Il Tredicesimo Cavaliere

Scienze dello Spazio e altre storie

Lo Zen del SETI

Il SETI cresce e si diversifica

Già da tempo la così detta Archeologia Interstellare rappresenta, nella ricerca SETI, una valida alternativa al tradizionale metodo di investigazione, basato sul monitoraggio di una ben delimitata finestra spettrale, nella speranza di rintracciare segnali emessi da una civiltà extraterrestre. L’Archeologia Interstellare si occupa invece di cercare le prove dell’esistenza di tali civiltà a distanze extragalattiche e quindi molto indietro nel tempo. Ci siamo già occupati in passato di questo nuovo paradigma di ricerca nell’articolo “Dal SETI archeologico nuove idee e obiettivi “, che consigliamo vivamente a tutti di (ri)leggere.

m51whirlpool(nella foto: M51, la Galasssia Vortice). In estrema sintesi si tratta di questo:  alcuni ricercatori ritengono ragionevole credere che le  civiltà catalogate al secondo livello della scala Kardashev  (completo controllo dell’energia liberata dal loro sole pari a 4*1026 W per stelle del calibro della nostra), nello sforzo di raggiungere il terzo livello (completo controllo dell’energia emessa da tutte le stelle di una intera galassia – tipicamente 4*1037W), potrebbero servirsi estesamente di congegni chiamati “Sfere di Dyson”. Sono una specie di gigantesche conchiglie che vengono costruite tutto intorno alle stelle prescelte e sono in grado di assorbire l’energia da esse prodotta. Le Sfere possono esistere anche in versione ridotta, per esempio composte da un anello soltanto.

Nello svolgere i propri compiti la Sfera di Dyson produce una certa quantità di radiazione infrarossa che si espande nello spazio lasciando dietro di se un vuoto localizzato nella lunghezza d’onda del visibile.  Il fronte d’onda è un luogo geometrico nello spazio che è raggiunto, nello stesso istante, da una perturbazione ondosa generata da una sorgente in un momento ben preciso.  L’emissione nella lunghezza d’onda dell’infrarosso si propagherà nella forma della sfera di Dyson stessa, definita in termini tecnici come “fronte d’onda sferico”. Questo è ciò che  i ricercatori chiamano una “Bolla di Fermi” e ritengono dovrebbe essere bene individuabile a distanze galattiche. (RF)

Lo Zen del SETI

L’attività del SETI è stata spesso paragonata all’archeologia, e a ragione. In ambedue i casi tentiamo di recuperare informazioni su culture del passato. Quando Heinrich Schliemann incappò nel corso dei suoi scavi nei numerosi strati di Troia, e facendolo danneggiò inavvertitamente preziosi reperti di ere successive, lui e la sua squadra stavano esplorando l’età eroica raccontata da Omero. Allo  stesso modo, qualsiasi scoperta effettuata dal SETI ha a che fare con un segnale proveniente dal passato. Quanto questo sia antico dipende da quanto lontana sia la sorgente dell’emissione, poiché tale informazione viaggia alla velocità della luce.

linguaetrusca(nell’immagine: scrittura greca). L’analogia con l’archeologia è lungi dall’essere perfetta, perché sulla Terra abbiamo a che fare con manufatti della nostra stessa specie e lavoriamo spesso con reperti linguistici la cui decifrazione aiuta la nostra comprensione. Risolvere l’enigma dei geroglifici egiziani non è stato facile, ma la Stele di Rosetta, fornendoci lo stesso testo in tre lingue diverse, ci ha permesso di decodificarli. Anche la  scrittura Lineare B, utilizzata dai micenei prima dell’emergere dell’alfabeto greco, può essere considerata come un’espressione del più antico dialetto greco apparentemente presa in prestito dal Lineare A minoico. Ma un segnale SETI sarà un puro messaggio e, in assenza dei numerosi indizi linguistici e culturali su cui contiamo per dare un senso a un linguaggio non decifrato, in che modo potremo accostarci ad esso?

Mentre abbiamo notevoli problemi con alcuni antichi linguaggi – la soluzione di quello Maya ha dovuto attendere che i glifi fossero visti in un contesto fonemico e morfologico completamente nuovo,  mentre l’Etrusco rappresenta tuttora una sfida aperta – tali problemi sono ben poca cosa di fronte a un linguaggio realmente alieno, originario di un altro sistema stellare. Il che mi porta a Clément Vidal, il quale in un suo libro scava con passione nella problematica  SETI, chiedendosi  quale tipo di rilevazione ci aspettiamo di fare. Quello che si potrebbe chiamare SETI “tradizionale” ipotizza in linea di massima che una civiltà lontana cercherà di inviarci dei messaggi, poiché è altamente improbabile che si possa riuscire a captare segnali radio che non siano stati emessi nella nostra direzione.

ZenSetiLibroIl suo libro The Beginning and the End  (L’inizio e la Fine) (Springer 2014) ha come sottotitolo ”Il significato della vita in una prospettiva cosmologica”, e il SETI è solo uno degli aspetti di una discussione che procede in tre direzioni. Ma la sua analisi del SETI a partire da una visione cosmologica del mondo ci aiuta a inserire gli sforzi attuali del SETI in un quadro più vasto. Il presupposto della comunicazione era ed è ragionevole, date le origini del SETI e la scelta voluta di cercare segnali nella porzione più probabile dello spettro, che i primi sostenitori individuavano tra le linee spettrali dell’idrogeno e del radicale idrossile (1420 – 1665 Mhz). La zona prescelta per le comunicazioni era priva di interferenze ed era verosimile che le culture alla ricerca di altri esseri senzienti ne sarebbero attratte. Ma ci sono altri modi per cercare la vita che aggiungono validi strumenti alla nostra ricerca.

Vidal è un filosofo e, come dimostra il suo libro, un eclettico, il quale nel corso della sua discussione affronta ambiti quali l’astrobiologia, la scienza della complessità, la cosmologia e molto altro. Egli analizza quelli che considera i punti deboli dei nostri presupposti, facendone un parte centrale del suo ragionamento. È convinto, infatti, che non abbiamo  bisogno di comunicazioni per fare ricerche SETI, e che non dobbiamo limitare i nostri sforzi alla nostra galassia. Il metodo delle onde radio ci dà la speranza di poter un giorno stabilire una comunicazione bidirezionale con altre specie, preferibilmente le più vicine, ma quella che io spesso chiamo “archeologia interstellare“ (cercare cioè la prova dell’esistenza di esseri intelligenti nei dati, anche in quelli provenienti da altre galassie) dà meno importanza alle comunicazioni, enfatizzando invece la rilevazione di civiltà che potrebbero  essere ben più potenti della nostra.

“Zen Seti” è il nome intrigante che Vidal conia per questo tipo di approccio, il quale è stato sostenuto in tempi recenti soprattutto da Milan Ćirković, pur se analizzato nel corso degli anni da numerosi scienziati come Freeman Dyson, Nikolai Kardashev, James Annis, Richard Carrigan, e gli attuali membri del gruppo della Penn State University: Jason Wright, Matthew Povich e Steinn Sigurðsson. Non ne farò in questa sede un riassunto, mentre si può trovare una discussione sullo stato attuale della ricerca nel mio articolo Distant Ruins apparso su Aeon. Il punto è riconsiderare creativamente le informazioni che potrebbero già esistere trai nostri dati astronomici, e organizzare  nuove ricerche che puntino ad individuare la firma che potrebbe essere lasciata da una civiltà di Tipo II o III secondo la scala di Kardashev.

sfera dyson(nell’immagine: una Sfera di Dyson). Ovviamente lo Zen SETI non pretende di essere l’unico tipo di approccio alla disciplina, e indubbiamente questi metodi andrebbero considerati come complementari alle ricerche in gamma radio e ottica attualmente in corso. Quando Richard Carrigan cominciò a cercare dati in gamma infrarossa raccolti dal satellite IRAS allo scopo di individuare le firme di possibili Sfere di Dyson  (vedi: Toward an Interstellar Archaeology), egli stava ampliando i tentativi di studiare oggetti SETI in luoghi distanti come M51, la cosiddetta Galassia Vortice, riflettendo su come una cultura di Kardashev di tipo III potesse cominciare la trasformazione in massa di stelle in fronti d’onda sferici grazie alla massimizzazione delle proprie risorse energetiche.

Tale ricerca non preclude la possibilità di comunicazioni provenienti da civiltà molto più vicine, ma pone una domanda meditata. Oggi noi stimiamo l’età dell’Universo intorno ai 13,7 miliardi di anni circa, e la nascita della più vecchia stella tipo-Sole intorno ai 12,5 miliardi di anni, come anche dei primi pianeti rocciosi. Date alla vita 5 miliardi di anni per emergere, com’è successo sulla Terra, e avrete la possibilità che i primi esseri intelligenti siano apparsi intorno a 6 miliardi di anni dopo il Big Bang. Poiché si  suppone che la Via Lattea si sia formata tra i 10 e gli 11 miliardi di anni fa, l’intelligenza potrebbe essere apparsa  nella nostra galassia 5 miliardi di anni prima che noi terrestri incominciassimo a puntare le parabole dei nostri radiotelescopi sulle stelle più vicine.

