Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

La Buona Cucina, lo Zen e l’Arte di Manutenzione dell’Universo

libroUna folta schiera di astronomi cerca nelle profondità dello spazio le vestigia di civiltà perdute. Qui sulla Terra, nel nostro piccolo, noi del Tredicesimo Cavaliere cerchiamo elementi che ci consentano di allargare la comprensione del Mongai-pensiero. Abbiamo scoperto che il Nostro, una quindicina di anni fa, fu invitato a tenere un intervento ad un convegno scientifico del CNR che si svolse a Stromboli, dal titolo “The Bridge Between the Big Bang and Biology (Stars, Planetary Sistems, Atmospheres, Volcanoes: Their ink To Life)”. Ad invitarlo fu il professor Franco Giovannelli, organizzatore del convegno stesso ed uno dei suoi lettori.

L’intervento di Mongai aveva per titolo “La Buona Cucina, lo Zen e l’Arte di Manutenzione dell’Universo. Uno Strumento per la lotta all’Entropia.”

L’intervento era un “talk” che fu tenuto in inglese e successivamente pubblicato negli atti del convegno, dopo la cena finale del convegno stesso. Uno degli scienziati organizzatori il prof. John Beckman, astrofisico e responsabile dell’Istituto di Astrofisica delle Canarie, Tenerife, lo ha definito: “…perhaps the most revealing talk of the whole meeting was Mongai’s treatment of the key role of cookery in human society and of money as an amplifier of human activity: features which should be the hallmarks of any adequately structured life form” (pag.432).

E’ certo quindi che non si tratti di un falso. Lo ho esaminato io stesso e mi sento di affermare che si tratta senz’altro di un vero frammento del Grande Mosaico, saporito ma digeribile, e vagamente etilico, come sempre. Per i lettori più sensibili leggerlo tutto d’un fiato può rivelarsi un’esperienza estatica, e il mio consiglio è di non farsela scappare. Tuttavia non vogliamo obbligare a tanto i meno smaliziati, e quindi abbiamo deciso di offrire in lettura diretta a tutti la prima parte del testo, poi chi vorrà potrà continuare agendo sull’apposito pulsante. Buona fortuna. (RF)

massimo-mongai2Signore e signori, buonasera. Mi chiamo Massimo Mongai e come probabilmente saprete io non sono uno scienziato, ma un italiano scrittore di romanzi di fantascienza. Esordisco quindi subito con quella che i miei antenati romani chiamavano “captatio benevolentiae”, il tentativo di catturare la benevolenza del pubblico. Sarò esplicito: abbiate pietà di me. Non solo non sono uno scienziato ma non sono nemmeno abituato a parlare in pubblico e, poi, parlare di un argomento come quello indicato dal titolo, beh, forse nell’accettare di farlo ho esagerato. Ma è la storia della mia vita esagerare, di nuovo quindi abbiate comprensione e pietà.

Cominciamo dalle definizioni dei nostri lavori, scienziati voi, scrittore di fantascienza io. La parola scienza ci accomuna in parte nella definizione ed anche voi scrivete: di scienza anche se non di fiction, o non delle due cose insieme; è evidente però che il vostro modo di scrivere è radicalmente diverso dal mio.

Ma una cosa l’abbiamo in comune. Io ad esempio se voglio descrivere i pianeti di Altair o di Deneb non ho bisogno di verificare “scientificamente” se intorno ad Altair o Deneb ci sono o no dei pianeti. Se mi serve, se mi va, scrivo che ci sono e basta. Non solo: poi ci metto l’atmosfera che mi pare e perfino le forme di vita che mi pare. Faccio il gioco di Dio, che sulla carta è facile. Però se una qualche sonda, un qualche telescopio, un qualche scienziato scopre che così di sicuro non è, che non ci sono pianeti intorno ad Altair, allora dovrò scegliere un altra stella per ambientare i miei pianeti e la mia storia.

