Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Come il passato sognava il futuro

Troverete qui a seguire due articoli, uno di Fabrizio Carli ed uno di Antonio Pumilia che in realtà è un mio pseudonimo. Entrambi furono pubblicati su Nigralatebra un blog che curavo qualche anno fa. A parte qualche riferimento temporale non chiarissimo, abbiamo ritenuto di pubblicarli come erano a dimostrazione che prevedere il futuro è un “tricky business” come dicono gli americani, cioè un compito problematico. Noi, io e Carli, non tentavamo di prevedere il futuro, parlavamo di come avevano tentato di farlo altri, per altro sbagliando ma lui in compenso aveva scritto un libro imperniato sulla “nostalgia del futuro che non c’è mai stato”. E questa nostalgia (si noti che l’etimologia del termine è “il dolore del ritorno” in cui il ritorno è la memoria) fa riferimento agli anni 50/60, quando il futuro lo si immaginava prospero, felice, e ricco di invenzioni miracolose, soprattutto nei trasporti.

Quel futuro è arrivato ma non ha portato con sé nulla di quella tecnologia, anche se ne ha portata altra, all’epoca impensabile, quella informatica e delle telecomunicazioni: un qualunque “smartphone” oggi permette di comunicare con qualunque altro telefono sul pianeta, ospita da solo molta più tecnologia e memoria dei “mega cervelli elettronici” che allora avevano solo gli americani nei loro megalaboratori segreti e costa poche decine di euro, moneta che all’epoca era non sognata e inconcepibile anche perché è la prima moneta unica comune in tutta Europa dopo il sesterzio dell’Impero Romano! Per non parlare di Internet. A dire: il futuro, nel bene o nel male, arriva sempre inatteso, almeno tecnologicamente parlando. (Massimo Mongai)

 

RETROMEZZI

di Fabrizio Carli

 

img1(fig. 1)

Ricordo una pubblicità (non ricordo di cosa) con un uomo al centro di una strada deserta che, sguardo alla telecamera, proferiva irritato queste parole (non proprio queste ma il senso era questo): dove sono le auto volanti? Ci avevano promesso automobili senza ruote! Dove sono?

Tutto ciò accadeva pressappoco un anno fa e la prima volta che vidi lo spot mi dissi: è vero! Forse mai come questa volta una pubblicità riusciva a rappresentare, in maniera così adeguata, una mia irritazione assopita.

Negli anni Ottanta ero un adolescente. A quell’epoca per me non esistevano compromessi: il futuro erano macchine volanti o, ancora più avveniristicamente, automobili su cuscinetti ad aria e questo non perché avessi visto film come Metropolis o Thing to Come ma perché l’idea di futuro era trasmessa mediante l’immagine dei mezzi di trasporto. Tutt’al più, per la mia esperienza televisiva, il riferimento iconico era rappresentato dai rover lunari di Spazio 1999 che le ruote le avevano ma ne avevano sei per cui tutto “quadrava”.

Nel mestiere di sceneggiatore per “plasticità” si intende qualcosa come “far vedere” piuttosto che raccontare. Questa è una regola d’oro per chi scrive per la televisione o il cinema. Lo sceneggiatore deve, in sostanza, mostrare qualcosa che, nella maniera più rapida possibile, conduca lo spettatore ad “acclimatarsi” nel contesto di un film. Accade spesso nei film di fantascienza che questa acclimatizzazione avvenga visualmente tra8mite l’immagine di automobili dalle forme futuribili o da più o meno fantasiosi mezzi di trasporto. Si potrà obiettare che questo rappresenta, con ogni probabilità, uno dei mezzi più banali per introdurre una storia di fantascienza. Ciò è probabile, tuttavia resta valida l’osservazione che vuole, come linea prevalente di tendenza, che il futuro si rappresenti a partire dai mezzi di trasporto, forse perché pensare il futuro significa, in un certo senso, andarci, muoversi verso di esso.

img2(fig. 2)

E’ comunque fin troppo evidente il nesso (traiettoriale) esistente tra l’idea di futuro e quella del viaggio e quindi del mezzo di trasporto. E’ interessante, ad esempio, l’analisi che compiono T. W. Adorno e M. Horkeimer nel loro Dialettica dell’illuminismo del viaggio di Odisseo come rappresentazione dell’umana liberazione prima dalle leggi di natura e, in seguito, dalla gerarchia dell’olimpo. Il viaggio di Odisseo diviene prima di tutto viaggio dell’umanità verso un futuro razionale: per Adorno e Horkheimer, infatti, l’Odissea rappresenta la metafora della sedimentazione dell’agire razionale.

