100 Year Starship: il conto alla rovescia termina nel 2112
(nell’immagine: Mae Jemison nello Shuttle Endeavour – 1992). La lunga attesa è finita. I tempi tecnici della DARPA, o meglio, la burocrazia del Pentagono, hanno portato al rilascio il 16 maggio 2012 di un comunicato stampa che era atteso fin dall’11 novembre 2011. Stiamo parlando della consacrazione dei vincitori della gara indetta dalla DARPA per la creazione di una iniziativa indipendente, non governativa, senza scopo di lucro, in grado di assicurare che, da qui a cento anni, vengano poste in essere tutte le condizioni necessarie per dare inizio al primo volo interstellare con equipaggio. Una iniziativa nota come l’Astronave dei Cent’Anni, o col suo acronimo 100YSS (100 Year Starship). E’ stata confermata vincitrice della gara, e del premio di 500.000 dollari ad essa associato, una squadra composta da tre enti no-profit: Dorothy Jemison Foundation for Excellence, Icarus Interstellar e Foundation for Enterprise Development. Leader del gruppo è l’ex-astronauta Mae Jemison, la prima donna afro-americana ad aver volato nello spazio. I lettori abituali di questo blog ricorderanno senz’altro i contenuti del progetto 100YSS. Ai non informati raccomandiamo la lettura dei seguenti articoli, nell’ordine: “Il lungo cammino verso le stelle”, “L’astronave dei cent’anni: nascita di un movimento”, “Che fine hanno fatto i soldi del Pentagono?”
Ogni anno a congresso
Il primo obiettivo che Jemison e associati si sono posti è ripetere, e se possibile allargare, il successo ottenuto dalla DARPA l’anno scorso con il primo congresso pubblico del movimento 100YSS, che fu definito da molti la Woodstock dell’interstellare. Defilatasi la DARPA, come programmato, registrati i marchi e il dominio Internet e messo a punto il nuovo sito all’indirizzo <http://100yss.org>, è stato deciso che il congresso avrà frequenza annuale e che l’edizione 2012 si svolgerà a Houston dal 13 al 16 settembre. La Call for Papers prevede la scadenza per la presentazione degli abstract il 30 giugno, la notifica dei risultati delle selezioni il 20 luglio, e la scadenza per la presentazione dei paper il 17 agosto. Gli atti verranno pubblicati nel costituendo Journal of Interstellar Studies. Il dibattito manterrà un’impostazione multidisciplinare e verrà organizzato su quattro percorsi:
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Soluzioni per il tempo e la distanza: propulsione; manipolazione e/o dilatazione dello spaziotempo; navigazione a velocità relativistiche o superluminali
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La vita, in vivo e in vitro: fisiologia nello spazio; esobiologia e astrobiologia; relazione umane e dinamiche sociali
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Diventare una civiltà interstellare: morale, etica e religione; economia nello spazio; primo contatto con alieni intelligenti; uso dei mass-media per divulgare i risultati della ricerca a lungo termine
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Destinazioni e habitat: esopianeti; architettura e materiali per habitat e veicoli; vivere e lavorare in una nave-arca; tecnologia dell’informazione e intelligenza artificiale.
Ci saranno anche tre sessioni speciali: la prima diretta ad un pubblico di studenti, la seconda dedicata a come le nuove tecnologie sviluppate per i voli interstellari potrebbero miglorare la vita sulla Terra; la terza allo sviluppo della nascente economia spaziale nei prossimi trent’anni.
Infine è stata annunciata, nell’ambito del progeto 100YSS, la creazione di “The Way”, un istituto dedicato alla ricerca scientifica e tecnologica di lungo termine, e l’assegnazione al SETI Institute di un seggio permanente nel Comitato Consultivo.
ROBERTO FLAIBANI
Fonti: Icarus Interstellar Newsletter #5 – One Hundred Year Starship Press Release, Icarus Interstellar Update – One Hundred Year Starship Call For Papers, BBC Future 100-Year Starship: Mae Jemison reaches for the stars, the Mae Jemison’s picture is a copyright NASA.
Innovazioni nella ricerca dei pianeti extrasolari
Nei periodi di crisi economica, come questo, anche i finanziamenti per le scienze dello spazio vengono severamente ridotti. Si affermano, di conseguenza, nuove tecnologie a basso costo, come il Cubesat, che ha reso possibile ExoplanetSat, un progetto con obiettivo lo studio di 250 stelle vicine al Sistema Solare grazie ad una costellazione di minuscoli ed economici satelliti. Si riciclano anche vecchie tecnologie, anch’esse “povere”, come quella del coronografo che, abbinato al telescopio orbitale Hubble, rese possibile la scoperta di un nuovo pianeta extrasolare nel campo gravitazionale di una stella che lo nascondeva col suo fulgore, dimostrando anche la possibilità di osservare i pianeti extrasolari direttamente. (RF)
A partire dalla metà degli anni novanta gli astronomi hanno scoperto uno stupefacente numero di pianeti extrasolari, o esopianeti, cioè pianeti orbitanti intorno ad altre stelle. La “Extrasolar Planets Encyclopaedia”, il catalogo de facto di questi mondi, ne contava 707 al 2/12/11, un numero che cresce con una frequenza quasi giornaliera. La grande maggioranza di questi pianeti è stata scoperta grazie a due tecniche. La prima, quella della velocità radiale, misura l’intensità dell’effetto Doppler periodico causato dalla oscillazione indotta dalla gravità dei pianeti orbitanti intorno a una stella. L’altra, quella dei transiti, misura la leggera perdita di luminosità della stella quando un pianeta la “eclissa” (transita) passando tra essa e l’osservatore. La prima tecnica è spesso impiegata con telescopi basati a Terra, mentre la seconda è impiega sia da osservatori terrestri, che da veicoli spaziali come CoRoT della agenzia spaziale francese CNES e il Kepler della NASA. […....]
Il numero crescente di esopianeti scoperti ha fatto aumentare l’interesse in questo campo e alimentato l’ambizione per missioni astronautiche più numerose e più importanti per scoprire e studiare questi mondi, particolarmente quei pianeti che possono essere simili alla Terra in dimensione, orbita e, potenzialmente, abitabilità. Queste ambizioni tuttava sono moderate da richieste concorrenti di fondi, in un periodo nel quale dei finanziamenti forfettari sono il meglio a cui gli scienziati possono aspirare per il prevedibile futuro. Questo ha portato ad alcuni nuovi concetti innovativi che si avvalgono di nuove tecnologie e possibilità, al fine di aprire nuove prospettive per la ricerca di esopianeti a costi più bassi.
Un nanosatellite a caccia di esopianeti
(nell’immagine: l’intelaiatura di un’unità Cubesat). Dieci anni fa si pensava che in futuro le missioni dedicate alla caccia agli esopianeti sarebbero state equipaggiate con strumenti migliori e più grandi. Come parte del suo programma Origins, la NASA aveva pianificato una serie di veicoli spaziali per cercare o addirittura osservare direttamente esopianeti di tipo terrestre: la missione Space Interferometry Mission (SIM), (vedi “SIM and the ‘ready, aim, aim’ syndrome”, The Space Review, October 18, 2010), la missione Terrestrial Planet Finder (TPF) e la Planet Imager. Ma per una combinazione di fondi limitati e di priorità concorrenti, quei piani sono stati, nel migliore dei casi, ritardati indefinitamente, se non completamente cancellati.
Adesso alcuni ricercatori si stanno muovendo nella direzione opposta. Invece di veicoli più grandi, più sofisticati e molto più costosi, un gruppo sta provando a vedere quanto piccolo possa essere un veicolo spaziale e tuttavia rimanere in grado di compiere degli studi sui pianeti extrasolari. L’ExoplanetSat, un progetto congiunto del MIT e del Draper Laboratory, propone di sviluppare satelliti abbastanza piccoli da potere essere letteralmente tenuti in mano, ma ancora abbastanza potenti per cercare pianeti intorno alle stelle.
ExoplanetSat lavorerebbe come Kepler, ricercando le minime cadute periodiche di luminosità dovute agli esopianeti in transito. Kepler, tuttavia, è puntato su un unico campo di stelle molto distanti, utile per raccogliere statistiche sulla frequenza di esopianeti ma non per compiere studi su una specifica stella.”Non sono in corso missioni spaziali che controllino le stelle più luminose simili al Sole per cercare pianeti di tipo terrestre,” ha detto Matthew Smith del MIT nel corso della presentazione della missione avvenuta nell’agosto 2011 a Logan (Utah), durante la Conference on Small Satellites presso la AIAA/Utah State University. Gli ExoplanetSat puntano una sola stella alla volta, con il prototipo del satellite predisposto per studiare Alpha Centauri. Il satellite, posto in orbita terrestre, condurrebbe le osservazioni durante la notte orbitale, ricomponendo tutte insieme le osservazioni per cercare qualsiasi caduta di luminosità che possa essere causata da un pianeta in transito. Con il tempo altri satelliti potrebbero consentire l’osservazione continua di una data stella, come pure l’osservazione di altre stelle: il piano a lungo termine del progetto prevede una flotta di satelliti per l’osservazione di almeno 250 stelle.
(nell’immagine: un tecnico al lavoro su un’unità Cubesat) La chiave per realizzare questa costellazione di satelliti consiste nel costruirli molto piccoli e a basso costo. L’ ExoplanetSat, nella configurazione attuale, consta di 3 unità “Cubesat” di 10 centimetri di lato ciascuna, combinate in un unico satellite pesante solo pochi kilogrammi. Attualmente il veicolo è una versione leggermente ampliata di un vero 3U Cubesat, e ha una lunghezza di 34 cm. Il 3U è diventato un modello diffuso tra gli sviluppatori di piccoli satelliti, si usano opportunamente l’hardware e le analogie di progetto dei Cubesat originali per missioni che richiedano veicoli in qualche modo più grandi (vedi: “A quarter century of smallsat progress”, The Space Review, September 6, 2011). Il carico utile scientifico del satellite contiene un “telescopio” che, dice Smith, è in effetti solo un obbiettivo reflex irrobustito. E’ usato sia come rivelatore scientifico sia come sofisticata immagine guida, collegata ad una “sezione miniaturizzata di puntamento a due assi, piezoelettrica” per assicurare la stabilità dell’immagine. Questo carico utile occupa circa un terzo del satellite. Lo spazio rimanente è occupato da giroscopi e bobine di coppia usati per il controllo di assetto, così come batterie, computers, e sistemi di comunicazione necessari per gestire il satellite e scambiare dati con le stazioni a Terra. Smith dice che “in fondo stiamo combinando la piattaforma a basso costo Cubesat con un controllo accurato di assetto per raggiungere il grado di precisione che ci serve”.
Il prototipo dell’ExoplanetSat è in corso di sviluppo al MIT e sarà pronto per il lancio nel 2013. Il programma ha un posto prenotato all’interno del piano di messa in orbita di nano satelliti della NASA (ELaNa), che offre l’opportunità di lanci condivisi a carichi utili di classe Cubesat costruiti dalle università. Ma è stata una sfida trovare un posto in un lancio diretto nell’orbita ideale del progetto: un’orbita a 650 km, a bassa inclinazione per minimizzare la resistenza dell’atmosfera e l’esposizione alla radiazione proveniente dall’anomalia del Sud Atlantico e dai poli.
Smith ha detto che sono state prese in esame diverse orbite per trovare una finestra di lancio compatibile, e ha dichiarato: “Abbiamo valutato una gamma più ampia di quote e inclinazioni, e la nostra analisi dimostra che anche altre orbite sono compatibili.” ExoplanetSat deve raggiungere un’altitudine minima non inferiore ai 450-500 km per contenere gli effetti di attrito atmosferico e le loro conseguenze sulla durata della permanenza in orbita, mentre inclinazioni più accentuate dell’orbita possono essere prese in considerazione caso per caso.
Una traiettoria suborbitale per osservare nuovi mondi
Seppure la rilevazione del transito, attualmente in corso da parte di Kepler e prevista a breve da parte di ExoplanetSat, così come l’esame della velocità radiale, sono importanti per scoprire nuovi esopianeti, tuttavia rimangono metodi indiretti di osservazione. Per molti astronomi il Santo Graal della scienza degli esopianeti rimane l’osservazione diretta. Questa è una sfida gigantesca, soprattutto perché i pianeti sono confusi nel bagliore molto più luminoso delle stelle intorno alle quali orbitano. (l’illustrazione a fianco mostra un veicolo suborbitale riutilizzabile).
E se ci fosse un modo per schermare la luce della stella? L’idea di usare un disco di occultazione, o coronografo, per mascherare la luce di una stella, non è nuova: un coronografo nel telescopio spaziale Hubble bloccava la luce della brillante stella Fomalhaut, permettendo agli astronomi di fotografare direttamente un pianeta gigante, tre volte la massa di Giove, in orbita inorno alla stella. Questi avvistamenti diretti, tuttavia, sono tecnicamente impegnativi con gli attuali telescopi, e perciò rari. Sarebbe possibile lanciare un coronografo spaziale per consentire il rilevamento di esopianeti di dimensione terrestre. Il New Worlds Observer, come era stato originariamente concepito, consisteva di un telescopio di quattro metri di diametro in orbitta intorno al punto di librazione L2 Sole – Terra, allineato con un disco di occultamento chiamato schermo stellare, con cui volava in formazione a una distanza di 18.000 km. Il disco potrebbe essere usato anche da altri telescopi spaziali, come il James Webb Space Telescope (JWST). L’intricato disegno dello schermo stellare assomiglia a un fiore esotico, è progettato per eliminare la diffrazione della luce stellare intorno ai bordi del disco, così il telescopio può cercare in modo più efficiente pianeti poco luminosi.
