Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Perché si legge la Fantascienza e perché no.

Samuel Taylor Coleridge

Sospensione dell’incredulità? No, desiderio attivo di credere nella Fantascienza, desiderio di esser fantascientificamente creduli.

(nell’immagine: Samuel Taylor Coleridge)

Quando si parla di sospensione dell’incredulità si dice spesso “come dicono gli sceneggiatori americani”. In realtà, è vero che gli sceneggiatori americani nei loro libri su come i scrivono le sceneggiature sono stati i principali divulgatori del concetto di suspension of disbelief, ma in realtà questa è stata teorizzata per la prima volta in Inghilterra da Samuel Taylor Coleridge nel lontano 1814.

«… venne accettato, che i miei sforzi dovevano indirizzarsi a persone e personaggi sovrannaturali, o anche romanzati, ed a trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell’immaginazione quella volontaria sospensione del dubbio momentanea, che costituisce la fede poetica

 

Samuel Taylor Coleridge, Biographia literaria – capitolo XIV

Qui trovate la voce di Wikipedìa che ne parla. e qui una buona definizione del sense of wonder

In altre parole la sospensione dell’incredulità è una specie di patto fra l’autore ed il lettore: tu sospendi temporaneamente la tua incredulità ed in cambio io ti racconterò una storia che merita di essere raccontata.

 

Isaac Asimov(nell’immagine: Isaac Asimov)

Secondo me questo NON vale specificamente per la Fantascienza. Anche se vale per tutti i racconti, per tutti i media, per tutte le storie. Valeva ad esempio anche per gli aedi che cantavano l’Odissea nelle bettole del Pireo 27-28 secoli fa. Perché era anche lì che l’Odissea veniva “cantata”: non dimentichiamo che l’Odissea è stata materialmente scritta nel 3zo secolo AC, ad Alessandria d’Egitto, dagli intellettuali ellenistici che gravitavano intorno alla Biblioteca, ma che molti secoli prima era un poema cantato a memoria ed era un “consumo” popolare. E per credere a Polifemo, alle Sirene, a Scilla ma anche a Calipso e Circe occorreva sospendere la propria incredulità: i Greci non erano mica stupidi, non credevano davvero a tutti i loro miti!

Ma è così anche per leggere Tolstoi o Ian Fleming. Tu autore racconti ed io anziché diffidare di te, piuttosto che pensare che mi stai dicendo un sacco di sciocchezze che ti sei inventato tu, mi fido e ti sto a sentire. E’ così da millenni, in tutto il mondo.

Per la fantascienza però secondo me è diverso, almeno un po’.

Deve esserlo per forza. Si sa: non tutti amano la fantascienza, e sia chiaro, è un loro diritto. Anzi, in realtà i lettori di FS sono notoriamente una minoranza.

Perché ci sono tanti lettori, e perfino lettori “forti” che non amano la FS? Attuano comunque una sospensione dell’incredulità quando leggono qualunque altra cosa, perché non lo fanno per la FS? Molti non ci provano nemmeno. Nemmeno lo cominciano a leggere un romanzo di FS, tanto sanno già che non gli piacerà. Come lo sanno? Ne hanno sentito parlare, hanno visto un film, letto un fumetto, insomma sanno di cosa si tratta e non ne vogliono sapere. E va bene, ripeto, diritto loro. Sarebbe interessante chiedersi perché, e perché il 94% delle donne non legge FS a fronte del 70% degli uomini. Ma questo è un altro articolo.

 

dick(nell’immagine: Philip K. DicK)

Ma perché gli altri, gli appassionati, invece la leggono? Perché la leggo io, la leggiamo noi?

Di sicuro ci saranno molti motivi personali ma secondo me c’è un elemento comune. La ricerca del sense of wonder, certo, ma sostenuto da un elemento scientifico.

Io non voglio solo essere stupito, io voglio essere stupito con un elemento al tempo stesso fantastico e scientifico, perché se è entrambe le cose è più forte e maggiore sarà la mia meraviglia ed il mio piacere nella lettura.

Non voglio solo sospendere la mia incredulità, voglio anche essere più credulo del solito ma su base scientifica.

Qualunque eroe è forte, ma Superman vola ed è invulnerabile. Salgari mi porta in Malesia, ma Asimov nel futuro più remoto, Tolstoi mi parla di guerra e di pace, ma Van Vogt o Farmer mi parlano di nemici che sono molto più alieni dei Francesi contro i Russi.

Non so cosa sia “la scienza”, è troppe cose messe insieme, ma so che rende possibili cose apparentemente impossibili e lo sta facendo da almeno tre secoli.

Un vampiro può farmi paura, ma quando la storia è finita, io lo so che il vampiro non esiste. Quando esco dall’aver visto “Alien” al cinema, sono ben contento che lui (anzi “lei”, è una femmina!) resti sul suo pianeta, meglio ancora, sono contento che non ci siamo ancora arrivati. Ma dove potremmo arrivare, dove prima o poi probabilmente arriveremo.

Io leggo fantascienza perché voglio essere credulo, fantascientificamente credulo. La sospensione dell’incredulità non mi basta, io voglio proprio credere che una certa cosa meravigliosa può accadere, che è fantastica ma scientificamente possibile. Quindi fantascientifica. Ci voglio credere. Non tutti ci riescono.

 

william-gibson

(nell’immagine: William Gibson)

Per questo la Fantascienza è ansiogena ed antipatica.

E per questo è bene leggere la Scienza della Fantascienza

Non credo che questo articolo attirerà anche un solo lettore in più verso la FS, né lo considero importante. La FS un lettore se la trova sempre lungo la propria strada, o prima o poi, più facilmente prima che poi. O gli piace o no, pari e patta.

Tutti gli altri comunque la vedono al cinema, le sale sono sempre piene di spettatori per i film di FS che vengono regolarmente prodotti e distributi (quasi esclusivamente americani…), ma la FS viene consumata anche sotto forma di altri media, dai fumetti ai video, ai cartoni animati, alle pagine di pubblicità, a mille altri stilemi.

Bene così e buona lettura. Per chi ci vuol credere, certo.

MASSIMO MONGAI

27 luglio 2015 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , | 2 commenti

Chi arriva prima, la Scienza o la Fantascienza?

L’articolo che presentiamo qui di seguito è, a mio parere, uno dei più interessanti che Massimo Mongai abbia mai pubblicato su questo blog. I problemi  affrontati sono molto attuali e interessanti, perché la comunione tra medicina e tecnologia per il miglioramento del corpo umano con il trapianto di organi artificiali potrebbe essere una delle strade che la Scienza ci offrirà per l’esplorazione dello spazio. Modificare noi stessi – diventare cyborg –  per adattarsi ad habitat presenti su altri corpi celesti potrebbe rivelarsi più pratico ed economico, e moralmente più accettabile, che sconvolgere un intero ecosistema per far posto ai nostri coloni (leggi terraformazione). Ovviamente anche la permanenza nello spazio profondo potrebbe essere resa più facile e sicura da una integrazione spinta tra scienza medica e tecnologia avanzata, facilitando la graduale creazione di una popolazione sempre più adatta alla vita nello spazio piuttosto che sulla superficie di un pianeta, ovvero ciò che gli anglofoni chiamano “the space-faring society”, tra le cui fila potrebbero un giorno essere reclutati gli equipaggi delle future astronavi-arca

Mi piace il tono di costante confronto che Mongai tiene tra Scienza e Fantascienza, un confronto costruttivo e stimolante, che non relega la FS nel sotto-bosco dei sottogeneri letterari, ma la considera una disciplina da cui la Scienza può attingere nuove idee.

E infine l’articolo di Mongai mi piace perché tratteggia i contorni di una nuova allegra famigliola, quella dei cyborg-nonni, dove lui, con le sue nuove ginocchia al titanio, si sente a casa: “una goccia d’olio al giorno toglie il medico di torno”, non suonava così il proverbio? Tanto più che io stesso entrerò tra poco più di un anno a far parte della famigliola, anche se percorrendo una strada del tutto diversa da quella del Mongai, della quale non parlerò se non per fornire ai più curiosi un acronimo inglese utile per eventuali ricerche: DBS.

(Roberto Flaibani)

Protesi ginocchio 2015-06-23 01.16

(nella foto: protesi del ginocchio)

Non so voi ma per scrivere praticamente qualsiasi cosa io parto spessissimo da un quid personale. A settembre mi opereranno al ginocchio destro e me lo sostituiranno con una protesi e butteranno via quanto?, un 600/800 grammi delle mie ossa (di quelle con cui son nato!, che ho nutrito personalmente per tanti anni) e le sostituiranno con un peso di poco superiore di titanio, un ginocchio di calcio per uno di metallo.