Ma questa è tutta un’altra storia.

Perdonatemi un’altra piccola premessa: il futuro non è mai come ce lo aspettiamo. Ciò è tanto più vero quanto più scientifico è il tentativo di fare previsioni su di esso. La buona notizia è che la specie umana è fortunata perché ciò che l’aspetta è più vario di quanto essa possa immaginare; la cattiva notizia è che questa imprevedibilità vale anche per i mezzi di trasporto e che quindi se volessimo tentare di fare qualche previsione sul futuro, con ogni probabilità, falliremmo come chi ci ha preceduto.

Vorrei iniziare parlando proprio di quest’ultimo aspetto che altrove ho definito “del futuro che non c’è mai stato”. Si tratta di una prospettiva a mio modo di vedere molto feconda sia per la fantascienza che per la scienza. Di fatto, il presente poteva essere diverso da quello che è (Massimo Mongai mi ha suggerito il concetto esatto: ucronia) e di conseguenza noi potevamo esser altro pur essendo noi stessi.

La fantascienza è piena di questi casi. Per dare dei riferimenti fin troppo noti direi che questa condizione e’ ben espressa dall’ipotetica fusione del Fattore Invisibile di Connie Willis (tendenze storiche, processi di catalizzazione che viaggiano in certe direzioni) e Vedere un altro orizzonte di P. Dick (sviluppo parallelo della storia e della tecnologia, eccetera). Per un altro verso la ricerca compiuta dalla storia della tecnologica sviluppa questo discorso prendendo in considerazione variabili storiche, politiche ed economiche (si veda ad esempio La bicicletta e altre innovazioni di Bijker). Il risultato di queste analisi, sia da parte della fantascienza che della scienza, mi è sembrato convergere, mai esplicitamente, su di un punto: alcuni oggetti del passato attraverso un certo profilo tecnologico più o meno simulato prefigurano un futuro che, in realtà, non c’è mai stato.

Quando dal presente guardiamo questi oggetti, reperendoli in cantine o nei circuiti economici dell’usato e del “seconda mano”, essi ci parlano di come quel mondo si rispecchiava nella propria prefigurazione del futuro. Ancora più interessante, essi raccontano come ad un certo punto della storia si sia prodotta una crepa, un bivio e di come la storia abbia selezionato un percorso piuttosto che un altro. Tuttavia nell’esistere al presente di questi oggetti del passato troviamo tracce di un altro presente, non sviluppato, mai maturato. Ciò ci dice anche un’altra cosa, ovvero che ogni presente è in realtà una compresenza gerarchica di sviluppi “evolutivi” (tutto ciò è fin troppo dickiano, ma a mio modo di vedere è proprio nell’attenzione per gli oggetti che risiede gran parte del fascino della narrativa dickiana). Insomma, ognuno tragga le proprie conclusioni più o meno visionarie, noi per il momento abbiamo l’esigenza di ricongiungere questo discorso con quello che riguarda i mezzi di trasporto.

img3(fig. 3)

Dato il rapporto tra rappresentazione del futuro e mezzi di trasporto quest’ultimi possono essere considerati come caso esemplare di quanto appena sostenuto a proposito degli oggetti in generale (in realtà ritengo gli elettrodomestici un’altra categoria particolarmente rappresentativa).

Tentare di ricostruire “il futuro che non c’è mai stato” a partire dai mezzi di trasporto è opera che sopravanza di gran lunga le dimensioni e lo sforzo di questo intervento. Tuttavia è possibile soffermarsi su qualche caso particolare. Per ragioni analoghe privilegeremo i mezzi di trasporto utilizzati all’interno delle metropoli senza soffermarci su tecnologie più “complesse”.