In una presentazione tenutasi presso la conferenza Space Vision 2011 a Boulder, Colorado, in ottobre, Webster Cash dell’Università del Colorado ha mostrato delle simulazioni di che cosa potrebbe vedere del nostro sistema solare un telescopio equipaggiato con questo tipo di schermo stellare. Un ipotetico telescopio di 10 metri di diametro ed uno schermo stellare, posti entrambi ad una distanza di 30 anni luce, potrebbero facilmente individuare Venere e la Terra. Con 2,4 metri, il diametro di Hubble, Venere e la Terra sono appena al limite di rilevazione alla stessa distanza. “Per una distanza compresa tra i 10 ed i 15 parsec siamo assolutamente in grado di vedere gli esopianeti e di studiarli” ha detto Cash, il capo ricerca del progetto New Worlds Observer.
Il problema sta nel fatto che un sistema così dedicato sarebbe costoso da sviluppare, e ciò rende la NASA, che già è in sofferenza per i costi crescenti del JWST, reticente a finanziare questo tipo di missione, specialmente perché l’idea dello schermo stellare deve ancora essere del tutto sperimentata fuori dal laboratorio. Cash sta cercando di sostenere il progetto attraverso una dimostrazione su piccola scala. Ha detto “Quello che vogliamo davvero fare adesso è utilizzare piccoli schermi stellari ed imparare in quale modo funzionano veramente; recentemente ho speso molto tempo cercando un metodo per fare le cose più in fretta e in modo più economico”.
Un passo iniziale sarebbe porre uno schermo stellare sulla cima di una montagna a diversi chilometri di distanza dal telescopio; anche uno strumento di 20 cm sarebbe sufficiente per dimostrare l’efficacia dello schermo nel bloccare la luce stellare. Un’altra opzione sarebbe portare nella stratosfera un telescopio ed uno schermo su palloni separati, con uno dei due capace di manovrare per mantenere l’allineamento con l’altro. Ciò dovrebbe essere sufficiente per scoprire eventuali pianeti nel sistema di Alpha Centauri.
Un’idea più intrigante mette insieme la ricerca di esopianeti con le capacità imprenditoriali della nuova industria spaziale, e precisamente propone l’uso di veicoli suborbitali riutilizzabili (RLV – vedi illustrazione a fianco). Un tale veicolo porterebbe lo schermo in quota e ve lo manterrebbe per diversi minuti, mentre un telescopio al suolo esegue le osservazioni. “Questo non si può fare con un normale razzo perché non è in grado di stabilizzare la quota e controllare la sua posizione, ma la nuova generazione di veicoli suborbitali ha queste capacità” ha detto Cash aggiungendo di aver studiato questa idea in cooperazione con uno sviluppatore di veicoli suborbitali, la Masten Space Systems. “ E’ molto interessante lavorare nel mettere in relazione queste nuove tecnologie con le cose che puoi davvero realizzare con esse”.
Il vero ostacolo per Cash consiste nell’ottenere finanziamenti per sviluppare ulteriormente l’idea. In una riunione di sviluppatori di veicoli suborbitali e di ricercatori al Goddard Space Flight Centre della NASA, lo scorso settembre, ha detto che gli erano state rifiutate nove proposte di sviluppo di tecnologie correlate allo schermo stellare, comprese due poche settimane prima dell’incontro, anche se questo sviluppo tecnologico fu identificato della massima precedenza tra i progetti di media dimensione nella ultima rassegna astronomica decennale, pubblicata lo scorso anno, e ha concluso:”C’è qualcosa che non và là fuori”
Cash, tuttavia, ha dichiarato in pubblico allo Space Vision di aver pianificato di continuare a lavorare su questa idea. “ Noi continuiamo a spingerla, e ci aspettiamo di avere successo”. Con i bilanci della NASA difficilmente in grado di far fronte alle necessità di una missione principale dedicata agli esopianeti fino a chissà quando, è possibile che approcci non convenzionali come questo mantengano le migliori prospettive di realizzare l’estremo sogno degli astronomi: osservare un’altra Terra.
traduzione di FELICE GABRIELLI
Titolo originale: “Innovations in exoplanet search” scritto da Jeff Foust e pubblicato in The Space Review il 5 dicembre 2011.
Questo articolo segna la nostra partecipazione al Carnevale della Fisica #31, e inizia una fase di collaborazione con The Space Review, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.
Dal SETI archeologico nuove idee e obiettivi
Antiche specie aliene ormai estinte, o forse passate a un livello di esistenza postbiologico, potrebbero aver disseminato nelle galassie tracce e testimonianze del loro passaggio talmente cospicue da essere individuabili a milioni di anni luce di distanza dai nostri strumenti d’osservazione, per quanto primitivi al confronto. Come il classico SETI su onde radio o su laser, così il nuovo SETI archeologico può essere effettuato in background rispetto ad altre ricerche tradizionali, riducendo così il suo costo virtualmente a zero, e senza nemmeno interferire con il SETI classico. Anzi, il SETI nel suo complesso ne risulterebbe grandemente arricchito. (RF)
(immagine: M31 in Andromeda)
Avete mai riflettuto sulla possibilità di un SETI intergalattico? A prima vista, l’idea sembra assurda, sin dai tempi del Progetto Ozma abbiamo fatto SETI in una forma o nell’altra, senza alcun risultato. Se non riusciamo a captare segnali radio provenienti da stelle vicine che ci indichino l’esistenza di civiltà extraterrestri, come possiamo aspettarci di riuscire a farlo su distanze quali i 2,573 milioni di anni luce di M31, per non parlare delle galassie appena più lontane? E qui la cosa si fa impegnativa, perché quello a cui ci espone l’idea di un SETI intergalattico è la limitatezza dei nostri presupposti sul tentativo SETI nella sua globalità, vale a dire che sia più probabile abbia successo usando onde radio, e che sia in grado di aprire una comunicazione bidirezionale con gli extraterrestri.
La visibilità di una cultura galattica
Supponiamo, ad esempio, che le idee di Nikolai Kardashev sulle tipologie di civiltà siano abbastanza convincenti da essere messe alla prova. Una civiltà Kardashev di Tipo III sarebbe in grado di sfruttare le risorse energetiche non soltanto della propria stella d’origine ma anche dell’intera galassia in cui si trova. Un civiltà di Tipo III è talmente al di là delle nostra attuali capacità che è persino difficile descriverla, tuttavia è ragionevole pensare che segni tangibili di un’astroingegneria su così vasta scala potrebbero essere rilevabili almeno nelle galassie vicine, se una civiltà di questo tipo vi avesse operato. James Annis si è occupato in una sua ricerca proprio di questo, arrivando alla conclusione che né la nostra Via Lattea, né M31 o M33, le due grandi galassie limitrofe, siano state trasformate dall’intervento di una civiltà di Tipo III.
(immagine: M33 del Triangolo) Inutile specificare come questi risultati siano del tutto preliminari, e quanto siano rari questi studi. Ciò che colpisce di Annis (come dei lavori di Richard Carrigan e P.S. Wesson ) è che questi scienziati stanno inseguendo idee del tutto estranee al filone principale del SETI. Ci troviamo di fronte a un nuovo paradigma, nel quale la nozione di un “contatto” e di eventuali successivi scambi di idee tra civiltà è del tutto assente. È la ricerca di manufatti, di strutture artificiali e segni di interventi ingegneristici, intimamente connessa con la nozione di scoperta. Proprio come non possiamo avere un rapporto scambievole con la Grecia dell’età micenea mentre scaviamo alla ricerca di informazioni sul periodo di Agamennone, un’archeologia stellare potrebbe permetterci di scoprire qualcosa di ugualmente irraggiungibile, ma che vale altrettanto la pena di studiare.
Verso un SETI dysoniano
In uno scritto recente, Robert Bradbury, Milan Ćircović (Osservatorio Astronomico di Belgrado) e George Dvorsky (Institute for Ethics and Emerging Technologies) si chiedono se un SETI intergalattico potrebbe costituire un esempio di quello che chiamano un approccio “dysoniano” a SETI, una “via di mezzo” tra la tradizionale visione radiocentrica (che implicherebbe un contatto) e le reazioni ostili dei detrattori di SETI che non attribuiscono alcun valore al progetto, ritenendo che il denaro sarebbe speso meglio in altro modo. L’allusione a Freeman Dyson si basa sulla sua congettura che una società realmente sviluppata sarebbe in grado di superare i limiti dello spazio vitale planetario e della sua energia costruendo una Sfera di Dyson, capace di catturare tutta, o quasi tutta, l’energia della stella più prossima.
Una Sfera di Dyson modifica subito i termini di SETI in quanto è in linea di principio individuabile ma, a differenza dei segnali radio più vicini (provenienti da un radiofaro oppure come involontaria “dispersione” derivante dalle attività di una civiltà), potrebbe essere anche rilevata da grandi distanze astronomiche attraverso la sua traccia infrarossa. Carl Sagan è stato uno dei primi a recepire l’idea e a esplorarne le implicazioni. Dyson era dell’idea di affrontare la questione con metodo, usando i mezzi astronomici a nostra disposizione, come scrisse una volta: “… trasporre i sogni di un ingegnere frustrato nel contesto di un’astronomia rispettabile”. Anche in questo caso abbiamo assistito, sopratutto da parte del già citato Richard Carrigan, a dei tentativi di studiare le emissioni infrarosse che indicassero l’esistenza di questo genere di strutture dysoniane.
Nel loro articolo i tre autori si battono perché SETI imbocchi una nuova direzione, utilizzando un insieme di strumenti più ampio. Invece di limitarsi ai radiotelescopi o alle attrezzature ottiche, il campo d’azione del SETI verrebbe allargato includendo dati astronomici ricavabili lavorando in sinergia con altri progetti di ricerca, scandagliando settori d’indagine ben più vasti. Secondo gli autori, un SETI dysoniano prende in considerazione i nuovi sviluppi dell’astrobiologia, spingendosi fino alla scienza dei computer e alla possibilità di un’intelligenza postbiologica. Essi immaginano un SETI dysoniano, il quale implementerebbe quattro nuove strategie fondamentali in aggiunta ai vecchi metodi:
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ricerca di prodotti e manufatti tecnologici, e di tracce di civiltà tecnologicamente avanzate;
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studio di traiettorie evolutive postbiologiche e di super-intelligenza artificiale, come pure di altri importanti settori futuri di studio;
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allargamento degli obiettivi ammissibili per SETI;
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contatti interdisciplinari più stringenti con sottosettori affini dell’astrobiologia (studi sull’abitabilità galattica, biogenesi, ecc.) e con altre discipline collegabili (computer science, vita artificiale, biologia evoluzionista, filosofia della mente)
L’espansione di SETI in queste aree non sostituirebbe i metodi attuali, ma amplierebbe in modo significativo il processo nel suo insieme, in linea con l’obiettivo ambizioso di scoprire se altri esseri intelligenti condividono con noi la galassia e l’universo circostante. Se davvero esiste un Grande Silenzio, per usare le parole di David Brin, questi autori ritengono che l’unico modo per scandagliarlo proficuamente sia ampliare la nostra ricerca verso le conquiste potenzialmente osservabili di culture di gran lunga più avanzate della nostra.
L’enigma del contatto
Una chiave per estendere il campo d’azione di SETI consiste nell’interrogarsi sulla validità della stessa idea di contatto. Un presupposto che molti dei pionieri di SETI avevano in comune era che comunicare con altre specie fosse un bisogno innato, e che questo bisogno avrebbe preso la forma di radiofari o messaggi ottici intenzionali. Quello che Bradbury, Ćirković e Dvorsky definiscono come “SETI dysoniano” non parte da questo presupposto, anzi, trae la sua forza proprio dal fatto che non lo fa. Prendendo atto che non abbiamo ancora trovato una traccia indiscussa di rilevamento il SETI dysoniano afferma che non è necessario lasciarne una. Una civiltà potrebbe essere rilevabile attraverso i suoi manufatti. Una sfera di Dyson, per esempio, mostrerebbe una traccia infrarossa distinguibile dal normale spettro di un corpo stellare.
(immagine: La Grande Nube di Magellano) Una volta collocata, una sfera di Dyson dovrebbe avere una durata tale da superare potenzialmente quella della specie stessa dei suoi creatori. “Impressa negli eterni monumenti/ della gloria”, per citare il verso di Lucrezio usato dagli autori per illustrare il proprio punto di vista. In questo modo viene aggirato un grave problema segnalato da numerosi autori, cioè che la “finestra di opportunità” per un SETI basato sulle comunicazioni radio è breve, meno di un attimo se rapportata alla durata della nostra civiltà, molto meno se consideriamo quella del nostro pianeta (si riferisce al lasso di tempo in cui una civiltà potrebbe usare, per comunicare, una tecnologia basata su onde radio e laser – nde). Anche ipotizzando l’esistenza nella galassia di 106 civiltà tecnologicamente avanzate, un numero assolutamente ottimistico, è chiaro che queste culture esisteranno a differenti livelli di sviluppo. Quante probabilità ci sono che due di queste siano esattamente a quel preciso stadio di evoluzione tecnologica che permetta loro uno scambio di comunicazioni radio?
Un SETI dysoniano aggirerebbe questo problema, in quanto i giganteschi prodotti di un’astroingegneria potrebbero sopravvivere sotto forma di reperti archeologici, a prescindere dal destino della civiltà che li ha creati. L’idea sembra plausibile, e non preclude la continuazione degli sforzi di SETI nel settore delle frequenze sia radio che ottiche. Gli autori fanno però notare che anche i nostri presupposti relativi ai manufatti stessi devono essere in qualche misura corretti. Se le civiltà si muovono nella direzione di una “singolarità”, in cui l’intelligenza artificiale risulta in una sorta di evoluzione postbiologica, allora anche la ricerca delle Sfere di Dyson prende un altro aspetto.