Charles Lineweaver, dell’Australian National University, è il punto di riferimento in questa materia, e i suoi lavori indicano come in altri sistemi stellari i pianeti simili alla Terra siano mediamente 1,8 miliardi di anni più antichi del nostro, con un margine di 0,9 miliardi di anni. Dati i risultati di Lineweaver, non è probabile che qualsiasi civiltà dovessimo scoprire sarà significativamente più avanzata della nostra? Milan Ćirković sostenne quest’idea in un documento del 2006:

elliptical_galaxy_eso(nell’immagine: galaxy cluster Abell S0740). “Applicando l’assunto copernicano alla lettera, ci si aspetterebbe che corrispondentemente le forme  di vita complesse su questi altri mondi siano in media 1,8 miliardi di anni più vecchie. Società intelligenti, quindi, sarebbero più vecchie della nostra in egual misura. In effetti la situazione è perfino peggiore, perché questo è il valore medio, ed è ragionevole presumere che ci sarà, da qualche parte nella galassia, un pianeta abitabile, diciamo di 3 miliardi di anni più antico del nostro. Poiché l’insieme delle società intelligenti sarebbe probabilmente dominato da un piccolo numero fra quelle più antiche e avanzate… è probabile che incontreremo una civiltà ancora più antica di 1,8 miliardi di anni (e magari molto di più).”

Tutto ciò spinge Vidal a considerare che i termini della nostra ricerca SETI devono essere flessibili:

“Non abbiamo bisogno di essere così cauti nelle nostre  speculazioni astrobiologiche, al contrario, dobbiamo spingerle ai limiti estremi se vogliamo intravedere a cosa potrebbero somigliare civiltà così avanzate. Naturalmente ricerche così ambiziose andrebbero bilanciate con conclusioni ben ponderate. Inoltre, considerata la nostra totale ignoranza rispetto a tali civiltà, sarebbe saggio incoraggiare e sostenere una larga varietà di strategie. Rimanere fedeli all’osservazione, al metodo scientifico e alle principali teorie generali rimane il nostro miglior punto di riferimento.”

Paul Davies dice sostanzialmente la stessa cosa, e Vidal ne riporta la seguente citazione: ”L’Universo è un’arena ricca e complessa, in cui i segni di un’intelligenza aliena potrebbero essere sepolti in mezzo a un marasma di dati di origine naturale e potrebbero essere riportati alla luce solo grazie a un ingegnoso lavoro di vagliatura.”
Nei prossimi giorni andremo avanti occupandoci degli assunti del SETI e dove possono essere messi alla prova, usando la raffinata dialettica di Clément Vidal a proposito dello Zen del SETI e delle sue conseguenze sul modo di procedere.

TRADUZIONE DI ROBERTO FLAIBANI E DONATELLA LEVI

FONTI:

  • Titolo originale: “The Zen of SETI” by Paul Gilster, pubblicato su Centauri Dreams il 27 ottobre 2014
  • The MIlan Ćirković’s paper is “Macroengineering in the Galactic Context” (full text).
  • Charles Lineweaver’s study is “An Estimate of the Age Distribution of Terrestrial Planets in the Universe: Quantifying Metallicity as a Selection Effect,” Icarus Vol. 151, No. 2 (2001), pp. 307-313 (full text).

22 dicembre 2014 Posted by | Astrofisica, Fantascienza, News, Radioastronomia, Scienze dello Spazio, SETI | , , , , , , , | Lascia un commento

SEI FANTASTICO TEX!

tex1Nel 2011 giunse sugli schermi Cowboys & Aliens di Jon Favreau con Harrison Ford e Daniel Craig basato sull’omonimo romanzo a fumetti di Scott Mitchell Rosenberg con i disegni di Luciano Lima del 2006. Si svolge nell’Arizona del 1873 mescolando un’ambientazione western con un classico tema fantascientifico, quello dell’extraterrestre sceso sul nostro pianeta. Grandi meraviglie e qualche mugugno dei puristi per una commistione a prima vista improbabile. Una novità? Affatto. Ci si era dimenticati che 47 anni prima, un classico del fumetto italiano di avventura come Tex, già aveva descritto l’incontro del ranger più longevo della storia del comic proprio con un extraterrestre. Ci riferiamo a Tradimento e La rivolta, due albi del 1965, dove un alieno umanoide dalla pelle scura e squamosa sfrutta gli Apaches per scavare in una miniera di materiale radioattivo per lui indispensabile.

Ma Tex Willer con l’inseparabile Kit Carson ha avuto altri strani, singolari e spesso pericolosi “incontri ravvicinati” con esseri di ogni tipo men che reale i quali, in apparenza, poco avrebbero a che fare con una saga della Frontiera lunga ormai 66 anni.

Tex2Creato da Gian Luigi Bonelli e disegnato da Aurelio Galeppini (Galep), Tex uscì infatti in edicola nel settembre 1948. Da allora, ininterrottamente, fra serie classica, speciali, superalbi ecc. ecc. si sono susseguiti circa 640 fascicoli che, nel suo momento di maggior diffusione, hanno raggiunto l’astronomica tiratura mensile di 800 mila copie (oggi, pur in periodo di magra dei fumetti e della editoria in genere, è sempre alla inimmaginabile quota di 400 mila), via via sceneggiato da grandi nomi come Sergio Bonelli figlio di Gian Luigi, Nizzi e Boselli tra i molti e disegnato dopo Galep da altri grandi del fumetto come Villa (sue tutte le copertine), Fusco, Ticci, Nicolò ecc.

Ora, a prima vista sembrerebbe quasi una contraddizione in termini che un storia di cow boy e indiani ambientata nel Selvaggio West possa contenere elementi fantastici, orrorifici e addirittura fantascientifici. Nessuno ci si era mai soffermato prima, ma almeno un terzo, e sin dall’inizio delle avventure di Tex, hanno invece questo risvolto “non realistico”. Ci ha invece fatto caso uno specialista come Antonio Tentori, scrittore e sceneggiatore, che dopo essersi occupato di Dylan Dog e Zagor, adesso ci offre un vero e proprio manuale alternativo della saga bonelliana con il suo Fantastico Tex (Kawama Editoriale, p.170, euro 12) in cui si dimostra che almeno 210 albi del nostro eroe sono contaminati dal fantastico & affini, vale a dire un terzo della produzione complessiva. Il che vuol dire che il “fantastico” in Tex non è affatto una eccezione, ma quasi una regola, proprio nelle intenzioni del suo creatore, Gian Luigi Bonelli, se si considera che, come già detto, apparsa sin dagli esordi, anche se nessuno lo aveva notato: l’arcinemico storico di Tex, il negromante bianco Mefisto, che dialoga con demoni e i morti, è solo il primo della serie ed appare sin da subito, nei fascicoli 3 e 4 della serie con Fuorilegge e L’eroe del Messico(1948) Si aggiungerà poi il figlio Yama che succede al padre in Il figlio di Mefisto (1971) dopo che il negromante apparentemente muore nel suo castello bombardato dall’esercito americano in La carovana dell’oro (1968), ma poi resusciterà, come tutti i vilain che si rispettino in Mefisto! (2002). Ma non bisogna dimenticare streghe e stregoni, mutanti ed esseri mostruosi, mummie, uomini alligatore, morti viventi ecc.ecc. di cui Tentori traccia tutte le caratteristiche ed i collegamenti con la vicenda infinita del nostro ranger.

Tex4Ne risulta che il “fantastico” nelle sue varie sfaccettature spesso adattate al folklore e alle leggende della Frontiera americana, è una componente essenziale di Tex da porre accanto al “reale” quasi senza soluzione di continuità, quasi a dire che il mondo del nostro eroe e dei suoi amici è in bilico tra i due aspetti della vita senza soffrire di disarmonie e contraddizioni: un piede tra gli assassini, delinquenti, traditori, tiranni e sette segrete, ed un altro piede nella realtà dei maghi neri, dei lupi mannari e degli uomini scimmia, degli scienziati folli. Tutti nemici con i quali Tex si scontra e alla fine prevale sempre. Come è giusto che sia dal 1948 ad oggi.

GIANFRANCO de TURRIS

10 dicembre 2014 Posted by | Fantascienza | , | Lascia un commento

Saranno questi i nuovi Shuttle?

Negli ultimi anni il settore aerospaziale sembra aver abbandonato l’uso degli spazioplani, come nel caso del pensionamento dello Space Shuttle. In realtà ciò è vero solo in parte, infatti sia la Russia che gli Stati Uniti hanno in progetto di sviluppare una nuova generazione di Shutlle. Di seguito parleremo della navetta russa Kliper e le navette della serie X-37 costruite negli Stati Uniti.

1Lo spazioplano Kliper

Kliper è uno spazioplano prodotto dall’ Agenzia Spaziale Russa Roskosmos, il cui principale appaltatore è RKK Energia in collaborazione con l’ESA(Agenzia Spaziale Europea), che si occupa dell’aviotronica e dei sistemi di pilotaggio e la JAXA (Agenzia Spaziale Giapponese) per lo sviluppo dell’elettronica di bordo. Il progetto della navetta iniziò nel 2005 ma subì ritardi a causa delle modifiche al progetto e successivi problemi di fondi da parte della RKK Energia. Per questi motivi, l’Agenzia Spaziale Russa ha cercato di coinvolgere nel progetto anche l’Agenzia Spaziale Europea, la quale è la principale utilizzatrice dei mezzi spaziali russi. Non esiste una stima precisa di costi, in quanto le variazioni al progetto originale hanno determinato una fluttuazione compresa tra 15 e 16 milioni di dollari.

