Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Alieni di moda e alla moda

ThrintMai come in questo momento gli extraterrestri, il luogo comune più luogo comune della fantascienza, sono di moda. Buoni o cattivi, belli o brutti riempiono il cinema e la televisione e addirittura le ultime Mostre del cinema di Venezia non ne sono state prive anche con film italiani. Alieni diversi da quelli del passato, è ovvio, e spesso usati come simboli. Nulla di nuovo, ma mentre una volta dagli scrittori o registi più progressisti venivano utilizzati per indicare, più o meno indirettamente l’emarginato sociale, il disadattato mentale o proprio il matto, il negro, il pellerossa, oggi gli alieni servono a indicare l’immigrato, l’extracomunitario, lo sradicato. Ovviamente sempre pronto a darci una lezione di civiltà, moralità e buon cuore. Quindi nulla di nuovo sotto il sole, anzi qualcosa di antico, pur se rivisto e corretto.

Ma il fatto singolare è che gli alieni sono anche alla moda, vale a dire che essi si adeguano alle mode dell’attuale momento storico e sociale. Infatti, la loro “missione” è cambiata. Una volta giungevano sulla Terra per ammonirci di non giocherellare troppo con l’energia atomica, mettendoci in guardia nei confronti della Bomba, oggi invece arrivano, o potrebbero arrivare, per ammonirci sullo scempio ambientale, sull’inquinamento, sulla perdita della biodiversità. Emblematico è il film Ultimatum alla Terra: quando apparve nel 1951 per la regia di Robert Wise, l’extraterrestre Klaatu ci redarguiva per gli esperimenti nucleari senza essere creduto; nel suo rifacimento del 2008 da parte del regista Scott Derrickson l’avvertimento riguarda, appunto, l’inquinamento e i disastri ambientali.

Ora, questo mutamento di prospettiva ha assunto anche un aspetto scientifico, o presunto tale. Sulla autorevole pubblicazione americana con tanto di titolo latino, Acta Astronautica, tre esperti della Università di Pennsylvania e addirittura della NASA hanno scritto un saggio secondo cui la nostra dissolutezza ecologica potrebbe indurre ipotetici alieni ad annientarci “al fine di rendere la galassia un posto migliore dove vivere”. Infatti, si afferma, “abbiamo già alterato il nostro ecosistema in modi contrari all’etica di un extraterrestre ‘universalista’”. Etica extraterrestre che i nostri tre autori, evidentemente, conoscono benissimo non potendo dubitare che possano esistere abitanti di altri mondi men che buonisti ed ecologisti a livello “universale”, non prendendo quindi minimamente in considerazione l’ipotesi che invece possano essere cattivi, malvagi ed egoisti, dediti magari alla conquista selvaggia di altri pianeti sparsi nel cosmo… Sicché, concludono, “è prudente evitare di mandare messaggi che rendano evidenti i nostri errori” per evitare di attirare una loro pericolosa attenzione nei confronti di un piccolo mondo blu, terzo di un sistema solare alla periferia della nostra galassia.

GowachinUna volta erano le esplosioni nucleari, oggi magari il famoso “buco nell’ozono” che si allarga sempre più per colpa nostra. Insomma, gli UFO, o dischi volanti, ci sorvegliano per motivi diversi di quelli degli anni Cinquanta e Sessanta, ma potrebbero attuare una cura profilattica contro quella peste del genere umano che dopo aver distrutto il proprio pianeta potrebbe esportare il contagio nella galassia tutta. E questo per “l’etica degli extraterrestri universalisti” proprio non va. Parola dei tre esperti della NASA che, sia detto fra noi, devono aver letto troppi romanzi di fantascienza e di ambientalismo fondamentalista…

Però questa idea degli UFO che ci sorvegliano dal’alto e si preoccupano delle sorti ecologiche del pianeta, non è del tutto nuova al di là della science fiction, e sta prendendo piede in una nuova branca della stessa ufologia che si collega alla famosa Ipotesi Gaia che James Lovelock avanzò nel 1979. Il principale esponente di questa nuova corrente di studio dei “dischi volanti” è lo svizzero Fabrice Bonvin che l’ha spiegata in due libri, Ovnis, les agents du changement (2005) e Ovnis, le secret des secrets (2006), nei quali sostiene che tutte le manifestazioni ufologiche che noi conosciamo, direttamente o indirettamente collegate a questo fenomeno – oggetti volanti non identificati, entità, MIB o Uomini in Nero, mutilazioni di animali, rapimenti, contatti, cerchi nel grano – non sono altro che espressioni di Gaia, cioè della coscienza del pianeta così come ipotizzata da Lovelock. Il loro scopo è “l’elevazione della coscienza umana, che si esplica attraverso un accrescimento della nostra sensibilità alle questioni ambientali, e dà poi seguito ad atti favorevoli alla salute planetaria. E’ grazie alla densità simbolica e telepatica di queste apparizioni che Gaia influenza l’umanità verso questa presa di coscienza. Tali manifestazioni possono venire considerate come l’espressione di un meccanismo di difesa che Gaia attiverebbe nel momento in cui il suo sistema di sostegno alla vita e la sua vitalità risulterebbero attaccati. Queste apparizioni sono allo stesso tempo da considerare con un mezzo di comunicazione sofisticato e universale inteso a suscitare un cambiamento della specie umana favorevole al suo obiettivo di conservazione della vita”.

Insomma, niente extraterrestri buoni o cattivi, niente astronavi di varie forme provenienti da altri pianeti, ma tutte manifestazioni “terrestri”. Non è nuova l’idea che gli UFO siano tali, cioè cose terrestri, non tanto nel senso che sono modelli di aerei sperimentali costruiti da Stati Uniti, Unione Sovietica o Gran Bretagna, ma nel senso che essi provengono dall’interno della Terra, nelle cui viscere vi sarebbero intere civiltà superiori tecnologicamente alla umanità che vive all’esterno. L’idea di un Mondo Interno abitato non è nuova anch’essa, ma nel caso degli UFO si va dai superstiti di Atlantide ai superstiti del Terzo Reich: dall’interno del globo partirebbero i dischi volanti che ci sorvegliano o controllano.

VeganMa nel caso di Bonvin e dei nuovi ufologi-ecologi la cosa è ancora diversa: è la stessa Terra/Gaia a produrre queste manifestazioni allo scopo di autoproteggersi e aventi un collegamento anche con l’Inconscio Collettivo di Jung. Le manifestazioni di Gaia per avvertirci dei pericoli che corriamo e che facciamo correre all’intero ecosistema terrestre diventano così sempre più complicate man mano che il pericolo aumenta: dai semplici avvistamenti UFO dalla fin degli anni Quaranta coincidenti con l’inizio degli esperimenti nucleari sino a fenomeni più complessi tipo i crop circles perché più complesso è diventato il nostro Immaginario Collettivo, adattandosi quindi Gaia allo “spirito del tempo”, o meglio della cultura del tempo. In parole povere, Gaia attinge all’Inconscio Collettivo dell’umanità per produrre fenomeni di tipo ufologico man mano diversi e adatti alle diverse epoche. Insomma, le nostre menti vengono influenzate da Gaia per salvarsi.

Il messaggio conclusivo però è lo stesso. Sia gli esponenti di civiltà galattiche ipotizzati sia dalla fantascienza che dagli esperti NASA sopra citati, che le manifestazioni ufologiche che Gaia ci induce a vedere, sia i dischi volanti reali che quelli simbolici, dicono la stessa cosa: state rovinando il vostro mondo. Una mescolanza di ufologia, ambientalismo estremo, religiosità New Age che fino a pochi anni fa non sembrava immaginabile, e che ha prodotto un risultato non certo originale, direi scontato. Insomma, una ufologia politicamente corretta..

GIANFRANCO DE TURRIS

Credits: The Barlowe’s Guide to Extra-Terrestrials

8 aprile 2013 Pubblicato da | Fantascienza | , , , | Lascia un commento

British Interplanetary Society, 80 anni di pensiero visionario

BIS marchio tondo baseE’ da più di un mese che forniamo ai lettori di questo blog notizie in merito alla British Interplanetary Society (BIS) e alla sua neonata sezione italiana (BIS-Italia), mentre siamo giunti ormai al quarto appuntamento dell’iniziativa “Musica nello Spazio”, quello conclusivo. Come prima uscita pubblica, BIS-Italia non poteva sperare in un successo pù limpido, anche se contenuto nei numeri: la saletta messa gentilmente a disposizione da Technotown nello splendido parco di Villa Torlonia è andata gradatamente riempiendosi ad ogni appuntamento, tanto che al terzo incontro c’era gente in piedi e un gruppo di ragazzini nelle prime file, attenti e curiosi. Prevedere un’analoga affluenza per sabato 6 aprile è facile profezia.