Questa è una delle prime regole dello scrivere di fantascienza, codificata per quel che so, da Isaac Asimov che era al tempo stesso uno scrittore di fantascienza ed uno scienziato: uno scrittore di fantascienza deve comunque rispettare (e quindi conoscere in gran parte) le conoscenze scientifiche del momento in cui scrive. Questo vuol dire che se voglio scrivere in un romanzo di fantascienza la storia di un vampiro potrò parlare di un mutante, o di un essere umano affetto da una specifica malattia che lo obbliga a nutrirsi di sangue e che gli causa fotofobia. Questa malattia in parte esiste, è la porfiria, e ne fu affetto fra gli altri un re inglese (avete visto “La pazzia di re Giorgio”?) Ma, appunto un malato o un mutante o un alieno umaniforme, non un non-morto. Se è un non morto non è fantascienza, è fiction, è fantasy, è horror, è letteratura non mimetica, ma non fantascienza.

Ora cosa c’entra tutto questo con il titolo del mio intervento, cosa c’entrano lo Zen e l’entropia, la buona cucina e l’arte di manutenzione dell’universo? Poco, lo ammetto, sto divagando, ma da qualche parte dovevo cominciare e questa definizione di fantascienza mi è utile. Comunque datemi un po’ di tempo e vi dimostrerò che il legame fra gli elementi del titolo esiste

MemorieContinuiamo a parlare di me, ma ormai per poco ancora, ve lo giuro. Io ho scritto un romanzo di fantascienza che si chiama “Memorie di un Cuoco d’Astronave”. Il libro ha vinto il premio Urania non per il fatto che fosse ben scritto ma soprattutto grazie alla originalità dell’argomento dato che nessuno prima aveva mai parlato dei problemi del cucinare nello spazio e del mangiare di e fra razze aliene: ad esempio, si può fare un soufflé di formaggio in assenza di gravità? Ed è corretto mangiare un pollo davanti ad una razza che abbia la forma di un grosso uccello? Sarebbe come mangiare un neonato davanti ad un essere umano. Queste alcune delle tematiche.

La buona fantascienza non sempre parla del futuro ma spesso del presente. La buona fantascienza non necessariamente predice il futuro, anzi. Quando nel 1870 Verne scrisse il “20.000 leghe sotto i mari”, in realtà in America, durante la Guerra Civile erano già state combattute almeno tre battaglie fra sottomarini sudisti e navi nordiste, ed una di esse era finita con l’affondamento sia della nave (nordista) che del sottomarino (sudista). Verne non aveva previsto altro che una evoluzione tecnologia di un mezzo esistente. Ed io ho fatto lo stesso: la Mir è stata in volo, lo è tutt’ora anche se non per molto ancora, per oltre quindici anni, ed il record di permanenza nello spazio non so di chi sia, ma tutto ciò ha reso necessario scaldare, salare, condire, in altre parole cucinare in assenza di gravità.

Uno dei miei lettori è stato Franco Giovannelli, senior scientist del CNR di Roma. Ci siamo incontrati, abbiamo simpatizzato e lui mi ha proposto di intervenire a questo convegno con una breve conferenza su un tema a mia scelta. Io mi sono sentito onorato della proposta ed ho suggerito quello che avrebbe potuto essere il primo titolo di questo intervento: lo scopo cosmico dell’aglio. Non vi sembri un titolo esagerato: l’aglio ha probabilmente un suo scopo ben preciso nella visione globale del cosmo. Ma il tema in un secondo momento mi è sembrato, diciamo così, riduttivo.

L’ho quindi allargato, perché mi è venuto in mente un proverbio italiano, che sicuramente ha l’equivalente in altre lingue. “A tavola non si invecchia mai”. Non è vero e lo sappiamo, ma forse qui c’e la nuce, l’hardcore di una intuizione. Forse la buona cucina, il ben mangiare, l’allegra convivialità sono uno strumento per fermare l’entropia.

Qui c’è energia positiva, qui c’è forse una forma di energia non ancora calcolata o conosciuta, una forma di energia a campo: un campo di energia come quello gravitazionale che si crea ad esempio fra la Terra e la Luna se entrambe sono presenti, ma se una delle due non c’e’, non c’e’ il campo. Ora l’energia di campo esiste secondo un mio amico psicoanalista anche fra esseri umani che entrano in relazione fra loro. Se questo è vero, da dove viene questa energia? Quello delle energie umane è senza dubbio un campo nuovo e tutto da studiare. Esiste una energia che si crea nella convivialità e per la convivialità? Se questo è vero, vuol dire che la buona cucina è un necessario punto d’arrivo dell’evoluzione dell’universo.

