Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Atlantide e il mito delle terre perdute

Atlantide1Singolare, ma anche significativo e simbolicamente valido ancora oggi, quanto avvenuto  alcuni anni fa, una specie di “segno dei tempi”, secondo il mio punto di vista, per capire l’attuale atmosfera culturale. Nei fascicoli dedicati ai “Capolavori delle grandi civiltà” allegati al Corriere della Sera, accanto alle Piramidi, al Colosseo, a San Pietro, alla Torre Eiffel, al canale di Panama, alla Muraglia Cinese, al Partenone, al Ponte di Brooklyn, all’Empire State Building, fece la sua comparsa anche… Atlantide. Sì, a fianco di realizzazioni architettoniche concrete vi fu anche la realizzazione di una architettura filosofica, una fabula o meglio un mito. Chissà quale sintonia trovarono i realizzatori di quest’opera tanto variegata tra un’isola (ed una città) che si definisce in modo esplicito inesistente e tante concrete realizzazioni dell’ ingegno che sono ancora sotto i nostri occhi, pur avendo una età millenaria.

Sta di fatto che questo mito, che si basa esclusivamente su alcune parti dei dialoghi platonici, Timeo e Crizia, aleggia sull’umanità da ben 2400 anni accrescendosi sempre più: invece di cadere nell’oblio, come una calamita ha attirato di tutto: altri filosofi, ma anche geografi e sognatori, storici e teorici folli, avventurieri e dilettanti di ogni tipo, visionari e chiaroveggenti, scrittori di fantascienza e occultisti. Tutti l’hanno cercata sopra e sotto il mare, tutti l’anno situata non solo oltre le Colonne d’Ercole come Platone ma nei punti più strani del pianeta, tutti hanno portato il loro contributo alla creazione di un mito che man mano si è accresciuto e ancora si accresce e che non viene demolito da alcun commento scettico, razionale e scientifico.

Atlantide2Infatti, con questo suo mito Platone ha voluto semplicemente descrivere in senso positivo e negativo la sua concezione di società ideale e di come essa si autodistrusse nel volgere di una sola “notte tremenda” a causa dell’ira degli dèi. Una società che era diventata “empia” avendo perso la “scintilla divina” che custodiva in sé. Non è dunque che, come pure ha curiosamente scritto per l’occasione Viviano Domenici sul Corriere, Platone si volle sbarazzare di questo mito ingombrante perché non ci si credesse troppo, ma al contrario la sommersione dell’isola fra maremoti e terremoti ha un senso preciso ed esplicito: si è trattato di un castigo divino. E’ questo che si deve tener presente e molti dimenticano, a parte il fatto che lo tsunami del 2004 in Estremo Oriente con i suoi quasi trecentomila morti e le terre sommerse in pochissime ore a causa di un  movimento insolito, ma non eccessivo, delle placche tettoniche sotto il livello del mare, ha dimostrato in modo plateale  come simili eventi, a voler essere scientificamente pignoli, non siano affatto impossibili.

Ora  cade a proposito un saggio fuori dall’ordinario,” Il mito della terra perduta. Da Atlantide a Thule “, pubblicato dall’Editore Bevivino nella collana “Secretum”. Fuori dal comune non tanto per l’argomento, dato che non è il primo né sarà l’ultimo libro dedicato ad esso, ma perché lo ha scritto il professor Davide Bigalli, ordinario di storia della Filosofia all’Università di Milano, e dagli accademici normalmente non ci si aspetta che affrontino certi temi che in genere vengono considerati mere curiosità culturali. Invece il professor Bigalli ci offre un libro dottissimo, zeppo di estratti da opere quasi introvabili, e di citazioni innumerevoli che partendo ovviamente da Platone giungono sino ai nostri giorni, sino agli autori che nel Novecento si sono occupati di questo tema. Insomma, come l’idea  di Atlantide abbia attraversato tutto la cultura occidentale, le sue metamorfosi e le sue derivazioni. Ci sarebbe da augurarsi che ce ne fossero di più di docenti come il professor Bigalli…
Il quale giustamente, e non poteva essere diversamente dato che è uno studioso di storia delle idee e non un qualsiasi divulgatore storico e/o scientifico, afferma che Atlantide “appartiene al mondo del pensiero”, è “un consapevole mythos, volto a delineare, in una remota antichità, modelli di civiltà, dove le costruzioni politiche, a misura che si distaccano dall’immagine ideale, corrono a catastrofe divenendo esemplari di una contro utopia”. Nello stesso tempo, l’autore fa notare, credo per primo, come questo mito, quando su quella ideale/filosofica/simbolica prevale alla fine la parte della narrazione, del racconto, della elaborazione fantastica (del resto il termine greco mythos proprio questo vuol dire) “diventa un esemplare non-luogo, il regno di una alterità che non può rinchiudersi né venire raggiunta entro i termini di realismo geografico. Diventa un altro mondo”.