Ma perchè tutto questo entusiasmo, che stiamo cercando in tutti i modi di trasmettervi? Perché la BIS è quanto di meglio esista nel settore delle organizzazioni non governative dedicate allo Spazio. E’ prima di tutto un “think tank”, cioè un gruppo di “pensatori” di cui fanno parte fior di scienziati e ricercatori. L’opinione della BIS ha una notevole influenza nella comunità aereospaziale, e rappresenta un punto di vista indipendente da quello delle grandi agenzie spaziali nel grande dibattito internazionale. In molte occasioni, il “pensiero visionario” dei soci della BIS, che la BIS stessa ha presentato al mondo sotto forma di proposte ufficiali, si è rivelato precusore di molti progetti spaziali effettivamente realizzati decenni più tardi: The Project Manned Orbital Winged Rocket (1950) e The BIS Space Station (1958) ne sono un buon esempio. Altri progetti sono attualmente in corso, come Project KickSat e Project 2033. La BIS, inoltre, svolge un’intensa attività editoriale, pubblicando tre riviste periodiche: Spaceflight, Space Chronicle e The Journal of the British Interplanetary Society, più una newsletter online, chiamata Odyssey, delle quali abbiamo già parlato in un articolo precedente.

BIS IT logoMa non solo. Molti soci BIS non si limitano a curare solo i loro interessi scientifici ma coltivano anche ambizioni letterarie che la BIS non ignora, ma anzi promuove. Ecco quindi che la narrativa di fantascienza viene gratificata di grande considerazione e non bollata come letteratura di serie B. Citeremo un solo nome: Arthur C. Clarke, che anche chi non legge fantascienza non può non conoscere come ispiratore, con il suo racconto The Sentinel, di quell’incredibile film che è 2001 Odissea nello Spazio.

Forti di questo non indifferente patrimonio d’immagine, i due fondatori Fabrizio Bernardini e Paolo D’Angelo hanno lanciato BIS-Italia con l’ormai nota manifestazione in quattro atti “Musica nello Spazio”. Per il futuro si pensa di costruire una presenza qualificata su Facebook e una collaborazione approfondita e sistematica con Technotown nel campo della divulgazione scientifica. Ma di questo  riparleremo ben presto.

2 aprile 2013 Pubblicato da | Astronautica, Fantascienza, News, Scienze dello Spazio | , , , | Lascia un commento

I Congiurati di Plutone

Plutone diurnoSebbene il cielo sia assolutamente terso, cade una neve  leggera: è il freddo estremo della sera che fa solidificare il metano e l’anidride carbonica della tenue atmosfera del pianeta. I cristalli ricoprono il terreno gelato, e consentono a un piccolo gruppo di sportivi di muoversi sui loro sci riscaldati (per favorire la sublimazione del ghiaccio secco e aumentare la scivolosità) e concedersi qualche ora di sci di fondo nel morbido paesaggio notturno. Più tardi, per niente affaticati da una forza di gravità molto inferiore a quella terrestre, volta la direzione di marcia verso le luci lontane dell’avamposto, vedranno il Sole sorgere sulle colline, anonima stellina un po’ più brillante delle altre. Quanto basta però per innalzare la temperatura al suolo di un paio di gradi e dare inizio al processo di sublimazione su larga scala, che riporta metano e anidride carbonica in forma aerea. Mentre i terrestri ripongono gli sci e si apprestano al loro turno di lavoro, qualche volta, specie in estate, a grande altezza si formano pochi, pallidi cirri che tingono il nero cielo di Plutone con morbidi toni di giallo, bianco e rosa. Dopo 85 anni dalla sua scoperta, dopo essere stato declassato a pianeta nano e aver ricevuto il numero asteroidale 134340, il 14 luglio 2015 Plutone sarà raggiunto e sorvolato alla distanza di 10.000 km. dalla sonda New Horizons.

 Plutone SistemaSiete liberi di non crederci, ma ormai è un fatto storico comprovato: la lobby scientifica conosciuta come “I Congiurati di Plutone”, fu costituita nel maggio 1989 a Baltimora, in un piccolo ristorante italiano, consumando pizza e vino rosso. C’erano Alan Stern, vero padre del progetto, del Southwest Research Institute di Boulder in Colorado, oggi Principal Investigator della missione New Horizons, e una decina tra planetologi, esperti di asteroidi e qualche ingegnere. I Congiurati si diedero il compito di convincere la NASA a organizzare una missione diretta al sistema di Plutone nel minor tempo possibile. L’iniziativa ebbe dapprima buona accoglienza e il progetto dei Congiurati, chiamato Pluto 350 (il numero si riferiva al peso della sonda in kg) fu sottoposto a studi più approfonditi. Negli anni successivi, però, lo stesso Alan Stern, nella sua qualità di presidente del Gruppo Scientifico di Lavoro sui Pianeti Esterni, accantonò Pluto 350 preferendogli il Pluto Fast Flyby, un progetto che si basava su una coppia di veicoli spaziali gemelli del peso di soli 75 kg ciascuno, ideati da Robert Staehle e Stacy Weinstein del Jet Propulsion Laboratory (JPL) di Pasadena. Stern, inoltre, aggregò all’impresa l’Istituto russo di Ricerca spaziale (IKI), che si offrì di fornire due piccoli lander destinati a Plutone, e l’economico missile vettore Proton. Il nome della missione fu cambiato in Pluto Express, si era nel 1995.

Cintura KuiperNegli anni che seguirono il progetto fu sottoposto a feroci critiche di carattere economico e a nulla valse l’ampliamento della missione ad alcuni oggetti transnettuniani. Nell’autunno del 2000, la NASA tentò perfino di cancellare la missione, ma Ted Nichols, uno studentello di liceo, raccolse su Internet, in una sola settimana, ventimila firme in calce a una petizione di protesta, e l’Agenzia dovette fare un passo indietro, garantendo la fattibilità della missione, purché non costasse più di 500 milioni di dollari. Fu indetta una gara dalla quale emerse vincitore il progetto New Horizons così com’è oggi. Nel 2003, infine, la missione dovette essere difesa da un altro tentativo di siluramento, questa volta a opera della Casa Bianca, sotto pressione a causa della crisi economica.

La sonda venne lanciata il 19 gennaio 2006, giusto in tempo per sfruttare, alla fine di febbraio 2007, l’effetto fionda gravitazionale di Giove che generò un incremento della sua velocità di 4 km/s, indispensabile per presentarsi al flyby con Plutone, nel 2015, alla velocità residuale di ben 14km/s. Dopo il flyby, infatti, la sonda continuerà il suo viaggio di esplorazione addentrandosi nella Fascia di Kuiper per una decina d’anni, finchè il piccolo generatore termonucleare con cui è equipaggiata sarà funzionante. A chi chiede come mai non sia stato previsto che New Horizons entrasse in orbita intorno a Plutone, per una esplorazione più approfondita, i responsabili della missione rispondono che ciò è dovuto proprio all’alta velocità con cui la sonda si muove: la frenata che sarebbe necessaria per effettuare tale manovra comporterebbe un enorme consumo di carburante.

New Horizons dettagliLa sonda pesa 481 kg, di cui 30 costituiti da strumentazione scientifica (vedi foto a sinistra) e monta un’antenna a disco di 2,5 metri per tenere i contatti con la Terra. Il viaggio viene effettuato per la maggior parte del tempo in condizione di “ibernazione elettronica” per risparmiare energia; condizione da cui esce per brevi periodi programmati, allo scopo di verificare la rotta, il funzionamento dei sistemi di bordo e per caricare gli aggiornamenti del software. Costo della missione: 650 milioni di dollari.

 ROBERTO FLAIBANI

Fonti:

26 marzo 2013 Pubblicato da | Astronautica, Planetologia, Scienze dello Spazio | , , , , | Lascia un commento

La presenza della British Interplanetary Society nell’editoria

BIS Italia, la neonata sezione italiana dell’associazione, è lieta di invitare i lettori de Il Tredicesimo Cavaliere al terzo appuntamento del ciclo Musica nello Spazio, intitolato Rock around the planets, in calendario per sabato 23 marzo alle ore 17:00, a Roma. Altre informazioni possono essere trovate nella locandina che appare in coda all’articolo.

