Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Asteroidi, consapevolezza del pericolo

Negli ultimi anni i media hanno prodotto una enorme quantità di informazione sul pericolo rappresentato dagli asteroidi, perciò sono stato a lungo incerto se avesse senso portare anche Il Tredicesimo Cavaliere a far parte del coro… ma il dibattito in corso sulla difesa planetaria è troppo attuale e interessante per non parteciparvi. L’articolo che segue non è stato scritto per spaventare, né per tranquillizzare: ho lasciato parlare i numeri.


Gli asteroidi rappresentano i resti della nube primordiale da cui ebbe origine il Sistema Solare, rimasugli che non sono stati in grado di aggregarsi a un corpo celeste più grande, né concorrere tra loro a formarne uno. Sono generalmente di natura rocciosa, hanno forma irregolare e dimensioni tra i 140 metri e i 1000 km di diametro medio, se sono più piccoli vengono chiamati spesso meteoriti, se più grandi pianeti nani. Dagli astronomi sono stati catalogati in famiglie: la maggior parte di essi si trova nella cosidetta Fascia Principale, situata tra Marte e Giove, ma ci sono anche i “Troìani” di Giove, Marte e Nettuno; i Centauri, che orbitano tra i giganti gassosi, al di là di Giove; e le tre famiglie dei Nettuniani. A tutt’oggi sono stati scoperti 170.000 asteroidi, la gran parte di diametro medio intono al chilometro, ma si suppone che il Sistema Solare ne ospiti un milione circa.

Vengono chiamati NEO (Near Earth Object) gli asteroidi e le comete che si avvicinano all’orbita terrestre, e PHO (Potentially Hazardous Object) quelli che possono avvicinarsi a meno di 8 milioni di km dalla Terra e hanno un diametro medio superiore ai 140 metri. Se un asteroide di grandezza superiore al chilometro colpisse la Terra, oltre alla totale devastazione del luogo dell’impatto, provocherebbe terremoti, piogge acide, incendi su vasta scala, e solleverebbe nell’atmosfera una quantità tale di polvere, cenere e detriti vari da ricoprire per anni l’intera superfice del pianeta, attenuando la luce del sole e provocando così incalcolabili danni all’agricoltura. I morti si conterebbero a miliardi. Le probabilità che una simile catastrofe possa effettivamente accadere sono molto remote, ma è assai inquietante sapere che in realtà l’evento si è già verificato 65 milioni di anni fa: il cratere largo 180 km (altre fonti parlano di 300 km) scavato dall’impatto con un asteroide di una dozzina di chilometri di diametro è stato scoperto nello Yucatan (Messico), segno evidente dell’origine del cataclisma della potenza di 190.000 gigatoni (Hiroshima 15 kilotoni) che provocò la totale estinzione dei dinosauri e di gran parte delle specie animali che a quel tempo popolavano la Terra. Non più remote, anche se ancora molto basse, sono le probabilità che il pianeta venga colpito da asteroidi più piccoli, tra i 140 e i 1.000 metri, che non provocherebbero una catastrofe planetaria, ma di sicuro ampie devastazioni. Apophis, per esempio, un asteroide di circa 300 metri, che passerà vicinissimo alla Terra nel 2036, dovrebbe avere non più di 1 possibilità su 250.000 di colpirci, ma se lo facesse, svilupperebbe una potenza esplosiva intorno ai 500 megatoni.

Esiste invece ampia documentazione della caduta di tre grosse meteoriti in tempi recenti: nel 1908, a Tunguska (Siberia), nel 2006 ln Norvegia, e nel 2008 in Sudan. Nel primo caso, il più eclatante, un oggetto sui 50 metri di diametro esplose ad alta quota svilupppando una potenza di circa 5 megatoni, e distrusse completamente 2.000 kmq di foresta, un’area quasi doppia di quella su cui si estende la città di Roma (1.285 kmq). Tutti gli eventi si verificarono in località quasi disabitate, e quindi non furono registrati morti o feriti, né danni materiali.