E così diventerò un po’ cyborg anche io.

I miei occhiali ed i miei ponti dentali fanno di me un cyborg? No, nel luogo comune no: sono troppo banali, troppo vecchi. Ma una protesi come il ginocchio di titanio? Eh, sì, quello sì. E pensate che sei mesi dopo me ne metteranno un’altro: avrò ben DUE ginocchia di titanio.

Quanti pezzi si possono cambiare in un corpo umano? Fra metallici, di silicone e di “carne” altrui, ormai tantissimi.

Si trapiantano da uomo a uomo: cuore, rene, fegato, polmoni, molti diversi metri e pezzi di intestino, pancreas, cornee, occhi, braccia e gambe, la mano, singole dita, la faccia intera, il pene intero (già fatto due volte, la prima è andata male la seconda aspettiamo i risultati), ovaie e molto altro.

Autotrapianto, allotrapianto, xenotrapianto, il che vuol dire pezzi miei, pezzi di altri esseri umani, pezzi di animali, quasi sempre cuore o parti di cuore di maiale.

Poi si trapiantano/sostituiscono organi con macchine, con pezzi di hardware, “ferramenta”: cuori artificiali, bypass elettronico/elettrici, valvole cardiache, ginocchia, femori, pezzi interi di praticamente tutte le ossa.

L’essere cyborg è una realtà da anni ed è una realtà crescente ed espansiva, non è più da molto tempo “roba da fantascienza”.

La FS l’aveva previsto? Ciospa!

protesi_anca_titanio

 

“Le scogliere dello spazio”

è il titolo di un romanzo di Frederick Pohl e Jack Williamson, due grandi della FS dell’epoca d’oro.

Il romanzo uscì nel 1963 ed io lo lessi tre anni dopo, all’epoca (avevo 16 anni) mi piacque ma mi inquietò molto la parte relativa alla “banca degli organi”: i condannati a morte o a lunghe pene detentive per tutta una serie di reati più o meno gravi (ma via via meno gravi: in quel mondo c’era bisogno di materiale) venivano non giustiziati o semplicemente detenuti ma posteggiati in ospedali/carceri molto efficienti e accoglienti, con pesanti ansiolitici nel cibo, di modo da tenere tranquilli i “pezzi di ricambio” e non indurli alla fuga o ad atti autolesionistici.

Solo 5 anni dopo l’uscita del romanzo il dottor Barnard in Sud Africa eseguì il primo trapianto di cuore della storia della medicina, e come già detto da allora trapiantiamo di tutto e di tutto sostituiamo.

Si dice, ma ufficialmente il governo cinese nega, che ai condannati a morte (più di 1500 all’anno!) in Cina vengano asportati i reni subito prima dell’esecuzione. E se è vero qui siamo e da anni nel pieno della Banca degli Organi, a meno di 60 anni dal romanzo citato.

traffico organiE il traffico degli organi? Mah, probabilmente è una leggenda urbana. E’ vero che esiste un traffico internazionale noto e documentato di reni, ma ufficialmente si tratta di “donazioni” che per altro vengono eseguite solo in alcuni stati (India per lo più). Le storie di organi “rubati” a viventi poi abbandonati quelle sì sono leggende, non fosse altro per un motivo: non si può dare una botta in testa ad uno ed estrargli il rene in una cantina, serve una vera e propria sala operatoria, una vera e propria equipe chirugica di quelle vere con un chirurgo vero, in un vero ospedale. E in realtà ne servono DUE, una che espianta ed una che impianta, ma non dopo 30 giorni di frigorifero, dopo al massimo trenta minuti di volo di elicottero da Latina a Roma (per dire, ho amici medici lì e là che mi danno informazioni a riguardo). Non è che ci sono bande di assassini e criminali che rubano organi, tipo trenta reni, sei fegati e otto cuori e li mettono sotto ghiaggio per mesi e poi li vendono al miglior offerente.Non funziona così, per fortuna.

E ci sono rapporti internazionali dell’OMS che confermano la realtà del commercio semilegale di reni, ma non trovano traccia reali di “furti” di organi. Io del resto per scrivere questo articolo non ne ho trovate, non serie e documentate. Ad esempio non c’è mai stata una condanna che sia una per un trafficante illegale di organi. Mediatori che raccontano balle, migliaia!

La FS dice qualcosa di nuovo sulla questione organi?

Beh, dice che non sarà necessario fare la fila ed aspettare a lungo perché li svilupperemo direttamente dalle cellule staminali, le famose le cellule totipotenti che in vari usi meno clamorosi già hanno fatto piccoli miracoli. Del resto la clonazione è una realtà scientifica da anni, e anche se non si è ancora arrivati a clonare il singolo organo, questa è una strada teoricamente possibile e su questo la FS scrive letteralmente da decenni.

Ma anche la Scienza fa progressi: ad esempio ossa stampate con stampanti 3D.

A Bologna, non a Tucson o New York. E scusate se è poco.

Del resto perfino il più simbolico di tutti gli organi, il pene/fallo oltre ad essere trapiantato (chissà come dev’essere “farlo” con il fallo di qualcun altro?) da tempo viene sostituito o “integrato” con una vera e propria protesi di metallo e plastica, erettile, che pare, funzioni benissimo.

Insomma fra scienza e fantascienza si prospettano ulteriori eccezionali progressi.

Non si arriverà al trapianto di cervello perché, almeno in Italia, è espressamente proibito dalla legge, che proibisce anche il trapianto delle gonadi, sia maschili che femminili. Recentissimamente è stato eseguito un autotrapianto di una ovaia espiantata ad una tredicenne che doveva essere curata con una chemioterapia che l’avrebbe resa sterile. A 25 anni, dopo 12 anni di surgelatore, il trapianto ha funzionato e la ragazza è diventata madre, ma ovaia e uova erano le sue. E l’ovaia di presta al surgelamaneto, è un organo piccolo e duttile, un cuore no.

Si possono trapiantare i peni altrui ma non i testicoli. Non so se si possa fare, ma in effetti usare i testicoli o le ovaie altrui significa fare figli con il materiale di base di qualcun altro. Di nuovo, chissà che effetto può fare farlo con il pene di un altro e con i testicoli ad ogni buon conto di qualcun altro ancora? L’eventuale figlio, di chi è figlio?

Il divieto legale di trapianto di cervello allo stato dell’arte è più un gesto simbolico che altro (ma se si tentasse di copiare il cervello? nde) Non si può proprio fare, le difficoltà fisiche, tecniche, teoriche sono infinite, prima fra tutte la cessazione dell’attività elettrica del cervello durante l’ipotetico trapianto il che significa morte cerebrale. E le ricerche, se mai, stanno andando nella direzione dell’identificazione di come si formino e dove risiedano i ricordi ed esperimenti interessantissimi sono già stati eseguiti sui topi.

E noi siamo quello che ricordiamo: se un signore va in giro ricordando tutto quello che ricordo io ed è convintissimo che quelli siano i suoi ricordi, chi può dire che non sia lui il vero me?

cellule staminaliIl tragitto fantascientifico completo sarebbe: da una mia cellula qualunque (purché non lo spermatozoo) viene clonato un corpo intero, un clone perfetto del mio, lo si tiene di coma indotto per tot anni, al raggiungmento di una certa età gli vengono inseriti?, trasferiti?, trapiantati?, i miei ricordi fino a ieri e poi viene fatto svegliare. Se tutto funziona a dovere, questo “clone” è convinto di essere me, “sa” di essere me, ricorda e sa tutto ciò che ricordo e so io.

Chi è?

Si vedrà. Intanto io mi chiedo: dove finiranno le mie ginocchia? Dove finiscono le parti dei corpi scartate, gli arti amputati, i fegati o i reni sostituiti? C’è una legge che regolamenta il tutto, all’atto pratico vanno nell’inceneritore più vicino secondo protocolli specifici.

E sto pensando di trovare il modo di farmeli dare e metterli in una teca. Tipo reliquia.

Macabro? Non so. Soffro di disposofobia: non riesco a buttare nulla.

Ma mi sa che stavolta non ne farò nulla…

 

MASSIMO MONGAI

23 giugno 2015 Posted by | Cinema e TV, Fantascienza, Letteratura e Fumetti, Referendum Prima Direttiva, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

La Fantascienza è ansiogena e antipatica

Adaline1Per questo non piace agli accademici. Ma nemmeno agli addetti ai lavori dell’editoria, dei mass media e perfino del Fandom.