Riviste2La British Interplanetary Society (BIS), fondata nel 1933, è la prima e la più duratura organizzazione non governativa al mondo dedicata all’astronautica e alle scienze dello Spazio. Essa annovera tra i suoi associati scienziati, accademici, studenti e semplici appassionati che condividono un particolare interesse per il futuro dell’umanità nello Spazio. BIS dedica la massima attenzione al mondo dell’informazione e dell’editoria attraverso un proprio marchio, Flagship Publications, con il quale ha dato vita a quattro riviste periodiche.

Fondata nel 1956, Spaceflight è la prima nata tra le riviste dedicate allo Spazio, ha periodicità mensile e si rivolge tanto ai professionisti quanto agli entusiasti del settore astronautico. Copre sia il programma di esplorazione spaziale con robot che quello con equipaggio umano, e fornisce notizie, analisi, commenti e reportage. E’ una pubblicazione di carattere generale e semi-tecnico e ospita spesso firme tra le più importanti del settore. L’attuale direttore è David Baker.

The Journal of the British Interplanetary Society (JBIS), è stata la prima pubblicazione periodica al mondo dedicata al settore astronautico. Fondata nel 1934, si rivolge a scienziati, ricercatori e professionisti impiegati nell’industria aerospaziale. Pubblica relazioni scientifiche e tecniche di alto livello sulle scienze dello Spazio, progettazione di veicoli spaziali, propulsione, colonizzazione dello Spazio, viaggi interstellari, ricerca della vita extra terrestre.

Space Chronicle raccoglie articoli su aspetti storici della ricerca e dell’esplorazione del cosmo, includendo anche aspetti tecnici, ingegneristici e scientifici. La rivista viene pubblicata due volte l’anno come supplemento del JBIS ed è amministrata dalla commissione storica dell’associazione.

Odyssey è la newsletter online mensile della BIS ed è dedicata alla componente umanistica e letteraria dell’associazione. Tra le sue pagine elettroniche i lettori troveranno interviste con i più importanti scrittori di narrativa fantastica, recensioni di libri e film e articoli di critica sulla fantascienza “hard” e sulle figure chiave della storia della BIS. Offre spesso lavori di artisti come Adrian Mann e David Hardy e, grazie a essi, cerca di raggiungere alti livelli d’impatto visivo e letterario.

(fare dppio click per ingrandire l’immagine)

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19 marzo 2013 Pubblicato da | Astronautica, News, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

Difesa Planetaria, anno zero

anno zero riassuntiva15 febbraio 2013: i fatti, brevemente.

(fare doppio click per allargare la foto).Un piccolo asteroide (circa 50 metri di diametro medio), chiamato 2012 DA14 segue una rotta che lo porta a passare a soli 27.000 km. dalla Terra, ben dentro l’orbita geostazionaria occupata dai satelliti per le telecomunicazioni. Tuttavia, dalle rilevazioni effettuate, il rischio di impatto appare molto basso. Ma ecco che, mentre l’attenzione di tutti gli osservatori, e i loro strumenti, sono rivolti verso il piccolo asteroide, entra improvvisamente in scena, con grandi effetti pirotecnici, un ospite del tutto inaspettato. Si tratta di un meteorite che fa il suo ingresso nell’atmosfera sopra la città russa di Chelyabinsk, situata grosso modo tra gli Urali e il confine col Kazakhstan, alle 9:20 del mattino ora locale. Al contatto con l’atmosfera, l’oggetto viene scosso da una serie di fragorose esplosioni, e, alla quota di 20.000 metri circa va definitivamente in mille pezzi, che si spargono tutto intorno in una vasta area. Il capannone di una vecchia fabbrica e lo stadio della locale squadra di hockey vengono distrutti, nonché centinaia di finestre, le cui schegge di vetro sono responsabili della maggior parte dei 1200 feriti registrati a fine giornata. Fortunatamente nessuno è rimasto ucciso. Si stima che il bolide avesse le seguenti caratteristiche: di poco inferiore ai 20 metri di diametro, 10.000 tonnellate di peso, capace di rilasciare un’energia pari a 500 kilotoni di TNT. Velocità e rotta erano incompatibili con quelle dell’asteroide 2012 DA14, quindi il meteorite non aveva con esso nessun rapporto, si è trattato di due eventi del tutto indipendenti, avvenuti lo stesso giorno per puro caso.

 Va da se che un sistema di difesa planetaria credibile dovrebbe essere frutto degli sforzi di un vasto schieramento internazionale; la sua direzione, i costi, e le responsabilità verrebbero condivise tra gli associati. Potrebbe essere necessario emendare i trattati internazionali attualmente in vigore, laddove escludano senza eccezioni l’uso di armi atomiche nello spazio, che invece potrebbe rivelarsi indispensabile in casi estremi. Ma sopratutto bisognerebbe che la classe dirigente e l’opinione pubbblica si rendessero conto che è ora di cominciare ad elaborare una strategia di sfruttamento metodico delle risorse del Sistema Terra-Luna per gettare le basi, entro fine secolo, di un vero e proprio sistema industriale basato nello spazio (ISRU) e largamente indipendente dalla Terra, in profonda sinergia con l’architettura della Difesa Planetaria. Già dall’anno scorso sono attive due piccole società, la Planetary Resources e la Deep Space Industries (DSI), decise a inaugurare le prime miniere extraterrestri. Infatti, oltre alla Luna, gli asteroidi che si muovono nelle vicinanze della Terra (i cosidetti NEO) potrebbero ospitare impianti minerari, da cui ottenere innanzitutto acqua e gas da usare come propellente per razzi. Se potessimo disporre di questi due elementi direttamente nello spazio invece di portarli in orbita da terra, i costi di lancio subirebbero un tracollo che renderebbe praticabili ipotesi fino a oggi ritenute troppo costose.

 (nella foto: Edward Lu e Russel Schweickart)Ed+Rusty Allora lo sviluppo di tecnologie di deflessione sarebbe utile non solo per evitare che qualche NEO entri in collisione con la Terra, ma anche per portarlo a muoversi su traiettorie più convenienti dal punto di vista dello sfruttamento minerario, per esempio intorno alla Luna o a uno dei punti di librazione. Allo stesso modo, Difesa Planetaria e industria spaziale hanno bisogno di una catalogazione completa dei NEO, e di aumentare e sistematizzare le conoscenze sulla loro composizione geologica. I privati stanno già preparando le sonde automatiche per le prospezioni: DSI, che usa tecnologia cubesat per tenere bassi i costi, assicura che nel 2015 sarà in grado di far volare i prototipi dei suoi Fireflies e Dragonflies.

 La catalogazione e la sorveglianza dei NEO è una faccenda lunga e dispendiosa. Edward Lu, che dirige la Fondazione B612 insieme a Russel Schweikart (due ex-astronauti), ritiene che siamo arrivati quasi al limite delle capacità del nostro sistema di telescopi. A suo parere, l’obiettivo stabilito dal Congresso degli Stati Uniti nel 2005, e cioè scoprire il 90% degli asteroidi di diametro medio superore ai 140 metri entro il 2020, sarà disatteso. L’unico telescopio spaziale che avrebbe i numeri per riuscire nell’impresa è il NEO Survey, progettato dalla Ball Aerospace, per il quale l’azienda costruttrice non è mai riuscita a ottenere in passato un finanziamento dalla NASA, né ci riuscirebbe ora, in un momento delicatissimo in cui l’Agenzia è stretta tra riduzioni di bilancio e la realizzazione del JWST, il nuovo mega-telescopio spaziale da 8 miliardi di dollari.

 Anno Zero orbite(nella foto: il cerchio verde è l’orbita della Terra, quello blu l’orbita dell’asteroide 2012 da14, mentre la grande ellisse blu è ila traiettoria della meteorafare doppio click per allargare la foto)  Ed ecco venuto il momento delle ONG, delle fondazioni, delle associazioni no-profit che sono ovviamente private, ma che raccolgono i loro finanziamenti da donatori e filantropi, un po’ come fanno certi ospedali e musei. Da questo ambiente emerge la già citata B612, che all’inizio della sua attività si occupava sopratutto di tecnologie di deflessione (era loro l’idea del “trattore gravitazionale”). Negli ultimi tempi, però, Lu e Schweickart hanno cambiato strategia, accettando come obiettivi primari la catalogazione dei NEO in base alle indicazioni del Congresso e sopratutto la copertura della cosidetta zona cieca che gli attuali telescopi non riescono a penetrare. Ciò dipende dalle caratteristiche delle traiettorie seguite dagli asteroidi per avvicinarsi al nostro pianeta. Infatti, se tale traiettoria è esterna all’orbita della Terra, l’oggetto sarà visibile nel cielo notturno e il suo movimento prevedibile con largo anticipo. Se, al contrario, la traiettoria di avvicinamento è interna, l’oggetto si muoverà nel cielo diurno, del tutto invisibile ai telescopi ottici basati al suolo.