Perché? Perché sino a ora abbiamo presupposto l’esistenza di una Sfera di Dyson grande più o meno come l’orbita terrestre, con una temperatura operativa in grado di sostenere sulla superficie del guscio una vita biologica analoga alla nostra. Questi parametri non si possono adattare alle necessità di un’esistenza postbiologica. Dall’articolo:
…da un punto di vista postbiologico, questo sembra molto dispendioso, visto che i computer che operano a temperatura ambiente (o appena più bassa) sono limitati da una soglia di kT ln 2 Brillouin, in confronto a quelli in contatto con una riserva di calore a una temperatura T più bassa…
Penso che gli autori si riferiscano a quello che viene anche chiamato il limite di Landauer, il quale definisce la quantità minima di energia necessaria per alterare un bit di informazione – qui k è la costante di Boltzman, mentre T è la temperatura del circuito (K) e ln 2 è il logaritmo naturale di 2. Comunque, più freddo è, meglio è. L’articolo continua:
Benché non sia realistico aspettarsi che l’efficienza possa essere accresciuta, nel modello reale della Galassia, attraverso il raffreddamento al limite cosmologico di 3 K , fa tuttavia una differenza considerevole, in termini di osservazione pratica, se ci si aspetta un guscio di Dyson vicino /simile a un corpo nero a 50 K piuttosto che a un corpo nero a 300 K. Questo abbassamento della temperatura del guscio esterno è in accordo con lo studio di Badescu e Cathcart… sull’efficienza di estrarre lavoro dall’energia di radiazione stellare. In questo senso, un approccio dysoniano deve essere ancora più radicale rispetto alle intuizioni pubblicate dallo stesso Dyson.
Oltre la Sfera di Dyson
Ampliare il background teoretico delle ricerche in corso (gli autori segnalano il progetto SETI@Home come esempio di vasto calcolo distribuito) significa prendere in considerazione queste nuove prospettive, e l’articolo prosegue segnalando altre possibili tracce di una civiltà extraterrestre:
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tracce chimiche insolite negli spettri stellari, le quali potrebbero indicare una cultura tecnologica che sta cercando di farsi notare da astronomi lontani;
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tracce di raggi gamma create dall’antimateria risultante dalle attività di una civiltà extraterrestre;
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passaggi riconoscibili di grandi oggetti artificiali;
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analisi di dati astronomici extragalattici, che potrebbero rivelare la presenza di strutture su larga scala e di un’astroingegneria al livello III della scala di Kardashev.
È interessante come tutti gli argomenti citati siano stati oggetto di studi iniziali, e la bibliografia dell’articolo ne dà abbondantemente conto. Queste ricerche sono state considerate poco più che delle curiosità, ma l’impatto della scoperta di oggetti chiaramente artificiali avrebbe un tale effetto di accelerazione nella consapevolezza che gli uomini hanno di sé che esse valgono senza dubbio i finanziamenti limitati adoperati sino ad ora.
Ampliare il campo di ricerca
(immagine: La Piccola Nube di Magellano) Un SETI dysoniano si muoverebbe nella direzione suggerita dallo stesso Freeman Dyson quando ragionava circa la presunta disponibilità delle civiltà aliene a comunicare fra loro, e la loro altrettanto presunta benevolenza al momento dell’incontro con i nuovi membri del “club galattico”. Dyson non ne voleva sapere, quando affermava: “Non intendo necessariamente presumere che fra società aliene debba esistere un sentimento di benevolenza o una comunanza di interessi”. E in effetti perché farlo, quando la ricerca di manufatti dysoniani come, ad esempio, le Sfere di Dyson non necessita affatto di tali presupposti, permettendoci invece di trovare applicazione a quanto stiamo man mano imparando nei settori della nanotecnologia, dell’intelligenza artificiale e dell’astrobiologia?
Perché non ampliare ulteriormente l’ambito di ricerca, aggiungendo all’impressionante e pionieristico lavoro dei primi ricercatori SETI il risultato di studi più recenti? Ci riferiamo, ad esempio, a quelli in cui Charles Lineweaver dimostra che nella zona abitabile della galassia (già di per sé un concetto relativamente nuovo) i pianeti simili alla Terra sono mediamente 1,8 miliardi di anni più vecchi del nostro pianeta. L’ipotesi di civiltà non solamente milioni ma potenzialmente miliardi di anni più vecchie della nostra riduce immediatamente l’importanza di un contatto (è difficile immaginare quale vantaggio ne trarrebbe una simile cultura aliena), lasciando invece aperta la possibilità di scoprire le opere da loro costruite ed eventualmente sopravvissute alla loro scomparsa.
Vorrei chiudere con un’altra citazione da questo stimolante saggio riguardante il vecchio e il nuovo SETI:
… i due approcci sono al momento compatibili e dovrebbero essere perseguiti in parallelo, per lo meno fino a quando non si arriverà ad avere una migliore comprensione teorica di quali siano le precondizioni per la nascita di civiltà tecnologiche nella galassia. Con ogni anno che passa le nostre capacità di trarre informazioni dall’ambiente interstellare aumentano in modo impressionante. Man mano che aumenta l’acquisizione delle informazioni, aumenta anche la nostra capacità di elaborarle e comprenderne la natura. Questo processo non solo metterà radicalmente in discussione la nostra concezione dell’Universo e ciò che pensiamo di sapere in proposito, ma metterà anche in discussione il modo in cui consideriamo noi stessi e le nostre potenzialità in quanto civiltà tecnologica.
Traduzione di Donatella Levi
Titoli originali: “Rethinking SETI’s Targets” e “Eternal Monuments Among the Stars” scritti da Paul Gilster e pubblicati in Centauri Dreams il 23 e 24 gennaio 2012
Fonte: Bradbury, Ćirković e Dvorsky, “Dysonian Approach to SETI: A Fruitful Middle Ground?”, in JBIS , Vol. 64 (2011), pp. 156-165.
Questo articolo segna la nostra partecipazione al Carnevale della Fisica #30, e prosegue una fase di collaborazione con Paul Gilster, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.
Professionisti e appassionati della scienza insieme per rilanciare il SETI
San Marino ospiterà, nell’ultima settimana di settembre, la quarta edizione del congresso “Searching for life signatures”, liberamente tradotto come “Ricerca di tracce di vita nell Universo”, nella comunicazione dell’evento in lingua italiana. La grande novità di questa edizione risiede nella scelta di far finalmente incontrare le due anime del “movimento SETI”: quella accademica e quella popolare.
La comunità scientifica SETI è oggi esposta a molte critiche per non aver ancora saputo trovare nessuna evidenza di vita intelligente nell’universo dopo 50 anni di ricerche, ma ha dimostrato di sapersi mettere in gioco allargando il dibattito su aspetti della ricerca SETI prettamente sociologici, filosofici e perfino religiosi. Ci si chiede, per esempio, chi ci troveremo di fronte nella Galassia. Alieni ipercivilizzati, pacifici ed estroversi, o una cultura aggressiva, capace perfino di trascinarci in una guerra interstellare? Tra questi due estremi hollywoodiani esiste un gran numero di scenari alternativi, dice Michael Michaud (32 anni passati nel Corpo Diplomatico degli USA) e invoca l’allargamento del dibattito agli studiosi di scienze sociali.
L’ala popolare e “militante” del SETI è invece in forte espansione. E’ costituita da astrofili e scienziati dilettanti, e dalla vasta schiera degli space enthusiasts, ossia persone di livello culturale medio-alto, molto attente e curiose, che sono venute in contatto con le idee del movimento, o semplicemente hanno sviluppato un atteggiamento positivo verso la scienza, grazie alla visione di alcuni blockbuster cinematografici e televisivi (Star Trek, Contact, Avatar), al diffondersi del Calcolo Distribuito Volontario (Seti@Home), e all’entusiasmo suscitato dalla scoperta dei pianeti extrasolari.
I contenuti scientifici della manifestazione consistono nelle relazioni presentate al comitato scientifico che, in base all’esame degli abstract, vengono divise in due gruppi, uno con le relazioni da presentare oralmente al pubblico, l’altro con quelle da illustrare su poster. I lavori del congresso sono articolati in tre sessioni:
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SETI passivo, ovvero scienza e tecnologia del modo classico di fare SETI, cercando segnali d’origine artificiale sulla frequenza di 1420 MHz, e, dagli anni 90, anche nella parte visibile dello spettro elettromagnetico (SETI ottico)
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SETI attivo, ovvero gli aspetti culturali e sociali del SETI e il METI, cioè le iniziative volte a lanciare messaggi diretti verso ipotetiche civiltà extraterrestri
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missioni spazialli future e attualmente in corso, dedicate all’individuazione di nuovi pianeti extrasolari, che, se abitabli, potrebbbero diventare bersagli privilegiati per ogni tipo di attività SETI
Ma non è tutto. Nelle intenzioni degli organizzatori, aprire le porte alla base non significa solo sollecitare l’arrivo di un maggior numero di spettatori, ma anche rivolgersi a quella rete di associazioni, club e gruppi spontanei che organizza la vita sociale della base stessa. Bisogna individuarli sul territorio, offrire loro spazi espositivi per renderli visibili dal pubblico, spingerli a proporre contenuti culturali qualificati che valorizzino la loro immagine e arricchiscano il programma della manifestazione, utilizzando gli strumenti offerti da San Marino a costo zero o comunque convenzionato. E quindi ben vengano conferenze, tavole rotonde, seminari, eventi d’ogni tipo, purchè in sintonia con lo spirito della manifestazione.
Dal punto di vista organizzativo, la parte scientifica è gestita dalla International Academy of Astronautics di Parigi (IAA), mentre per mantenere i rapporti con le dozzine di organizzazioni che rappresentano la base del movimento, è stato creato un apposito comitato locale. Il Convention & Visitors Bureau (CVB) di San Marino coordina tutta l’organizzazione, e il direttore della manifestazione è il dott. Claudio Maccone, co-presidente del Comitato Permanente SETI in seno alla IAA, e direttore tecnico della IAA stessa. (ROBERTO FLAIBANI)
Programma
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Martedì 25 settembre – mattino: cerimonia di apertura. Keynote Speakers. Conferenza stampa.
Pomeriggio: Tour guidato della Repubblica di San Marino.
Sera: Cena di Gala (per iscrizione e costi, consultare la scheda di iscrizione)
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Mercoledì 26 settembre – Mattino: SETI Passivo – Presentazione di memorie scientifiche riguardanti la scienza e la tecnologia del SETI.
Pranzo.
Pomeriggio: SETI attivo – Presentazione di memorie scientifiche riguardanti gli aspetti culturali e sociali del SETI.
Sera: tempo libero.
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Giovedì 27 settembre – Mattino: missioni spaziali attualmente in corso, oppure in fase di studio, per scoprire altri pianeti extra-solari abitabili.
Pranzo.
Pomeriggio: Dibattito generale e stesura della “San Marino Conference Declaration”.
Sera: cena medievale, con musica e intrattenimento (per iscrizione e costi, consultare la scheda di iscrizione)
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Venerdì 28 settembre – Tour giornaliero: visita a Ravenna e ai Radiotelescopi di Medicina. Ritorno a San Marino per cena. Partenza in autobus da San Marino alle ore 9 in direzione Ravenna (visita ai mosaici bizantini del VI secolo, Chiesa di Sant’Apollinare in Classe e Chiesa di San Vitale).
Proseguimento verso Medicina (vicino a Bologna) e pranzo presso il Centro Visitatori dei Radiotelescopi INAF-IRA.
Pomeriggio: Tour guidato delle tecnologie SETI-ITALIA presso i Radiotelescopi INAF-IRA. Rientro in autobus a San Marino.
Cena e pernottamento nei rispettivi hotel (serata libera).
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Sabato 29 settembre -Viaggio in autobus da San Marino a Napoli, per coloro che intenderanno fermarsi a Roma oppure proseguire per partecipare al Congresso Astronautico Internazionale (IAC) di Napoli della settimana successiva. Partenza da San Marino alle ore 8:30. Tarda mattinata: visita ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso (INFN – NEUTRINI) a motivo del fatto che, in futuro, si possa anche immaginare un SETI a neutrini (anziché a fotoni). Solo 20 visitatori verranno ammessi, scelti in base al ricevimento dell’iscrizione/pagamento. Pranzo presso un ristorante sugli Appennini, in direzione Roma. Pomeriggio a Roma: visita a Piazza Campo dei Fiori, luogo in cui Giordano Bruno venne mandato al rogo dal Tribunale dell’Inquisizione, il 17 febbraio 1600, colpevole di aver sostenuto (oltre ad altre “eresie”) che forme di vita extraterrestre potessero esistere. Il Dr. H. Paul Shuch, Direttore Esecutivo emerito della Lega SETI, interverrà in merito al Giordano Bruno Memorial Award, relazionando sui passati (e probabili futuri) vincitori del riconoscimento in memoria di Giordano Bruno. Possibilità di terminare il viaggio a Roma: fermata in Stazione Termini. Proseguimento del viaggio in autobus verso Napoli (solo per i Partecipanti al Congresso IAC). Arrivo alla Stazione Centrale di Napoli e pernottamento nei rispettivi hotel.
Tipologie di partecipanti e quote di partecipazione
Le tipologie di partecipanti individuate sono due, alle quali corrispondono differenti quote di partecipazione.
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I Partecipanti Regolari, ovvero scienziati che presenteranno la propria relazione durante il congresso, oralmente o tramite l’esposizione del poster, a seconda delle decisioni prese dal Comitato Scientifico. La quota di partecipazione da diritto alla borsa congressuale e a partecipare a tutte le sessioni del congresso nelle giornate del 25-26-27 settembre 2012. L’importo della quota per i tre giorni è pari a 200 euro se pagato entro il 31/8/12, oppure 250 euro se pagato dopo tale data.