La prova del fatto che la FS è non solo un genere letterario (declinato in film, fumetti ed il resto) quanto un modo di descrivere e sognare la realtà in un modo radicalmente diverso dagli altri sia realistici sia fantastici, sta nel fatto che spessissimo vene negata la natura di fantascientifico a questo o quel “prodotto” culturale. Ma la FS è difficilmente addomesticabile, è un lupo non un cane.

Questo è notoriamente e clamorosamente vero per libri anche famosi come “1984” di Orwell ma in particolar modo da qualche tempo vale per il cinema. Si noti che a Roma ci sono oltre 240 “schermi”, essendo ormai le sale quasi tutte multischermi. E mentre scrivo (2 giugno) ci sono su questi schermi 42 film, dei quali, appunto 7 sono di fantascienza (ossia il 17% circa) anche se sono altrimenti definiti.

I film in questione sono (fra parentesi la definizione sul tamburino (1): Adaline (science romance), Mad Max Fury Road (azione), Tomorrowland (fantastico), The Lazarus Effect (thriller) Avengers Age of Ultron (azione), The divergent series (fantascienza), Humandroid (commedia). E mettiamoci pure Home che è animazione ma pur sempre di FS.

Adaline2Fra tutti il caso più clamoroso è “Adaline” che nei tamburini su repubblica, ma anche altrove, viene indicato come “drammatico” o “epic romance fantasyo “science romance”; e poi “una sorta d’incantesimo vissuto come una maledizione” e “ un romance dalle tinte fantastiche”.

È una storia di una donna che verso i suoi 25 anni di vita incorre in uno strano quanto improbabile ma non fantascientificamente impossibile incidente. Per un concorso di cause infatti:

  • dove vive arriva una nevicata inaspettata con relativo calo fortissimo di temperature

  • lei ha un incidente stradale e finisce con la macchina in un fiume

  • dove la temperatura del suo corpo di abbassa moltissimo e di botto

  • sta per annegare/soffocare quando un fulmine colpisce, fra l’altro, la sua macchina semisommersa e quindi lei.

L’insieme di queste cause, dice la voce narrante, di fatto determina in lei un eccezionale cambiamento: diventa non si sa bene se proprio immortale o impossibilitata ad invecchiare ed arriva all’età di 100 e passa anni mantenendo un aspetto di ventinovenne. Ne derivano tutta una serie di conseguenze umane, storiche, poliziesche eccetera. Poi accade che… (evito lo spoiler!)

TomorrowlandTutte le dis/avventure che Adaline affronta nel film sono ben note a chi legge fantascienza, dato che la tematica della acquisita immortalità del singolo o della specie per meriti fantascientifici è una tematica abbastanza tipica della FS.

Si diventa immortali per meriti genetici, per mutazioni, per interventi tecnologici di vario tipo (dalle radiazioni ai poteri misteriosi ma non magici di razze aliene o umani futuribili), si viene perseguitato dai “normali”, “catturati per essere studiati”, impossibilitati ad avere storie sentimentali con i normali, desitnati a stare soli, o eventualmente a “fare razza” con quelli come noi, ergo diventare potenziali padroni dell’umanita, superircchi, supercolti, quasi semidei, insomma noi FS-addicted non ci facciamo mancare niente di solito. Ma sempre si tratta di eventi/effetti scientifici e non mistico magici.

Perché per questo film (come per gli altri citati, ma la lista potrebbe essere più lunga) non si vuole usare il termine fantascientifico?

A questo punto, di solito, io vengo accusato di essere un purista oltranzista delle etichette, cosa non vera: io considero le etichette quello che sono, una informazione commerciale, che ad esempio per un prodotto come il formaggio in un supermercato, non solo sono prescritte e regolate per legge, ma soprattutto sono utilissime: avete presente la differenza fra una busta di parmigiano reggiano grattuggiato DOP ed un qualunque formaggio mix? Ci sarà un motivo per cui il primo costa il doppio? E soprattutto se tu commerciante l’etichetta non la metti, perché lo fai?

Ecco.

Tomorrowland2Antipatia. All’autore di quel tamburino e della relativa scheda di presentazione la FS sta antipatica. Liberissimo, intendiamoci, la FS sta antipatica a molti. E la FS è spessissimo ansiogena, ma non perché prevede distopie, futuri sgradevoli eccetera. No. Per molti consumatori/lettori è ansiogena perché racconta storie credibili per definizione (la FS è un genere realista, fantastico ed ipebolico, ma realista), ma lo fa in un modo che suscita ansia perché si tratta di una credibilità indotta in un modo che è appunto fanta-scientifico: un orco non mi fa paura fino in fondo, perché a meno che io non abbia cinque anni, lo so che gli orchi non esistono; invece un mutante, un alieno come Alien che mi mette un uovo nello stomaco oltre ad essere spaventoso, potrebbe esistere e di sicuro con lo fermo con un crocifisso, minimo minimo serve un laser a pallettoni: il crocifisso so dov’è, il laser a pallettoni no.

Non sono le storie o le tematiche della FS ad essere ansiogene, perché oltretutto lo sono più raramente delle altre e perché il lieto fine in una storia di Fs ci sta facilmente se non sempre. Lo è il modo in cui sono raccontate: un modo alla fin fine realista, quello che ti sto raccontando potrebbe accadere realmente e questo mette una sottile paura. Lo è perché afferma che è possibile che accadano cose fantastiche, imprevedibili, apparentemente irrazionali, pericolose, eccitanti. Per di più il lettore di FS per apprezzare fino in fondo la storia deve essere capace di fare uno scatto di livello logico che non a tutti è dato, che non tutti vogliono o sanno fare: appunto crederci.

vtwEppure il modo di raccontare, il quid, l’indefinibile l’essenza della FS sono così potenti che sceneggiatori e scrittori lo usano per continuare a scrivere storie fantastiche di vario e ripetuto successo. Ad esempio la serie dei film di Twilight che solo appartemente è gotica-magica-horror e in realtà è pura fantascienza: i vampiri di Twilight sono evidentemente mutanti interfecondi con la specie umana, non mostri magici, non-morti e malvagi. Eliminare l’etichetta FS da un romanzo può favorire le vendite: il caso più clamoroso è Jurassic Park, milioni di copie vendute ed una serie di film di successo planetario.

Perché accade tutto questo? Non so, non riesco a capirlo.

Ho identificato alcuni elementi però.

Il primo: il genere è troppo ampio, conoscerlo a fondo, conoscerlo tutto è difficile, richiede dedizione e passione. E l’accademico, l’addetto ai lavori, diffida. Si fida di quello che legge qua e là e legge e cita gli autori citati da tutti: Dick, Asimov, Ballard, Bradbury e di solito non va oltre e si perde un paio di galassie intere piene zeppe di storie.

Il secondo: è vero, molta parte della produzione non è granché, ma lo sapeva per primo Sturgeon ce diceva giustamente “il 90% della FS è cacca” ma aggiungeva “anche perché il 90% di tutto è cacca”.Vale per la letteratura di genere ma anche per il mainstream.(2)

Il terzo: per tutta una serie di motivi la FS “portante”, quella che ha condizionato l’immaginario collettivo del pianeta è di matrice americana, e la moda dell’antiamericanismo è imperitura. È facile disamare un prodotto così profondamente americano.

jpIl quarto: i primi a produtte confusione, disamore, ritardi nella diffusione e nella conoscenza della FS sono gli appassionati di FS per primi: partendo dalla constatazione della sottovalutazione della FS molti fantascientisti scrivono ed esaltano la Fs “che non è solo FS”, che non è solo genere, che non è solo para o subletteratura, quasi sempre producendo ibridi noiosissimi che allontanano i lettori dalla FS, soprattutto i più giovani.

Riepilogando: la FS è un genere prima di tutto letterario, poi cinematografico, potente, che crea gran parte dell’immaginario pubblico, collettivo, pop della post-modernità. Crea ansia per le tematiche che tratta ma anche per il suo essere un genere molto realistico, cosa solo apparentemente non vera. Crea anche antipatia perché il quid del racconto letterario fantascientifico ha a che vedere con un meccanismo di credibilità che richiede un passaggio mentale e culturale difficile, che non tutti vogliono o possono o gradiscono fare e se non lo fanno il racconto resta indigesto. Tutto ciò è meno vero per la riduzione cinematografica, fermo restando che gli autori dei tamburini di Repubblica non la pensano così. Anzi. Sia chiaro: peggio per loro.