Inizialmente il primo test di volo sarebbe dovuto avvenire nel 2011, mentre il volo inaugurale l’anno seguente. L’Agenzia Spaziale Russa ha fatto tesoro dell’esperienza maturata nello sviluppo degli spazioplani, come il MIG-105 e il Buran, cercando di creare una navetta completamente riutilizzabile per il trasporto di passeggeri e rifornimenti. La navetta ha lo spazio sufficiente per 6 persone e 500 kg di carico, è provvista di uno scudo termico in piastrelle come lo Shuttle e il Buran. Sarà in grado di planare come un aliante al rientro nell’atmosfera terrestre, per poi atterrare su una pista di aerei usando un carrello d’atterraggio. Kliper sarà sprovvisto di motori e si affiderà solo al razzo Soyuz per la sua messa in orbita. Per dare alla navetta una grande flessibilità operativa, la si è dotata di un sistema di aggancio sulla coda per connetterla a moduli di trasporto o a moduli provvisti di motori oppure a moduli vitali per possibili missioni prolungate nello spazio o, in alternativa, ad una possibile combinazione di più soluzioni. Quest’ultimo aspetto è tenuto in grande considerazione dai progettisti del Kliper, poiché il mezzo potrà essere impiegato in missioni orbitali lunari e marziane. I profili delle future missioni del Kliper saranno i più disparati ma, nell’immediato, dovrebbe essere impiegato nel connetere la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) alla Terra, sostituendo le Soyuz.

Per tali missioni, inoltre,  è stato progettato un modulo di connessione, Parom, anche questo riutilizzabile perché verrà lasciato in orbita bassa al rientro della navetta, per essere riagganciato nella missione successiva verso la ISS. Se il progetto Kliper andrà in porto, sarà necessario lanciarlo con un razzo vettore, come tutti i veicoli diretti nell’orbita bassa. La Roskosmos ha previsto di utilizzare gli attuali razzi Soyuz 2-3, apprezzati per la loro grande affidabilità (valutata attorno al 100%) e per ragioni logistiche inerenti al modo di lanciare la futura navetta: questa sarà sistemata sulla sommità del razzo proprio come le navette Soyuz, in una configurazione particolarmente cara agli ingegneri russi per ragioni di sicurezza e di affidabilità.

2Confronto tra la Soyuz e Kliper

Le Soyuz sono attualmente le uniche navette a solcare i cieli poiché, dopo il pensionamento della flotta Shuttle, non esistono più altri sistemi di trasporto verso la ISS. Nonostante Kliper miri a sostituire le vecchie Soyuz, alcune soluzioni tecniche di queste continueranno a sopravvivere nella nuova navetta riutilizzabile. La Soyuz è lanciata da un razzo che porta lo stesso nome della navetta ed è disposta sua sommità di questo. Analogamente anche Kliper sarà disposto sullo stesso razzo della Soyuz e nella medesima posizione. La soluzione ha due vantaggi in termini di costi e di progettazione: si riducono i costi e tempi utilizzando un sistema già ampiamente collaudato e sicuro. Entrambe le navette hanno la stessa capacità di carico di 500 kg. Inoltre Kliper sarà dotata di una toilette di bordo, già presente nello spazio angusto della Soyuz. La principale differenza tra i due velivoli risiederà nella completa riutilizzazione della Kliper unita alla capacità di trasportare fino a sei persona alla volta invece di trre. Attualmente, il progetto è stato bloccato dal governo russo nonostante la grande risonanza mediatica di cui aveva goduto. Non si parla di una vera e propria cancellazione ma sta di fatto che le difficoltà progettuali, unite all’aumento dei costi, hanno pesato sulle prospettive future. Sembra che la Roskosmos stia portando avanti lo sviluppo della capsula PPTS (Prospective Piloted System), con una capacità di carico e di trasporto di persone pari alla navetta spaziale Kliper. La PPTS può avere varie configurazioni: una per il trasporto fino a 6 persone verso la ISS, e una per il trasporto di quattro persone adatto per l’orbita lunare e altre missioni in orbita terrestre.

3X – 37

L’altro spazioplano di cui parleremo sarà l’X-37, sviluppato negli Usa dall’aeronautica militare (USAF), dalla DARPA (l’agenzia del Pentagono per l’alta tecnologia), dalla NASA e dalla principale contraente per lo sviluppo, la Boeing. Mentre Kliper era ancora in fase di progetto, già l’X-37A compiva dei test di volo tra l’anno 2005 e 2006. Il primo volo orbitale avverrà con una nuova versione denominata X-37B. Il suo primo lancio, OTV-1, partì da Cape Canaveral il 22 aprile 2010 fino al novembre dello stesso anno con l’atterraggio nella base militare di Vandemberg. La missione successiva, OTV-2, durò dal 5 marzo 2012 con il lancio da Cape Canaveral ,al 16 giugno 2012 con atterraggio nella base di Vendemrberg. L’ultimo volo, OTV-3, partì da Cape Canaveral l’11 dicembre 2012 e atterrò sempre a Vandemberg il 12 ottobre 2012 stabilendo il record di permanenza nello spazio di un velivolo automatizzato per un totale di 670 giorni. Ufficialmente lo scopo della OTV-3 era di controllare i seguenti sistemi:

  • navigazione

  • guida e controllo

  • protezione termica

  • aviotronica di bordo

  • reazione dei componenti soggetti alle alte temperature

  • isolamento riutilizzabili

  • parti elettroniche leggere per il controllo del volo

  • paracadute orbitale

  • fase di rientro e atterraggio su pista

Vista la genericità dei profili delle missioni, si è ipotizzato che queste navette fossero legate principalmente a impieghi militari. I costi di sviluppo iniziali erano di 301 milioni di dollari nel 2002, anno in cui la Boeing si è aggiudicata la commessa. Per ora i possibili impieghi futuri della navetta sembrano essere di ricognizione e di sorveglianza ma è stato annunciato lo sviluppo della navetta X-37C: una versione adatta al trasporto di astronauti alla stazione spaziale internazionale.

5Confronto tra X-37 e Space Shuttle

La navetta X-37 è una versione ridotta dello Space Shuttle, pertanto ne condivide lo scudo termico in piastrelle e un carrello retrattile per gli atterraggi in aeroporto. La principale differenza con lo Space Shuttle risiede nelle dimensioni più ridotte dell’X-37 e un sistema di aggancio sulla coda per il trasporto di moduli specifici nelle diverse missioni. Come per Kliper, l’X-37 è progettato con il criterio della massima efficienza, traducendosi nella ricerca della massima flessibilità operativa che permetterebbe una riduzione dei costi. In altri termini, un velivolo più piccolo può essere lanciato su razzi meno potenti, necessitando di minor carburante e semplificando le procedure di lancio. Inoltre la creazione di moduli specifici e intercambiabili permetterà di riutilizzare la stessa navetta per più missioni, limitando tutta la costosa trafila della progettazione e dei successivi test solo al modulo specifico. Attualmente l’X-37B è stato equipaggiato da un modulo motori, contenente un Aerojet 2-3 alimentato ad idrazina.

Conclusioni

Da questa breve disamina sui futuri progetti degli spazioplani, emerge ancora un interesse attorno a questo genere di navette nonostante il pensionamento della flotta Space Shuttle e il trionfo dei capsule Soyuz. Non è un caso che i nuovi spazioplani siano sviluppati da ingegneri russi e statunitensi, che hanno fatto tesoro dell’esperienza maturata attraverso il MIG-105 per i primi e l’X-20 Dyna – Soar per i secondi. Questi progetti anticiparono lo sviluppo di più maturi programmi: Space Shuttle negli Usa e Buran nell’Unione Sovietica. La cosa interessante è che il primo spazioplano a compiere un volo orbitale con atterraggio completamente automatizzato fu il Buran, la cui tecnologia è oggi impiegata nei droni, nell’X-37B e nell’ipotetica navetta Kliper. Il programma statunitense Costellation e quello russo PPTS sembrano suggerire una riscoperta delle capsule spaziali, seppur potenziate per dimensioni e tecnologia. È curioso constatare che gli USA sembrano aver messo da parte il programma Costellation a vantaggio dell’X-37, mentre i russi, al contrario, hanno sospeso Kliper per PPTS. Il futuro è ancora incerto e forse l’entrata in scena i nuovi Global Competitor (specialmente tra i paesi BRICS) e delle compagnie private, potrebbero riservare interessanti sorprese.

LUCA di BITONTO

Bibliografia

 

3 dicembre 2014 Posted by | Astrofisica, Astronautica, News, Scienze dello Spazio | , , , , , , | Lascia un commento

Sulla rotta di Rama

oneill rama 1

Interstellar è ancora in proiezione nelle sale di tutta Italia e a qualcuno potrà sembrare strano che noi si esca con un articolo come questo, che descrive la visione della storia futura dell’uomo nello spazio di cui si è fatto alfiere  Stephen Ashworth (BIS). Tale visione é infatti radicalmente diversa da quella di Christofer Nolan, ma, proprio grazie ad Interstellar, questo è un momento di grande dibattito, favorevole anche per far conoscere le idee di Ashworth, e noi ne vogliamo approfittare.