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I Fan, ovvero astrofili, studiosi a livello amatoriale e space-enthusiasts, i quali desiderano partecipare al congresso per interesse personale e non professionale. La quota di partecipazione da diritto alla borsa congressuale e a partecipare a tutte le sessioni del congresso nelle giornate del 25-26-27 settembre 2012. L’importo della quota per i tre giorni è pari a 50 euro se pagato entro il 31/8/12, oppure 80 euro se pagato dopo tale data. I fan che vorranno seguire le relazioni scientifiche del congresso in lingua italiana potranno noleggiare cuffia e ricevitore per la traduzione simultanea con un piccolo costo aggiuntivo.
Tutte le quote di partecipazione dovranno essere pagate anticipatamente, compilando l’opportuno modulo di iscrizione. Ogni partecipante registrato riceverà il proprio badge identificativo, che dovrà essere indossato in ogni momento durante i lavori. Solo chi indosserà il badge identificativo potrà accedere al Centro Congressi Kursaal (sede del congresso). Ogni partecipante registrato potrà decidere se prendere parte alle escursioni considerate parti del congresso, e cioè:
Venerdì 28 settembre: Ravenna e i radiotelescopi di Medicina – ritorno a San Marino in orario di cena. La quota di partecipazione per l’intera giornata di escursione include il trasporto A/R in autobus, il tour storico-artistico della Ravenna bizantina, la visita tecnica ai radiotelescopi di Medicina e il pranzo in un ristorante nei pressi del sito scientifico di Medicina (per iscrizione e costi, consultare la scheda di iscrizione).
Sabato 29 settembre: Laboratori del Gran Sasso e omaggio al monumento a Giordano Bruno in Roma. La quota di partecipazione per l’intera giornata di escursione include il trasporto in autobus da San Marino a Roma e Napoli, la visita tecnica ai Laboratori del Gran Sasso, il pranzo in un ristorante locale e la visita a Roma (per iscrizione e costi, consultare la scheda di iscrizione). Ai partecipanti che non intenderanno proseguire verso Napoli (non partecipando al 63° Congresso IAC), sarà data la possibilità di fermarsi a Roma presso la Stazione Termini. Tutti gli altri proseguiranno verso Napoli, con arrivo in tarda serata presso la Stazione Ferroviaria Centrale, da dove verranno accompagnati ai rispettivi hotel per il pernottamento.
Call For Papers
Il Comitato Permanente SETI dell’Accademia Internazionale di Astronautica (IAA) invita chiunque sia interessato a sottoporre il proprio abstract all’attenzione del Comitato Scientifico del congresso entro e non oltre domenica 24 giugno 2012. L’abstract (lunghezza massima 400 parole) deve essere inviato via e-mail al seguente indirizzo: searchforlife@iaamail.org. Abstract, relazioni, presentazioni e altri materiali d’interesse congressuale devono essere prodotti in lingua inglese.
*VISITA* il Centro Congressi Kursaal di San Marino (virtual tour)
*DOWNLOAD* the full “Call for Papers”, with all forms, in English
*DOWNLOAD* the event presentation, in English
*SCARICA* il documento “Call for Papers” completo, con tutta la modulistica, in italiano (non pronto)
*SCARICA* la presentazione dell’evento, in italiano
Questo post partecipa al Carnevale della Fisica #29
dal titolo “Fisica delle bolle“
In memoria di un pioniere dell’astronautica
Il fisico Les Shepherd ha lasciato amici in tutta la comunità astronautica. Claudio Maccone, che ha lavorato con Shepherd in numerose occasioni, si è subito offerto di comunicarci il suo ricordo di quest’uomo eccezionale, che ha aiutato con i suoi standard di eccellenza e il suo costante supporto molti giovani scienziati agli inizi della loro carriera nelle scienze dello spazio (Paul Gilster).
Un giovanotto (44 anni, vale a dire “giovane” secondo gli standard dell’IAA, l’Accademia Internazionale di Astronautica) si unisce al Comitato per l’Esplorazione dello Spazio Interstellare (ISEC) dell’IAA guidato dal Les Shepherd e Giovanni Vulpetti.
Questo accadde a Washington, al World Space Congress, conosciuto anche come il 43° International Astronautical Congress (IAC), (28 agosto-5 settembre 1992).
Allora lavoravo a Torino presso l’Alenia Spazio SpA, e avevo questo amore segreto per le future missioni spaziali interstellari (“segreto” in quanto nella mia società ovviamente nessuno era interessato). Mi consultai quindi con il mio vecchio amico e “maestro” (è più grande di me) Giovanni Vulpetti, che lavorava alla Telespazio di Roma in una posizione simile a quella da me occupata alla Alena Spazio di Torino. In Italia le due società spaziali erano allora rivali, in concorrenza per i fondi sia dell’ESA che dell’ASI, e a volte anche per quelli della NASA, e questo rendeva le nostre conversazioni “rischiose”. Giovanni disse: “Se vieni a Washington a tue spese (Alenia non mi avrebbe mai finanziato una missione legata all’esplorazione interstellare) ti presenterò a Leslie Shepherd, fisico di altissimo livello e Presidente dell’ISEC. All’epoca avevo appena organizzato presso il Politecnico di Torino la prima conferenza mai tenuta sulla missione spaziale “FOCAL verso le 550 AU“ (18 giugno 1992) (fig. 1) e così decisi di provare.
Mi recai a Washington, dove incontrai per la prima volta Les Shepherd. Era un aristocratico della fisica, sapete, ma con un senso dell’umorismo tipicamente britannico. Dopo che Giovanni ci ebbe presentati, a un certo punto l’orgoglio mi spinse a dirgli che avevo ottenuto il mio Ph.D. presso il Dipartimento di Matematica del King’s College, Università di Londra.
Il dr. Leslie Shepherd rispose: “Ti perdono. Io ho ottenuto il mio Ph.D. presso lo University College di Gower Street!”, e naturalmente questo mi tappò la bocca, poiché mi ero completamente dimenticato la secolare rivalità tra i due più famosi college dell’Università di Londra. Più tardi devo avere pensato qualcosa come: “Accidenti…, l’ho appena conosciuto e ho subito rovinato la mia reputazione di fronte a questo Aristocratico Britannico della Scienza”. Ma questo non accadde, grazie all’apertura mentale di Les e di Giovanni. Anzi, all’epoca del Congresso dell’IAF tenutosi nel 1997 a Torino (la mia città) ero già arrivato ad occupare la posizione di Segretario dell’ISEC, di cui Les Shepherd era Presidente e Giovanni Vulpetti Vicepresidente. Sfortunatamente, durante la ristrutturazione dell’IAA avvenuta intorno al 2000 l’ISEC venne alla fine smantellata , e dovette essere …. “reinventata” sotto altre forme.
Fig. 1: la prima conferenza mai tenuta sulla missione spaziale “FOCAL verso le 550 AU”, Politecnico di Torino, 18 giugno 1992.
L’equazione relativistica del razzo sviluppata da Jakob Ackeret: qualcosa che Les e io avevamo in comune…
Quando ero uno studente di fisica a Torino (1967-72) dovevo superare un esame chiamato “Meccanica Superiore”. Si trattava naturalmente della meccanica classica (rispetto alla meccanica quantistica) ed il libro di testo era quello su cui intere generazioni di fisici avevano imparato l’argomento, “Meccanica Classica”, di Herbert Goldstein. Alla pagina 213, l’esercizio 10 era il mio preferito: l’equazione relativistica del razzo sviluppata dall’ingegnere aeronautico svizzero Jakob Ackeret (1898-1981) da lui pubblicata in tedesco nell’aprile del 1946 negli Helvetica Physica Acta. Les Shepherd una volta mi disse che anche lui aveva ammirato quell’equazione dal primo momento che l’aveva vista, poiché essa indicava chiaramente che la relatività (speciale) di Einstein non riguardava solamente i fisici delle particelle, ma poteva essere anche applicata al volo interstellare relativistico! Non solo, ma Les mi disse che era stato lui a far tradurre l’articolo di Ackeret dal tedesco in inglese, facendolo quindi pubblicare sul Journal of the British Interplanetary Society, Vol 6 (1947), pagg. 116-123. Grazie, Les!
Aneddoto # 1: quanto poteva essere testardo un aristocratico britannico nel rifiutare un articolo che non gli piaceva.
Dopo il 1992 Les, Giovanni e io fummo coinvolti nella selezione dei testi da accettare per la Sezione ISEC del Congresso dell’IAF (come allora si chiamava l’attuale IAC). Ricordo (doveva trattarsi del Paris Spring Meeting del 1994) che eravamo incerti se accettare o rifiutare un articolo per l’IAF che si doveva tenere a Gerusalemme tra il 9 e il 14 ottobre di quell’anno (all’epoca la mia posizione in Alenia era migliorata e così potevo finalmente partecipare all’IAF di Gerusalemme a spese della società: fantastico!). Devo confessare che cercavo sempre di accettare gli articoli anche se non mi piacevano. Questo si doveva a un mio “pregiudizio” che, a volte, i giovani non hanno le risorse economiche per potersi registrare e poi recare alle grandi conferenze, e ricevono il finanziamento dalle loro società soltanto se il loro articolo viene accettato.
Les e io stavamo dunque educatamente discutendo un caso simile, e io ero convinto che sarei riuscito a convincerlo ad accettare l’articolo usando le “educate tecniche britanniche di persuasione” che avevo appreso al King’s College di Londra durante il mio Ph.D. Beh, mi ero sbagliato. “Mi hai dato un sacco di buone ragioni” – disse Les (ricordo ancora le sue parole) – per rifiutare questo articolo”, e riuscì a controbattere tutti i miei argomenti uno ad uno, finché alla fine l’articolo fu in effetti rifiutato. Mamma mia…. sapete, quella era la generazione dei Difensori dell’Impero Britannico che avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale….
Aneddoto # 2: come un aristocratico britannico poteva essere abbastanza amichevole da “insegnare” le parole di Fred Astaire ad un nuovo arrivato italiano…
Prima di andare avanti, per favore cliccate qui e ascoltate questa canzone. Beh, questo è il famoso Fred Astaire nel film “Follow the Fleet” (1936), la canzone è “We saw the Sea”. Les Shepherd aveva all’epoca 18 anni, per cui è abbastanza naturale che avesse imparato a memoria le parole della canzone. Ma non è così naturale che potesse insegnarle molti anni dopo ad un italiano appena arrivato che stava imparando l’inglese, come me. Per comprendere meglio la situazione dovete tenere presente che Internet non è diffuso da molto tempo. Dunque, una volta verso la fine degli anni ’90 Les e io stavamo parlando e credo di avergli detto che, per migliorare il mio inglese colloquiale, mi piaceva guardare in TV i film anglo-americani, poiché le canzoni non potevano essere tradotte in italiano e quindi erano quelle originali. Aggiunsi poi che amavo particolarmente quella che avete appena ascoltato. Bene, avevo appena finito di parlare, quando Les mi insegnò immediatamente le parole. Le sapeva tutte a memoria, cosa per me incredibile! Che grande Amico è stato!
Aneddoto # 3: come un aristocratico britannico e sua moglie siano stati così gentili da perdonare a persone di un ceto sociale inferiore la loro mancanza di cultura…..
Per finire un racconto che riguarda Les Shepherd, sua moglie e mia madre. Non mi vergogno affatto di confessare che provengo da una famiglia del ceto popolare: mio padre era un operaio della Pirelli, mia madre una sarta, e non parlavano alcuna lingua straniera. Ma ero il loro unico figlio, mi amavano e hanno sempre appoggiato in tutti i modi la mia fame di conoscenza, fino a farmi arrivare al King’s College di Londra per il mio Ph.D in matematica.
Ma torniamo a Les e a sua moglie. Un giorno dovettero chiamarmi per qualche ragione al telefono dall’Inghilterra. Io non mi trovavo a casa, stavo lavorando all’Alenia, e al telefono rispose mia madre. Udì una signora che parlava inglese, e non riusciva a capirla. A un certo punto, tuttavia, mia madre udì questa parola italiana “Pastore… Pastore… Pastore” e intanto al telefono la signora continuava a parlare in inglese. Quando tornai a casa dopo il lavoro, mia madre mi riferì la strana telefonata, che rimase un mistero anche per me. Fino a quando non ho incontrato gli Shepherd alcuni mesi dopo, e la signora mi disse: “Sai, abbiamo cercato di chiamarti al telefono, ma tua madre non ha capito e ha messo giù – Sheperd in italiano vuol dire Pastore!
Traduzione di Donatella Levi
Titolo originale “Remembering an Astronautical Pioneer“ di Claudio Maccone
pubblicato su Centauri Dreams il 29 febbraio 2012
Wow! Alla ricerca del segnale fantasma
Bob Gray è solitario, determinato e visionario come solo chi si occupa direttamente di SETI può essere. Ha dedicato 22 anni della sua vita alla ricerca del Graal dei radioastronomi: l’elusivo, sfuggente e fantomatico segnale Wow! Il libro di cui presentiamo la recensione è il diario di una cerca senza frutti e forse senza fine.
Il segnale arrivò dallo spazio al radiotelescopio Big Ear (grande orecchio) in Ohio alle 23:16 nella notte del 15 Agosto 1977. Arrivò forte e chiaro, e superò di almeno 30 volte il volume del rumore di fondo, occupando una ampiezza di banda di soli 10 KHz. La sua parte centrale ebbe una durata di 38 secondi, il tempo che impiega il fascio radio del Big Ear ad attraversare un singolo punto nel cielo, e cadeva quasi esattamente sulla frequenza nella quale gli scienziati SETI speravano di trovarlo: 1420 megahertz, la frequenza di emissione dell`idrogeno. Era esattamente quello che gli scienziati SETI si aspettavano, un segnale credibilmente artificiale proveniente dalle stelle, che avrebbe potuto trasportare un messaggio proveniente da entità aliene distanti anni-luce. (Prima immagine: Wow! Credits: Columbus Dispatch)
Quando arrivò, nessuno era presente a ricevere il segnale.