MASSIMO MONGAI

 

(1) Dal vocabolario del mio MacBook Air

Nel linguaggio giornalistico, l’elenco delle manifestazioni culturali, spec. spettacoli in programmazione nei cinematografi e teatri locali, pubblicato su un giornale quotidiano.”

 

TS(2)  Sturgeon

« Ripropongo la “rivelazione di Sturgeon”, che mi è stata strappata dopo vent’anni di faticosa difesa della fantascienza contro gli attacchi di persone che usavano come munizioni [per i loro argomenti] i suoi esemplari peggiori, e li sfruttavano per concludere che il novanta percento della FS è spazzatura. Usando gli stessi standard che categorizzano il 90% della fantascienza come immondizia, spazzatura o stronzate, si potrebbe affermare che il 90% del cinema, della letteratura, dei prodotti di consumo eccetera sono stronzate. In altre parole, la pretesa (o il fatto) che il 90% della fantascienza sia spazzatura è sostanzialmente inconcludente, perché la fantascienza si uniforma allo stesso standard qualitativo di tutte le altre forme d’arte. »

4 giugno 2015 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , | 9 commenti

La Mappa della Fantascienza di Ward Shelley

HistSciFi2b

(doppio click per ingrandire)

Si tratta di una rappresentazione pittorica di un fenomeno culturale vecchio di due secoli: la Fantascienza, che viene rappresentata come una piovra aliena e conturbante.

Può un quadro essere chiaro ed esplicito come una mappa? Per meglio dire: si può descrivere una realtà complessa come la storia della Fantascienza con una rappresentazione pittorica?

E’ quello che ha tentato di fare Ward Shelley, un pittore americano poco noto da noi ma molto nel suo paese. Ward Shelley ha un curriculum variegato a dir poco.

Di sé dice:

…Ward Shelley lavora come artista a Brooklyn, New York. Si è specializzato in grandi progetti che mescolano liberamente la scultura e la performance. Utilizzando le influenze eclettiche e una varietà di mezzi di comunicazione, le installazioni di Shelley sfidano la classificazione. Nel corso degli ultimi cinque anni, Shelley si è concentrato su bizzarri pezzi architettonici di funzionamento in cui vive e lavora durante la mostra monitorata con attrezzature di videosorveglianza in tempo reale.”

Potrete trovare qui il suo sito

e qui una buona copia della sua Mappa della Storia della Fantascienza

E qui un articolo su di lui in inglese

E qui una intervista

Ma mi devo correggere. La Mappa di Shelley non è tanto chiara ed esplicita quanto suggestiva, nel senso letterale della parola:

Capace di suscitare uno stato di commossa partecipazione (una scena s.) o di prospettare idee nuove, vaghe ma attraenti (una ipotesi s.).”

 

frog-thumEcco, sin dalla prima volta che ho visto la mappa qualche anno fa mi ha colpito il fatto che sembrava si trattasse di un mostro, di una specie di piovra aliena. L’ho scaricata ingrandita e “letta” ed ho scoperto che era molto più interessante di quel che pensassi. Qualche settimana fa l’ho portata ad una copisteria ed ho chiesto se era possibile fare una stampa da plotter ed il risultato mi ha sorpreso. Non tanto perché è perfettamente leggibile in una dimensione di 150×80 quanto perché la lettura su schermo non permetteva di vedere l’insieme, ma in fondo nemmeno i particolari dato che li isolava dal tutto.

Me la sono studiata con attenzione e vi consiglio di fare altrettanto. In particolare notate la parte sinistra della mappa, dove il tutto inizia. Shelley disegna, descrive, rappresenta i vari filoni della FS come una sorta di flussi, tentacoli, creature vive e li fa partire, ne fa partire le primissime propagini da due parole: paura e meraviglia, fear and wonder; e subito sotto altre due propagini sono arte e filosofia.

Le “propagini” come le ho chiamate sono piccole e da loro non parte solo la FS ma anche altri filoni culturali. Ad esempio nel mezzo di due filoni, a “cavallo” come fosse un organo di questo strano alieno appare una specie di stomaco arancione con dentro scritto “enlightenment” ossia “illuminismo” da cui nasce poco e niente di fantascientifico, nasce Darwin; mentre dalla contro-reazione irrazionale nasce lo Sturm und Drang, poi il romanticismo, dentro il quale c’è Mary Shelley e il Frankenstein e da lì molta altra FS.

Whoinventedavantgrdv-2smInsomma studiatevela, è molto interessante.Seguire i vari autori e i vari filoni per chi conosce i titoli è molto significativo. Dalla parte opposta alcuni filoni o i tentacoli che siano finiscono in fori e vanno in un altrove, ma la maggior parte si avvolgono su sé stessi, come accade nella realtà, a mio parere. La FS letteraria ha prodotto altro da sé, soprattutto sotto forma di film.

Non c’è tutto, è un quadro, è una “infografica” come la chiama lui, non una enciclopedia o un saggio. Ma c’è molto e soprattutto c’è una visione organica della fantascienza, come appunto si trattasse di una cosa viva, in movimento, anche un po’ ansiogena e pericolosa.

E’ “molto” interessante. E’ una visione artistica di un genere letterario, una opinione personalissima che non pretende di essere né esaustiva né esente da critiche, per nulla accademica, ma forse proprio per questi motivi potente e chiara.

La storia della FS si intreccia strettamente con tutta la cultura europea ed occidentale degli ultimi due secoli in modi spesso intricati, proprio come i tentacoli di questa infografica che trovo, ripeto, suggestiva più del più completo saggio sull’argomento.

chelseagirls-v1smVa studiata.

Non dico che ci si potrebbe fare su un convegno di appassionati, ma quasi.

Anzi no, lo dico, e adesso lo organizzo.

MASSIMO  MONGAI

18 Mag 2015 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , | Lascia un commento

Siamo noi i marziani

doppio emisfero marzianoQuando si entra in una terra incognita ci si deve aspettare sempre e comunque qualche sorpresa: popoli, animali, oggetti, manufatti, costruzioni strani, insoliti, incomprensibili, misteriosi. Ne sono pieni i resoconti dei viaggi antichi, medievali ed anche abbastanza recenti. La summa di tutto ciò è in quei Bestiari medievali intitolati Liber Monstrorum e di cui esistono almeno un paio di edizioni recenti italiane. Lo stesso famoso naturalista Ulisse Aldrovandi (1522-1605), nei suoi libri di zoologia e botanica, li recepì come credibili ed esistenti. La razionalità scientifica si esercita per capire, ridimensionare, spiegare alla luce del buon senso, della – appunto – ragione e scienza.

spiritSe ciò è valido per regioni lontane migliaia e migliaia di chilometri dalle terre note, figuriamoci per una che dista da un minimo di 55 ad un massimo di 400 milioni di chilometri, vale a dire il pianeta Marte. Intorno ad esso hanno girato e girano ormai molti satelliti fotografici e sul suo suolo sono presenti da vari anni due piccoli e straordinari robot su ruote che continuano a trasmetterci ancora incredibilmente immagini perché avrebbero dovuto esaurirsi da un bel pezzo: Spirit nell’emisfero nord del pianeta e Opportunity in quello meridionale, scesi a poche settimane uno dall’altro nel gennaio 2004.

Ora, proprio come era avvenuto secoli fa, anche oggi accadono quasi le stesse cose. Il 23 gennaio 2008 la Nasa ha diffuso una sequenza di foto scattate dal primo alla base delle Columbia Hills, un po’ alterate nel colore dai tecnici per farne risaltare alcuni particolari. In esse si vede una distesa di sabbia bianco-gialla-marrone con sassi nero-verdi, una vera desolazione dove però su un ammasso di rocce spunta una strana concrezione. Qualcuno l’ha definito un omino, altri una figura che stende un braccio come per un saluto o per indicare qualcosa o per tenere una invisibile canna da pesca, mentre lo scrittore Tullio Avoledo, che di fantascienza e di fantasia se ne intende, l’ha paragonata alla “sirenetta” posta su una scoglio nel porto di Copenhagen in onore di Hans Christian Andersen e della sua fiaba.

20121101_curiosity_self-portrait_20121031_PIA16239_t167Non è finita qui. Questa volta è Opportunity che inquadra sulle pareti del Victor Crater quella che è stata subito definita “una statua egizia” intagliata nelle pareti di roccia a somiglianza degli dèi e faraoni intagliati all’ingresso del tempio di Abu Simbel. C’è addirittura un video che ne fa il parallelo caricato in rete il 9 luglio 2010.