E non vi nascondo che questa è la mia tesi. Cercherò di dimostrarla: cercherò di dimostrare che cucinare bene e mangiare in compagnia ed in allegria è un mezzo per allontanare la fine dell’universo e, forse, con l’aiuto di altri comportamenti, addirittura invertirla. Sconfiggere l’entropia con “la buona cucina”, ma necessariamente con un altro ingrediente di cui vi parlerò alla fine.

E badate la buona cucina. Non l’alta, non la haute, ma semplicemente la buona, perché il meglio è nemico del bene: a mio parere occorre puntare più al piacere di stare a tavola in compagnia piuttosto che alla perfetta esecuzione della ricetta fine a se stessa. Ma questo è un mio difetto personale, lo riconosco e forse degli italiani che sono notoriamente un popolo di cicale.

Diamo qualche definizione. Cosa sia il Big Bang lo sapete tutti e non sarò io a ripetervelo. Vi accennerò ad una possibile definizione in più, anch’essa di ordine culinario gastronomico. Se volete si può definire il Big Bang come un fenomeno culinario multiplo in cui ingredienti, ricetta ed esecuzione del piatto sono la stessa cosa ed accadono contemporaneamente.

entropia formulaE questa è la ricetta: prendi molto idrogeno, anzi, già che ci sei prendilo tutto, prenditi molto tempo, anzi già che ci sei prendilo tutto, e fai apparire tutto all’interno di una pentola con molto, molto spazio, anzi già che ci sei, lo spazio prenditelo tutto. Accendi il fuoco, anzi accendili tutti, ma non tutti insieme, uno dietro l’altro, stella dopo stella, e lascia che tutto vada a posto per conto suo, dall’idrogeno all’ultimo elemento della scala, fino a che tutto sia spento. E questa è l’entropia. Alla fine tutto è spento e fermo.

acquarioMa c’e’ un altro modo anch’esso gastronomico di definire l’entropia: l’entropia è quella cosa per cui se prendi un acquario puoi farne una zuppa di pesce, ma se prendi una zuppa di pesce non puoi farne un acquario. Eppure questo forse non è vero, come cercherò di dimostrarvi fra poco.

Lo Zen. Abbiamo bisogno dello Zen per chiarire ciò che voglio dire, o per meglio dire io ho bisogno dello Zen.

Ah, lo Zen! A molti sembra facile definirlo, ad altri impossibile. A me sembra facilissimo almeno capirlo io; ma so quanto è difficile dirlo agli altri. Io non ho raggiunto ancora il nirvana, non sono Budda e nemmeno un bodhisatva, ma credo di aver capito molto dello Zen. Ad esempio ho capito perché se incontro il Budda, lo devo uccidere, come dice un antico koan Zen.

Per farvi capire la mia posizione vi dirò il parere di mia moglie: io non trovo niente di male nell’idea di reincarnarmi, trovo che i piaceri della vita valgano il rischio del dolore, e l’idea di morire e rivivere mille vite non mi convince, non ci credo proprio, non credo nell’aldilà; ma se fosse vero ne sarei ben contento; lei dice che questa è la prova del fatto che io sono un’anima giovane, mentre lei è un’anima vecchia e dice tu lo Zen lo capisci perché dato che lo scopo dello Zen è il raggiungimento del nirvana, cosa che a te non importa, lo affronti con indifferenza e con indifferenza e leggerezza lo fai tuo; tanto che non te ne accorgi, non ti importa.

nirvanaNon so se sia vero. Io so che quando ho letto il koan che diceva: se incontri il Buddha uccidilo, io l’ho capito subito. Non ho intenzione di spiegarvelo, ma ho detto tutto questo solo per dirvi cosa è lo Zen per me, dato che qui, in questo momento, davanti a questo microfono è l’unico che conti. Io credo che questa idea dell’entropia limitabile con la buona cucina sia una idea Zen. Forse sbaglierò, ma non credo.