Il fascio del telescopio esplorò silenziosamente il cielo, il ricevitore e lo spettrometro registrarono e analizzarono i dati, e una stampante crepitò nel buio, registrando tutto in un flusso continuo di numeri e lettere. Quando il volontario del Big Ear Jerry Ehman esaminò lo stampato pochi giorni dopo, la sequenza registrata del segnale gli apparve in evidenza sulla carta: 6EQUJ5. Ehman fece un cerchio sulla sequenza e a margine annotò una semplice e concisa espressione di meraviglia:”Wow!” Quella fu la prima volta che il segnale Wow! fu ricevuto. Fino ad oggi anche l’ultima.
Benché fosse forte e chiaro, il segnale Wow! scomparve non appena fu trovato.
Fu ricevuto da uno dei due fasci del Big Ear che si inseguono attraverso il cielo in sequenza ravvicinata, ma non dall’altro. Questo fato da solo è la dimostrazione che non si trattava di un segnale lungo e continuo, ma di uno intermittente. Anche un segnale intermittente dovrebbe potersi osservare di nuovo, e il team del Big Ear ritornò più di 50 volte nella regione del cielo dalla quale il segnale Wow! era originato, sperando di catturarlo. Non trovarono nulla. Il segnale SETI Wow! è stato il singolo risultato più intrigante mai prodotto dalla ricerca di intelligenze extraterrestri. Ma senza osservazioni ripetute non c’e` modo di sapere se sia stato veramente un segnale proveniente dalle stelle.
Nessuno ha speso più tempo ed energie alla ricerca del segnale Wow! di Bob Gray, l’autore di” The Elusive Wow!: Searching for Extraterrestrial Intelligence”. Gray non era un astronomo professionista, il tipo che lavorava in un dipartimento accademico e riceveva un regolare assegno da una università o da un osservatorio. Gray lavorava come sistemista informatico, questo significava che in radioastronomia era tecnicamente un dilettante, nel miglior senso del termine: uno che fa il suo lavoro per passione. Ma quando si arrivava agli aspetti pratici per l’organizzazione della ricerca dell’intelligenza extraterrestre, diventava un vero professionista. (Seconda immagine: com’era il Big Ear prima di essere demolito nel 1998. Credits: Big Ear Observatory)
Gray aveva sentito parlare del segnale Wow! pochi anni dopo la sua rilevazione, ed era rimasto affascinato dalle sue potenziali implicazioni. Contattò il gruppo dell’Ohio, visitò il Big Ear, ed ebbe lunghe conversazioni con Jerry Ehman, con Bob Dixon, il direttore del progetto SETI, e con John Kraun, il progettista del telescopio. La discussione lo convinse che il Wow! non fosse un falso o un caso di interferenza terrestre, ma più verosimilmente provenisse dalle stelle. Apprese anche che, eccetto gli sporadici tentativi del gruppo del Big Ear, nessun’altro aveva allo stato attuale tentato di trovarlo di nuovo.
Gray era sorpreso. Data l’enorme importanza di ciò che il segnale Wow! avrebbe potuto rivelare, si aspettava che gli astronomi facessero ressa per avere l’occasione di studiarlo, ma non era proprio quello il caso. La ragione, arrivò a capire, era che il tempo di osservazione nei più grandi radiotelescopi del mondo costituiva una merce rara e molto ricercata. Una volta che gli scienziati si erano assicurati poche ore o giorni di lavoro di quelle grandi parabole, utilizzavano comprensibilmente ogni minuto disponibile per portare avanti i propri progetti, e non avevano tempo per ricerche romantiche come quella degli alieni.
Ma come outsider, Gray non era aggravato dalle consuete pressioni della vita accademica. Non doveva preoccuparsi del numero delle pubblicazioni, di istruire pratiche per i finanziamenti o di comitati di revisione, ed era libero di perseguire ciò che egli vedeva come il quesito più importante di tutti: siamo soli nell’universo? Non voleva aspettare che i professionisti se ne occupassero, e prese la sua decisione: avrebbe cercato il segnale Wow! da solo. (Terza immagine: il radiotelescopio da 25 meti dell’Oak Ridge Observatory. Credits: Harvard University e Oak Ridge Observatory)
Nella prima parte di:”The Elusive Wow!” Gray racconta la storia della caccia al segnale Wow! durata 22 anni. La sua prima idea era stata di costruirsi il radiotelescopio partendo da zero, e di puntarlo verso le coordinate celesti da dove il segnale aveva avuto origine. Questo non era cosi inverosimile come sembrava: Gray aveva una considerevole esperienza di elettronica, perchè aveva costruito radio da giovane. Calcolò che una parabola relativamente piccola sarebbe stata abbastanza sensibile da rivelare un segnale forte come quello ricevuto dal Big Ear, che comunque nessun altro stava cercando. Se c’era un segnale regolare proveniente dalla posizione del Wow!, pensava Gray, avrebbe potuto captarlo.
La costruzione del radiotelescopio si rivelò molto più impegnativa di quanto Gray si aspettasse. A un raduno di radioamatori trovò una parabola di quasi 6 metri di diametro appartenuta a una torre per telecomunicazioni e una montatura orientabile proveniente da un impianto radar della seconda guerra mondiale. Trasportò i carichi ingombranti durante la notte per evitare la polizia, e poi fece rotolare il disco fino alla sua casa a Chicago. Provò a costruire un ricevitore e uno spettrometro da solo, ma alla fine ricevette in dono delle apparecchiature moderne da società private e da laboratori universitari. A partire dal 1983 e per i seguenti 15 anni, il piccolo radio osservatorio di Gray operò regolarmente, e alcune volte in modo continuo per mesi. Fece tutto quello che era possibile chiedergli, ma non trovò traccia dell’elusivo Wow!.
Nel 1987 Gray prese una pausa dalla sua ricerca e andò all’Osservatorio di Oak Ridge vicino alla città di Harvard nel Massachusetts. Era lì che il fisico Paul Horowitz conduceva una ricerca SETI per conto della Planetary Society, denominata META (analisi di un milione di canali extraterrestri), utilizzando il radiotelescopio Harvard Smithsonian da 25 metri. Horowitz gli concesse il controllo degli stumenti per un tempo concordato. Gray si mise al lavoro. La gigantesca parabola e gli avanzati controlli automatici consentivano a Gray di osservare con una sensibilità di gran lunga maggiore ed una durata molto più estesa rispetto alla strumentazione relativamente semplice che aveva a casa, ma un’altra volta la ricerca risultò vana.
Il passo seguente di Gray fu verso una delle grandi meraviglie del mondo della radioastronomia il Very Large Array nel deserto del New Mexico (VLA). (Quarta immagine: VLA. Credits: Google). Non si tratta di una unica parabola, ma di un insieme di 27 parabole, ciascuna di 25 metri di diametro e alta come un palazzo di dieci piani. Le enormi antenne non sono fisse, ma montate su binari, e possono essere disposte secondo differenti configurazioni, in base alle necessità dei ricercatori. Quando viene configurato nel modo più esteso, il VLA assume le caratteristiche un’unica mostruosa parabola con un diametro di circa 40 km. Per utilizzare questo strumento avveniristico, non bastava avere udienza presso un professore bendisposto come Paul Horowitz. La competizione per l’assegnazione del tempo di utilizzo del VLA era accanita, e l’unico modo per ottenerlo era attraverso gli opportuni canali ufficiali. Così Gray, con un po’ di aiuto da parte dei suoi amici dell’università, presentò un progetto e, con sua grande sorpresa, gli furono concesse quattro ore di osservazione nel settembre del 1995. A notte fonda si inoltrò nel deserto per raggiungere le grandi parabole che si volgevano verso la zona del segnale Wow!. Quando Gray tornò a casa e analizzò i risultati, gli sembrò che ci fossero davvero alcune radiosorgenti sconosciute molto vicine a dove il Wow! aveva avuto origine, ma non era chiaro se fossero o meno ”naturali”. La differenza sta nel fatto che le sorgenti naturali sono distribuite su di una ampia banda di frequenze, mentre, per quanto ne sappiamo, solo i segnali artificiali sono rigorosamente a banda stretta. Per verificare questo, Gray ritornò nel New Mexico, per altre quattro ore di osservazione nel maggio del 1996, cercando nella stessa zona del cielo, ma a una frequenza più alta. Le radiosorgenti che aveva trovato erano ancora presenti. Questo significava che non erano limitate ad una banda stretta e perciò quasi certamente naturali. La caccia continuò.
L’ultimo tentativo importante di scovare il segnale Wow! Lo portò completamente dall’altra parte della pianeta, nell’isola di Tasmania a sud dell’Australia. La posizione era isolata, ma i vantaggi erano evidenti. La regione del cielo dalla quale il segnale proveniva si elevava sopra l’orizzonte nell’emisfero Nord solamente per quattro ore, Mentre dalla Tasmania poteva essere osservata per più di quattordici ore in modo continuo. Questo era particolarmente importante se, come Gray sospettava, il segnale era intermittente e poteva essere ricevuto solo una volta ogni molte ore. Più a lungo si osservava in modo continuo, maggiori erano le possibilità di ricevere un segnale intermittente. (Quinta immagine: Il Mount Pleasant Radio Observatory in Tasmania, Australia. Credits: University of Tasmania).
Il radiotelescopio del Mount Pleasant Observatory in Tasmania ha un diametro di 26 metri, simile come dimensioni alla parabola di Oak Ridge dove Paul Horowitz aveva diretto la ricerca META. Lo spettrometro della parabola riproduceva opportunamente i canali usati nella ricerca del Big Ear con una certa approssimazione, rendendo relativamente facile confrontare i due segnali. Per condurre la ricerca Gray collaborò con Simon Ellingsen, che stava portando avanti le sue ricerche a Mount Pleasant, ma era lieto di concedere del tempo di osservazione per la ricerca del Wow!. Nell’ottobre del 1998 e nel marzo del 1999 Ellingsen puntò la grande parabola nella direzione dalla quale il segnale Wow! era arrivato due decadi prima. Quando analizzarono i dati sembrò che ci potesse essere qualcosa come un segnale non proprio identico all’originale, ma ancora relativamente intenso e insolito, proveniente da una zona molto vicina. E così, nel novembre del 2005, Ellingsen tentò un’altra volta, osservando il punto esatto per altre sette ore. Trovò molte più interferenze rispetto a sei anni prima, ma nessuna traccia del segnale Wow!
Il libro ”The Elusive Wow!” racconta con nitidezza e humor la storia della ricerca del segnale Wow! durata un quarto di secolo. Aneddoti personali sono intrecciati con chiare spiegazioni sulle caratteristiche delle diverse ricerche e sul funzionamento dei ricevitori a basso rumore e degli analizzatori di spettro. Gray è un maestro nello spiegare il lato tecnico della ricerca in un modo che sia accessibile ai non specialisti ed appassionante per i cultori del SETI. Il talento per la divulgazione è evidente anche nella seconda parte del libro, che fornisce una più ampia panoramica sul SETI, la sua storia, e le sue prospettive di successo. Qui Gray fornisce una meticolosa indagine su cosa gli scienziati conoscono attualmente sulle origini della vita e l’alta probabilità che la vita esista su altri mondi.
La presenza nell’universo di esseri intelligenti e dotati di tecnologia (il solo tipo di alieni che possiamo sperare di scoprire con il SETI) è più incerta, perchè sulla Terra tali esseri si sono sviluppati una sola volta e hanno impiegato miliardi di anni nel tentativo. Ma perfino su questo Gray è ottimista, e dimostra con argomenti convincenti che fra miliardi di stelle e pianeti che popolano la nostra galassia ci dovrebbero essere molte civiltà tecnologiche capaci di comunicare con noi. Gray non ha rintracciato il segnale Wow!, ma nemmeno si è arreso e, sebbene qualcuno consideri forzata l’idea che il segnale sia originato da extraterrestri, fa notare che nessuno ha finora fornito una spiegazione migliore. E così, nonostante la sua elusività, egli considera tuttora il Wow! essere: ”uno strattone piuttosto forte al filo da pesca cosmico”, un traccia di cosa ci potrebbe essere là fuori. Il 15 agosto 1977 , un segnale che quasi certamente proveniva dalle stelle fu ricevuto distintamente dal radiotelescopio Big Ear. Era davvero un messaggio proveniente da esseri extraterrestri, un faro solitario di una civiltà avanzata distante anni-luce?
Il solo modo per scoprirlo e’ di continuare la ricerca.
