Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Volo spaziale e leggende: dialogo con Michael Michaud

Scriveva Paul Gilster su “Centauri Dreams” del 16 dicembre 2011: ”Ho sperato di pubblicare un dialogo con Michael Michaud sin da quando ho avuto occasione di parlare con lui al congresso “100 Year StarShip 2011” (100YSS)e poi di riflettere sul documento da lui presentato, Long-Term Perspectives on Interstellar Flight. I lettori di Centauri Dreams conoscono Michael come autore dell’imperdibile Contact with Alien Civilizations: Our Hopes and Fears about Encountering Extraterrestrials (Springer, 2006), e ricorderanno certamente i suoi contributi precedenti su queste pagine. Direttore in passato del U.S. State Department’s Office of Advanced Technology, ha coordinato presso l’Accademia Internazionale di Astronautica i gruppi di lavoro su tematiche SETI, oltre ad aver pubblicato numerosi articoli e saggi sulle implicazioni degli eventuali contatti con civiltà aliene. In questo dialogo ho preso alcuni elementi del suo intervento al congresso, usandoli come base di partenza per esaminare quali possono essere i modi per orientare l’attenzione dell’umanità verso le stelle”.

(Paul Gilster). Michael, ho letto con grande interesse il documento che hai presentato al congresso “100 Year StarShip 2011”, è pieno zeppo d’idee! Vorrei però iniziare questa conversazione dalla citazione con la quale hai concluso il tuo intervento. È tratta da un libro di G. Edward Pendray intitolato The Coming Age of Rocket Power (1945), e tu la utilizzi per far notare come i primi rivoluzionari ideatori dei viaggi spaziali fossero spesso spinti dalla percezione impellente di uno scopo, e da una visione quasi incendiaria. Ecco quello che dice Pendray:

Quelli tra noi che hanno speso anni e anni nello studio e nello sviluppo dei razzi provano ormai nei loro confronti un’emozione quasi religiosa. Ci sentiamo in qualche modo privilegiati, come se in quegli anni ci fossimo trovati a un oscuro crocevia della storia, e avessimo visto il mondo cambiare. Non sappiamo esattamente cosa abbiamo liberato sulla terra, non diversamente da Gutenberg con i suoi caratteri mobili, o De Forest con il suo tubo per la radio, ma sentiamo nel profondo dell’anima che si tratta di qualcosa di stupendo e grandioso, e che la razza umana ne risulterà in futuro sicuramente arricchita”.

Parole da cui trarre ispirazione, specialmente se consideriamo che, all’epoca in cui Pendray stava scrivendo, la missilistica era associata nella mente comune soprattutto alla distruzione fatta piovere sulla Gran Bretagna dal razzo V2. Pendray guarda più in là, verso una illuminante visione di lungo periodo di quello che lo spazio avrebbe potuto significare in futuro, proprio come von Braun avrebbe guardato oltre il V2 verso la Luna e persino verso Marte. Hegel ha detto “Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”. E tu qui affermi che i fautori del volo interstellare devono continuare a impegnarsi affinché l’esplorazione dello spazio profondo appaia non solo ipotizzabile ma anche necessaria per il bene della nostra specie. Come dunque instillare questo tipo di passione?

Nel tuo intervento ti riferisci ai pionieri del nostro attuale programma spaziale dicendo che hanno creato una “leggenda a proposito di eventi che non erano ancora avvenuti” e che questa leggenda si era poi trasformata in aspettative. Venendo ai viaggi interstellari, abbiamo un certo numero di scienziati che ne stanno elaborando i fondamenti teoretici. Uno è ovviamente Robert Forward, poi ci sono Alan Bond, e Greg Matloff e i numerosi altri da te citati. A che punto ci troviamo oggi nel creare una leggenda legata ad eventi dell’esplorazione interstellare che permetta a quest’idea di far presa sul pubblico? Perché sono le idee che instilliamo mentre vengono poste le basi teoriche che aiuteranno a promuovere il progetto e ad alimentare quella passione.

(Michael Michaud). In un certo senso, Paul, per primi rivoluzionari ideatori dei voli spaziali il compito di inventare una leggenda a proposito di eventi non ancora avvenuti è stato più facile. La disposizione fisica del nostro sistema solare offriva una serie di obiettivi tangibili: il raggiungimento dell’orbita, la stazione orbitale, la Luna, e Marte. Nel caso dell’esplorazione interstellare una progressione graduale è meno ovvia.