Quello in fig.1 è un super scooter della seconda metà degli anni Quaranta. A ben vedere non presenta caratteristiche tecniche di rilievo che lo differenziano da un qualunque altro scooter. Tuttavia l’illusione ottica che esso produce è particolarmente rilevante ai fini del nostro discorso. La simulata sparizione delle ruote in gomma ha una funzione essenzialmente prefigurativa che restituisce l’immagine di un scooter sollevato da terra mediante qualche forma di energia antigravitazionale. Il profilo tecnologico messo in scena da questo oggetto lascia prefigurare un’evoluzione dei mezzi di trasporto che non si è mai prodotta al pari dell’idea delle automobili volanti. Queste infatti annunciavano uno sviluppo metropolitano non tanto ipotizzato a partire dai procedimenti architettonici quanto ispirato allo “spirito dell’epoca” che giustapponeva il concetto di aerodinamica a quello di futuro e a quello ancora più rischioso di progresso.

img4(fig. 4)

Tuttavia l’idea di una locomozione quotidiana senza ruote non si esaurisce nelle forme emulative. Quello in fig. 2 è l‘aeroscooter. Il progetto è della fine degli anni Cinquanta. In sostanza si trattava di accomodarsi su di un gigantesco ventilatore in modo da scivolare sulla diffusione di aria da esso prodotta. Il lungo paraurti anteriore segnala una certa difficoltà nelle frenate rapide. L’idea che soggiace a questo prototipo è ancor riconducibile all’idea di locomozione aerea delle città così come è, ad esempio, efficacemente mostrata nei cartoni animati dei Jetson. A questo punto occorre farsi un’idea di quelle che dovevano essere i prototipi mentali della metropoli. In questo caso non occorre guardare troppo lontano. Per chi come il sottoscritto abita a Roma, ma il tutto è abbastanza replicabile in qualunque grande città italiana, basta osservare la sopraelevata di fig. 3 per farsi una idea realistica di questa proiezione. Personalmente resto affascinato ogni qualvolta osservo quest’opera architettonica del punto di vista delle tensioni che esprime verso il futuro. Sulla sua capacità di prevedere lo sviluppo della locomozione cittadina sarei più cauto vista la tendenza alla demolizione di tutte le sopraelevate costruite negli anni Sessanta in Italia (per la cronaca c’è un progetto di abbattimento di un tratto di quella romana).

Come catalizzatore di tutte le tensioni alla realizzazione di mezzi di trasporto del futuro utilizzerei la famosa automobile volante in fig. 4 progettata da Hugo Gernsback intorno alla fine degli anni Quaranta.  Quest’automobile è un concentrato di tutte le tensioni dell’epoca e di quelle di almeno due decenni a venire.

Un discorso a parte merita la Dymaxion Car in fig. 5 progettata nel 1933 dal poliedrico creatore R. B. Fuller (inventore, tra le altre cose, delle cupole geodetiche, quelle strutture utilizzate nell’immensa serra inglese dell’Eden Project oppure immaginate come elementi di base nei progetti di terraforming extra-terrestre, data la loro capacità di isolare ecosistemi). Questo prototipo di auto a tre ruote anticipa di almeno vent’anni tutta una serie di soluzioni tecniche in campo automobilistico. Tuttavia per Fuller il progetto Dymaxion è qualcosa di ben più complesso che coinvolge tutti gli aspetti della progettazione quotidiana in una concezione ecosistemica riassunta nel concetto di “astronave terra” di sua stessa creazione. Tale concetto è importante perché meritevole di una precocissima anticipazione dell’esigenza di interazione tra l’organico e il macchinico. La storia della “filosofia” Dymaxion costituisce un’eccezione al discorso fin qui svolto; in un certo senso potremo dire che Fuller è uno dei pochi pensatori la cui idea di futuro si è, in un certo senso, realizzata. Tuttavia tra breve diverrà più chiaro il perché di questo breve accenno.

img5(fig.5)