Atlantide4Il titolo del saggio però parla genericamente di “terre perdute”, ed in questa vasta ricognizione sta la sua originalità che segue tre direttive che si riferiscono ai tre modi di affrontare, nell’arco dei secoli e delle culture, questo argomento. C’è il tema generale, appunto, della terra perduta, vale a dire “un mondo originario, sperduto nella immensità del passato, al quale l’umanità tende a tornare”. Da questo tema ne deriva poi un altro, quello appunto di Atlantide, cioè di “un mondo… distrutto dalla propria hybris”; e poi c’è il tema dell’Eden, del paradiso perduto, di “un luogo di diletto e felicità, nonché di una condizione di innocenza e perfezione, al quale l’umanità intende ritornare”. Pur se il Paradiso Terrestre è situato a Oriente, “il luogo di diletto e felicità” aveva i suoi siti anche a Occidente. le Isole Fortunate e l’Isola dei Beati ne sono un esempio. Lo storico delle religioni Mircea Eliade con la sua teoria della “nostalgia delle origini” o anche “nostalgia del paradiso perduto” ha indagato a fondo questo sistema di pensiero, che si riverbera anche ai nostri giorni e che spiega molto in profondo alcune scelte di civiltà (o solo di politica contingente) altrimenti incomprensibili. E’ un peccato che il professor Bigalli non lo abbia tenuto presente.

Il mito della terra perduta spazia, comunque, non solo nella storia del pensiero occidentale, ma si confronta anche con le teorie geografiche ed etnografiche (pur se allora non si usava questo termine) nate dalle scoperte di Colombo e Vespucci, dalla conquista del Sud America da parte degli spagnoli e così via: che cosa erano quei nuovi mondi e quei nuovi popoli, ci si chiese? Non si trattava per caso dell’Altantide? Oppure quegli abitanti non  erano per caso i discendenti dei sopravvissuti alla distruzione dell’isola platonica?

Atlantide3E così di tempo in tempo si giunge ai nostri giorni, all’Ottocento e al Novecento, secoli in cui ritroviamo Atlantide in tutte le salse possibili, da quelle teosofiche a quelle pseudoscientifiche, da quelle esoteriche a quelle politiche, con la “nascita” di altri continenti perduti o scamparsi (Mu, Lemuria), con la diffusione dei nomi di Agartha e Shamballah, con curiose variazioni sul tema come quella della Terra Cava, simbolo per Bigalli sia dell’interiorità umana, sia della nostalgia di un paradiso perduto. E quando certe teorie vengono respinte ecco che i loro autori parlano del complotto della scienza ufficiale per negare qualcosa che vorrebbero tenere celato ai più. Una teoria quella del complotto, oggi diffusissima grazie o per colpa della Rete, che per Bigalli si può spiegare solo con un meccanismo psicologico, risarcitorio e vittimistico per gli smacchi subiti nella vita reale. Come si vede, un libro questo Il mito della terra perduta che affonda le sue radici e spinge i suoi rami in molte e inaspettate direzioni.