Per il volo interstellare esistono ovviamente obiettivi a lungo termine, quali ad esempio trovare indicazioni di una vita intelligente al di fuori del sistema solare, e individuare una possibile futura seconda casa per l’umanità. Ci sono anche motivazioni meno razionali: condividere l’eccitazione dell’esplorazione e della scoperta, fare appello a speranze e aspettative inespresse, e suggerire una via di fuga dai nostri attuali limiti. Senza eventi significativi che non siamo in grado di prevedere, tali motivazioni potrebbero non essere sufficienti per rendere il volo interstellare un compito avvertito come necessario dalle attuali generazioni.

Suggerisco che si cominci concentrandoci sul sistema solare esterno. Esplorare le regioni più distanti dell’impero del Sole potrebbe essere un passo in avanti interlocutorio verso il volo interstellare.

La nostra presenza in quella regione trova una sua giustificazione generalmente riconosciuta nella necessità di proteggere il pianeta da possibili collisioni con asteroidi e nuclei di comete. Numerosi esperti hanno sostenuto che questo tipo di difesa ha bisogno di strumenti di preavviso e di deviazione nel sistema solare esterno, in modo da avere il tempo di identificare e agire contro un oggetto in avvicinamento.

Dobbiamo conoscere meglio il potenziale pericolo costituito dai corpi celesti presenti nella Fascia di Kuiper e nella Nube di Oort. Non sappiamo quasi nulla di quella nube, che è estremamente vasta e non è limitata al piano dell’eclittica. Alcuni ipotizzano che il bordo esterno della Nube di Oort potrebbe sovrapporsi al bordo esterno dell’analoga nube di una stella vicina.

Potremmo avere bisogno di spingerci oltre il sistema solare che conosciamo. Gli astronomi hanno già scoperto degli oggetti a distanze interstellari che sono più piccoli e meno luminosi dei tipi di stelle a noi più familiari. Stelle nane, relitti di stelle esaurite e pianeti oscuri espulsi dal proprio sistema d’origine potrebbero vagare attraverso lo spazio interstellare, forse più vicino della più vicina stella conosciuta. Sia che un oggetto di tal genere costituisca o meno un potenziale pericolo, potrebbe comunque fornire un obiettivo intermedio per l’esplorazione interstellare più facilmente raggiungibile delle stelle conosciute.

Per incoraggiare un approccio mentale fuori dagli schemi, ho ipotizzato nella mia relazione che gli astronomi che stanno studiando il nostro Sole potrebbero scoprire che la nostra stella si sta modificando più rapidamente di quanto non si pensasse, riducendo il tempo tra il momento attuale e una Terra inabitabile. Forse non accadrà mai, ma questo ci ricorda che non possiamo prevedere tutti i pericoli o tutte le opportunità che potrebbero motivare un’esplorazione interstellare.

Vi sono modi di affrontare la questione che potrebbero suscitare un maggiore interesse tra gli scienziati e gli ingegneri. Uno di questi modi, di cui si sta già occupando la “comunità interstellare” è l’ideazione di motori che consentano a un’astronave di viaggiare a velocità utili. Una svolta decisiva nel sistema di propulsione potrebbe avere delle ricadute sulla tecnologia energetica ben al di là del volo interstellare.

Una sonda interstellare che viaggia per decenni, e che una volta giunta a destinazione si troverà ad affrontare delle operazioni complesse, deve necessariamente includere a bordo un’intelligenza artificiale altamente sofisticata, che non farà mai più ritorno sulla Terra. Vorrei suggerire agli scienziati e agli ingegneri di cogliere questa opportunità per creare l’intelligenza artificiale più autonoma che sia stata mai costruita, inviandola là dove costituirà il minor pericolo per l’Umanità.

Forse tu o i tuoi lettori potranno suggerire una leggenda migliore di eventi non ancora avvenuti. Dimmi cosa ne pens­­­­­­­­­­­­­

PG: So che abbiamo bisogno di leggende, perché nella tua relazione riconosci che, mentre alcuni accettano – rispetto ai concetti di esplorazione ed espansione – quelli che tu chiami “i paradigmi rivolti all’esterno”, per la maggior parte delle persone non è così. Penso che la domanda che molti di quest’ultimi si porrebbero è se l’idea stessa di viaggio interstellare non sia decisamente troppo ambiziosa, considerate le distanze inimmaginabili e la relativa incapacità della nostra tecnologia ad affrontarle. Se vogliamo creare le premesse per un futuro interstellare, dobbiamo trovare le motivazioni di lungo termine che risveglino l’interesse e suscitino l’entusiasmo della gente, in modo da essere certi che sosterrà quest’impresa.

