Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Fantascienza e fascismo

Tra le innumerevoli, anzi infinite, colpe attribuite nei decenni al fascismo in tutti i campi possibili e immaginabili, non si può certamente aggiungere adesso quella di aver ostracizzato e/o boicottato la narrativa fantastica e fantascientifica straniera, specificatamente americana.

huxley(nella foto: Aldous Huxley)

E’ quanto sembra di capire dalla introduzione del professor Carlo Pagetti all’ottimo saggio  Fantascienza italiana (ed. Mimesis) di Giulia Iannuzzi (la sua tesi di dottorato divisa in due tomi), un lavoro cui sarebbe il caso di tornare in modo approfondito dato che è stata scritta da un’autrice di una generazione diversa da quella che ha “fatto” questo genere letterario nel dopoguerra, dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta almeno.
Pagetti è un pioneristico critico della fantascienza in Italia sin dal suo Il senso del futuro (1970), la sua tesi di laurea, stampato dalle prestigiose Edizioni di Storia e Letteratura, critico militante e curatore delle opere di Philip Dick (dove tra sommi capolavori sono però apparse anche cose pessime e giustamente bocciate e rimaste nel cassetto vivente lo scrittore). Quindi ci si sarebbe aspettati da lui qualcosa di più approfondito e meno generico tipo:

“Solo allora [dopo il 1945] la cultura italiana poté aprirsi a una molteplicità di influssi e di suggerimenti provenienti dal nuovo mondo americano, che, pur essendosi già fatto sentire anche durante il fascismo con l’inarrestabile ascesa del cinema come mezzo di comunicazione di massa privilegiato, era guardato con sospetto e perfino con disprezzo dal regime. E’ semmai interessante ricordare la pronta traduzione italiana di Brave New World di Aldous Huxley, pubblicato in Inghilterra nel 1932 e subito dopo arrivato da noi come Il mondo nuovo, ma in questo caso si trattava appunto di un romanzo futuristico, anzi di una distopia (…) e dunque poteva benissimo essere accettato nell’ambito dell’ideologia fascista…”.

Espresse così sono tesi semplicistiche e politicamente corrette: ci si potrebbe ad esempio chiedere che differenza si poteva fare allora tra un romanzo “futuristico” ed uno “fantascientifico” (anche se l’aggettivo non esisteva). Quello “futuristico… poteva benissimo essere accettato dall’ideologia fascista” forse perché il mondo allucinante descritto da Huxley poteva ricordare in qualche modo quelli immaginati da Marinetti & C.? Appunto, non è affatto chiaro. Il problema di fondo, che Pagetti non coglie, è il rapporto tra la narrativa alta e quella bassa, tra il mainstream e il popolare, come si dirà.
Si devono precisare allora alcune cose ricostruendo un contesto: soltanto così si spiegano esattamente i motivi per cui la fantascienza “popolare” americana nata nel 1926 con Amazing Stories di Hugo Gersnack e con Astounding Science Fiction (1930), cioè la fantascienza delle riviste, dei pulp magazines,non ebbe eco in Italia, perché è quella che conta e incide sui lettori, non i grandi scrittori del mainstream, come Huxley (ma anche altri) che Pagetti cita.
Infatti, come ho lungamente elencato nella mia introduzione a Le aeronavi dei Savoia (Nord, 2001) praticamente tutti i grandi scrittori “futuristici”, “fantastici” o “antiutopici” dell’epoca di lingua inglese e francese erano tradotti da importanti editori italiani: da Poe a Wells, a Stevenson a Conan Doyle, da Rider Haggard a Verne, da Benoit  a Flammarion, sino a giungere alla russo-americana Ayn Rand con La vita è nostra nel 1939, anno dello scoppio della guerra. Per non parlare dei citati futuristi che appunto scrivevano romanzi e racconti che definiremmo oggi di fantascienza.
burroughs

(nella foto: E.R.Burroughs)