Negli anni ’90 la comunità scientifica cominciò a rendersi conto della minaccia costituita dai NEO, e apparve chiaro a tutti che, se si voleva dar vita a un sistema di difesa planetaria efficiente, la prima cosa da fare era censire, catalogare e tracciare i NEO e i PHO di dimensioni superiori al chilometro, i cosidetti “Civilization Killer”. A partire dal 1998, la NASA ha speso 4 milioni di dollari l’anno per finanziare il consorzio Spaceguard, che a tutt’oggi ha catalogato oltre 6500 NEO e 1144 PHO di cui 145 del tipo “Civilization Killer”, che dovrebbero rappresentare il 90% degli oggetti più pericolosi. Dati aggiornati in tempo reale sono rintracciabili su <neo.jpl.nasa.gov/stats/>. Del consorzio fanno parte programmi di ricerca gestiti da grandi e piccoli osservatori astronomici in tutto il mondo. Anche l’Italia vi partecipa con il programma CINEOS (Campo Imperatore Near-Earth Objects Survey) del Dipartimento di Astronomia dell’Università di Roma “La Sapienza” e con ADAS (Asiago-DLR Asteroid Survey), un progetto in collaborazione tra il Dipartimento di Astronomia dell’Università di Padova e la DLR, l’agenzia spaziale tedesca. Oltre alla NASA, anche le altre grandi agenzie spaziali si stanno muovendo, specialmente l’ESA, con il progetto SSA (Space Situational Awareness), il cui scopo non è solo quello di occuparsi dei NEO, ma anche di tutto ciò che, nell’ambito del campo gravitazionale terrestre, può influire sull’andamento di una missione. In altre parole, si vuole fornire all’Europa la capacità autonoma di racccogliere, catalogare e utilizzare qualsiasi informazione relativa ai NEO, alla meteorologia solare e alla nuvola di pericolosi relitti e detriti spaziali che circonda la Terra, specialmente nelle orbite basse. Il contributo dell’Italia al progetto consiste principalmente nei servizi informatici e nella potenza di calcolo erogati dallo “Small Bodies Data Centre”, situato presso i laboratori ESA/ESRIN di Frascati.

In realtà, l’osservazione a distanza non fornisce dati sufficenti in merito alla esatta composizione geologica, densità e massa degli asteroidi, dati che invece sarebbero utilissimi nel caso si volesse provocare la “deflessione” di un NEO, cioè la sua deviazione da una traiettoria pericolosa per la Terra. Per questo e per altri motivi d’ordine scientifico, fin dagli anni ’90 si incominciò a lanciare missioni verso asteroidi e comete, realizzando molti incontri ravvicinati (fly-bys), oltre a un paio di atterraggi e un impatto programmato, che voglio brevemente ricordare:

NEAR (NASA) Parte nel 1996 allo scopo di raggiungere e studiare da vicino Eros, uno dei NEO più importanti e voluminosi. La missione si rivela un completo successo e alla NASA decidono di spegnere la sonda e abbandonarla nello spazio. Ma lo staff della missione non ci sta, e, prima di girare l’interruttore, gli ingegneri tentano di far fare alla sonda una manovra di atterraggio sull’asteroide. Nonostante NEAR non fosse certo costruita per atterrare, irta com’era di antenne, pannelli solari e quantaltro, la manovra riuscì perfettamente, tanto che la sonda continuò a trasmettere per un po’, dopo il touch-down. Anche la NASA ha i suoi maghi del joystick.

Hayabusa (JAXA). Sembrava un disastro, invece è diventato il trionfo della tecnologia spaziale giapponese. Lanciata nel 2003, raggiunge regolarmente il NEO “Itokawa”, ma il modulo di atterraggio si perde nello spazio e il modulo principale viene gravemente danneggiato. Ciònonostante, quello che rimane di Hayabusa intraprende il viaggio di ritorno, recando con se una capsula che contiene una manciata di materiale raccolto sulla superfice dell’asteroide. Il 13 giugno 2010, la sonda brucia al rientro nell’atmosfera terrestre, non prima, però, di aver espulso la capsula con i preziosi campioni, che viene raccolta, perfettamente integra, nel deserto australiano.

Deep Impact (NASA). Primo test di deflessione di un asteroide per impatto cinetico. Lanciata nel 2005, la sonda esegue un perfetto fly-by con la cometa Temple 1. Poi fa partire un missile intercetttore contro il nucleo cometario e lo colpsce in pieno. L’avvicinamento al bersaglio viene fotografato da una camera posta sul missile stesso, e l’mpatto da una seconda camera situata sul modulo principale. L’animazione combinata dei fotogrammi delle due camere appare nella figura qui sotto. Impressionante!

Inoltre, nella comunità scientifica si comincia a parlare anche di missioni con equipaggio da destinare all’esplorazione dei NEO. Di questo, degli interventi presentati nel corso di un recente congresso organizzato dalla NASA, e dei risultati preliminari di un nuovo studio condotto su di un ristretto numero di NEO, parleremo in un successivo articolo.

Fonti: NASA,, JPL, ESA, Wikipedia, The Planetary Society



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11 settembre 2010 - Posted by | Difesa Planetaria, Scienze dello Spazio | ,

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