 Si può ben dire che l’inversione di rotta di B612, annunciata alla fine di giugno 2012 e seguita di lì a poco da un accordo con Ball Aerospace sul quale ritorneremo tra un momento, non poteva essere più tempestiva! Infatti la NASA ha eseguito una ricostruzione completa della traiettoria del bolide di Chelyabinsk. Questo si trovava originariamente nella Cintura degi Asteroidi, dalla quale era stato strappato dal campo gravitazionale del Sole e immesso in un’orbita ellittica intorno a esso. Quando si è abbattuto su Chelyabinsk, il meteorite si trovava in rotta di allontanamento dal Sole, cioè si muoveva col Sole alle spalle, totalmente invisibile ai telescopi nella piena luce del mattino.

 Sentinel1(nella foto: come lavorerà Sentinelfare doppio click per allargare la foto) La zona cieca va dunque eliminata e il catalogo dei NEO realizzato nei tempi previsti. La Fondazione B612 e Ball Aerospace, riunite le forze, propongono il Sentinel, un telescopio equipaggiato con uno specchio da 50 cm. e una fotocamera a campo largo operante nel medio infrarosso, in pratica il NEO Survey rivisitato. Sentinel verrebbe lanciato nel 2017-2018 da un vettore Falcon-9 della Space-X, e posto in un’orbita simile a quella di Venere da dove, volgendo lo specchio sempre in direzione opposta al Sole, potrebbe scansionare metà della sfera celeste ogni 26 giorni, senza nessuna zona cieca. B612, inoltre, si è garantita l’appoggio della NASA, che metterà a disposizione i suoi impianti di telecomunicazione e il personale tecnico necessari per raccogliere ed elaborare i dati provenienti da Sentinel.

ROBERTO FLAIBANI

Fonti:

 Planetary Resources Ltd

Deep Space Industries Ltd

B612 Foundation

Articoli da The Space Review: 

  • A private effort to watch the skies – by Jeff Foust
  • Asteroid mining, boom or bubble? – by Jeff Foust
  • The three D’s of planetary defense – by Jeff Foust
  • It’s time for a real policy on asteroids – by Peter Garretson
  • Skyfall: will a Russian meteor and an asteroid flyby change our minds about the NEO threat? – by Jeff Foust

13 marzo 2013 Pubblicato da | Astrofisica, Astronautica, Difesa Planetaria, Scienze dello Spazio | , , , , , , | Lascia un commento

British Interplanetary Society (BIS) al suo secondo appuntamento a Roma

BIS_Italia_logo

BIS-Italia, con la collaborazione di Technotown (la struttura del comune di Roma dedicata all’incontro dei ragazzi tra gli 8 ed i 17 anni con le moderne tecnologie), e con il patrocinio dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) e di INAF (Istituto nazionale di Astrofisica) terrà sabato prossimo 9 marzo il secondo di un ciclo di quattro incontri sul tema “Musica nello Spazio”.

Il ciclo, adatto a un pubblico non specializzato, si propone di discutere di vari temi relativi all’esplorazione dello spazio, nelle sue diverse forme, prendendo come spunto il ruolo che la Musica gioca in tutte le attività umane. In particolare, nel primo incontro abbiamo scoperto che la musica è parte dell’esperienza degli astronauti: è stata inviata da Terra, è stata portata nello spazio, ed è persino stata eseguita nello spazio. Molti sono gli astronauti che hanno un interesse per la musica e la storia delle missioni umane ha avuto un crescendo di episodi musicali che è importante ricordare ed apprezzare.

Il primo incontro è stato presentato da Paolo D’Angelo, noto giornalista e storico dell’astronautica, nonchè Fellow della British Interplanetary Society, di cui BIS-Italia rappresenta la sezione italiana. Al termine dell’incontro i presenti si sono intrattenuti con il relatore ponendo diverse questioni: l’interesse per i voli umani è sempre presente, ma poter esplorare anche un rapporto particolare come quello tra la musica e il mondo estremamente organizzato e ad “alta pressione“ degli astronauti è stato certamente una novità degna di nota. Questo primo incontro verrà ripetuto nel corso di Scienza 3, la settimana della scienza organizzata dal Terzo Municipio di Roma.

 Nel prossimo incontro il dott. Roberto Orosei, dell’INAF, discuterà di vari aspetti connessi alla esplorazione del sistema solare, anche in questo caso usando la musica in un modo che presto scopriremo.

FABRIZIO BERNARDINI

 (doppio click per ingrandire)

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5 marzo 2013 Pubblicato da | Fantascienza, News, Scienze dello Spazio | , , | Lascia un commento

Del ritorno dello Hobbit

hobbit4Non si dice nulla di nuovo ricordando che J.R.R.Tolkien a 120 anni dalla nascita e a 40 dalla morte è l’autore forse più famoso dell’orbe terraqueo – cosa che mai e poi mai avrebbe potuto immaginarsi – con le sue 80 milioni di copie vendute del Signore degli Anelli, tradotto in oltre 50 lingue, le più varie e improbabili. Un vero e proprio autore “cattolico”, ma intendendo il termine secondo l’etimologia originale, greca: katholikòs, vale a dire, appunto, universale. Perché il senso mitico-simbolico ed i valori archetipici dei suoi personaggi e degli eventi descritti, dei sentimenti che lo pervadono sono validi per tutte le culture del mondo e affondano nell’intimo dell’animo umano.

E pensare che lui, il mite professore di Oxford che amava i draghi e si sentiva in tutto e per tutto uno hobbit eccetto che per l’altezza, aveva pensato di scrivere la sua opera complessiva – dalla cosmologia del Silmarillion al romanzo per l’infanzia Lo Hobbit al monumentale seguito per tutte le età Il Signore degli Anelli – con uno scopo nobile e impossibile allo stesso tempo: fornire di una mitologia di riferimento la sua patria, la Gran Bretagna, che, a differenza di altre nazioni europee, a suo giudizio ne era priva. Mitologia, quindi: epica, epopea, saga. Ci riuscì egregiamente ma, così facendo, non si rese conto di aver scritto un qualcosa adatto a tutti i Paesi, non solo la Gran Bretagna e l’Occidente, almeno quelli che, attraverso i loro lettori, si riconoscevano e si rispecchiavano nella “visione del mondo” espressa esplicitamente e implicitamente nella sua intera opera. Tolkien ha scritto, infatti, qualcosa che nella letteratura del Novecento occidentale era assente da secoli. Una storia epica, che più epica non si può, le cui radici affondano nei grandi poemi dell’umanità, nelle epopee degli indoeuropei, nelle grandi saghe nordiche, nella “materia di Bretagna” e nelle storie cavalleresche.

Ma c’era anche un altro intento, non meno fondamentale per la sua mentalità e il suo carattere: quello di dare un volto, un nome, una fisicità, un retroterra culturale e sacro alle lingue che andava inventando sin da ragazzino. Quello che in un famoso saggio, illuminante e autoironico, definì il suo “vizio segreto” (ora in Il medioevo e il fantastico Bompiani), un vizio da nascondere anche quando era diventato un apprezzato filologo. Chi parlava il quenya e il sindarin? Che aspetto aveva? Insomma, non più nomina sunt consequentia rerum, ma viceversa res sunt consequentia nominarum! Come in ogni mito cosmogonico che si rispetti: nominare le cose conferisce loro l’esistenza. E poi quella parola: hobbit. Sul retro bianco del compito di uno dei suoi allievi aveva scribacchiato, nel 1928/1930, una frase: “In a hole in the ground there lived a hobbit” (In un buco nella terra viveva uno hobbit): ma chi era mai? come si presentava? Com’era fatto?

Quando i suoi figli erano piccoli iniziò a raccontare la storia di questo “mezzouomo”, poi la mise per iscritto, poi il testo passò tramite un’amica nelle mani di una redattrice del’editore Unwin: la apprezzò molto e la propose per la pubblicazione. Il libro uscì nel 1937, ottenne un bel successo e buone recensioni, anche un premio come miglior libro per ragazzi. Ma ci fu anche chi, nell’ambiente accademico e tra la citica “militante”, lo accusò di “fuga dalla realtà”. Vecchia storia che si ripete ancora oggi. La sua conferenza del 1939 On fairy-stories (Sulle fiabe, anch’essa in Il medioevo il fantastico) fu la sua risposta con l’apologia della fiaba e della storia fantastica, la teorizzazione del Mondo Secondario di cui lo scrittore è una specie di demiurgo, un sotto-dio che ne crea tutti i particolari come Dio ha creato il Mondo Primario, il nostro, e la famosissima distinzione fra la condannabile “fuga del disertore” di fronte al nemico e encomiabile “evasione del prigioniero” dal carcere della Realtà che lo circonda.