Ma prima facciamo un po’ di storia recente: …
Nell’ottobre del 2011, a Orlando in Florida, ha preso vita il progetto One Hundred Years Starship (100YSS), ribattezzato da noi “L’astronave dei Cent’Anni”, con l’obbiettivo di creare entro un secolo le condizioni necessarie per poter pianificare la costruzione della prima astronave interstellare. L’iniziativa è stata direttamente ispirata e finanziata dal Pentagono, tramite l’agenzia DARPA, sostenuta entusiasticamente dalla parte meno ortodossa della comunità scientifica e dai cosiddetti space enthusiasts, e un po’ timidamente dalla NASA. Nonostante il programma fosse ambiziosissimo e proiettato su un arco temporale di secoli, la classe politica americana ha dimostrato di capire le enormi potenzialità del programma nella ricerca avanzata che potrebbe portare grandi benefici all’umanità come ricaduta degli investimenti effettuati.

rotta rama 5A quattro anni da quel fatidico 2011, si può assistere negli USA a due congressi annuali organizzati l’uno dal 100YSS stesso con taglio multidisciplinare,  l’altro dalla Icarus Interstellar, ONG dedicata a tematiche di ingegneria aerospaziale, astronautica e fisica esotica. Numerose altre iniziative minori si svolgono localmente. In Europa la British Interplanetary Society (BIS), ineguagliato think-tank che raccoglie scienziati e ricercatori specializzati in Scienze dello Spazio, nonché numerosi scrittori di fantascienza, fin dal 1930 sventola la bandiera dell’interstellare.

Nonostante il cosiddetto movimento interstellare sia appena agli inizi, si trova già ad affrontare domande e problemi di grande portata. Il primo scoglio è la velocità della luce, nel suo essere, allo stesso tempo, irraggiungibile ma di valore troppo basso di fronte all’enormità delle distanze da percorrere. Questo limite costituirà in prospettiva un vero e proprio collo di bottiglia destinato a  rallentare l’espansione dell’Uomo nello spazio. Dobbiamo favorire o ignorare le ricerca di una nuova fisica “esotica” che ci consenta di dribblare il limite superiore più claustrofobico dell’universo? Avremo finalmente un sistema di propulsione “ultraluminale” degno di Star Trek? Impareremo davvero a percorrere i wormhole? Non ne abbiamo la minima idea. Sappiamo però che le tecnologie più in uso nella fantascienza per muovere persone e cose da un punto all’altro dell’universo sono sostanzialmente due: il motore a curvatura, con cui sono equipaggiate le astronavi, e il wormhole, conosciuto anche come stargate. Ambedue, si badi bene, non sarebbero esclusi o negati dalla Teoria della Relatività, ma in qualche modo ammessi da essa. Ad oggi esiste solo una minoranza di ricercatori che segue questo approccio radicale e indaga a 365 gradi sul problema della propulsione, in parte raccolti nella Tau-Zero Foundation: pochi ma buoni, e molto determinati. Li seguiremo con attenzione.

oneill rama 2Se invece abbracciamo l’altro presupposto, e cioè che la velocità della luce sia insuperabile in qualsiasi circostanza senza eccezioni o scorciatoie di sorta, allora è giunto il momento di ascoltare le idee di Stephen Ashworth. Secondo il ricercatore inglese, l’uomo continuerà ad espandersi nel SS (Sistema Solare) alla velocità  consentita dalla tecnologia di propulsione disponibile in quel momento. Le sonde robotizzate  raccoglieranno grandi successi, mentre i progetti di colonizzazione umana saranno limitati e rallentati soprattutto dal peso dell’ignoranza che l’uomo sconta nei confronti della forza di gravità: ne sappiamo poco o nulla e siamo in grado di produrla solo tramite rotazione. Ma tuttavia dipendiamo da essa perché il nostro corpo non sopravvive a lungo fuori da un ambiente in cui la gravità non sia compresa tra 0,80G e 1,20G, valori che immediatamente malediciamo perché costituiscono una tassa salata da pagare ogni qual volta dobbiamo lanciare in orbita qualcosa.

rotta rama 2Ma esistono veramente le condizioni per creare qualche insediamento su Venere e Marte ? Venere è un vero e proprio inferno, e Marte offre una misera gravità pari a solo 0,38G. Non così nella Fascia degli Asteroidi e tra i Troiani di Giove, vaste aree popolate da asteroidi di natura rocciosa, insieme a qualche interessante pianeta nano. I grandi pianeti esterni si riveleranno probabilmente troppo inospitali per noi (intense emissioni radioattive, gravità e condizioni meteorologiche estreme) ma non sarà necessariamente così per le loro lune, che potrebbero offrire condizioni interessanti di abitabilità e colonizzabilità, cominciando da Europa, Ganimede e Titano. Altri candidati per ospitare un insediamento potrebbero essere i pianeti nani della Fascia  di Kuiper, con i loro oceani d’acqua sotterranei, specialmente i Plutoidi. Infine, nella Nube di Oort, i nostri esploratori potrebbero trovare miliardi di nuclei spenti delle comete di lungo periodo, ancora ricchi di gas e varie sostanze chimiche di cui potrebbero approvvigionarsi. Potrebbero anche garantire  la manutenzione delle sonde FOCAL e i nodi della rete di pre-allarme della Difesa Planetaria, se noi Terrestri saremo così preveggenti da progettarla. Questo processo, questa lunga migrazione che ci porterà agli estremi confini del SS durerà secoli ed è considerato da Ashworth come l’ultimo atto, comunque non conclusivo, del processo che ha portato l’Uomo a popolare ogni angolo della Terra e ora ad affacciarsi sul SS. Naturalmente, quando si verificheranno le condizioni  necessarie e sufficienti, qualcuno tenterà anche il volo interstellare sub-luce, la tecnologia minima è già a portata di mano, almeno per quanto riguarda le sonde automatiche.

rotta rama 1Nel frattempo si  saranno messi in moto, secondo Ashworth, nuovi meccanismi che porteranno a inediti cambiamenti sociali e culturali. Oggi uomini e donne nascono sulla superficie di un mondo, la Terra, ed è perciò naturale che pensino in termini di risorse planetarie e della ricerca di nuove Terre. Ma tra qualche secolo le cose potrebbero andare diversamente. Costruiti nello spazio, e non più sulla Terra, saranno in piena efficienza impianti estrattivi, ma anche  fabbriche manifatturiere, centrali solari per la produzione di energia elettrica, laboratori, impianti turistici e quant’altro, dove via via saranno impiegate migliaia di persone, e quindi alloggiate non sulle inospitali superfici planetarie, ma a bordo di grandi astronavi che potranno offrire collegamenti in telepresenza con gli impianti, gravità artificiale, aria e acqua costantemente riciclate e filtrate, colture idroponiche e tutto quanto di meglio la tecnologia dell’epoca potrà offrire.
Si verrebbero quindi a creare due culture differenti: i discendenti di quella attuale, nata e basata sulla Terra, che cercheranno sulle superfici planetarie nel SS o fuori di esso l’obiettivo per la loro espansione, e una nuova forma di civiltà, basata nello spazio, tendenzialmente nomade e composta da generazioni di individui nati e vissuti in habitat artificiali e ad essi psicologicamete abituati. Sempre in viaggio, indifferente alla conquista di nuovi spazi sulle superfici planetarie, tendenzialmente pacifica  e  dedita all’esplorazione, questa nuova Umanità basata nello spazio sarebbe naturalmente portata a costruire habitat sempre più grandi per dare sfogo all’aumento della popolazione. Queste enormi biosfere semoventi sono state chiamate astronavi-arca o astronavi generazionali, e sono frutto della fantasia di un grande fisico di Princeton, Gerard O’Neill, e del talento letterario di Arthur Clarke che le ha immortalate nel suo romanzo “Incontro con Rama”.
Così, dice Ashworth, una volta esplorato in lungo e in largo il SS, l’Umanità affronterà alla fine le tanto temute distanze interstellari. Messe in soffitta definitivamente le teorie della fisica esotica, la grande diaspora dovrà aprirsi la strada  attraverso l’Universo a bordo delle sue astronavi gigantesche, a suo agio nello spazio vuoto, lasciando le superfici dei pianeti, e la Terra,  a coloro che sono rimasti indietro.