All’epoca anche E.R.Burroughs era noto in Italia con le sue le avventure di Tarzan, ma non con quelle di John Carter su Marte o Carson Napier su Venere, anche se  le riviste a fumetti stampavano le storie avventuroso-spaziali, molto simili a quelle di Burroughs, di Gordon Flash e Brick Bradford.
Si vede bene dai fatti che non c’era alcun ostracismo o ostilità ufficiale al genere in sé, né italiano né straniero, e questo almeno sino alla vigilia del conflitto quando avvenne una stretta “autarchica” a livello popolare (fumetti, polizieschi ecc.).
Il fatto è, come dimostrano i dati e le tabelle pubblicati sin dagli anni Settanta da Mike Ashley nella sua History of Science Fiction Magazines in più volumi tradotti anche in italiano, che in Europa, quasi neppure in Gran Bretagna, uscirono riviste specializzate in sola fantascienza sino al 1940, e noi non facevamo eccezione, indipendentemente dalla ostilità o meno, “sospetto” o “disprezzo” che fosse, del regime a quel genere letterario in quanto espressione della cultura americana.
Che in realtà non esistette perché, come credo di aver ampiamente documentato nel citato mio Le aeronavi dei Savoia, in Italia esso era diffuso sin dall’inizio del Novecento nei media dell’epoca, anche se aveva altri nomi: sia nei supplementi dei grandi quotidiani (La Tribuna Illustrata, La domenica del Corriere, Il Romanzo Mensile, Il Mattino Illustrato), sia i settimanali di cultura e informazione che ospitavano narrativa (La Lettura, Il Secolo XX, Noi e il mondo, Le Grandi Firme ecc.) pullulavano di racconti fantastici, fantascientifici, sovrannaturali, avventurosi e dell’orrore, soprattutto italiani ma anche stranieri. Per non parlare di due testate che potremmo definire a loro modo specializzate: Il Giornale Illustrato dei Viaggi (quindicinale) e il mensile Il romanzo d’avventure, zeppi di questo genere di storie, e dove i romanzi a puntate erano soprattutto stranieri (francesi, inglesi, americani, tedeschi). Tra essi c’era vera e propria fantascienza “spaziale” con astronavi, extraterrestri, invasioni, guerre del futuro. (Un prolifico autore di guerre in un domani più o meno lontano era Luigi Motta, allievo, seguace, concorrente e poi “continuatore” di Emilio Salgari.)
La mancanza di una grande diffusione del genere “fantascientifico” in Italia durante quel periodo fu quindi dovuta soltanto a scelte e decisioni editoriali,  non politiche, né religiose, né sociali, né culturali, né di arretratezza industriale come vari hanno ipotizzato. Fu un motivo squisitamente tecnico: come nel resto d’Europa mancarono le riviste a esso dedicate che lo divulgassero in modo ampio presso un pubblico soprattutto giovanile. Mondadori credette al progetto di Alberto Tedeschi e pubblicò nel 1933 I Gialli, facendo conoscere il poliziesco di marca americana, inglese e francese, che non era ignoto ma non aveva ancora una collana tutta sua e un nome che lo identificasse in modo particolare. Se in quegli anni un Giorgio Monicelli non così giovane come in effetti era gli avesse proposto una collana di narrativa avveniristica basandosi soprattutto sulla editoria americana, invece che un ventennio dopo, e Mondadori avesse pubblicato anche, poniamo, I Rossi o I Bianchi o I Blu dedicati alla “fantascienza” il gioco sarebbe stato fatto. Su questo si potrebbe scrivere un saggetto di storia alternativa (in parte qualcuno lo  ha già fatto…).
Ci provò nella realtà  l’ingegner Armando Silvestri (1909-1990), pioniere della fantascienza in Italia avendone scritta giovanissimo su Il Giornale Illustrato dei Viaggi, il quale, avendo comprato i pulp magazines americani nelle edicole di Via Montenapoleone a Milano e Via Veneto a Roma, ed essendo redattore di riviste tecniche e poi di aviazione, nel 1938 propose alla Editoriale Aereonautica che faceva capo al relativo Ministero di pubblicare a cadenza mensile quattro riviste, L’avventura, Avventure del mare, Avventure del cielo e Avventure dello spazio. Ovviamente venne accettata soltanto Avventure del cielo che uscì dal 1939 al 1941 (e non nel 1943, come ebbi a scrivere in una precedente occasione), quando chiuse per il razionamento della carta a causa della guerra. Fosse uscita anche Avventure dello spazio, la storia della fantascienza italiana e in Italia sarebbe stata molto diversa (idea buona anch’essa per una ucronia su cui anche qui qualcuno si è cimentato) in quanto avrebbe creato in tre-quattro anni un pubblico di lettori e una piccola squadra di scrittori che, in concomitanza con l’apparire di Urania nel 1952, avrebbero creato un retroterra italiano non da poco, forse sottraendo il genere alla esterofilia che lo caratterizzò almeno sino al 1990.

GIANFRANCO de TURRIS

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9 settembre 2014 - Posted by | by G. de Turris, Fantascienza | , ,

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