Ma capisco il tuo punto di vista, Michael. Il volo interstellare è qualcosa di radicalmente diverso dalle idee interplanetarie di von Braun. Per queste ultime l’aspettativa era che potessero realizzarsi nel giro di pochi decenni. Se seguiamo il tuo suggerimento e prendiamo come base di partenza il sistema solare esterno, allora queste missioni precorritrici possono assumere una funzione trainante, specialmente in quanto collegate alla necessità percepita di una difesa planetaria. In tutto ciò si inserisce bene la tua idea di una IA: siamo in grado di produrre un veicolo spaziale guidato dalla più sofisticata intelligenza artificiale mai creata e mandarlo laggiù, come avanguardia dei nostri sforzi per costruire un’infrastruttura in grado di affrontare gli spazi profondi?

Potremmo considerarla una leggenda per il prossimo futuro, in quanto i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale potrebbero diventare interessanti per questo obiettivo nel giro di pochi decenni. Nel frattempo, stiamo cominciando a testare la tecnologia delle vele solari, che potrebbero servire da propulsione in una missione precorritrice volta a studiare le regioni più esterne del sistema solare, aiutandoci inoltre a mettere a punto le diverse opzioni in termini di propulsori in grado di raggiungere eventuali oggetti pericolosi mentre sono ancora lontani dalla Terra. Il grande progetto Marte di von Braun si sviluppò in un’epoca in cui le tensioni provocate dalla Guerra Fredda erano elevate, e quindi la nozione di pericolo ebbe facile presa sul pubblico. In questo caso, la minaccia non è di natura militare bensì naturale, sotto forma di oggetti vaganti potenzialmente distruttivi. Ciò che dà forma alla minaccia è proprio quanto poco sappiamo non solo sulla Fascia di Kuiper ma anche, come affermi, sulla dinamica della nube di comete che circonda il sistema solare.

Dunque forse questa è la nostra leggenda. Abbiamo bisogno di qualcosa come l’Esploratore Interstellare Innovativo di Ralph McNutt, una missione precorritrice messa a punto come banco di prova sia per il sistema di propulsione che per l’intelligenza artificiale. La nostra leggenda comporterebbe di continuare sulla strada delle vele solari, proprio come la leggenda di von Braun prevedeva di costruire razzi a propulsione chimica ancora più grandi. Includerebbe inoltre telescopi spaziali per identificare i potenziali pericoli, mettendo in campo la passione tipica dell’uomo per l’esplorazione, man mano che spingiamo le nostre sonde sempre più nelle profondità del Sistema Solare. Il nostro jolly potrebbe essere l’identificazione di una nana bruna più vicina delle stelle di Alpha Centauri.

Ma c’è un problema. Nel tuo documento fai una serie di raccomandazioni su come la comunità interstellare dovrebbe procedere. Siamo entrambi d’accordo su quella più eclatante: lasciare gli esseri umani fuori dall’equazione. Sono convinto che a breve termine siano fuori questione missioni verso il sistema solare esterno guidate dall’uomo, ma la necessità di una difesa per il nostro pianeta non aspetterà. Se i viaggi nello spazio profondo utilizzeranno soltanto gli strumenti della robotica, riusciremo a rendere appetibile questo concetto presso il grande pubblico? Forse la presa che von Braun ha avuto così a lungo sulla gente sta nel fatto che immaginò l’atterraggio di uomini in carne e ossa nei vasti deserti di un pianeta Marte come quello dipinto da Bonestell?

MM: Hai ragione, Paul, quando affermi che il fascino di von Braun risiedeva nella visione di un atterraggio umano su un pianeta Marte simile a quello illustrato da Bonestell. È ancora così.