ROBERTO FLAIBANI

 

FONTI:

  • Stephen Ashworth, JBIS vol.65 – # 4,5, The Emergence of the Worldship (I): The Shift from Planet-Based to Space-Based Civilisation
  • Stephen Ashworth, JBIS vol.65 – # 4,5, The Emergence of the Worldship (II): A Development Scenario
  • Toward a Space-Based Civilization, by Paul Gilster, published on Centauri-Dreams on March 11, 2013

26 novembre 2014 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Fantascienza, missione FOCAL, News, Scienze dello Spazio, Volo Interstellare | , , , , , , , | Lascia un commento

Interstellar: ultime battute & epitaffio

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Se avete seguito sulla Rete commenti, recensioni, giudizi su Interstellar degli ultimi giorni probabilmente avrete notato alcune costanti. Sulla maggior parte di detti interventi ci sono commenti del tipo:
-”non proseguite a leggere se non volete spoiler…”
-”sebbene ci siano molte imprecisioni scientifiche, mi/ci è piaciuto…”
-”sebbene ci siano buchi di sceneggiatura/imprecisioni, mi/ci è piaciuto”
-”non c’entra niente con 2001 Odissea nello Spazio, anche se…”
-”è praticamente 2001 Odissea nello Spazio, anche se…”
IS 7La maggior parte dei commenti è positiva, anche se non mancano quelli negativi ed a prescindere dal valore del film, il successo nel corso del primo fine settimana è stato immediato e probabilmente batterà qualche record. Personalmente sono passato ieri di nuovo davanti al cinema in cui l’ho visto apposta per vedere se c’erano i capannelli di amici che discutevano sul significato di questo o quello spezzone del film, il che a dir poco prova che se il film voleva suscitare discussioni ci è riuscito alla grande. C’erano.
Ripeto: capisco perché possa non piacere ed anche a me alcune cose hanno dato fastidio. Non le starò ad elencare tutte, sono troppe e sono soprattutto di natura non scientifica quanto strettamente logiche e di sceneggiatura.
Ne sottolineo solo una e vi faccio uno spoilerino… ;-).
In quella società futura ridotta sull’orlo della fame, come è stato detto da diversi commentatori, non ci sono rivolte per la fame e non ci sono razziatori che rubano il cibo ai contadini il che sarebbe una inevitabile conseguenza di quello stato di cose. Anzi: lo stato federale americano regge, al punto di mantenere costosissimissimi programmi spaziali anche se nel totale segreto.
IS 9Di solito quando si parla di ipotetiche future catastrofi distruttive (ecologiche per lo più, ma anche belliche, o di malattie epidemiche) nessuno sottolinea come la prima cosa a scomparire sulla faccia della terra sarebbe la cosa più preziosa che ci sia e che ci abbiamo messo 30.000 (?) anni a costruire dall’invenzione dell’agricoltura in poi: la democrazia.
Coltiviamo di tutto un po’ da circa 30 millenni, forse meno, i pareri sono discordi ed è stata l’agricoltura che ha reso possibili le città (certo i villaggi, ma stiamo parlando della stessa cosa) e dentro le città le caste e le classi fra cui vanno evidentemente messi i poeti ed i raccontastorie professionali.
In quelle città da allora in poi hanno governato vari tipi di patriarchi, mai le donne: agricoltura significava proprietà della terra e necessità di difenderla e di lasciarla ai propri figli e se sia arrivato prima l’aratro e poi la coscienza della paternità connessa al sesso va a saperlo, ma il passaggio è stato questo: fare sesso è gradevole, le donne partoriscono ed i figli sono loro, oh toh!, i figli sono una conseguenza del sesso (da una piccola parte del corpo di un uomo, perfino la costola, nasce la donna…) quindi questo figlio di questa donna con cui faccio sesso è MIO figlio ed io gli lascio la proprietà della MIA terra. Certo, detto così è un po’ troppo rozzo e veloce, ma la sostanza è questa.
I figli obbediscono ai padri, le donne agli uomini e tutti insieme costruiamo la città, la tribù, il regno eccetera. Poi siamo troppi e cominciamo a fare guerre non solo per difendere la città ma per eliminare i nemici,  a dire i vicini che ci rubano lo spazio vitale, cioè la terra; e diventare più ricchi, sicuri e potenti. IS 11Serve un governo stabile, un re, un tiranno, una assemblea dei migliori cioè aristocratica. E alla fine arrivano i Greci che si inventano questa strana cosa che è il governo del popolo, il demos, la democrazia. Solo che la “loro” democrazia escludeva gli schiavi, gli stranieri e le donne, cioè il 75% della popolazione. E ci vogliono 2500 anni dal V secolo avanti cristo fino al 1918 (il voto alle donne in USA e GB) per realizzarla davvero e compiutamente.
La democrazia moderna ( che inizia diciamo con la rivoluzione francese, più o meno) permette ed è causata dalla rivoluzione industriale, ha permesso progressi tecnologici ed economici eccezionali e nella sua forma attuale e più compiuta ha meno di 100 anni.
Se arrivasse una catastrofe planetaria come quella di Interstellar la prima cosa a scomparire sarebbe lei: con controllo militare delle strade, delle campagne, pena di morte per i dissidenti, per i renitenti a qualunque ordine, per i saccheggiatori affamati, e con massacri, prigioni, esecuzioni sommarie e niente tribunali. La diminuzione delle risorse descritta nel film farebbe diminuire la popolazione di non so quale percentuale, ma di tanto ne sono sicuro. E i disordini conseguenti e successivi alla carestia ammazzerebbero ancora di più. In una situazione da disastro “dopobomba” di questo tipo la vedo durissima (se non impossibile) costruire una astronave o anche solo una fabbrica che continui a produrre le pallottole per i fucili, figuriamoci una struttura industriale produttiva per l’astronautica spaziale più efficiente di quella attuale.
Ma tant’è a me il film è piaciuto e sono stato disposto da subito a sospendere la mia incredulità. Anche perché non so voi, ma io non vado a cinema per provare niente ma per divertirmi e Interstellar mi ha divertito.

MASSIMO MONGAI

 

EPITAFFIO

di Roberto Flaibani

Questa volta il Mongai è andato fuori tema, ma l’ha fatto con gusto e su un argomento importante: la Democrazia. Siccome posso dire di condividere il suo scritto parola per parola, allora dico “Imprimatur!”. Ma non è finita. A forza di pensarci, è affiorato un  ricordo lungo solo poche parole, nel mare magno delle idee e degli stimoli che questo bel film mi ha dato. “….non ci sono più eserciti….”  Queste cinque parole sono state pronunciate non so più da chi, ma sicuramente nella fase iniziale del film, quella che si svolge nell’America rurale. Potrebbe averle pronunciate Murph, o forse Cooper  durante l’incontro con gli insegnanti., non importa. A parer mio quelle cinque parole stanno a significare che la guerra, la violenza e tutto quanto di terribile è stato compiuto in passato, ora è finito. Quelli che vediamo sono i superstiti, poveri, stanchi e privi di ogni velleità di combattersi. Gli ultimi guardiani di un pianeta finito.

 

 

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20 novembre 2014 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Fantascienza, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

Interstellar: fuori dal coro

interstellar-c

Fare la voce fuori dal coro non è mai facile, soprattutto quando la critica è diretta verso un ‘mostro sacro’ e quindi occorrono motivazioni solide, più che in altri casi. Tuttavia ritengo ancora adesso, a qualche giorno dalla mia visione del film e dopo aver letto svariati commenti entusiastici, che Interstellar sia lontano dall’essere una pietra miliare nella storia del cinema di fantascienza. Ora provo a spiegarvi per quali motivi, con l’avvertenza –per chi non  lo avesse ancora visto- che l’articolo contiene spoiler.

INTERSTELLARLa premessa

La trama del film si sviluppa su un antefatto: una non meglio definita pandemia vegetale sta letteralmente uccidendo le coltivazioni sulla Terra e la gente non ha di che sfamarsi. Nel film si parla di grano, ma si accenna anche al fatto che la ‘piaga’ si sta diffondendo a tutti i prodotti agricoli. L’approccio non è molto originale, se non per il fatto che, a quello che si vede, computer, razzi e automobili sono ancora largamente diffusi. Ora, io non sono un sociologo, ma a mio avviso questo scenario manca di coerenza. In una situazione come quella descritta da Nolan mi sarei aspettato un mondo un tantino più degradato e soprattutto non così bucolico, ma con tensioni sociali anche molto violente per l’accaparramento delle poche risorse ancora disponibili. Invece la popolazione mi sembra fin troppo tranquilla. E’ forse rassegnata al suo destino di estinzione? In questa prima parte la trovata visivamente più riuscita è senza dubbio la sabbia: pervade tutto e simboleggia in qualche modo questo ripiegamento dell’essere umano, non più che guarda al futuro con speranza e desiderio di scoperta, ma fossilizzato su un presente che diventa troppo velocemente passato.

