Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Rumore di fondo

Il rapporto tra cultura e scienza, progettazione architettonica e storia nel ‘900 può essere affrontato rileggendo il contributo che l’architettura utopica ha assunto raccontando una realtà futuribile mai esplorata. Salvatore Santuccio, ne “L’utopia nell’architettura del 900”, propone una classificazione dei contributi derivati dalle singole opere architettoniche utopiche assolutamente condivisibile. In una fase ad inizio secolo è la speranza nella crescita dell’industrializzazione a guidare lo slancio futurista dell’utopia; una fase intermedia consacra l’utopia alla fiducia verso il progresso tecnologico e in una fase finale l’utopia traduce, attraverso una rilettura critica, la degenerazione dello sviluppo del pianeta davanti al fallimento dello sviluppo produttivo.

Fasi che si compenetrano pur essendo chiaramente cronologicamente susseguenti.

È nel periodo che va dalla metà degli anni ’50 fino alla fine degli anni ’60 che l’utopia diventa eroismo, a volte eversivo, attraverso un richiamo seducente ai non troppi sottintesi apocalittici verso una tecnologia della sopravvivenza in una rappresentazione tangibile dell’era spaziale.

Sono anni emozionanti di esplorazioni e sperimentazioni che coinvolgono l’intero mondo culturale scientifico e umanistico. Se l’utopia da un lato è il legante organico che unisce tutto ciò che stordisce e preoccupa il genere umano, dall’altro trova soluzioni rassicuranti godendo, per sua natura, di una genialità assoluta e assolutamente libera.

Si sta per andare sulla luna e si va sulla luna. Il viaggio non ha solo bisogno di essere programmato ma sente la necessità di ricorrere a nuove tecnologie mai sperimentate. Si pensa a moduli da abitare fuori dal nostro mondo e l’utopia riporta con forza il ragionamento sulla terra volendo dire che il futuro che sta per arrivare (e che praticamente è arrivato ma forse non ce ne siamo accorti) cambierà le cose qui o altrove allo stesso modo.

L’utopia produce brevetti, oggetti ed edifici. Produce cose tangibili per aumentare la sua credibilità.

È il momento in cui l’ironia del pensiero coincide con la severità della tecnica, essendo realmente la stessa cosa.

Il nucleare non è solo un amico. Va esorcizzato l’avvenimento lugubre di Hiroshima.

R. Buckminster Fuller, geniale inventore americano della cupola geodetica, brevettata e realizzata più volte nella realtà, suggerisce un salvataggio di uomini e cose dopo il disastro finale: incapsula Manhattan in una gigantesca semisfera di acciaio e pannelli di materiale acrilico trasparente capace di porre una difesa contro lo smog ma soprattutto di proteggere dal fallout.

(visione della copertura per la protezione di Manhattan)

Il luogo, in realtà, è un espediente! Serve principalmente a dare enfasi al modello. Che importanza ha che sia sulla terra o nello spazio? L’idea geodetica è presente nel pensiero umano dall’origine sia che si parta dall’immagine del solido terrestre razionalizzato in una macromolecola sia che si ritorni al microrganismo come espressione primitiva. H. Scott MacDonald Coxeter, matematico, professore all’Università di Toronto e autore di Spectrum of mathematics, confermerà l’analogia tipologica fra alcune coperture progettate da Fuller e la formazione di molti virus. Fuller predispone un sistema metafisico reimpiegabile nelle diverse soluzioni costruttive materializzando una idea di architettura funzionale nel tempo. Il pensiero utopico ritrova il supporto scientifico e filosofico insieme, verso l’origine o almeno un principio originale inopinabile.

“Nel programma spaziale …” dice  Buckminster Fuller “… non ci sono materiali. Gli scienziati si progettano i materiali che servono e se li producono … tu ti disegni e ti progetti la tua materia. La materia è struttura. La materia è architettura …!”.

E così le case di Fuller modello Dymaxion Deployment Unit o la Wikita si distaccano dalle rielaborazioni progettuali proprie dell’edilizia tradizionale con il fondato scopo di migliorare la qualità dell’abitare. La tessitura degli spazi è la risultante delle singole componenti dell’alloggio reciprocamente relazionate.

