. Il metodo migliore per mitigare il danno sembra essere quello di favorire al massimo l’accesso al Sistema Solare esterno delle missioni di classe Discovery. La NASA ha compiuto un gesto concreto decretando che, da subito, nel bilancio di missione tutte le spese che cadono sotto la voce “operazioni”, vengano conteggiate a parte, e senza concorrere più, come già quelle relative al lancio e alla messa in orbita, al raggiungimento del tetto di spesa prefissato. Gli scienziati hanno risposto presentando dei progetti di classe Discovery di concezione radicalmente nuova: IVO, ELF, Kuiper e LIFE. In questo articolo parleremo di IVO, lasciando gli altri a una prossima occasione.

ganymedeNew Frontiers, (limite di spesa 1000 milioni di dollari). Le missioni vengono scelte e finanziate con un curioso meccanismo di divisione delle responsabilità tra Governo, Congresso e NASA, ma pagate con fondi provenienti dal bilancio di quest’ultima. Questo programma ha avuto inizio nel 2006 e ha dato vita fino a oggi a tre missioni: New Horizons, ormai in vista del suo principale obiettivo, Plutone; JUNO, che orbiterà intorno a Giove a partire dal 2016 per studiarne la magnetosfera; OSIRIS-REX, data di lancio prevista 2016, che studierà in maniera intensiva e riporterà a Terra dei campioni prelevati da alcuni asteroidi ricchi di materiale organico. La NASA sembra decisa ad emettere un nuovo bando nel 2016, che consentirebbe di avere le sonde pronte al lancio nel 2023.

Flagship, nessun limite di spesa. Si tratta di sofisticate missioni dotate di numerose, grandi e complesse apparecchiature atte a compiere ricerche ed esperimenti estesi e approfonditi. Hanno tempi di realizzazione lunghi, che possono risentire dei sentimenti dell’opinione pubblica e di tendenze macroeconomiche. Se ne può realizzare una ogni dieci anni, se va bene. Gli obiettivi che si pongono sono di livello strategico, e vengono decisi su delega presidenziale da un gruppo di super-esperti chiamato Planetary Science Decadal Survey. Il finanziamento grava interamente sul bilancio federale, sotto il controllo del Presidente. Gli esempi più recenti e indimenticabili di questa classe sono state le missioni Galileo e Cassini.

fiondamejoConsegnata la palma di missione Flagship (in pectore) a Europa Clipper per ovazione popolare, e riconosciuti i limiti della classe Discovery , appare chiaro che saranno le missioni classe New Frontiers quelle a cui saranno assegnati i compiti più importanti nei prossimi dieci o vent’anni. Il luogo più affollato negli anni ’30 sarà senza dubbio il Sistema Gioviano. Al centro del sistema c’è naturalmente il gigante gassoso, che emette più energia di quanta ne riceva dal Sole, con grave pericolo per la strumentazione che deve essere adeguatamente schermata, e il suo poderoso campo di gravità che rende possibile un energico giro di fionda gravitazionale alle astronavi in transito nel caso volessero cambiare rotta e/o aumentare velocità. Intorno al gigante ruotano la bellezza di 67 satelliti naturali, e lungo la sua orbita, nei punti di librazione L4 e L5 del sistema Sole-Giove, sono ospitati oltre 6000 asteroidi cosidetti Troiani. I quattro satelliti maggiori, ovvero Io, Europa, Callisto e Ganimede, completano il quadro offerto ai ricercatori.

europaIl primo robot terrestre in arrivo, come sappiamo, sarà JUNO nel 2016, il secondo veicolo della classe New Frontiers. Tra il 2028 e il 2032 circa, sarà la volta dell’europeo JUICE, che indagherà su Europa, Callisto e sopratutto Ganimede, il più grande dei satelliti di Giove e di tutto il Sistema Solare, sospettato di contenere anch’esso un oceano d’ acqua, proprio come Europa. Si tratta di un veicolo di classe L (large – limite di spesa 900 milioni di euro) che dimostra quanto l’Europa sia interessata a giocare le sue carte in questa assemblea scientifico-tecnologica.

Un’altra missione classe New Frontiers, chiamata Trojan Tour & Rendezvous, è attesa nelle zone degli asteroidi Troiani, che percorrono la stessa orbita di Giove. La composizione chimica e geologica di questi piccoli corpi celesti costituisce un caso scientifico ancora irrisolto: potrebbero essere composti di metallo e roccia e quindi essere simili a Ceres e agli altri asteroidi della Cintura Principale, che sono stati validamente sottoposti a indagine dalla sonda Dawn in questi ultimi mesi. Oppure potrebbero essere composti di rocce porose, gas volatili e acqua, come le comete. Conoscere la risposta sarebbere di grande aiuto per i ricercatori che cercano di scrivere la storia del Sistema Solare. I Troiani sono così ambiti come oggetti di ricerca, che nella zona dovrebbe presentarsi anche un’ospite illustre da tempo annunciato: la sonda giapponese erede di Ikaros, per l’occasione equipaggiata da una vela solare più grande e da un motore a ioni.

Ci sarà infine una missione dedicata all’osservazione di Io, e qui le cose si complicano. Di sicuro quel corpo celeste merita parecchia attenzione: appena più grande della nostra Luna, è in rapporto di risonanza orbitale 4:2:1 con Ganimede ed Europa, e il suo nucleo ferroso interagisce fortemente con la potente magnetosfera del gigante. Ma è l’attrazione gravitazionale integrata di questi tre attori che provoca i maggiori sconvolgimenti sulla piccola luna, che, sottoposta a contiui stress, dà origine a sempre nuove bocche vulcaniche e colate laviche sulla superficie, per la necessità di dar sfogo alle enormi pressioni e temperature createsi all’interno, scaricando in tutto il Sistema Giovano tonnellate e tonnellate dei materiali più diversi. Ebbene, se osserviamo i programmi delle classi New Frontiers e Discovery scopriamo che ambedue propongono missioni dedicate all’osservazione di Io. Nel primo caso si parla di un veicolo denominato Io Observer, che risiederà in un’orbita larga intorno al gigante svolgendo la maggior pare delle indagini in una situazione di relativa sicurezza rispetto all’intensa emissione di radiazioni provenienti da Giove. Periodicamente la sonda si lancerà in profondi quanto veloci flyby di Io per integrare le osservazioni effettuate dall’orbita.

ioMa dicevamo che è stato presentato anche un progetto per una missione di classe Discovery, sempre dedicata a Io. La missione Io Volcano Observer (IVO) dovrebbe operare da un’orbita polare gioviana, effettuando anch’essa periodici flyby di Io. La sonda conterrà non più di cinque apparecchi: due telecamere, una camera termografica all’infrarosso, un magnetometro e uno spettrometro di massa. L’apparato radio in dotazione controllerà anche la velocità del veicolo, e a bordo verrà installato un sistema ottico di trasmissione dati di nuova concezione. L’attenzione dei ricercatori sarà concentrata sulle sorgenti e l’estensione dell’attività vulcanica di Io e gli effetti della dispersione nell’ambiente gioviano del materiale proveniente dall’interno della luna. La durata della missione è fissata in 22 mesi, ma potrebbe essere prolungata fino 6 anni, in caso di necessità.

Tra il 2027 e il 2032, probabilmente, farà il suo ingresso nello spazio gioviano l’ammiraglia di questa flotta di esploratori, Europa Clipper, a cui oggi sono demandate le maggiori speranze di trovare finalmente la vita nel Sistema Solare.

A meno che JUICE….

ROBERTO FLAIBANI

FONTI

31 marzo 2015 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | Lascia un commento

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