Da tutto ciò si può capire anche il motivo per cui Tolkien e la sua opera siano sempre più apprezzati (anche se qualcuno ci ha ripensato, come si vedrà): la Realtà si fa viepiù insopportabile e lui propone in contrasto un Mondo Secondario in cui vigono valori alternativi non-materialistici, non-economicisti, decisamente anti-moderni ancora adesso messi al bando dall’ufficialità.. Essendo la sua opera, come venne definita, “la fiaba più lunga del mondo”,ne ha tutte le caratteristiche e sviluppa tutte le funzioni di questo nobile genere letterario.

hobbit1L’occasione del primo dei tre film che Peter Jackson ha tratto da Lo Hobbit, e giunto in Italia a metà dicembre 2012, riporterà alla ribalta tutti gli altri del professore oxoniense, anche se non hanno bisogno di alcun “rilancio” vendendosi essi sempre regolarmente senza alcuna pubblicità, veri e propri long-sellers, ormai veri e propri classici letti da tutti e dappertutto. Tanto più che il regista ha avuto l’intelligente idea di sottolineare, con aggiunte opportune e non incongrue, il collegamento fra Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli presentandolo come vero prologo di quest’ultimo (il che risulterà evidentissimo nel terzo film del 2014), cosa cui ovviamente Tolkien non pensava nel 1937, accentuandone anche la carica epico-avventurosa.

Però l’occasione ha consentito alla Bompiani di quasi completare una operazione iniziata dieci anni fa quando, in concomitanza con la trilogia di Peter Jackson, pubblicò dopo trent’anni, la prima vera revisione della storica traduzione rusconiana del 1970. Furono oltre 500 gli emendamenti ne Il Signore degli Anelli a cura della Società Tolkieniana Italiana (STI) anche se diversi altri se ne dovrebbero fare). Oggi, grazie alla nuova traduzione di Caterina Ciuferri e alla supervisione di Paolo Paron, fondatore della STI e attuale suo presidente onorario, anche per Lo hobbit è stata effettuata la medesima operazione dato che la vecchia traduzione adelphiana del 1973, giusto quaranta anni fa, risultava ormai incongrua: l’incipit ad esempio non è più “In una caverna sotto terra viveva uno hobbit”, ma quello riportato in precedenza: “In un buco nella terra…”. E poi non ci sono più i ridicoli “orchetti” ma veri e propri orchi, non più “Uomini Neri” ma spaventosi Troll e così via. E anche lo stile generale risulta adesso più adeguato all’originale tolkieniano. Peccato, lo si deve dire con rammarico, che questa operazione sia stata limitata al romanzo in sé, vale a dire al volume de Lo hobbit, è non invece al preziosissimo Lo hobbit annotato, a cura di Douglas Anderson, anch’esso ristampato, che comprende oltre alla nuova traduzione della Ciuferri un imponente e definitivo apparato critico che, ahinoi, non è stato affatto curato a dovere e così contiene parecchi refusi (es. Dogdson per Dodgson, 1948 per 1848), imprecisioni di traduzione (es. classificava per ordinava) e incongruenze di termini rispetto alla ormai consolidata vulgata tolkieniana (ed. Sulle storie di fate per Sulle fiabe). Inoltre, il formato piccolo, rispetto a quello grande e ampio deIla precedente edizione dell’opera (1991) ne penalizza alquanto la lettura specie nelle didascalie e nelle note parecchio aumentate e valorizza poco le moltissime e importanti immagini. Comprensibile la decisione di offrire ad un basso prezzo l’opera in occasione del film, ma è veramente auspicabile che a tempo debito i due testi siano ripresentati nel formato conforme della collana maggiore che ospita tutte le altre opere del professore, elegante, ben curata, ottimamente leggibile, in modo da aver così un corpus unico.

Film e libri ovviamente hanno provocato tutta una serie di opinioni e commenti in merito. Uno in particolare mi sembra adatto per una messa a punto che potremmo definire “filologica”. Commenti e opinioni che sono comunque il sintomo del trascorrere del tempo e di come, per questo inevitabile aspetto della vita, emergano punti di vista quasi riassuntivi di una intera generazione.

Sicché, si potrebbe esclamare dopo tanti anni: così va il mondo! Da giovani – appunto otto lustri fa – si compra Lo Hobbit edito da Adelphi e ci si innamora del mondo creato da Tolkien al punto da chiamare il proprio cane “Bilbo”, poverino (lo hobbit non il cane). Ma il tempo, ahinoi, passa inesorabile, s’invecchia, si hanno resipiscenze senili, ci si pente e adesso il fantasy di Tolkien viene talmente in uggia che “inquieta”, “continua a non piacere” dato che non è affatto vero fantastico..

Questa sorprendente confessione è apparsa su Panorama del 9 gennaio 2013 e la firma Roberto Barbolini che di un certo fantastico inquietante e criptico ha permeato alcune sue opere narrative. Il film di Jackson non ha scatenato le polemiche idiote, al limite del demenziale, di dieci anni fa all’epoca del Signore degli Anelli, ma ha invece portato alla luce inaspettati problemi personali. All’inizio degli anni Duemila ci furono nomi della cultura di sinistra che ammettevano alfine la “colpa” di aver letto di nascosto le “opere proibite” del professore di Oxford nonostante i tassativi divieti dei collettivi (*); ora emergono le meditate perplessità di altri insospettati. Che nascono però da equivoci e da fraintendimenti sul senso del fantastico come sistema immaginativo e genere letterario. (*)[nota dell'editore: l'autore si riferisce alle posizioni assunte sia dai collettivi studenteschi romani che dalla sinistra ufficiale nei primi anni '70. Queste posizioni furono presto abbandonate negli ambienti movimentisti. Allora, come oggi, l'autore e io avevamo idee politiche di segno opposto. Durante l'occupazione della Sapienza nel 1977 frequentavo il collettivo di lettere e ricordo bene che Tolkien era conosciuto, letto e apprezzato.]

hobbit6E’ infatti di questo che si deve parlare in generale, dato che il termine fantasy, di cui si abusa, non è qualcosa di autonomo: prima del 1970 infatti nel lessico specialistico italiano non veniva utilizzato al posto di fantastico (c’erano invece specifici heroic fantasy, science fantasy ecc,) e venne inizialmente ripreso dall’inglese nelle pubblicità editoriali per poi entrare nell’uso comune come sinonimo, o al posto di fantastico. La contrapposizione fantasy/fantastico è quindi artificiosa e artificiale, lessicale non contenutistica anche se col tempo qui in Italia il primo termine si tende a riferirlo alla narrativa non solo di Tolkien, ma di tutti gli autori che a lui si ispirano creando mondi alternativi, mentre il secondo lo si vuol riferire alla narrativa di tipo “classico”.

Questo è tanto vero che negli Stati Uniti tale differenza non esiste: una rivista che si chiamava The Magazine of Fantasy and Science Fiction, nata nel 1949, intendeva per fantasy tutto quel che non era pura fantascienza e vi comprendeva una congerie di temi che andavano dal Mondo Secondario (anche se allora non lo chiamavano ancora così) di Newhon creato da Fritz Leiber alle storie di fantasmi o “insolite”. E negli anni Sessanta L.Sprague de Camp inventò la definizione di heroic fantasy per riferirsi alle storie fantastiche ambientate in mondi medievaleggianti o barbari “alla Conan” (lo stesso Leiber propose anche sword and sorcery). E dopo il successo de Il Signore degli Anelli non mi pare proprio che venne coniato un termine specifico, ed heroic fantasy gli si adatterebbe benissimo perché proprio di questo si tratta..

In realtà, la vera differenza sta nelle varie modulazioni del fantastico stesso, che non è uniforme, ma “fantastico” resta sempre.