(bagno della casa Dymaxio)

La casa è un microrganismo attrezzato facilmente trasportabile e impilabile a seconda della tipologia dell’edificio o del suo inserimento nell’ambiente: la massa di tamponamento esterna aumenta i benefici dell’irraggiamento solare, una turbina provvede all’utilizzazione dell’energia eolica, un bulbo centrale è predisposto per lo smaltimento dei rifiuti. Tutto per un alloggio disponibile ad assolvere alle necessità del vivere moderno. La casa è un’unità di servizio destinata alle più svariate circostanze di ridistribuzione delle concentrazioni edilizie. È una componente leggera studiata per il trasporto con i velivoli, niente di più vicino alle componenti pensate per abitare nello spazio. Del resto la sua vita professionale lo ha visto a lungo impegnato ufficialmente come consulente della NASA.

Più bizzarra, ironica, al limite della provocazione e degna di un racconto di John Carpenter appare l’idea che già nel 1927 Fuller ha per il trasporto dei moduli abitativi.

Un dirigibile sorvola una zona desertica della terra e sotto la pancia trasporta una torre di dieci piani. Il dirigibile sceglie il punto e sgancia una bomba creando un cratere che servirà a fondare l’edificio. Posiziona la torre come si trattasse dell’operazione per la piantumazione di un albero. Il dirigibile può ripartire per un’altra missione.

(trasporto e montaggio dei moduli abitativi)

Reyner Banham, seguendo il suggerimento di John McHale, nell’ultimo capitolo del suo libro Theory and Design in the First Machine Age, del 1960, etichetta Fuller come “il cavaliere senza macchia giunto dal futuro a redimere l’architettura”. Manfredo Tafuri, dirà più tardi, riferendosi all’avanguardia di quegli anni (e in questo facendo un chiaro riferimento alle mega strutture dei grandi progetti urbani di Le Corbusier, del grattacelo di Wright alto un miglio ma anche alla visione utopica del non necessariamente realizzabile) che lo scopo che essa vuole raggiungere è convalidare la propria esistenza attraverso i mass media o in alternativa riscattare le proprie colpe eseguendo in solitudine il rito di un esorcismo creativo.

“Iniettare rumore nel sistema” è l’elaborazione di una tattica sovversiva del gruppo inglese degli Archigram: Warren Chalk, Peter Cook, Dennis Crompton, David Greene, Ron Herron, Mike Webb.  Fin da subito è chiaro il loro pensiero strettamente legato all’ideologia tecnocratica di Fuller nelle proposte di città utopiche fortemente tecnologiche. La loro è una presenza enfatica sin dalla prima produzione di immagini neofuturiste e prima che uscisse la loro rivista Archigram nel 1961 a svelare completamente il loro atteggiamento.

Un lavoro intenso tutto concentrato in un decennio: Walcking City nel ‘62, Plug-in City nel ‘64, Control of Choice nel ‘67, Oasis nel ‘68, Instant City nel ‘69. Ron Herron progetta le Walking Cities. Fantascienza inquietante, è l’esempio più legato all’iconografia della mostruosità del grande robot cinematografico.

(walking city)

Le Walking sono elementi tipo singoli semoventi logicamente e morfologicamente differenti a seconda delle esigenze prestazionali ma in grado di connettersi tra loro in un network tecnologico fatto di cavi e tubature: coleotteri metallici a sei o otto zampe in grado di rispondere a qualsiasi asperità del suolo. Macchine per abitare (tutta la loro ironia è chiaramente espressa!) con tanto di gambe e ruote si aggirano in un mondo distrutto all’indomani di una guerra nucleare. L’idea di questi organismi mette insieme la condizione del grande complesso residenziale esaustivo di tutte le esigenze di vita in una aggregazione di unità autosufficienti con capacità di movimento. Rilegge effettivamente la visione lecorbuseriana della nave nella sua unità di Marsiglia ma il paesaggio urbano cambia in maniera costante. L’aggregazione in divenire aliena l’abitante e lo invita ad accettare una socializzazione diversa dalla tradizione. La città è una composizione di nuclei compatti magari replicabili che si scambiano e si aggiungono al panorama urbano.