Quando ci riferiamo alle leggende di eventi non ancora avvenuti, dovremmo includere le aspettative su ciò che la nostra astronave esplorativa potrebbe trovare. Le immagini prodotte dai pionieri della cosiddetta “arte spaziale” e dagli altri illustratori hanno svolto un ruolo importante nel creare le aspettative su quanto le prime missioni spaziali avrebbero scoperto. Chesley Bonestell (e prima di lui Lucien Rudaux) ci hanno raffigurato gli altri mondi del nostro sistema solare molto prima che le nostre tecnologie vi arrivassero. Mentre alcune di queste immagini erano basate su presupposti sbagliati (ad esempio i canali di Marte), esse stimolarono un’intensa curiosità. Io stesso all’inizio ho tratto ispirazione dal libro del 1949 di Willy Ley La conquista dello spazio, illustrato da Bonestell. Al giorno d’oggi artisti e illustratori possiedono strumenti di gran lunga più sofisticati per creare le loro affascinanti raffigurazioni. Possiamo già osservare con quale varietà creativa gli artisti stiano immaginando i pianeti che orbitano intorno ad altre stelle, cioè i presunti obiettivi delle nostre sonde interstellari.

Uno dei fattori che attrasse molta gente verso l’esplorazione spaziale di prima generazione fu la potenza dei razzi, che era alla base della visione di von Braun. Oggi riconosciamo tutti che la propulsione chimica non sarà sufficiente per le missioni fuori dal nostro sistema solare. Mentre le vele solari hanno indubbiamente una forte attrazione estetica, esse rimangono comunque un mezzo di trasporto lento. Abbiamo bisogno di un altro paradigma di potenza, forse basato sulla fusione.

Siamo in grado di prevedere quali eventi potrebbero aiutare o frenare l’idea di viaggio interstellare? Il più ovvio sarebbe la scoperta di un pianeta simile alla Terra orbitante intorno a una stella vicina. Un altro potrebbe apparire a prima vista negativo: la riduzione dei finanziamenti a lungo termine per le agenzie spaziali e di ricerca. Questi tagli potrebbero portare a una riduzione delle missioni sia in termini di dimensioni che di numero, con un allungamento dei tempi tra l’una e l’altra.

Suggerisco di guardare alla questione da un’altra angolazione. Gli ideatori delle missioni e gli ingegneri che progettano le astronavi ne trarrebbero un potente incentivo a dotare le loro macchine di una durata di vita e di utilizzo molto più lunga. Invece di tre anni, perché non venti? E chi utilizzerà queste astronavi (proprio come i ricercatori responsabili dei progetti) dovrebbe adottare una prospettiva a lungo termine. Questi piccoli passi verso le profondità del tempo saranno necessari quando cominceremo l’esplorazione interstellare.

A te.

PG: Mi fa sempre piacere parlare con qualcuno che capisce come fare di necessità virtù. Penso che sia un approccio positivo a un problema ineludibile: se siamo costretti dai budget e dalle economie ad avere missioni meno numerose e più piccole, allora cerchiamo di imparare come rendere le astronavi di prossima di generazione abbastanza robuste da essere operative per periodi più lunghi. Se come risultato i responsabili dei progetti faranno propria una visione strategica proiettata in un futuro lontano – se cominciamo a pensare a una missione in termini non di 40 anni al massimo, ma di 50 o 60 – allora tanto di guadagnato.

Nella relazione che hai presentato al congresso “100 Year Starship 2011”, hai osservato che in qualsiasi momento possono accadere eventi fortuiti in grado di produrre importanti ricadute positive. Quando la Seconda Guerra Mondiale stava volgendo al termine pochi avrebbero pensato che sarebbero seguiti decenni di Guerra Fredda, tuttavia i fattori geopolitici hanno avuto un ruolo fondamentale nel volgere l’attenzione delle superpotenze verso la conquista dello spazio, considerata come motivo di prestigio nazionale. E la scoperta continua di pianeti al di fuori del sistema solare sta avvicinando nuovamente il pubblico all’idea dei viaggi interstellari. In effetti, quando mi vengono rivolte domande a proposito di un qualche pianeta extrasolare (esopianeta), invariabilmente la domanda successiva è: “Quando saremo in grado di arrivarci?”.

Non sappiamo cosa accadrà nel futuro, ma l’esempio dei due Voyager ci mostra che nell’esplorazione spaziale è già in atto una continuità di lungo periodo. Il Voyager ci dice che siamo in grado di costruire veicoli che durino a lungo, e che l’idea di una missione stellare protratta per decenni, se non addirittura per un secolo, non può essere cassata sulla base di un’inaffidabilità dell’equipaggiamento. Ho il sospetto che qualora SETI fallisse nei suoi tentativi di individuare una civiltà extraterrestre, e allo stesso tempo si scoprisse un mondo abitabile entro 20 anni luce dal Sole – ammesso che tale mondo esista (e dall’analisi statistica di Claudio Maccone sembrerebbe scarsamente probabile) – questo favorirebbe enormemente la costruzione di un consenso pubblico verso una prospettiva interstellare. Il tipo di consenso che potrebbe un giorno portare a una missione.