Barbolini cita Roger Caillois e fa bene. Caillois è un teorico-chave per capire come si debba correttamente intendere il fantastico: altro che Todorov! Soltanto che la definizione del sociologo francese secondo cui il fantastico nasce quando un qualcosa di Inaudito, Inammissibile, Impensabile fa irruzione nella Realtà e la scardina e sconvolge, non è il solo “fantastico” esistente. Il vampiro, lo spettro, il revenant, il lupo mannaro, il mostro una volta, ma anche l’entità di Lovecraft, lo zombi, l’alieno e addirittura Mary Poppins oggi, “contestano”, se così si può dire, la Realtà presentandone una alternativa parziale, sommovendola settorialmente. Ma vi è anche un altro aspetto del fantastico, quello totalizzante: la creazione di un intero mondo d’immaginazione (che, come si è ricordato in precedenza, il nostro filologo definì Secondary World rispetto a quello vero che è il Mondo Primario) che proprio in quanto tale si pone come alternativa complessiva alla nostra realtà, la “cointesta” tutta, integralmente, radicalmente: non solo la Terra di Mezzo, ma anche l’Era Hyboriana di Howard, Gormenghast di Peake e Narnia di Lewis – anche se questi hanno contatti col nostro mondo – e tutti gli altri Mondi Secondari inventati con maggiore o minore originalità dagli scrittori angloamericani dagli anni Settanta in poi su ispirazione di Tolkien.

E’ questo l’equivoco in cui Barbolini cadde: ritenere che il fantasy non sia vero “fantastico”: “Non sopporto il fantasy perché è il contrario del fantastico come crepa salutare del reale”, mentre “il mondo di Tolkien è preciso come un orologio svizzero”, “mai una smagliatura”, addirittura “plumbea armatura di certezze filologiche applicate a un’epica immaginaria, ambientata in un mondo dove tutto, sino al minimo dettaglio è assolutamente esatto”. Questa precisione, questa assenza di ”smagliature” per Barbolini appaga il lettore: “l’immaginario si sostituisce monoliticamente al reale invece di metterlo salutarmente in crisi”. Da qui, per lo scrittore, il suo successo planetario pluridecennale.

L’errore di fondo del ragionamento sta in questa concezione. E’ invece proprio il fantastico radicale e totalizzante del professore oxoniense che di per se stesso mette in crisi l’intero Reale che conosciamo perché è alternativo ad esso non solo materialmente ma soprattutto in quei valori che il mondo di oggi, così come quello in cui Tolkien scriveva, ha respinto, rigettato, sbeffeggiato, calunniato e che invece i lettori di ieri o odierni ancora chiedono e cercano, proprio come nelle fiabe migliori. E riemergono da quell’essersi calati in una lettura senza tempo (acronologica, quindi mitica, diceva Eliade) ritemprati idealmente e rinvigoriti moralmente come già notava trent’anni fa Franco Cardini. Ecco il motivo profondo del successo in specie del Signore degli Anelli, motivo ancor oggi difficile da accettare per certuni.

hobbit2E del resto, chi ha detto che nella precisamente e minuziosamente ricostruita Terra di Mezzo dove tutto è come un “orologio svizzero”, non esistono quel “tarlo”, quella “faglia limbica”, quella “crepa”, quella “smagliatura” invocati da Barbolini qualì segni distintivi del fantastico vero, tali quindi da incrinare la “realtà” dell’ immaginariio mondo ideato da Tolkien? Mondo vero, peraltro, come egli stesso affermava. E proprio perchétutto questo elemento perturbante (per usare il termine freudiano) che incrina la sua realtà c’è, esiste, econme… Sauron, Saruman, i Nazgul, gli orchi, Shelob, i troll: essi vogliono scardinare, aprire una falla, una crepa, perturbare appunto, la concreta trama di quel mondo, irrompendo con la loro alterità malvagia in esso, così cercando d’imporre un nuovo ordine di terrore ed orrore da sostituirsi alla normalità.

Non esiste allora, a mio parere, alcuna dicotomia sostanziale tra fantasy e fantastico, ma semplicemente si deve intendere il fantastico nei sue due aspetti fondamentali: quello parziale dell’irruzione dell’Inaspettato, e quello totale della sostituzione integrale di un mondo alternativo al Reale che conosciamo.

Certo, può esistere come per ogni fenomeno di costume e genere letterario anche un “conformismo” del fantastico che lo rende alla fine stucchevole e ripetitivo, ma questo nasce dalla sua mercificazione e mistificazione, che non sono nemmeno nate con film, videogiochi e internet come ritiene Barbolini: già se ne parlava negli anni Ottanta quando le imitazioni letterarie di Tolkien dilagavano e pochissimi sapevano essere originali.

GIANFRANCO DE TURRIS

27 febbraio 2013 Pubblicato da | Fantascienza | , , , , | Lascia un commento

British Interplanetary Society (BIS) apre a Roma la sezione italiana

BIS è il più importante gruppo inglese di esperti nel settore delle scienze spaziali e dell’astronautica. Fondata nel 1933, è la prima organizzazione non governativa al mondo dedicata a sostenere e promuovere l’esplorazione pacifica dello Spazio. Non ha scopo di lucro e si autofinanzia grazie ai suoi associati sparsi in tutto il mondo.

BIS-80-Logo-footerBIS organizza e partecipa a convegni, congressi, manifestazioni, e pubblica tre testate giornalistiche a stampa: The Journal of BIS e Space Chronicle  vanno in distribuzione diretta per abbonamento, mentre il mensile Spaceflight  va in edicola. L’associazione ha avuto tra i suoi soci più illustri Sir Arthur C. Clarke, scienziato dello spazio, ma più noto come scrittore di fantascienza e autore del racconto al quale si rifece il regista Stanley Kubrick per il suo celebre “2001 Odissea nello Spazio”.

La sezione italiana della BIS nasce grazie alla determinazione di Fabrizio Bernardini, Paolo D’Angelo e un ristretto numero di professionisti del settore aerospaziale. In questo paese che subisce da decine d’anni un’artificiosa separazione tra cultura umanistica e cultura scientifica (a tutto svantaggio della seconda, che, con arroganza, viene considerata inferiore), proporre al primo approcio con il pubblico un programma di quattro incontri musicali, è un gesto coraggioso, un gesto di libertà.

Welcome BIS-Italia!

- doppio click per ingrandire -

Volantino musica BIS IT

22 febbraio 2013 Pubblicato da | Senza categoria, Volo Interstellare | Lascia un commento

La velocità del pensiero

La velocità a cui ci muoviamo influenza la nostra percezione del tempo. Questa lezione era implicita nella matematica della Relatività Speciale, ma alla velocità in cui la maggiore parte di noi vive la propria vita, facilmente descrivibile in termini newtoniani, ce ne rendiamo difficilmente conto. Raggiungete, però, una percentuale significativa della velocità della luce e tutto cambia. Gli occupanti di un’astronave che si muove a circa il 90% della velocità della luce invecchiano alla metà della velocità di chi rimane sulla Terra. Mandateli al 99,999% di “c” e 223 anni passeranno sulla Terra per ogni anno del loro volo.

gilster_02(nella foto: Paul Gilster, l’autore) Da qui ha origine il “paradosso dei gemelli”, dove il membro della famiglia che viaggia fra le stelle ritorna considerevolmente più giovane del gemello rimasto a casa. Carl Sagan si trastullava con questi numeri negli anni ‘60 per dimostrare che un’astronave in movimento a una accelerazione costante di un “g” sarebbe in grado di raggiungere il centro della Galassia in 21 anni (tempo dell’astronave), mentre sulla Terra sarebbero passate decine di migliaia di anni. Infatti, se si mantiene un’accelerazione costante, il nostro equipaggio potrà raggiungere la galassia di Andromeda in 28 anni, una nozione che Paul Anderson ha affrontato in modo memorabile nel romanzo Tau Zero.

[…] Ho ricevuto un’email da un giovane lettore che voleva saperne di più rispetto agli Uomini e la velocità. Era rimasto colpito nell’apprendere che l’oggetto fatto dall’Uomo attualmente più veloce è la sonda solare Helios II, mentre Voyager I era la sonda più veloce diretta fuori dal Sistema con i suoi 17km al secondo, ben di più dei previsti 14km al secondo della sonda New Horizons diretta verso Plutone e Caronte. Questo per quanto riguardava le sonde automatiche, ma quale era la velocità più alta mai raggiunta da un essere umano?