(walking city)

Plug-In-City è il sistema all’opposto. Espandibile nel senso di spalmata sul territorio, Plug-In-City parte dal presupposto che ogni elemento urbano, ogni architettura va sostituita o ristrutturata con una scadenza scritta sull’etichetta. La città ha quindi una pianificazione temporale. Ogni singola parte di un alloggio ha una sua tempistica programmata di durata nel tempo: i contenitori degli alloggi durano quindici anni, le camere e i soggiorni cinque e otto, i bagni tre.

(plug-in city: veduta della città e capsule abitative)

L’intera megastruttura principale non può durare oltre i quarant’anni. Disegnata da Peter Cook nel 1964 è un progetto dettagliato di una città-megastruttura che non appartiene ad alcun luogo e per questo vive con disinteresse la sua presenza nell’ambiente e non si preoccupa della condizione sociale cui sottopone i suoi abitanti. Il sistema compositivo prevede una grande griglia diagonale tridimensionale che riassume in se il sistema dei grandi, medi e piccoli trasporti verticali e orizzontali sviluppandosi su vari livelli e le canalizzazioni di servizio; a questa struttura principale, che assolve tutte le necessità costruttive e di funzionamento dell’impianto urbano, si agganciano e si collegano i moduli adibiti alle diverse funzioni del vivere e dell’abitare. Dovremmo riflettere un solo istante per dirci subito che qui o altrove nello spazio, questa struttura rigida potrebbe funzionare ugualmente e anzi nel secondo caso sarebbe l’unica condizione sociale possibile. Le immagini degli Archigram restano tra le grandi imprese della NASA, il programma Apollo e il mondo cinematografico svincolato dalla simulazione tecnologica: lo stesso stile di Heinz Edelman per il film Yellow Submarine, 1968. Lo sviluppo dell’automazione e le ottimistiche prospettive energetiche realizzano un mondo liberato dal bisogno. La città-happening degli Archigram trasmette la volontà di inserire le proposte progettuali come messaggi all’interno dei circuiti di comunicazione di massa.

(instant city)

È di nuovo il disegno, in questo caso la grafica (disegni, collages, fotomontaggi), ad assumere una autonomia assoluta dalla realtà. Non c’è nessuna realtà costruita né costruibile: l’immagine della città è l’oggetto della comunicazione che si propone violentemente come un grande scenario per la liberazione dell’abitante dalle tradizioni ormai ritenute superate della vita sociale codificata. In questa rappresentazione prevale lo spirito ludico della pop art usato per coinvolgere, per arrivare alla massima partecipazione piuttosto che (come sostenuto da più parti) per mettere in discussione il sistema consumistico.

É lecito, a questo punto, domandarsi cosa resta di questa cultura utopica oggi.

Essenzialmente un rumore di fondo e non è poco; un richiamo costante verso una riflessione chiaramente espressa. Ma c’è anche un rigore disarmante in quella purezza di pensiero che induce a riflettere sulla esistenza di una interpretazione della realtà vista attraverso un’etica e una morale comportamentale codificata.

Un messaggio profetico ci arriva dal libro di  Peter Cook Architetture: Action and Plan del 1967:

“Spesso farà parte del mandato di un architetto indagare le “possibilità” di un luogo: utilizzare, in altre parole, l’ingegnosità del pensiero architettonico per trarre il massimo profitto da una determinata area. In passato ciò sarebbe stato considerato come un uso immorale del talento di un artista: ora fa parte semplicemente della sofisticazione dell’intero processo ambientale e costruttivo, nel quale l’aspetto finanziario può diventare un elemento creativo del progetto.”

Sta a noi stabilire se questo messaggio legato al valore della creatività sia stato ben interpretato o frainteso.

(electom)

franco masotti – filippo ortolani

architetti associati

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26 gennaio 2011 - Posted by | Senza categoria

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