GIANFRANCO de TURRIS

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18 giugno 2014 - Posted by | Fantascienza, Letteratura e Fumetti, Senza categoria | , , ,

2 commenti »

  1. […] L’articolo di Gianfranco de Turris sui luoghi mitici e sulle terre perdute  è molto ben scritto e focalizza un punto importante nella storia del mito. Ma anche della letteratura, e per di più della letteratura di genere fantastico-fantascientifico. In tutta la letteratura fantastica, ma da adesso in poi parliamo specificamente di quella fantascientifica, ci sono terre perse da qualche parte, sulla Terra ma anche nella Galassia. Le “terre perdute”, ossia pianeti colonizzati dagli umani che poi hanno perduto i contatti con il resto dell’umanità, sono letteralmente uno dei topoi della fantascienza. E tutti in un modo o nell’altro si rifanno alla prima terra perduta, Atlantide. La quale è stata raccontata più e più volte nella fantascienza in tutti i modi possibili ed immaginabili. Benoit l’ha posizionata perfino nel deserto, circondata da un mare di sabbia. Permettetemi un ricordo personale:  avevo da poco cominciato a leggere, nel senso che avevo otto o nove anni, e leggevo sopratutto fumetti, in particolare Nembo Kid (sì, lo so che il vero nome era Superman, ma cosa volete uno si affeziona) ed in particolare la storia in cui lui incontra Lori Lemaris, appunto la “sirena” originaria di Atlantide. Da allora ho dato per anni la caccia ad Atlantide su tutte le enciclopedie possibili ed immaginabili ed ho trovato i dialoghi Crizia e Timeo letteralmente decenni dopo, pur trovandone tracce altrove. Ma il punto è che pur essendo Atlantide un luogo letterario e ben conosciuto come tale anche dai contemporanei di Platone, fin da subito ha avuto la “parvenza del vero”, da subito e per sempre creando molte ricerche come la mia, soprattutto però una ricerca a trovare tracce di qualcuno che prima di Platone l’avesse raccontata, il che sarebbe stata prova della realtà di Atlantide. Traccia di papiri dei famosi sacerdoti egiziani che avrebbero raccontato la storia a Platone. Questo IMHO sta a dimostrare la potenza di quel mito, che però mito non è, ma invenzione lettaria pura e semplice. Invenzione letteraria che ha tutte le caratteristiche di quella che oggi chiamiamo fantascienza. Platone non dice che Atlantide sia mito. I greci sapevano benissimo cosa era il mito, se lo sono inventato loro! Almeno il termine. E sapevano che il mito non è proprio “vero-vero”, è un racconto che serve a raccontare cose importani, e significative per la polis. Ma Platone racconta che Atlantide è esistita davvero. Certo è stata distrutta per volere degli Dei, ma negli Dei lui ufficialmente crede: gli Dei sono reali, appartengono alla realtà. Atlantide è metafora di molte cose, dell’orgoglio, della ubris, ma è raccontato come luogo reale, una grande isola che un tempo si trovava nel mezzo dell’Oceano Atlantico oltre le Colonne d’Ercole. Atlantide non è Utopia,  un non-luogo, “Atlantide – dice Platone – era reale ed era lì”. Ma o Platone era pazzo o sapeva benissimo che se l’era inventata lui, che era un luogo fittizio, di finzione. In sintesi. Il racconto platonico di Atlantide ha tutte le caratteristiche dei luoghi fantastici raccontati dalla fantascienza e non dal fantasy: Mordor non è mai esistita e non potrebbe esistere se non nel Signore degli Anelli, Atlantide non è esistita,  ma avrebbe potuto esistere. Quindi Atlantide è un luogo della fantascienza, ergo Platone è il primo scrittore di fantascienza noto nella storia della cultura occidentale, cinque secoli prima del pur ottimo Luciano di Samosata. Sempre IMHO-AMMP. […]

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    Pingback di Platone è stato il primo scrittore di fantascienza? – Il tredicesimo cavaliere 2.0 | 30 aprile 2016 | Rispondi

  2. Un docente di filosofia che nel parlare di Atlantide come “terra simbolica della perdita” ignora Eliade???
    …Menomale che era ricco di riferimenti anche rari!
    (Gli daro’ un’occhiata ma feta di papocchio)

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    Commento di Bung | 21 giugno 2014 | Rispondi


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