Non basta ancora. Anche il successivo e più complesso robot-laboratortio Curiosity disceso sul pianeta rosso nell’agosto 2013, ci ha riservato altre sorprese de genere, e questa volta nel febbraio 2014 ecco apparire in una sua ripresa un volto che emerge dalla sabbia, come fosse parte di una statua gigantesca sepota, tipo quelle dell’Isola di Pasqua.

curiositySia come sia, tutto ciò fa una certa impressione e solletica l a nostra fantasia. Gioco d’ombre e di scorci che una ripresa da una angolatura diversa da parte di Spirit & C. non avrebbe evidenziato? Un capriccio di venti millenari che hanno modellato così uno spunzone come sulla Terra vi sono rocce che assomigliano a volti, orsi, tartarughe, elefanti? Certo è che quasi tutti i commentatori, con una foga degna di miglior causa, si sono dati da fare a “smontare” qualsiasi altra eccentrica possibilità facendo riferimento alla in precedenza famosa “sfinge di Marte” fotografata dall’alto nella regione di Cydonia dalla sonda Viking 1 il 26 luglio 1976 e che esattamente trent’anni dopo, il 22 luglio 2006, il più sofisticato satellite Mars Express avrebbe rivelato essere soltanto un gioco d’ombre e di rifrazioni solari: non di un “volto” si tratta, ma di una “normale” brulla collina marziana…

Il fatto è che oggi, in omaggio ai Lumi della Ragione, manca ai più e soprattutto ai colleghi giornalisti il sense of wonder, quel senso del meraviglioso che era tipico dei nostri antenati, viaggiatori, cronisti, geografi, e che era stato ereditato dalla fantascienza delle origini, quella che sapeva creare straordinarie civiltà esotiche sul quarto pianeta del Sistema Solare, dove il rosso domina, e che è la vera, profonda caratteristica di questo genere letterario, ripresa dalle narrazioni mitologiche, e non certo la pura e semplice “anticipazione scientifica”.

la maschera di marteCertamente: la nostra visione antropomorfica ci fa vedere figure simili a noi in oggetti che magari lo sono lontanamente per semplice associazione simbolica, così come la nostra mentalità tecnologica ci fa pensare agli UFO (macchine volanti con alieni) per fenomeni che in passato erano interpretati in maniera diversa (ad esempio, manifestazioni divine). Noi vediamo quel che la nostra cultura ci fa vedere in base alle coordinate ormai connaturate in noi. Ma avendo ormai oggi praticamente perso quel “senso del meraviglioso” che contraddistingueva una ormai antica umanità, tendiamo ad appiattire, banalizzare e razionalizzare tutto, anche la “sirenetta di Marte”, anche un lontano sogno minerale apparso all’improvviso nell’obiettivo asettico del “camminatore” Spirit…

E’ chiaro, non ci aspettavamo sul pianeta rosso le rutilanti civiltà descritte da Edgar Rice Burroughs nell’infinito ciclo di romanzi dedicati al suo eroe John Carter, sbalzato lassù dopo essersi addormentato in una caverna terrestre: città con torri altissime, regine meravigliose e discinte, enormi tigri come cavalcature, esseri con più braccia… Ma almeno sarebbe il caso di ricordarsi di uno degli episodi delle Cronache marziane di Ray Bradbury (un libro che Mondadori dovrebbe finalmente ripubblicare in edizione critica e traduzione riveduta, come anche Fahrenheit 451) in cui i “marziani” per illuderci e intrappolarci creano nel nulla una location (si direbbe oggi) terrestre fittizia, con luoghi e persone conosciute dagli astronauti che lì vi sbarcano… Dove il sogno ha la meglio sulla realtà.

facce nella sabbiaIn fondo, dice Ray Bradbury in una raccolta di interviste appena pubblicata da Bietti (e incidentalmente a mia cura), “Siamo noi i marziani!”” (che è poi anche il titolo del libro in italiano).

GIANFRANCO DE TURRIS

 

NASA Mars Science Laboratory (Curiosity Rover) Mission Animation

 

 

Mars rovers Spirit and Opportunity landing on Mars

 

Credits: NASA, JPL

12 Mag 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , | Lascia un commento

OGGI SONO 5 ANNI DI BLOG !

Il Tredicesimo Cavaliere compie 5 anni e per questo giorno di festa vi presentiamo un documento forse poco conosciuto in Italia. Siamo riusciti a rintracciarlo solo  grazie a Stephen Bianchini e ai suoi  contatti con l’impareggiabile Connie Radar.
Quel 20 luglio del 69, lassù sul Mare della Tranquillità, non c’erano solo Armstrong e Aldrin. Questo breve, drammatico cortometraggio ristabilisce la verità. Per realizzarlo, Connie ha avuto l’appoggio del Media Design School e della Comicbook Factory che ringraziamo per la disponibilità dimostrata anche nei nostri confronti.

 

 

Ebbene sì, oggi sono  5 anni di blog.  Ma per me  vogliono dire oltre 200 articoli pubblicati e l’arrivo, scaglionato nel tempo, di quelli che sarebbero diventati collaboratori regolari e buoni amici: senza il loro apporto Il Tredicesimo Cavaliere non esisterebbe. Sono Massimo Mongai e Gianfranco de Turris, esperti di fantascienza e fidati consiglieri, Simonetta Ercoli e Luca di Bitonto, ciascuno nei suoi settori scientifici di competenza , e Donatella Levi, editor molto professionale, ma non solo. Inoltre, da qualche settimana possiamo contare sull’intrepido Stephen Bianchini da Edimburgo, che definirei piuttosto un socio e un alleato. E poi i tanti collaboratori saltuari con i quali manteniamo rapporti di amicizia, ne cito solo alcuni perché l’intera lista sarebbe troppo lunga: Gianvittorio Fedele, Luigi Fontana, Valentina Bozzolan, Franco Masotti e Filippo Ortolani

Con l’occasione segnalo al nostro pubblico che tra breve disporremo del software necessario per la creazione di sottotitoli, e magari  di un’opzione per  pubblicare le strip di Connie in lingua italiana. Serve, ovviamente, personale volontario che ci aiuti in questo lavoro. Ricevuto?

ROBERTO FLAIBANI

28 aprile 2015 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti, News | , , , | Lascia un commento

Dio e il computer

Uno dei pericoli nei cui confronti la fantascienza e l’antiutopia hanno da sempre messo in guardia è lo strapotere delle “macchine” (in senso lato) sull’uomo, il fatto che ad esse potesse venire delegato tutto con due possibilità negative: da un lato che, presa coscienza di se stesse, alla fine imponessero il loro volere sugli esseri in carne ed ossa, e dall’altro che, pur non diventando “coscienti”, divenissero così indispensabili da portare l’umanità ad una crisi mortale nel caso di un loro generale non funzionamento.
Si pensi che quest’ultima ipotesi critica risale addirittura al 1909 quando E. M. Forster, in seguito divenuto famoso col suo Passaggio in India (1924), scrisse un lungo racconto intitolato Quando le macchine si fermano che era una critica alla società razionalizzata al massimo descritta da Wells nel suo Una utopia moderna (1904).

dio1Si pensi cosa succederebbe oggi se all’improvviso tutti i computer del mondo per cause misteriose smettessero di funzionare: la società globale collasserebbe integralmente perché, in genere, non si sono previste alternative durature ad un loro blocco: attualmente i computer governano e gestiscono praticamente tutte le attività complesse: trasporti aerei, ferroviari, autostradali; banche e finanza; comunicazioni di tutti i tipi, mass mdia, giornali e televisione; industrie; politica; grande distribuzione alimentare. Sarebbe il crollo di una intera civiltà. E.M. Forster un secolo fa immaginava una umanità che, delegata ogni e qualsiasi cosa alle macchine, si rifugia nel sottosuolo, ogni umano in un suo cubicolo servito da mille accessori, che non ha più contatti diretti con gli altri. Nel momento in cui “le macchine si fermano”, la società implode, va in malora e si salvano soltanto i pochi che ancora vivono da soli sulla superficie del pianeta, considerati dei matti, degli eversivi o degli stravaganti.
Uno scrittore americano, noto a torto soprattutto per i suoi racconti fulminanti con capovolgimento di scena finale, Fredric Brown, oltre all’imitatissimo Sentinella, ne ha scritto un altro, La risposta (1954) in cui uno scienziato allo scopo di sapere se Dio veramente esiste effettua il collegamento fra tutti i computer del mondo ed una volta posta la fatale domanda ed abbassata la leva del collegamento fra essi, la leva si blocca e non si può più alzare, e contemporaneamente arriva la risposta: “Adesso dio esiste!”. Un anno prima Arthur Clarke ne I nove miliardi di nomi di dio  fa calcolare questo numero ad un computer ma, appena conclusa l’operazione, l’uomo ha esaurito il suo compito, non c’è altro da fare e inevitabilmente avviene la fine del mondo. Questo si ammoniva già sessanta anni fa, quando quello che allora si chiamava “cervello elettronico” era agli esordi…

dio2Tutto questo immaginario fantascientifico ritorna con prepotenza alla mente guardando intorno quanto avviene e che è stato anche denunciato da alcuni scienziati che non seguono il conformismo generale: la pratica di affidarsi per le comunicazioni esclusivamente a internet e alla posta elettronica contribuisce ad annullare i contatti personali e chiude gli utenti in una specie di bozzolo che comunica soltanto attraverso le macchine Inoltre, riduce e rende sempre più elementari e concise le comunicazioni. Non “apre al mondo” come si suol dire, ma viceversa chiude al mondo, con tanti saluti per chi vede, al contrario, nella Rete il massimo della “socialità”.In Giappone, dove tutto ciò è stato portato al parossismo, esiste una sindrome che colpisce soprattutto i ragazzi condannandoli ad una specie di autismo. Sindrome studiata da psicologi e sociologi.