 

Interstellar3

 

 

 

 

Il regista non si sofferma troppo sui motivi che hanno portato il mondo a questa catastrofe ambientale, se non per giustificare il motto del film, secondo cui gli uomini sono nati sulla Terra, ma nessuno ha stabilito che debbano anche morirci. Per cui ecco il grande piano, concepito da uno stanco Michael Caine, aka professor Brand, aka padre della futura Eva, (Anne Hathaway) …In realtà, i ‘grandi piani’ sono due ma il piano ‘B’ è un fake, come sappiamo in seguito, concepito per motivare meglio l’astronauta Cooper, aka Matthew McConaughey, a lasciare sulla Terra la propria famiglia, composta dal padre e dai due figli, Murph, la ragazza  e Tom, il più  grande, ma questa ‘è un’altra storia’

 

 

Il viaggio interstellare

Comunque in 25 minuti, su 2 ore e ¾ di film, Cristopher e Jonathan Nolan liquidano il capitolo calamità terrestri per proiettarci anche troppo repentinamente nella seconda parte, nel viaggio interstellare propriamente detto. WTF? In pochi minuti Coop e Murph capiscono che il fantasma che sposta i libri nella camera della ragazza sta cercando di comunicare utilizzando la gravità come supporto all’alfabeto morse, e in questo modo detta loro le coordinate per la base della ‘new’ Nasa. La vecchia è stata chiusa perché ‘nessuno pensa ad andare nello spazio quando si muore di fame’, una delle poche affermazioni sensate del film.

interstellar-eAnche se la parte del viaggio è la migliore, in termini cinematografici e visivi, i due fratelli Nolan ci hanno messo troppa roba, cedendo in un secondo peccato di incoerenza. Nonostante il linguaggio parascientifico cerchi di dare un sostegno credibile al tutto, al wormhole, ai paradossi spazio temporali che questo genera, c’è troppo di tutto, anche di quello che sembra essere l’altra variabile che non risponde alle leggi della fisica tradizionale, assieme al tempo e alla gravità. Parliamo dell’amore, di quell’energia immateriale che lega in modi misteriosi gli esseri umani e li rende capaci di grandi imprese. Ne parla fin troppo la Hathaway, che ci ammannisce un pistolotto di 15 minuti sulla sua potenza solo per giustificare la sua scelta, come pianeta da esplorare dopo il fallimento sul primo,   di quello dove sarebbe sceso il suo ‘fidanzato’. Ne avevamo bisogno? Sinceramente è stato uno dei momenti in cui mi sarei levato una scarpa per tirarla sullo schermo. Un monologo che sicuramente rimarrà indimenticato, per la sua noia.. Il problema vero è che Nolan non è in grado di raccontare sullo schermo i sentimenti umani, manca della sensibilità necessaria, senza contare che anche gli attori mancano di empatia in tal senso.

Interstellar-MurphIl ritorno

E mentre i nostri eroi disquisiscono di amore sulla Terra sono passati circa 50 anni mentre per loro giusto qualche minuto. E’ il paradosso temporale causato dal wormhole, che Nolan utilizza senza ritegno per dirci che è Cooper l’uomo del futuro, il novello Adamo, che si sgancia temporaneamente dalla sua Eva, Anne Hathaway, aka Amelia Brand, per un breve ritorno su un satellite creato vicino Saturno, dove può salutare per l’ultima volta la ‘sua’ Murph, ormai morente. E’ durante questo straordinario ritorno che intuisce che il fantasma della figlia non era un alieno, i ’loro’ di cui si parla all’inizio del film, ma egli stesso, smaterializzato in una non-dimensione rappresentata dal tesseratto, ossia un ipercubo. Spinto dalla stessa figlia, riparte di nuovo per raggiugere Amelia e dare vita alla nuova razza umana, quella che consentirà allo stesso Cooper di comunicare con la figlia adolescente attraverso il lancio del libro, perlomeno questa è la mia interpretazione: qui ci vuole un triplo salto mortale carpiato con avvitamento, ma stiamo sempre nella stanza di Murph. Forse preferivo i paradossi di Inception

Prima che qualcuno dica ‘non ho capito nulla’ voglio precisare che non era mio intento raccontarvi il film e se ho citato degli episodi è stato per motivare le mie perplessità. D’altra parte è un film difficile da raccontare, tanto è pieno di roba, che per quanto mi riguarda è il suo limite principale. Io stesso pur essendo un cultore della fantascienza ho ancora grandi difficoltà a digerire tutto. Proprio perché fa discutere è comunque un film da vedere, per poi poter affermare che non ha nulla a che vedere con l’Odissea nello spazio di Kubrick
Suggerisco, a chi ha avuto la pazienza di leggermi, di vedere anche questi due commenti, a favore quello di Amedeo Balbi, un astrofisico, , molto ben circostanziato, e contro quello scritto da Sean O’Connell, purtroppo in inglese ma altrettanto interessante.

GIANVITTORIO FEDELE

 

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13 novembre 2014 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Fantascienza, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

INTERSTELLAR: tre ore di ottimo cinema di fantascienza

interstellar-2014-trailer

Da cosa giudicate voi un film? Premesso che sono un cinefilo accanito che va al cinema due volte a settimana ed altri ne vedo su DVD e PC, ma che NON sono, e mi vanto di non essere, un critico (ergo…) sappiate che io vado al cinema solo per divertirmi: casomai anche per un film drammatico ma tendenzialmente i film sono piacere puro. Ergo mi devono piacere.
Interstellar mi è piaciuto. Oltretutto è lungo, sono quasi tre ore! Ergo.
Di nuovo: da cosa lo giudicate?

interstellar5Se è un film di genere (e questo lo è) dal rispetto delle regole del genere in questione. Poi da come è fatto materialmente:  regia, qualità della fotografia, della scrittura, degli effetti speciali, dei costumi, della recitazione, insomma da tutto ciò che materialmente forma il film, dà forma alla storia.
Infine la qualità della storia: che ci deve essere una storia di qualità se no di cosa stiamo parlando?
Interstellar, AMMP/IMHO, è un bellissimo film di fantascienza, corretto e coerente e con una storia fantastica. All’inizio un po’ lento, poi è un crescendo di situazioni di FS di quelle hard e infine varianti dal thriller al mistico fantascientifico.
Qui sotto troverete molte indicazioni sul web sul film: regista, critiche positive e negative di altri, soprattutto la trama in inglese ed in Italiano. Ma non vale la pena leggere tutto, date retta andate a vederlo e basta: io l’ho visto all’UCI Cinema Marconi a Roma e la sala era piena, alla fine c’è stato un applauso e soprattutto fuori c’erano i capannelli di spettatori che discutevano. Mi risulta che sia già campione di incassi, in USA lo è stato senza dubbio.
Difetti? Eh , sì…

Interstellar9Il regista è stato molto ambizioso, ha scritto lui la sceneggiatura con il fratello e ci ha messo dentro se non tutto, molto. Non tutto è chiarissimo, c’è un po’ di infodumping, viene perfino citato il TESSERATTO, e secondo me a sproposito, ma per gli appassionati di FS e di topologia multidimensionale questo è un riferimento specifico (è un cubo a quattro dimensioni, figuratevi!). Però i difetti sono quelli che poi spingono a dire: “Ma secondo te quella tale cosa che voleva dire?”
Pregi?
Uno soprattutto: le tre ore sono volate e scusate se è poco! Due,tre momenti di genuina sorpresa sia quanto alla storia sia quanto all’effetto scenico e non so voi, ma io ormai mi sorprendo raramente. Ed il robot più efficiente e simpatico della storia dei film di fantascienza compresi quelli di Asimov.
Oddio, i due protagonisti un bacetto uno se lo potevano anche dare. Ma non è escluso che lo facciano in un sequel. Che non escluderei, i materiali ci sono tutti, anzi anche troppi.

interstellar7

Spoiler alert! Qui sotto ci sono i link al film in Ita e in Ing e la trama c’è tutta. Ma per fortuna è così complicata e piena di incongruenze che potete anche leggerla tanto il film ve lo potete godere comunque, è quasi un’altra cosa.

Questa è la versione in inglese, che ha delle significative differenze:

Qui troverete tutte le informazioni sul regista. E’ uno tosto. Ha una faccia un po’ troppo da maschio alfa wasp e sborone, ma tant’è. Bravo è bravo, non si discute.

Qui un articolo molto interessante e condivisibile su Wired di Gabriele Niola Critico cinematografico e videoludico, sui dieci film di FS che sono contenuti dentro Interstellar

Ed infine qui un parere autorevolissimo quello di “Rotten Tomatoes”, se non lo conoscete è un sito che non dà giudizi direttamente ma informa sui giudizi (a volte dozzine e dozzine) dati da altri critici cinematografici, lo trovo una meraviglia di quelle che solo in America riescono a fare. Al film dà 7/10.

MASSIMO MONGAI

 

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9 novembre 2014 Posted by | Astrofisica, Astronautica, Fantascienza, Scienze dello Spazio | , , , , | 1 commento

Giger non fu solo Alien

Giger1Sei mesi fa, il 12 maggio, per i postumi di una caduta, moriva in un ospedale di Zurigo Hans Ruedi (Rudolf) Giger, 74 anni, noto soprattutto come il creatore di Alien, il mostro dell’omonimo film-culto di Ridley Scott che nel 1979 ottenne il Premio Oscar per gli effetti speciali. E’ il motivo per cui il nome dell’artista svizzero è conosciuto tra gli appassionati di fantascienza, e non per altro. Ma l’opera spesso prevale sul suo autore e magari qualcuno potrebbe anche dire “Ruedi chi?”, pur  amando il film di Scott. Ridurlo soltanto a questo sarebbe però fargli veramente un grave torto perché, anche se non particolarmente noto in Italia oltre alla sua creatura, Giger è stata un genio folle e visionario come pochi altri nell’ambito di una sua particolare concezione del fantastico e dell’orrore. Si atteggiava ad “artista maledetto” (basti vedere le sue foto e certe performances), ma non bisogna fermarsi alle apparenze: Giger aveva una sua consolidata carriera caratterizzata, diciamo così, da una visione del mondo tutta sua particolare che lo ha portato a creare in quel modo, e solo in quel modo, l’extraterrestre che sconvolse gli spettatori di tutto il mondo e a turbò  i sonni di tanti adolescenti alla fine degli anni Settanta. Non l’avesse avuta non ci sarebbe riuscito. Ma perché?