Velocità come queste sono ovviamente molto al di sotto di quelle che possono causare evidenti effetti relativistici, ma la domanda è interessante a causa di quanto sono cambiate le cose all’inizio del ventesimo secolo, quindi parliamone. Lee Billings si è occupato recentemente di un saggio assai accurato chiamato Il viaggio incredibile: possiamo raggiungere le stelle senza ridurci sul lastrico?, e ha trovato che nel 1906 un uomo chiamato Fred Marriott era riuscito a superare i 200km all’ora (incredibile!) in un’automobile a vapore a Daytona Beach, Florida. Vale la pena di rifletterci perché Lee sottolinea che, prima di allora, la massima velocità alla quale si supponeva che un uomo potesse arrivare era proprio 200 kmh, quando ogni ulteriore accelerazione sarebbe stata azzerata dall’attrito dell’aria contro il corpo umano.

Così, con l’avvento delle macchine veloci, nel 1906 il record di velocità venne alla fine superato, e ci vollero solo una quarantina d’anni perché Chuck Yeager spingesse l’aerorazzo X-1 a oltre 1000 km l’ora, più veloce del suono. Ricordo di avere chiesto in prestito negli anni cinquanta un libro chiamato “L’uomo più veloce ancora in vita”. Prima di scrivere questo articolo, davo per scontato che il libro riguardasse il pilota dell’X-15 Scott Crossfield, ma ho scoperto che questo titolo del 1958 si riferiva in realtà alla storia di Frank Kendall Everest Jr., conosciuto dai suoi compagni d’armi come “Pete”. Everest volò in Nord Africa, in Sicilia e in Italia, e arrivò a completare 67 missioni di combattimento nel teatro del Pacifico, compreso un periodo di tempo come prigioniero di guerra dei giapponesi nel 1945. Io non so se c’è stato un aereo sperimentale in cui lui non volò nel decennio successivo ma, se la memoria mi serve bene, il grosso del volume trattava del suo lavoro con l’X-2, in cui egli nel 1954 raggiunse Mach 2,9. Everest è stato uno dei pionieri di questo notevole gruppo di piloti collaudatori che spinse gli aerorazzi ai confini dell’atmosfera nell’era pre-Gagarin.

Ma ritorniamo alla domanda del mio amico. Lee Billings identifica i più veloci esseri umani ancora viventi in “tre attempati americani, che Usain Bolt potrebbe stracciare in una gara di corsa”. Si tratta degli astronauti dell’Apollo 10, il cui impetuoso rientro nell’atmosfera della Terra cominciò a 39.897 kmh, una velocità alla quale si potrebbe andare da New York a Los Angeles in meno di 6 minuti. Nessuno di coloro che hanno partecipato alla missione può aver subito effetti relativistici rilevabili, ma di sicuro si può dire che, sia pure in misura infinitesimale, i tre sono leggermente più giovani del resto di noi grazie all’azione della Relatività Speciale.

Qualche volta il tempo rallenta in relazione a come noi lo percepiamo. Ho notato un interessante saggio chiamato Il tempo e l’illusione della fine della storia scritto per la Long New Foundation. Il saggio è dedicato a una relazione scientifica pubblicata su Science che chiedeva ai partecipanti di valutare come le loro vite – i loro valori, le idee, la personalità – erano cambiate nel decennio precedente e come loro si aspettavano di vederle cambiare in quello successivo. Da un’analisi statistica delle risposte emerse quella che i ricercatori chiamano “illusione della fine della storia”.

L’illusione funziona in questo modo: noi tendiamo a guardare indietro ai nostri anni giovanili e ci meravigliamo della nostra ingenuità. E come non potremmo, osservando con un certo imbarazzo tutti gli errori che abbiamo fatto e realizzando quanto siamo cambiati e cresciuti nel corso degli anni. Daniel Gilbert, uno degli autori dello studio, ha dichiarato al New York Times: “Quello di cui sembra non ci rendiamo mai conto è che coloro che saremo diventati in futuro guarderanno indietro e penseranno la stessa cosa di noi adesso. Ad ogni età noi pensiamo di avere l’ultima battuta, e ogni volta ci sbagliamo”.

461px-Frank_Kendall_Everest (nella foto: Frank Kendall Everest Jr.) In altre parole, più invecchiamo più pensiamo di essere più saggi di quanto lo eravamo da giovani. Tutti noi pensiamo che alla fine siamo arrivati, che ora vediamo quello non potevamo vedere prima e diamo per acquisito che possiamo annunciare il nostro giudizio definitivo su vari aspetti delle nostre vite. Il processo sembra funzionare non solo rispetto alle nostre vite personali ma anche al modo in cui valutiamo il mondo intorno a noi. In quale altro modo potremmo spiegare la sensazione di certezza che si percepisce dietro ad alcune delle grandi gaffe della storia delle idee? Pensate al commissario americano dei brevetti Charles Duell, che nel 1899 disse “Ogni cosa che poteva essere inventata, è già stata inventata”. Oppure la secca battuta di Harry Warner: ”Chi diavolo vorrebbe sentire gli attori parlare?”.

L’articolo cita poi Francis Fukuyama, che scrisse in modo memorabile a proposito della “fine della storia”, e il filosofo francese Jean Beaudrillard, che considera tali idee nient’altro che un’illusione, resa possibile da quella che lui chiamava “l’accelerazione della modernità”. Long Now aggiunge:

Illusione o no, lo studio dimostra che la sensazione di essere alla fine della storia ha conseguenze nel mondo reale: sottovalutando quanto sarà diversa nel futuro la nostra percezione delle cose, talora prendiamo decisioni di cui in seguito ci pentiremo. In altre parole, l’illusione della fine della storia potrebbe essere definita come una mancanza di visione a lungo termine. È nel momento in cui evitiamo di considerare l’impatto futuro delle nostre scelte (e di immaginare delle alternative) che perdiamo il senso della realtà, e forse perfino la percezione del tempo.

Abbiamo fatto una lunga strada dall’innocente domanda del mio lettore a proposito dell’uomo più veloce. Ma credo che Long Now avesse intuito qualcosa di importante quando parlava dei pericoli che si corrono nel fraintendere come potremmo pensare, e agire, nel futuro. Dando per scontato di avere raggiunto un punto d’arrivo definitivo nella comprensione delle cose, ci attribuiamo troppi poteri e pensiamo, nella nostra arroganza, di essere più saggi di ciò che realmente siamo. Come Einstein ha dimostrato, il tempo è elastico e può essere ripiegato a piacere in modi interessanti. Il tempo è anche ingannevole e, mentre invecchiamo, ci porta a diventare più dogmatici di quanto sarebbe legittimo.

Qualche volta, certo, il tempo e la memoria si mescolano inseparabilmente. Mi ricordo di come mia madre era solita sedere sulla veranda dietro la sua casa quando l’andavo a trovare per farle un caffè. Guardavamo il groviglio di alberi e sottobosco che si arrampicava lungo la collina, mentre il sole del mattino mandava raggi luminosi tra il fogliame e, man mano che l’Alzheimer si andava impossessando di lei, osservava spesso come la vegetazione sul lato della collina era diventata intricata. Ho sempre creduto che intendesse che era diventata così a causa sua, perché non la stava più potando con la regolarità di quando era più giovane.

Finché, non molto tempo prima della sua morte, mi sono improvvisamente reso conto che non stava vedendo la stessa collina che vedevo io. Alla fine della sua vita, stava vedendo la collina di fronte alla sua casa in una cittadina dell’Illinois vicino a un fiume. Come la sua collina attuale, anche quella si levava a oriente, così, mentre la casa era in ombra, la luce del sole si spandeva attraverso il Mississippi verso le terre coltivate del Missouri, nelle mattine luminose in cui lei si alzava per andare a piedi verso scuola. Quando vi ritornai dopo il suo funerale, la collina era in piena vista come lei se la ricordava, erbosa e libera dal sottobosco, anche se la casa non c’era più. Era la collina a cui era tornata con la mente con la stessa chiarezza nel 2011, ancora sua dopo 94 anni, come lo era stata nel 1916. Così tutti noi siamo viaggiatori nel tempo, e ci muoviamo inesorabilmente alla velocità del pensiero.

Traduzione di DONATELLA LEVI e ROBERTO FLAIBANI

Titolo originale: The Velocity of Thought di Paul Gilster – pubblicato il 24 gennaio 2013 su Centauri Dreams.