dio3Non solo, ma – come esclusivamente negli Stati Uniti poteva accadere – sembra che stia nascendo e diffondendosi una nuova religione “tecnologica” che ha per divinità…. Google! Da adorare, cui rendere tributi e devozione. Perché? Ma semplicemente perché il più famoso motore di ricerca esistente ha assunto pian piano agli occhi dei suoi utenti gli attributi della divinità: l’onniscienza e l’onnipresenza, almeno. Quanto all’onnipotenza ci manca poco e di sicuro avverrà! Il Dio Google sta dappertutto ed in ogni luogo: a Lui si può accedere da ogni terminale che puoi trovare ovunque, a Lui si può far ricorso e chiedere un aiuto da ogni dove. Il Dio Google sa tutto, offre una risposta ad ogni domanda, sempre che gli si pongano domande adeguate, soddisfa ogni richiesta di informazioni e di documentazione, anche troppe spesso e volentieri. Il Dio Google è anche un po’ oracolo: come l’oracolo di Delfi devi sapere come interpretare per bene le Sue riposte che possono essere di molteplice significato, perché molteplice è il materiale di risposta che ti offre. Se sbagli a capire in fondo è colpa tua, Lui ti ha detto tutto… Ma il Dio Google può essere anche un dio falso e bugiardo: infatti, ti può fornire soltanto le risposte che Lui ritiene meglio poter selezionare. Il Dio Google potrebbe essere quindi una divinità fasulla, un oracolo volutamente fallace, come documenta un gruppo di giornalisti che, sotto la firma complessiva di Erik Gunnar Tryo, ha pubblicato tempo fa l’intrigante GoogleCrazia per le Edizioni Leconte.

dio4Non sappiamo se al Dio Google, all’Oracolo della Rete, i devoti rechino offerte casalinghe da depositare la sera, prima di andare a dormire o prima di porre le proprie domande, se Gli rivolgano devozioni quotidiane nel salotto o nello studio dove il computer è sistemato, se accendano lumini intorno a Lui, oppure se si arrivi al punto di fare sacrifici cruenti…. Magari gli rivolgeranno le “litanie elettroniche” immaginate da Robert Silverberg nel suo Violare il cielo (1967)

 

GIANFRANCO de TURRIS

14 aprile 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , | Lascia un commento

Duplicazione, replica, clonazione

clonazione3Una volta, come abbiamo già ricordato, per valorizzare la fantascienza ed assolverla dall’accusa di essere una “fantascemenza” (secondo una immortale definizione di Mike Buongiorno, pace all’anima sua), quindi una lettura per ragazzini deficienti, si replicava dicendo che aveva anticipato molte scoperte scientifiche. In realtà, il valore della fantascienza sta in ben altro, come si è già detto in precedenti occasioni. Qui invece notiamo come, giunti nel XXI secolo, ci accorgiamo che molte cose questa narrativa non le aveva previste (basti pensare al telefono portatile o alle infinite possibilità della Rete & affini), altre non si sono mai realizzate (basti pensare alle suggestive previsioni di 2001 odissea nello spazio) e altre ancora le aveva appena sfiorate e non approfondite, come è il caso della clonazione animale ma soprattutto umana, nel senso preciso in cui oggi la si intende. Dalla povera pecora Dolly (1996) agli esperimenti inglesi di duplicare in laboratorio le cellule umane , alle frontiere spostate sempre più avanti della ingegneria genetica sono trascorsi appena vent’anni…

Prima che la divulgazione scientifica ne parlasse con una certa ampiezza con il famoso La bomba biologica di G.Rattray Taylor (1968), erano già apparsi romanzi e racconti imperniati, più che sulla clonazione, su una replica degli esseri umani attraverso un “duplicatore di materia” (Il triangolo quadrilatero di William Temple, 1949), o grazie a “paradossi temporali” come in Per qualche millennio in più di Robert Heinlein (1941), mentre A.E.van Vogt aveva descritto, senza entrare in particolari, la creazione di vari duplicati di Gilberg Gosseyn, protagonista del suo famosissimo Il mondo di Non-A (1945-1948). La duplicazione per partenogenesi, senza intervento del maschio, è alla base di Le amazzoni (1959) di Poul Anderson, che descrive un pianeta di sole donne, romanzo di pura avventura, e del più problematico Mondo senza uomini (1958) di Charles Eric Maine.

clonazione4Probabilmente, la prima storia ad affrontare il tema così come noi oggi lo conosciamo con profonde implicazioni psicologiche e sentimentali è un lungo e straordinario racconto di Theodore Sturgeon, Se speri, se ami (1962), in cui una donna ricchissima cerca di ricreare l’amato morto di cancro da una sua cellula. L’idea viene ripresa da Nancy Freedman in Joshua, Son of None (1973), non tradotto in Italia, in cui si realizza un duplicato del presidente Kennedy partendo da una sua cellula presa al tempo dell’assassinio, mentre Ira Levin in I ragazzi venuti dal Brasile (1976), poi anche un film di Franklyn Schaffner (1978), descrive un complotto neonazista basato sulla creazione di cloni di Adolf Hitler sparsi per il mondo.

Un bambino clonato è al centro de La quinta testa di Cerbero di Gene Wolfe (1972), ci si fa clonare per perpetuare una dinastia su Titano in Terra imperiale di Arthur Clarke (1975), ci sono presidenti statunitensi clonati in Il presidente moltiplicato di Ben Bova (1976), mentre nel romanzo in originale intitolato proprio The Clone di Thomas e Wilhelm (1965), e tradotto in Italia con l’orrido titolo Dalle fogne di Chicago, si descrive un essere cellulare mostruoso che, più che un clone, è in realtà un blob.

La diffusione del concetto scientifico impone il relativo termine oltre la narrativa specialistica, anche con varianti lessicali e ambizioni concettuali, pur se non sempre alla base vi è solida inventiva: personaggi-cloni sono ad esempio al centro delle saghe di Frank Herbert (Dune) e Lois McMaster Bujold (Vorksigen), e ne fa uso anche un autore italiano che li chiama “secondari” (Alessandro Vietti, Il codice dell’invasore, 1999). L’argomento si diffonde nel cosiddetto mainstream con Il terzo gemello di Ken Follett (1997) e il pessimista Le possibilità di un’isola di Michel Houellebecq (2005). Il top viene raggiunto con la duplice clonazione nientepopodimenoche di una divinità incarnata, Gesù Cristo, descritta da Linda Foster in Il patto e da Dan Cauwelart in Il Vangelo di Jimmy, entrambi del 2005.

clonazione2Ovviamente, anche il cinema si è appropriato del tema con risultati diseguali: sono da ricordare la “resurrezione” di Ellen Ripley, l’eroina della saga, in Alien 4 la clonazione (1997) di J.P.Jeunet, Code 46 (2003) di Michael Wintherbottom e lo sfortunato Island (2005) di Michael Bay.