Traduzione di Pierfelice Gabrielli
Titolo originale: One Man’s Quest for SETI’s Most Promising Signal
a cura di Amir Alexander
Recensione del volume di Robert H. Gray, The Elusive Wow!: Searching for Extraterrestrial Intelligence (Chicago: Palmer Square Press, 2011).
pubblicata il 27 gennaio 2012
da The Planetary Society Blog, diretto da Emily Lakdawalla
Anche i Klingoniani hanno un’anima
Durante il “100yss Symposium” di Orlando in Florida, in cui sono state poste le basi del nuovo movimento per il volo interstellare, hanno avuto luogo un gran numero di interventi, una buona metà dei quali riguardava la propulsione. Di questi abbiamo parlato in un articolo precedente, mentre su altri siamo in grado di dare notizie solo ora. Uno di quelli che ha fatto più scalpore, sopratutto per il modo pittoresco in cui è stato proposto, è l’intervento dell’esoteologo tedesco dott. Christian Weidemann, intitolato: “Gesù è morto anche per i Klingoniani?”, che, in estrema sintesi, propone un interrogativo teologico riguardo all’efficacia del sacrificio di Cristo nei confronti di razze senzienti di altri pianeti, nello specifico dei Klingoniani, divenuti attraverso la saga di Star Trek il simbolo di ogni possibile alieno. Qui di seguito, Sergio Valzania e Christian Weidemann sottopongono ai lettori le loro analisi. Le parole dell’astrofisico gesuita Guy Consolmagno chiudono il caso.(RF)
ANIMA KLINGONIANA di Sergio Valzania
Penso che la questione vada innanzi tutto formulata in modo corretto, ossia collegandola non solo al momento storico del sacrificio, evento privilegiato dalla tradizione ortodossa che vede nella Pasqua la maggior ricorrenza liturgica dell’anno, ma anche alla nascita di Cristo e al mistero dell’incarnazione, secondo il sentimento cattolico che individua nel Natale la grande festa fondativa del mondo, nella celebrazione della quale la memoria della creazione e quella della salvezza si congiungono. Proprio nella messa di Natale viene letto l’incipit del vangelo di san Giovanni, dove il Cristo è presentato con le parole:
“Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.” (Gv 1,2-3)
Il brano evangelico sarebbe di per sé sufficiente a chiarire la questione. Il creato viene all’esistenza per mezzo del Cristo, senza la cui mediazione attiva non è stato fatto niente di ciò che esiste. Qualunque cosa faccia parte del creato è a Lui collegata e vive attraverso di Lui. Il testo non lascia dubbi di sorta.
Quanto all’evento dell’incarnazione storica avvenuta a Betlemme e congiunta in modo misterioso all’incarnazione precedente al tempo e alla storia, che ha prodotto la creazione, sono opportune alcune riflessioni, comunque rispettose della dimensione divina del sacrificio di Cristo. E’ necessario ricordare che ci troviamo nell’ambito del mistero rivelato, ossia offerto come dono alla contemplazione dei credenti, per aiutarne la crescita spirituale. Il mistero infatti si contempla, non si scioglie, dato che la sua complessità è superiore alle possibilità dell’intelligenza umana. Non si tratta di un indovinello.
Le tre obbiezioni che sono state portate al fatto che Gesù Cristo abbia salvato anche i Klingoniani, per mantenere la forma pittoresca nella quale la questione è stata posta, sono le seguenti:
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La Terra è solo un piccolo e insignificante pianeta ai margini di una sperduta galassia minore: perché mai il Cristo avrebbe dovuto nascere proprio qui?
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I Klingoniani non hanno avuto modo di incontrare Gesù, né di avere notizie della sua predicazione prima dell’incontro con gli uomini;
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I Klingoniani non sanno cos’è il peccato e quindi non possono essere riscattati da esso.
Le risposte a tali obbiezioni sono molto semplici e immediate.
Cristo ha deciso di nascere in una stalla, in un paesino di una provincia marginale dell’impero romano. La collocazione galattica è omogenea a quella scelta sulla Terra. Semmai la perifericità del nostro pianeta vale di conferma al fatto che Cristo vi sia nato. Se non lo avesse fatto qui sarebbe stato in un posto simile.
“Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore.” (Is 45,15)
La seconda obbiezione non è esclusiva dei Klingoniani. Molti uomini e molte donne sono nati e vissuti prima dell’avvento storico di Cristo e molti altri non hanno avuto notizia della predicazione evangelica anche se al momento della loro nascita essa era già avvenuta. Questo non significa che Cristo non abbia salvato anche loro. Egli è venuto per tutti gli uomini e le donne e gli esseri senzienti di tutti i tempi. Egli prima crea e poi salva l’universo, Klingoniani e alieni compresi. Il concetto di umanità coincide con quello di creazione. L’atto divino non conosce limiti né di spazio né di tempo. Altrimenti perderebbe il suo carattere di assoluto.
“Riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere.” (Qo 3,14)
L’ultima obbiezione, relativa al peccato, ha un sapore protestante. La riflessione di Lutero e Calvino, a seguito di quella agostiniana, ha approfondito questo genere di argomenti. Innanzi tutto va ricordato che è il senso etico e non l’intelligenza a rendere senzienti le creature. Un uomo e una donna sono esseri senzienti perché sanno distinguere il bene dal male; altrimenti sarebbero senzienti anche i computer. Tornando al tema della salvezza, bisogna ricordare che Gesù salva dalla morte, non dal peccato. Il dono che egli reca è la vita eterna, attraverso di Lui siamo liberati dalla morte, fisica e spirituale. Lui è la via, la verità è la vita che ci conducono e uniscono al Padre. Che ama e accoglie noi uomini e donne come i klingoniani e le klingoniane.
“Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).
CONTRO IL GEOCENTRISMO TRADIZIONALISTA, di Christian Weidemann
Prima di tutto permettetemi di chiarire un possibile malinteso. Io non sto affermando che gli autori convinti che un evento storico sulla Terra abbia salvato l’intero cosmo abitato siano per questo colpevoli di una sorta di arroganza antropocentrica o di “sciovinismo intergalattico” – anzi il contrario. Si consideri, per esempio, l’umile retorica con cui il teologo e sostenitore del geocentrismo soteriologico (la disciplina che pone la Terra al centro del progetto divino di salvezza cosmica) del XIX secolo Joseph Pohle conclude il suo libro sull’argomento:
“Dio è sceso sulla Terra, anche se, da un punto di vista cosmico, è uno dei più insignificanti e miseri corpi celesti. E’ in questo che risiede il vero carattere divino del suo atto salvifico: Dio non sceglie il grande e il potente, ma si prende cura del debole e del piccolo con sguardo amorevole. Non in un palazzo reale è nato il verbo incarnato, ma in una mangiatoia; non sullo splendido pianeta di un qualche bel sistema stellare binario Dio si è fatto uomo, ma su questo minuscolo granello di sabbia, la Terra.”
Il problema del geocentrismo soteriologico non è di natura morale ma riguarda i principi e il metodo della ricerca scientifica. Come il marchio tolemaico del geocentrismo, esso viola palesemente il Principio di Mediocrità (PM). Ecco una semplice applicazione di tale principio:
“Supponiamo che una donna si svegli in una stanza vuota e senza finestre in preda a un attacco di amnesia retrograda. Ha perso tutte le sue memorie personali, non ricorda nemmeno come si chiama la lingua che parla. Ma le sue conoscenze demogeografiche sono invece rimaste intatte. Per avere un qualche punto di partenza comincia quindi a chiedersi di che nazionalità potrebbe essere. E conclude che ha molte probabilità di essere cinese o indiana.”
Questa deduzione sembra perfettamente ragionevole, eppure qualcuno potrebbe obiettare: “Ma la signora non potrebbe essere del Liechtenstein?” Cerco che potrebbe, ma è piuttosto improbabile. Nella stessa linea, se Dio si è incarnato una sola volta, non dovremmo aspettarci senza una forte argomentazione di vivere sul “pianeta prescelto”. Si potrebbe obiettare, tuttavia, che l’influenza del (PM) che ci insegna a considerare media la nostra posizione, diminuisce all’aumentare delle informazioni che abbiamo sulla nostra effettiva condizione. Un osservatore dovrebbe ragionare come se fosse un campione preso a caso tra tutti gli osservatori intelligenti che compongono la sua classe di riferimento, a meno che non abbia una prova inattaccabile del contrario. Se un giocatore del superenalotto non riesce a seguire l’estrazione dei numeri vincenti dovrebbe, fino a prova contraria, supporre che la propria posizione tra tutti quelli che come lui hanno giocato, è media, cioè che non ha vinto. Ma leggendo sul giornale che la sua combinazione è stata estratta, o telefonando agli organizzatori della lotteria o, finalmente controllando il suo conto in banca, potrebbe scoprire che, invece, la sua posizione è piuttosto particolare.
Allo stesso modo, esiste forse una prova che la Terra svolga un ruolo speciale nel progetto divino per la salvezza cosmica, cioè che Dio (o la seconda persona della Trinità) abbia scelto il nostro pianeta tra miliardi di candidati come palcoscenico della sua incarnazione? Io credo di no.
Tanto per cominciare, la probabilità di trovarsi esattamente sul pianeta che Dio sceglie tra miliardi o trilioni di alternative per la sua unica incarnazione, è ancora più bassa di quella di riuscire a indovinare i numeri del superenalotto. Indubbiamente ci sono stati alcuni interessanti tentativi di addurre argomenti induttivi a favore della storicità della resurrezione di Gesù. Pur con i loro eventuali meriti, tali ragionamenti possono, nella migliore delle ipotesi, rendere verosimile che l’evento miracoloso (cioè naturalisticamente inspiegabile), si sia verificato 2000 anni fa nel Vicino Oriente. Però, tali ragionamenti non sono in grado di dimostrare, in linea di principio, che l’allora protagonista, Gesù di Nazaret, era, benché in tutto e per tutto umano, lui stesso Dio! La cristologia dell’incarnazione dei concili di Nicea e Calcedonia è stata il risultato di un posteriore processo di interpretazione e razionalizzazione teologica che, almeno a quanto ne so, non aveva mai tenuto conto del fatto che Dio probabilmente aveva miriadi di altri “mondi ugualmente dipendenti dalla sua protezione” (Th. Paine), mondi nei quali avrebbe potuto, in alternativa, incarnarsi.
Sicuramente la maggior parte dei cristiani non credono in Gesù come “figlio di Dio“ perché convinti a farlo da argomentazioni induttive o a priori. Che Gesù fosse Dio incarnato, che abbia sofferto e sia resuscitato dai morti, sembra loro semplicemente vero – senza tanti ragionamenti elaborati. Molti pensatori cristiani hanno provato a dimostrare che avere fede nelle parole di una presunta rivelazione o in un’esperienza religiosa può essere ragionevole anche senza avere a disposizione evidenze empiriche o argomentazioni filosofiche.
Potrebbero bastare due osservazioni: la prima, e più importante, è che ci sono seri dubbi sul fatto che un’incarnazione divina possa essere sperimentata in quanto tale o che possa essere l’oggetto di una rivelazione o di credenze propriamente fondamentali in quanto tale. Una cosa è sperimentare una presenza divina, o formarsi, leggendo le Scritture, la credenza fondamentale che Gesù è resuscitato dai morti; è tutt’altra cosa avere l’esperienza o la credenza fondamentale che un concetto così astratto come l’incarnazione divina è stato esemplificato in Gesù. Nessuno accetterebbe affermazioni quali: “Ho l’impressione che la teoria delle stringhe sia proprio sbagliata” o “il realismo metafisico mi sembra proprio vero” come giustificazioni sostenibili delle corrispondenti credenze scientifiche o filosofiche,
perlomeno se avanzate senza dare ulteriori argomentazioni.
Perché la Cristologia, che implica concetti altrettanto difficili e oscuri, dovrebbe essere diversa? Secondo, anche ammesso che, per impossibile, la fede in un’incarnazione divina potesse essere giustificata sulla base della sola esperienza religiosa, o della formazione culturale o della rivelazione, non otterrebbe per questo uno stato di incorreggibilità o infallibilità. Anche la mia credenza fondamentale (che si suppone più che evidente), che davanti a me c’è una scrivania, sarebbe sconfitta se scoprissi che mia moglie ha versato dell’LSD nel caffè che ho bevuto a colazione. I cristiani tradizionalisti accettano, almeno implicitamente, che le loro credenze religiose fondamentali siano soggette a correzione. Un buon esempio sono i casi di delirio religioso. Supponiamo che un cristiano affermi: “Sono assolutamente certo che Dio mi abbia detto di mettere una bomba nelle scuole degli infedeli.” E’ da sperare che, in una situazione del genere, ogni persona sana di mente, credente o atea che sia, considererebbe cosa buona e giusta allontanare il cristiano in oggetto dal suo credo religioso (se necessario in un centro di igiene mentale).
Partendo da questo assunto, non rimangono più possibilità per negare, a priori, che la credenza fondamentale o la presunta verità rivelata dell’incarnazione di Dio in Terra, potrebbe venire sconfitta dalla scoperta che l’ipotesi dell’esistenza di alieni intelligenti è vera. Ed esistono argomenti all’apparenza solidi per ritenere che sarebbe effettivamente sconfitta. (traduzione di Beatrice Parisi)
Fin qui Christian Weidemann. Per completezza diamo ora notizia che Guy Consolmagno, ricercatore presso la Specola Vaticana, l’osservatorio della Santa Sede a Castelgandolfo, ha concesso un’intervista a Roberto Allegri, che è stata pubblicata sul sito Segnidalcielo.it. Alla domanda “Se gli alieni esistessero davvero, dovremmo considerarli nostri fratelli, anch’essi figli di Dio?” il religioso americano ha risposto: «Siamo tutti creature di Dio. Qualsiasi essere in grado di “consapevolezza” di sé e dell’esistenza degli altri, e che è libero di scegliere di amare gli altri o di rifiutarli, secondo san Tommaso d’Aquino avrebbe i tratti dell’animo umano, cioè fatto “a immagine e somiglianza di Dio”. Quindi, se gli extraterrestri avessero queste caratteristiche di “intelligenza” e di “libero arbitrio”, non solo sarebbero nostri fratelli ma condividerebbero con noi la stessa “immagine e somiglianza”.» (RF)
Che fine hanno fatto i soldi del Pentagono?
Il fatto che il Pentagono finanzi i viaggi interstellari è, già di per se, una notizia straordinaria. Ma c’è di più: un gruppo di scienziati giovani e disinvolti, il rilancio di una vecchia gloria dell’astronautica, fughe di notizie, documenti che appaiono e scompaiono….. ma che cos’è, una spy – story? No, sono i primi vagiti del neonato movimento per il volo interstellare. Poveri noi.