Altrove ho sostenuto la tesi per cui la tensione alla progettazione aerodinamica (in particolar modo quella statunitense dello Streamline Decade) possa essere considerata come uno degli “affluenti” dello sviluppo della emozione ufologica degli anni Quaranta – Cinquanta. Non ho intenzione di addentrarmi nella problematica, tuttavia c’è un aspetto di questa disciplina che torna utile a questo discorso: la tecnologia e la propulsione aliena. E’ interessante infatti notare che la “supremazia” tecnologica attribuita da testimoni e dai ricercatori alle astronavi aliene risiede in un’integrazione completa tra energia biologica e potenzialità macchinica. Una nave aliena sarebbe, in sostanza, un “amplificatore” di energie biologiche e gravitazionali; in questo senso lo stesso concetto di propulsione verrebbe meno. Ripeto di non essere interessato al piano di verità di quanto sostenuto dall’ufologia ma al tipo di tensioni espresse. Anticiperò alcune delle mie considerazioni finali facendo notare come le meccaniche di queste tecnologie aliene ricordano una tecnologia a noi fin troppo familiare: la bicicletta. Di fatto, in questo approccio genealogico (contrapposto a quello cronologico) allo sviluppo tecnologico può accadere che la bicicletta, la sua capacità di amplificare l’energia biologica, si scopra antica parente dei dischi volanti.

Conclusione. Tempo fa fui contattato da Massimo Mongai che mi chiese se avessi seguito la storia di Ginger e se avessi voglia di scrivere qualcosa su questo “enigma” tecnologico. Inizialmente la cosa mi suonò assolutamente nuova. Solo dopo qualche giorno sfogliando il mio “archivio” di articoli tratti dalle più svariate riviste mi accorsi di aver ritagliato da un “Newton” dell’aprile del 2001 un articolo dal titolo Il mistero di nome Ginger. All’epoca catalogai questo articolo come “beffa tecnologica” e nonostante l’indubbio interesse dell’articolo in sé di fatto me ne dimenticai. Nel frattempo l’attenzione su Ginger era esponenzialmente cresciuta. Ma cosa è Ginger? Esistono due modi di rispondere alla domanda; i due modi sono solo apparentemente antitetici

img6

(fig. 6)

1) Ginger è una tecnologia rivoluzionaria (vedi fig. 6), un mezzo di trasporto che ricorda un monopattino. Tuttavia si tratta di un concentrato tecnologico di altissimo profilo (basato sull’utilizzo di giroscopi) che elimina molte delle interfacce oggi utilizzate per condurre un mezzo di trasporto a vantaggio di un’interazione più completa tra corpo e veicolo. Ginger promette di integrare le funzionalità dei più moderni mezzi di trasporto con la flessibilità e la maneggevolezza di una bicicletta.

2) Ginger è un “oggetto non identificato” prodotto residuale di tensioni appartenenti al secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. Ginger è una ingegnosa macchina comunicazionale capace di fare leva su un pubblico generazionalmente trasversale. Lo fa coniugando fantasmi e tensioni mai del tutto scomparse. Ginger è un artificio linguistico capace di giocare su quella compresenza gerarchica di sviluppi “evolutivi” di cui si è parlato all’inizio. Ginger è il sogno della casa elettroautomatizzata e dei tapis-roulant disposti lungo tutta la superficie stradale della metropoli. In Ginger troviamo un po’ dell’auto volante di Gernsback, della Dymaxion car di Fuller e anche un po’ della bicicletta ma solo nella misura in cui in quest’ultima si può rintracciare un certo grado di parentela genealogica con i dischi volanti.

Non ho voluto esaminare gli aspetti tecnologici di Ginger: nessuno lo può fare dato che si tratta realmente di un mistero comunicato solo attraverso fascinazioni e suggestioni. Allo stesso modo non ho elementi per giudicarlo dal punto di vista del piano di verità e di fatto allo stato dell’arte questo è forse l’aspetto meno urgente. Ginger resta un evento mediale al pari delle luci non identificate che periodicamente attraversano i cieli terrestri. Al pari di queste, Ginger affascina in quanto fantasma di un futuro che non c’è mai stato. Niente di nuovo quindi? Non proprio. Confesso di volerci credere e non solo per motivi di ecocompatibilità ma soprattutto perché Ginger potrebbe essere una risposta seppur parziale alle tensioni rievocate da quello spot di cui ho parlato all’inizio. In sostanza mi piace pensare a Ginger come al riemergere di un presente momentaneamente dimenticato che in questi anni ha lavorato sotterraneamente “rosicchiando” porzioni sempre più evidenti di realtà.