Prima di tutto la cucina in se è già un punto di arrivo successivo, in una evoluzione che comincia con la pura e semplice nutrizione. Non esiste vita senza nutrizione. La natura non è né buona madre né perfida matrigna, è solo un enorme ristorante dove figuriamo tutti sul menù e siamo tutti seduti al tavolo: ogni forma di vita su questo pianeta, tutti noi siamo pietanza e commensali al tempo stesso nel Ristorante Natura.

Questo vale anche per noi esseri umani e non pensate solo a tigri o leoni, ci sono batteri e virus che si nutrono di noi e ci obbligano a morire per continuare a riprodursi. La vita, si nutre di vita. È vero che la vita vegetale per lo più si nutre di luce e di sali minerali, ma è vero che anche fra le piante vi sono piante che si nutrono di altre piante o di animali. Comunque almeno la vita animale si nutre di vita.

Ma anche le stelle si nutrono, in fondo: nascono, si evolvono, si nutrono di idrogeno che trasformano in elio ed altri materiali, forse, a volte, si riproducono, lanciando materia nello spazio che crea pianeti, infine muoiono, lasciando puri e semplici cadaveri sotto forma di stelle di neutroni o qualcosa di più imbarazzante come i buchi neri. Non so se buco nero suona leggermente osceno o ridicolo in Inglese come in italiano, ma questo è il motivo per cui il sito mio e di Carlo Benedetti e Francesco Romeo si chiama in latino Nigralatebra.

L’uomo mangia, come tutti i mammiferi, i vertebrati e le forme di vita animali e molte non animali di questo pianeta. Ma l’uomo ha alcune radicali differenze dalle altre forme di vita: alcune di esse sono evidenti e notorie, dal linguaggio estremamente complesso alla cosiddetta intelligenza, dal pollice opponibile che solo noi fra i primati abbiamo fino ad altre particolarità fisiche.

Ma fra le poche o molte cose che ci differenziano dagli animali nel loro insieme, forse l’unica che gli esseri umani fanno e gli altri viventi non è come molti credono l’uso degli attrezzi ( gli scimpanzè ma anche gli avvoltoi Capovaccai o le lontre usano e creano atttrezzi, perfino per mangiare) ma il fatto che noi cuciniamo il cibo che mangiamo.

Gi animali possono arrivare a cercare, produrre perfino il loro cibo. Ma NON cucinano. Badate che ci sono perfino animali agricoltori: ci sono formiche che coltivano spore di funghi su foglie messe a macerare e mangiano i funghi: li coltivano, li mangiano ma non li cucinano. Gli scimpanzè, non provvisti della lingua del formichiere, fabbricano un vero e proprio attrezzo, un rametto sottile da introdurre nel formicaio, per catturare le formiche. Ma non le cucinano. Gli avvoltoi capovaccai usano pietre per rompere i gusci delle uova di cui si nutrono e le lontre fanno altrettanto per le conchiglie. Ma non le cucinano.

E se è vero che l’uomo cucina, e gli animali no, c’è quindi fra noi e loro un ulteriore scatto di livello. Brillat-Savarin diceva: l’animale si nutre, l’uomo mangia, l’uomo di gusto sa mangiare. E qui c’e’ già una traccia della validità della mia tesi: una cosa che la forma di vita più evoluta del pianeta fa e nessuna delle altre, non potrebbe avere una sua necessità cosmica?

È vero che non è detto che noi si sopravviva a noi stessi, e che se anche siamo la forma di vita più evoluta ora, non è detto che lo saremo ancora fra 100.000 anni o fra un milione. Personalmente però io sono ottimista. Sopravviveremo e ci evolveremo e resteremo umani finché mangeremo e finché mangeremo non potremo non cucinare. Quando non cucineremo più e quando non mangeremo più ma ci nutriremo di energia pura saremo forse molto cool, molto trendy, ma dato che è il cucinare che ci differenzia dagli animali, senza dubbio non più umani. E allora non ci interessa.

Ma per arrivare a quel punto dovremo mangiare e cucinare molto lungo la strada.