19 febbraio 2013 Pubblicato da | Senza categoria | , , , , , , | Lascia un commento

Luci e ombre di Carlo Fruttero fantascientista

Fruttero oldUn anno fa, in occasione dei funerali di Carlo Fruttero, sulla bara in frassino chiaro vennero poggiati i suoi occhiali, una scatola di metallo delle sue Turmac e un pacchetto di fiammiferi da cucina. Magari avrebbero potuto poggiarci anche il primo numero di Urania a sua cura, quello del maggio 1962. Nella biblioteca civica di Castiglione della Pescaia (Grosseto), di cui era stato nominato cittadino onorario dalla precedente giunta nel 2010 e dove ormai viveva, non si respirava l’aria di camera ardente soprattutto per quella miriade di libri sparsi per ogni dove, anche sul pavimento come si può vedere nelle foto pubblicate dai giornali in quella occasione, decine e decine di volumi fra cui Pinocchio, I promessi sposi, le Fiabe italiane curate da Italo Calvino (accanto al quale si è voluto far seppellire nel cimitero del paese), addirittura, senza motivo, una biografia di Guevara, lui che comunista non era mai stato e che aveva snobbato gli inviti a iscriversi al PCI, come tutti alla Einaudi. Chissà se c’erano anche le antologie di fantascienza che curò insieme all’inseparabile amico e collega Franco Lucentini (suicidatosi nel 2002, nello stesso modo di Primo Levi): i quotidiani di quei giorni non l’hanno riportato. In fondo alla sala una gigantografia in bianconero che lo immortala in spiaggia di fronte al mare con quel suo volto caratteristico, la piega naturale delle bocca che gli ha dato sempre un’aria un po’ sprezzante, un po’ disgustata…

Il fatto è che Carlo Fruttero, morto il 15 gennaio 2012 a 86 anni, fra le tantissime cose che ha fatto e per le quali è stato ricordato, lo si sarebbe dovuto in modo non approssimativo anche per un aspetto molto singolare e simbolico: quello di aver fatto accettare all’intellighenzia italiana (non diremo “sdoganato”) la cosiddetta “letteratura di genere” (avventura, poliziesco, orrore, fantascienza) sia con la sua (loro) attività di antologisti e direttori di collane, sia come romanzieri. Sì, esattamente quella intellighenzia impegnatissima e con la puzzetta sotto il naso che non amava molto la tanto vituperata “narrativa di evasione” che distoglieva dal “sociale” e sollecitava la dannatissima “fuga dalla realtà”. E invece proprio lui, il torinese Fruttero ad appena 33 anni pubblicò quella che ancora oggi si puo’ considerare una pietra miliare della fantascienza in Italia, l’antologia Le meraviglie del possibile (Einaudi, 1959). A soli sette anni dall’approdo “ufficiale” della science fiction in Italia con Urania (ottobre 1952), Fruttero effettuò una straordinaria operazione editoriale con l’etichetta più sofisticata e, appunto, “impegnata” dell’epoca facendosi approvare una scelta di racconti americani accompagnati da un saggio introduttivo di un grande critico e poeta, Sergio Solmi, che ancora oggi, checché qualcuno possa dire, è una delle cose più originali e profonde scritte in merito (a parte gli entusiasmi “astronautici”) considerando la fantascienza non pura e semplice “avventura spaziale”, ma di cui si andavano a rintracciare le radici mitiche e favolistiche definendola la “fiaba dell’era spaziale”. In tal modo un genere considerato di “serie B” venne proposto in modo intelligente e accattivante alla nostra cultura che snobbava per principio certe cose, abbinandole nel suo disprezzo ai fumetti. Tre anni dopo, in coppia con Lucentini, rinnovò il successo con Il secondo libro della fantascienza (Einaudi, 1961) che, pur se non raggiungeva l’eccellenza dell’altra, restava sempre su un livello ragguardevole. E non bisogna dimenticare che un anno prima con Storie di fantasmi (Einaudi, 1960) Fruttero aveva dato dignità ai racconti dell’orrore, sia quelli classici all’inglese, sia presentando in Italia, praticamente per la prima volta, insieme a Bruno Tasso curatore di Un secolo di terrore (Sugar, 1960), H.P.Lovecraft.

Fruttero e Lucentini matitaE’ stato evidentemente questo suo specifico interesse che lo portò all’attenzione della Mondadori che nel maggio 1962 lo scelse come curatore di Urania succedendo a Giorgio Monicelli che se ne era occupato dall’inizio sino al 1961. Nel giugno 1964 venne affiancato dall’ inseparabile Lucentini e insieme ne hanno effettuato le scelte per oltre vent’anni, sino al novembre 1985. Sempre insieme e sempre per Mondadori hanno poi curato varie antologie: Universo a sette incognite (1963), L’ombra del 2000 (1965), Il dio del 36° piano (1968), ma è senz’altro da citare anche I mostri all’angolo della strada (1966), con una strepitosa copertina di Karel Thole, l’illustratore di Urania, che fu, pur con gravissime pecche organizzative e di traduzione, il primo tentativo di offrire in Italia una lettura organica nella narrativa di Lovecraft.

Carlo Fruttero (con Franco Lucentini) aveva ovviamente una sua specifica visione della narrativa “di genere” che si può così sintetizzare:

1)la fantascienza è una forma letteraria e come tale il suo unico scopo è la “leggibilità”, l’entertainment, non essendo portatrice di alcun “messaggio”, di alcuna tesi. Punto di vista che, come si vede, è esattamente l’opposto dall’ “impegno” propugnato dalla cultura torinese progressista, ma che non cerca di capirne il senso (come aveva fatto Solmi) e la confina in un “ghetto” commerciale;

2) di conseguenza è inutile approfondirla con discorsi troppo critici, troppo complicati: sono importanti le specifiche idee e come sono esposte, e quindi restando solo su un piano superficiale;

3) la fantascienza non ha confini precisi e quindi vi si può far entrare di tutto, anche il gotico, anche l’horror, anche il fantastico puro, anche Lovecraft, Machen, Hodgson: vedi il citato Universo a sette incognite, certe scelte per Urania e certi racconti inseriti nel Terzo (1983) e nel Quarto Libro della Fantascienza (1991), due antologie che è meglio dimenticare per il modo approssimativo e assurdo con cui vennero compilate. Criterio generale che potrebbe anche essere condivisibile, ma la scelta eclettica non è giustificata da alcun ragionamento critico, o grazie ad una concezione complessiva della letteratura dell’Immaginario coerente e supportata da una analisi approfondita;

4)scarso o nessun rispetto per i testi in sé: le traduzioni possono essere tagliate, sunteggiate, adattate secondo i gusti dei due curatori se per loro gli originali sono noiosi, o mediocri, o troppo prolissi, o per qualunque altro motivo (vedi, nella antologia citata, lo splendido La casa sull’abisso, o alcuni racconti di Lovecraft ne I mostri all’angolo della strada);

5) gli italiani non sanno scrivere fantascienza e quindi occorre indirizzarli opportunamente e in modo didascalico: per questo crearono in appendice a Urania la rubrica “Il marziano in cattedra”, poi “FS italiana”, che venne sospesa senza portare alcun frutto concreto, anche perché la collana non ospitò mai racconti in appendice o romanzi a firma italiana.

Donna domenicaNegli anni Sessanta F&L se ne uscirono con una battuta poi restata negli annali della fantascienza: “Un disco volante non può atterrare a Lucca”. La frase venne sempre intesa come una preclusione aprioristica al fatto che, appunto, gli italiani erano incapaci di scrivere cose del genere e che cose del genere mai sarebbero potute avere uno sfondo italiano. In realtà, come ha testimoniato Giuseppe Lippi di recente, con quella battuta Fruttero voleva dare un giudizio estetico: mai avrebbe potuto sopportare che una città d’arte italiana (Lucca, come Firenze o Roma o Venezia) venisse contaminata da certe “americanate”, da certe brutture tecnologiche e futuristiche… Un po’ come il suo antifascismo su base estetica: brutti e rozzi quei fascisti in camicia nera e con quel ridicolo fez in testa… Il risultato resta però lo stesso: nessuna apertura agli autori italiani e alla fantascienza ambientata in Italia. Il che ha prodotto un ritardo enorme nello sviluppo di questa narrativa da noi: Urania ha aperto ai nostri scrittori solo nel 1990 con la creazione del Premio Urania, ma se avesse messo loro a disposizione le sue pagine trent’anni prima ci sarebbe stata una maturazione più a lungo termine, sarebbero nate prima importanti professionalità.

Ed è assai singolare che fu proprio lui insieme a Lucentini a dimostrare l’esatto contrario, che cioè gli italiani erano capaci di scrivere una “narrativa di genere” del tutto autonoma e originale con lo strepitoso successo di quei due gialli tipicamente “italiani” come stile, idee, scrittura, tono, che sono stati La donna della domenica (1972) e A che punto è la notte (1979)!

GIANFRANCO  DE TURRIS

11 febbraio 2013 Pubblicato da | Fantascienza | , , | Lascia un commento

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