Giger2Rispondere a questa domanda significa capire che cosa disegnava, dipingeva, scolpiva e creava Ruedi Giger. Dalle iniziali influenze surreali di Dalì e Magritte, dal macabro-grottesco di Max Ernst, dalla mescolanza umani-animali-piante-oggetti di Brueghel e Bosch, Giger è arrivato al concetto artistico che lo portò sino ad Alien,  l’idea del “biomeccanismo”, cioè una commistione materica fra umano e meccanico, in cui il meccanico compenetra l’umano e la carne si fonde con il metallo. Il Cyborg? Ma no! Qualcosa di più e di peggio. Quel che spaventò gli spettatori di trentacinque anni fa, e li spaventa ancora nonostante tutti i film da macelleria nel frattempo usciti,  oltre alla bravura della regia e del montaggio, fu la totale estraneità di Alien, appunto la sua alienità (dato che anche, sia detto tra parentesi, il latino alienus vuol dire proprio questo). Un essere che, come certi insetti terrestri, si nutre dall’interno di un essere, nel nostro caso umano, dalle cui viscere emerge sanguinosamente e poi, una volta divenuto rapidamente adulto, ne va a caccia per nutrirsi e nutrire la sua prole. Ma il mostro è talmente inconcepibile e materico che scava nella nostra psiche e ci fa indietreggiare dall’orrore presi da angosce ancestrali come accade all‘equipaggio dell’astronave Nostromo che ha la sventura di atterrare sul suo pianeta. Alien, tra insetto, mostro preistorico, rettile, e macchina, con le sue bocche una dentro l’altra, è il mostro assoluto, la diversità assoluta che non è stato più possibile imitare e uguagliare.
Se si vedono i disegni e le tele che Giger in quantità incredibile faceva ancor prima di essere chiamato da Scott a realizzare la sua creatura (chiamato probabilmente proprio perché il regista aveva visto le sue opere), ci si accorge che Alien sta già tutto lì. L’artista svizzero era così assillato, diciamo pure ossessionato, da questo incrocio allucinante e macabro di umano e meccanico da averlo poi riprodotto in sculture, arredamenti e ogni tipo di oggettistica, addirittura in tatuaggi. Esistono (o esistevano) anche due “Giger bar” a Tokyo e a Coira (la sua città natale  in Svizzera) dove tutto è derivato dal gusto dell’artista: sedie, poltrone, tavolini, banconi sembrerebbero fatti con ossa, scheletri, teschi, gabbie toraciche e metalli. Pare di entrare in una di quelle “case degli orrori” che una volta c’erano nei Luna Park. Oppure all’interno di una astronave … aliena. Oppure in qualche racconto di Gustav Meyrink, Jean Ray o H.P.Lovecraft. Giger ha impresso il suo inconfondibile marchio anche in oggetti di abbigliamento, in gioielli e manufatti di ogni tipo. Addirittura ha creato motociclette e automobili costruite secondo il suo stile biomeccanico, e che nessuno avrebbe mai potuto immaginare nei propri incubi, ma che affascinano e attraggono come fossero un corpo femminile cibernetico.

Giger3Non per nulla l’artista era attratto dal più allucinato scrittore di incubi moderni, ovviamente H.P.Lovecraft, proprio perché l’autore americano fu forse il primo a immaginare esseri non umani che però si travestivano da umani, in cui la materia magmatica aveva il sopravvento sulla forma razionale. E infatti pubblicò una raccolta di disegni sotto il titolo di Necroniomicon, il grimorio inventato da Lovecraft e che oggi molti ritengono realmente esistente, probabilmente la migliore ricostruzione di quel libro immaginario mai fatta, più aderente alla sua “realtà” E a ben vedere Alien di Scott è forse il più bel film “lovecraftiano” mai realizzato: pur non ispirandosi ad una storia del Maestro di Providence ne conserva lo spirito e i retroterra culturali, presentando un essere che fa paura anche perché è tanto lontano da noi da considerarci come semplici fonti di cibo per sé e  la sua progenie. Totalmente estraneo dall’umanità da non prenderla nella minima considerazione in quanto “essere superiore”. H.R.Giger, un artista irripetibile, inimitabile e senza discepoli. Un po’ come Lovecraft.

 GIANFRANCO de TURRIS

4 novembre 2014 Posted by | Fantascienza | , , , , , | Lascia un commento

Grilli, api e hamburger di vermi

Sono un esperto di cucina fantascientifica. Su di me come scrittore di fantascienza chiunque può dire quello che gli pare, lo fanno, ma almeno datemi atto di essere un esperto di cucina fantascientifica: 30.000 (e passa…) copie vendute in due edizioni di “Memorie di un cuoco d’astronave” mi autorizzano a definirmi tale.

Solo che parlare di mangiare insetti ormai non è più fantascienza. Le foto che vedete in questo articolo sono foto reali scaricate dalla rete di una moda estiva statunitense: lecca-lecca agli insetti. Uno li scarta , li succhia, succhia lo zucchero che li avvolge e poi si mangia gli insetti.

popteqil2Non è fantascienza. E’ un prodotto commerciale, i cui realizzatori si vantano dei loro allevamenti di insetti e di come vengano nutriti in modo biologicamente controllato e corretto…

D’altra parte il miele lo mangiate? Scusate se ve lo dico così, ma il miele è un liquido fatto al 90% di zucchero secreto da una ghiandola specifica che sta a pochi millesimi di millimetro dall’ano dell’ape. E non sto scherzando.

Anzi, dato che non voglio disgustarvi , nemmeno ve lo dico che cos’é veramente la “pappa reale” che tanta gente usa come ricostituente…

bugcandyIn realtà tutto ciò nasce da una cena con amici, nel corso della quale una amica che stava per bere un bicchierino di Mescal, non lo ha fatto solo perché io le ho chiesto (avendo capito il tipo) “Tu non hai nulla contro i vermi, vero?”.

Lei non sapeva che nella bottiglia del vero e genuino Mescal, nel fondo, c’è sempre un verme (in realtà una “pupa”, ma non stiamo a sottolizzare) che ci viene messo a garantire la genuinità del Mescal (una specie di grappa fatta con la polpa dell’agave messicana) dato che quel verme vive esattamente all’interno della pianta. Lei era inorridita solo all’idea (cosa comprensibilissima, intendiamoci) e non ha bevuto il Mescal. E’ anzi rimasta ancora più disgustata quando le ho detto che in realtà il verme prima di essere messo nella bottiglia viene leggermente tostato così da risultare croccante quando lo si mangai, alla fine della bottiglia.

Avete mai sentito la leggenda urbana che dice che gli hamburger di Mac Donalds sono fatti di un impasto di lombrichi? Ha girato per tutti gli anni 90 negli stati Uniti ed anche da noi, e non è vero naturalmente.

Non è “ancora” vero!

Allevare e mangiare insetti molto probabilmente sarà il modo in cui risolveremo il problema dell’alimentazione del pianeta in futuro.

E per molti ottimi motivi:

  • la stessa quantità, diciamo 100 grammi di carne di manzo o di vermi, dà quantità di proteine , vitamine e sali minerali diversissime, con un vantaggio del 50% nel caso dei vermi (pupe di farfalle et similia, prevalentemente, secondo i futuri allevatori)

  • allevare insetti è mille volte meno inquinante e distruttivo che allevare mucche: non solo per le mucche occorre distruggere foreste per fare spazio ai campi (come si dice di solito: la mucca in realtà divora la Terra, fra desertificazione erosione dei suoli eccetera) ma è omrai appurato statisticamente che il metano pordotto daglianimali da allevamento per l’alimentazione umana produce un buon 15/20% del metano presente nell’aria del pianeta. Se non avete capito come lo producono, ve lo dico io: scoreggiano! Mucche, pecore, capre, cavalli, maiali, in centinaia e centinaia di esemplari scoreggiano tonnellate di metano nell’atmosfera. E anche questo non è uno scherzo.

  • per moltissime culture di questo pianeta (primi fra tutti i cinesi, e scusate se son pochi: 1,5 miliardi) mangiare insetti è addirittura una leccornìa tradizionale; non ci sarbbero problemi per loro

ambersideGli arabi no, invece; la famosa storia di San Giovanni che si ritira nel deserto a mangiare “miele e locuste” è solo un errore di traduzione: la parola che significa “locusta” in aramaico è estremamente simile a quela che significa “focaccia”. E’ un errore che va avanti da 2000 anni in tutte le traduzioni del Vangelo, ma tant’è, storici e linguisti lo sanno da un centinaio di anni: San Giovanni nel deserto mangiava miele e focacce.

Insomma, mangeremo insetti? Dico, noi italiani, dato che i teen-ager americani hanno già cominciato.