Scenario, personaggi e interpreti.
Nel 2009 prende vita Project Icarus, frutto della collaborazione tra due ONG dello Spazio: la British Interplanetary Society (BIS), prestigiosa associazione attiva fin dagli anni ’30, che ha contato tra i suoi iscritti Sir Arthur C. Clarke, e l’americana Tau Zero Foundation (TZF), col suo presidente Marc Millis, ex dirigente NASA, Paul Gilster e il suo blog Centauri Dreams, e l’italiano Claudio Maccone, padre della missione Focal, il più importante tra i progetti antesignani al volo interstellare. Lo scopo di Project Icarus è quello di aggiornare e approfondire in cinque anni un progetto precedente, portato a termine dalla sola BIS negli anni ’70 e chiamato Project Daedalus, il cui obiettivo era di effettuare la progettazione di massima di una sonda interstellare robotizzata capace di raggiungere un sistema stellare vicino al nostro e di rimandare indietro i dati raccolti, il tutto in un periodo di tempo non più lungo di una vita umana.
I paesi occidentali sono in piena crisi economica e ne risentono anche i programmi spaziali: il presidente Obama chiede al mondo scientifico di rinunciare spontaneamente alle missioni più costose, rimanda ancora lo sbarco su Marte, e si dichiara favorevole a una missione verso un asteroide, pensando, senza dirlo, al fly-by di Apophis nel 2029. Cresce il malcontento e c’è perfino chi accusa la NASA, dopo decenni passati a occuparsi di Shuttle e a costruire la ISS, di aver dimenticato la sua vocazione all’eplorazione per trasformarsi in una sorta di agenzia di recapito pacchi!
C’è bisogno di segnali forti, di una nuova strategia a lunga scadenza. Sarà la DARPA, l’agenzia per l’alta tecnologia del Pentagono, nella persona di David Neyland, a farsi interprete di questo sentimento, coinvolgendo l’Ames Research Center della NASA e un folto gruppo di privati (imprenditori dell’alta tecnologia, rappresentanti di varie ONG dello Spazio, perfino un paio di scrittori di fantascienza) in uno studio sul volo interstellare, che presuppone un ambiziosissimo approccio multidisciplinare proiettato cento anni nel futuro, e forse oltre, chiamato 100 Year Starship Study (100yss). Lo studio si è concluso con una fragorosa manifestazione finale, il 100yss Public Symposium, definita da molti “la Woodstock dell’interstellare”, svoltasi a Orlando, in Florida, alla fine di settembre 2011. La DARPA, inoltre, mette in palio un premio di 500.000 dollari, da devolvere all’ente che dimostri di essere in grado, meglio di ogni altro, di dar vita a una organizzazione capace di acquisire, da qui a un secolo, il bagaglio di conoscenze di base e relative tecnologie e quant’altro è necessario, secondo il citato approccio multidisciplinare, al fine di costruire un’astronave in grado di effettuare un volo interstellare.
Cronaca recente
Il vincitore del premio, dice la DARPA, sarà scelto tra gli enti rappresentati come relatori alla manifestazione di Orlando (regolari “call for papers” erano stati emanati in precedenza), e la sua identità resa nota il giorno 11/11/11.
(nella foto: Kelvin Long)Approfittiamone per fare un balzo temporale all’indietro e annotare la prima stranezza. All’inizio di agosto era apparsa su Centauri Dreams la lieta notizia che, grazie all’intraprendenza dei suoi dirigenti Kelvin Long, Richard Obousy e Andreas Tziolas, dal Project Icarus aveva preso vita una nuova, più grande associazione no-profit, Icarus Interstellar, che non solo avrebbe garantito lo svolgimento del progetto originale fino alla sua naturale scadenza del 2014, ma avrebbe organizzato e supportato numerosi altri progetti ed eventi. Fin qui tutto bene, se non che i tre di cui sopra decidono di presentare la nuova sigla a Orlando in piena competizione per il premio DARPA con chiunque, perfino con i padri fondatori BIS e TZF! Tradimento? No, pare che la logica sia un’altra: i tre staff sono già molto sovrapposti, nel senso che molti collaboratori ricoprono incarichi in più di una delle organizzazioni, e si vorrebbe offrire al selezionatore la possibilità di scegliere tra diversi approcci al volo interstellare invece che fare blocco su di un’unica formula. Castelli in aria? Bizantinismi? Lo vedremo.
(nella foto: Richard Obousy) Intanto la fatidica data del 11/11/11 è passata e DARPA non ha fatto sapere nulla sull’identità del vincitore. Si vocifera che il processo di selezione si stia rivelando più complicato del previsto e che l’annuncio potrebbe essere rinviato di parecchie settimane. Raffreddati i bollenti spiriti, ci stiamo ormai preparando a una lunga attesa, quando i tre iperattivi di Icarus rimettono improvvisamente la palla in gioco con una mossa audace che potrebbe avere esiti imprevisti. Il 10 dicembre, infatti, il quarto numero della newsletter di Icarus presenta orgogliosamente la nascita di una alleanza con due nuove organizzazioni: Foundation for Enterprise Development (FED) e Dorothy Jemison Foundation for Excellence (DJF).
(nella foto: Andreas Tziolas) In effetti le competenze della FED nel mondo imprenditoriale, nel lavoro cooperativo e nell’amministrazione e gestione aziendale sono preziose per un ente che nasce ora con l’obiettivo di durare almeno 100 anni. Altrettanto si può dire per DJF e le sue competenze nell’insegnamento, la didattica, la psicologia infantille e dell’adolescenza. Ma queste potenti alleanze hanno un prezzo. Se da una parte Icarus mantiene il controllo su tutti gli aspetti tecnico-scientifici dell’impresa, dall’altra deve però rinunciare alla leadership: l’immagine pubblica di Mae Jemison, presidente della DJF, è infatti così vivida da surclassare completamente quella dei tre direttori di Icarus, per quanto dinamici e simpatici possano essere.
(nella foto: Mae Jemison) Ma chi è Mae Jemison? E’ la prima donna afro-americana ad aver volato nello spazio (Shuttle Endeavour – 1992). Laureata in Ingegneria e Chimica alla Stanford University e ottenuto un dottorato in medicina alla Cornell, passa due anni e mezzo in Africa Occidentale con il Peace Corps. Oltre all’inglese parla russo, giapponese e swahili. Dimostra capacità imprenditoriali creando diverse società e fondazioni dedicate allo sviluppo scientifico e tecnologico dei paesi del terzo mondo, promuovendo modelli di sviluppo sostenibili, sempre con molta attenzione ai problemi dell’ambiente, e trova perfino il tempo per apparire in un episodio di Star Trek – The Next Generation.
Da allora fino al 31 dicembre non succede nulla. Ma il giorno dopo, domenica primo gennaio, Centauri Dreams esce con un breve comunicato in cui ci si congratula con i tre di Icarus e la Jemison per la vittoria, ma dopo poche ore, e purtroppo prima che noi si riesca a leggerlo per intero, il documento viene ritirato e cancellato dal web! Ne rimane solo una traccia sul nostro feed reader, abbastanza comunque per chiedere chiarimenti, e Paul Gilster ci spiega di aver ritirato l’articolo su richiesta dei vincitori, che hanno bisogno di tempo per presentarsi con un comunicato stampa congiunto. Tanta generosità viene mal ripagata perchè lo scoop lo fa Sharon Weinberger di BBC News quattro giorni dopo, basandosi su una fotocopia della notifica di vittoria inviata dalla DARPA alla Jemison a riscontro della sua proposta intitolata “An Inclusive Audacious Journey Transforms Life Here on Earth & Beyond“. Subito dopo la BBC, danno la notizia anche Popular Science e Discovery News.
Epilogo
Ma in tutto questo rincorrersi di dichiarazioni ufficiali e ufficiose, notifiche originali e loro fotocopie, articoli che appaiono e scompaiono, la DARPA che fa? Assolutamente nulla: i portavoce si nascondono dietro un muro di no comment, e l’agenzia semplicemente ignora la fuga di notizie, giustificando il suo silenzio con il rispetto delle procedure burocratiche previste in questi casi. Quindi non saranno rilasciate notizie di nessun genere fino a che l’iter non sarà concluso.
(nella foto: Marc Millis) Marc Millis, presidente della Tau Zero Foundation, che al 100yss Symposium veniva dato in pole position, sa come uscire di scena con eleganza. Così commenta, infatti, su TDZ Friday: “Per l’esperienza che ho della burocrazia federale, tutto ciò è molto strano …….. Un tale livello di segretezza lascia intendere un messaggio sbagliato, dà l’impressione che ci sia qualcosa da nascondere. Io comunque non mi propongo affatto di scavare più a fondo in questa stramberia e non ho nessuna intenzione di contestare la decisione della DARPA, tanto per essere chiaro ed esplicito.” E fa sapere di considerare un’eventuale apertura delle ostilità tra TZF e i vincitori “un disservizio per la comunità” e anzi di essere in attesa, nei prossimi mesi, di qualche proposta di collaborazione da parte di Jemison e soci.
(nella foto: Paul Gilster) Paul Gilster, anch’egli socio fondatore di TZF, dirige dal 2005 Centauri Dreams, un blog diventato ormai una vera e propria icona del movimento per il volo interstellare. Informatissimo, imparziale, elegante nella forma, arriva a pubblicare anche una decina di articoli a settimana. Gilster fa bene attenzione a mantenersi super partes, accentuando le caratteristiche di servizio del suo blog. Anche se formalmente collegato con la fazione perdente, la sua stella brilla vivida, seconda solo a quella della Jemison.
Speriamo che le nebbie della burocrazia si disperdano presto, riportando aria limpida sul neonato movimento, e che la Jemison sappia diventare quel leader carismatico, pragmatico ed ecumenico di cui c’è un forte bisogno.
ROBERTO FLAIBANI
Si è spento Bruno Moretti Turri, pioniere del SETI italiano
Il decesso è avvenuto nella notte tra il 4 e il 5 gennaio in un ospedale di Varese. Personalità multiforme, Bruno Moretti Turri (nella foto) era nato a Varese nel 1953. Radioamatore con la sigla IK2WQA, astronomo, scrittore e divulgatore scientifico, è stato uno dei pionieri della diffusione in Italia di SETI@home e del Calcolo Distribuito Volontario con il “Team G. Cocconi”, in collaborazione con oltre 40 università e centri di ricerca scientifica di tutto il mondo. È stato ricercatore specializzato in radioastronomia e SETI presso l’Osservatorio Astronomico Messier13 di Tradate. Come direttore del SETI – Italia “Team G.Cocconi”, ha svolto un ruolo molto attivo nella ricerca di eventuali segnali di natura artificiale provenienti dallo spazio. Nella veste di presidente della Academia Philosophiae Naturalis, è stato sempre impegnato nella divulgazione del naturalismo filosofico, cioè di una visione naturale del mondo basata sul razionale, moderno metodo scientifico e di un’etica laica valida per tutti gli uomini tolleranti e di buona volontà, oggi rappresentata dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”. In gioventù è stato anche imprenditore, alpinista d’alta quota, esperto di arti marziali, musicista.
Un sistema di “metaleggi” regolerà le relazioni con gli alieni
Klaatu barada nikto. Bastavano queste tre parole per far desistere un gigantesco e minaccioso robottone dai suoi propositi di vendetta nei confronti del genere umano. Era il 1951 e il film si chiamava “Ultimatum alla Terra”, ne abbiamo usato alcuni fotogrammi per illustrare l’articolo che segue. Di sicuro ben altro ci vorrà nel caso di un vero “primo contatto” con una specie aliena, un’evenienza dalla quale i fautori del volo interstellare non possono prescindere. Ecco allora Paul Gilster fare il suo ingresso nel dibattito sulla Prima Direttiva con questo stimolante post sulla necessità di creare un sistema di metaleggi che ci aiuti a gestire, se e quando ce ne sarà bisogno, le relazioni con civiltà aliene. (R.F.)
Il contributo dell’Italia all’impresa interstellare è stato sostanziale e crescente, e sono molto lieto di conoscere tre dei suoi principali rappresentanti: Claudio Maccone, Giancarlo Genta, e Giovanni Vulpetti. E’ stato quindi con grande piacere che ho accolto l’offerta di Roberto Flaibani di apparire qui, sulle pagine del Tredicesimo Cavaliere, con un articolo sulla Prima Direttiva di “Star Trek”. Roberto sta lavorando instancabilmente per comunicare il futuro dell’Uomo tra le stelle a un pubblico più vasto, e confido di leggere altri dei suoi stimolanti interventi anche il prossimo anno. Di seguito le mie riflessioni sulla Prima Direttiva. (nella foto, l’autore Paul Gilster)
La Prima Direttiva incarna un principio etico imperfetto ma utile che non dovrebbe essere abbandonato, seppure con una profonda revisione testuale. Per capire perché è necessario ripensare alcuni aspetti della Prima Direttiva, consideriamo il contesto in cui essa opera. Essendo figlia di “Star Trek”, dobbiamo immaginare un universo molto simile a quello, per chiarire le restrizioni del regolamento. Partiamo quindi dall’idea che il genere umano sia una civiltà in grado di viaggiare nello spazio, non solo su scala interplanetaria ma anche interstellare. Questo significa che, in qualche modo, abbiamo trovato il sistema per raggiungere le stelle con viaggi di breve durata (a velocità maggiore di quella luce, nde) e che si è costituita un’organizzazione nel cui ambito questa esplorazione continua, un equivalente della Federazione che è dietro alla Direttiva.