Dopo tutto, potrebbe essere necessaria una sonda per dare una volta per tutte una risposta alla domanda se c’è una vita là fuori. Un pianeta con tutte le caratteristiche in grado di consentire una vita come la conosciamo noi, e che mostri una possibile firma biologica, potrebbe essere la nostra migliore possibilità di trovare forme di vita completamente aliene, sia pure non intelligenti. La curiosità generata dalle scoperte astronomiche, SETI, e il nostro bisogno di esplorare possono insieme generare quella che tu definisci “una grande strategia inarticolata” che dia forma al nostro posto nell’universo, nell’ambito della quale il nostro comune interesse verso la sopravvivenza della specie può giocare un ruolo importante.

Ti lascio le ultime battute, Michael, ringraziandoti per i tuoi stimolanti suggerimenti. Possiamo concludere con questa domanda: hai scritto che – in una prospettiva temporale di lunghissimo periodo – il volo interstellare potrebbe essere il modo in cui l’intelligenza riesce a sfuggire all’evoluzione stellare. Se non dovessimo mai scoprire un’altra civiltà fra le stelle, potremmo considerare il volo interstellare come un obbligo morale al fine di assicurare la sopravvivenza dell’intelligenza nella galassia?

MM: Benché io sia uno dei tanti che appoggiano la ricerca scientifica di un’intelligenza extraterrestre, dovremmo riconoscere che le ricerche basate su strumenti scientifici situati sulla superficie terrestre, potrebbero non riuscire a scoprire prove evidenti dell’esistenza di un’altra civiltà in un prevedibile futuro. Questo non proverebbe che un’intelligenza non sia presente da un’altra parte, ma potrebbe scoraggiare coloro che sperano di trarre ispirazione o assistenza da una fonte extraterrestre. Anche se davvero esistessero delle civiltà aliene da qualche parte nella galassia, la nostra incapacità a trovarle con le tecnologie esistenti ci potrebbe lasciare di fatto da soli. Dovremmo risolvere i nostri problemi per assicurare il nostro futuro. Questo potrebbe aiutare a resuscitare l’antropocentrismo che SETI ha messo in discussione per mezzo secolo.

Sono d’accordo con la tua idea che il fallimento di SETI unito alla scoperta di un pianeta abitabile entro 20 anni luce potrebbe generare un radicale spostamento verso quello che potremmo definire un antropocentrismo con uno scopo. Farci carico del nostro futuro potrebbe includere, in una prospettiva lontana, la colonizzazione di un altro mondo.

Questa leggenda di eventi non ancora avvenuti esiste già tra gli amanti della fantascienza e nell’ambito della speculazione sui futuri possibili. Scrittori e cineasti ci hanno già offerto numerose visioni di una umanità espansa, anche se non tutte felici.

Non sappiamo se altri esseri senzienti sfuggono all’evoluzione delle loro stelle. Forse pochi ci riescono. Potremmo costituire un’eccezione, ma soltanto se facciamo i passi necessari in questa direzione.

Noi due non vivremo abbastanza a lungo da vedere il lancio della prima sonda interstellare, tantomeno la prima astronave con equipaggio umano. Scommetto, però, che entrambi sentiamo la responsabilità di fare del nostro meglio per migliorare le prospettive dei nostri discendenti. Incoraggiare il più vasto consenso possibile affinché si cominci a lavorare per tempo a un veicolo interstellare è un contributo piccolo ma necessario.

L’obbligo morale di assicurare la sopravvivenza dell’intelligenza non ci viene imposta da dei o profeti, ma dalle nostre scelte. Chiamatelo pure antropocentrismo, se volete. Io preferisco pensare a noi stessi come agenti morali indipendenti, forse gli unici della galassia. Fino a quando, e a meno che, non scopriamo un’altra civiltà tecnologica, abbiamo una responsabilità eccezionale: quella di imporre le nostre scelte al caso.

Traduzione di DONATELLA  LEVI

Titolo originale: “Spaceflight and Legends: A Dialogue with Michael Michaud” scritto da Paul  Gilster e pubblicato su Centauri Dreams il 16 dicembre 2011.

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17 agosto 2012 - Posted by | Astrofisica, Astronautica, Carnevale della Fisica, Volo Interstellare | , ,

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