Ah, saperlo…

MASSIMO MONGAI

27 ottobre 2014 Posted by | Fantascienza, News | , , | Lascia un commento

SF-SFX (*) Effetti speciali e FS, vexata quaestio

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I tre film di Fantascienza con Scarlett Johanson di cui voglio parlare sono: Lei (Her), Under the Skin, Lucy. I film sono indicati nell’ordine in cui io li ho visti nel corso di quest’anno, che è l’ordine in cui sono apparsi sul mercato italiano. Ma Scarlet è tutt’altro che nuova al genere, anzi. Ha infatti interpretato ruoli di protagonista o comunque significativi anche in altri 6 film di FS: The Island, The Prestige, The Spirit, Iron Man 2, The Avengers e Captain America: The Winter Soldier. In totale ben nove dunque, in soli nove anni e tutti rigorosamente di genere. Se va avanti così diventerà una icona della FS!

her 2Nel primo Lei (Her), Scarlett Johanson è presente solo come voce, dato che il suo personaggio è il sistema operativo ospitato nel computer dell’altro personaggio principale. Nella versione italiana la voce è quella  di Micaela Ramazzotti. Diversamente dal solito nei film di fantascienza, gli effetti speciali in questo film sono zero. Potremmo dire forse che l’unico effetto speciale è l’aver girato il film a Shangai, nella super moderna Shangai di oggi che in effetti sembra un effetto speciale futuristico. In questo mondo i sistemi operativi dei computer sono evoluti al punto di essere pienamente senzienti, sono persone a tutto tondo, autonomi e fanno scelte autonome fino al punto di interagire alla pari con gli esseri umani e da combinar loro uno scherzetto non da poco che non vi dico per non spoilerare il film.

Film Review Under the SkinUnder the skin è un “film di fantascienza d’autore” o se volete è un “film d’autore ma di fantascienza”. A dire che è un film d’autore, ossia un film in cui le scelte stilistiche autorali sono forti, nette, hanno un livello alto, ma al tempo stesso si tratta di un film di genere, correttamente di genere per di più. E’ probabile che non lo abbiate visto, è stato pochissimo nelle sale, pur essendo un bel fim anche se leggermente noioso, come, scusatemi, quasi tutti i film d’autore. E se la noia la si perdona al film autorale,  molto più difficilmente la si perdona al film di genere. Comunque, a dimostrare la peculiarità di questo film, qui troverete i commenti dei critici americani, fra loro a dir poco contraddittori eppure proprio per questo condivisibili. Per apprezzarli in pieno dovreste vedere il film, però.

skin4Il film è difficilmente raccontabile: un alieno o una aliena va a capire, letteralmente indossa una pelle di una donna bellissima per sedurre maschi umani ai quali sottrarre altre pelli per futuri interventi sul pianeta, chissà, una invasione, una esplorazione, una ricerca, non si capisce. Qui gli effetti speciali ci sono e sono molto belli, ma anche molto strani! Sono essenziali alla storia? Forse. Il film, ripeto è corretto secondo le regole del genere, non ha nulla di criptoproustiano (**), è fantascienza di quella vera e tosta. Ripeto essendo autorale è un po’ noioso, ma resta fantascienza vera. Nell’insieme a me pare un film corretto dal punto di vista del genere (non ci sono salti logici, abusi dei canoni fantascientifici, impossibilità scientifiche) quindi è senza dubbio un film di fantascienza e al tempo stesso è vero che è un film un po’ noioso ed è noioso perché è un “film d’autore”.

LucyInfine Lucy è ancora in sala quando scrivo ed è un classico bel film di FS, godibilissimo e pieno di effetti speciali (del resto Luc Besson è una garanzia). Ho visto Lucy e come mi aspettavo è un film non solo di fantascienza, ma assolutamente NON noioso e commerciale. Quest’anno Scarlett è stata pressoché onnipresente nel mondo della FS cinematografica.
La quale ogni anno riversa nelle sale italiane una ventina di film di FS quasi tutti buoni se non ottimi e mai “autorali”, ossia film nei quali gli autori per fare qualcosa che “non sia solo fantascienza” puntano molto sulla forma, su elementi e stilemi che con il genere non hanno nulla a che fare. E’ interessante notare che nelle sale i film di FS sono visti indifferentemente da un pubblico femminile e maschile diversamente dal pubblico dei lettori (pare, dicono, sembra…) e di tutte le età.

Lucy 2La presenza di tanti film nelle sale (e considerate che per ogni film che arriva da noi almeno un altro non arriva, e passerà in TV o nei pc, quindi parliamo di letteralmente decine di film di FS) dimostra che c’è non solo un mercato per la FS, ma proprio un vero e proprio BISOGNO di immaginario fantascientifico. Commedie a parte, la FS è rimasta praticamente l’ultimo “genere” cinematografico chiaramente riconoscibile almeno nella lista di quelli tradizionali.

Donne onnipresenti nella Fs dunque, sugli schermi e in sala. Non nella produzone dei film però visto che registi e sceneggiatori sono in tutti e tre uomini. E’ che non sanno farlo… Scherzo. Il perché in realtà è ovvio: il ruolo di regista è un ruolo di grande potere, per ottenere il quale gli uomimini si battono con efficienza evidentemente maggiore delle donne, è una questione di puro e semplice patriarcato; le quali donne infatti fanno sì le registe, ma sono decisamente di meno e fra loro, le registe di film d’azione in realtà sono altro che poche, se non sbaglio c’è solo Katherine Bigelow, che se non altro costituisce una clamorosa eccezione che conferma la regola, nel senso che i suoi sono film che definire adrenalinici è dire poco, e ne ha fatto uno di fantascienza, Strange Days (con pochissimi effetti speciali fra l’altro)…. Fra gli sceneggiatori le donne sono molte di più, più nella TV che nel cinema.
Ma a questo punto vorrei sottolineare come la FS non è fatta dagli effetti speciali o lo è solo in minima parte. Moltissimi i casi, valga uno per tutti: “Fiori per Algernon”. Cos’è quindi l’essenza della FS?
Tre film di vera FS, diversi per forma e sostanza, ma non per essenza, con in comune una attrice ed un forte personaggio femminile. E in sala nutrito pubblico femminile in tutti e tre i casi. Considerate che per Under the skin eravamo dieci, quindi metà e metà, mentre per Lucy, ma anche per Lei 400 di nuovo metà e metà.
Resta però sempre vero che le donne leggono FS molto meno degli uomini. Non ho intenzione di dimostrarlo per l’ennesima volta: sappiatelo, è così e se non ci credete andate sul sito dell’ISTAT e nella stinga di ricerca digitate la paola “fantascienza”, spunterà una ricerca sui lettori di FS.
Altri articoli sull’argomento si trovano sul Trediscesimo Cavaliere, utilizzate per la ricerca l’apposita e ben visibile finestrella.
Ma a questo punto o mio lettore, tu appartieni ad una delle due categorie: sei d’accordo su questo assunto e ti chiedi perché; oppure non sei d’accordo, neghi il fatto e quindi non ti chiedi il perché. Il che per quel che mi riguarda chiude la discussione: è sterile ed ormai l’ho capito, non porta da nessuna parte.
Però…
Asimov diceva che in fondo l’essenza della FS è un racconto che parte dal What if…, cosa accadrebbe se una certa ipotesi fosse vera.
Bene. Facciamo finta che sia vero che le donne non leggono e quindi non scrivono FS. Se questo fosse vero, in un ipotetico mondo parallelo, in un anotherwhen, un altroquando a qualche universo parallelo da noi, perché sarebbe vero? In base a quali meccanismi psicologici, comportamentali, genetici, potrebbe essere vero che le donne non leggono e non scrivono Fs? Potete non essere d’accordo, naturalmente, ma io penso che il rapporto che c’è fra le donne e la fantascienza (almeno in quel mondo parallelo lì, certo) sia essenziale oggi per capire cos’è la fantascienza.
Non come si è evoluta, o come sta cambiando, ma proprio cos’è, cos’è sempre stata.
Intendiamoci, io non so come si possa spiegare questo legame, lancio un sasso nello stagno.

No non è vero, io lo so perché.

 

Massimo MONGAI

(*) Science Fiction Special Effect

(**) Dicesi criptoproustiano (di un film o di un testo di FS) quando il testo in questione per volontà di solito esplicita e dichiarata dell’autore, vuole essere “non solo di fantascienza”, ossia l’autore vorrebbe essere Proust o almeno famoso e considerato come Proust dal mondo critico ed accademico, ma gli è capitato di essere pubblicato come autore di FS. Il termine è mio, ma lo uso da molti anni ed è entrato almeno in parte in uso o se non altro compreso nel Fandom italiano. La FS criptoproustiana è il male assoluto anche perché è la causa principale del ridursi di pubblico e di occasioni di pubblicazioni. E’ male antico.

(***) Mi si permettano due considerazioni OT in relazione a UTS. Scarlet Johanson è un sex-symbol del cinema americano ed internazionale e se vi interessa in UTS la si vede abbastanza nuda. Ahimè, ha il culo basso. Inoltre la Scozia descritta nel film è invernale, brutta e piena di gente cattiva e brutta. Che c’entra direte voi? Due cose sgradevoli che non mi aspettavo, tutto qui.

 

21 ottobre 2014 Posted by | Fantascienza, News | , , | 2 commenti

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