 

GINGER, AUTO E FS

previsioni azzeccate o meno

di Antonio Pumilia

ging5(fig.7): Ginger

Facciamo un parziale seguito all’articolo di Carli su fantascienza e mezzi di trasporto. A parte le foto di Ginger, le foto che vedete in questo articolo sono tratte da un libro del 1962, Automobili: ieri oggi e domani di Enzo Anelucci, disponibile (di sicuro) presso la BNCR, ossia la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Si tratta di un perfetto esempio di quanto Carli dice quando parla della “nostalgia di un futuro che non c’è stato” come sentimento ispiratore del design degli elettrodomestici degli anni della prima metà del secolo XX. Le foto illustrano il capitolo finale del libro, quello in cui si parla, appunto del “domani” dell’auto. E fa previsioni sballate, come nel 99% dei casi di chi prova a fare previsioni sui comportamenti futuri della gente, compresi gli esperti di Teoria del Caos.
Ad esempio, prevede come estremamente comuni e diffuse, auto a tre o a sei ruote; oppure auto a turbina; oppure auto con le ruote messe non ai quattro angoli di un rettangolo (come sono tutte da sempre in tutti i veicoli a quattro ruote da 3000 anni) ma ai quattro vertici di un rombo.

Tutte cose che non sono mai andate al di là della pura e semplice sperimentazione, ammesso e non concesso che siano state sperimentate. Non solo non ha previsto “Ginger”. Questo non è niente di strano. Nessuno ha previsto né Ginger né niente di simile.

auto1Ma soprattutto all’inizio del capitolo, l’autore dice:”…per immaginare il domani dell’automobile, vicino o lontano che sia,si possono seguire due vie, quella della più libera immaginazione, della “fantascienza” o quella delle deduzioni basate su quanto il tecnico di oggi ha già sperimentato e studiato per il domani.Qui si è preferita la seconda soluzione”

Toppando alla grande, dico io. In altre parole , di nuovo, la fantascienza usata per definire cose improbabili se non impossibili, casomai fantasiose e gradevoli, ma assolutamente poco serie e poco futuribili. Poco male anche qui. Noi che amiamo la FS sappiamo benissimo che non è questo che conta, che non è l’aderenza delle previsioni alla realtà che caratterizza realmente la FS. E che essere seri non vuol dire essere seriosi.

Serioso invece è stato l’autore. Il quale dichiarando di non voler fare previsioni “fantascientifiche” ma “tecnicamente serie”, ha toppato alla grande. Nulla di quanto previsto da lui si è realizzato, mentre lui non ha previsto che il futuro dell’automobile sarebbe stato caratterizzato non da novità tecnologiche ma dalla diffusione di massa delle automobili. Il motore a scoppio è sostanzialmente lo stesso di 150 anni fa. Mentre già dal 1962 al 1972 il fenomeno più significativo per il mondo dell’automobile è stata la diffusione dell’automobile come oggetto necessario, non voluttuario e di massa.

Nei primi anni 60 forse non lo si poteva prevedere; ma le automobili erano destinate a diventare una delle principali cause di morte degli italiani, per lo meno la principale se non quasi l’unica (attentati a parte!) causa di morte violenta. Per non parlare dei cancri alle vie respiratorie provocati dall’inquinamento.

auto2E questo il serioso e scientifico “tecnico” del 1962 non lo ha saputo prevedere. Tanto valeva dichiarare possibili le macchine volanti di tanta fantascienza! Qual’è il futuro di Ginger? Ah, saperlo! Auto volanti ad antigravità per il 2102, fra cento anni? Se saranno meno inquinanti, ben vengano.

Ecco il punto: più che il futuro realmente possibile dovremmo augurarci il futuro più desiderabile.

E lavorarci su…

Per chi voglia approfondire su Ginger:

Sito ufficiale Segway Italia

Archivio La Repubblica

 

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1 aprile 2014 - Posted by | Fantascienza | , , , , , , ,

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