È vero che come in tutte le sue attività anche nel cucinare e nel mangiare l’uomo mette tutta la sua follia, ché siamo senza dubbio razionali ma anche folli.

hamburgerParte dell’idea del mio libro mi è venuta avendo visto su una rivista italiana chiamata “United Colors of Benetton” una foto. Il titolo dell’articolo diceva che “questo piatto offende il 67% delle religioni del pianeta ed oltre 2800 milioni di esseri umani”. Ed era un semplice hamburger, con pancetta, formaggio, cipolle, coca-cola, una birra e poco altro. Pancetta e birra si sa, la carne ed il formaggio anche, ma lo sapevate che gli Hare Krishna non possono mangiare le cipolle ed i mormoni caffè e tè, quindi niente Coca-Cola?

D’altra parte a mio parere, e nel pieno rispetto di ogni religione, i divieti religiosi nei confronti di questo o quel cibo (tutti) non sono altro che piccoli o grandi momenti di paranoia. Fermo restando che ognuno ha il sacrosanto diritto di mangiare a gusto proprio e quello che gli pare sempre e comunque.

Restano comunque i tabù alimentari anche non di origine religiosa, e sia culturali sia assolutamente individuali.

pasta e insettiMangereste questo piatto di pasta? Mangereste degli insetti? Eppure gli insetti vengono mangiati in moltissime culture. A parità di peso fra carne rossa e larve commestibili, ad esempio la quantità di un hamburger, le larve danno tre volte le calorie i sali minerali e le proteine rispetto alla carne di manzo. Un antropologo ha mangiato i ragni insieme agli indiani Yanoami, e dice che sanno di nocciola. Le grosse larve di molti insetti pare sappiano di gambero. Io non ne mangerei, ma mangio il miele che in fondo è la secrezione di una ghiandola perianale di un insetto.

Torniamo all’esempio di entropia che ho fatto prima: un acquario può dare una buona zuppa, ma una buona zuppa non può dare un acquario. Vero: nella trasformazione da acquario a zuppa si perdono troppi elementi, in molti modi: scartati, tagliati, evaporati e soprattutto in qualunque trasformazione chimica o biochimica una certa quantità di energia si perde. Nemmeno prendendo altra energia, all’esterno del sistema “zuppa” si potrebbe ricreare l’acquario.

Ma un sistema c’e’. Unico metodo perché questo accada è far si che la zuppa sia così buona da essere venduta ad alto prezzo, così da avere soldi per ricomprare l’acquario. Forse è solo un gioco di parole, un artifizio retorico. Ma forse no. Diciamo che se l’acquario da cui ho tratto la zuppa, o meglio il suo contenuto aveva un valore di 100 dollari, io devo solo cucinare quel contenuto così bene da trovare qualcuno disposto a pagare 100 dollari per mangiarlo o forse anche più. Acquario che produce zuppa che produce denaro che produce acquario è il percorso. E questo potrebbe accadere perché come ha scritto qualcuno su Scientific American più di 18 anni fa, non ricordo chi, scusatemi ” il denaro è la massima concentrazione di energia mai prodotta dall’uomo”

Concetto affascinante, non trovate? Con del denaro io produco una centrale elettrica che produce energia che serve a produrre oggetti che venduti diventano denaro con il quale posso scatenare una guerra o creare un ospedale. O finanziare una ricerca. Che potrebbe produrre altra ricchezza sotto forma di energia e poi di denaro. E così via all’infinito.

Ma se questo accade, accade perché il denaro ha un’anima. Premesso, sia chiaro, che io sono un agnostico e non so se esista nemmeno la mia di anima, mi ha molto convinto un libro di un mio amico, Sergio Valzania, che raccontando di un suo viaggio in Grecia, dianzi alle monete raccolte in un museo ha scritto proprio questo: nella moneta inventata dai greci non aveva valore la quantità di metallo (mai adeguata come materia, metallo, ai valori acquistati, al contrario di quanto si crede normalmente) ma il conio, tant’è vero che il conio veniva copiato, falsificato altrove, su altri metalli più o meno preziosi.

MASSIMO MONGAI

continua con la lettura della seconda parte:

“Uno Strumento per la lotta all’Entropia”

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19 novembre 2013 - Posted by | Fantascienza | , , ,

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