Quel che invece è stato abbondantemente previsto sono gli esiti della ingegneria genetica. Le recenti notizie sulla possibilità di “ordinare figli su misura”, che abbiano cioè determinate caratteristiche fisiche e attitudinali, è stata magistralmente descritta da un grande scrittore, Aldous Hluxley, con la sua antiutopia Il mondo nuovo (1932), che sarebbe il caso di andarsi a rileggere in una ristampa adeguatamente commentata a ottanta anni di distanza. La possibilità di intervenire negli embrioni istallando un particolare DNA è noto, anche se non sempre ufficialmente consentito. Se n’è parlato ad esempio al convegno, svoltosi a Roma a febbraio, The new era of Pgs applications, mentre quasi contemporaneamente il parlamento inglese ha varato una legge che permette di inserire geni di una terza persona, oltre quelli del padre e della madre biologici, per evitare nel nascituro un certo tipo di malattie genetiche. Un figlio, a ben vedere, di tre genitori.

clonazione1Huxley aveva scritto negli anni Trenta del Novecento il suo romanzo per mettere in guardia da certe follie scientifiche (ma anche contro l’irregimentazione sociale e politica), a quanto pare inutilmente, dato che, vale di più il concetto che “alla scienza non si possono porre limiti” essendo svincolata da ogni etica e morale… Ad esempio: effettuare il trapianto di testa come il mese scorso ha proposto un medico italiano. Mettiamola così: quale testa? Forse potrebbe essere utile per i nostri politici che notoriamente ne sino privi, ma non credo che sarebbe una cosa positiva per la gente comune…

GIANFRANCO de TURRIS

19 marzo 2015 Posted by | by G. de Turris, Cinema e TV, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , | Lascia un commento

Supereroi e superproblemi

A3 poster:Layout 1Dall’arrivo in Italia ormai sei anni fa di The Watchmen (I Guardiani, o i Vigilanti), il film di Zach Snyder, regista dell’innovativo 300, è ritornato in primo piano il motivo per cui questi personaggi dei fumetti, grazie anche alla completa digitalizzazione delle pellicole che consentono di far diventare realtà verosimile ogni cosa impossibile, siano così gettonati dalle case produttrici anche a discapito della fantascienza classica, quella scritta e non disegnata. E’ un po’ lo stesso problema postosi con la nuova grande popolarità del Vampiro che non è più quello di Stoker o di Murnau. Superman, Batman, Spiderman, i Fantastici 4, gli X Men, Ironman, i Watchmen, in una sequenza di episodi che non sembrano voler concludersi: perché?

Intanto, si può cominciare a dire una cosa politicamente scorretta: che tutte queste vecchie-nuove figure che s’impongono all’Immaginario Collettivo giovanile e non solo hanno fatto mettere da parte la famigerata frase di Bertold Brecht, per tanto tempo slogan dell’intellighenzia più ideologizzata e faziosa soprattutto in Occidente durante la Guerra Fredda, quel “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” (perché – sottinteso – l’eroe è un prototipo “fascista”) che si può ormai benissimo sostituire con “beati quei popoli che sentono il bisogno di supereroi”. Lo ha capito benissimo un giovane filosofo controcorrente, Simone Regazzoni, che ha pubblicato così Sfortunato il paese che non ha eroi (Ponte alle Grazie, 2012) che negli anni Dieci del XXI secolo ha il coraggio di scrivere un “elogio dell’eroismo”, come recita il sottotitolo, rivolgendosi ad un mondo che non sa più a cosa credere esattamente.

The-Dark-KnightLa risposta è semplicemente perché l’eroe, mortale o semidivino, è uno degli archetipi dell’umanità, uno dei miti-base di tutte le civiltà, quindi anche della nostra così cinica, incredula e disincantata. E’ un simbolo, una figura di riferimento, un fondatore di storia, realtà e società. Un eroe che, per assolvere queste “funzioni”, non era quasi mai confinato in un empireo inaccessibile, ma viceversa molto, molto vicino alla normale umanità con tutti i suoi pregi e difetti, pur possedendo una sua diversità ontologica di fondo, e questo sin dalle più lontane origini: si pensi al sumerico Gilgamesh con la sua superbia, al celtico Cuchulainn con la sua ira, ai greci Achille e Ettore, a semidei come Ercole, ma anche a eroi cavallereschi come Lancillotto: tutti hanno le loro cadute, tutti sono succubi di sentimenti positivi e negativi (invidia, gelosia, vendetta, tradimento, irriconoscenza), tutti commettono dei falli. Ma tutti alla fine superano se stessi, risorgono e portano a termine la loro missione in favore della società o dell’umanità che rappresentano, tutti restano punti di riferimento, da imitare.

L’eroe del tutto distaccato dai sentimenti e dagli umori della gente qualsiasi paradossalmente rinacque a livello popolare negli Stati Unti degli anni Trenta e Quaranta: tutto iniziò da un supereroe con superpoteri come Superman (giugno 1938) e da un supereroe senza superpoteri come Batman (maggio 1939).Siamo alla vigilia del più spaventoso conflitto militare della storia. Ma la stirpe che da essi vide la luce entrò in crisi negli anni Ottanta quando, mutati tempi e costumi, ebbero tutti bisogno di un restyling. Ecco allora apparire sui comic books nuove versioni di tutti i personaggi classici della DC Comics e della Marvel Comics: basti pensare a The Dark Knight di Frank Miller, oggi diventato film, che fece rinascere il mito di Batman. La scoperta del “lato oscuro della Forza” per dirla alla Guerre stellari. Ecco allora i “supereroi con superproblemi” come si disse a partire dal nevrotico Uomo Ragno.

XmenFacciamo un esempio per tutti, un fumetto/film uguale e diverso dagli altri con protagonisti i supereroi. I Watchmen sono di questo tipo, anzi hanno un paio di caratteristiche in più: sono nevrotici non per colpa loro ma perché emarginati da una società che prima li ha sfruttati e poi li ha messi al bando quasi come i criminali che essi combattevano per difenderla (il che è avvento purtroppo anche nella nostra realrà); la loro vicenda si svolge in un mondo alternativo al nostro in cui la storia americana ha avuto un corso diverso non essendoci stato lo scandalo Watergate e avendo vinto gli Stati Uniti la guerra in Vietnam. Duplice interesse quindi per un’unica risposta di fronte al loro successo presso un pubblico che non è più soltanto quello adolescenziale ma anche adulto, di quegli adulti che erano ragazzi negli anni Settanta e Ottanta del Novecento ed oggi vivono in una società di cui francamente vorrebbero fare a meno, di cui sono profondamente insoddisfatti.

ironmanLa presenza di supereroi che non sono iperuranici ma che hanno pregi e difetti, sentimenti e istinti come uno qualsiasi dei loro lettori o spettatori, e in cui quindi è possibile identificarsi senza troppe difficoltà, e la descrizione di un mondo simile al nostro ma non esattamente uguale, dimostra semplicemente che la voglia di evasione/cambiamento è sempre più diffusa e più forte, e si leggono romanzi o fumetti o si vanno a vedere film proprio perché storie alternative alla Realtà ci vengono proposte.

Anche se questo presente alternativo o questo futuro sono quasi quasi peggiori di quanto ci circonda? Sì, anche in questo caso perché una delle caratteristiche dell’ucronia, il non-tempo, è proprio quella dello spaesamento e della possibilità di instillare il dubbio che il Reale avrebbe potuto essere diverso sia in meglio sia, più spesso, in peggio. Purché una modifica del Fatto Compiuto avvenga si è quasi disposti ad accettare qualunque risultato.

Che poi, come in The Watchmen, i supereroi (e gli eroi) possano essere considerati una specie di nemici della società, visti con sospetto e ostilità dalle forze dell’ordine e dai politici, anche qui nulla di veramente nuovo sotto il sole. L’eroe è sempre ritenuto un Outsider, un Fuori-posto, nella società: esso infatti non rispetta quasi mai le regole cui la gente comune è obbligata: non lo erano forse non solo Robin Hood o Zorro, ma anche gli eroi della classicità con il loro rompere le regole? La nuova immagine degli odierni supereroi americani dei fumetti e dei film accentua queste caratteristiche e le vela di oscurità. Nel caso esaminato i Vigilanti, per difendersi, diventano violenti e amorali e credono più a se stessi che a Dio.

spidermanCome al solito, su questi prodotti della modernità, anzi della post-modernità, si riverbera una eredità ancestrale che spesso si stenta (o si ha paura, chissà perché) di riconoscere, mentre allo stesso tempo essi rispecchiamo l’ambiguità dei tempi attuali. Un’epoca la nostra in cui non esiste più, purtroppo, un chiaro spartiacque fra Bene e Male, ed anche il Bene può risultare inquinato, in cui anche i supereroi non sono immuni da pecche spirituali, morali, civili. Non per questo però non hanno spazio e successo gli eroi ed i supereroi senza macchia e senza paura, quelli per i quali è possibile usare l’accetta o il filo della spada per dividere il lato luminoso e il lato oscuro: si pensi alla continuità del successo degli eroi di Tolkien o al revival sotto forma di fumetti, DVD e libri dei personaggi giapponesi, da Mazinga a Jeeg Robot a Goldrake, rivisitazione ipertecnologica dei samurai difensori dei deboli e dell’imperatore. I tempi odierni sono tali, con la loro atmosfera di crisi incombente, che ognuno apprezza, ama e fa vivere o rivivere decretandone un successo mediatico ogni tipo di eroe. Purché al fondo, nonostante qualche magagna, resti tale come intenzioni e scopi.