Ma perché è nata questa Prima Direttiva? Qui è importante ricordare che, nell’universo di “Star Trek”, la direttiva è in realtà un regolamento che vale solo per la Flotta Stellare. Effettivamente nella serie televisiva vediamo che, se un cittadino della Federazione decide di sua spontanea volontà di intromettersi nelle questioni di un’altra civiltà, la Flotta Stellare non ha nessun potere di impedirglielo. Il regolamento certamente era stato invocato perché l’avanguardia dell’espansione umana sarebbe stata la forza di esplorazione rappresentata dalla Flotta Stellare stessa. Quello che succede dopo che una determinata regione dello spazio viene mappata ed esplorata per la prima volta, dipende dall’azione individuale, ma le persone che hanno più probabilità di essere coinvolte nel primo contatto con una cultura aliena sono quelle che agiscono nel rispetto delle regole della Federazione.
Tutto questo sembra un’estrapolazione logica ed è un tributo all’universo di “Star Trek”, che malgrado il grande numero di episodi televisivi in varie configurazioni e di film che usano praticamente gli stessi personaggi, ha mantenuto una trama relativamente coerente. Se mai dovessimo sviluppare un modo per inviare equipaggi umani su altri mondi, dovremmo porci il problema di come interagire con le specie intelligenti che potremmo trovare nel corso del viaggio. E, verosimilmente, prenderemmo in considerazione un principio del tipo “il diritto di ogni specie senziente di vivere secondo la propria normale evoluzione culturale,” una frase estratta dal testo della Prima Direttiva. Quello che abbiamo davanti è lo sviluppo di una ”metalegge”, un termine inventato dall’avvocato Andrew Haley nel 1956 per indicare un sistema di leggi che si applica, oltre che agli esseri umani, anche a tutti i rapporti tra specie intelligenti.
Perché non stabilire semplicemente di trattare le culture aliene in base alla regola d’oro, ossia trattiamo gli alieni come vorremmo essere trattati da loro? Haley ha spiegato i problemi sollevati da questo approccio in un articolo intitolato “Space Law and Metalaw – A Synoptic View,” in cui riconosce che gli alieni sono diversi da noi in maniere che non possiamo nemmeno immaginare. Trattarli come vorremmo che loro ci trattassero potrebbe quindi danneggiarli o addirittura distruggerli. Haley ha così riformulato la regola d’oro: “fai agli altri quello che loro ti lascerebbero fare a se stessi.” Robert Freitas, che ha scritto con ponderatezza sul tema della metalegge, osserva che neppure questa nuova regola aurea è priva di problemi: “…in pratica, sarebbe difficile da applicare quanto i concetti di non interferenza e sicurezza fisica. Se vogliamo appurare quali sono i desideri dei rappresentanti dell’altra parte, dobbiamo interagire con loro in qualche modo, e questo potrebbe provocare un danno socio-culturale. Non abbiamo ancora risolto il problema di come sviluppare regole metalegali non conflittuali ed efficaci.”
Oggi ci troviamo allo stadio iniziale dello sviluppo di questa “metalegge”, ma l’intensificarsi delle attività interstellari umane alla fine ci costringerà a sviluppare ulteriormente il concetto. L’ingegnere aerospaziale del Politecnico di Torino Giancarlo Genta ha affrontato questi argomenti nel suo libro Lonely Minds in the Universe (Copernicus, 2007), che ruota intorno alla seguente domanda: nel mondo di oggi, un essere alieno potrebbe essere considerato una “persona”? Se ci trovassimo improvvisamente di fronte a una creatura proveniente da un altro mondo si creerebbe un interessante problema legale. Potremmo forse pensare di estendere gli stessi diritti a tutti gli umani indipendentemente dalla loro origine, ma un extraterrestre sceso da un’astronave appena atterrata sul nostro pianeta non sarebbe necessariamente riconosciuto come “persona” dalla legge. Potrebbe essere considerato un animale? E se così fosse, un animale alieno avrebbe dei diritti in base alla legge vigente?
Molto probabilmente la Prima Direttiva è nata da discussioni del genere, e si basa sull’estensione del concetto di personalità alle intelligenze aliene. Nel sopracitato articolo “Metalaw and Interstellar Relations” Robert Freitas vede due vie per stabilire l’esistenza di una “personalità”:
* L’uso di una moralità chiara; vale a dire l’abilità degli esseri in questione di dare giudizi morali o etici, anche se non necessariamente coincidenti con i nostri.
* La presenza dell’autocoscienza, cioè della consapevolezza di essere separato dal proprio ambiente circostante.
La presenza della moralità o dell’autocoscienza è vista come la chiave della personalità. E queste non sono pedanterie giuridiche, come potrebbero sembrare: il tema è importante perché la legge umana ruota proprio intorno al concetto di persona. La metalegge, in altre parole, ci porta invariabilmente alla riflessione che è alla base della Prima Direttiva, che possiamo ora citare in forma più estesa:
“Poiché il diritto di ogni specie senziente di vivere secondo la propria normale evoluzione culturale è considerato inviolabile, nessun membro della Flotta Stellare può interferire con il normale e sano svolgimento della vita e della cultura delle specie aliene. Per interferenza si intende anche l’introduzione di un sapere, di una forza o di una tecnologia superiori in un mondo la cui società non è in grado di gestire giudiziosamente questo tipo di benefici. I membri della Flotta Stellare non possono violare questa Prima Direttiva, neanche per salvare la propria vita e/o la propria nave, a meno che non agiscano per porre riparo a una precedente violazione o a un’accidentale contaminazione di detta cultura. Questa direttiva ha la precedenza su qualsiasi altra considerazione, e comporta un altissimo obbligo morale.”
A questo punto ci troviamo in imbarazzo, perché la Prima Direttiva va interpretata, così come qualsiasi sistema di leggi o regolamenti deve essere compreso e messo in pratica dai soggetti interessati. Se esaminiamo il testo da vicino, non possiamo che concludere che l’unico contatto possibile tra due civiltà aliene si verifica quando le due civiltà sono esattamente allo stesso punto di sviluppo o, per dirla con Giancarlo Genta, allo stesso livello culturale. Nella Prima Direttiva si presume che ogni specie abbia il diritto di seguire un’evoluzione culturale “normale”, nella quale nessuno può interferire introducendovi un sapere o una tecnologia superiori.
Una civiltà meno progredita della nostra a livello tecnologico, quindi, sarebbe per noi impossibile da contattare direttamente. E una civiltà più progredita di noi, se fosse anch’essa retta dai principi di una Prima Direttiva analoga, non sarebbe in grado di entrare in contatto con noi. Se la Prima Direttiva fosse un principio universale, nessuna specie potrebbe entrare in contatto con un’altra a meno che non ne trovasse una così simile a se stessa che il contatto verrebbe considerato privo di rischi. L’età delle stelle che ci circondano nella Via Lattea varia così tanto che sembra altamente improbabile riuscire a trovare una specie tanto simile a noi, e quindi tutti gli studi sulla cultura aliena dovrebbero essere portati avanti nella massima segretezza, per evitare di contaminare la civiltà aliena interessata.
Sembrerebbe, per molti versi, un risultato poco sensato, ma non è finita qui. Che cosa intendiamo per “stesso livello culturale”? La cultura è anche ciò che vediamo intorno a noi quotidianamente negli strumenti di uso comune e nelle tecnologie che utilizziamo. Ma l’idea stessa di cultura aliena presuppone uno sviluppo diverso dal nostro. Non possiamo dare per scontato che una cultura apparentemente simile alla nostra dei tempi dell’antica Grecia debba necessariamente vivere un periodo simile di espansione imperialistica sul suo pianeta, una graduale scoperta di altre culture al di là degli oceani, una fase in cui il sapere si è perduto e, infine, un rinascimento. Né possiamo partire dal presupposto che gli esseri che vivono all’interno di questa cultura siano guidati dai nostri stessi principi, o che sviluppino tecnologie paragonabili alle nostre.
Si noti un altro difetto della summenzionata affermazione della Prima Direttiva. Vi si dice che l’interferenza consiste nell’introdurre un sapere, una forza o una tecnologia superiori in un mondo “la cui società non è in grado di gestire giudiziosamente questo tipo di benefici.” L’affermazione implica che, se la società è ritenuta capace di gestire questi benefici con giudizio, le restrizioni della Prima Direttiva non valgono. Ma a chi spetta valutare quanto è giudiziosa una civiltà aliena, e che grado di accuratezza può avere una tale valutazione considerati i tempi stretti di un possibile primo contatto? E che cosa intende la Prima Direttiva quando invita a non interferire con “il normale e sano sviluppo di un’altra cultura”? Capire che cosa è normale e sano per una civiltà aliena potrebbe rivelarsi impossibile, e comunque non ci si riuscirebbe senza uno studio approfondito. No, la Prima Direttiva ci vincola troppo e limita eccessivamente i contatti.
Che fare allora? Serve una revisione della Prima Direttiva, basata su una metalegge in fieri, che riconosca ogni incontro con una civiltà extraterrestre come diverso da tutti gli altri. Genta cita le undici regole di metalegge redatte dall’avvocato austriaco Ernst Fasan, ispirate al precedente lavoro di Andrew Haley. Queste sono tratte dal libro di Fasan “Relations with Alien Intelligences: The Scientific Basis of Metalaw” (1970) e contiene l’embrione di una futura Prima Direttiva che si dimostri più flessibile:
1. Nessuna delle parti della metalegge può pretendere l’impossibile.
2. Nessuna delle regole della metalegge deve essere applicata se la sua applicazione può provocare il suicidio della razza interessata.
3. Tutte le razze intelligenti dell’Universo hanno, in linea di principio, diritti e valori.
4. Ogni specie soggetta alla metalegge ha il diritto all’autodeterminazione.
5. Tutti gli atti che possono danneggiare un’altra razza devono essere evitati.
6. Ogni razza ha il diritto di avere il proprio spazio vitale.
7. Ogni razza ha il diritto di difendersi da tutti gli eventuali atti nocivi compiuti da un’altra razza.
8. Il principio della preservazione di una razza è prioritario rispetto allo sviluppo di un’altra razza.
9. In caso di danni, chi li ha provocati deve ristabilire l’integrità della parte danneggiata.
10. Gli accordi e i trattati metalegali sono vincolanti.
11. Aiutare un’altra razza con la propria attività non è un principio legale ma di etica di base.
Ecco alcuni principi guida che non escludono il contatto tra civiltà che hanno un diverso livello di sviluppo e complessità. Anzi, le idee di Fasan costituiscono una struttura che il futuro comandante di una missione interstellare potrebbe consultare per prendere decisioni sul livello di contatto appropriato per quella situazione. Fasan non ha potuto rispondere a tutte le nostre domande; in particolare ci lascia di fronte a un dubbio lacerante: i concetti etici qui racchiusi potrebbero essere profondamente antropocentrici, e certamente non abbiamo modo di sapere se altre razze intelligenti li approverebbero e li rispetterebbero. Ma quel poco lavoro sulla metalegge realizzato finora evidenzia la necessità di una Prima Direttiva potenziata, e più accuratamente congegnata, che non intrappoli un gruppo di esploratori lontani da casa in una serie di cavilli legali che rischiano di compromettere un positivo primo contatto. Ecco arrivato il momento di citare direttamente Genta:
“Tali regole sono senza dubbio un buon punto di partenza sul quale costruire le leggi e l’etica o i rapporti tra specie, ma sono state elaborate solo da una delle parti – e non potrebbe essere altrimenti, poiché non è nemmeno certo che l’altra parte esista. Per di più, se è vero che le altre specie con cui potremmo entrare in contatto sono molto più antiche di noi, è verosimile che abbiano già affrontato questo problema e stabilito regole per i rapporti tra specie”.
La realtà è che quando ci espanderemo alle stelle più vicine e oltre, apprenderemo da questi primi contatti con altre civiltà – se davvero esistono – e modelleremo la nostra metalegge flessibilmente in base a ciascuno di questi incontri. La metalegge non può essere altro che un insieme di principi in costante evoluzione, e non deve cristallizzarsi in una Prima Direttiva incapace di trasformarsi nel tempo in funzione dell’aumento della nostra conoscenza. La Prima Direttiva ci offre una magnifica opportunità di considerare queste questioni. Ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta solo di un modello, e che quello che troveremo tra le stelle ci aiuterà a plasmare la sua direzione futura. E dovremo anche riflettere su queste questioni molto prima di quando effettivamente raggiungeremo le stelle. Come Robert Freitas ci ricorda, “Quando si scoprirà la vita extraterrestre il genere umano dovrà essere preparato, perché in tutta la nostra storia ci sarà soltanto un primo contatto”.
traduzione a cura di Beatrice Parisi
Bibliografia
Fasan, E, Relations with “Alien Intelligences: The Scientific Basis of Metalaw”, Berlin Verlag, Berlin, 1970. Si veda anche l’articolo “Discovery of ETI: Terrestrial and Extraterrestrial Legal Implications,” Acta Astronautica 21 (2) (1990), p. 131-135.
Freitas, R, “Metalaw and Interstellar Relations,” Mercury 6 (marzo-aprile 1977), pp. 15-17 (http://www.rfreitas.com/Astro/MetalawInterstellarRelations.htm).
Genta, G. “Lonely Minds in the Cosmos”. New York: Copernicus, 2007.
Haley, A “Space law and Metalaw – A Synoptic View,” Harvard Law Record 23 (8 novembre 1956).
Scritto da Paul Gilster appositamene per Il Tredicesimo Cavaliere, come contributo alla campagna referendaria sulla Prima Direttiva. Traduzione italiana di Beatrice Parisi e Roberto Flaibani. Questo articolo segna la nostra partecipazione al Carnevale della Fisica #26, e prosegue una fase di collaborazione con Paul Gilster, che ci auguriamo lunga e fruttuosa.