GIANFRANCO de TURRIS

9 febbraio 2015 Posted by | by G. de Turris, Fantascienza, Letteratura e Fumetti | , , , | 2 commenti

Atlantide e il mito delle terre perdute

Atlantide1Singolare, ma anche significativo e simbolicamente valido ancora oggi, quanto avvenuto  alcuni anni fa, una specie di “segno dei tempi”, secondo il mio punto di vista, per capire l’attuale atmosfera culturale. Nei fascicoli dedicati ai “Capolavori delle grandi civiltà” allegati al Corriere della Sera, accanto alle Piramidi, al Colosseo, a San Pietro, alla Torre Eiffel, al canale di Panama, alla Muraglia Cinese, al Partenone, al Ponte di Brooklyn, all’Empire State Building, fece la sua comparsa anche… Atlantide. Sì, a fianco di realizzazioni architettoniche concrete vi fu anche la realizzazione di una architettura filosofica, una fabula o meglio un mito. Chissà quale sintonia trovarono i realizzatori di quest’opera tanto variegata tra un’isola (ed una città) che si definisce in modo esplicito inesistente e tante concrete realizzazioni dell’ ingegno che sono ancora sotto i nostri occhi, pur avendo una età millenaria.

Sta di fatto che questo mito, che si basa esclusivamente su alcune parti dei dialoghi platonici, Timeo e Crizia, aleggia sull’umanità da ben 2400 anni accrescendosi sempre più: invece di cadere nell’oblio, come una calamita ha attirato di tutto: altri filosofi, ma anche geografi e sognatori, storici e teorici folli, avventurieri e dilettanti di ogni tipo, visionari e chiaroveggenti, scrittori di fantascienza e occultisti. Tutti l’hanno cercata sopra e sotto il mare, tutti l’anno situata non solo oltre le Colonne d’Ercole come Platone ma nei punti più strani del pianeta, tutti hanno portato il loro contributo alla creazione di un mito che man mano si è accresciuto e ancora si accresce e che non viene demolito da alcun commento scettico, razionale e scientifico.

Atlantide2Infatti, con questo suo mito Platone ha voluto semplicemente descrivere in senso positivo e negativo la sua concezione di società ideale e di come essa si autodistrusse nel volgere di una sola “notte tremenda” a causa dell’ira degli dèi. Una società che era diventata “empia” avendo perso la “scintilla divina” che custodiva in sé. Non è dunque che, come pure ha curiosamente scritto per l’occasione Viviano Domenici sul Corriere, Platone si volle sbarazzare di questo mito ingombrante perché non ci si credesse troppo, ma al contrario la sommersione dell’isola fra maremoti e terremoti ha un senso preciso ed esplicito: si è trattato di un castigo divino. E’ questo che si deve tener presente e molti dimenticano, a parte il fatto che lo tsunami del 2004 in Estremo Oriente con i suoi quasi trecentomila morti e le terre sommerse in pochissime ore a causa di un  movimento insolito, ma non eccessivo, delle placche tettoniche sotto il livello del mare, ha dimostrato in modo plateale  come simili eventi, a voler essere scientificamente pignoli, non siano affatto impossibili.

Ora  cade a proposito un saggio fuori dall’ordinario,” Il mito della terra perduta. Da Atlantide a Thule “, pubblicato dall’Editore Bevivino nella collana “Secretum”. Fuori dal comune non tanto per l’argomento, dato che non è il primo né sarà l’ultimo libro dedicato ad esso, ma perché lo ha scritto il professor Davide Bigalli, ordinario di storia della Filosofia all’Università di Milano, e dagli accademici normalmente non ci si aspetta che affrontino certi temi che in genere vengono considerati mere curiosità culturali. Invece il professor Bigalli ci offre un libro dottissimo, zeppo di estratti da opere quasi introvabili, e di citazioni innumerevoli che partendo ovviamente da Platone giungono sino ai nostri giorni, sino agli autori che nel Novecento si sono occupati di questo tema. Insomma, come l’idea  di Atlantide abbia attraversato tutto la cultura occidentale, le sue metamorfosi e le sue derivazioni. Ci sarebbe da augurarsi che ce ne fossero di più di docenti come il professor Bigalli…
Il quale giustamente, e non poteva essere diversamente dato che è uno studioso di storia delle idee e non un qualsiasi divulgatore storico e/o scientifico, afferma che Atlantide “appartiene al mondo del pensiero”, è “un consapevole mythos, volto a delineare, in una remota antichità, modelli di civiltà, dove le costruzioni politiche, a misura che si distaccano dall’immagine ideale, corrono a catastrofe divenendo esemplari di una contro utopia”. Nello stesso tempo, l’autore fa notare, credo per primo, come questo mito, quando su quella ideale/filosofica/simbolica prevale alla fine la parte della narrazione, del racconto, della elaborazione fantastica (del resto il termine greco mythos proprio questo vuol dire) “diventa un esemplare non-luogo, il regno di una alterità che non può rinchiudersi né venire raggiunta entro i termini di realismo geografico. Diventa un altro mondo”.

Atlantide4Il titolo del saggio però parla genericamente di “terre perdute”, ed in questa vasta ricognizione sta la sua originalità che segue tre direttive che si riferiscono ai tre modi di affrontare, nell’arco dei secoli e delle culture, questo argomento. C’è il tema generale, appunto, della terra perduta, vale a dire “un mondo originario, sperduto nella immensità del passato, al quale l’umanità tende a tornare”. Da questo tema ne deriva poi un altro, quello appunto di Atlantide, cioè di “un mondo… distrutto dalla propria hybris”; e poi c’è il tema dell’Eden, del paradiso perduto, di “un luogo di diletto e felicità, nonché di una condizione di innocenza e perfezione, al quale l’umanità intende ritornare”. Pur se il Paradiso Terrestre è situato a Oriente, “il luogo di diletto e felicità” aveva i suoi siti anche a Occidente. le Isole Fortunate e l’Isola dei Beati ne sono un esempio. Lo storico delle religioni Mircea Eliade con la sua teoria della “nostalgia delle origini” o anche “nostalgia del paradiso perduto” ha indagato a fondo questo sistema di pensiero, che si riverbera anche ai nostri giorni e che spiega molto in profondo alcune scelte di civiltà (o solo di politica contingente) altrimenti incomprensibili. E’ un peccato che il professor Bigalli non lo abbia tenuto presente.

Il mito della terra perduta spazia, comunque, non solo nella storia del pensiero occidentale, ma si confronta anche con le teorie geografiche ed etnografiche (pur se allora non si usava questo termine) nate dalle scoperte di Colombo e Vespucci, dalla conquista del Sud America da parte degli spagnoli e così via: che cosa erano quei nuovi mondi e quei nuovi popoli, ci si chiese? Non si trattava per caso dell’Altantide? Oppure quegli abitanti non  erano per caso i discendenti dei sopravvissuti alla distruzione dell’isola platonica?

Atlantide3E così di tempo in tempo si giunge ai nostri giorni, all’Ottocento e al Novecento, secoli in cui ritroviamo Atlantide in tutte le salse possibili, da quelle teosofiche a quelle pseudoscientifiche, da quelle esoteriche a quelle politiche, con la “nascita” di altri continenti perduti o scamparsi (Mu, Lemuria), con la diffusione dei nomi di Agartha e Shamballah, con curiose variazioni sul tema come quella della Terra Cava, simbolo per Bigalli sia dell’interiorità umana, sia della nostalgia di un paradiso perduto. E quando certe teorie vengono respinte ecco che i loro autori parlano del complotto della scienza ufficiale per negare qualcosa che vorrebbero tenere celato ai più. Una teoria quella del complotto, oggi diffusissima grazie o per colpa della Rete, che per Bigalli si può spiegare solo con un meccanismo psicologico, risarcitorio e vittimistico per gli smacchi subiti nella vita reale. Come si vede, un libro questo Il mito della terra perduta che affonda le sue radici e spinge i suoi rami in molte e inaspettate direzioni.

GIANFRANCO de TURRIS

18 giugno 2014 Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti, Senza categoria | , , , | 2 commenti

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